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Anna Karenina

Ecco un libro che in tanti pensiamo di “dover” leggere, prima o poi, e però abbiamo un po’ di timore a iniziare realmente. Ebbene, non è più così per me: io ce l’ho fatta. Certo, mi ha aiutato a trovare la “spinta” a decidersi la coincidenza che fosse il libro del mese per il gruppo di lettura di aprile di Goodreads Italia. Visto che la lettura è stata già un’impresa, mi si perdonerà se invece la recensione sarà stringata! Tanto più che ho trascurato a lungo il blog e ora ho circa una decina di recensioni “arretrate”…

Ma quest’esordio un po’ “spiritoso” non tragga in inganno: lettura lunga e impegnativa sì, ma bella, affascinante. Torniamo seri.

Chi non conosce il celebre incipit? “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Anch’io, come forse molti altri, vedevo in questa frase un riferimento alla protagonista femminile, infelicemente sposata e quindi preda di una passione adulterina che la porta alla rovina. In realtà, il grande mistero di Anna Karenina è il suo titolo: ho sempre immaginato questo romanzo come la grande, tragica storia di un’eroina divenuta ormai leggendaria, un’icona, fulcro di tutte le 900 pagine circa del “mattone”. Ma la vicenda di Anna, del marito Karenin, di Vronskij, non occupa in realtà uno spazio preponderante nell’economia dell’opera. No, sono molti di più i personaggi e sono di molte di più, dunque, anche le “famiglie infelici”, le storie. Ho letto da qualche parte che il romanzo in effetti è quasi un “trattato sul matrimonio”.

Continuando sul tema “miti e leggende metropolitane su questo libro vs realtà”, una cosa cui pensavo sempre con “terrore” erano le famose “digressioni della morte”, quelle cose tipo pagine e pagine e pagine sulle condizioni di vita del contadino russo… Quale lettore non le ha mai portate ad esempio “tipico” del “classico bello ma mattone”? Ebbene, anche stavolta devo dire che la mia esperienza (alcuni lettori del gruppo non sono stati d’accordo!) è stata molto più agevole del previsto: sì, le digressioni, le conversazioni su questo e quell’argomento ci sono, sono lunghe e a volte non si capisce subito dove vogliano andare a parare… eppure ormai ti senti talmente parte di quel “mondo” che ti sembra di assistere a una conversazione di amici, vuoi sentirli parlare, anche se sembra che l’argomento non abbia nulla a che fare con “la storia”.

Altra sorpresa? È un libro (anche) divertente. Va beh, non arrivo a dire che fa sbellicare dalle risate. E la scena del (spoiler ovvio, ma pur sempre spoiler) suicidio di Anna è una delle cose più terrificanti che abbia mai letto in vita mia. Però, se pensavo ai Grandi Autori della Letteratura Russa dell’Ottocento, immagino pagine dense di meditazioni su vita, morte, colpa, destino, redenzione, eccetera. Certo, sono tutti preconcetti miei, e infatti qui ho scoperto che lo stile di Tolstoj può rivelarsi anche, in alcuni brani, deliziosamente ironico e pungente.

Insomma, non può esserci dimostrazione migliore del fatto che Anna Karenina mi sia piaciuto di questo: ora non vedo poi così remota la possibilità di affrontare Guerra e pace, e l’impresa mi fa molta meno “paura” di prima.

Sicuramente questa mia “recensione” non è la più illuminante e profonda che sia stata scritta su Anna Karenina, ma sfata alcuni “falsi miti” su questo romanzo che davo quasi per scontati e che finora mi avevano un po’ frenato dall’affrontarlo: magari leggendola ne sarete meno “intimoriti” anche voi.

Lev Tolstoj, Anna Karenina (trad. Pietro Zveteremich), voto = 4/5

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La Conquista del Messico

Questo è un argomento su cui non mi stancherò mai di leggere: riunisce insieme così tanti aspetti affascinanti (viaggi, avventura, ignoto, incontro con l’altro, gusto del romanzesco, passione, caso, tragedia) da essere irresistibile. La mia collezione di libri è ancora piccola, ma sta crescendo.

Una delle aggiunte più “preziose” è questo La Conquista del Messico dello storico americano William H. Prescott (1796-1859), che forse compariva nella bibliografia dei saggi di Levy o di Miralles sullo stesso argomento. Se dovessi recensirlo in poche parole, direi che è tutto ciò che Cortés di Miralles non era: tanto quel libro era sì dottissimo ma arido, pedantesco e faticosissimo da leggere, quanto questo è una goduria per il lettore. Prima di acquistare o mettere in lista un libro, controllo sempre qualche recensione su Goodreads… In questo caso, per un saggio di quasi 1000 pagine scritto nel 1843, sono rimasta stupita di fronte al livello di entusiasmo dei lettori (per citare un po’ qua e là: “Insanely good. The most impossible-to-put-down history book I’ve ever held in my hot little hands. And it’s over 100 years old.”, “This is the absolute best! What an exciting story.”, “This book is astounding!”, “Shakespearean. Biblical.”, “This was written in *sit yourself down* eighteenfortythree and it reads brilliantly.”). Diciamo quindi che i pareri erano molto incoraggianti… e, ho potuto verificare, assolutamente veritieri. Davvero, se volete far appassionare qualcuno alla lettura di saggi storici, dategli questo libro: 881 pagine che scorrono in un lampo (magari ditegli di saltare l’introduzione con la biografia dell’autore: è interessante pure quella, eh, ma meglio non esagerare, come prima volta!).

Chiaramente, non è in un saggio del 1843 che si cercano le ultime novità in fatto di interpretazione storiografica dell’avvenimento. Non aspettiamoci da Prescott una lettura “terzomondista” o “antimperialista” della conquista del Messico. Il suo presupposto di partenza è che la storia sia un continuo progresso, e che le civiltà più evolute soppiantino “naturalmente” quelle rimaste a un grado inferiore di civiltà. Oltre tutto la civiltà azteca è stata, secondo lui, “giustamente” sconfitta e cancellata dalla storia per l’abominio imperdonabile dei sacrifici umani… Tuttavia egli non è mai del tutto indifferente di fronte alle conseguenze devastanti della Conquista di lì a venire per la popolazione americana, come non è privo di ammirazione verso le vette della civiltà azteca e il coraggio e l’irriducibilità degli ultimi resistenti (ad esempio l’ultimo imperatore Cuauhtémoc) e non nasconde, a parte l’evidente fascino per il protagonista della sua epopea, Cortés, gli eccessi più violenti dei conquistadores (d’altra parte neanche la cattolica Spagna era per lui, anglosassone e protestante, la vetta della civiltà, sebbene sia il paese che, da storico, più l’interessò), mentre stigmatizza con ironia gli eccessi trionfalistici e nazionalistici, o ultra-apologetici e agiografici, degli storici, soprattutto spagnoli, che l’hanno preceduto (accanto alle pagine piene d’azione e, come si dice, “appassionanti come un romanzo”, non mancano approfondimenti sulle fonti consultate, criticamente vagliate, e schede biografiche degli autori).

Insomma, bellissimo e, inutile dirlo, subito messi in lista anche History of the Conquest of Peru, dello stesso autore, e, perché no?, anche il suo History of the Reign of Philip the Second, King of Spain (si trovano tutti gratuitamente in lingua originale, in ebook).

William H. Prescott, La Conquista del Messico (trad. Piero Jahier e Maria Vittoria Malvano), voto = 4/5

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The Bees

Questo romanzo si inserisce nella tradizione di libri allegorici con protagonisti non umani, a cominciare dal celebre La fattoria degli animali di Orwell, tuttavia è piuttosto originale perché è scritto dal “punto di vista” di un’ape, non, come forse è più comune, di un mammifero. Consideriamo generalmente gli insetti radicalmente diversi da noi, per cui l’esperienza di… entrare nella “testa” di uno di loro (e scoprirvi qualche punto di contatto con noi) è già di per sé bizzarramente affascinante. Tempo fa ho letto un romanzo, Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo, anche se lì, come da titolo, avveniva la trasformazione da insetto a uomo e il “divertimento” stava nel vedere l’insetto adattarsi al nostro mondo. Per The Bees mi viene in mente anche l’associazione con un romanzo della mia infanzia/adolescenza, La società dei gatti assassini di Akif Pirinçci, per i toni inquietanti e a tratti horror (chissà perché in Italia uscì nella collana dei “Gialli Junior” della Mondadori, come libro era piuttosto “adulto”!).

Con l’aiuto di Wikipedia, cercherò in questa recensione di usare una terminologia corretta, ma mi scuso fin d’ora se non dovessi riuscirci.

“Flora 717” è un’ape operaia, e precisamente una delle addette alla pulizia, la “casta” più bassa di quella società rigidamente compartimentata, basata su schemi immutabili, ma in cui tuttavia ciascun componente ha un suo specifico ruolo e apporta il proprio contributo alla vita della comunità, che è l’alveare. Al vertice c’è naturalmente la regina, la madre di tutte le api dell’alveare, costantemente impegnata nella sua sacra missione riproduttiva. Attorno a lei la cerchia delle damigelle d’onore, e le api nutrici addette al nutrimento delle numerosissime larve; vi sono poi le api “bottinatrici” (foragers), che quotidianamente si alzano in volo dall’alveare per procurare nettare e polline, le api guardiane addette al “servizio d’ordine” e alla sicurezza, e infine le umili operaie come appunto Flora. Un discorso a parte meritano i maschi dell’alveare, accuditi con mille attenzioni dalle altri api, nutriti e vezzeggiati e con nessun compito particolare se non quello di farsi scegliere, al momento giusto, da una nuova regina vergine. Tutto, nell’alveare, si svolge nell’obbedienza assoluta a regole senza tempo, che rassicurano le api e le fanno sentire parte di un mondo che funziona, ma che vengono anche fatte rispettare in modo inflessibile e spietato, col soffocamento di qualsiasi devianza o novità, all’insegna del motto “Accept, Obey, and Serve“. Tale regime “totalitario” è profondamente interiorizzato dalle api e cementato dal comune attingimento alla sorgente dell’Amore della Regina (Queen’s Love, da notare che questa non è un’invenzione romanzesca ma è solo una delle stupefacenti cose che si imparano da questo libro), ridistribuito e rinvigorito in ciascuna ape nel momento rituale della “devozione” in comune, e dall’appartenenza a quel “corpo collettivo” che è la Mente dell’Alveare (Hive’s Mind).

Succede però che la nostra ape protagonista, Flora 717, mostri fin dall’uscita dalla cella delle caratteristiche anomale per il suo rango, delle “strane” tendenze all’indipendenza e all’iniziativa personale, delle dimensioni non comuni, che attirano subito l’attenzione delle onnipresenti e vigilanti “sacerdotesse” dell’alveare, impegnate a mantenere a tutti i costi lo status quo. La piccola Flora quindi riesce eccezionalmente a fare una piccola “scalata sociale”, lavorando per qualche tempo nella nursery e poi entrando a far parte della squadriglia delle bottinatrici, provando l’ebbrezza del volo all’aperto. Soprattutto, il maggiore cambiamento si verifica quando, inaspettatamente, Flora inizia a deporre uova. Il principio fondamentale e inviolabile dell’alveare è che solo la Regina può riprodursi: qualsiasi uovo deposto dalle operaie (evento raro ma non impossibile) deve essere immediatamente e tassativamente eliminato, distrutto. Flora sa che sarebbe suo dovere “autodenunciarsi” alla “polizia della fertilità” (Fertility Police), condannando suo figlio… Eppure questa ape “strana” non riesce a compiere quest’atto obbligatorio e, spinta da questo “nuovo”, insopprimibile istinto materno, attua un’imprevedibile ribellione clandestina, nascondendo e proteggendo il proprio uovo (in realtà saranno più di uno), nel costante terrore di essere scoperta e allo stesso tempo col senso di colpa perché sta venendo meno ai suoi doveri verso le sue compagne.

Nel frattempo, la vita nell’alveare va avanti, con i suoi ritmi usuali e le sue emergenze, dalla difesa contro i nemici esterni, come gli attacchi delle infide e crudeli vespe, ai periodi di carestia, sempre più duri man mano che l’estate volge al termine, fino ai mesi invernali di “letargo” nel glomere (dopo il cruento sacrificio dei maschi non ancora “scelti” da nessuna regina per l’accoppiamento e rimasti a “pesare” sull’alveare, in un improvviso rovesciamento della situazione precedente) e al risveglio e alla rinascita con la nuova primavera… Ma qualcosa di inquietante, forse un complotto delle algide e potenti “sacerdotesse”, è nell’aria, e Flora si ritrova sempre più combattuta fra due istinti ugualmente forti, l’ubbidienza alle sacre regole dell’alveare e la sua nuova condizione di madre che la spinge a trasgredirle pur di proteggere la sua creatura.

Come si vede da questo riassunto, l’autrice, Laline Paull, riesce a mescolare brillantemente elementi propri della “vita da ape”, a noi totalmente alieni, come le loro forme di comunicazione attraverso i feromoni o attraverso la danza, e concetti più tipici delle società umane, ma “distorti” o adattati a questo contesto animale, generando nel lettore un bizzarro effetto contemporaneo di familiarietà e straniamento. Accanto a questo, c’è anche la trama ben congegnata: sembra “strano” dire che ci si appassiona alle avventure di… un’ape, ma è così, la storia, quanto a tensione, non ha nulla da invidiare a un thriller o a un horror con protagonisti umani.

Oltre a essere un romanzo distopico appassionante, il libro naturalmente è stato anche una prima introduzione al mondo delle api, materia che sembra estremamente ricca e interessante, tanto che appena l’ho finito mi sono subita messa a cercare qualche titolo, accessibile anche ai non specialisti, per approfondire un po’.

Laline Paull, The Bees, voto = 4/5

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Un regalo del Führer

Il libro per il Giorno della Memoria 2015, scoperto esaminando le ultime novità in uscita sul sito della Einaudi: un libro bellissimo, cui non saprò fare giustizia.

Estate 1944. A Theresienstadt, il “lager modello”, dove sono rinchiusi gli ebrei più eminenti, gli artisti, le personalità di riguardo, il prigioniero Kurt Gerron viene convocato dal comandante del campo, Karl Rahm. Il berlinese Kurt Gerron era stato un celebre attore teatrale e cinematografico: partito dal cabaret, il grande successo era arrivato grazie all’Opera da tre soldi di Brecht, in cui cantava la famosa canzone d’apertura, quella di Mackie Messer (qui la potete ascoltare nella versione in cui la conobbi io, cantata da Ute Lemper), poi vennero i film, e in particolare L’angelo azzurro, di von Sternberg, con Emil Jannings e Marlene Dietrich, poi aveva scoperto la passione per la regia, firmando vari film di successo.

Ora però non è più nulla, e anzi la sua vita ormai conta così poco che si sente fare questa proposta (proposta? Si fa per dire, in realtà un ordine…) terribile: perché non gira un bel film di propaganda che mostri al mondo come è bella la vita nel lager, come fervono le attività produttive, come sia vasta e apprezzata l’offerta di attività culturali, ricreative e sportive disponibili? Per tre giorni Gerron si tormenta, chiedendosi se debba tradire le sue origini, i suoi compagni di sventura, la sua arte, e rendersi complice dei suoi aguzzini. E, accanto a queste angosciose riflessioni, in parallelo si snoda nella sua memoria tutta la sua vita, la famiglia, i genitori distanti e così rigidamente “tedeschi”, ma comunque amatissimi, oggi anch’essi deportati, chissà dove, sicuramente uccisi; la scoperta, da bambino, grazie al nonno materno, del mondo meraviglioso del teatro e del cinema, divenuto la vera vocazione di tutta la sua vita; l’esperienza traumatica della guerra, con i giovani della sua generazione andati (o spinti) entusiasticamente incontro a un inferno terribile, esperienza da cui esce col corpo lacerato e il carattere per sempre cambiato; l’incontro con Olga, l’amore, il matrimonio; il debutto e i primi successi, nell’atmosfera irripetibile della Berlino dei primi anni Venti, Brecht, i colleghi con le loro storie, gelosie, rivalità, grandezze e piccolezze… Tutte cose che un tempo erano la sua vita, che erano per lui il centro del mondo, mentre nel frattempo… Nel frattempo, nell’indifferenza di tutti, sotto lo sguardo fra il divertito e lo sprezzante di Gerron e degli altri che, come lui, la sapevano più lunga di tutti, la Germania si consegnava ai nazisti. Fino a che, il 1º aprile 1933, l’inizio della fine: è negli studi dell’UFA, sta girando, come tutti i giorni, una scena del suo ultimo film, quando, l’annuncio: tutti gli ebrei lascino immediatamente gli studi. Anni di esilio tra l’Austria, la Francia e l’Olanda, con la moglie e i vecchi genitori al seguito, a fare affidamento sugli aiuti dei colleghi che hanno avuto più successo di lui, più fortunati o più previdenti. Ma sempre, sotto sotto, il pensiero che certe cose non possano accadere sul serio… perché, chi potrebbe mai pensare…? E, naturalmente, tornano alla memoria tutte le occasioni di fuggire sprecate, perché… perché chi avrebbe immaginato che…? Tutte le volte che la sua storia personale avrebbe potuto prendere una piega diversa, se avesse preso la decisione giusta al momento giusto, mentre invece il tempo, gli spazi, le opportunità, la libertà poco a poco si assottigliano sempre di più, da Berlino all’Austria, a Parigi, assieme ai tanti altri esuli tedeschi, all’Olanda, a Westerbrok, e poi… eccoci, Theresienstadt, uno squallido tugurio sopra le latrine, la fame che ormai non ti abbandona più, senza essere riusciti a fermare l’onda, senza aver capito che l’onda non si sarebbe più fermata, e dopo c’è solo il trasporto a est, i treni che partono regolarmente, Auschwitz. E, accanto ai ricordi, l’interrogativo sempre più angoscioso: girare il film o no? Ma, in realtà, sta solo cercando di ingannare se stesso, perché ha veramente una scelta? Il film lo girerà, perché è un ordine, perché non vuole morire, non vuole essere deportato e soprattutto non vuole che la moglie Olga venga deportata con lui per colpa sua.

E così, iniziano le riprese, con gli altri internati del lager a fare da attori/comparse, tra scene surreali di raccolte di pomodori, divertenti bagni nel fiume, deliziosi quadretti con famiglie felici a cena. Una montatura allucinante, ma, per quanto possa sembrare paradossale, alla fine a quel lavoro Gerron finisce per dedicarsi anima e corpo, vuole farlo bene, sa di poterlo fare bene. Perché più si renderà utile e si dimostrerà bravo, più aumentano le possibilità per lui e Olga di non essere deportati, certo. Perché, allo stesso modo, può cercare di “proteggere” i suoi collaboratori, utili alla realizzazione del film e quindi anche loro esclusi, almeno temporaneamente, dal trasporto, certo. E però anche perché fare film è ciò che è, ciò che ama, e allora, finché non gli avranno portato via anche questo, avrà conservato un margine di libertà, così come l’anziano professore di filosofia che ora, nel lager, viene utilizzato come guardiano dei cessi, eppure non ha rinunciato al gusto della dialettica.

Come avvisa l’autore, questo è un romanzo e molte cose nel libro sono inventate o sviluppate liberamente a partire da fatti storici. Alcune cose sono assolutamente vere, però: la prima è che Kurt e Olga Gerron vennero deportati da Theresienstadt ad Auschwitz e lì vennero uccisi, subito dopo l’arrivo, nelle camere a gas nell’ottobre 1944, poco tempo prima che il lager cessasse l’attività. La seconda è che il film propagandistico sulla “città modello” di Theresienstadt che Gerron fu costretto a girare è terribilmente vero: non servì a Gerron a salvarsi la vita (o forse anzi fu proprio perché vi aveva lavorato che venne eliminato) e non fu lui a montarlo, e l’andamento della guerra nel 1944-1945, con la sconfitta sempre più imminente per la Germania, impedì che venisse mai effettivamente mostrato. Oggi rimangono solo alcuni spezzoni: ecco la voce su Wikipedia e qui si possono vedere alcuni minuti (non è il titolo ufficiale, ma il film finì per essere noto soprattutto col titolo Der Führer schenkt den Juden eine Stadt, “il Führer regala agli ebrei una città”, da cui il titolo dell’edizione italiana del libro, Un regalo del Führer, più efficace per una volta dell’originale, Gerron).

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer (trad. Valentina Tortelli), voto = 4/5

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The Jacket (Star-Rover)

The Star-Rover, o The Jacket (titolo con cui fu pubblicato in UK), in italiano Il vagabondo delle stelle, è innanzi tutto un libro che mi ha sorpreso. O meglio, mi ha sorpreso il suo autore, Jack London, che conoscevo solo di fama: pensando a libri celebri (ma che non ho letto) come Zanna Bianca o Il richiamo della foresta, lo associavo automaticamente a classici romanzi di avventura per ragazzi, con belle storie, buoni sentimenti, e via così. In realtà ho scoperto qui un autore molto più “adulto” e cupo, sicuramente da approfondire.

Siamo agli inizi del XX secolo (il libro fu pubblicato nel 1915) e protagonista, e voce narrante, è un professore di agronomia americano, Darrell Standing: costui si trova in prigione a San Quintino per aver commesso un delitto (le cui circostanze non saranno mai chiarite nel corso del libro, ma non sono importanti). A seguito di una serie di sfortunate e imprevedibili circostanze, troppo complicate da riassumere qui, il direttore della prigione si convince, a torto, che Standing, già di suo un prigioniero “difficile” perché capace di tener testa all’ottusa brutalità delle guardie, sia implicato in un piano di fuga e abbia nascosto da qualche parte all’interno del carcere della dinamite pronta a esplodere. Standing viene quindi rinchiuso in una cella di isolamento, e sottoposto a continui interrogatorî e torture per convincerlo a rivelare dove si trovi la (inesistente) dinamite. Il metodo di tortura più utilizzato è la “giacca” che dà il titolo al romanzo, una specie di camicia di forza avvolta attorno al corpo del prigioniero, in modo da immobilizzarlo totalmente e comprimergli il petto e gli arti, causandogli atroci sofferenze. Ma la violenza cieca e testarda del direttore del carcere e dei suoi sgherri non riesce ad avere ragione delle grandissime capacità di resistenza, forza di volontà e intelligenza di Standing. Al contrario, egli riesce a stringere una solida allenza con i due prigionieri altrettanto straordinari che si trovano nelle celle di isolamento accanto alla sua, Ed Morell (personaggio realmente esistito) e Jake Oppenheimer. È proprio Morell a suggerire a Standing il metodo per sopportare senza alcun danno le ore, a volte i giorni, di tortura imprigionato nella terribile “giacca”: il segreto sta nel riuscire, attraverso la sola forza di volontà, a far “morire” temporaneamente il proprio corpo, in modo da rendere la mente libera di uscire dalle pareti della prigione e di vagare dove più le piace.
Standing mette in pratica il consiglio, e scopre così una verità di cui fin da bambino sospettava: il suo corpo, nella sua accezione materiale, è un accidente senza importanza, ma la sua mente è immortale e invincibile, ha già vissuto innumerevoli vite prima di incarnarsi nell’entità Darrell Standing e molte altre ne vivrà una volta che “Standing” sarà morto. In queste sue esperienze di “pseudo-morte”, infatti, Standing riesce a rivivere le sue incarnazioni passate, che costituiscono l’oggetto di vari racconti più o meno lunghi.

Non proprio una storia “per ragazzi”, insomma: è una lettura cupa, specialmente nei primi capitoli, di sapore “lovecraftiano” (so bene che è un anacronismo, ma è utile per rendere l’idea) nella descrizione dei tormenti del protagonista chiuso nell’angusta e buia cella di isolamento, impegnato a trovare un sistema per non impazzire, è una denuncia nemmeno troppo velata delle condizioni di vita nelle carceri americane dell’inizio del XX secolo, e degli arbitrî agghiaccianti che potevano verificarsi all’interno delle loro mura, al riparo di qualsiasi controllo (evidentemente London non aveva paura di affrontare temi “scomodi”, perché è anche autore di un reportage sulla vita dei senzatetto, The People of the Abyss), e poi, naturalmente, è possibile anche solo gustarsela semplicemente come originalissima cornice a una serie di racconti avventurosi (le vite precedenti del protagonista). Spiccano il drammatico racconto del bambino Jesse, che viaggiava nella carovana che fu massacrata a Mountain Meadows in un attacco dei mormoni (tragico episodio realmente avvenuto nel 1857) e le avventure e le lunghe sofferenze del naufrago Adam Strang nella Corea del XVII secolo, ma altri racconti interessanti vedono protagonisti un santo eremita nel deserto nei primi secoli del Cristianesimo, un vichingo nella Palestina ai tempi di Gesù, un altro naufrago sopravvissuto per anni su un’isola deserta.

Jack London, The Jacket (Star-Rover), voto = 4/5

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Il falò delle vanità

Sempre più in ritardo queste recensioni, scritte con sempre più giorni di distanza dalla lettura del libro, e perciò sempre più approssimative… Va beh.

A posteriori, sono molto contenta che per lettura di gruppo di novembre di Goodreads Italia sia stato scelto, dopo una lunga battaglia con Possessione di A.S. Byatt, Il falò delle vanità, bestseller di Tom Wolfe del 1987.
Sì perché, mentre il libro della Byatt aveva già comunque un posto nella mia lista dei “da leggere” (prima o poi), chissà se avrei mai preso in considerazione quello di Wolfe, se non fosse stato per questa occasione. In effetti, quel che sapevo finora dell’autore è che è un signore molto elegante e che ha scritto un romanzo, Io sono Charlotte Simmons, uscito nel 2003, che all’epoca mi aveva incuriosito ma presentava giudizi talmente contrastanti, e alcune stroncature così nette, da farmi passare la voglia di approfondire. Inoltre, forse proprio l’immagine da “dandy” dell’autore mi aveva fatto arbitrariamente pensare che anche la sua scrittura fosse affettata, pretenziosa, pesante, eccessivamente “letteraria”. Fatto sta, comunque, che la trama de Il falò delle vanità era sufficientemente interessante da farmi accantonare queste riserve, anche di fronte alla mole del libro (più di 700 pagine)… e, come dicevo, il risultato è che ho visto con soddisfazione smentiti tutti i miei “timori” e pregiudizi, e mi sono goduta, anzi divorata, una bellissima lettura.

Il falò delle vanità riesce a essere un libro “simbolo” degli anni ’80 e allo stesso tempo sembra scritto ieri. New York è la vera protagonista (suggerisco di tenere a portata di mano una mappa della Grande Mela durante la lettura! Inutile dire quanto ho amato immaginare di ripercorrere di nuovo quelle strade), ma New York non è una città sola: qui c’è la New York di chi abita a Park Avenue, la strada più lussuosa del borough più ricco (Manhattan) della metropoli più importante della nazione più potente del mondo, e la New York di chi, solo a pochi chilometri di distanza, vive la realtà totalmente diversa e degradata del Bronx, di come la percezione di questi due poli opposti sia giunta a dominare, in positivo e in negativo, tutte le ambizioni e le paure di chi sta “in mezzo”, di come questi due mondi, che normalmente si fondano su un tacito patto di “non ingerenza”, finiscano per incontrarsi e di come le conseguenze di ciò siano molto più sfaccettate e meno univoche di quanto si potrebbe pensare.
Ancora una volta a colpire del “mito” di New York è il suo essere luogo aperto e chiuso allo stesso tempo, dove le persone più diverse e dalle più svariate provenienze sono contemporaneamente a stretto contatto e più lontane che mai. Al di là della retorica dell’integrazione e del “melting pot”, anche qui (è un’impressione che ho avuto anche guardando la serie TV Boardwalk Empire, che pure non è ambientata esclusivamente a New York e riguarda l’America degli anni Venti… eppure, a leggere il libro, pare che negli anni Ottanta la situazione non sia molto diversa) sembra di trovarsi di fronte a “tribù” (anzi “specie”, visto che addirittura nel romanzo c’è una vera e propria “bestializzazione” della popolazione di New York, che a sua volta è una “giungla” in cui tutti sono impegnati nella “lotta per la sopravvivenza”) che si spartiscono gli spazi, e se oltrepassi alcuni “confini” entri in un “territorio” totalmente diverso, popolato da “branchi” di uomini totalmente diversi da te, che rispondono a codici e leggi completamente diverse, e la cosa è universalmente nota, accettata e persino salvaguardata, perché aiuta a dare un minimo di “senso” alle dinamiche della metropoli. E quindi abbiamo i wasp protestanti, gli ebrei, gli italiani, gli irlandesi, i neri, i britannici ex colonizzatori e ora immigrati spocchiosi. Tutte queste categorie si scrutano, si riconoscono a vicenda, si tengono a debita distanza… fin quando, come avviene in questo romanzo, il caso non le costringe a fare i conti l’una con l’altra.

Sherman McCoy, giovane “broker” di Wall Street, si ritiene a buon diritto, e senza nessuna ironia, uno dei “Padroni dell’Universo”: guadagna un sacco di soldi, con una telefonata è in grado di spostare somme enormi di denaro, abita in uno degli appartamenti più sfarzosi di Park Avenue con moglie e figlia, ha un’amante giovane e bella, non gli manca nulla. Eppure, basta che una notte, al volante della sua Mercedes, prenda l’uscita sbagliata e si ritrovi, in compagnia dell’amante, perso fra le strade malfamate del Bronx, e basta che, in un incidente dalla dinamica molto confusa, la sua auto investa un giovane nero, perché un’esistenza pienamente sotto controllo gli sfugga totalmente di mano, la sua identità stessa venga fatta a pezzi e assuma, a seconda dei casi e dei destinatari, il conveniente ruolo di arma di ricatto (per l’ambiguo leader della comunità nera, pronto a fomentare gli animi), capro espiatorio (per il politico in cerca di voti), occasione di rivalsa e trampolino di lancio (per il giornalista fallito che dà la storia in pasto all’opinione pubblica e per l’ambizioso e frustrato procuratore distrettuale), pretesto per la “buona causa” del momento (tutti coloro che sfruttano a fini di visibilità la protesta degli abitanti del Bronx). D’altra parte uguale “disumanizzazione”, ma di opposto segno, tocca all’altro protagonista della tragedia, il giovane investito. Non è un caso che l’epilogo (segue spoiler), amarissimo praticamente per tutti i personaggi, veda invece, in stridente contrasto, il “trionfo” (di proporzioni talmente esagerata da dover essere necessariamente inteso in senso ironico) del giornalista pretenzioso e cinico che, con i suoi articoli trasudanti sentimentalismo d’accatto e disinvoltamente forcaioli, dai dettagli spesso aggiustati ad arte, ha scatenato la “caccia alle streghe”.

Attenzione, non si pensi però che tutti questi Grandi Temi che ho cercato (confusamente) di rilevare rendano la lettura impegnativa, pesante, difficoltosa: come dicevo prima, tutt’altro! Il romanzo scorre via che è un piacere malgrado il fatto che, tutto sommato, le parti di azione propriamente detta non siano molte, perché il precipitare, lento ma inesorabile, degli eventi tiene comunque avvinti alla vicenda. Soprattutto, è tutto molto meno “netto” e “categorico”, più “problematico” e meno “consolante” per il lettore di quanto una sintesi, compresa la mia, possa far pensare (seguono alcuni spoiler, per leggerli vanno evidenziati): Sherman e Maria, la sua amante, sono scappati senza fermarsi perché credevano di essere vittime di un tentativo di rapina, è così o no? Se no, perché l’altro ragazzo che era presente sulla scena non denuncia subito il fatto? È proprio vero, come sostengono la famiglia di Henry Lamb (il ragazzo investito), il reverendo Reginald Bacon, la stampa, che i medici siano stati negligenti nel trattare Henry, perché il paziente era un ragazzo nero del Bronx, e l’hanno colpevolmente mandato a casa dopo avergli semplicemente fasciato il polso… o è stato inspiegabilmente e assurdamente reticente Henry a non parlare subito dell’incidente? E perché non l’ha fatto? La Procura non ha aperto subito un fascicolo perché effettivamente la vita di un ragazzo nero non vale molto… oppure è anche vero che non vi erano oggettivamente elementi sufficienti per procedere? E si può continuare ancora, con i dubbi e le domande e le incertezze, con l’autore che spinge al massimo sul pedale dell’ambiguità soprattutto nel finale, per non dare al lettore nessun “appiglio” per formulare un giudizio “facile” e “comodo” (segue mega-spoiler sul finale): sì, era un tentativo di rapina, MA per finta… Sì, la verità viene a galla, MA la registrazione che la contiene è stata fatta e ottenuta in modo illegale, e Sherman è costretto a spergiurare per farla ammettere come prova.

Devo ringraziare la mia passione per la serie TV The Good Wife se ho potuto capire agevolmente le parti più strettamente legali della vicenda!

Tom Wolfe, Il falò delle vanità (trad. Ranieri Carano), voto = 4/5

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Bring Up the Bodies

Continua la storia di Thomas Cromwell e della corte dei Tudor. Caterina d’Aragona, la ex regina ripudiata, è in fin di vita, ma lei, e soprattutto la giovane principessa Mary, continuano ad avere i loro sostenitori e fedelissimi; però, una volta che l’altera spagnola, irriducibile nella sua convinzione di essere l’unica legittima regina d’Inghilterra, muore nella sua semi-prigionia, le trattative diplomatiche fanno capire a Cromwell che, mentre finché lei era in vita andavano salvate le apparenze, ora un riavvicinamento fra Enrico e l’imperatore Carlo V, nipote di Caterina, non sarebbe poi così impossibile… C’è però sempre l’ostacolo della “scomoda” regina Anna Bolena, che quasi nessuna corte in Europa è disposta ad accettare. Anna Bolena che, fra l’altro, dopo aver dato alla luce una bambina, Elizabeth, continua a fallire nel suo “compito” di dare al re un figlio maschio, e sulla quale cominciano a moltiplicarsi i pettegolezzi, soprattutto relativi ai suoi rapporti coi giovani gentiluomini che le stanno sempre accanto. Oltre tutto, a complicare ancora di più le cose, il re ricomincia a guardarsi intorno e ultimamente si mostra sempre più interessato alla giovane, timida, remissiva Jane Seymour, che naturalmente ha dietro tutti i parenti, pronti a cogliere i segnali e ad approfittare del vento che cambia, per prendere il posto che al momento è occupato dal clan dei Boleyn.

E così Thomas Cromwell si trova nella paradossale situazione di dover disfare tutto quello che aveva realizzato nel primo romanzo, il “capolavoro” politico dell’annullamento delle nozze del re con Caterina, dell’Act of Supremacy e dell’incoronazione di Anna, e di doversi alleare con quelli che in realtà considera i peggiori nemici suoi e del re, la vecchia nobiltà del sangue e gli irriducibili pretendenti al trono dei Tudor, da sempre ostili ad Anna Bolena e ai suoi invadenti e avidi familiari, in un rischioso esercizio d’equilibrismo che, se lo conferma al centro degli eventi e delle macchinazioni, gli fa anche capire di non avere alcun alleato fidato (non Anna e i Boleyn, che pure ha aiutato a far arrivare al potere, non l’antica nobiltà, che lo disprezza per le sue umili origini ed è rimasta per lo più fedele a Roma) a parte, unicamente, il re, il cui favore però è sempre volatile…

Non mi dilungo troppo, perché vale quel che ho già scritto per Wolf Hall; anzi, avendoli letti l’uno di seguito all’altro, a dire la verità per me i due libri si sono “fusi” in un unico, lunghissimo romanzo.

Per la serie “non capisco il titolo”, stavolta “Bring Up the Bodies” è la frase pronunciata quando vengono condotti al patibolo George Boleyn e gli altri gentiluomini accusati di essere gli amanti della regina. In Italia se la sono cavata scegliendo di intitolare il libro Anna Bolena, una questione di famiglia: non è che mi piaccia molto, sebbene, a essere sinceri, stavolta anche l’originale non era granché.

Thomas Cromwell continua a essere l’unico che capisce sempre tutto e non sbaglia mai. Se gli altri lo ostacolano, è perché o sono ottusi o è lui a essere troppo avanti sui tempi. Io neanche sapevo che fosse mai esistito un Thomas Cromwell, quindi non so, forse è vero che era un grande, un genio. Certo, dopo circa 1000 pagine (più o meno il totale sommando quelle di primo e secondo libro), Thomas Cromwell e la sua infallibilità cominciano a diventare un po’ antipatici, e forse si avrebbe anche voglia di leggere un punto di vista diverso.

E in effetti Bring Up the Bodies, per quanto pregevole, fino a tre quarti della sua lunghezza si stava collocando un gradino sotto il suo predecessore, perché l’interminabile serie di colloqui di Cromwell con questo o quell’altro personaggio (ché, così come in Wolf Hall, non si può dire che succedano molte cose nel romanzo) cominciava a essere stancante. Però la Mantel si “riscatta” con un’ultima parte più avvincente, in cui avvengono (non penso ci sia bisogno di mettervi in guardia dallo spoiler, no? È Storia. Va beh, lo nascondo comunque) il processo e la condanna a morte di Anna Bolena.

E ora mi dispiace di non potermi “tuffare” subito nella lettura della terza e ultima puntata, The Mirror and the Light (sempre criptici questi titoli), che uscirà nel 2015. Mi dispiace anche perché, a dirla tutta, mi ero ormai abituata allo stile di narrazione non certo facile: così invece, tra qualche mese, dovrò rifare nuovamente fatica!

Hilary Mantel, Bring Up the Bodies, voto = 4/5

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Wolf Hall

Dopo Gums, Germs, and Steel, ripercorrendo la lista dei libri letti quest’anno, ho notato con soddisfazione una maggioranza di letture “serie”, impegnate (e non per questo necessariamente spiacevoli, naturalmente), tanti saggi, e quindi mi sono detta che ora avrei anche potuto “premiarmi” e “concedermi” qualcosa di facile, veloce, un romanzetto leggero, d’intrattenimento, divertente o appassionante, di poche pretese e persino un po’ “scemo”.
Con queste premesse, che cosa ha “scelto” per me l’imperscrutabile “genio” che presiede alla fase in cui finito un libro se ne comincia uno e non un altro? Sì, Wolf Hall, di Hilary Mantel (autrice già incontrata in Fludd, che non mi era sembrato affatto facile), “mattone” di oltre 600 pagine, primo capitolo di una trilogia, romanzone assai erudito e complesso sulle macchinazioni e le trame politiche alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Sì, decisamente veloce e leggero!

Eppure, scherzi a parte, la scelta si è rivelata felice. Wolf Hall, in realtà, non è propriamente il romanzo della corte dei Tudor: è il romanzo di un uomo solo, Thomas Cromwell. Addirittura l’autrice non lo nomina quasi mai, riferendosi al suo protagonista dicendo solo “he” (lui), come se fosse ovvio chi è Lui (solo che tanto ovvio poi non è, o almeno non sempre, per cui talvolta, specie nei dialoghi o nelle conversazioni a più voci, la Mantel è costretta a specificare pedantescamente “he, Cromwell”… cosa che all’inizio per il lettore è confusionaria e straziante, poi si finisce per abituarsi. Insomma, il libro mi è piaciuto ma è assai pesante e ostico. Fine della parentesi).
Dall’infanzia miserabile quale figlio di un fabbro violento e ubriacone, alla gioventù passata in giro per l’Europa e soprattutto in Italia come soldato mercenario (sebbene a questi anni della sua vita siano dedicati solo accenni), questo autentico prototipo del self-made man riesce a scalare le gerarchie di corte, non senza lo sconcerto e il malcelato disprezzo dei consiglieri più altolocati di lui, e a diventare l’uomo più fidato di re Enrico nel momento più delicato del suo regno, quando sta cercando, contro il parere del papa, degli altri sovrani europei, a cominciare da Carlo V, la cui minaccia è molto seria, nonché di una grossa parte della sua corte e del popolo, di far dichiarare nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e di sposare Anna Bolena.
In concreto, questo si traduce in una serie infinita di colloqui e trattative e dispute legali e ricerca di testimonianze per stabilire se, decenni prima, l’unione fra Caterina e Arturo Tudor (il fratello maggiore di Enrico, primo marito di Caterina, morto in giovanissima età) fosse stata consumata o no… insomma, non ci si aspetti tanta “azione” in questo libro, e però la ricostruzione d’ambiente e le minuziose analisi di tutte le ripercussioni in politica interna ed estera di ogni singolo sviluppo riescono, grazie alla bravura della Mantel, a risultare lo stesso avvincenti.

Sarà Cromwell, come dicevo, a venire a capo dell’intricata matassa, perseguendo il proprio disegno di arginare l’influenza del papato sulla monarchia e, soprattutto, lo strapotere economico delle istituzioni monastiche, fortemente decadute e corrotte, delle cui immense ricchezze cercherà di impadronirsi per metterle a disposizione della corona. In realtà comunque il nostro non è affatto dipinto come una “eminenza grigia” calcolatrice e machiavellica, assetata di potere: una costante nella sua caratterizzazione è la fedeltà al cardinale Wolsey, suo mentore e padrone, anche quando questi sarà ormai caduto in disgrazia presso il re, e anche dopo la sua morte. Significativo è anche il contrasto fra il Cromwell che si muove negli ambienti di corte e l’attento, premuroso, previdente e affabile uomo privato e padre di famiglia, duramente colpito nei suoi affetti più cari per la morte della moglie e delle figlie bambine (spoiler nascosto, ma in realtà succede molto presto nel romanzo), ma sostenuto e amato da una vivace “famiglia allargata” che comprende figli, nipoti, cognate, apprendisti cresciuti ed educati come se fossero figli suoi, domestici e servitori. E, a chi considera suo amico, come i simpatizzanti delle idee luterane e i seguaci di Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese, duramente perseguitati da Thomas More, Cromwell è un alleato formidabile su cui contare. Insomma, più che di uno “spietato” politico, sembra che la Mantel abbia voluto tracciare il ritratto di un “uomo nuovo”, che ha saputo costantemente reinventarsi e imparare dalle numerose e diverse esperienze, che ha capito che ai vecchi valori stanno per subentrare la concretezza, il senso per gli affari, la forza del denaro, l’arte della diplomazia.

Dal punto di vista del piacere dell’intreccio “romanzesco”, ha aiutato anche il fatto che, fatta eccezione per le figure storiche di primissimo piano, come Enrico VIII e Anna Bolena e Thomas More, ben poco sapessi della moltitudine dei personaggi di contorno, a partire da lui, il protagonista, Thomas Cromwell, per me un illustre sconosciuto prima di iniziare il libro. (Promemoria per me: la prossima volta che leggi un romanzo storico con personaggi realmente esistiti, frena l’impulso di consultare le voci su Wikipedia, o guarda solo quelle dei personaggi già morti: per averlo fatto una volta di troppo mi sono “fregata” con le mie mani scoprendo, senza volerlo, quando e come muore Cromwell).

Certo, non è un libro facile e neppure perfetto in tutto e per tutto: la prima metà, con Cromwell che lavora ancora all’ombra del cardinale, mi ha convinto di più della seconda, un po’ perché l’autrice finisce per innamorarsi un po’ troppo del suo protagonista, che ha fatto tutto, sa tutto, capisce tutto prima di tutti, ed è miracolosamente più tollerante, lungimirante e di ampie vedute di qualsiasi uomo del suo tempo. Tutti i suoi avversari vengono improvvisamente degradati a malvagi, fanatici, corrotti (la Mantel sembra soprattutto desiderosa di demolire in tutti i modi il “mito” del celebre filosofo e intellettuale Thomas More, la cui incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica fino alla condanna a morte viene qui presentata come incomprensibile e ottusa ostinazione).

Il libro è curiosamente intitolato Wolf Hall, che sarebbe il nome della residenza della famiglia Seymour… eppure questo luogo, e questa famiglia, hanno ancora un ruolo piuttosto marginale in questo primo romanzo della serie: strano, quindi, che sia stato scelto questo titolo, se non forse per dare al lettore un vago senso di “inquietudine” o “premonizione” ogni volta che vengono citati.

Hilary Mantel, Wolf Hall, voto = 4/5

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Rosemary’s Baby

Che allegria: dopo la straziante vicenda di Pierre Rivière, il celebre horror di Ira Levin. Ma il prossimo post sarà più divertente, prometto.

Avviso: la storia di questo libro è talmente nota, soprattutto grazie al film, che mi è sembrata superflua la cautela abituale sugli spoiler. Perciò, se vi fosse qualcuno che ancora non conosce per nulla la trama, è meglio che smetta di leggere se non vuole rovinarsi la sorpresa (e che sorpresa!). In ogni caso, mi è uscita una recensione piuttosto raffazzonata (ho lasciato passare troppi giorni dalla fine della lettura), per cui non è che ci siano molti dettagli.

Visto prima il film? Sì. Guy, un attore teatrale la cui carriera stenta a decollare, e Rosemary Woodhouse sono due giovani sposini, che riescono ad accaparrarsi uno splendido appartamento in un lussuoso condominio di Manhattan, appartenuto a una vecchia signora da poco deceduta. Di lì a poco i due fanno conoscenza con i vicini di pianerottolo, i coniugi Roman e Minnie Castevet, anziani signori gentili, forse un po’ invadenti ma tutto sommato gradevoli. La gentilezza dei Castevet aumenta quando Rosemary rimane incinta: allora tutta la banda di vecchietti del Bramford Building si prodiga in premure, fino a “soffocare” la povera ragazza, che inizia a sentirsi sempre più sola (Guy improvvisamente è riuscito ad ottenere una parte importante, ed è sempre più distante dalla moglie e intimo coi Castevet) e inquieta. La gravidanza procede tra qualche complicanza, e comincia a farsi strada, nella mente di Rosemary, il dubbio che i suoi vicini la osservino, e che vogliano fare del male al nascituro… In realtà, è vero proprio il contrario!

Chiaramente, se non sapessimo nulla, uno dei grandi punti di forza del romanzo sarebbe la costante incertezza in cui, fino all’ultimo, è tenuto il lettore: ma i dubbi e le inquietudini di Rosemary sono giustificati, o si sta immaginando tutto? Infatti, per tutto c’è una spiegazione “razionale”, in genere fornita dal marito Guy. Forse il libro riesce meglio del film a perpetuare questa atmosfera in cui tutto è ancora possibile (nel film, l’uso delle immagini, che sembrano più “vere”, soprattutto la sequenza del “sogno” e del concepimento del bambino, ci mettono subito all’erta sul fatto che ci sia effettivamente qualcosa che non va).
Visto però che, ormai, il 99% dei lettori già sa tutto, allora la lettura del romanzo è inquietante e intrigante per un altro motivo: soffriamo per la povera Rosemary, che, ignara, viene ingannata, manipolata, osservata, letteralmente venduta dall’orribile, orribile marito.

Comunque, sia che il film l’abbiate visto oppure no, questo libro, una volta iniziato, è difficile da mettere via: naturalmente, finita la lettura, sono andata subito a rivedere Rosemary’s Baby di Polanski, che è una trasposizione davvero molto fedele del romanzo (sono alcuni episodi minori sono tagliati o condensati), fino allo sconcertante finale. Perciò penso che questo sia uno dei rari casi in cui la “sfida” fra libro e film non abbia un vero vincitore e possa fare contenti tutti: chi ha visto prima il film, come me, avrà piacere leggendo nel rievocare alla mente le immagini, chi ha letto prima il libro troverà riprodotto fedelmente, fin nei dialoghi, il testo.

Ho appreso su Goodreads che esiste un seguito di Rosemary’s Baby, scritto da Levin a trent’anni di distanza: Son of Rosemary. L’opinione prevalente è che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere: il finale soprattutto ha fatto infuriare parecchi lettori. Se siete curiosi, ci sono varie recensioni su Goodreads che ne parlano. A parte questo, comunque, tutti i suoi romanzi sono classici (The Boys from Brazil, The Stepford Wives…) e sembrano interessanti.

Ira Levin, Rosemary’s Baby, voto = 4/5

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Del furore d’aver libri

Il titolo forse è un po’ ingannevole: non ci si troveranno le peripezie del libraio ed editore settecentesco Volpi a caccia di titoli rarissimi, o la sua esposizione semiseria di “sintomi” di questa “malattia incurabile” in cui potremo riconoscerci. Più utile il sottotitolo per capire meglio di cosa si tratta: Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni Libri, disposte per via d’Alfabeto. Si tratta di una serie di consigli, di natura pratica, per avere cura di una collezione di libri, si intende di un certo pregio, ad esempio come vanno spolverati o lavati, come andrebbero disposti negli scaffali, i materiali migliori per rilegarli, nonché di un glossario dei termini del mestiere.

Questo breve opuscolo, scritto nel 1756, è opera di Gaetano Volpi, padovano, uomo di Chiesa ma anche bibliofilo e, assieme al fratello Giovanni Antonio e allo stampatore Giuseppe Comino, libraio ed editore. Pare che la loro bottega fosse particolarmente apprezzata per la correttezza dei testi delle loro edizioni, e nel suo testo Volpi menziona qua e là alcuni testi rari presenti nel loro catalogo, o la bravura e l’affidabilità dei loro collaboratori, come ad es. il legatore Lorenzo “Tedesco” (“TEDESCO, LORENZO. Questi in Padova fu un eccellente legatore d’ogni maniera di Libri, pel corso di molti anni. Gran quantità a noi ne legò, e quasi tutti i Cominiani in Carta Romana, o Turchina, in cuojo, o in purissime pergamene, con carte dorate. Protestava egli più volte d’aver non poco approfittato nel suo mestiere per varie nostre avvertenze”). Insomma, sicuramente se ne intendeva, e decise di mettere la sua esperienza al servizio di altri amanti dei libri.

Forse, come già accennavo nella recensione a Sei biblioteche, sono “prevenuta” in senso favorevole, e con me ogni libro che parla di libri parte già da un voto alto, ma io mi sono divertita, anche se alcune voci di questo prontuario sono più aride o troppo tecniche. E poi l’autore riesce a “vivacizzare” la materia inserendo qua e là esempi e aneddoti, che talvolta lo riguardano anche in prima persona, come il bibliotecario di Firenze che usava inserire le sardelle salate nei libri a mo’ di segnalibro (orrore!), come l’amico che gli racconta disperato che a sua insaputa i suoi bambini hanno staccato tutte le illustrazioni dai suoi preziosi libri per giocarci (e infatti il consiglio di Volpi è: “FANCIULLI. Per questi convien chiuder le Librerie, e nascondere i buoni e scelti Libri“), come il suo racconto indignato di alcuni maleducati membri di che hanno orinato sulle librerie di una sala dove si riuniva la loro Accademia (“ORINA. Di cani, di gatti, e di sorci è pestilenziale pe’ Libri, e nondimeno spesso vengono da essa infestati. Chi poi avrebbe potuto pensare di dover nominare anche quella degli uomini? E pure conviene accennarla; mentre si son trovati alcuni così svergognati, che, tenendosi in capo di certa gran Sala, ornata d’una Pubblica Libreria, tratto tratto erudite Accademie, dall’altro canto l’hanno depositata sulle stesse scanzìe de’ Libri, o tempora! o mores!, cosicché si è risoluto anche perciò di mutar luogo alle dette Accademie“). Io me lo immaginavo Volpi girare a Padova per le biblioteche di amici e conoscenti, o di famiglie insigni e istituti religiosi, o di colleghi librai, e mettersi le mani nei capelli per gli “scempi” veduti, come quando racconta desolato di un gentiluomo che usava la sua biblioteca come granaio:

LIBRERIE. Da alcuni così poco si apprezzano che le hanno come un inutile ingombro delle lor case, o palagi. In certa Città d’Italia da alcuni Signori fu chiesto d’una, occupante un’intera stanza, il meschinissimo prezzo di soli trenta scudi Romani; accordato subito da un avveduto ed erudito Bibliotecario; avendo avuto scrupolo di dettrarne un quattrino, e la stanza, in vece fu subito fornita di sedie e d’altri utensili alla moda. Queste [le librerie] chi tien troppo esposte, e chi troppo chiuse. De’ primi era certo Signore in un luogo d’Italia, che com’io vidi con nausea ed isdegno, facea stendere il grano in mezzo della Libreria lasciatagli da’ suoi antenati; incitamento a’ topi dopo d’aver gustato quel solito lor cibo, di voler assaggiare anche i Libri; i quali erano orribilmente coperti di polvere e di tele di ragni. […]

Oppure, come si fa a non provare tutta la nostra umana comprensione quando scrive:

SCRIVERE. Vedi FRONTISPICJ. O non si scriva, o si faccia con ogni circospezione, vicino a’ Libri ottimi e aperti, affinché sovr’essi non cada inchiostro: come successe ad un nostro bellissimo Codice del Demetrio Falereo G. e L. comentato da Pier Vettori, sopra il quale certo Letterato che l’ebbe da noi in prestito, versò un calamajo, studiandovi appresso e scrivendovi.

Mi immagino anche la disperazione dell’anonimo letterato, al pensiero di dover affrontare la reazione del “terribile” e scrupolosissimo Volpi per aver rovinato un libro di sua proprietà!
O anche:

SORCI. Vedi GATTI. LIBRERIE. Gran nemici de’ Libri. Temendone il Petrarca, accarezzava la sua famosa, e co’ versi celebrata Gatta, che imbalsamata ancor si vede nella casa da esso abitata in Arquà, villa ne’ colli Euganei. Assai curiosa burla fecero i sorci una notte al nostro Comino. Il giorno innanzi avea egli riposti in iscanzìa di sua bottega tre Corpi dell’Opere di Ovidio divise in tre tometti in 12 della recension Burmanniana, impresse in Ollanda, portatigli dal legatore di fresco ben legati in pergamena. Tutti nove i Volumi furono in una sola notte nelle coperte rovinati da’ topi; avendo voluto far pruova qual d’esse riusciva la più gustosa al palato. Converrà per tanto che i Bibliotecarj si forniscano di quegli antidoti che la natura, e l’arte hanno inventati contra di essi.

In ogni caso l’autore non è un “fanatico”, attento solo alla perfezione esteriore dei volumi, poiché i suoi consigli sono mirati principalmente, e ovviamente, a preservare i testi in essi contenuti, e non è neanche del tutto privo di senso dell’umorismo, come si scopre nel simpatico aneddoto raccontato sotto la voce TITOLI BURLEVOLI:

TITOLI BURLEVOLI. Nella Libreria de’ PP. Cappuccini di Bergamo, […] in un angolo di essa osservai un Libro iscritto: Libro per i curiosi. Pensando io tra me stesso che Libro questo esser potesse, sapendo esservene di materie assai strane, e bizzarre, lo trassi dal suo ripostiglio, e m’accorsi essere un pezzo di legno formato a somiglianza d’una schiena d’un Libro in foglio, della estensione di cui non era capace quell’angolo. Di ciò s’accorse il P. Bibliotecario, e mostrò dispiacere di tal burla toccata a me; ma io risi, dicendo che ben mi stava, essendo io appunto in tal materia nel numero de’ più curiosi.

Come l’avrebbe presa Gaetano Volpi, grande cultore dell’oggetto libro, a sapere che ho letto la sua opera su un ebook-reader? Questo testo infatti è scaricabile legalmente e gratuitamente in vari formati qui.

Gaetano Volpi, Del furore d’aver libri, voto = 4/5

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