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La solitudine amica

Sono qui raccolte le lettere che Farinelli spedì al protettore e amico Sicinio Pepoli, nobile bolognese appassionato di teatro (e per certi versi “impresario teatrale” a tutti gli effetti), dal 1731 fino alla morte del Pepoli, nel 1750. Interessanti e belle le lettere, da cui emerge innanzi tutto un’immagine molto simpatica e toccante del cantante Farinelli, lontanissimo dallo stereotipo di “diva” del bel canto (il volume uscì non molto tempo dopo il film Farinelli voce regina, del 1994, che pare fosse un concentrato di macroscopiche inesattezze e ridicole invenzioni e che infatti viene spesso e volentieri preso come obiettivo polemico e demolito), professionale e allo stesso tempo ben consapevole del proprio eccezionale valore, scrittore talvolta sgrammaticato ma espressivo, affettuoso e spiritoso con gli amici lontani e il caro Pepoli, ma spesso anche malinconico e tremendamente solo. Intorno a lui il mondo dei teatri e delle corti settecentesche, e la “giungla” del mondo dell’opera in particolare, con tutto il suo irresistibile fascino rococò di maestri e talenti italiani alla conquista dell’Europa intera. Le figure di Farinelli e dei castrati, poi, alla nostra mentalità moderna assumono una sfumatura quasi “fantastica”, tanto la comprensione del fenomeno ci riesce ormai impossibile, quasi una “favola” (non senza, certamente, venature tragiche e sinistre), perché sono voci e suoni che non sentiremo mai (e quanto è “magica” e “irreale” e, confesso, quasi commovente l’immagine di Farinelli che, ogni notte, per anni, con la bellezza del suo canto riesce a calmare gli attacchi di depressione di Filippo V?).

Si vede benissimo che dietro all’edizione c’è stato un gran lavoro dei curatori (molto bella l’introduzione di Francesca Boris; se proprio devo fare un appunto, avrei fatto uno sforzo in più e messo qualche immagine, giusto per far vedere la calligrafia del Nostro), peccato che il volume sia strutturato in modo “infernale” per il lettore: invece di normalissime note a piè di pagina (o in fondo), ci sono le trascrizioni delle lettere, poi c’è “Fatti e commenti” (brevi testi con il contesto e la spiegazione di quanto leggiamo, potevano benissimo essere messi come “cappelli” ai gruppi di lettere da Vienna, da Londra, da Madrid, ecc.), il “Glossario” (spiegazione di termini inusuali o desueti), il “Dizionario” (schede biografiche dei personaggi citati), tutto senza mai uno straccio di rimando nel corpo del testo, così che il lettore non ha idea se per quella parola o quel nome ci sia una nota di spiegazione o meno, ed è costretto o a saltellare qua e là fra le pagine a casaccio interrompendo la lettura continuamente, o a leggere tutti gli (utilissimi, dettagliati e interessanti, ma di fatto inconsultabili) apparati alla fine, perdendo però l’aggancio immediato con il passo cui si riferiscono.

Farinelli, La solitudine amica. Lettere al conte Sicinio Pepoli, a cura di Carlo Vitali, voto = 3/5

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Angela’s Ashes

Devo ringraziare l’utente di Goodreads Italia che ha gettato questo libro nel “Pozzo di Natale” 2014, dal quale sono riuscita ad aggiudicarmelo.

In Angela’s Ashes, in italiano Le ceneri di Angela, leggiamo i ricordi dell’infanzia dell’autore, Frank McCourt (1930-2009), dall’incontro dei suoi genitori, immigrati irlandesi a New York, alla nascita e ai primissimi anni di vita nella Grande Mela, poveri ma vivaci e briosi. Disgraziatamente, una tremenda tragedia familiare, la morte di una piccola sorellina, costringerà la famiglia a tornare nella natia Irlanda: dall’atmosfera colorata delle strade di New York con mille razze e culture a contatto, a Limerick, città povera, chiusa, tetramente cattolica, ostinata e ossessiva nei suoi secolari pregiudizi (l’odiato inglese, certo, ma anche gli irlandesi del Nord). E da lì comincia un’altra storia, fatta di stenti, nuove nascite e nuovi lutti, crisi, difficoltà e pregiudizi, vista però sempre attraverso lo sguardo del bambino Frank, la cui voce narrante volutamente ingenua e “incosciente” riesce a far risaltare i momenti più teneri e comicamente assurdi, e soprattutto la tempra, la forza e le innumerevoli risorse della madre, Angela, che non a caso è l’eroina del titolo.

Sono stata doppiamente fortunata perché il libro che ho ricevuto in regalo era in inglese, e veramente vale la pena, se possibile, leggere questo memoir in lingua originale, per apprezzarne lo stile unico.

Stile che per me è stato, a dire il vero, contemporaneamente punto di forza e debolezza del libro. Fino a pagina 100 è un incanto, le pagine scorrono via in un lampo, un paragrafo tira l’altro. Da pagina 101 in poi, comincia un po’ a stancare: lo stile “bambinesco” alla lunga è artificioso, suona come una “cantilena” un po’ troppo insistita (fortunatamente negli ultimi capitoli, quando ormai Frank ha 13-14 anni, il tono bamboleggiante lascia opportunamente il posto a uno più “normale”), e gli inserti in cui risalta più chiaramente la mano dell’autore, i passaggi caratterizzati da ironia amara o sentenziosità fintamente ingenua, “da bambino” appunto, un po’ troppo scopertamente pensati con l’intenzione di far “riflettere” il lettore.

Questo mio leggero “fastidio”, comunque, non è stato tale da oscurare completamente il piacere di seguire la storia, quella sì troppo interessante e mai noiosa. Il libro si conclude con Frank ormai diciannovenne che attraversa di nuovo l’Atlantico per tornare negli Stati Uniti: le sue peripezie di giovane e povero immigrato vengono narrate da McCourt in un altro libro, ‘Tis (in italiano Che paese, l’America!): temo però che non abbiano su di me la stessa presa della sua infanzia “infelice, irlandese e cattolica”, per cui, per quanto mi riguarda, le sue memorie si concludono (probabilmente) qui.

Frank McCourt, Angela’s Ashes, voto = 3/5

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Il dialetto dimenticato

Libretto scoperto in modo totalmente casuale nel corso del mio lavoro: semplici abbozzi, quadretti, aneddoti, brevissimi, dalla vita del perugino Dino Persiani, classe 1924, parecchi per la verità abbastanza insulsi (o, per dirlo in modo meno brusco, “narrativamente” piuttosto poveri, senza un vero svolgimento e neanche così divertenti. Per il lettore perugino comunque un qualche motivo di interesse e una parte del divertimento stanno nel fatto che il libro è scritto interamente in dialetto (che comunque, come precisa l’autore all’inizio, non pretende di essere “puro”, ma ricalca semplicemente il parlato della gente).

A parte le scene dell’infanzia, degli anni della guerra (Persiani prese parte alla Resistenza) e dell’età più matura, che per la verità sono talvolta trascurabili e non offrono molto più che qualche sorrisetto qua e là, la parte più interessante sono senz’altro i capitoletti dedicati all’esperienza di maestro nelle scuole elementari e serali dei paesini umbri dell’immediato dopoguerra, con episodi gustosi e toccanti che narrano le prevedibili difficoltà di comunicazione, di metodo e naturalmente anche strettamente materiali, ma anche la passione per un mestiere che, all’epoca (e sicuramente non solo allora), non è esagerato definire “eroico”. Peccato che una materia simile non sia stata messa in mano a un autore più talentuoso che, magari integrando anche un po’ con la fantasia, poteva ricavarne un racconto meno frammentario e più elaborato.

Insomma una lettura breve e leggera leggera affrontata per pura curiosità, che sicuramente non aveva molte pretese.

Dino Persiani, Il dialetto dimenticato. Racconti veri, voto = 2,5/5

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Heads in Beds

Come accade sempre più spesso, è dai miei fidati contatti su Goodreads che scopro nuovi libri. Per il memoriale Heads in Beds: A Reckless Memoir of Hotels, Hustles, and So-Called Hospitality, di Jacob Tomsky, resoconto delle esperienze lavorative dell’autore nella “giungla” del settore alberghiero, mi aveva colpito la recensione entusiasta di una utente, di cui cito l’accattivante esordio: “something unprecedented has happened in the publishing industry: they published a book by (wait for it!) a good writer. >>gasp<< I know. I’m as shocked as you are, really”.

Devo confessare che un po’ mi aspettavo una sequela di aneddoti divertenti stile “mi ricordo quella volta che in hotel è venuto Mr ***, ah ah ah”, oppure “mi ricordo quella volta che quel cliente mi fece quella richiesta assurda, ah ah ah”. Invece il libro non è uno “Stupidario dei clienti d’albergo”, e il suo intento principale non è far ridere e basta.

Heads in Beds si apre a New Orleans, verso la fine degli anni novanta, allorquando “Thomas Jacobs” (alter ego di Jacob Tomsky: l’autore ha modificato tutti i nomi di luoghi e persone presenti nel libro) esce dal college col suo bel degree in Filosofia, e ben presto si accorge che non gli servirà assolutamente a nulla. Il suo ingresso nel business alberghiero avviene quindi dal gradino più basso della piramide, il valet parking, cioè quel servizio, tipicamente americano, in cui un addetto parcheggia e poi riporta la macchina del cliente, che può quindi comodamente scendere e risalire davanti all’ingresso, per un albergo di lusso appena aperto. Tra lotte spietate fra colleghi per accaparrarsi le mance (che saranno uno dei motivi fondamentali dell’intero libro), acrobazie proibite per riportare l’auto al cliente nel minor tempo possibile e incidenti solo sfiorati… o no, il giovane si fa notare, e viene promosso all’interno della struttura, alla reception. Dovrà imparare allora a trattare coi clienti in prima persona, tra incastri di prenotazioni, check-in e check-out, e sconfortante maleducazione. Poi, altra opportunità di carriera: Tom viene promosso a supervisore del personale addetto alla pulizia delle camere; e qui possiamo leggere aneddoti divertenti o comunque interessanti sulle imbarazzanti scoperte fra la spazzatura dei clienti, sulle tecniche adoperate per mettere a posto le stanze nel miglior tempo possibile, in generale su un lavoro ingrato e spesso sottovalutato.

L’autore però non si limita a raccontarci storielle: in alcuni punti il libro è un mix fra autobiografia e manuale, perché, sulla base della sua esperienza, Tomsky dà anche alcuni consigli a noi, clienti degli alberghi, consigli utili ma sempre sul tono ironico del resto del libro, per ottenere la migliore esperienza possibile. Come fare per assicurarsi che la nostra auto non sia maltrattata da un valletto? Come riuscire a farsi dare una buona stanza (come ci insegna Tomsky, una delle bugie più clamorose che possiamo sentirci dire alla reception di un albergo è: “Tutte le camere sono uguali, signore”) o a svuotare il minibar senza pagare? Nella maggior parte dei casi, non sono cose complicatissime da memorizzare, e in pratica possiamo ridurre il tutto a due regole d’oro. La prima è comportarsi civilmente e trattare il personale dell’albergo dove staremo come esseri umani: potrebbe sembrare piuttosto ovvio, ma, a giudicare dagli aneddoti riferiti da Tomsky, pare che valga la pena ripeterlo. La seconda regola è… mance. Mance mance mance: è l’ingrediente in più in grado di smuovere mari e monti. Ma mance alle persone giuste. Non era poi così impossibile da indovinare, eppure la brillantezza dell’autore rende la lettuta non scontata e divertente.

Torniamo alla folgorante carriera di Thomas: lo avevamo lasciato letteralmente sommerso dalle lenzuola sporche dei clienti dell’albergo. È il momento in cui gli giunge una dolorosa illuminazione e in cui capiamo che quello che stiamo leggendo non è, come dicevo, semplicemente uno “stupidario delle cose strane o buffe che succedono negli alberghi”. Tom realizza una cosa: che quel lavoro non gli piace, eppure lo assorbe totalmente al punto che non ha più tempo libero: il suo conto in banca non è mai stato così in saluto, perché l’assurdo è che non ha la possibilità di spendere i soldi che guadagna: durante il suo giorno libero, esausto, passa le ore a casa, a dormire e ciondolare in stato catatonico.
Si dimette, parte: passa alcuni mesi a Parigi, non gradendo particolarmente la “simpatia” dei francesi (sono i mesi dell’attacco USA all’Iraq), alcuni altri, molto più ricchi di contatti e amicizia, in Norvegia. L’anno sabbatico però non può durare per sempre: Tom torna in USA, ma non più a New Orleans, bensì a New York. Una città che rischierà di stritolarlo, che, per quanto non amata, gli sarà impossibile abbandonare a causa della sua “forza di gravità” da vero e proprio “centro del mondo”, e che finirà per trasformarlo, renderlo più stressato, forse più adulto.

L’ultima cosa che Tom vuol fare è tornare a lavorare in un albergo; gli piacerebbe scrivere, trovare un lavoro nel mondo dell’editoria, New York è la Mecca dell’editoria, no? Ce la può fare. Manda curriculum. Risultato? Zero totale. E così, dopo aver lottato invano contro la sua “vocazione”, pressato dalle bollette, cede e invia i fax “fatali” a due alberghi che cercano un addetto al front-desk. Risultato? Grazie alla sua esperienza, subito due colloqui.
Abbracciato così il suo “destino”, Tom viene assunto in un albergo di Manhattan, il “Bellevue” (non esiste, non cercatelo: il nome vero è stato modificato, come dicevo), ben lontano dagli antichi fasti dell’hotel lussuoso e appena inaugurato di New Orleans. La struttura è vecchiotta e il personale un po’ sui generis, ma in compenso New York offre allo spirito di osservazione del protagonista una clientela molto più internazionale e gustosi studi “antropologici” sui suoi colleghi: memorabile la figura del bellman newyorchese, vero e proprio “animale da preda” a caccia di mance (la sua principale fonte di guadagno): Tom ci insegna come trattarli, gli errori da non fare se proprio non intendiamoci servirci di loro (ad es. vietato dire “non voglio disturbarlo”: “Don’t want to bother him? The man has a family. No one is getting bothered here”), come rifiutarne l’aiuto con grazia e in modo da non scontentare nessuno. A New York scopre anche le gioie (e i dolori) dell’essere inquadrato in un’organizzazione sindacale, alla quale dedica righe come al solito brillanti, ma anche informative, non risparmiando critiche e stoccate, ma valorizzando ciò che di prezioso far parte della Union gli ha recato, e l’aiuto ricevuto.

Succede insomma quel che Tom non avrebbe mai pensato: il “Bellevue” e i suoi abitanti diventano la sua casa e la sua famiglia, comincia ad amarli, con tutti i loro difetti. Caspita, comincia ad amare persino il suo lavoro, è orgoglioso dell’impegno profuso per offrire sempre un ottimo livello di servizio, per quanto possibile. È proprio in quel momento che cambia tutto.

L’albergo passa sotto il controllo di una private equity firm; tutta la struttura viene rimodernata e resa “fighetta”. La dirigenza è sostituita con manager d’assalto la cui unica preoccupazione sembra essere risparmiare e spremere qualsiasi dollaro, nonché, ultimamente, cacciare a pedate gran parte del vecchio personale e portare chi rimane (che fa parte della Union e perciò non è così facile da licenziare) all’esasperazione con un mobbing continuo, provvedimenti disciplinari ingiustificati e vessazioni varie, per potersene liberare e sostituirlo con altri pagati meno. La clientela affezionata viene brutalmente “scaricata”, il target ora è un altro: cominciano ad arrivare i primi VIP.
Tom comincia a sentirsi di nuovo in trappola, a fantasticare di ripartire di nuovo da zero in Sudafrica, e a non mettere più alcun “amore” nel suo lavoro, la corda si tende sempre di più fino ad arrivare pericolosamente vicini al licenziamento…

E poi? Ce l’ha fatta Tom a liberarsi o, per citare le sue parole, “Did I make it out? Am I writing this on a mosquito-netted porch while a thick red sun sets over Africa, a book on the table next to me, its pages shifting gently in the warm, fragrant jungle breeze?”.

Questo non ve lo dirò, ma concludo dicendo che, appunto, come assicurava l’utente che mi ha fatto conoscere questo libro, la lettura di Heads in Beds si rivela varia, a sorpresa appassionante, divertente, anche toccante in alcuni punti (il ritorno nell’amata New Orleans post uragano Katrina, ad esempio), insomma decisamente piacevole.

Jacob Tomsky, Heads in Beds, voto = 3,5/5

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Del furore d’aver libri

Il titolo forse è un po’ ingannevole: non ci si troveranno le peripezie del libraio ed editore settecentesco Volpi a caccia di titoli rarissimi, o la sua esposizione semiseria di “sintomi” di questa “malattia incurabile” in cui potremo riconoscerci. Più utile il sottotitolo per capire meglio di cosa si tratta: Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni Libri, disposte per via d’Alfabeto. Si tratta di una serie di consigli, di natura pratica, per avere cura di una collezione di libri, si intende di un certo pregio, ad esempio come vanno spolverati o lavati, come andrebbero disposti negli scaffali, i materiali migliori per rilegarli, nonché di un glossario dei termini del mestiere.

Questo breve opuscolo, scritto nel 1756, è opera di Gaetano Volpi, padovano, uomo di Chiesa ma anche bibliofilo e, assieme al fratello Giovanni Antonio e allo stampatore Giuseppe Comino, libraio ed editore. Pare che la loro bottega fosse particolarmente apprezzata per la correttezza dei testi delle loro edizioni, e nel suo testo Volpi menziona qua e là alcuni testi rari presenti nel loro catalogo, o la bravura e l’affidabilità dei loro collaboratori, come ad es. il legatore Lorenzo “Tedesco” (“TEDESCO, LORENZO. Questi in Padova fu un eccellente legatore d’ogni maniera di Libri, pel corso di molti anni. Gran quantità a noi ne legò, e quasi tutti i Cominiani in Carta Romana, o Turchina, in cuojo, o in purissime pergamene, con carte dorate. Protestava egli più volte d’aver non poco approfittato nel suo mestiere per varie nostre avvertenze”). Insomma, sicuramente se ne intendeva, e decise di mettere la sua esperienza al servizio di altri amanti dei libri.

Forse, come già accennavo nella recensione a Sei biblioteche, sono “prevenuta” in senso favorevole, e con me ogni libro che parla di libri parte già da un voto alto, ma io mi sono divertita, anche se alcune voci di questo prontuario sono più aride o troppo tecniche. E poi l’autore riesce a “vivacizzare” la materia inserendo qua e là esempi e aneddoti, che talvolta lo riguardano anche in prima persona, come il bibliotecario di Firenze che usava inserire le sardelle salate nei libri a mo’ di segnalibro (orrore!), come l’amico che gli racconta disperato che a sua insaputa i suoi bambini hanno staccato tutte le illustrazioni dai suoi preziosi libri per giocarci (e infatti il consiglio di Volpi è: “FANCIULLI. Per questi convien chiuder le Librerie, e nascondere i buoni e scelti Libri“), come il suo racconto indignato di alcuni maleducati membri di che hanno orinato sulle librerie di una sala dove si riuniva la loro Accademia (“ORINA. Di cani, di gatti, e di sorci è pestilenziale pe’ Libri, e nondimeno spesso vengono da essa infestati. Chi poi avrebbe potuto pensare di dover nominare anche quella degli uomini? E pure conviene accennarla; mentre si son trovati alcuni così svergognati, che, tenendosi in capo di certa gran Sala, ornata d’una Pubblica Libreria, tratto tratto erudite Accademie, dall’altro canto l’hanno depositata sulle stesse scanzìe de’ Libri, o tempora! o mores!, cosicché si è risoluto anche perciò di mutar luogo alle dette Accademie“). Io me lo immaginavo Volpi girare a Padova per le biblioteche di amici e conoscenti, o di famiglie insigni e istituti religiosi, o di colleghi librai, e mettersi le mani nei capelli per gli “scempi” veduti, come quando racconta desolato di un gentiluomo che usava la sua biblioteca come granaio:

LIBRERIE. Da alcuni così poco si apprezzano che le hanno come un inutile ingombro delle lor case, o palagi. In certa Città d’Italia da alcuni Signori fu chiesto d’una, occupante un’intera stanza, il meschinissimo prezzo di soli trenta scudi Romani; accordato subito da un avveduto ed erudito Bibliotecario; avendo avuto scrupolo di dettrarne un quattrino, e la stanza, in vece fu subito fornita di sedie e d’altri utensili alla moda. Queste [le librerie] chi tien troppo esposte, e chi troppo chiuse. De’ primi era certo Signore in un luogo d’Italia, che com’io vidi con nausea ed isdegno, facea stendere il grano in mezzo della Libreria lasciatagli da’ suoi antenati; incitamento a’ topi dopo d’aver gustato quel solito lor cibo, di voler assaggiare anche i Libri; i quali erano orribilmente coperti di polvere e di tele di ragni. […]

Oppure, come si fa a non provare tutta la nostra umana comprensione quando scrive:

SCRIVERE. Vedi FRONTISPICJ. O non si scriva, o si faccia con ogni circospezione, vicino a’ Libri ottimi e aperti, affinché sovr’essi non cada inchiostro: come successe ad un nostro bellissimo Codice del Demetrio Falereo G. e L. comentato da Pier Vettori, sopra il quale certo Letterato che l’ebbe da noi in prestito, versò un calamajo, studiandovi appresso e scrivendovi.

Mi immagino anche la disperazione dell’anonimo letterato, al pensiero di dover affrontare la reazione del “terribile” e scrupolosissimo Volpi per aver rovinato un libro di sua proprietà!
O anche:

SORCI. Vedi GATTI. LIBRERIE. Gran nemici de’ Libri. Temendone il Petrarca, accarezzava la sua famosa, e co’ versi celebrata Gatta, che imbalsamata ancor si vede nella casa da esso abitata in Arquà, villa ne’ colli Euganei. Assai curiosa burla fecero i sorci una notte al nostro Comino. Il giorno innanzi avea egli riposti in iscanzìa di sua bottega tre Corpi dell’Opere di Ovidio divise in tre tometti in 12 della recension Burmanniana, impresse in Ollanda, portatigli dal legatore di fresco ben legati in pergamena. Tutti nove i Volumi furono in una sola notte nelle coperte rovinati da’ topi; avendo voluto far pruova qual d’esse riusciva la più gustosa al palato. Converrà per tanto che i Bibliotecarj si forniscano di quegli antidoti che la natura, e l’arte hanno inventati contra di essi.

In ogni caso l’autore non è un “fanatico”, attento solo alla perfezione esteriore dei volumi, poiché i suoi consigli sono mirati principalmente, e ovviamente, a preservare i testi in essi contenuti, e non è neanche del tutto privo di senso dell’umorismo, come si scopre nel simpatico aneddoto raccontato sotto la voce TITOLI BURLEVOLI:

TITOLI BURLEVOLI. Nella Libreria de’ PP. Cappuccini di Bergamo, […] in un angolo di essa osservai un Libro iscritto: Libro per i curiosi. Pensando io tra me stesso che Libro questo esser potesse, sapendo esservene di materie assai strane, e bizzarre, lo trassi dal suo ripostiglio, e m’accorsi essere un pezzo di legno formato a somiglianza d’una schiena d’un Libro in foglio, della estensione di cui non era capace quell’angolo. Di ciò s’accorse il P. Bibliotecario, e mostrò dispiacere di tal burla toccata a me; ma io risi, dicendo che ben mi stava, essendo io appunto in tal materia nel numero de’ più curiosi.

Come l’avrebbe presa Gaetano Volpi, grande cultore dell’oggetto libro, a sapere che ho letto la sua opera su un ebook-reader? Questo testo infatti è scaricabile legalmente e gratuitamente in vari formati qui.

Gaetano Volpi, Del furore d’aver libri, voto = 4/5

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Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima

Forse la recensione più efficace, stringata ma azzeccata, di questo libretto la scrive Jesús Munárriz già nelle primissime righe della sua Presentazione: “Non cercare in queste memorie, lettrice o lettore, le raffinatezze della letteratura, poiché mai fu questo il loro proposito. Scopri piuttosto in esse quel che d’insolito, avventuroso ed elettrizzante contengono, che non è poco”.

Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima: questa autobiografia è opera di Catalina de Erauso, una giovane basca, figlia più piccola di un cavaliere, nata nel 1592; dall’età di due anni, la bambina viene collocata in convento perché vi passi il resto della sua vita. Solo che, a quindici anni circa, Catalina scappa (nel suo racconto sembrerebbe una decisione d’impulso e non pianificata), si traveste da uomo e da lì cominciano le sue avventure e i suoi viaggi, con nessun altro scopo se non vedere un po’ di mondo e non stare ferma nello stesso posto. Dopo aver girovagato tra paesi baschi e Spagna, imbattendosi anche nei suoi genitori che non la riconoscono, Catalina si imbarca per le colonie americane, vive tra il Perù e il Cile, combatte anche con qualche merito nei frequenti scontri con gli indios (ed ecco perché è la monaca alfiere), e soprattutto gioca, scatena una rissa dopo l’altra, ferisce e uccide i suoi avversari in continui duelli (durante un duello notturno non si accorge di avere di fronte il suo fratello maggiore, e lo uccide), entra ed esce di prigione o corre a rifugiarsi presso le chiese e i conventi per sfuggire alla giustizia, e insomma non sembra esattamente uno stinco di santo, finché un giorno non decide di rivelare la sua vera identità. Diventata “un personaggio”, torna in Europa, in tanti vengono a vederla, viene ricevuta a corte, si reca a Roma dal papa che le concede di continuare a vestirsi con abiti maschili. La sua autobiografia si conclude bruscamente, ma da altri documenti si sa che Catalina tornò in America, stavolta in Messico, e lì morì nel 1650.

Il racconto, dopo le prime pagine (la fuga, l’incontro col padre, i primi scontri), diventa abbastanza monotono e ripetitivo, lo stile è arido. D’altra parte Catalina non voleva scrivere un testo letterario, bensì un memoriale da presentare a corte per ottenere dei benefici: quindi tanti svolazzi non le servivano, meglio privilegiare chiarezza, stringatezza e un’elencazione precisa e minuziosa dei suoi vagabondaggi.

E non c’è molto altro da aggiungere. Anche il fatto che la protagonista sia in realtà una donna finisce per essere per buona parte del racconto quasi irrilevante, davvero, quasi lo si “dimentica”: a parte rari episodi, o gli accenni fugaci alle avventure sentimentali (Catalina probabilmente era lesbica, e il fatto che si facesse passare per castrato le dava ampie possibilità di avvicinare donne sposate e non), e il momento della rivelazione finale, la stessa autrice non dedica neanche una riga a questa scelta del cambio di genere. Un documento curioso, una biografia movimentata, una lettura velocissima, nulla più.

Catalina de Erauso, Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima (trad. Lucrezia Panunzio Cipriani), voto = 3/5

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Il libro dei libri

Dopo la fatica del lungo The Fatal Shore (fatica ricca di soddisfazioni, perché il libro era molto bello, ma pur sempre una fatica), ho optato per un libro che si potesse iniziare e finire in un’ora.

Questo di Luca Giorgi (l’ho scoperto grazie a un post del blog “giramenti”) è un immaginario catalogo di titoli improbabili (o fin troppo plausibili? Questo è il problema) “da non perdere”, corredati di autore con foto e mini-biografia, casa editrice, copertina, risvolto e recensioni e “fascette” entusiaste. Tutto finto, naturalmente, ma ci si diverte a prendere in giro abusate e ripetitive mode editoriali, le frasi fatte di alcuni critici, tecniche di vendita furbesche.
Non mi aspettavo che la maggior parte dei finti titoli rientrasse nel genere della “manualistica”, avrei sperato in una maggiore presenza della narrativa e, se proprio devo essere ipercritica (ma un libro come questo invita a una lettura molto “leggera”), da un grafico pubblicitario mi aspettavo maggiore originalità nelle finte copertine. Ma, per il resto, si incontrano le parodie degli innumerevoli manuali di cucina (come quello del famoso chef Pedro Ibharria, intitolato Los avancios), l’Oroscopo di precisione 2012, con previsioni tipo “Capricorno ascendente Vergine, Giovedì 15 Giugno. Ore 9,34: Incontrerete un vecchio compagno di Liceo, Goffredo Refoli, che vi restituirà un vecchio numero di Tex avuto in prestito 42 anni prima”, i romanzi del nuovo campione dell’insopportabile “giallo scandinavo”, o quelli “alla Moccia” (con titoli tipo Mi fai strippare o Ke kasino!) che invece di adolescenti hanno per protagonisti dei vecchietti, e soprattutto i saggi con l’ossessione per i templari, come ad esempio I Templari e il 2012, nella cui introduzione leggiamo “Ormai i fatti parlano da soli: come spiegarsi che, se sommiamo la data di fondazione dell’ordine cavalleresco (1139) con 873, otteniamo esattamente la cifra [sic] 2012?”, o I Templari e la crisi dell’Atalanta.

Un libro memorabile? No. Una lettura veloce e discretamente divertente e con alcune idee geniali.

Luca Giorgi, Il libro dei libri, voto = 3/5

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Qui non ci sono bambini

In occasione della Giornata della Memoria, ho letto questo volumetto che avevo acquistato ormai da un paio d’anni, e di cui appresi grazie a questo articolo sul Corriere della Sera (tra l’altro proprio in questi giorni, sempre per Einaudi, è uscita un’altra testimonianza di una bambina sopravvissuta ad Auschwitz, Il diario di Helga).

Per questo libro penso che parlino meglio di me la biografia del suo autore, e un link ai suoi disegni (vedi più avanti) su Google Images. Thomas Geve nacque nel 1929 a Stettino; nel 1935 si trasferì a Berlino con i genitori. Nel 1938 suo padre fu costretto a emigrare a Londra, da dove cercò, inutilmente, di farsi raggiungere anche da moglie e figlio. Ma le cose andarono diversamente. Nel 1943 Thomas e la madre vennero deportati ad Auschwitz; la madre non ne uscì viva. Thomas invece, che aveva solo 13 anni ma, per sua fortuna, ne dimostrava di più, scampò alla prima selezione (quella che destinava tutti i bambini e gli inabili al lavoro direttamente alle camere a gas) e resistette per due anni nel campo di concentramento. All’inizio del 1945, nel corso di una delle famigerate marce della morte, venne trasferito a Buchenwald con gli altri detenuti. Lì, l’11 aprile, arrivarono i soldati americani liberatori. Thomas aveva 15 anni, era uno dei più giovani sopravvissuti. In un centro di assistenza per bambini vittime della guerra in Svizzera, nell’attesa di raggiungere il padre in Inghilterra, per raccontargli la sua esperienza, non riuscì a usare le parole. Si servì dei disegni: usò il retro di tanti moduli della documentazione del campo lasciata indietro dalle SS e schizzò tante scenette, con uno stile infantile e, proprio per questo, potentemente espressivo: la sua vita, giorno per giorno, l’arrivo, la disinfestazione, gli appelli, le baracche, il lavoro, le punizioni, la fame, la marcia finale, la liberazione.

Non a caso Thomas, da adulto, diventerà un ingegnere: nei suoi disegni colpiscono l’attenzione per le costruzioni, la precisione nel delineare mappe, scale e distanze, oltre che la memoria spaziale del bambino, che disegnava a posteriori. Tutto questo sforzo “organizzativo” e regolatore mi è sembrato anche una prova della sua intelligenza e (anche se quasi mi vergogno, dall’alto non so di che, a pronunciare giudizi su un ragazzo che ha vissuto quell’inferno) della sua grande forza di volontà, del fatto che si sia mantenuto sveglio, vigile, attento, vivo.

A questo genere di libri si dà un “voto” che non può non tener conto più di tutto del valore di testimonianza, della sofferenza che c’è dietro. Ho però qualche perplessità sull’edizione italiana: a parte le didascalie esplicative che Geve ha aggiunto anni dopo, i disegni sono fitti di annotazioni: la gran parte di queste è stata tradotta, ma non tutte (ad es., qui, solo una parte di questo “alfabeto di Auschwitz”): io me la sono cavata abbastanza bene col poco tedesco che conosco, ma forse sarebbe stato meglio darne una traduzione integrale.

Thomas Geve, Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz (trad. Margherita Botto), voto = 4/5

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The Horror! The Horror!

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Whenever applicable, I will hide spoilers: highlight the text to view them.

Il primo libro del 2014 era sulle allucinazioni; questo è sui fumetti dell’orrore americani dei primi anni Cinquanta, ed è ricchissimo di illustrazioni pop-splatter-trash. Se consideriamo che come prossimo libro, ora, sono tentata di iniziare Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri, di Mary Roach, ce n’è abbastanza per farmi venire gli incubi!

Scherzi a parte, questo The Horror! The Horror! (sottotitolo: Comic Books the Government Didn’t Want You to Read!), di Jim Trombetta, visto nella libreria di una “vicina” di Goodreads, è in realtà un saggio molto serio che analizza un genere popolarissimo, i suoi temi predominanti e la sua arte, e soprattutto i motivi per cui a un certo punto venne energicamente combattutto dal governo americano fino all’imposizione di una rigidissima censura, il “Comics Code”, datato 1954. L’autore ha inoltre pescato dalla sua collezione e riprodotto nel volume tantissime copertine di giornaletti oggi rarissimi, di cui potete immaginare il kitsch assolutamente irresistibile (alcuni esempi si possono vedere in questa recensione di un utente di Goodreads, anche se è possibile che il link sia accessibile solo a chi è iscritto al social network: un’alternativa qui), nonché alcune storie nella loro interezza.

Fumetti e riviste quali Weird Tales of TerrorHorrific, Uncanny Tales, Haunted Thrills e via dicendo erano fra gli svaghi più popolari e diffusi tra i ragazzini americani dell’immediato dopoguerra: ben presto però risvegliarono l’attenzione preoccupata di psicologi e politici, finché, appunto, non si decise di regolamentare il settore. Tra le prescrizioni, che a noi ora suonano quasi ridicole ma che piombarono tra capo e collo su tutta una schiera di operatori del settore, che oltre tutto si ritrovarono anche a essere additati e accusati dalla Commissione governativa apposita quali “corruttori della gioventù”, il divieto di usare le parole Horror e Terror nei titoli, il divieto di rendere in modo minimamente attraente o simpatico i cattivi o di presentare situazioni che potessero suscitare “sfiducia” nella legge o nelle forze dell’ordine, l’obbligo del lieto fine nelle storie (!). In teoria, i dettami del Comics Code non erano tassativamente vincolanti, ma gli edicolanti e i rivenditori si rifiutavano di esporre i giornaletti che non vi si attenevano, per cui, di fatto, per delle pubblicazioni che, non dimentichiamolo, erano sì forme d’arte ma anche, anzi soprattutto, operazioni commerciali (lo scopo era vendere!), vi era ben poca scelta.

Come in tutti i casi di censura, emerge “in negativo” che le copertine, le illustrazioni, le storie di queste pubblicazioni andavano a toccare, in modo consapevole o meno (forse uno degli aspetti che mi ha meno convinta del saggio è stato caricare fin troppo e in modo generalizzato di intenzionalità i messaggi reputati “pericolosi” trasmessi da queste riviste), nervi scoperti della società del tempo, come naturalmente la paura dell’olocausto nucleare, la divisione in blocchi e la paranoia anticomunista (“Dungeon of Doom”, pp. 37-41), traumi non ancora elaborati, come gli orrori, da poco emersi, della Shoah, ma anche altri tragicamente attuali, come la guerra di Corea, in cui forse per la prima volta vennero impiegati (o si iniziarono a conoscere) tattiche e armi da “film dell’orrore” (come l’uso del napalm, o le torture fisiche e psicologiche sui prigionieri), e così pure incubi più quotidiani e casalinghi come la realtà delle discriminazioni razziali (emblematico l’esempio citato alle pp. 273-274; inoltre, alle pp. 266-271, una rarità: una storia, riprodotta integralmente, di uno dei pochi artisti afroamericani dell’epoca, “Some Die Twice” di A.C. Hollingsworth, che si svolge su una nave negriera), la violenza domestica (specie sui bambini), fame e povertà (che stridevano troppo con l’immagine esaltante e vittoriosa della nazione più potente del mondo). Questo non vuol dire che tutti i fumetti contenessero messaggi progressisti troppo scomodi per l’autorità, anzi: alcuni erano sicuramente capolavori di satira (la società degli zombie della storia “Corpses … Coast to Coast!”, alle pp. 193-198!), ma più spesso i racconti solleticavano infantilmente gli istinti e i pregiudizi più beceri. Il problema era, però, che osavano trattare, scopertamente o dietro la metafora del fantastico o l’immagine del vampiro e del lupo mannaro, con una violenza inedita, e a un pubblico considerato “innocente”, argomenti che si preferiva piuttosto sottacere che affrontare.

Vero è che, forse, l’egemonia dei fumetti, e dei fumetti del terrore in particolare, avrebbe comunque dovuto cedere, prima o poi, di fronte all’avanzata di nuovi media, come la televisione, ma sicuramente il Codice ne accelerò la fine. D’altra parte, quella dei censori fu una vittoria molto effimera, proprio perché gli stessi temi, la stessa “sfacciataggine” nella raffigurazione della violenza e nel trattamento di temi politicamente scorretti sarebbero riemersi, di lì a poco, proprio in cinema e televisione.

Interessante il parallelo dell’autore fra l’atteggiamento del governo USA negli anni Cinquanta e quello post 11 settembre 2001, caratterizzato, mutatis mutandis, da una svolta a 180°: allora, si scelse di pacificare l’opinione pubblica tentando di eliminare, anestetizzare, infiocchettare qualsiasi riferimento o accenno alle paure più comuni dei cittadini, alle emergenze sociali. In anni più recenti, invece, l’orientamento è stato quello di tenere costantemente alto il livello di allarme nella “guerra al terrore”, di attizzare, più che smorzare, la paura.

Al saggio in sé va un voto di 3,5: ma nel giudicare questo libro grande peso devono avere, ovviamente, la parte grafica, la confezione, l’apparato iconografico, che ne fanno un oggetto prezioso e bellissimo. E poi, le storie che sono riprodotte nella loro interezza! Alcune davvero inquietanti e spaventose e geniali e consapevolmente provocatorie, altre godibili proprio perché ridicolmente, sfacciatamente trash. E in più, in allegato c’è anche un DVD con un documentario televisivo andato in onda il 9 ottobre 1955 (una puntata del programma Confidential Files, condotto da Paul Coates) che mette in guardia contro l’influenza perniciosa dei fumetti sui ragazzini (paradossalmente sembra di guardare una delle esilaranti parodie del genere che si vedono negli episodi dei Simpson… ma questo è vero, oltre che più spaventoso dei fumetti stessi. Tra l’altro, come nota l’autore, è anche fuori tempo massimo perché i fumetti dell’orrore sono già stati banditi l’anno prima)! Solo un appunto: ma è obbligatorio che la “firma prestigiosa” di turno scriva i propri pensierini nell’introduzione? L’editore è così convinto che questo renda ancora più appetibile il suo libro? Qui si tratta di R.L. Stine, famosissimo anche in Italia per la serie dei Piccoli brividi: è un nome che sicuramente ha attinenza col tema trattato, ma nella paginetta di introduzione si limita a dire, in tono spiritoso, che da ragazzino a lui e ai suoi amici piacevano molto questi fumetti, e che a un certo punto scomparvero dalle edicole, ma che nessuno di loro ha mai risentito della loro presunta “nefasta” influenza nella vita adulta. E quindi? Magari se avesse approfondito un po’ sul modo in cui queste precoci letture hanno influenzato la sua opera di scrittore sarebbe stato più interessante.

Jim Trombetta, The Horror! The Horror!, voto = 4/5

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Pyongyang

Un altro libro suggeritomi da Goodreads, attraverso la funzione delle “recommendations” automatiche, che finora si confermano affidabili.

Circa un mese fa mi trovavo in giro e, in attesa di un’amica, per passare il tempo sono entrata, guarda caso, in libreria. Ho preso dalla sezione fumetti Dodici, che non mi ha convinta, e lì accanto ho visto appunto Pyongyang, di Delisle: ho messo via l’ultima opera di Zerocalcare e cominciato quest’ultimo. Ammetto candidamente che l’intenzione iniziale era… leggere l’intero volume, magari in due puntate consecutive, in libreria. Ma, man mano che sfogliavo le pagine, mi è sembrato talmente bello da decidere che no, dovevo possederlo.

Nel 2001 Guy Delisle, disegnatore canadese, si reca a Pyongyang, Corea del Nord, per supervisionare il lavoro di una squadra di disegnatori per un cartone animato di produzione francese: è infatti pratica comune da parte degli studios occidentali (come si impara leggendo il libro) mandare in outsourcing le fasi più meccaniche e ripetitive, che richiedono minore impegno creativo, della produzione (come le centinaia di disegni “di raccordo” che messe di seguito all’altra rendono il movimento dei personaggi sullo schermo) in Paesi in cui il costo del lavoro è decisamente più basso. Delisle passa quindi alcuni mesi nel posto più inaccessibile e impenetrabile per un occidentale, costantemente accompagnato e guardato a vista e possibilmente persuaso della situazione più che rosea del Paese da uno stuolo di gentilissimi “angeli custodi”, guide, interpreti, colleghi, che non lo mollano un secondo.

Il resoconto della sua esperienza ha trovato espressione in questa graphic-novel, che ci offre uno squarcio di un paese dell’assurdo, in cui su tutto e tutti si impongono l’incredibile culto della personalità del “presidente eterno” Kim Il-sung (e, di riflesso, del figlio Kim Jong-il, allora in carica, morto nel 2011), l’inquadramento dell’intera popolazione in una inflessibile routine di rituali e servizi “volontari”, la tetragona fedeltà mai incrinata da incertezze di cui danno prova tutti i nordcoreani che l’autore incontra (è da precisare che chiaramente, “guardato a vista” com’è, egli non ha mai occasione di entrare in contatto con “l’uomo della strada”), la sensazione costante del controllo e della sorveglianza cui si è sottoposti, e di trovarsi in un luogo che risponde a una logica tutta sua, nell’impenetrabile chiusura al resto del mondo, l’assurdo contrasto fra sprechi e imprese faraoniche e situazione drammatica della popolazione (del resto pervicacemente negata). Non a caso, per il viaggio, Delisle si porta dietro da leggere 1984 di George Orwell: la Corea del Nord sembra essere il paese più vicino a tradurre nella realtà l’ideale distopico del romanzo.

Il tono di Delisle rimane sempre leggero, e riesce a far sorridere anche se ci sarebbe da piangere: riferisce dei suoi piccoli “scontri” coi suoi ospiti quando si intestardisce a rompere il rigidissimo protocollo, la sua incredulità (che talvolta si trasforma in fastidio) di fronte a tante obiezioni o complicazioni, attraverso questi piccoli episodi “comici” fa intravedere una realtà che comica non è. Quando il discorso si fa più “politico”, si scontra costantemente con il “muro di gomma” dei suoi accompagnatori, impenetrabili al minimo stimolo alla discussione. Allo stesso tempo, comunque, non si presenta neanche come un eroe, impegnato a scuotere le coscienze dei nordcoreani con cui entra in contatto: riferisce con onestà le tante piccole “cortesie” ipocrite cui si è piegato volente o nolente, e riconosce che il suo passaggio a Pyongyang non avrà conseguenze, finirà come i suoi tentativi di far volare lontano l’aeroplanino di carta dalla finestra.

Guy Delisle non è un giornalista, per certi versi è un osservatore senza tante “sovrastrutture”: se una cosa gli sembra incomprensibile, assurda, inaccettabile, non si fa tanti scrupoli a dirlo, anche se col sorriso. Ho letto una critica su Goodreads in cui questo libro veniva tacciato di “etnocentrismo” e “razzismo”: mi sembra che il “complesso di colpa dell’uomo bianco” stia giungendo a livelli preoccupanti e tragicomici, se abbiamo paura di sembrare “irrispettosi” del regime dittatoriale nordcoreano. Finalmente, anzi, un po’ di sana “cattiveria”, o meglio sincerità senza tanti paraocchi o esigenze di politically correctness.

Non essendo tanto “esperta” dell’arte del fumetto mi astengo dal dare giudizi sul disegno: a me è piaciuto, essenziale ma con qualche tocco “bizzarro”, come la pagina sul loop infinito del ritratto di Kim Il-sung che indossa la spilla di Kim Jong-il che indossa la spilla di Kim Il-sung che indossa la spilla di Kim Jong-il…

Guy Delisle, Pyongyang (trad. Andrea De Ritis), voto = 4/5
Per acquistarlo on line (altra edizione)

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