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Ossa nel deserto

Inizio con una nota che può sembrare frivola e quindi non molto appropriata, ma serve principalmente a me (mi piace ricordare come sono giunta a scoprire un certo libro), per cui questo primo paragrafo si può tranquillamente saltare: nel gioco “La parola del mese”, per agosto era stata scelta la parola deserto e, nel cercare qualche esempio, mi sono imbattuta in questo saggio, che mi ha subito attirato. Uno degli scopi del gioco è proprio scoprire, grazie alla presenza di una certa parola nel titolo, libri nuovi, per cui con me stavolta ha “funzionato”.

L’emergenza del “femminicidio” in atto da anni, almeno dall’inizio degli anni novanta, nella città messicana di Ciudad Juárez (stato di Chihuahua, proprio sul confine con gli Stati Uniti), dove centinaia di donne e ragazze vengono rapite per essere poi spesso ritrovate cadavere, vittime di violenze, o scomparire nel nulla, non è più una novità: io ricordo di averne sentito parlare per la prima volta in un articolo letto anni e anni fa sul Corriere della Sera, forse questo. Ne avevo però una conoscenza mediata dalla prospettiva di Hollywood: so che sull’argomento è stato girato un film e, più recentemente, mi è tornato in mente guardando alcune puntate della serie TV The Bridge (la versione americana: il titolo viene proprio dal ponte che collega El Paso, in Texas, con Ciudad Juárez attraverso il Rio Bravo). Tutti approcci che, probabilmente, semplificano e magari “addolciscono” la realtà, per cui questo saggio è il primo contributo “serio” che leggo su questa tragedia.

Il giornalista Sergio González Rodríguez fa qui non tanto una cronologia degli eventi (anzi, purtroppo questa è spesso ingarbugliata: vedi più avanti), bensì denuncia, con nomi e cognomi (i suoi articoli hanno procurato all’autore più di una minaccia), la catena di errori, omissioni forse non casuali, inefficenze, deliberati depistaggi, indifferenza, pressapochismo, di cui sono responsabili le forze di polizia e le autorità giudiziarie e politiche, statali in primo luogo ma talvolta anche a livello federale, che ha permesso, probabilmente persino coperto, questo olocausto (impressionante l’interminabile lista di nomi delle vittime dell’ultimo capitolo). Sembra che il Messico degli anni novanta (di oggi?), o per lo meno lo stato di Chihuahua, fosse soffocato da una rete quasi inestricabile fra politici, poliziotti, grandi affaristi, narcotrafficanti: ha poco senso, dice l’autore, parlare di “legalità” e “illegalità”, ormai siamo alla “paralegalità”: le attività illecite si svolgono quasi alla luce del sole, con una sicurezza e un senso di impunità assoluti. Per fortuna, nel corso della sua inchiesta, Sergio González Rodríguez incontra vari esponenti, soprattutto della società civile, del mondo delle associazioni, di altra pasta: si spera che negli anni le cose abbiano continuato a cambiare. A leggere le statistiche della pagina di Wikipedia, però, queste morti non sembrano diminuire. Personalmente, mi ha colpito il fatto che l’autore citi, tra i sistemi usati dalle autorità per gettare fumo negli occhi del pubblico e coprire le proprie manchevolezze o la propria complicità, oltre all’individuazione di capri espiatori di comodo, la tattica della colpevolizzazione delle vittime: le ragazze vittime degli ignoti stupratori e assassini erano giovani, spesso di basso ceto sociale, spesso frequentavano locali da ballo, amavano divertirsi, magari conducevano “una doppia vita”, e forse forse, in fondo in fondo, un po’ se la sono cercata, non sono state abbastanza prudenti… Sergio González Rodríguez (e con lui le associazioni femministe e di parenti delle vittime che ha incontrato e che ricorda) fa benissimo a stigmatizzare questa tendenza. Purtroppo, è talmente radicato, in primis in noi donne, l’imperativo della paura, dello “stai attenta!”, che anche io, talvolta, scopro con rammarico, con dispiacere, con disgusto, di non esserne immune.

Un libro forte e il cui valore è stato universalmente riconosciuto quando uscì (la prima edizione è del 2002). Eppure non nascondo di essere rimasta un po’ perplessa a fine lettura: forse occorrevano conoscenze di base che io non possiedo (un minimo di geografia e storia messicane), forse la moltitudine di nomi e di sigle e di uffici mi ha un po’ confuso o forse il fatto che il libro sia stato composto assemblando articoli usciti a più riprese su vari numeri della rivista “Reforma” ha fatto sì che fosse un po’ sconnesso in alcuni punti e con qualche ripetizione in altri, ma insomma non ho compreso appieno lo stato delle cose, l’opinione dell’autore. Sicuramente colpa mia. Sono riuscita a seguirlo meglio, piuttosto che nella sua denuncia dell’incompetenza o, peggio, della connivenza delle autorità di polizia e politiche (che pure, ripeto, è una parte essenziale del libro, sia detto a scanso di equivoci), quando traccia un rapido ritratto del contesto socio-economico della città, del ruolo delle maquiladoras come “motore” economico della zona, unico orizzonte lavorativo per la quasi totalità delle giovani, della vita notturna del luogo, di una cultura tradizionalmente maschilista e misogina, che si fa via via più aggressiva proprio perché inizia a sentirsi “minacciata” da queste giovani lavoratrici e sempre più indipendenti e che risente molto anche della fascinazione per lo stile di vita opulento e sanguinario dei narcos, propagato anche dalla musica, dall’industria dell’abbigliamento, ecc.

Sergio González Rodríguez era amico dello scrittore Roberto Bolaño, che omaggiò il suo coraggio nel romanzo 2666.

Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto (trad. Gina Maneri e Andrea Mazza), voto = 3/5

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La paura

Progetto prima guerra mondiale: parte 2
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù

Mi fa sempre piacere quando sono in grado di risalire con precisione al momento in cui ho scoperto per la prima volta un libro, anche se non interessa a nessuno a parte me. Questa storia in particolare poi non ha proprio niente di speciale, ma la “fisso” lo stesso qui a futura memoria, per quando un giorno rileggerò tutte le recensioni dei libri letti nella mia vita: era il 10 gennaio 2012 e, nella sala d’aspetto dell’AVIS, ho visto la recensione sfogliando la rivista “il Venerdì” di Repubblica. Chiarito questo, passiamo a cose più interessanti.

La paura uscì originariamente nel 1930; nel 1939 si pensò bene di ritirare un romanzo così “antimilitarista” e “antipatriottico” in un momento in cui ci si avvicinava a un altro conflitto. Il libro ricomparve solo nel 1951, sostanzialmente immutato (come scrive l’autore nella prefazione a questa seconda edizione), anche se non è mai diventato un “classico” della letteratura di guerra.

1914. Il diciannovenne Jean Dartemont, alter ego dell’autore, allo scoppio delle ostilità si arruola nell’esercito francese: non è un esaltato patriottismo a spingerlo, ma piuttosto la curiosità, la voglia di partecipare all’evento storico per cui il mondo intero si è mobilitato. La sua visione più che ingenua si infrangerà praticamente subito sulla realtà della guerra di logoramento, delle trincee, della fatica, dell’incubo continuo della morte che diventerà per i successivi quattro anni compagno costante dei milioni di fanti di tutti gli schieramenti, per la stragrande maggioranza giovani chiamati a combattere una guerra che non hanno scelto né voluto.

Una guerra, inoltre, che solo loro conoscono veramente: per i parenti rimasti a casa, per i civili intrisi di patriottismo che leggono i bollettini dello Stato Maggiore sui giornali, per i generali che pianificano attacchi e avanzate sulle mappe, la guerra è un concetto molto semplice: “Avanti fino alla morte!”. E poco a poco il protagonista, e in generale il soldato, si rende conto di quanto sia inutile provare a far capire al resto del mondo l’autentica realtà del conflitto: non verrai creduto, e la tua storia comunque non serve a nessuno, dà solo fastidio. Nelle ultime pagine del romanzo, quando ormai la guerra è alle battute finali, Dartemont è a colloquio con un commilitone, Negré, che incarna una visione cinica e disincantata della vita. Mentre Dartemont è convinto che la loro testimonianza possa servire a evitare altre guerre in futuro, l’altro se la ride: pensa forse che la situazione cambierà di una virgola per tutti i governanti, generali o affaristi che hanno fatto fortuna con la guerra? Quanto ai giovani del futuro che si troveranno un giorno a partire per il fronte come loro, continua Negrè, per quanto lo riguarda lui sarà lì a guardarli partire e ad acclamare il loro coraggio, perpetuando tranquillamente il ciclo infinito.

Non mi è sembrato un capolavoro (ci sarà pure un motivo se, anche dopo la ripubblicazione negli anni cinquanta, non è granché noto fra i titoli sulla guerra), c’è qualche lungaggine e, soprattutto, più di una volta l’autore inserisce le sue considerazioni mettendole in bocca a vari personaggi, creando quindi dialoghi un po’ artificiosi e pesanti. È però un’interessante testimonianza.

Ho un appunto da fare sulla traduzione, che poi è sempre il solito, in fondo: gli “adattamenti” forzati per me poco giustificabili e per di più inefficaci. Alle pp. 259-260 il protagonista racconta di ritrovarsi insieme a soldati che provengono dalla Francia meridionale: Nizza, Marsiglia, Tolone. Sono chiassosi ed espansivi e parlano un colorito dialetto, che presumibilmente si poteva leggere nell’originale francese. Qui in questa edizione viene reso con alcune battute in romanesco/napoletano. Non è la prima volta che incontro traduttori che ricorrono a questa soluzione in situazioni analoghe: a me sembra una cosa profondamente insensata e persino ridicola. Qualsiasi lettore è in grado di rendersi conto che qui l’aggettivo “meridionale” chiaramente non si riferisce agli Italiani del sud, e stona terribilmente questo inserimento incongruo. È chiaro che situazioni come questa sono “l’incubo” del traduttore, perché assai ardue da risolvere, lo capisco che non deve essere facile: l’unica alternativa che adotterei io sarebbe esattamente l’opposto, una nota in cui si informa il lettore italiano che quella parte del testo, nell’originale, non è traducibile, con tutte le sue sfumature, nella nostra lingua. Non so se sia preferibile evitare questa “ammissione di impotenza”, può darsi di sì visto che, appunto, queste bizzarre “italianizzazioni” non sono poi così infrequenti.

Gabriel Chevallier, La paura (trad. Leopoldo Carra), voto = 3,5/5

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Una settimana di bontà

Sono in ritardo col Reading Challenge (tutta colpa de L’Aleph) e quindi ricorro a squallidi mezzucci: leggere libri di sole figure!

Scherzi a parte, in realtà ciò non vuol dire che questo Una settimana di bontà, dell’artista surrealista Max Ernst, sia un libro facile, anzi. Lo vidi per la prima volta al bookshop della mostra “Genio e follia” (Siena, 31 gennaio-25 maggio 2009): purtroppo costava (e costa) parecchio, e il mio primo pensiero fu: “spendere così tanto per un libro di cui probabilmente non capirò nulla?”. Eppure è rimasto sempre presente nelle mie “liste desideri” e, quando finalmente si è presentata l’occasione vantaggiosa, l’ho acquistato.
Come spiega il sottotitolo, “Tre romanzi per immagini”, sono riunite qui tre storie, La donna 100 testeSogno di una ragazza che volle entrare al CarmeloUna settimana di bontà, i cui quadri sono composti da Ernst attraverso la tecnica del collage, assemblando insieme ritagli da giornaletti scandalistici o dal Petit Journal (un quotidiano popolarissimo in Francia alla fine dell’Ottocento, riccamente illustrato, in cui si potevano trovare notizie di cronaca nera e romanzi a puntate) e di altra provenienza. A queste composizioni vengono aggiunte, in La donna 100 teste e in Sogno di una ragazza…, delle didascalie oscure o ironiche. Per avere un’idea dello stile di queste immagini (senza però le didascalie), questo è il risultato in Google Images digitando “une semaine de bonté”. Il risultato è estremamente affascinante e inquietante, con queste strane tavole, popolate da figure spesso metà umane metà bestiali, con scene spesso violente, tra supplizi bizzarri e fanciulle seminude, con dettagli ingigantiti o sproporzionati o del tutto fuori luogo, e soprattutto sinistramente erotiche, le cui didascalie (quando presenti), se non arrivano proprio a spiegarne il senso, quanto meno orientano in una certa direzione la lettura.

Come è evidentente fin dal titolo nel caso di Sogno di una ragazza che volle entrare al Carmelo, questi “romanzi per immagini” hanno tutti le caratteristiche di lunghi sogni malati, morbosi (in particolare quello appena citato, in cui sembra quasi di affondare in questa inquietante palude di fanatismo religioso, misticismo quasi barocco, sessualità repressa e paradossalmente inconsapevole, infantile), in cui le proporzioni non esistono, le scene e i visi si sovrappongono, tutto avviene simultaneamente. Nella postfazione si fa soprattutto riferimento a Freud e al suo concetto di “spostamento”, secondo cui l’elemento rimosso dalla coscienza e riportato in superficie dal sogno si sostanzia in dettagli apparentemente incongrui o insignificanti, ed ecco il perché (credo) di questi interni opulenti, di queste immagini sovraccariche di oggetti e particolari, quasi come strani “rebus” della Settimana enigmistica.

Arrivata all’ultima pagina, non posso dire, se voglio essere onesta, di averlo capito al 100%… però certamente è un libro che lascia un’impressione potente, fra immagini che scorrono via come in un film muto impazzito, e talvolta ti colpiscono per intuizioni e associazioni rivelatrici tra figura e testo.
E poi, per passare improvvisamente su un terreno più prosaico, è in definitiva un libro assai elegante, intrigante, “bello” da sfogliare anche qua e là.

In un libro come questo, il mini-saggio di Giuseppe Montesano nelle ultime pagine è importantissimo per cercare di non uscirne senza averci capito nulla… Interessanti, oltre alle informazioni sulla biografia di Ernst, i riferimenti ai precedenti di questo tipo di arte, da quelli più remoti come Brueghel a quelli più recenti come Grandville e Vallotton: utile per capire che, sebbene costituisse sicuramente una novità, il movimento surrealista non nacque “dal nulla”.

Max Ernst, Una settimana di bontà (a cura di Giuseppe Montesano), voto = 3,5/5
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Tony & Susan

La media voti di questo libro su Goodreads non è altissima (3,22 su 5) e, arrivata a metà romanzo, pensavo che tale severità fosse totalmente immeritata. Anzi, il libro mi sembrava coinvolgente e originale. Sentite infatti che premessa eccitante e inquietante.

Susan Morrow è una donna di mezza età con marito e figli che, a Natale, riceve un pacco da Edward, il suo primo marito: è il dattiloscritto del romanzo che lui, fin da quando erano sposati, venticinque anni prima, ha sempre voluto scrivere, e ora Edward, che si fida del suo giudizio, vorrebbe che lo leggesse e gli facesse sapere che ne pensa. Susan è un po’ seccata: ritiene quella richiesta inopportuna e potenzialmente imbarazzante, ma non se la sente di dire di no. Il romanzo si intitola Animali notturni: Susan comincia a leggere.

Tony Hastings è un tranquillo professore di matematica che sta viaggiando di notte in automobile con moglie e figlia, diretto alla casa di villeggiatura nel Maine. All’improvviso in autostrada incrociano un’altra auto con tre balordi, c’è un tamponamento, sono costretti a fermarsi, la situazione precipita e i tre rapiscono le due donne, lasciando Tony da solo, a piedi, in mezzo al nulla.

Susan è sorpresa, ricorda che, quando erano giovani, non le era mai sembrato che Edward possedesse chissà quale talento, anzi, proprio la sua decisione di inseguire testardamente il sogno impossibile di diventare scrittore aveva contribuito molto alla fine del loro matrimonio: adesso, invece, si rende conto che la storia la appassiona, la coinvolge, la spaventa. Le fa dimenticare i piccoli problemi della vita quotidiana e del suo matrimonio, apparentemente senza nubi, e inevitabilmente la spinge a rievocare, senza troppe nostalgie ma forse con maggiore equanimità, gli anni con Edward.

Tony e la sua storia nel frattempo precipitano nell’orrore quando vengono scoperti i cadaveri delle due donne. Il romanzo diventa un giallo senza sbocchi, poi una dolorosa cronaca della crisi di un uomo annientato dal lutto e dei suoi faticosi tentativi di rinascita, poi un thriller sulla ricerca della vendetta…

Ecco, fino a un certo punto il libro, e il libro-nel-libro, che procedono paralleli, funzionano a meraviglia. Animali notturni non ha niente da invidiare ai thriller più blasonati e alcune pagine sono terrorizzanti. Cosa succederà a Tony? E perché Susan sente crescere sempre più in sé un senso di ansia, di paura, di oppressione? Cosa sta cercando di dirle Edward attraverso la storia? Visto che lei se lo chiede di continuo, non possiamo fare a meno di domandarcelo anche noi: perché Edward vuole che legga quella storia spaventosa, violenta, disperata? Aiuto! E belli i brani in cui la lettrice Susan non riesce mai completamente, pure nella sua vita “reale”, a liberarsi delle sensazioni che un libro le lascia, il “potere” che una lettura in corso esercita sulla nostra mente, descrivono situazioni in cui qualsiasi lettore riesce a immedesimarsi…

Poi però mi sono completamente persa e non ho affatto capito dove l’autore mi volesse portare. In poche parole, il libro 2, Animali notturni, finisce, e dopo poche pagine anche il libro 1, Tony & Susan. Tutto qui… Davvero.

Penso allora che tutte le stroncature siano dovute all’uguale sconcerto provato dagli altri lettori che si aspettavano, al pari di me, chissà quale rivelazione finale, o la quadratura del cerchio. Boh, ho letto 408 pagine in 4 giorni e se mi chiedessero qual era il senso di questo romanzo, non saprei che rispondere. Anche la mia “recensione” finisce… nel nulla perché è appunto questo il senso di “fregatura” che Wright ha preparato al lettore: libro finito, tutto qua. Ho letto qualche commento di altri e mi sembra che non ci abbiano capito tanto più di me: in sostanza, la meta-struttura ha retto e mi ha intrigato fino a un certo punto (il potere della lettura, le mie reazioni al libro), ma da un certo momento in poi tutto si è trascinato verso una fine… che non c’era.

Austin Wright, Tony & Susan (trad. Laura Noulian), voto = 2,5/5
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La pazzia di Re Giorgio

Leggo così pochi testi teatrali che non avevo, finora, il tag appropriato: è giunto il momento di crearlo, visto che l’ultima lettura di settembre è stata questa commedia di Alan Bennett, La pazzia di Re Giorgio, cioè Giorgio III (1760-1811). In effetti con questo titolo fino a qualche tempo fa conoscevo solo un film del 1994, e non sapevo che fosse tratto da quest’opera: all’epoca vedevo spesso Videomusic, e a intervalli regolari c’era un breve programma con i trailer dei film in uscita, e io ricordo una scena di questo in cui Nigel Hawthorne (Giorgio III) correva come un matto per i corridoi di Windsor… Questo per dire quali strade tortuose portano alla lettura di un libro (tra l’altro la cosa buffa è che a tutt’oggi quel film, il cui trailer mi aveva colpito così tanto, non l’ho ancora visto: potrei ora fare, come per Quel che resta del giorno, un confronto libro/film).

È possibile (come si legge nell’interessante Premessa di Bennett) che quella di Giorgio III, più che pazzia, fosse una conseguenza di una malattia ereditaria, la porfiria, all’epoca non diagnosticata. In ogni caso, negli anni 1788-1789 in cui è ambientata la commedia, l’incapacità del sovrano di governare alimentò le speranze dell’ambizioso Principe di Galles, suo figlio, di assumere il potere con qualche anno di anticipo facendosi proclamare reggente, e con lui quelle dell’opposizione al primo ministro Pitt, mentre quest’ultimo a sua volta poteva solo augurarsi che il re guarisse in fretta per sperare di poter conservare la sua poltrona. Infatti è sulle lotte politiche e sulle alterne fortune dei vari schieramenti, con i relativi cambi di casacca e trasformismi dell’ultimo minuto, che si concentra il testo, più che sulle classiche “scene di follia”, regalando qualche battuta graffiante di tipico humour inglese.

La Premessa dell’autore, che ricordavo sopra, contiene interessanti informazioni sull’ispirazione per questa commedia, sui tratti dei vari personaggi, sulle piccole libertà storiche che Bennett si è concesso, nonché sui preparativi e le prove per la prima messa in scena (Londra, novembre 1991).

Per la cronaca, anche se nel 1789 Giorgio III si ristabilì e il figlio dovette tornare al suo posto, nel 1811 la salute del vecchio sovrano peggiorò di nuovo e stavolta fu davvero necessario ricorrere alla Reggenza: è il classico periodo della “Regency” di austeniana fama. Alla morte del padre, nel 1820, il Principe di Galles divenne finalmente Giorgio IV.

Alan Bennett, La pazzia di Re Giorgio (trad. Franco Salvatorelli), voto = 3/5
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Al paese dei libri

Nel 2000, lo scrittore Paul Collins e la sua famiglia decidono di trasferirsi da San Francisco al paesino di Hay-on-Wye (Galles). Perché proprio lì? Perché Hay-on-Wye non è un paese “normale”, ma il paradiso dei bibliofili, con un numero spropositato di librerie (più di quaranta nel 2000, oggi un po’ meno) e per di più tutte (tranne una) vendono libri usati, antichi e rari.

Al paese dei libri in sostanza è questo, qualche mese di vita degli americani Collins in Gran Bretagna, dove al fortunato Paul, che fin da bambino ha la passione per i libri oscuri e dimenticati, siccome non gli bastava di essere invidiato solo per il mestiere che fa e per il posto in cui va a vivere, riesce anche senza alcuno sforzo quello che qualsiasi fanatico dei libri sogna ad occhi aperti: andare a lavorare in una libreria immensa e stipata di volumi in ogni angolo, accatastati senza alcuna logica dal suo “anarchico” proprietario, Richard Booth, l’autoproclamatosi “re di Hay-on-Wye”, dal libretto rarissimo e preziosissimo con la prima cosa pubblicata di Scott Fitzgerald ancora studente alla robaccia di nessun valore che non comprerà mai nessuno. Le parti relative ai libri bizzarri e improbabili trovati chissà come da Collins sono formidabili (vedi più avanti), come pure la descrizione del mondo di librerie di Hay-on-Wye e i suoi eccentrici librai, il lavoro sul libro di prossima pubblicazione (La follia di Banvard, anche quello sarà una mia prossima lettura), le riflessioni sulle enormi quantità di libri pubblicati e probabilmente mai letti da nessuno, i timori e i dubbi di un aspirante scrittore di fronte alle pile di remainders dimenticati (destino che forse toccherà anche a lui)… Insomma, in poche parole, tutto ciò che si riferiva ai libri! Se avesse parlato solo di questo, sarebbe stato un gioiellino. Le parti sulle “stranezze” britanniche secondo un immigrato americano (la TV, il governo, il mercato immobiliare, i quiz, i giornali), a volte divertenti, a volte, onestamente, poco interessanti (probabilmente le avrei apprezzate di più se fossi stata parte in causa), così come le peripezie della famiglia Collins per trovare casa (a chi importa?).

Comunque, finito questo libro, mi è sembrato più che giusto andare a fare un giro in una delle librerie dell’usato della città (va bene il sito del Libraccio, ma ogni tanto fa piacere rovistare degli scaffali veri): speravo di scoprire anch’io qualche “perla rara” come riesce a Collins, e alla fine sono stata fortunata, ho trovato davvero qualcosa che mi interessava (Edipo a Stalingrado di Gregor von Rezzori).

Ed ecco una selezione dei titoli più bizzarri, improponibili e curiosi citati da Collins (e che ora cercherò, naturalmente):

Nel 1879 il giornalista americano J.M. Bailey pubblicò un meraviglioso libro di viaggi, L’Inghilterra dalla porta di servizio. Ormai l’hanno dimenticato tutti, ma io ci sono affezionato, e non solo perché si conclude con la trascrizione, lunga un paragrafo intero, dei versi che fa l’autore mentre vomita attraversando la Manica. [e qui C. inserisce una nota: La trascrivo: «Ble-ahrg! – bleee – bleee – ble-ahrg! Oh, povero me! – bleee – bleee – bleee-aaah-ahrg! Oh Dio, abbi pietà! Ble-ahrg! ble-ahrg! bleee-ahrg! Santo eie – ble-ble-ahrg! (Pausa). Ah-ah-ah-ah-ah – ble-ahrg! – ble-ahrg – bleee-aaahrg!».]

[…] A caccia di indiani in taxi [di Rate Sanborn]… la storia di una donna che collezionava le statue di legno di capi pellerossa che cinquant’anni fa si esponevano davanti ai tabaccai. Era difficilissimo trovarne un modello diverso dagli altri, e allora lei correva a prenderlo in taxi.

[…] le Sconcertanti rivelazioni di Maria Monk. Si tratta di un libro- denuncia del 1836 su un convento di Montréal dove i preti ingravidavano le suore, soffocavano i bambini appena nati e li seppellivano in un pozzo pieno di calce nei sotterranei. La fama della Monk durò poco: squadre di investigatori constatarono che l’interno del convento non corrispondeva alla descrizione che ne faceva il libro – cioè, non c’erano passaggi segreti, stanze per riti satanici, mucchi di ossa di bambini, né calderoni fumanti ad uso delle Diaboliche Sorelle. In seguito la Monk fu sorpresa a rubare e concluse i suoi giorni in un pensionato per scrittori di un penitenziario di New York.

[…] una copia del Trattato sulla follia nelle sue implicazioni mediche (1883) del dottor William Hammond. Uno dei miei idoli: mentre prestava servizio con i nordisti nella guerra di secessione guarì un soldato dalla «convinzione di essere fatto di ossa di pollo». Dopo la guerra, nel suo studio, Hammond si prese cura di pazienti di ogni genere: una donna che vedeva ovunque maschere greche che la fissavano maligne; un uomo che prendeva ordini dall’orologio sulla mensola del camino; un fontaniere in contatto con «l’idraulico capo dell’eternità», secondo il quale mischiando sangue e urina di squalo si otteneva una pasta saldante resistente a qualsiasi temperatura.

[…] Il nipote di vetro veneziano (1925), di Elinor Wylie. È una favola ambientata nel Rinascimento, e c’è un arcivescovo che desidera ardentemente un figlio. Uno scultore gentile gli fabbrica un bambino, vivo e vegeto eppure… di vetro. Inevitabilmente, il bambino cresce e aspira a integrarsi in un mondo di carne, sangue e spigoli vivi, e addirittura a trovare l’amore. Non ci riesce; ogni volta che stringe la mano a qualcuno, l’altro si ritrova delle schegge di vetro nel palmo.

[…] il Dizionario di Londra di Charles Dickens Junior. È una guida del 1884, pensata per i londinesi, e c’è tutto, dagli orari di apertura dei negozi ai consigli per il cittadino su come difendersi da una galassia di truffatori: finte ditte di traslochi, arrotini che fanno i basisti, vetrai che poi rubano l’argenteria, e soprattutto falsi operai della compagnia del gas. Neanche gli oggetti in ferro battuto possono dirsi al sicuro, se non vengono ben inchiavardati a terra: «Se avete un raschiafango per le scarpe, e ci tenete a conservarlo, sarà bene che non resti fuori dalla porta dopo il crepuscolo».

Nel 1922 Riccardo Nobili pubblicò un titolo meraviglioso, La nobile arte del falso, nel libro dimostra quanto i paleontologi possano essere incredibilmente crudeli l’uno con l’altro, portando a esempio il caso dello sventurato dottor Louis Huber, di Würzburg: «Nel 1727 due paleontologi del posto prepararono una «Nel 1727 due paleontologi del posto prepararono una sorpresa per Huber… Fabbricarono fossili di animali fantastici e le conchiglie più improbabili. Le imitazioni erano modellate in creta con l’aggiunta di una sostanza indurente… [e] rappresentavano formiche e api di proporzioni colossali, crostacei di forme sconosciute ecc. Furono poi sepolte con cura in un terreno dove Huber stava scavando… Una volta fatte alcune di quelle incredibili scoperte, Huber ritenne opportuno pubblicare un libro, che consisteva in un centinaio di tavole… [con] illustrazioni che riproducevano con estrema precisione quei suoi fantastici reperti antidiluviani». Purtroppo Nobili non riporta il titolo del libro di Huber, cosa che trovo molto frustrante. Non sono riuscito a trovarlo in nessuna biblioteca; del resto non ho mai trovato menzione di qualcuno che si chiamasse Louis Huber. Forse, fedele al suo titolo, Riccardo Nobili ci ha nobilmente rifilato un altro falso.

L’idea non è mia. È di David Garnett, che nel 1924 scrisse un curioso libricino intitolato proprio Un uomo allo zoo; il protagonista, un certo John Cromartie, si accorge di una grossa lacuna nel padiglione dei primati dello zoo di Londra: manca un esemplare di Homo sapiens. Con grande sollecitudine si offre volontario, e finisce in una gabbia di vetro e rete metallica, seduto in poltrona a leggere romanzi di Henry James e a giocare con il gatto ignorando lo sguardo meravigliato dei visitatori. Sulla gabbia viene affisso un cartello: Homo sapiens UOMO Questo esemplare, nato in Scozia, è stato donato allo zoo dal signor John Cromartie. I visitatori sono pregati di non infastidire l’Uomo con osservazioni di carattere personale.

Credo che non prendereste in considerazione nemmeno il tomo del 1867 di Mary Godolphin, Robinson Crusoe riscritto in parole monosillabe. Oltretutto la Godolphin bara, perché ha lasciato intatto «Venerdì». E non vedo un gran futuro neanche per la bislacca idea del 1937 di J. Barlow Brooks, Le strabilianti storie della Bibbia rivisitate nel dialetto del Lancashire.

Mentre riordinavo il reparto di letteratura americana, da Booth’s, avevo trovato un altro libro della Sanborn [quella di A caccia di indiani in taxi], che parlava del suo trasloco dalla grande città alle campagne del New England. Si intitolava Adottare una fattoria abbandonata. Poi ho trovato anche il seguito, pubblicato appena qualche anno dopo: Abbandonare una fattoria adottata.

Paul Collins, Al paese dei libri (trad. Roberto Serrai), voto = 3,5/5
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La versione di Barney

Parecchio tempo fa, quando uscì in prima edizione italiana (con una copertina molto più bella della mia: io volevo quella con la foto di Richler da vecchio, che chiaramente nella mia mente sovrapponevo al ritratto dell’immaginario Barney, ma questa costava assai meno), questo romanzo fece sensazione, se non ricordo male, e fu il caso letterario del momento, ricevendo grandi elogi. Pur avendolo da tempo in lista d’attesa, arrivo quindi con molto ritardo ad affrontare finalmente questa lettura: l’occasione mi è stata fornita dal “pozzo letterario” di novembre di Goodreads Italia (qui spiego di che si tratta), i cui partecipanti curiosamente sembrano sempre riuscire a “intuire” i titoli che da tempo mi sono ripromessa di prendere in mano, fornendomi così il pretesto per farlo una buona volta.

La versione di Barney, di Mordecai Richler, dunque (“Elenco libri da leggere 2”!). Come dicevo, ne avrete sentito parlare e avrete probabilmente già letto varie recensioni su di esso qua e là. Molti hanno finito per affezionarsi a questo esempio classico di antieroe, Barney, voce narrante, “adorabile brontolone”, “simpatica canaglia”, portatore di una sana, brutale, liberatoria “ventata di scorrettezza”: io, a dire il vero, non ne ho invece subito affatto il fascino, e l’ho sempre trovato un vecchio rancoroso e fallito e senza talento, costretto a vedere tutti quelli attorno a sé arrivare alla fama e al successo (postumi, in un caso), meschino, vendicativo e scorretto, ubriacone, bugiardo e millantatore, infedele ma anche, a sua volta, tradito e sbeffeggiato da quelli che considera amici, dalle mogli e, in ultimo, dal destino.

Alcuni dei lettori e ammiratori del romanzo sono rimasti invece colpiti da forse l’unico aspetto della personalità di Barney in cui egli si mostra appassionatamente, quasi spudoramente, sincero e coerente: l’intensità del suo sentimento per la terza moglie, Miriam. Devo dire la verità, questa parte della storia mi ha interessato di meno (non mi entusiasmano i colpi di fulmine), anche se ho trovato comunque emozionante il forte senso per la famiglia, la nostalgia e lo struggimento di Barney per quel piccolo Eden (la vita assieme a Miriam, stella polare di tutta la sua esistenza, e ai loro tre figli, prima che la donna lo lasciasse) in cui miracolosamente e incredibilmente era riuscito ad entrare proprio lui, immeritevole e sempre timoroso che quella straordinaria fortuna un giorno o l’altro l’avrebbe abbandonato, come poi si era verificato.

No, il motivo principale per cui questo romanzo mi è piaciuto molto è stata la sua costruzione rifinitissima, l’abilità nel far sembrare caotico, dispersivo e casuale ciò che in realtà era architettato ad arte in ogni minimo tassello, e la mia ammirazione è andata tutta al virtuosismo e alla cura maniacale per il dettaglio di Richler.

Tutto il romanzo assume le sembianze di una “confessione”, di un resoconto “sincero” e definitivo in cui Barney espone la sua versione degli eventi della sua rocambolesca vita, e in particolare di un episodio che da decenni continua a tormentarlo: nel 1960, il suo migliore amico, Boogie, scompare senza lasciare traccia mentre si trova con lui in un cottage di montagna. Viene creduto morto da tutti tranne che da Barney, che continua con fermezza a sostenere con assoluta convinzione che sia ancora vivo da qualche parte, ma le circostanze poco chiare della vicenda fanno sì che proprio lui sia accusato di omicidio, e poi assolto per insufficienza di prove: ma le ripercussioni di quell’evento, l’onda lunga dei sospetti che per tutta la vita continueranno a pesare su di lui anche dopo l’esito del processo sono naturalmente il nodo centrale del romanzo, e sono anche il pretesto per cui il personaggio Barney prende appunto la penna in mano e inizia il suo manoscritto, per rispondere alle accuse mosse contro di lui in un altro libro di memorie di recente pubblicazione (un altro libro nel libro!), quello di una sua vecchia conoscenza, lo scrittore Terry McIven. Naturalmente, però, la sua risposta si allarga a dismisura, fino ad abbracciare, fra continue e labirintiche digressioni, la sua intera vita passata e presente.

A fare da controcanto alle sue “verità”, però, sono il curatore del suo manoscritto, il figlio Mike, con una serie di note, spassosamente puntigliose ed erudite, in cui corregge i numerosi errori, le sviste e i vuoti di memoria paterni, nonché soprattutto la sua “nemesi”, Terry McIven stesso, dalle pagine della sua autobiografia, di cui occasionalmente sono riportati alcuni brani, in cui racconta una storia ben diversa (ma Richler si è voluto proprio divertire, per cui, ad aumentare ancora di più nel lettore il disorientamento per il vorticoso e virtuosistico gioco di specchi e di prospettive, la bozza manoscritta di quest’ultima è ancora diversa dalla versione pubblicata, e Mike in più punti le collaziona in nota!). Nessuno è mai sincero del tutto e tutti sono spesso fraintesi e mal giudicati; di molte cose ascoltiamo solo un’interpretazione, che poi viene clamorosamente smentita più avanti o della quale ormai abbiamo imparato da soli a dubitare. Clara, la prima moglie di Barney, è una che tenta disperatamente di darsi arie bohémienne e alternative e che gioca a fare l’artista maledetta o ha veramente talento? In vita odia le donne e, da morta, paradossalmente assurge a icona femminista. McIven e Panofsky forniscono l’uno dell’altro un ritratto assolutamente speculare, accusandosi a vicenda delle stesse debolezze a distanza, attraverso le pagine dei loro manoscritti. E anche il modello di riferimento di Barney, l’ineffabile Boogie che il protagonista ha sempre idolatrato (e giustificato) e le cui gesta sembrano un perfetto collage del tipico genio sregolato, di tutto quello che Barney avrebbe sempre voluto essere… quanto di questo ritratto è vero, e quanto invece il suo grande amico ha abbellito la figura di un autore mediocre, semi-sconosciuto, gran parolaio e alla fine precipitato nella tossicodipendenza? E quello che leggiamo nelle ultimissime righe, nel poscritto di Michael Panofsky (un’altra voce narrante!), è finalmente la risposta, sorprendente, a tutte le nostre domande, o semplicemente una sua supposizione ormai impossibile da verificare?

Insomma, questo romanzo ti strega perché sei costretto a leggerlo con i sensi costantemente all’erta, attento ad ogni dettaglio che non quadra, a ogni aneddoto che “magicamente” risulta diverso rispetto ad alcune pagine prima, a non dare nulla per scontato, a mettere in dubbio tutto quello che stai leggendo, a fare tu i collegamenti mentali necessari, a leggere fra le righe di quanto è scritto. D’altronde, è lo stesso Barney a dirlo: “Mi viene persino il dubbio di aver ritoccato gli eventi a mio vantaggio, come del resto ho fatto con innumerevoli altri episodi della mia vita” (p. 371: qui si riferisce in particolare al mistero della scomparsa di Boogie, ma potrebbe essere la frase-chiave di tutto il libro; ed è veramente confuso e smemorato per via dell’età che avanza, o ha un’enorme faccia tosta?).

Un altro motivo per cui il romanzo mi è piaciuto? Beh, naturalmente non puoi non apprezzarne anche la comicità e l’infinità varietà di situazioni e personaggi e luoghi che attraversano una vita intera, da Clara la prima moglie alla Seconda Signora Panofsky e la sua loquela comicamente irresistibile, il gruppo di pseudo-artistoidi parigino e il padre cialtrone ex poliziotto, Irv Nussbaum e la sua ossessione per la causa di Israele, il produttore e sceneggiatore Hymie Mintzbaum dalle mille vite e dai mille aneddoti, i tre figli l’uno totalmente diverso dall’altro, il Canada degli anni della Depressione, la Parigi degli anni cinquanta, Hollywood e il mondo della televisione, e ovviamente il sempre affascinante, a volte incomprensibile e insondabile, microcosmo della cultura, dei legami, delle corrispondenza, delle tradizioni, delle idiosincrasie, della mentalità ebraici, insomma un intero universo in movimento e richiamato alla vita dai ricordi del protagonista (e dalla penna dell’autore). E, alla fine, trovi anche una dolorosissima conclusione sulla vecchiaia, sulla paura di doversene andare, da soli, sul sollievo di scoprire che invece accanto a te negli ultimi momenti trovi più persone di quante ti saresti aspettato, sulle reazioni di coloro che sono rimasti.

Mi domando come siano riusciti a fare di questo libro un film (che, se non sbaglio, la critica non giudicò male), vista la natura (volutamente) caotica e sconclusionata di queste pagine, il flusso assolutamente disorganizzato di decine di ricordi e associazioni mentali che scaturiscono dalla penna di Barney Panofsky, l’affastellarsi di aneddoti che suonano di volta in volta distorti, abbelliti, semplicemente rievocati in modo impreciso per il tanto tempo trascorso o – forse – inventati di sana pianta.

Mordecai Richler, La versione di Barney (trad. Matteo Codignola), voto = 4/5
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Suite francese

Questo libro, che guardavo con interesse ormai da anni, almeno da quando lessi quest’articolo del 14 novembre 2005 sul Corriere della Sera che ne parlava (e merito anche della bella copertina, con la foto dell’attrice francese Danielle Darrieux), l’ho acquistato usato da una gentile utente aNobii, che usa anche questo mezzo per finanziare l’attività del suo Gruppo Vita Animale, associazione che aiuta cani e gatti randagi: quello il link al blog e qua l’elenco dei libri in vendita, così faccio loro un po’ di pubblicità. È anche il primo libro che leggo per un Gruppo di Lettura, sia pure virtuale come quello di Goodreads Italia.

Il progetto “Suite francese” di Irène Némirovsky doveva in realtà comprendere cinque romanzi (che fungevano da cinque “movimenti” di una sinfonia) sui tragici eventi della guerra e dell’occupazione nazista della Francia: di questi, però, ne sono stati completati solo i primi due, “Tempesta in giugno” e “Dolce”, perché nel 1942 l’autrice (nata in Russia e trasferitasi in Francia con la famiglia in seguito alla rivoluzione bolscevica, ebrea ma convertitasi al cattolicesimo) venne arrestata e deportata nel lager di Auschwitz, dove morì. La sua vicenda biografica  e quella della sua opera postuma (salvata fortunosamente dalla dispersione dalle figlie dell’autrice e pubblicata solo a decenni di distanza) vengono ricostruite nell’Appendice al volume, che comprende anche gli appunti e gli abbozzi per i romanzi successivi del ciclo e soprattutto una toccante selezione del carteggio di Irène negli ultimi mesi della sua vita, con le preoccupazioni per le condizioni materiali sempre più precarie della sua famiglia e i segnali sempre più inquietanti per il loro destino, e del marito Michel Epstein, che dopo l’arresto di lei si adopera disperatamente per farla liberare o almeno ottenere qualche notizia sulla sua sorte (anch’egli pochi mesi dopo subirà lo stesso destino della moglie). Complimenti insomma ai curatori del volume, Denise Epstein (figlia dell’autrice), Olivier Rubinstein e Myriam Anissimov, perché il prodotto è molto pregevole e ben fatto.

E ora, parliamo di “Tempesta in giugno” e “Dolce”, i primi due movimenti della suite. Nel giugno 1940, i tedeschi stanno per entrare a Parigi e noi seguiamo alcuni personaggi (una ricca famiglia borghese, i Péricard, con matrona, bambini, bambinaia, camerieri, suocero in carrozzella e gatto; una coppia di modesti coniugi, i Michaud; un celebrato scrittore, Gabriel Corte, e la sua amante; un dandy misantropo, Charles Langelet; una ballerina un po’ allegra, Arlette; un giovane prete, Philippe Péricard, che deve scortare al sicuro gli ospiti di un orfanotrofio) mentre fanno i preparativi per fuggire, dapprima increduli, poi via via sempre più frenetici e spaventati, e si mettono in viaggio assieme a una folla di altri francesi terrorizzati che intasano strade e stazioni, nella disorganizzazione generale. Molto “programmatica” la scelta dei “tipi” da seguire, ma, accanto a figure poco credibili (Langelet) o caricaturali (lo scrittore Corte), la Némirovsky tratteggia anche con acutezza e ironia la signora Péricard, o con affetto e dignità personaggi di statura più elevata come i Michaud e Philippe. Da notare come il fuggi fuggi generale poi non approdi a nulla, perché quasi tutti i personaggi, prima o dopo, fanno ritorno a Parigi, ciascuno inventandosi un modo per far fronte alla nuova situazione: per qualche privilegiato, più abile ad adattarsi e a schierarsi coi vincitori, non cambierà nulla, per altri, più deboli e ingenui o forse moralmente più integri, invece, si apriranno tempi duri. Belle soprattutto la prima parte, le scene di massa dei preparativi, del viaggio e della partenza, delle notti all’addiaccio a cercare invano ospitalità nei paesini toccati dalla gente in fuga (davano veramente l’idea di un “presto”, di un “molto mosso” come si legge negli spartiti musicali, visto che la metafora usata è quella di una sinfonia), mentre più scontati gli intermezzi bucolici che vedevano protagonisti Jean-Marie, figlio dei coniugi Michaud, soldato rimasto ferito e ospitato da una famiglia di contadini, e la contadinella Madeleine.

Molto meglio però il secondo romanzo, “Dolce”, su cui mi dilungherò di più: di fronte al movimento convulso del primo, qui invece la scena è fissa, un paesino della Francia centrale e rurale in cui si stabilisce un reggimento dell’esercito tedesco. Il ritmo è lento (continuando il parallelo con la musica, un “adagio”), mentre osserviamo l’instaurarsi della forzata convivenza fra gli stranieri invasori e gli abitanti obbligati ad ospitarli. Tra questi, anche le due signore Angellier, suocera e nuora, il cui rispettivo figlio e marito è prigioniero in Germania: da loro si installa l’ufficiale Bruno von Falck, e fra questi e la giovane signora, Lucile, prigioniera di una casa soffocante e di un matrimonio infelice, nasce poco a poco un amore taciuto, impossibile. Il tema è sempre quello di quanto si può trovare in comune con l’altro, il Nemico, e di come la speranza di felicità individuale finisca spesso per essere schiacciata dagli odii e dai pregiudizi collettivi. Qui il punto di contatto tra vinti e vincitori assume una valenza soprattutto erotica, nella forte attrazione che finisce per legare non solo Bruno e Lucile, ma anche molti altri soldati tedeschi occupanti e donne francesi, in un leit-motiv che è ripreso più volte nella narrazione. Le sfumature e le interazioni fra “buoni” e “cattivi”, fra “liberi” e “prigionieri” (in tutti i sensi), sono indagate qui con maggiore sottigliezza che nel recente, e sotto questo aspetto deludente, Quelli che ci salvarono (è anche vero comunque che qui il protagonista maschile è un colto e affascinante ufficiale della Reichswehr con cui è più facile simpatizzare e non un individuo dall’umanità molto più “impossibile” come un comandante delle SS a Buchenwald).

Contrariamente a quanto pensassi, i romanzi del ciclo, nella mente della Némirovsky, non erano fra loro nettamente distinti, ma sono invece popolati dagli stessi personaggi che tornano, si incrociano, rievocano scene passate: qui si rivedono infatti Madeleine e suo marito Benoît, vengono citati i Michaud (e dall’Appendice si apprende che un ruolo centrale avrebbe avuto, nei successivi romanzi rimasti a livello di abbozzi, Jean-Marie Michaud): devo dire che questo espediente mi ha sfavorevolmente sorpreso, mi è sembrata una forzatura (e neppure gli sviluppi della trama che la Némirovsky aveva in mente mi convincono), tuttavia l’atmosfera e l’ambientazione di “Dolce” erano adatti a farne un segmento riuscitissimo anche se considerato a sé stante (come d’altra parte ormai siamo costretti a fare): voglio dire che comunque la storia si regge benissimo da sola anche se ne manca il seguito, ed è pressocché indipendente anche dagli eventi di “Tempesta in giugno” (il ruolo che vi svolge  Madeleine non è tale che non si possa immaginarlo affidato anche a un qualsiasi altro personaggio mai visto prima, non è strettamente necessario conoscere la sua backstory).

La Némirovsky sembra avere talento nel tratteggiare con sarcastica ferocia (persino eccessiva, a tratti: non hanno quasi qualità che li redimano) certi personaggi femminili: in “Tempesta in giugno” la signora Péricard, qui la terribile signora Angellier madre, che tiranneggia sulla povera nuora (riscattata però in parte dal rispetto che comunque suscita il suo amore “selvaggio” e totale per il figlio lontano), e soprattutto la viscontessa di Montfort, emblema di una carità pelosa e sussiegosa e in realtà gretta e meschina.

Emozionante e struggente.

Irène Némirovsky, Suite francese (trad. Laura Frausin Guarino), voto = 4/5
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Memorie dalla Torre Blu

Memorie dalla Torre Blu è il titolo dato dall’editore italiano a un testo che in originale è noto invece come Jammers Minde, locuzione inventata dall’autrice che, viene detto nell’introduzione, è intraducibile e vuol dire pressappoco “Memoria di tribolazione”. Fu scritto nella seconda metà del XVII secolo dalla nobile danese Leonora Christina Ulfeldt a uso e consumo dei suoi figli, e pubblicato solo nel 1869.

La vita avventurosa della Ulfeldt (1621-1698), figlia illegittima del re Cristiano IV, viene rievocata nella bella Introduzione di Angela Zucconi: si sposò a quindici anni con il nobile Corfitz Ulfeldt, che aveva circa il doppio della sua età e con il quale formò, da allora, una coppia indissolubile. Ma la fortuna della famiglia, che raggiunse l’apice sotto il padre di Leonora e suocero del marito, precipitò con altrettanta rapidità, principalmente a causa delle imprudenti mosse e delle maldestre trame dello stesso Corfitz, che si alienò il favore del nuovo re Federico III e venne accusato di congiurare per assassinare il sovrano. L’accusa era probabilmente falsa, ma ciò nonostante i coniugi scapparono nella nemica Svezia, diventando quindi “traditori della patria”. Il “maneggione” Corfitz riuscì comunque a mettersi nei guai anche là, ed ebbe l’infelice idea di tornare in Danimarca: lui e la moglie vennero arrestati e rinchiusi in un fetido carcere, da cui cercarono inutilmente di fuggire; ne uscirono solo a forza di mazzette, ma, di lì a poco, uno dei loro figli, per vendicarli delle sevizie subite in prigione, uccise l’ex carceriere Fuchs. Corfitz, la cui salute nel frattempo peggiorava, tentò di ordire un pasticciato complotto contro il re, mentre la moglie si recava in Inghilterra per cercare di procurarsi un po’ di denaro, perché i guai con la giustizia avevano fatto sì che, a forza di sequestri di beni e proprietà, le loro finanze versassero in stato disastroso. Fu proprio in Inghilterra che, nel 1663, Leonora venne arrestata e ricondotta a Copenhagen, mentre il marito scappava rendendosi contumace.

Questo, in estrema sintesi e, temo, con molte semplificazioni, l’antefatto. Leonora viene quindi rinchiusa nella Torre Blu del castello reale di Copenhagen, che fungeva da prigione per delinquenti comuni, in un’angusta e sporca stanza senza finestre. Lì resterà per i successivi 22 anni, senza mai più rivedere il marito (che morirà poco dopo l’arresto di lei mentre è in fuga dai suoi inseguitori): ne uscirà nel 1685, su ordine di Cristiano V, per finire i suoi giorni in un monastero. Continua a leggere…

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L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Innanzi tutto, due cose. Questo è uno dei pochissimi (va beh, diciamo “pochi”) libri acquistati e letti da mio fratello P., e quindi, visto che 9 volte su 10 questi pochi sono per me incomprensibili testi di matematica, fin da quando, in occasione di un passato ordine on line, egli mi aveva espressamente chiesto di inserirlo, questo titolo mi aveva incuriosito poiché non rientrava in tale casistica. Non conoscendolo per nulla, credevo poi che fosse un libro di narrativa e, prima di esaminarlo “dal vivo”, ero convinta che la frase del titolo, “l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, dovesse essere intesa come “l’uomo che barattò sua moglie per un cappello”!

Invece no, l’uomo in questione aveva proprio confuso sua moglie con un cappello (in questo caso il titolo originale, The Man Who Mistook His Wife for a Hat, non era per niente ambiguo). L’autore, Oliver Sacks, è infatti un illustre neurologo, e qui presenta una serie di casi clinici che ha incontrato nel suo lavoro (l’opera è del 1985). Non è tanto il gusto del “caso strano” a muoverlo, ovviamente: certo, c’è anche questo, e c’è anche un notevole talento narrativo e letterario, il che penso sia uno dei motivi del successo del libro anche al di fuori del pubblico specializzato. Scegliendo però di non ridurre i suoi pazienti a “fenomeni da baraccone” o a semplici elencazioni di sintomi e patologie ma di raccontarne anche in modo molto partecipato le storie, Sacks muove anche una critica a certa neurologia impersonale e troppo concentrata su schemi e processi astratti (che evidentemente all’epoca era in voga: è possibile, e anzi è molto probabile, che, essendo un testo del 1985, nel frattempo molte cose siano cambiate, così come che alcune teorie, supposizioni e riflessioni di Sacks siano a loro volta superate), in favore di quella che lui chiama una “scienza romantica”.

La lettura non è sempre facile: come ho detto, il libro non vuole essere una carrellata di “freaks”, ma un testo scientifico, sia pure di taglio divulgativo, e quindi parecchi termini medici sono di difficile comprensione per il profano. Tuttavia, la struttura dell’opera è piuttosto chiara: Sacks divide i suoi casi in quattro categorie, a seconda del tipo di danno neurologico che presentano, o meglio dell’effetto di questo danno sulla vita del paziente (perdonatemi se userò termini poco precisi). E quindi, i pazienti che soffrono di una perdita, totale o parziale, consapevole o meno, di una facoltà del cervello (l’uomo colpito da agnosi visiva che non è più in grado di riconoscere gli oggetti alla vista, e quindi “scambia sua moglie per un cappello”, l’uomo che dimentica costantemente tutto un minuto dopo che avviene, la donna che non “sente” più il proprio corpo), o, all’inverso, coloro che sperimentano un potenziamento abnorme di certe facoltà (sindrome di Tourette, prodigi di memoria o di calcolo, tic incontrollabili).

Soprattutto nella prima parte, bisogna ammetterlo, queste patologie hanno una sorta di perverso e terrificante fascino da quanto appaiono “strane”, “bizzarre”, e soprattutto spesso angosciosamente “inspiegabili” e “irreversibili”. Per fortuna c’è sempre l’intervento del dr. Sacks a riportare al centro dell’attenzione il fatto che dietro la malattia c’è una persona, a sottolineare gli sforzi di capire dei medici, la collaborazione che a volte si instaura tra costoro e questi difficili pazienti, i tentativi, i successi, molto più spesso gli insuccessi o i successi solo parziali, e anche a porre interessanti interrogativi filosofici o etici.

La considerazione che suscita la lettura di questo libro è forse la più banale possibile ma è che il cervello umano è un mistero fitto. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello ha anche una propria pagina su Wikipedia. Sacks è anche autore di Risvegli, da cui è stato tratto un film.

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (trad. Clara Morena), voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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