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Drood

Come detto nell’articolo precedente, si può dire che abbia letto The Mystery of Edwin Drood di Dickens solo perché non volevo arrivare “impreparata” alla lettura di Drood: come si capisce fin dal titolo, infatti, il romanzo di Simmons si ispira (vagamente) alle atmosfere del classico dickensiano incompiuto, e io volevo essere in grado di cogliere tutti i riferimenti e le citazioni nascoste per rendere la lettura ancora più “gustosa”. Insomma, il libro di Simmons era quello che mi “importava” di più, da cui mi aspettavo di più.
Col senno di poi non era neanche necessario “prepararsi” tanto; anzi, vediamola così, almeno tutto ciò mi ha fornito il pretesto per leggere il libro di Dickens, che si è rivelato gradevole. Potevo fermarmi lì e non leggere questo.
Se qualcuno volesse mettersi a leggere Drood (ma anche no), sappia che se non ne ha voglia può anche risparmiarsi questa operazione preliminare: questo non è un tentativo di scrivere il finale del romanzo rimasto incompiuto, ci sono sì dei riferimenti qua e là, tornano alcuni nomi (a cominciare da quello di Drood, ovviamente, ma che non ha nulla a che fare col Drood immaginato da Dickens), ma se non si conosce la trama del primo libro non si perde nulla.

In breve: Drood di Simmons per me è stato un fallimento quasi totale. E purtroppo sono più di 800 pagine: quando non ho più potuto nascondere a me stessa che il libro non mi stava piacendo per nulla ero già arrivata a pagina 400 circa, e a quel punto (e visto che il libro me lo sono proprio comprato, forse sono stata attratta dalla bellissima copertina) ho pensato fosse più sensato farsi forza fino alla fine.

Leggo sul retro del libro che secondo il Daily Telegraph “le pagine scorrono via come se avessero le ali”. AHAHAHAHAHAH. Forse le prime 100, che effettivamente hanno un avvio promettente (tutto ha origine – non è uno spoiler – da un incidente ferroviario in cui rimane coinvolto Dickens, che da allora inizia a essere “perseguitato” da una strana figura dall’aspetto demoniaco di nome Drood: per scoprire chi sia e cosa voglia da lui lo scrittore coinvolge il suo collega/amico/rivale Wilkie Collins, la voce narrante del libro), ma siccome quasi subito il libro abbandona le atmosfere di inquietante mistero tuffandosi in un inverosimile tour dei sotterranei di Londra, fra catacombe e templi egizi (mi ha ricordato molto Indiana Jones e l’ultima crociata), il lettore perplesso si chiede come si potrà poi “reggere” la tensione per altre 700 pagine, se subito si sparano i fuochi d’artificio. E infatti si procede con un accumulo impressionante di misteri, complotti e fatti mai spiegati che, alla fine, più che incuriosire stancano alla grande. A un certo punto ho smesso di cercare di capire, i personaggi prendevano decisioni e giungevano a conclusioni secondo me a casaccio (è vero che nel caso di Collins dovrebbe dare l’idea di una mente sempre più obnubilata dall’oppio e dal laudano, ma ‘sti cavoli, per il lettore è sfiancante), e allora mi sono detta amen, arriviamo alla fine.
Altro commento per me incredibile: “La Londra del 1860 è resa in modo splendido” (The Guardian). Ma per favore! Dove sta la Londra del 1860, qui stiamo tutto il tempo o a casa di Collins, o a casa di Dickens, o a passeggio per la campagna presso Rochester, o (al massimo) a teatro… ah sì, ogni tanto andiamo in qualche non meglio specificato o descritto “quartiere malfamato” che rimane sempre un indistinto ammasso di vicoli e case buie, non sembra mai una ricostruzione convincente e “viva” (e tra l’altro è sempre lo stesso manipolo di personaggi che si parla addosso, quindi neanche ci “immergiamo” nel milieu socio-culturale londinese o fra gli strati più umili della popolazione).

Per 800 e passa pagine siamo costretti a seguire la voce narrante, che come ho detto è Wilkie Collins, grande amico di Dickens. Naturalmente all’amicizia si aggiunge anche una buona dose di rivalità/invidia/ammirazione, in un intreccio complesso che poteva essere anche interessante. Purtroppo Collins riesce odioso (alla faccia dell’amico, praticamente a ogni riga c’è una cattiveria su Dickens), e probabilmente non si tratta di gusti miei ma sicuramente era precisa intenzione dell’autore renderlo odioso agli occhi del lettore (da un certo punto in poi diviene evidente che ci troviamo di fronte a un narratore assai inaffidabile), fatto sta che 832 PAGINE SEMPRE IN COMPAGNIA DI UN PERSONAGGIO ODIOSO sono una tortura inimmaginabile.

Il paradosso è che le parti all’apparenza più “noiose”, quando si parlava dei romanzi scritti o da scrivere dei 2 autori amici/rivali, delle loro tecniche narrative, dei giudizi vicendevoli sui loro romanzi (la scena migliore del libro è quando Dickens fa a pezzi il bestseller del momento di Collins, La pietra di luna), dell’abilità “pubblicitaria” di Dickens e della novità e gli effetti dei suoi tour di letture (quantunque, alla cinquantesima volta che veniva descritto uno di questi spettacoli di Dickens, cominciavo a stufarmi), erano di gran lunga più avvincenti della paccottiglia fantastica senza né capo né coda su Drood e i riti egizi e il mesmerismo e gli scarafaggi nel cervello (che schifo) e bla bla (che poi it was all a dream, naturalmente). Pure un “normale” romanzo storico sui travagli familiari di Dickens sarebbe stato meglio di questo (sebbene svariati pezzi apparissero proprio come “inserti saggistici” messi lì, con innumerevoli aneddoti biografici). Interessante anche cercare di cogliere qua e là alcuni (rari) dettagli presi da The Mystery of Edwin Drood e “fusi” nella trama del libro.
Sarei anche stata disposta a dare 2 stelle per questi ultimi aspetti, ma l’epilogo (l’ultimo paio di capitoli) mi ha fatto abbassare il voto.

Dan Simmons, Drood (trad. Anna Tagliavini), voto = 1,5/5

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The Mystery of Edwin Drood

Libro strano, rimasto incompiuto e pubblicato postumo, quindi difficile da valutare. La storia si interrompe sul più bello, ma parla della misteriosa scomparsa del giovane Edwin Drood, che era andato a trovare lo zio John Jaspers e la fidanzata Rose in un immaginario e sonnolento paesino dell’Inghilterra, Cloisterham. È stato ucciso? Forse da un rivale in amore?

Ma in realtà, più che il mistero di Drood, ad affascinare è il mistero di Jaspers, irreprensibile maestro del coro della cattedrale per i suoi compaesani, in realtà oppiomane (non è uno spoiler), inquieto, depresso, sfuggente, forse anche lui non senza movente per sbarazzarsi del nipote.
Come giallo purtroppo non si capisce dove il libro voglia andare a parare (o forse dovrei dire che non l’ho capito io, perché secondo Wikipedia è abbastanza chiaro), alcuni personaggi che sembrano centrali per il “mistero” (Rose, Neville) sono delineati troppo in fretta, un po’ troppo scontatamente “buoni” e non sembrano credibilissimi (Neville conosce Rose da poche ore e già se ne dichiara innamorato, tanto da essere il sospettato perfetto quando Drood scompare!). Purtroppo la “soluzione” non si saprà mai, ma il romanzo si riscatta nelle parti che sembrerebbero “di contorno”, con un tono umoristico e satirico e alcune deliziose macchiette come il pomposo e ridicolo Mr Sapsea, il buon reverendo Crisparkle, la pudebonda Miss Twinkleton, l’eccentrico e stolido ma in fondo buono Mr Grewgious… Soprattutto domina la figura assai inquietante di John Jaspers: poiché il romanzo si interrompe troppo presto, non si capisce se Dickens avesse intenzione di farne “il cattivo”, certo fra tutti risulta il più affascinante e complesso, e forse il lettore moderno, lungi dal vederlo come una figura negativa, tenderà a farne un vero e proprio antieroe: impegnato a preservare la sua maschera di rispettabilità, e però vicino a soccombere in questa spirale di dipendenza, ossessione e disgusto di sé. Le scene nelle fumerie d’oppio sembrano scritte ieri, non nell’800.

In realtà io avevo scoperto e messo nella wishlist prima Drood di Dan Simmons, che trae spunto da questa celebre ed enigmatica opera della letteratura inglese. Ho pensato però che non avrei potuto capirlo a pieno senza leggere prima il romanzo originario.

Leggere Dickens nell’originale inglese mi è sembrato piuttosto difficile (avevo letto solo il super-classico “Canto di Natale”, ma in italiano): subito prima di questo libro avevo abbandonato Chiamate la levatrice, che aveva pure un tema interessante ma che mi stava indisponendo e annoiando per lo stile assai piatto, sono passata all’estremo opposto!

Charles Dickens, The Mystery of Edwin Drood, voto = 3,5/5

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Sylvester or The Wicked Uncle

Circa un mese fa ho avuto una lieve influenza: in quel pomeriggio in cui non stavo molto bene avevo bisogno di una lettura “confortevole”, e in casi del genere ho imparato a rivolgermi a questa autrice, Georgette Heyer, e ai suoi Regency romances. Lettura “confortevole” non significa necessariamente promossa sempre a pieni voti, ma semplicemente gradevole, “prevedibile” in senso “buono”, ovvero sai cosa ti riserva senza grosse sorprese, non impegna particolarmente il cervello ma non è neanche “stupida” o totalmente insignificante. Non tutti i miei precedenti con la Heyer sono stati dei successi, qualcuno anzi si è rivelato persino deludente (The Grand Sophy), e aspetto ancora che si ripeti la “magia” del primo, ottimo romanzo (Cotillion), eppure mi piace questo mondo di aristocratici inglesi alle prese con problemi di cuore, ricostruito con così tanta cura e tanto amore, e ci tornerò ancora.

L’ultima aggiunta alla lista per ora è questo Sylvester, or The Wicked Uncle, del 1957.
Il ventottenne Sylvester, duca di Salford, capo di una ricca e nobilissima casata, tutore del giovanissimo nipote, figlio del suo defunto fratello, ha deciso di sposarsi; affronta questo “progetto” con il suo consueto cipiglio autoritario e iper razionale, definendo a tavolino dei requisiti minimi che la futura sposa dovrà possedere: una certa bellezza, maniere impeccabili e capacità di muoversi in società, un certo grado di intelligenza affinché la sua compagnia non risulti alla lunga fastidiosa. Soprattutto, dovrà essere gradita alla sua amatissima madre, cui sottopone questo “programma”: proprio la madre, che è invece di temperamento ben più “romantico” del figlio e vede con un po’ di preoccupazione questo modo così “glaciale” di affrontare la questione, richiesta di un parere, gli propone una sua “candidata”, la figlia di una sua carissima amica, ormai defunta. Sylvester, che non conosce neppure questa ragazza (in realtà l’ha già incontrata, come dirò fra poco, ma non se ne ricorda affatto), ma che, al momento, non ha alcuna preferenza, per cui tanto vale partire con la “selezione” con una candidata già approvata dalla madre, organizza un incontro presso la famiglia di lei. Ma il suo desiderio di discrezione si scontra con l’eccitazione con cui la famiglia della ragazza, Phoebe, accoglie questo possibile interessamento di un uomo così altolocato: il padre e la matrigna cominciano a starle addosso perché si impegni per fare un’ottima impressione e perché accetti senz’altro la proposta di matrimonio. Il problema è che… Phoebe non può vedere Sylvester: l’ha incontrato soltanto una volta (senza fargli nessuna impressione, visto che lui neppure se ne ricorda) e le è sembrato talmente altezzoso, arrogante e scostante che addirittura lo ha preso a modello per il terribile conte Ugolino, il “cattivo” del romanzo gotico che sta segretamente scrivendo, The Lost Heir, e che un editore londinese è disposto a pubblicare, anonimo. Oltre tutto, come Sylvester scopre non appena i due si conoscono, Phoebe non possiede nessuno dei requisiti necessari: ha un aspetto ordinario, parla poco e, quando lo fa, non ha un tono molto rispettoso verso di lui. Questo “primo appuntamento” quindi è un vero disastro, e Sylvester è più che mai convinto a non chiederla assolutamente in moglie, ma Phoebe non può saperlo ed è talmente terrorizzata all’idea che le venga fatta quella proposta che… preferisce scappare nottetempo da casa col suo migliore amico Tom, per raggiungere la nonna materna a Londra. Quando la cosa si scopre la mattina dopo, fra lo sconcerto generale della famiglia di Phoebe, Sylvester, divertito e forse anche sollevato di essere stato cavato così convenientemente dall’impaccio, parte anch’egli alla volta di casa… ma siamo in pieno inverno, la neve è troppo fitta e deve fermarsi lungo il tragitto in una locanda, naturalmente la stessa in cui sono stati costretti a sostare anche Phoebe e Tom dopo un incidente con la loro carrozza… e in cui tutti e tre rimarranno bloccati per alcuni giorni a causa del maltempo. La convivenza forzata, che all’inizio non può che essere assai imbarazzante per Phoebe, si rivela però meno sgradevole del previsto, perché la ragazza scopre che Sylvester non è il “mostro” di perfidia che immaginava, è anzi un perfetto gentiluomo, ma certo ha un senso della propria superiorità talmente radicato da risultare a volte insopportabile, e la ragazza non gliene lascia passare una. Tuttavia, si pente di averlo giudicato troppo frettolosamente e, quando entrambi finalmente riescono a raggiungere Londra, i rapporti fra i due sono divenuti cordiali. È proprio una sfortuna, quindi, che The Lost Heir stia per uscire, e che egli rischi di riconoscersi nel suo odioso antagonista (che, coincidenza!, pure lui ha un nipote, un povero bambino che tiene rinchiuso nel suo tetro castello)! Ma, d’altra parte, visto che il nome dell’autore del romanzo non comparirà, Sylvester potrebbe non scoprire mai che l’ha scritto lei…

L’inizio dunque è vivace e gradevolissimo, fra il “tragico” primo appuntamento in cui tutto va storto e la fuga a sorpresa… e l’ancor più sorprendente soggiorno forzato nella locanda isolata dalla neve. A metà romanzo il ritmo si inceppa un po’ e la parte londinese finisce per ricadere nel classico canovaccio di “figuriamoci se mi sto innamorando di lui/lei”, ma la lettura rimane comunque piacevole. Le cose si movimentano assai, e in modo inaspettato, quando entra in gioco la cognata di Sylvester, Ianthe, la vedova del fratello e madre del piccolo Edmund: costei, che non è mai andata d’accordo con Sylvester, è in procinto di risposarsi. Capricciosa e un po’ impressionabile, dopo aver letto proprio The Lost Heir, in cui si immedesima nell’eroina contrapposta al perfidissimo Ugolino, si convincerà di dovere, proprio come avviene nel romanzo, “salvare” il figlio dal cattivissimo zio… fuggendo con lui in Francia. Naturalmente, tanto nell’immaginario libro di Phoebe la vicenda è caricata dalle tinte più fosche e melodrammatiche alla maniera del più classico romanzo gotico, quanto la Heyer la capovolgerà ironicamente nella farsa nella “realtà” dei personaggi di Sylvester, con Phoebe che ovviamente si ritroverà suo malgrado coinvolta in tutta la faccenda e con mille incidenti buffi e contrattempi. È positivo che la Heyer abbia voluto dare una scossa certamente non scontata alla vicenda, ma, a conti fatti, la complicazione movimenta la trama “esteriormente”, ma non nella sostanza, non è un vero “conflitto” da superare. Spieghiamo meglio, o almeno tentiamo. Non mi è piaciuto particolarmente il fatto che l’unico serio “c0ntrasto”, o l’unica “ombra” sul carattere del nostro protagonista (il conflitto con la cognata su chi dovrà occuparsi del bambino dopo le seconde nozze di lei, se il piccolo Edmund dovrà stare con lo zio o con la madre, una pretesa che, il lettore lo vede, non sarebbe del tutto campata per aria da parte di Ianthe), venga giocato anch’esso sul registro della farsa, caricando i due “antagonisti” (la madre del bambino e il suo nuovo marito) di tratti caricaturali che forse, fino ad allora, non avevano “meritato” e rendendo fin troppo facile, per il lettore, parteggiare per Sylvester, lo zio che tanto “crudele” poi non è. Voglio dire che l’unico serio “ostacolo” perché il lettore si schierasse dalla parte del protagonista (e di conseguenza “approvasse” il fatto che Phoebe si innamorasse finalmente di lui) è stato rimosso in modo fin troppo comodo (la madre di Edmund, in fondo, è un’ochetta egocentrica cui non dispiacerà poi tanto di non doversi occupare di lui! E il suo secondo marito è un ridicolo damerino!): d’altra parte non so quanto sarebbe stato “in tono” con queste garbate e affabili commedies of manners della Heyer uno sviluppo alla “Kramer contro Kramer” sulla battaglia per la custodia del bambino… Sarebbe stato interessante e appassionante… in un altro romanzo di ben altro tipo e ben altre ambizioni, qui l’autrice deve aver pensato che non c’entrava niente, avrebbe portato troppo lontano e sarebbe stato troppo difficile da risolvere con un sorriso e senza tanti turbamenti, per cui meglio chiudere la parentesi buttandola sul ridere, e via.

Altri difettucci del libro sono dei dialoghi e dei brani che talvolta esplicitano fin troppo il messaggio per il lettore (il famoso show, don’t tell: ad esempio le prime pagine sono tutte dedicate alla presentazione in dettaglio del carattere di Sylvester, e quindi, più che imparare a conoscerlo “in azione”, ci viene fornita una vera e propria “scheda descrittiva” del personaggio), e inoltre, e questo è un “difetto” comune in tutti i suoi libri letti finora, va bene farci stare “col fiato sospeso” (si fa per dire, rimanere incerti sul finale in un romanzo rosa è alquanto improbabile) fino all’ultimo, ma la Heyer deve imparare a tirare un po’ meno per le lunghe i finali! 🙂

Ma tutto sommato i difetti si stemperano nella generale atmosfera di gradevolezza dell’insieme: l’ho detto all’inizio, quello che chiedevo a questo libro non era di essere memorabile ma semplicemente d’intrattenimento, e il compitino l’ha assolto. Oltre tutto in suo favore gioca anche un altro elemento, e cioè che io non resisto quando c’è un caso di “libro (finto) nel libro (vero)”, con tutti i possibili meta-riferimenti del caso: do un punto in più a prescindere. Con The Lost Heir, l’immaginario romanzo scritto da Phoebe, la Heyer si diverte a prendere in giro la moda dei romanzi neri che facevano furore all’epoca in cui è ambientata la storia, con le atmosfere “gotiche” e gli stereotipi del genere (anche il titolo di questo stesso libro è una strizzatina d’occhio a quella corrente).

Insomma, a parte Cotillion che non ha ancora trovato un degno rivale, stesso giudizio complessivo degli altri predecessori: gradevole, ma dimenticabile.

Georgette Heyer, Sylvester or The Wicked Uncle, voto = 3/5

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The Bees

Questo romanzo si inserisce nella tradizione di libri allegorici con protagonisti non umani, a cominciare dal celebre La fattoria degli animali di Orwell, tuttavia è piuttosto originale perché è scritto dal “punto di vista” di un’ape, non, come forse è più comune, di un mammifero. Consideriamo generalmente gli insetti radicalmente diversi da noi, per cui l’esperienza di… entrare nella “testa” di uno di loro (e scoprirvi qualche punto di contatto con noi) è già di per sé bizzarramente affascinante. Tempo fa ho letto un romanzo, Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo, anche se lì, come da titolo, avveniva la trasformazione da insetto a uomo e il “divertimento” stava nel vedere l’insetto adattarsi al nostro mondo. Per The Bees mi viene in mente anche l’associazione con un romanzo della mia infanzia/adolescenza, La società dei gatti assassini di Akif Pirinçci, per i toni inquietanti e a tratti horror (chissà perché in Italia uscì nella collana dei “Gialli Junior” della Mondadori, come libro era piuttosto “adulto”!).

Con l’aiuto di Wikipedia, cercherò in questa recensione di usare una terminologia corretta, ma mi scuso fin d’ora se non dovessi riuscirci.

“Flora 717” è un’ape operaia, e precisamente una delle addette alla pulizia, la “casta” più bassa di quella società rigidamente compartimentata, basata su schemi immutabili, ma in cui tuttavia ciascun componente ha un suo specifico ruolo e apporta il proprio contributo alla vita della comunità, che è l’alveare. Al vertice c’è naturalmente la regina, la madre di tutte le api dell’alveare, costantemente impegnata nella sua sacra missione riproduttiva. Attorno a lei la cerchia delle damigelle d’onore, e le api nutrici addette al nutrimento delle numerosissime larve; vi sono poi le api “bottinatrici” (foragers), che quotidianamente si alzano in volo dall’alveare per procurare nettare e polline, le api guardiane addette al “servizio d’ordine” e alla sicurezza, e infine le umili operaie come appunto Flora. Un discorso a parte meritano i maschi dell’alveare, accuditi con mille attenzioni dalle altri api, nutriti e vezzeggiati e con nessun compito particolare se non quello di farsi scegliere, al momento giusto, da una nuova regina vergine. Tutto, nell’alveare, si svolge nell’obbedienza assoluta a regole senza tempo, che rassicurano le api e le fanno sentire parte di un mondo che funziona, ma che vengono anche fatte rispettare in modo inflessibile e spietato, col soffocamento di qualsiasi devianza o novità, all’insegna del motto “Accept, Obey, and Serve“. Tale regime “totalitario” è profondamente interiorizzato dalle api e cementato dal comune attingimento alla sorgente dell’Amore della Regina (Queen’s Love, da notare che questa non è un’invenzione romanzesca ma è solo una delle stupefacenti cose che si imparano da questo libro), ridistribuito e rinvigorito in ciascuna ape nel momento rituale della “devozione” in comune, e dall’appartenenza a quel “corpo collettivo” che è la Mente dell’Alveare (Hive’s Mind).

Succede però che la nostra ape protagonista, Flora 717, mostri fin dall’uscita dalla cella delle caratteristiche anomale per il suo rango, delle “strane” tendenze all’indipendenza e all’iniziativa personale, delle dimensioni non comuni, che attirano subito l’attenzione delle onnipresenti e vigilanti “sacerdotesse” dell’alveare, impegnate a mantenere a tutti i costi lo status quo. La piccola Flora quindi riesce eccezionalmente a fare una piccola “scalata sociale”, lavorando per qualche tempo nella nursery e poi entrando a far parte della squadriglia delle bottinatrici, provando l’ebbrezza del volo all’aperto. Soprattutto, il maggiore cambiamento si verifica quando, inaspettatamente, Flora inizia a deporre uova. Il principio fondamentale e inviolabile dell’alveare è che solo la Regina può riprodursi: qualsiasi uovo deposto dalle operaie (evento raro ma non impossibile) deve essere immediatamente e tassativamente eliminato, distrutto. Flora sa che sarebbe suo dovere “autodenunciarsi” alla “polizia della fertilità” (Fertility Police), condannando suo figlio… Eppure questa ape “strana” non riesce a compiere quest’atto obbligatorio e, spinta da questo “nuovo”, insopprimibile istinto materno, attua un’imprevedibile ribellione clandestina, nascondendo e proteggendo il proprio uovo (in realtà saranno più di uno), nel costante terrore di essere scoperta e allo stesso tempo col senso di colpa perché sta venendo meno ai suoi doveri verso le sue compagne.

Nel frattempo, la vita nell’alveare va avanti, con i suoi ritmi usuali e le sue emergenze, dalla difesa contro i nemici esterni, come gli attacchi delle infide e crudeli vespe, ai periodi di carestia, sempre più duri man mano che l’estate volge al termine, fino ai mesi invernali di “letargo” nel glomere (dopo il cruento sacrificio dei maschi non ancora “scelti” da nessuna regina per l’accoppiamento e rimasti a “pesare” sull’alveare, in un improvviso rovesciamento della situazione precedente) e al risveglio e alla rinascita con la nuova primavera… Ma qualcosa di inquietante, forse un complotto delle algide e potenti “sacerdotesse”, è nell’aria, e Flora si ritrova sempre più combattuta fra due istinti ugualmente forti, l’ubbidienza alle sacre regole dell’alveare e la sua nuova condizione di madre che la spinge a trasgredirle pur di proteggere la sua creatura.

Come si vede da questo riassunto, l’autrice, Laline Paull, riesce a mescolare brillantemente elementi propri della “vita da ape”, a noi totalmente alieni, come le loro forme di comunicazione attraverso i feromoni o attraverso la danza, e concetti più tipici delle società umane, ma “distorti” o adattati a questo contesto animale, generando nel lettore un bizzarro effetto contemporaneo di familiarietà e straniamento. Accanto a questo, c’è anche la trama ben congegnata: sembra “strano” dire che ci si appassiona alle avventure di… un’ape, ma è così, la storia, quanto a tensione, non ha nulla da invidiare a un thriller o a un horror con protagonisti umani.

Oltre a essere un romanzo distopico appassionante, il libro naturalmente è stato anche una prima introduzione al mondo delle api, materia che sembra estremamente ricca e interessante, tanto che appena l’ho finito mi sono subita messa a cercare qualche titolo, accessibile anche ai non specialisti, per approfondire un po’.

Laline Paull, The Bees, voto = 4/5

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Bring Up the Bodies

Continua la storia di Thomas Cromwell e della corte dei Tudor. Caterina d’Aragona, la ex regina ripudiata, è in fin di vita, ma lei, e soprattutto la giovane principessa Mary, continuano ad avere i loro sostenitori e fedelissimi; però, una volta che l’altera spagnola, irriducibile nella sua convinzione di essere l’unica legittima regina d’Inghilterra, muore nella sua semi-prigionia, le trattative diplomatiche fanno capire a Cromwell che, mentre finché lei era in vita andavano salvate le apparenze, ora un riavvicinamento fra Enrico e l’imperatore Carlo V, nipote di Caterina, non sarebbe poi così impossibile… C’è però sempre l’ostacolo della “scomoda” regina Anna Bolena, che quasi nessuna corte in Europa è disposta ad accettare. Anna Bolena che, fra l’altro, dopo aver dato alla luce una bambina, Elizabeth, continua a fallire nel suo “compito” di dare al re un figlio maschio, e sulla quale cominciano a moltiplicarsi i pettegolezzi, soprattutto relativi ai suoi rapporti coi giovani gentiluomini che le stanno sempre accanto. Oltre tutto, a complicare ancora di più le cose, il re ricomincia a guardarsi intorno e ultimamente si mostra sempre più interessato alla giovane, timida, remissiva Jane Seymour, che naturalmente ha dietro tutti i parenti, pronti a cogliere i segnali e ad approfittare del vento che cambia, per prendere il posto che al momento è occupato dal clan dei Boleyn.

E così Thomas Cromwell si trova nella paradossale situazione di dover disfare tutto quello che aveva realizzato nel primo romanzo, il “capolavoro” politico dell’annullamento delle nozze del re con Caterina, dell’Act of Supremacy e dell’incoronazione di Anna, e di doversi alleare con quelli che in realtà considera i peggiori nemici suoi e del re, la vecchia nobiltà del sangue e gli irriducibili pretendenti al trono dei Tudor, da sempre ostili ad Anna Bolena e ai suoi invadenti e avidi familiari, in un rischioso esercizio d’equilibrismo che, se lo conferma al centro degli eventi e delle macchinazioni, gli fa anche capire di non avere alcun alleato fidato (non Anna e i Boleyn, che pure ha aiutato a far arrivare al potere, non l’antica nobiltà, che lo disprezza per le sue umili origini ed è rimasta per lo più fedele a Roma) a parte, unicamente, il re, il cui favore però è sempre volatile…

Non mi dilungo troppo, perché vale quel che ho già scritto per Wolf Hall; anzi, avendoli letti l’uno di seguito all’altro, a dire la verità per me i due libri si sono “fusi” in un unico, lunghissimo romanzo.

Per la serie “non capisco il titolo”, stavolta “Bring Up the Bodies” è la frase pronunciata quando vengono condotti al patibolo George Boleyn e gli altri gentiluomini accusati di essere gli amanti della regina. In Italia se la sono cavata scegliendo di intitolare il libro Anna Bolena, una questione di famiglia: non è che mi piaccia molto, sebbene, a essere sinceri, stavolta anche l’originale non era granché.

Thomas Cromwell continua a essere l’unico che capisce sempre tutto e non sbaglia mai. Se gli altri lo ostacolano, è perché o sono ottusi o è lui a essere troppo avanti sui tempi. Io neanche sapevo che fosse mai esistito un Thomas Cromwell, quindi non so, forse è vero che era un grande, un genio. Certo, dopo circa 1000 pagine (più o meno il totale sommando quelle di primo e secondo libro), Thomas Cromwell e la sua infallibilità cominciano a diventare un po’ antipatici, e forse si avrebbe anche voglia di leggere un punto di vista diverso.

E in effetti Bring Up the Bodies, per quanto pregevole, fino a tre quarti della sua lunghezza si stava collocando un gradino sotto il suo predecessore, perché l’interminabile serie di colloqui di Cromwell con questo o quell’altro personaggio (ché, così come in Wolf Hall, non si può dire che succedano molte cose nel romanzo) cominciava a essere stancante. Però la Mantel si “riscatta” con un’ultima parte più avvincente, in cui avvengono (non penso ci sia bisogno di mettervi in guardia dallo spoiler, no? È Storia. Va beh, lo nascondo comunque) il processo e la condanna a morte di Anna Bolena.

E ora mi dispiace di non potermi “tuffare” subito nella lettura della terza e ultima puntata, The Mirror and the Light (sempre criptici questi titoli), che uscirà nel 2015. Mi dispiace anche perché, a dirla tutta, mi ero ormai abituata allo stile di narrazione non certo facile: così invece, tra qualche mese, dovrò rifare nuovamente fatica!

Hilary Mantel, Bring Up the Bodies, voto = 4/5

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Wolf Hall

Dopo Gums, Germs, and Steel, ripercorrendo la lista dei libri letti quest’anno, ho notato con soddisfazione una maggioranza di letture “serie”, impegnate (e non per questo necessariamente spiacevoli, naturalmente), tanti saggi, e quindi mi sono detta che ora avrei anche potuto “premiarmi” e “concedermi” qualcosa di facile, veloce, un romanzetto leggero, d’intrattenimento, divertente o appassionante, di poche pretese e persino un po’ “scemo”.
Con queste premesse, che cosa ha “scelto” per me l’imperscrutabile “genio” che presiede alla fase in cui finito un libro se ne comincia uno e non un altro? Sì, Wolf Hall, di Hilary Mantel (autrice già incontrata in Fludd, che non mi era sembrato affatto facile), “mattone” di oltre 600 pagine, primo capitolo di una trilogia, romanzone assai erudito e complesso sulle macchinazioni e le trame politiche alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Sì, decisamente veloce e leggero!

Eppure, scherzi a parte, la scelta si è rivelata felice. Wolf Hall, in realtà, non è propriamente il romanzo della corte dei Tudor: è il romanzo di un uomo solo, Thomas Cromwell. Addirittura l’autrice non lo nomina quasi mai, riferendosi al suo protagonista dicendo solo “he” (lui), come se fosse ovvio chi è Lui (solo che tanto ovvio poi non è, o almeno non sempre, per cui talvolta, specie nei dialoghi o nelle conversazioni a più voci, la Mantel è costretta a specificare pedantescamente “he, Cromwell”… cosa che all’inizio per il lettore è confusionaria e straziante, poi si finisce per abituarsi. Insomma, il libro mi è piaciuto ma è assai pesante e ostico. Fine della parentesi).
Dall’infanzia miserabile quale figlio di un fabbro violento e ubriacone, alla gioventù passata in giro per l’Europa e soprattutto in Italia come soldato mercenario (sebbene a questi anni della sua vita siano dedicati solo accenni), questo autentico prototipo del self-made man riesce a scalare le gerarchie di corte, non senza lo sconcerto e il malcelato disprezzo dei consiglieri più altolocati di lui, e a diventare l’uomo più fidato di re Enrico nel momento più delicato del suo regno, quando sta cercando, contro il parere del papa, degli altri sovrani europei, a cominciare da Carlo V, la cui minaccia è molto seria, nonché di una grossa parte della sua corte e del popolo, di far dichiarare nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e di sposare Anna Bolena.
In concreto, questo si traduce in una serie infinita di colloqui e trattative e dispute legali e ricerca di testimonianze per stabilire se, decenni prima, l’unione fra Caterina e Arturo Tudor (il fratello maggiore di Enrico, primo marito di Caterina, morto in giovanissima età) fosse stata consumata o no… insomma, non ci si aspetti tanta “azione” in questo libro, e però la ricostruzione d’ambiente e le minuziose analisi di tutte le ripercussioni in politica interna ed estera di ogni singolo sviluppo riescono, grazie alla bravura della Mantel, a risultare lo stesso avvincenti.

Sarà Cromwell, come dicevo, a venire a capo dell’intricata matassa, perseguendo il proprio disegno di arginare l’influenza del papato sulla monarchia e, soprattutto, lo strapotere economico delle istituzioni monastiche, fortemente decadute e corrotte, delle cui immense ricchezze cercherà di impadronirsi per metterle a disposizione della corona. In realtà comunque il nostro non è affatto dipinto come una “eminenza grigia” calcolatrice e machiavellica, assetata di potere: una costante nella sua caratterizzazione è la fedeltà al cardinale Wolsey, suo mentore e padrone, anche quando questi sarà ormai caduto in disgrazia presso il re, e anche dopo la sua morte. Significativo è anche il contrasto fra il Cromwell che si muove negli ambienti di corte e l’attento, premuroso, previdente e affabile uomo privato e padre di famiglia, duramente colpito nei suoi affetti più cari per la morte della moglie e delle figlie bambine (spoiler nascosto, ma in realtà succede molto presto nel romanzo), ma sostenuto e amato da una vivace “famiglia allargata” che comprende figli, nipoti, cognate, apprendisti cresciuti ed educati come se fossero figli suoi, domestici e servitori. E, a chi considera suo amico, come i simpatizzanti delle idee luterane e i seguaci di Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese, duramente perseguitati da Thomas More, Cromwell è un alleato formidabile su cui contare. Insomma, più che di uno “spietato” politico, sembra che la Mantel abbia voluto tracciare il ritratto di un “uomo nuovo”, che ha saputo costantemente reinventarsi e imparare dalle numerose e diverse esperienze, che ha capito che ai vecchi valori stanno per subentrare la concretezza, il senso per gli affari, la forza del denaro, l’arte della diplomazia.

Dal punto di vista del piacere dell’intreccio “romanzesco”, ha aiutato anche il fatto che, fatta eccezione per le figure storiche di primissimo piano, come Enrico VIII e Anna Bolena e Thomas More, ben poco sapessi della moltitudine dei personaggi di contorno, a partire da lui, il protagonista, Thomas Cromwell, per me un illustre sconosciuto prima di iniziare il libro. (Promemoria per me: la prossima volta che leggi un romanzo storico con personaggi realmente esistiti, frena l’impulso di consultare le voci su Wikipedia, o guarda solo quelle dei personaggi già morti: per averlo fatto una volta di troppo mi sono “fregata” con le mie mani scoprendo, senza volerlo, quando e come muore Cromwell).

Certo, non è un libro facile e neppure perfetto in tutto e per tutto: la prima metà, con Cromwell che lavora ancora all’ombra del cardinale, mi ha convinto di più della seconda, un po’ perché l’autrice finisce per innamorarsi un po’ troppo del suo protagonista, che ha fatto tutto, sa tutto, capisce tutto prima di tutti, ed è miracolosamente più tollerante, lungimirante e di ampie vedute di qualsiasi uomo del suo tempo. Tutti i suoi avversari vengono improvvisamente degradati a malvagi, fanatici, corrotti (la Mantel sembra soprattutto desiderosa di demolire in tutti i modi il “mito” del celebre filosofo e intellettuale Thomas More, la cui incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica fino alla condanna a morte viene qui presentata come incomprensibile e ottusa ostinazione).

Il libro è curiosamente intitolato Wolf Hall, che sarebbe il nome della residenza della famiglia Seymour… eppure questo luogo, e questa famiglia, hanno ancora un ruolo piuttosto marginale in questo primo romanzo della serie: strano, quindi, che sia stato scelto questo titolo, se non forse per dare al lettore un vago senso di “inquietudine” o “premonizione” ogni volta che vengono citati.

Hilary Mantel, Wolf Hall, voto = 4/5

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Through the Looking-Glass

Vale quel che ho scritto per Alice’s Adventures in Wonderland, di cui questo è il seguito: stavolta la piccola Alice, invece di seguire il Bianconiglio nella sua tana, entra nello specchio e scopre un mondo di creature altrettanto strane e “rovesciate”.

Come immaginavo, troviamo qui gli episodi “mancanti” che ricordavamo dal film: il giardino dei fiori antipatici, Pinco Panco e Panco Pinco (nell’originale Tweedledum e Tweedledee), e… lo sapevate che non è il Cappellaio Matto a parlare ad Alice del non-compleanno, ma Humpty Dumpty? Per me è stato uno shock!

Lewis Carroll, Through the Looking-Glass, voto = 3/5

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Alice’s Adventures in Wonderland

C’è bisogno di fare una sintesi della trama? Questo è il classicissimo Alice nel Paese delle Meraviglie, scritto nel 1864 dal rev. Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll.

È impossibile, all’inizio, non pensare sempre alle sequenze del cartone della Walt Disney e alle immagini dei personaggi che tutti conosciamo: il Bianconiglio (White Rabbit), il Cappellaio Matto (the Hatter) e la Lepre marzolina (the March Hare), la Regina di Cuori (the Queen of Hearts), lo Stregatto (the Cheshire Cat) e il Brucaliffo (the Caterpillar). (Tra parentesi, gli adattatori italiani della Disney sono stati abili, e il lavoro non era affatto facile: “Stregatto” e “Brucaliffo” si distaccano dagli originali ma sono indubbiamente invenzioni molto felici.) Insomma, gran parte del piacere è dato dal ritornare con la memoria al celeberrimo adattamento cinematografico, per fare confronti, rilevare le differenze nella versione italiana, e in definitiva abbandonarsi ai ricordi dell’infanzia. Però, poco a poco, aumentano gli episodi non presenti nella versione cinematografica (forse il cartone animato riunisce assieme elementi di questo libro e del successivo, Avventure di Alice attraverso lo specchio? Lo scoprirò leggendo il secondo volume) o diversi, e molto spesso si fa riferimento a canzoni o filastrocche tradizionali inglesi, e non conoscerle fa perdere un po’ d’efficacia allo scherzo, e insomma la lettura scorre un po’ faticosa e frenetica. Basta però la fugace ricomparsa di un nome noto, di un arguto gioco di parole (se possibile, questo testo andrebbe proprio letto in lingua originale), per ridestare subito l’attenzione.

Dopo pagine e pagine di bizzarrie e nonsense, forse è proprio nelle ultimissime righe del romanzo che Carroll ci sorprende di più, inserendo come chiusa un paragrafo improvvisamente delicato ed emozionante (il punto di vista è quello della sorella maggiore di Alice):

Lastly, she pictured to herself how this same little sister of hers would, in the after-time, be herself a grown woman; and how she would keep, through all her riper years, the simple and loving heart of her childhood: and how she would gather about her other little children, and make their eyes bright and eager with many a strange tale, perhaps even with the dream of Wonderland of long ago: and how she would feel with all their simple sorrows, and find a pleasure in all their simple joys, remembering her own child-life, and the happy summer days.

Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, voto = 3/5

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The Convenient Marriage

English version (Google Translate)

E insomma, quando attraversi un periodo in cui ti senti “in colpa” perché non hai molta voglia di leggere, è inutile intestardirsi su libri più lunghi o impegnativi, come ad esempio i saggi (sebbene, in teoria, ora mi “piacerebbe” leggerne uno, per mantenere il giusto equilibrio fra saggistica e narrativa, e ne avrei tanti interessanti a disposizione): per contrastare la fase di “magra”, meglio puntare su una lettura gradevole, veloce, divertente, magari senza troppe sorprese ma, comunque, pur sempre di qualità più che dignitosa.

Nonostante la forte delusione di The Grand Sophy, di cui davvero non comprendo la popolarità, ho pensato che i romanzi rosa storici della Heyer potessero fare al caso mio: non troppo lunghi, graziosi, garbati, “affidabili” (nel senso di “sai cosa leggi”), storicamente accurati, ben scritti. Se fossi stata fortunata, avrei potuto scoprire un piccolo gioiellino del livello di Cotillion, altrimenti… almeno avrei letto qualcosa. Lo so che non va data importanza al fatto che sia già “indietro” di 3-4 libri se voglio raggiungere il mio traguardo annuale, ma mi dispiaceva “perdere tempo” al computer.

Fra i tanti titoli della Heyer, proprio per ritrovare quell’atmosfera un po’ “pazza” e “fuori dagli schemi” di Cotillion, ho selezionato alcuni che mi sembravano altrettanto originali, come questo The Convenient Marriage, datato 1934, che ho scoperto perché lo stava leggendo una utente di Goodreads.

Lord Rule, un gentiluomo rispettabilissimo e facoltoso, ha inaspettatamente deciso di concludere i suoi giorni da scapolo e ha chiesto la mano della bella Elizabeth Winwood. L’unione farebbe davvero comodo alla famiglia di lei, alle prese con alcuni problemi finanziari, ma la proposta è accolta con tristezza e rassegnazione dalla giovane, che in realtà ama un altro… Per sua fortuna, la sua sorellina Horatia è un tipo dalle mille risorse: cogliendo tutti di sorpresa, si reca da Lord Rule con una… “proposta indecente”. Visto che non si tratterebbe comunque di un matrimonio d’amore ma di pura convenienza, non vorrebbe piuttosto lei, Horatia, come moglie, lasciando Elizabeth libera di sposare chi le pare? Per quanto le riguarda, lei non è altrettanto bella, ha quasi vent’anni meno del marito e l’irruenza di un’adolescente non molto avvezza ai modi da usare in società, è anche balbuziente, ma essere una gran dama non le dispiacerebbe e promette di fare la sua parte di moglie senza interferire troppo con la vita di lui. Lord Rule, abbastanza divertito, ci riflette e, tutto sommato, non trova di che obiettare: si forma quindi questa “strana coppia”, con la giovane che si getta entusiasta nei divertimenti dell’alta società londinese e si dà alle spese pazze, e lui che continua tranquillamente a frequentare la sua amante di vecchia data. Questo matrimonio inaspettato e un po’ anomalo, però, ha messo in allarme chi invece contava ormai di entrare in possesso dell’eredità di Lord Rule alla sua morte senza eredi legittimi, e ha ispirato a un vecchio rivale e nemico dello sposo un’idea per una elaborata vendetta, per cui da qui le cose cominciano a complicarsi…

Come si vede, una trama con una premessa un po’ inconsueta: il fatto che fosse incluso nella lista “Hero much older than the heroine” (libri con “eroe molto più anziano dell’eroina”) era un ulteriore punto a favore, o comunque un motivo di curiosità, perché, come si sarà capito, se proprio devo leggere un romanzo d’amore, mi piacciono quelli che “si divertono” a sovvertire le attese dei lettori, e la forte differenza d’età è in genere vista come un elemento negativo, con la giovane fanciulla che in genere è costretta a sposare un odioso vecchio che non ama (poi qui già nelle prime pagine si scopre che il protagonista maschile ha circa 35 anni… sì, d’accordo, l’eroina ne ha 17, quindi può a buon diritto considerarlo “very old”… io però, per non sentirmi a mia volta decrepita, ho preferito immaginarlo con qualche anno in più, diciamo circa 40!) 🙂

Così come in Cotillion, anche The Convenient Marriage lascia poco spazio al romanticismo “tradizionale” e assume più le forme di una “screwball comedy“, anche in modo un po’ più “esagitato” dell’altro romanzo, più tardo e quindi, forse, più maturo. Inoltre, forse perché siamo nel più “malizioso” e “salottiero” Settecento, e non nell’epoca della Reggenza, l’atmosfera è più galante, civettuola, audace, “licenziosa” (anche se tutto è accennato, più che mostrato): si parla abbastanza liberamente di amanti e mantenute, di matrimoni di pura convenienza, di cavalieri serventi, di gioco d’azzardo, di mode frivole, di baci “rubati”, in un contrasto non spiacevole con altri romanzi dell’autrice (dirò di più, qui il clima in alcuni punti si fa persino un po’ “dark”, se è vero che assistiamo anche a rapimenti, duelli, uomini un po’ più maneschi e violenti del solito, e addirittura un tentativo di stupro fortunatamente fallito).

C’è un dettaglio che il romanzo non spiega molto bene, e cioè perché Lord Rule, visto che la sua vita da scapolo senza troppe preoccupazioni non sembrava dispiacergli troppo, a un certo punto decida di volersi sposare. La spiegazione è che lo fa per accontentare la sorella e per allacciare legami con la famiglia Winwood, ma poi non si capisce a che scopo: per quale motivo gli importa tanto imparentarsi con quella famiglia, al punto da essergli indifferente quale delle tre sorelle sposerà? Dopo il matrimonio, questo aspetto non viene mai più toccato. O forse vorrebbe un erede? Ma il motivo non sembra neanche questo, poiché non sembra proprio che i due sposini si… impegnino a tal fine (ciascuno, come concordato, si fa gli affari propri e si intromette il meno possibile nella vita dell’altro). È chiarissimo perché la famiglia di lei sia contenta dell’unione (lo sposo è ricchissimo), ma perché lui decida di prendere quest’iniziativa, questo non si capisce. Alla fine, comunque, questo famoso motivo è e non è importante: lo so che questo matrimonio “bizzarro” è l’intera premessa del romanzo, per cui in teoria l’autrice dovrebbe spiegarlo meglio, ma, appunto, è il dato di partenza, in fondo ci interessa quel che avviene dopo le nozze, che accettiamo come dato di fatto, perciò non è che mi metterò a cavillare su questo punto: toglie poco al divertimento della lettura.

Peccato però che il buon lavoro fatto dalla deliziosa prima metà del romanzo venga poi “rovinato” un po’ da una seconda parte sovraccarica, frenetica e troppo concentrata sull’azione piuttosto che sui caratteri.
Mentre tutto sommato il protagonista maschile, con la sua aria placida e accomodante in superficie e in realtà un temperamento con cui non conviene scherzare, come scoprono a proprie spese i suoi nemici, è un piacevole personaggio per tutto il corso del libro (a parte sul finale, quando si diverte a prolungare un po’ troppo uno “scherzo” a fin di bene ma in fondo abbastanza crudele verso la mogliettina con i nervi a fior di pelle), la protagonista femminile, che era partita alla grande, mi ha fortemente deluso: avevo immaginato di trovarmi di fronte una storia in cui l’eroina, malgrado la giovanissima età, si dimostra, con grande stupore di tutti, più sveglia, svelta, “matura” e pratica del previsto (come appunto faceva pensare la sua sconvolgente ma geniale trovata di sostituirsi alla sorella), al punto che il marito poco a poco si accorge di avere a che fare con una persona che può trattare “alla pari” e alla quale lo legano più cose in comune di quanto pensasse. È venuto fuori invece piuttosto il contrario: la giovane età di Horatia la porta a essere capricciosa e impulsiva e a commettere una serie di sciocchezze, che Lord Rule perdona bonariamente o a cui pone rimedio in qualche modo, senza troppo scomporsi, fino a che la ragazza non si rende conto che, in fondo, l’uomo che ha sposato puramente “per convenienza” non è proprio male come marito. Lui e lei non sono quasi mai insieme per buona parte del romanzo, spesso sono lontani l’uno dall’altra, per cui è difficile capire perché nelle ultimissime pagine arrivi l’happy ending e il “e vissero felici e contenti” (o perché dovrebbe poi importarcene molto). Un gran mucchio di personaggi interessanti (la sorella zitella di lei! l’ex amante di lui! il segretario! la sorella di lui dal passato “burrascoso”!) viene praticamente abbandonato, con mio grande dispiacere, nella seconda metà del romanzo, che contiene delle situazioni un po’ improbabili e alla fine si riduce a replicare lo schema dei famosi gioielli donati dal duca di Buckingham alla regina di Francia ne I tre moschettieri, con una spilla perduta e da recuperare assolutamente per evitare che venga usata dai nemici della coppia come prova di una presunta infedeltà coniugale.

Quindi, insomma, un romance un po’ sconclusionato, ben lontano dalla costruzione equilibrata e ordinata di Cotillion, in cui alla coppia principale, che dovrebbe essere il fulcro della storia, è praticamente impossibile affezionarsi, ma ci pensano gli adorabili personaggi secondari (tutta la seconda parte, con le avventure picaresche del fratello di Horatia e dei suoi impagabili amici alla ricerca della spilla perduta, sebbene tirata un po’ per le lunghe, è gradevolissima e ricca di dialoghi brillanti e divertenti) a fargli guadagnare un’onesta sufficienza.

Georgette Heyer, The Convenient Marriage, voto = 3/5

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North and South

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Questo libro non l’avevo mai sentito nominare, ma continuava a comparire nelle librerie di un sacco di utenti di Goodreads (e spesso sempre col massimo dei voti): per farvi capire quanto non ne sapevo nulla, pensavo, dato il titolo (“Nord e Sud”), che fosse un saggio di economia politica dedicato alle disparità fra Nord e Sud del mondo. Figuriamoci. Quando mi sono decisa a leggere la descrizione ho scoperto che è invece un romanzo, scritto nel 1855, e che la contrapposizione nord/sud si riferisce invece all’Inghilterra dell’epoca, fra il nord industriale, mercantile e operaio, ricco ma attraversato da contrasti e tensioni, e il sud più “idillico” e legato alla natura, più elegante ma anche più indolente e arretrato.

La diciottenne Margaret Hale è vissuta nel benessere e fra gli affetti familiari, nell’elegante casa londinese della zia. Ora la cugina sta per sposarsi, e lei torna a vivere coi genitori, in un cottage immerso nella ridente campagna dell’Hampshire: là il padre di Margaret è il rettore della locale parrocchia anglicana, e la madre, un po’ brontolando per la lontananza dalla città, conduce una vita placida e tranquilla. Questo quadretto idillico si frantuma quando la ragazza apprende in confidenza dal padre che la sua fede sta attraversando una grave crisi, e che in conseguenza di ciò ha deciso di lasciare la guida della parrocchia e trasferirsi con la famiglia in una grigia città del nord, Milton (nell’immaginaria contea del Darkshire, dal nome evocativo!), dove intende guadagnarsi da vivere come maestro.
Margaret ammira la coerenza e la mancanza di ipocrisia del padre, ma i primi tempi in quella città cupa, sporca, soffocata dal fumo delle ciminiere e popolata da un’umanità nettamente divisa fra la classe dei padroni, ossessionati dai soldi, dal profitto, dalle macchine, e quella degli operai, che covano un odio minaccioso e sono sempre pronti a esplodere con violenza, sono deprimenti.
Quali rappresentanti opposti di queste due tipologie, Margaret fa la conoscenza di Nicholas Higgins, un rude operaio molto impegnato nelle lotte sindacali, e soprattutto di John Thornton, proprietario di uno dei più fiorenti cotonifici della zona, autentico self-made man che fin da giovanissimo col suo lavoro ha mantenuto la madre e la sorella, energico e intraprendente, ma che ha scarsa o nulla comprensione per chi ha una tempra meno solida della sua.

Margaret, dall’iniziale insofferenza e disprezzo per quel modo di vivere così distante da ciò cui era abituata, sceglie di immergersi nei problemi di quella società, di cercare di capire, di svolgere un ruolo attivo di proposta: assiste la figlia di Higgins, gravemente malata, cerca di allontanare quest’ultimo dall’alcol e di riavvicinarlo alla religione, incalza con le sue domande e le sue critiche Thornton, e contemporaneamente sostiene i due anziani genitori, anch’essi disorientati dall’impatto con la nuova realtà, addirittura interviene per impedire che uno sciopero degeneri in violenza, andando in soccorso proprio di Thornton. I continui contrasti fra i due, naturalmente, nascondono una potente attrazione, che l’autrice analizza in modo molto fine, specialmente dal punto di vista della ragazza.

Succedono varie cose, in questo romanzone, col mio riassunto non sono arrivata neppure a metà libro, perciò mi fermo qui, passando alle mie impressioni, che sono molto positive. Non tutto è perfetto, si sente qua e là un certo tono “declamato” e, come dire, ottocentesco, certi “dialoghi” sono più monologhi recitati sul palco. Soprattutto all’inizio la narrazione procede un po’ “a scatti”, come se dovesse assestarsi un po’ (sarà utile precisare che, come tanti romanzi dell’epoca, anche North & South uscì originariamente a puntate, e sarà forse questo il motivo di un certo “impaccio” iniziale, come di alcune lungaggini finali). Leggo però (su Wikipedia) che, secondo alcuni critici, l’inizio un po’ “incerto” sarebbe invece proprio intenzionale, per “depistare” il lettore nelle sue aspettative.

Ma mi sembra che coi difetti si possa chiudere qui, e iniziare col positivo, partendo subito con un enorme complimento: questo libro è riuscito in un’impresa che ha del miracoloso: creare un personaggio femminile al 100% di mio gusto. Non so se la mia è una misoginia di fondo, ma in genere non ho grande simpatia per le eroine, e mi intrigano molto più i personaggi maschili: sarà un caso che, andando a memoria, ma mi sembra di non sbagliare, la maggioranza dei libri che leggo è scritta da uomini, e adesso che a scrivere è una donna avviene il contrario? Stavolta, infatti, nella nostra Margaret Hale sono riunite tante belle qualità, ma senza farne un idolo distante e insopportabile: intelligente, razionale, energica (i genitori spesso sembrano “bambinoni” da gestire, specie il padre), curiosa, concreta, pratica, indipendente senza essere vistosamente anacronistica e irrealistica (d’altronde, il romanzo è scritto da una contemporanea!); certo, man mano che la storia prosegue queste doti rischiano di essere esagerate tanto da farne poco meno che una santa, dalle virtù eroiche e inscalfibili pur nel mezzo di mille disgrazie (considerando poi che si tratta di una ragazza sui vent’anni), ma le mie simpatie verso di lei non hanno vacillato neanche quando i suoi atteggiamenti mi sono parsi meno comprensibili, o meno realistici.

Altro pregio, l’autrice non ha paura di affrontare temi “scabrosi”: l’intero romanzo tratta di un soggetto che non ti aspetteresti da una signora dell’Ottocento, le lotte nelle fabbriche, i sistemi di produzione, gli alti e bassi nella carriera di imprenditore, ma mi riferisco in particolare ad alcuni argomenti come il suicidio di un operaio incapace di mantenere la propria famiglia e stretto suo malgrado nella tenaglia di padroni e Union, o la stessa crisi di fede del padre della protagonista, o lo status di criminale e “traditore della Patria” del fratello (ex ufficiale di Marina su cui pesa la condanna in contumacia per ammutinamento e che quindi vive lontano dall’Inghilterra: mi ha colpito la “libertà” con cui vengono descritte queste circostanze e vengono attribuite opinioni anche molto critiche dell’autorità e dell’esercito a quello che è a tutti gli effetti un personaggio positivo).

Abbiamo infine la bella storia d’amore. Dirò la verità, mi ha intrigato di più la prima parte, in cui fra lui e lei avvenivano spesso vivaci scambi di idee e di opinioni, dai quali uscivano quasi sempre in totale disaccordo ma che, allo stesso tempo, contribuivano a farli avvicinare come persone e a dar loro modo di scoprire certe qualità l’uno dell’altra, piuttosto che la seconda, in cui le tensioni e le complicazioni del filone romantico della storia si reggevano su espedienti più “classici” come il malinteso, l’equivoco che non si riesce mai a chiarire, la gelosia (immotivata, naturalmente, ma lui non può saperlo, però lei non può spiegargli, eccetera eccetera).

Da qui in poi parlerò del finale e, siccome rivelerò proprio tutto, userò la solita tecnica: scrivo alcune frasi in bianco, così da renderle invisibili sullo sfondo, in questo modo: testo invisibile. Se volete leggerle evidenziate il testo col mouse.
La fine mi ha un po’… lasciato senza parole. Dopo svariati capitoli, non brutti né inutili, perché comunque servivano a far sempre più apprezzare la forza di carattere dell’eroina, e quanto gli ultimi eventi (la morte dei genitori, innanzi tutto) l’avessero cambiata e fatta maturare, ma che comunque talvolta davano l’impressione di tirare la storia taaaanto per le lunghe… eravamo arrivati al 99% del libro e non sembrava proprio che si fossero fatti progressi sulla strada della riconciliazione fra lui e lei (anzi, i due non si parlano quasi più e sembrano rassegnati e convinti che l’altro non li ricambi affatto), tanto che stavo iniziando a valutare seriamente l’ipotesi che non ci sarebbe stato un lieto fine, e non sapevo se essere dispiaciuta o piacevolmente sorpresa per questa originalità della Gaskell che rifiuta di concedere la consolazione di un facile lieto fine al suo pubblico. Ma, poi, bastano pochi click di cambio schermata (chissà quante pagine sarebbero!) e, zac!, si risolve tutto e, all’improvviso, all’ultimissima scena, Margaret e John vivono felici e contenti. Per carità, è un momento tenerissimo e però senza alcun mieloso sentimentalismo, in linea col carattere di entrambi, e anzi il tono è genuinamente lieto, persino giocoso, però… Abbiamo tirato avanti capitoli su capitoli senza che vi fossero sostanziali progressi… e proprio l’ultima scena la fai arrivare come un fulmine a ciel sereno? Sono rimasta un po’ incredula! Ho una mia teoria: come detto, il romanzo uscì originariamente a puntate su un giornale. È possibile che il numero di capitoli fosse stabilito a priori, e che quindi, “scaduto” il tempo, si dovesse chiudere la storia, non importa come? In effetti nella premessa l’autrice scrive di aver rivisto l’opera per la pubblicazione in volume e aver ampliato e reso più gradualmente alcuni passaggi che in precedenza, per esigenze “editoriali”, avvenivano in modo un po’ troppo brusco. Avrebbe potuto indulgere un po’ anche sul finale! Nella voce di Wikipedia sopra citata forse si trovano conferme in questo senso. A meno che non sia stata anche questa proprio una scelta deliberata, di chiudere in modo così secco, essenziale, senza tanti “sbrodolamenti” sdolcinati.

Elizabeth Cleghorn Gaskell, North and South, voto = 4/5
Disponibile gratis (in lingua originale e in versione elettronica) su Amazon.it e altri store digitali

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