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Se potessi avere

Visto sul catalogo della casa editrice il Mulino, questo libro presenta una serie di frammenti, in genere molto brevi (2-3 pagine in media), selezionati fra le testimonianze conservate nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo), un’istituzione che raccoglie diari, lettere, memoriali, autobiografie di gente “comune”, dalle quali si colgono tanti preziosissimi spunti di ricerca.

Il filo conduttore che i curatori hanno voluto dare a questa antologia è quello del denaro. Sono storie in cui, 9 volte su 10, il denaro è al centro del discorso per la sua mancanza, sono rari i racconti di “successo”: ci sono, quindi, tanta sfortuna e tante amare recriminazioni, ma allo stesso tempo anche voglia di fare, audacia, inventiva, solidarietà.

Naturalmente non c’è solo il denaro in queste pagine, o meglio il tema del denaro è anche un pretesto per parlare (e leggere) d’altro: lettere d’amore, diari, crisi personali, successi e rivalse (pochi), dalla fine del XVIII secolo fino ai primi anni Duemila, che vedono protagonisti tanti, diversissimi personaggi: il tenore che negli anni trenta dell’Ottocento canta alla corte di Spagna, l’emigrato toscano in Francia, il giovane orfano che, nei primi anni del Novecento, tiene nascosta alla madre ansiosa l’iscrizione al sindacato, l’adolescente fantasioso che negli anni della prima guerra mondiale fa uscire un curioso “giornale” con le notizie di famiglia, il commissario prefettizio tutto d’un pezzo che, in epoca fascista, viene mandato in un paesino siciliano controllato dalla mafia, i due giovani che organizzano la “fuitina”, la ragazzina che accumula i soldi della paghetta per comprarsi lo stereo negli anni ottanta, il consulente finanziario sempre più vittima dello stress, la precaria che deve difendersi dalle avances del capo.

L’unico “difetto” del libro è che… sono appunto frammenti, troppo brevi: abbiamo solo un rapidissimo flash su queste vite, si cambia pagina, epoca, protagonisti, e non sapremo mai (a meno di non andare a Pieve Santo Stefano a consultare l’originale, ovvio!) come finisce “la storia”.

Se potessi avere. Memorie degli italiani ai tempi della lira, a cura di Diego Pastorino, voto = 3/5

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La corda e la mannaia

E, dopo Camilleri e Pagliaro, rimaniamo ancora in Sicilia.

Ideale seguito di un libro dello stesso La Duca del 1970, I veleni di Palermo, in cui venivano presentati i casi di delitti “occulti” e perpetrati con la massima discrezione possibile, questo La corda e la mannaia vuole ricordare invece quelli che più fecero “rumore”, in cui l’assassino non si preoccupò di nascondere le sue tracce, e soprattutto l’esemplare castigo della legge, applicato appunto con i due strumenti del titolo, la corda (l’impiccagione) per i rei di basso ceto, la mannaia (la decapitazione) per i nobili, quale segno di distinzione. È un’opera postuma, perché l’autore morì nel 2008, quando l’aveva praticamente ultimata, e il curatore, trovato il file nel computer, non ha fatto altro che prepararlo per la stampa.

In pratica non è altro che un catalogo di delitti e relative esecuzioni dei colpevoli avvenuti in Sicilia, e prevalentemente a Palermo, dall’inizio del XVI secolo alla fine del XVIII, tratti da alcune storie o cronache di autori locali. Dal resoconto nudo e crudo dell’evento non parte alcuno spunto per l’indagine storica, alcun interrogativo, anche il contesto è, talvolta, tutt’al più solo abbozzato, e l’autore interviene solo di tanto in tanto con commenti che sono però di tono moraleggiante o arguto o ironico. Oltre tutto, per un buon numero di questi delitti non si conosce, perché le fonti non lo riportano, neppure il movente, e quindi il resoconto si riduce più o meno a “il giorno tale X uccide Y, viene arrestato e condannato a morte, la sentenza viene eseguita nel luogo Z il giorno tal altro per impiccagione/decapitazione, assistettero il condannato i due confratelli della Compagnia dei Bianchi Tizio e Caio”: un po’ poco per avere, almeno, il brivido di leggere un po’ di true crime “ante litteram”. Insomma, una semplice compilazione, uno sfoggio di erudizione, che forse può servire a qualche futuro storico, che potrà comodamente trovarvi riuniti i dati sull’applicazione della giustizia nell’isola in epoca moderna invece che andarseli a raccogliere su quella o quell’altra fonte.

D’altra parte l’autore, Rosario La Duca, è lo stesso che aveva curato le note nel romanzo I Beati Paoli, in cui si trovavano praticamente solo informazioni minuziosissime (ma anche, francamente, poco interessanti per un lettore non palermitano) su come si chiama oggi quella tale o tal altra via di Palermo citata nel libro: insomma, si conferma che egli era un erudito espertissimo di storia locale e setacciatore di fonti e paziente catalogatore dei dati più svariati, ma forse senza l’ampiezza di vedute dello storico (ma in realtà non conosco tutta la sua produzione, non dovrei dare giudizi affrettati).

Mah, a posteriori non so mica perché ho comprato questo libretto: doveva essermi sembrato interessante, quando lo vidi per la prima volta sul sito della casa editrice Sellerio. Almeno l’ho preso usato con lo sconto del 50%, e non a prezzo pieno (12 euro!).

Rosario La Duca, La corda e la mannaia (a cura di Francesco Armetta), voto = 2/5
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La puttana del tedesco

Sulmona, 1943. Ada è una giovane vedova con due bambini piccoli, il marito, Guerino, è morto poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia. La ragazza da allora ha sacrificato tutte le sue energie per il benessere dei figli, lavorando, faticando senza sosta, occupandosi anche degli anziani suoceri, annullandosi per gli altri. Al momento della caduta del fascismo e dell’armistizio, la tragedia della guerra si abbatte con tutta la sua violenza su quella zona dell’Abruzzo, dove passa la linea difensiva Gustav: l’esercito tedesco arriva in forze e, fra gli stranieri giunti in paese, vi è anche un giovane soldato austriaco di nome Helm, col quale, dopo poco tempo, Ada inizia una relazione, fatta soprattutto di attrazione fisica e comunicazione senza parole, anche perché l’uno non parla la lingua dell’altra. Sullo sfondo degli orrori dell’inverno 1943-44 che il paese si trova a vivere, fra devastanti bombardamenti angloamericani, rastrellamenti e massacri compiuti dai tedeschi, fame, paura costante, sfollamenti, i due giovani cercano di ritagliarsi una bolla di serenità lontana dalla realtà della guerra, anche se Ada è esposta alle malelingue e ai rancori dei paesani, e aiutata solo dal coraggioso sacerdote don Liborio (finalmente una figura positiva di ecclesiastico che, grazie anche alla conoscenza della lingua, tiene i contatti col comando tedesco per alleviare le sofferenze della popolazione, ma contemporaneamente si dà da fare di nascosto per aiutare e nascondere ex prigionieri inglesi in fuga, oltre a intervenire nelle situazioni di bisogno come quella di Ada). Seguono varie peripezie della coppia di amanti, con Helm che rimane gravemente ferito in azione, che però finiscono per risultare “annacquate” nella disperazione generale.

La situazione quindi è simile a quella di Dolce, il secondo “movimento” della Suite francese di Irène Némirovsky: lì siamo in Francia nel 1940, qui in Italia nel 1943, lì una signora della media borghesia e un ufficiale, qui una popolana e un soldato semplice, ma si narra sempre dell’incontro e dell’amore “impossibile” fra una donna sola (nel libro della Némirovsky Lucile era sì sposata, ma il marito, già poco amato, era lontano, prigioniero in Germania) e il soldato straniero e invasore, col quale però inaspettatamente si scoprono profonde affinità. Ciò che in Dolce rimaneva dolorosamente e malinconicamente inespresso, in La puttana del tedesco è invece vissuto in modo molto carnale e appassionato: certo, a differenza del romanzo della Némirovsky dove i dialoghi fra i due mancati amanti aiutavano a far capire il nascere del sentimento, qui, poiché Ada e Helm non riescono quasi a parlarsi, non è facile capire cosa faccia scattare la scintilla fra i due, oltre all’attrazione fisica, ma, una volta “accettato” questo primo passo, proprio il fatto che i due siano in grado di capirsi senza parlare risulta emozionante e ben descritto. L’eroina del libro è sicuramente la donna, con la sua grande forza tranquilla, l’indipendenza e l’altruismo, l’amore per i figli, l’intelligenza acuta e le capacità di organizzatrice, mentre la figura di Helm rimane un po’ generica (è un uomo buono e semplice, serio e di parola, non è un fanatico nazista).

Se un difetto si può trovare a questo romanzo, è quello di essere talvolta un po’ verboso: non è necessario dirci chiaro e tondo che gli occhi di Helm cercano con insistenza Ada perché ne è innamorato, che se i due amanti venissero scoperti sulla donna si rovescerebbe tutto l’odio della popolazione, e tanti altri dettagli e significati che potrebbero tranquillamente rimanere sottintesi, tanto il significato lo capiamo benissimo da soli. Invece l’autore è sempre molto (troppo?) “presente”, sia appunto quando si tratta di spiegare le emozioni e i travagli della sua protagonista, sia quando delinea un quadro generale degli eventi di quel teatro di guerra: i suoi personaggi parlano poco, sembra che i dialoghi non siano congeniali a D’Alessandro, ci pensa lui a dirci tutto. Talvolta sembra quasi, paradossalmente, di leggere “un riassunto” del romanzo! In una pagina, in un periodo può essere che siano narrati tanti avvenimenti e se ti distrai un attimo ti ritrovi a pensare “ok, calma, che sto leggendo? Dove/quando siamo? Che stanno facendo i personaggi?”. Ma pazienza, la storia è bella, anche se lo stile spinge appunto a leggerla così, “di volata”. Un po’ “sbrodolato”, infine, l’ultimo capitolo (forse bastava dire che Helm e Ada si sposano e vivono felici e contenti con tanti figli e nipoti fino alla morte di lui, non vita morte e miracoli decennio dopo decennio). Pazienza, la storia è comunque bella e, anche se non è certo la prima volta che ne sentiamo parlare, non si può non restare colpiti dal racconto di queste pagine tragiche della nostra Storia nazionale.

Giovanni D’Alessandro, La puttana del tedesco, voto = 3/5
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La chimera

Da qualche tempo, l’ho già detto, cerco di acquistare solo libri usati, per quanto possibile. Si può fare benissimo, e spesso più comodamente, tramite Internet, ma poche cose, per l’amante dei libri, battono la soddisfazione e il piacere di trovare in modo insperato un libro che stavi proprio cercando in un mercatino dell’usato, visitato tanto per “dare un’occhiata”. Immaginate quindi la mia gioia nel vedere in una bancarella assolutamente improvvisata per la strada questo romanzo di Vassalli, acquistato subito per la modica somma di 2 euro (e pazienza se in effetti è ridotto un po’ male, con qualche macchia sulla copertina).

Scritto nel 1990, La chimera narra la breve vita di Antonia, abbandonata in fasce e cresciuta in un ospizio per trovatelli di Novara, adottata a dieci anni da una coppia di contadini del minuscolo paese di Zardino, apparentemente destinata, assieme ai suoi compaesani, a svanire nel nulla del Tempo e della Storia nell’indifferenza dei posteri se, nell’estate del 1610, all’età di vent’anni, non fosse stata accusata di stregoneria, non avesse subito un processo e fosse stata condannata al rogo come eretica impenitente. Vassalli parla di fatti e personaggi realmente accaduti su cui costruisce ipotesi verosimili, peccato però che non sia preciso nel citare la fonte (sarò pedante io, però, se volessi consultare gli atti originali del processo, dove li trovo?).

Paradossalmente, se il romanzo si fosse limitato a narrare le piccole e grandi gioie e miserie quotidiane di un minuscolo paese del Ducato di Milano, senza arrivare al processo, avrebbe ricevuto da me un giudizio migliore: belli infatti i capitoli sull’infanzia di Antonia nel ricovero degli esposti, con la monotonia quotidiana delle suore e delle lezioni interrotta dagli occasionali “eventi memorabili” come la visita del vescovo, preparata con comica sollecitudine, o sul contrasto fra il quistone don Michele, prete-mago e avventuriero più che sacerdote, e il giovane don Teresio, figlio della Controriforma, con le sue prediche e il suo attivismo sfrenato, o anche quello, bellissimo, sui gesuiti e il loro “zoo” di animali esotici impagliati per informare i villani sui successi delle loro missioni in Oriente, o sul pasticcio delle reliquie false recuperate dalle catacombe romane, imbroglio di cui cade vittima il collaboratore del vescovo, mons. Cavagna… perfino il “contorno” alla scena finale del rogo, in contrasto stridente e voluto, nella sua allegria e vivacità, con l’evento tragico della morte della protagonista. Un tema che ricorre con frequenza nel libro è la contrapposizione fra quello che è andato completamente perso e cancellato dalla memoria (i nomi, le persone, i paesaggi, i luoghi, le vanità di questo o quello) e quello che invece rimane sempre uguale a se stesso (atteggiamenti, modi di pensare, cattiverie, ipocrisie, prepotenze del potere).

Ma naturalmente il fulcro del romanzo è il processo e la condanna della ragazza, narrati nella seconda parte, che, invece, segue un “copione” piuttosto prevedibile. Forse per “deformazione professionale”, non mi convincono mai del tutto, o mi lasciano sempre un po’ fredda, le ricostruzioni in cui non si sa mai quanta parte è tratta dai documenti e quanto invece è frutto della fantasia dell’autore (e Vassalli poteva anche aggiungere un’appendice in cui citava con precisione la fonte del processo). Forse, visto che, pur senza esagerare, un certo numero di saggi incentrati su vicende giudiziare li ho letti, mi ha un po’ annoiato anche il modo estremamente didascalico (utile però per il pubblico non esperto) di trattare gli atti e le fasi del processo (tutte quelle traduzioni del latino, in originale più che comprensibile! Ma, ripeto, questo fastidio è dovuto alla mia personale esperienza di lettrice, più che a un “difetto” dell’opera).

Più in generale, e di nuovo qui entrano in gioco le mie opinioni personali (ma non potrebbe essere altrimenti), non mi ha entusiasmato l’ossessivo anticlericalismo di maniera, secondo cui in pratica tutti i preti sono cattivi o avidi o fanatici o stupidi o imbroglioni, e il loro unico interesse è taglieggiare e opprimere la povera gente. È un tema su cui si insiste fin troppo, sul quale presumibilmente l’autore vuole tracciare un parallelo col presente (assieme all’altro, altrettanto evidente e scontato, del malgoverno spagnolo). Questo era l’intento e il motivo ispiratore dell’opera, evidentemente, ma quanto più intriganti, secondo me, i saggi in cui viene fatto il tentativo di calarsi anche nella psicologia dei giudici, di comprenderne, alla luce del contesto, motivazioni che oggi risultano perverse e/o assurde (mi viene in mente l’esempio classico della Storia della colonna infame o anche I diavoli di Loudun). Oltre tutto, non sono d’accordo con alcune affermazioni di Vassalli, come quando sostiene che l’immagine della strega brutta e vecchia sarebbe di origine romantica (io credo piuttosto il contrario), o che la pratica della tortura sublimerebbe gli istinti sessuali repressi degli inquisitori, che mi sembra una generalizzazione poco fondata.

Comunque, non è certo un brutto libro: la ricostruzione del microcosmo della diocesi di Novara, delle sue caratteristiche, delle sue problematiche particolari, mi è molto piaciuta. Da archivista, però, mi sento “punta sul vivo” da questo passaggio della Premessa (p. 5):

Un episodio a suo tempo clamoroso era scivolato fuori dal cerchio di luce della storia e si sarebbe perso irreparabilmente se il disordine delle cose e del mondo non lo avesse salvato nel più banale dei modi, facendo finire fuori posto certe carte, che se fossero rimaste al loro posto ora sarebbero inaccessibili, o non ci sarebbero più…

Sarà stato questo il caso eccezionale del processo alla “strega di Zardino” (l’autore ci informa che tutto il resto dell’archivio del tribunale dell’Inquisizione di Novara è andato completamente perduto), ma, caro Vassalli, è proprio quando le carte finiscono “fuori posto” che diventano introvabili e inaccessibili o rischiano di scomparire senza lasciare più traccia, non il contrario!

Sebastiano Vassalli, La chimera, voto = 3/5
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Mi spiacerà morire per non vederti più

Il tema del mese (trovata del 2012 che però abbandonerò presto perché troppo complicata e limitante) doveva essere “sbirri”, sbirri buoni, sbirri cattivi, perciò, dopo ACAB, in attesa di mettere le mani su altri due libri in arrivo, avevo iniziato L.A. Confidential di Ellroy, ma, dirò la verità, dopo 16 pagine l’ho accantonato perché mi aveva già stancato, e ho iniziato qualcosa di completamente diverso: Mi spiacerà morire per non vederti più, di Roberto Pazzi. E tanti saluti al “tema”, perché qui poliziotti, morti e indagini non c’entrano nulla.

Di questo autore avevo letto, finora, solo Conclave (2001), romanzo bizzarro e particolare ambientato appunto nel chiuso dei palazzi vaticani durante l’elezione del nuovo papa, soffuso di strani ma delicati e rispettosi elementi di magia e mistero, che mi aveva favorevolmente colpita. Evidentemente il papato e la figura del pontefice sono temi che affascinano l’autore, visto che anche qui c’entrano, in questo caso uno dei protagonisti di Mi spiacerà morire per non vederti più è addirittura Gregorio Magno (590-604). Leggendone sul Corriere della Sera qualche tempo fa, mi aveva incuriosito, e l’ho acquistato a dicembre dal sito Libraccio (continuo il mio tentativo di “aggirare” le restrizioni della legge Levi rivolgendomi esclusivamente al mercato dell’usato: comporta però qualche difficoltà con le ultimissime uscite).

Bisogna ammettere che l’ambientazione nella Roma del VI secolo d.C. e Gregorio Magno come protagonista sono scelte poco convenzionali: e in effetti non mi vengono proprio in mente opere di narrativa ambientate in questi primi secoli dell’alto medioevo. In realtà, la vicenda medievale è un “romanzo nel romanzo”: l’io narrante, Gregorio Eusebi, è un uomo dei nostri giorni in vacanza con la moglie in montagna, dove fa amicizia con un uomo affascinante, Carlo. Voglioso di evadere dalla sua grigia quotidianità, si inventa di essere uno scrittore, e la storia di papa Gregorio, di suo cugino Eusebio, patrizio romano ricco e dissoluto, di sua figlia Ottavia e del suo amante, il palafreniere Celeste, concupito dallo stesso Eusebio, è quella che lui spaccia per la materia del suo romanzo nei suoi racconti a Carlo, per il quale, poco a poco, finisce per provare un’intensa attrazione.

E il libro inizia benaccio, con i capitoli in cui si alternano presente (realtà) e passato (invenzione romanzesca), con il frutto della fantasia di Gregorio che però, a tratti, sembra riuscire a penetrare in modo misterioso nel mondo reale, mentre la storia sempre più finisce per ricalcare i suoi ultimi contraddittori, imprevisti moti del cuore. Ora, io ho notato questo, che in genere ho un cuore di pietra e difficilmente mi commuovo per le storie d’amore etero (con poche eccezioni e solo quelle senza speranza, Henry/Mrs. Fox, Ivan/Katarina, Eymerich/Myriam, Lucille/Bruno), mentre mi sciolgo subito per quelle omo… È così: vedi Chiamami col tuo nome, Cry to Heaven, Union Atlantic, il recente Hot Head. Anche qui non si fa eccezione, e più erano noiosi i due bei giovanotti innamorati Celeste e Ottavia (chissà, forse avrà contribuito a rendermeli antipatici anche la stucchevole copertina), più erano intriganti e intensi i capitoli con Gregorio (non il papa! L’io narrante!) e Carlo… Lo erano anche i brani in cui il perfido Eusebio si struggeva di desiderio per il bel Celeste… almeno all’inizio, ma trascinata tanto per le lunghe la cosa ha finito per diventare una lagna insopportabile.

Ed ecco infatti il difetto del libro, la ragione del suo misero fallimento, per quanto mi riguarda: ha (almeno) 100 pagine di troppo. Non finiva più. Uno strazio. Una pena. Un’agonia.

Purtroppo, la vicenda “attuale”, la tensione erotica Gregorio/Carlo viene presto sacrificata in favore di quella antica: il punto di forza dei due filoni che si intersecavano viene, chissà perché, abbandonato, e ora ci si dedica esclusivamente alla storia ambientata nel VI secolo. E qui, stranamente, perché in genere si pensa debba essere il contrario, a deludere non erano i brani in cui erano in scena autentiche figure storiche realmente esistite, i “potenti”, quali papa Gregorio, i sovrani longobardi Teodolinda, Autari, Agilulfo… Quelle scene erano invece le cose migliori, ben costruite, ben inscenate, dense di dettagli e spiegazioni senza essere didascaliche e pesanti, cariche di fascino, ben aderenti alla realtà storica: forse le pagine più riuscite sono quelle che descrivono la battuta di caccia della corte longobarda sui monti dell’Amiata, ma anche quelle con Gregorio nel suo studio che si divide fra gli studi teologici, sempre abbandonati con rimpianto, e le cure degli affari temporali in un periodo agitatissimo per la storia d’Italia (solo un appunto: ma come si fa a riferirsi, a p. 55, ai Dialogi del papa col titolo, inventato e solamente per esigenze “commerciali”, che gli hanno dato in una recente edizione italiana, “Storie di santi e di diavoli”??).

No, a far crollare drasticamente il giudizio sono le infinite e interminabili e insopportabili complicazioni del triangolo Celeste-Ottavia-Eusebio, che a un certo punto diventa addirittura un “quadrato” con l’inserimento di un quarto incomodo, e una fine che non vuole arrivare mai: penso di aver letto pochi libri che si trascinavano altrettanto lungamente come questo. E mi rendo pure conto che in effetti tutta l’ultima parte adombra i dubbi e le incertezze e i contrasti del Gregorio del XXI secolo, diviso fra la moglie gelosa e l’attrazione per Carlo, ma sono pagine così noiose e sembrano così appiccicate al resto come una specie di corpo estraneo, che ho fatto una fatica enorme a sorbirmele tutte, e solo perché ero sostenuta dalla speranza (vana) di rivedere anche la coppia Gregorio/Carlo e perché non accettavo l’idea di abbandonare un libro a una cinquantina scarsa di pagine dalla fine (sì, sono stata a un passo dall’abbandonarlo: non ne potevo più). E come ciliegina sulla torta, un epilogo che, nello spazio di una pagina e mezza, all’improvviso smentisce, non si capisce perché, quello che era stato uno dei punti fermi della trama fino ad allora. E non ho parlato della punteggiatura un po’ così. A stento è arrivato alle 2 “stellette”: e fino alla metà circa era da 3, vedete un po’ che razza di disastro deve essermi sembrato il finale. Se doveste leggerlo, fatevi un favore: fermatevi a pagina 314 (su 417).

Roberto Pazzi, Mi spiacerà morire per non vederti più, voto = 2/5
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Esorcisti, confessori e sessualità femminile nell’Italia della Controriforma

Giovanni Romeo, autore del già da me recensito Amori proibiti, non mi ha convinto neppure stavolta. Non che ciò sia altamente significativo per la carriera di un accademico, però…

Questo libro, che risale al 1998, prende le mosse da un singolare caso scoperto dall’autore nel fondo dell’Inquisizione conservato nell’Archivio di Stato di Modena: nel 1625 giunge notizia al tribunale locale che, a partire al più tardi dai primi anni del secolo, un gruppo di confessori/esorcisti ha “scongiurato” numerose donne vittime di presunta possessione diabolica con tecniche alquanto singolari, toccando e soffiando nelle loro parti intime e a loro volta facendosi palpare, poiché era loro ferma convinzione che il diavolo si fosse annidato in quei punti e che così facendo lo avrebbero più efficacemente scacciato. E le loro pazienti sembravano ricavarne grande giovamento… A difendere con assoluto candore e senza ombra di timori o ripensamenti queste tesi è un teatino di mezza età chiamato d. Geminiano Mazzoni, e lo sostengono solidali le varie donne da lui aiutate, che allo sconcertato inquisitore che le interroga rispondono di non aver avuto la minima cognizione di stare commettendo un grosso peccato, non essendoci stati né da parte del religioso né da parte loro cattiva intenzione o piacere alcuno, e tanto più che dopo il trattamento, in effetti, le loro condizioni miglioravano nettamente. D’altra parte, terapie simili erano state, forse, sperimentate pochi anni prima proprio nella stessa Modena per guarire il misterioso male della duchessa Virginia de’ Medici… Continua a leggere…

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L’eredità immateriale

Libri lungamente inseguiti che poi si rivelano, alla resa dei conti, una delusione: aggiungiamo anche questo L’eredità immateriale, che ho cercato per anni in lungo e in largo prima di accorgermi che era comodamente disponibile in una biblioteca universitaria della mia città (un’autocritica, è una risorsa che tendo a trascurare), alla lista, dopo altri titoli tipo La svastica sul sole o Rex tremendae maiestatis.

A dire il vero, mi ero forse lasciata troppo attrarre dal sottotitolo (“Carriera di un esorcista nel Piemonte del Seicento”) per informarmi meglio su autore e argomento (e comunque è difficile trovare notizie esaustive su un saggio fuori commercio e di scarsa diffusione uscito nel 1985), e poi mi fidavo quasi ciecamente della qualità della collana “Microstorie” della Einaudi, che in passato non mi aveva mai delusa (Il ritorno di Martin Guerre, Storie d’archivio, Il santo levriero), basata sulla formula di analizzare un fatto minuto rintracciato nelle carte degli archivi e da lì allargare progressivamente la prospettiva per vedere quanto da esso si possa ricavare sulla società e il contesto che lo avevano reso possibile.

Insomma, si sarà capito che la lettura non mi ha entusiasmato, ma perché mi sono accostata al testo con aspettative ingannevoli, non perché non sia un libro di qualità (anzi, in ambito storiografico è piuttosto noto e citato, io l’ho scoperto proprio da note in altri saggi). Da un processo istituito contro il parroco del villaggio piemontese di Santena, Giovan Battista Chiesa, colpevole di aver praticato esorcismi non autorizzati, nel 1697, l’autore, Giovanni Levi, parte per ricostruire il tessuto di relazioni, scambi e compensazioni su cui si fondava la struttura di questo centro e per indagare in quali modi le coeve spinte verso la nascita dello Stato moderno lo influenzassero, o all’inverso ne venissero respinte o addomesticate. Lo fa abbozzando quelle che dovevano essere le linee guida di un’economia ancora solo in modo parziale e primitivo regolata dalle leggi del mercato, che ubbidiva ad altre esigenze e logiche: la ricerca della stabilità, le solidarietà e le reciprocità verticali e orizzontali, la diversificazione degli investimenti, nella scelta delle carriere e nell’impiego delle risorse umane e finanziarie della famiglia, le alleanze matrimoniali, le parentele spirituali, i rapporti di clientela, e soprattutto il reperimento di informazioni per limitare il più possibile l’elemento di imprevedibilità e incertezza che, nelle società di ancien régime, minacciava continuamente la sopravvivenza stessa di persone che il più delle volte superavano di non molto il livello della sussistenza (bastavano una grandinata particolarmente violenta, le devastazioni di soldati di passaggio, per mandare in rovina una famiglia). Proprio questo insieme di conoscenze personali, tecniche, professionali, di prestigio, di relazioni, costituisce l’eredità “immateriale” da trasmettere a tutti i costi ai propri discendenti. Emergono conflitti e strategie che l’autore è bravo a seguire nel corso dei decenni, e soprattutto a ricavare da una tipologia di fonti, i contratti di compravendita, i catasti, i documenti di natura fiscale, che a occhi ingenui come i miei sembra molto arida. Emergono anche figure che hanno cercato più o meno abilmente di destreggiarsi negli ampi spazi di ambiguità e vuoto legislativo che il contrasto ancora irrisolto fra centro e periferia rendeva disponibili, come il padre del nostro curato, Giulio Cesare Chiesa. Infatti, indagare sui retroscena del passato, sulla provenienza familiare del parroco, sui rapporti di forza esistenti al momento dello scoppio del caso che lo vide protagonista, ha consentito di capire meglio, oltre alla superficialità e alla laconicità delle fonti processuali, le motivazioni dei nemici che l’avevano poi denunciato, e cosa speravano di ottenere.

Tutto questo allargarsi degli orizzonti ha però finito per mettere in secondo piano proprio la vicenda di partenza, il processo, o meglio, questa fornisce all’autore solo lo spunto della ricerca, ed egli vi dedica un’attenzione marginale, tanto più che la lacunosità della documentazione non consente di indicarne un esito ben definito. Gli aspetti magico-religiosi-terapeutici non fanno chiaramente parte degli interessi di Levi, che è storico dell’economia (ma, di nuovo, è anche probabile che gli fosse impossibile intavolare un discorso simile con dati così scarni). Io, che storica dell’economia non sono, mi diverto invece di più con quelli. Così, questo fraintendimento è stato causa dello scarso piacere nella lettura, che comunque, una volta di più, quanto meno mi ha comunicato le fatiche e le gioie della ricerca e l’ammirazione per chi possiede l’intuito necessario a cogliere nei documenti del passato più di quanto essi non rivelino esplicitamente sulla loro epoca.

Giovanni Levi, L’eredità immateriale. Carriera di un esorcista nel Piemonte del Seicento, voto = 2/5
Fuori commercio

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I fogli del capitano Michel

Un libro che parte da una scoperta d’archivio, quasi casuale (e già mi commuovo): le fotografie, e soprattutto i biglietti con cui al fronte si comunicavano ordini e informazioni, conservati dal capitano Ersilio Michel, ufficiale sul fronte del Monte Ortigara nell’estate del 1916, e donati al Museo del Risorgimento di Vicenza.

Tali biglietti sono stati pazientemente riordinati (grazie all’indicazione della data, ove presente, o tramite riferimenti incrociati e confronti, se mancava) da Claudio Rigon, professore di fisica, fotografo dilettante e appassionato di montagna, che ora li ripropone in questo suo libretto facendo loro raccontare l’attività quotidiana del fronte, della guerra di trincea, i lavori, gli approvvigionamenti, le perdite umane, ma anche aiutandoci a cogliere da essi quel che non dicono esplicitamente ma che lasciano trasparire, le frustrazioni, gli stati d’animo, i rapporti umani, persino le diverse personalità degli autori, capitani, colonnelli, tenenti, sottotenenti, ufficiali medici, responsabili delle salmerie e dei magazzini di scorte, cappellani militari. Insomma, gli appartenenti ai gradi della gerarchia militare dell’esercito italiano nel primo conflitto mondiale, cui, consapevolmente o meno, come ricorda anche Rigon, tendiamo ad attribuire esclusivamente, influenzati da una certa storiografia e dalla memorialistica, caratteristiche di incompetenza, scarsa preparazione, pressappochismo, nei casi migliori, arroganza, disprezzo per i sottoposti, cieca cocciutaggine e noncuranza per i sacrifici inutili e le perdite, nei casi peggiori. Quest’immagine conserva una sua parte di tragica verità, ovviamente: si veda anche quanto dico a commento del bel volume Plotone di esecuzione. Rigon, e il lettore con lui, però, deve ricredersi, almeno parzialmente, da questa visione troppo monocolore apprendendo dalla viva voce di questi uomini le attenzioni, gli accorgimenti, le fatiche, il senso di responsabilità e del dovere di cui danno prova.

Inframmezzata ai vari biglietti, la voce dell’autore, Rigon: efficace e apprezzabile quando raccorda i frammenti, fornisce dettagli in più sul contesto di quei giorni di guerra o sugli antefatti, e soprattutto esprime le sue impressioni di scopritore, le sue reazioni emotive al contenuto, all’aspetto, anche alle calligrafie e ai diversi stili di scrittura, facendoci capire su quanti livelli un semplice documento d’archivio può fornire informazioni e metterci in contatto col passato. Di minore interesse, per me, i resoconti delle sue escursioni per tentare di ritrovare i luoghi in cui si erano mossi il capitano Michel e i suoi uomini: mi rendo conto che in un libro come questo la componente spaziale è importante, ma io, purtroppo, non essendo un’esperta della montagna e in generale neanche un’eccelsa osservatrice, nonostante gli sforzi di Rigon nel descriverla non riuscivo a farmene che un’idea confusa e generica.

Sarebbe stata forse una buona idea inserire qualche immagine dei biglietti, oltre a quello che si vede in copertina.
Non mi è piaciuta, però, una frase nei Ringraziamenti e che credo si possa forse imputare alla scarsa conoscenza di Rigon del mondo degli archivi, cui si accostava, al momento di iniziare il lavoro sul libro, magari per la prima volta: “[…] penso sia insolito non trovarsi mai di fronte, in un archivio, a porte o armadi chiusi ma solo all’invito ad aprirli, a portare le cose alla luce, a farne uso” (p. 201).
Per chi lavora negli archivi questo è un commento abbastanza bizzarro, e un po’ ingiusto, essendo anzi uno degli obiettivi principali proprio valorizzare il materiale conservato, “portare le cose alla luce”, tramite riordinamenti, stesura di inventari, pubblicazioni, mostre. Rigon qui sembra fermo alla concezione stereotipata di archivio come luogo polveroso, oscuro e semi-inaccessibile.

Claudio Rigon, I fogli del capitano Michel, voto = 3,5/5
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Scrittura e popolo nella Roma barocca, 1585-1721

Recensioni arretrate 3/5.

Acquistato usato (e si vede) su eBay, questo catalogo di una mostra svoltasi a Roma nel 1982 si è rivelato, francamente, una delusione rispetto alle aspettative: saggi striminziti e che sostanzialmente ripetevano svariate volte le stesse cose, ma, soprattutto, immagini che riproducevano solo una piccola parte degli oggetti in mostra e, secondo me, non la più significativa. Trattandosi di una mostra dal titolo “scrittura e popolo”, avrei privilegiato maggiormente, più che i quadri o i volumi dagli eleganti frontespizi, le riproduzioni di documenti dalla più o meno sicura grafia, i cartelli infamanti, i lunari, le testimonianze raccolte negli strati medio-bassi della popolazione.

Scomodissimo poi il fatto che schede e immagini rispettive fossero separate. Insomma, penso che si capisca subito che è un catalogo la cui grafica e il cui schema compositivo risalgono a trent’anni fa.

Scrittura e popolo nella Roma barocca, 1585-1721, a cura di A. Petrucci, voto = 3/5
Non in commercio

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Sotto l’occhio del padre

Recensioni arretrate 2/5.

Il saggio tratta dell’organizzazione delle scuole primarie gratuite per i poveri nello Stato di Milano a cavallo tra XVI e XVII secolo. Dal titolo, mi aspettavo qualcosa di più: credevo di trovarvi qualcosa su metodi d’insegnamento, composizione delle classi, disciplina, insomma uno sguardo all’interno di queste aule di fortuna. Considerate le date, però, era forse pretendere troppo dalle fonti disponibili.

Molta enfasi invece viene posta sull’analisi delle istituzioni caritative che spesso gestivano le scuole, le loro fonti di finanziamento, la loro dislocazione geografica, gli stipendi dei maestri, con largo uso di tabelle. Sul piano della didattica, accenni comunque ai testi più usati, alla trattatistica sull’educazione, ad alcuni regolamenti interni.

A Milano, la struttura ecclesiastica, forte anche di un leader dalla personalità di spicco quale il Borromeo, si pone subito in prima linea nel cercare di fornire a tutti – anzi, specialmente ai più poveri – un’istruzione di base gratuita. Certo, essa aveva come finalità preponderante la formazione cristiana (o meglio cattolica) dei ragazzi, più che l’insegnamento di lettura e scrittura: l’accento batteva maggiormente sui principî fondamentali della fede, accompagnati da precettistica morale e comportamentale costantemente riproposta.

Pur nell'”aridità” dei numeri e delle tabelle, nel libro scorrono tanti nomi di maestri e, attenzione, maestre: l’autore tenta anche di seguire la biografia di qualcuno di loro che ha lasciato qualche traccia in più, ma sono – e non poteva essere altrimenti – poco più che abbozzi. Romanticamente, però, non si può fare a meno di pensare a loro con un pizzico di commozione e riconoscenza, immaginarli intenti a una missione senz’altro difficile e svolta in un gran numero di casi in condizioni disagevoli e sicuramente con scarse gratificazioni.

Interessante anche notare come l’accesso all’istruzione, quanto meno di base, fosse vivamente sentito come un’esigenza anche e soprattutto “dal basso”: le comunità, le famiglie, più che vedersi assegnato un maestro, lo chiedevano, lo pretendevano, se ne facevano carico anche, ne controllavano la serietà e la preparazione. Cinquecento anni fa, forse, si aveva maggior consapevolezza di cosa significhi avere una scuola primaria pubblica (nel senso di accessibile a tutti) e gratuita?

Angelo Turchini, Sotto l’occhio del padre. Società confessionale e istruzione primaria nello Stato di Milano, voto = 2/5
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