Un regalo del Führer

Il libro per il Giorno della Memoria 2015, scoperto esaminando le ultime novità in uscita sul sito della Einaudi: un libro bellissimo, cui non saprò fare giustizia.

Estate 1944. A Theresienstadt, il “lager modello”, dove sono rinchiusi gli ebrei più eminenti, gli artisti, le personalità di riguardo, il prigioniero Kurt Gerron viene convocato dal comandante del campo, Karl Rahm. Il berlinese Kurt Gerron era stato un celebre attore teatrale e cinematografico: partito dal cabaret, il grande successo era arrivato grazie all’Opera da tre soldi di Brecht, in cui cantava la famosa canzone d’apertura, quella di Mackie Messer (qui la potete ascoltare nella versione in cui la conobbi io, cantata da Ute Lemper), poi vennero i film, e in particolare L’angelo azzurro, di von Sternberg, con Emil Jannings e Marlene Dietrich, poi aveva scoperto la passione per la regia, firmando vari film di successo.

Ora però non è più nulla, e anzi la sua vita ormai conta così poco che si sente fare questa proposta (proposta? Si fa per dire, in realtà un ordine…) terribile: perché non gira un bel film di propaganda che mostri al mondo come è bella la vita nel lager, come fervono le attività produttive, come sia vasta e apprezzata l’offerta di attività culturali, ricreative e sportive disponibili? Per tre giorni Gerron si tormenta, chiedendosi se debba tradire le sue origini, i suoi compagni di sventura, la sua arte, e rendersi complice dei suoi aguzzini. E, accanto a queste angosciose riflessioni, in parallelo si snoda nella sua memoria tutta la sua vita, la famiglia, i genitori distanti e così rigidamente “tedeschi”, ma comunque amatissimi, oggi anch’essi deportati, chissà dove, sicuramente uccisi; la scoperta, da bambino, grazie al nonno materno, del mondo meraviglioso del teatro e del cinema, divenuto la vera vocazione di tutta la sua vita; l’esperienza traumatica della guerra, con i giovani della sua generazione andati (o spinti) entusiasticamente incontro a un inferno terribile, esperienza da cui esce col corpo lacerato e il carattere per sempre cambiato; l’incontro con Olga, l’amore, il matrimonio; il debutto e i primi successi, nell’atmosfera irripetibile della Berlino dei primi anni Venti, Brecht, i colleghi con le loro storie, gelosie, rivalità, grandezze e piccolezze… Tutte cose che un tempo erano la sua vita, che erano per lui il centro del mondo, mentre nel frattempo… Nel frattempo, nell’indifferenza di tutti, sotto lo sguardo fra il divertito e lo sprezzante di Gerron e degli altri che, come lui, la sapevano più lunga di tutti, la Germania si consegnava ai nazisti. Fino a che, il 1º aprile 1933, l’inizio della fine: è negli studi dell’UFA, sta girando, come tutti i giorni, una scena del suo ultimo film, quando, l’annuncio: tutti gli ebrei lascino immediatamente gli studi. Anni di esilio tra l’Austria, la Francia e l’Olanda, con la moglie e i vecchi genitori al seguito, a fare affidamento sugli aiuti dei colleghi che hanno avuto più successo di lui, più fortunati o più previdenti. Ma sempre, sotto sotto, il pensiero che certe cose non possano accadere sul serio… perché, chi potrebbe mai pensare…? E, naturalmente, tornano alla memoria tutte le occasioni di fuggire sprecate, perché… perché chi avrebbe immaginato che…? Tutte le volte che la sua storia personale avrebbe potuto prendere una piega diversa, se avesse preso la decisione giusta al momento giusto, mentre invece il tempo, gli spazi, le opportunità, la libertà poco a poco si assottigliano sempre di più, da Berlino all’Austria, a Parigi, assieme ai tanti altri esuli tedeschi, all’Olanda, a Westerbrok, e poi… eccoci, Theresienstadt, uno squallido tugurio sopra le latrine, la fame che ormai non ti abbandona più, senza essere riusciti a fermare l’onda, senza aver capito che l’onda non si sarebbe più fermata, e dopo c’è solo il trasporto a est, i treni che partono regolarmente, Auschwitz. E, accanto ai ricordi, l’interrogativo sempre più angoscioso: girare il film o no? Ma, in realtà, sta solo cercando di ingannare se stesso, perché ha veramente una scelta? Il film lo girerà, perché è un ordine, perché non vuole morire, non vuole essere deportato e soprattutto non vuole che la moglie Olga venga deportata con lui per colpa sua.

E così, iniziano le riprese, con gli altri internati del lager a fare da attori/comparse, tra scene surreali di raccolte di pomodori, divertenti bagni nel fiume, deliziosi quadretti con famiglie felici a cena. Una montatura allucinante, ma, per quanto possa sembrare paradossale, alla fine a quel lavoro Gerron finisce per dedicarsi anima e corpo, vuole farlo bene, sa di poterlo fare bene. Perché più si renderà utile e si dimostrerà bravo, più aumentano le possibilità per lui e Olga di non essere deportati, certo. Perché, allo stesso modo, può cercare di “proteggere” i suoi collaboratori, utili alla realizzazione del film e quindi anche loro esclusi, almeno temporaneamente, dal trasporto, certo. E però anche perché fare film è ciò che è, ciò che ama, e allora, finché non gli avranno portato via anche questo, avrà conservato un margine di libertà, così come l’anziano professore di filosofia che ora, nel lager, viene utilizzato come guardiano dei cessi, eppure non ha rinunciato al gusto della dialettica.

Come avvisa l’autore, questo è un romanzo e molte cose nel libro sono inventate o sviluppate liberamente a partire da fatti storici. Alcune cose sono assolutamente vere, però: la prima è che Kurt e Olga Gerron vennero deportati da Theresienstadt ad Auschwitz e lì vennero uccisi, subito dopo l’arrivo, nelle camere a gas nell’ottobre 1944, poco tempo prima che il lager cessasse l’attività. La seconda è che il film propagandistico sulla “città modello” di Theresienstadt che Gerron fu costretto a girare è terribilmente vero: non servì a Gerron a salvarsi la vita (o forse anzi fu proprio perché vi aveva lavorato che venne eliminato) e non fu lui a montarlo, e l’andamento della guerra nel 1944-1945, con la sconfitta sempre più imminente per la Germania, impedì che venisse mai effettivamente mostrato. Oggi rimangono solo alcuni spezzoni: ecco la voce su Wikipedia e qui si possono vedere alcuni minuti (non è il titolo ufficiale, ma il film finì per essere noto soprattutto col titolo Der Führer schenkt den Juden eine Stadt, “il Führer regala agli ebrei una città”, da cui il titolo dell’edizione italiana del libro, Un regalo del Führer, più efficace per una volta dell’originale, Gerron).

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer (trad. Valentina Tortelli), voto = 4/5

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Lezioni americane

Speravo che questo libro, scelto per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia (gennaio-febbraio 2015), mi riconciliasse un po’ con Calvino, di cui anni fa avevo iniziato Se una notte d’inverno un viaggiatore, subito interrotto perché giudicato illeggibile, e da cui da allora mi ero tenuta alla larga.

Interessante la breve introduzione di Esther Calvino, che parla della storia dell’opera e del suo assemblaggio postumo (Calvino venne invitato a tenere un ciclo di conferenze alla Harvard University nell’anno accademico 1985-1986: purtroppo morì nell’estate 1985, e le Lezioni americane sono appunto i testi delle conferenze che stava preparando per quell’occasione).

Calvino scelse di dedicare questo ciclo di conferenze ad alcuni “valori letterari” dei quali riteneva importante la sopravvivenza nel nuovo millennio: leggerenza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La sua non è però una scelta esclusiva, e cioè ad esempio egli, parlando della leggerenza, non intende affatto svalutare e condannare la gravità: solo, la sua indole e la sua predilezione di scrittore lo portano a parlare di quelli a lui più congeniali, piuttosto che di altri.

Mi è particolarmente piaciuta la “lezione” sull’esattezza: Calvino sottolinea l’importanza, il valore delle parole, e di conseguenza l’impegno e lo sforzo dello scrittore su ogni parola per trovare quella più appropriata, definitiva, “icastica” (l’aggettivo che predilige) per esprimere il concetto che ha trovato forma nei suoi pensieri. Un compito, una tensione, un obiettivo che la Letteratura deve, secondo lui, continuare a portare avanti soprattutto in questi tempi in cui, spesso, il linguaggio si fa annacquato, impreciso, impersonale, anonimo, imitativo.

Certo è forte il rimpianto che le conferenze siano rimaste solo scritte e non siano mai state pronunciate in pubblico, che l’ultima (Consistency) non abbia mai visto la luce, che l’autore non abbia fatto in tempo a rivederle, ampliarle, precisarle per la pubblicazione. Come conferenziere Calvino sarebbe stato affascinante: ogni volta che parla di un libro, ti vien voglia di leggerlo. Soprattutto i suoi, da come li presenta, da come ne spiega la genesi e l’idea alla base. Solo che poi finisce sempre così, con lui: rimango con la sensazione di non essere riuscita a capire bene tutto (almeno è andata meglio dell’altra volta, sono arrivata alla fine).

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, voto = 3/5

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Storia delle terre e dei luoghi leggendari

Ricordo che lessi per la prima volta di questo libro su un numero di “Sette”, trovato per caso in treno, nell’ottobre 2013. Si tratta, come dice il titolo, di un viaggio tra alcuni dei più celebri luoghi dell’immaginazione, nutrita dalle opere letterarie di ogni tempo e di ogni luogo: il giardino dell’Eden, Atlantide, Iperborea, il regno del Prete Gianni, il tempio di re Salomone, il paese di Cuccagna, Camelot… Luoghi che furono creduti a lungo reali, spesso variamente collocati sul mappamondo e magari effettivamente cercati in spedizioni dagli esiti improbabili e/o imprevedibili. Accompagnano il testo belle illustrazioni a colori.

Mentre per Storia della bellezza e Storia della bruttezza , volumi di concezione simile a questo, sulla copertina si leggeva “a cura di Umberto Eco”, qui questa precisazione manca: devo quindi pensare che i testi siano interamente di suo pugno. In effetti le dicerie, le leggende, le invenzioni che col tempo si costruiscono una “verità” e una “tradizione” sono uno dei temi prediletti dello scrittore (vedi ad esempio il precedente romanzo Il cimitero di Praga). Certo però la scrittura è abbastanza piatta, i guizzi migliori e più vivaci si hanno quando Eco veste i panni del polemista e affronta temi ancora “caldi”, come la creazione ad arte della “leggenda” di Rennes-le-Château, o quando si addentra a parlare della “realtà” dei luoghi romanzeschi, o quando pesca dal cilindro titoli di opere oscure e dimenticate. Il resto è comunque interessante: è sempre utile il sistema, già utilizzato nei due volumi citati, di affiancare in ogni capitolo una prima parte di esposizione a una di brani antologizzati.

Forse a deludere un pochino sono le immagini: senz’altro bellissime, ma, a differenza della Storia della bruttezza in cui, per quanto ricordo, servivano effettivamente a esemplificare concetti illustrati nel testo, qui molto spesso sono puramente decorative, e solo raramente vengono descritte e commentate.

Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, voto = 3/5

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Butcher’s Crossing

John Williams è uno scrittore che è stato riscoperto negli ultimi anni grazie al suo romanzo Stoner, vero caso editoriale amato e ammirato da moltissimi lettori: da allora è partita la pubblicazione del resto della sua bibliografia, che comprende anche questo romanzo storico ambientato nel vecchio West, di cui sentii parlare per la prima volta grazie a una recensione (manco a dirlo entusiasta) su “La Lettura”.

Siamo nel 1870 o giù di lì, Will Andrews è un giovane che, lasciata la casa paterna nella ricca e tranquilla Boston all’inseguimento di una vita più libera e avventurosa, giunge nel selvaggio West, e precisamente a Butcher’s Crossing, paesino sperduto ma, come indica il nome stesso, centro da cui partono regolarmente spedizioni di caccia ai bisonti, la cui pelle costituisce il principale commercio della zona. Avendo qualche soldo in tasca, si mette ben presto in società con un esperto cacciatore, Miller, che sostiene di aver scoperto un territorio, di difficile accesso e noto a lui solo, in cui i bisonti, già all’epoca sempre più scarsi, scorrazzano ancora in grande quantità. Miller e Andrews e altri due compagni partono per una battuta di caccia che, nei loro piani, deve durare solo qualche settimana e fruttare enormi guadagni.

Ultimamente sta nascendo in me un grande interesse per i romanzi western, ne ho già messo in fila qualcuno nella lista dei “da leggere” e, dal punto di vista degli elementi tipici del genere, quel gusto dell’avventura e dei grandi spazi e della natura selvaggia e della fatica e del fascino di una “scelta di vita” estrema in una terra ancora dura e difficile, il romanzo non delude: mi sono piaciuti la lentezza, i silenzi (o i dialoghi essenziali e bruschi), i gesti concreti descritti senza tanto romanticismo e che, si immagina, i personaggi svolgevano con perizia e naturalezza, persino la crudezza e l’efferatezza di certi passaggi, la crudeltà delle condizioni di vita e la potenza della natura.

Poco invece mi ha detto il romanzo visto come “parabola esistenziale” o “metafora” di non so cosa, tanto che, onestamente, il mio giudizio è positivo senza però scomodare il termine “capolavoro” cui Williams ultimamente sembra abbonato. Di Will Andrews possiamo tranquillamente evitare di parlare. Sì, in teoria è il protagonista, è lui che è impegnato in questa “ricerca di sé”, in procinto di compiere questo percorso di “iniziazione”, è il suo sguardo quello che “racconta” la vicenda… In realtà il fascino che questo personaggio esercita sul lettore è pari a zero virgola zero (secondo me!). Anche Stoner, il protagonista del romanzo eponimo dello stesso autore, non era un uomo dal carattere forte o dalla personalità magnetica, tutt’altro. Però almeno soffriva e faceva soffrire il lettore, Will Andrews… sta lì e, seppure la sua trasformazione da ragazzo a “uomo vero” sia presumibilmente il cuore del romanzo, non sembra mai di riuscire realmente a “vederla”: più che il protagonista, è una “zavorra” che ha pesato sull’intera riuscita del libro, per quanto mi riguarda.
Concentriamoci piuttosto sugli altri personaggi, Miller, l’esperto cacciatore di bisonti promotore dell’iniziativa, imperscrutabile nella sua calma sicurezza e irremovibile nei suoi propositi e per questo sempre oscillante, agli occhi dell’incerto lettore, fra la saggezza da leader e la monomania ossessiva, Fred Schneider, entrato a far parte del gruppo controvoglia e per questo inquieto e scettico sull’esito della missione, ma ciò nonostante ruvidamente affidabile, Charley Hoge, alcolizzato e traumatizzato in seguito a un incidente di caccia, legato da una fedeltà quasi canina a Miller.

Bastava la rivelazione finale che mesi e mesi di sofferenze e sacrifici non erano serviti a nulla (perché la domanda delle pelli di bisonte nel frattempo, durante la lunga assenza dei protagonisti, è improvvisamente crollata) per far passare il messaggio (avrò capito bene?) che la vita umana spesso è una “caccia” durissima, faticosa e pericolosa a un trofeo sognato per anni e, quando sembra di averlo finalmente raggiunto, non poi così prezioso come si immaginava: inutilmente “melodrammatica” ed enfatica la scena dell’incendio provocato da Miller al capannone di MacDonald. Per non parlare della vicenda assai stereotipata di Will e la prostituta Francine.

Insomma, non starei qui a spendere tante parole se l’autore non fosse quel Williams che ha fatto tanto parlare di sé con Stoner: di suo mi rimane ora da leggere solo Augustus (perché l’opera prima sembra valere davvero poca cosa, a vedere le recensioni).

John Williams, Butcher’s Crossing (trad. Stefano Tummolini), voto = 3/5

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Statistiche del 2014

E giungo, un po’ in ritardo rispetto al solito, a fare un riepilogo delle mie letture del 2014. Temevo di aver letto molto meno che negli anni passati, ma alla fine non è andata così male: 53 libri. D’accordo, peggior risultato dal 2008 (2013: 67, 2012: 69, 2011: 56, 2010: 61, 2009: 57, 2008: 41), ma guardando ai titoli ho notato che, se la “quantità” non è stata all’altezza degli ultimi anni, in compenso ho privilegiato la “qualità”. Con questo voglio dire che quest’anno ho letto molti saggi, o romanzi piuttosto impegnativi (ad es. Wolf Hall), che hanno richiesto più tempo (non ho nulla contro i romanzetti più leggeri, figurarsi!).
Il mese più attivo è stato luglio, con ben 11 libri letti (ma c’è il trucco: almeno 5 di questi erano veramente brevi), seguito da gennaio (8 libri, stavolta più “sostanziosi”). La media è di 4,41 libri al mese.
Dei 53 libri, 20 erano in inglese, tutti gli altri in italiano, 13 erano di autrici (2 della stessa scrittrice, Hilary Mantel). L’autore più letto è Charles Willeford (3 libri), ma, come negli altri anni, ciò è dovuto alla voglia di completare la serie su Hoke Moseley (segue Hilary Mantel con 2, e il motivo è lo stesso).
Le statistiche sulla nazionalità degli autori vedono la consueta predominanza della letteratura anglosassone (USA-UK), però stavolta c’è un po’ più varietà nelle retroguardie: ho letto anche 9 autori in lingua italiana, 4 autori di lingua tedesca, 4 francesi, 2 spagnoli, 1 australiano, 1 svedese, 1 serbo e 1 messicano.

Veniamo ai generi: forse per la prima volta, i saggi sono più delle opere di narrativa, 26 “contro” 25. Tra i saggi comunque ho contato anche libri un po’ “al limite” come Il libro dei libri, o Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima. Dei 25 romanzi, 4 sono di italiani (o scritti in italiano, come quelli di Giorgio Scerbanenco e Helga Schneider). Solo 2 i “classici”.

Ho abbandonato tre libri: Head in the Clouds, di Karen Witemeyer, The Typewriter Girl, di Alison Atlee, e L’origine delle specie, di Charles Darwin. Nel caso dei primi due, probabilmente si tratta di abbandoni definitivi; il terzo, prima o poi, vorrei riprenderlo, ma dalle poche pagine lette prima di arrendermi deduco che sarà una lettura decisamente impegnativa!

Qua sotto trovate il “lenzuolo” dei libri letti durante l’anno, con i link alle recensioni nel blog.

E veniamo ora alle “premiazioni”. Devo dire che la scelta non è stata semplice: nessun libro ha spiccato per la sua eccellenza sugli altri, e nessun libro si è rivelato davvero scadente. Insomma, nel complesso, sono soddisfatta , e ciò si riflette nella media voto, che è 3,3.

Ma devo pur scegliere, lo vuole la “tradizione”, per cui:

Libro migliore del 2014:

Visto che è stato l’anno dei saggi, premiamone uno: The Fatal Shore è stato una lettura lunga ma mai noiosa, interessante e anche emozionante. Insomma, le qualità di un saggio perfetto.

Ma il premio poteva benissimo andare anche ad altri bei romanzi letti quest’anno: New Hope for the Dead, di C. Willeford, il migliore della serie di Hoke Moseley, o Wolf Hall, di H. Mantel, libro ostico che però mi ha “preso” come ultimamente sono riusciti in pochi, o Il falò delle vanità, di T. Wolfe, davvero una gradita sorpresa.

La gradita sorpresa del 2014:

Sembrerà strano che nomini qui due autori che non sono affatto “perfetti sconosciuti”, ma io intendo qui per “sorpresa” un autore che non solo non avevo mai letto, ma che è destinato a persistere nella memoria e merita di essere approfondito. In questo senso una “sorpresa” è stato Il falò delle vanità di Wolfe, non credevo mi sarebbe piaciuto così tanto e mi ha invogliato a considerare gli altri romanzi dell’autore (Io sono Charlotte Simmons in modo particolare). Ma per certi versi è stata “sorprendente” anche la lettura di The Jacket di Jack London: il perché lo spiego nella recensione (l’ho sempre creduto un autore “per ragazzi”, e invece…), e ciò mi ha rafforzato nel proposito di leggere il suo reportage The People of the Abyss. Dimenticavo Scerbanenco, del quale proseguirò (ma con calma) la serie di Duca Lamberti.

                                 

Miglior opera di narrativa italiana contemporanea:

Ho letto pochi romanzi italiani, quest’anno, solo 4: la scelta qui è facile perché, a parte il vincitore, nessuno è andato oltre la sufficienza. Quindi vince Venere privata di Giorgio Scerbanenco, che dimostra di meritare lo status di autore di “culto”.

Miglior opera di narrativa straniera contemporanea:

È una bella lotta tra quelli che, non a caso, erano anche in lizza per il premio “Miglior libro dell’anno”: New Hope for the Dead, Wolf Hall, Il falò delle vanità. Alla fine la spunta la Mantel, perché non dimentichiamo che anche il seguito di Wolf Hall, Bring Up the Bodies, seppure al di sotto del precedente, è stata una lettura molto buona, e quindi premio l’opera “complessiva”, la sua capacità di “reggere” per 1000 pagine (e la trilogia di Thomas Cromwell non è ancora finita…). Ma quest’anno con i romanzi stranieri non posso davvero lamentarmi: Ci rivediamo lassù di P. Lemaitre (peccato per il finale!), La danese di D. Ebershoff, The Jacket di J. London, Rosemary’s Baby di I. Levin, tutti ottimi libri. Invece, non ho amato alla follia un libro che in tanti ritengono un capolavoro, Stoner, di J. Williams (comunque buono).

Miglior opera di saggistica:

Tralasciando The Fatal Shore, fuori gara, anche qui, davvero, i candidati sono vari: libri interessanti e belli anche da guardare come The Horror! The Horror!, Image on the Edge e Atlante delle isole remote, The Great Shakespeare Fraud, Anche il Re Sole sorge al mattino, Heads in Beds… Se proprio devo sceglierne uno, dico The Great Shakespeare Fraud, ma proprio di un nulla.

Miglior classico:

Tutta contenta per i tanti saggi letti quest’anno, non avevo notato una grave “mancanza”: quest’anno gli unici classici letti sono stati Alice’s Adventures in Wonderland e il suo seguito Through the Looking Glass, di L. Carroll. A meno di non considerare The Jacket di London un classico: probabilmente lo è, ma devo essere onesta e confesso che non lo conoscevo per nulla, o quasi. Meglio dunque non assegnare il premio quest’anno: Alice è un bel libro, ma non ha avuto alcun concorrente.

Peggior libro del 2014:

Sarebbe troppo severo definire i libri che mi sono piaciuti di meno quest’anno i “peggiori”: non ho dato 1/5 a nessuno, e anche i libri più “deboli” (La baracca dei tristi piaceri, ad esempio, o Le stanze buie), avevano comunque qualche elemento che li riscattava almeno un po’. Quindi anche questo “premio” non viene assegnato: meglio così, no?

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Delitti esemplari

Quando si arriva al 31 dicembre fortemente “in ritardo” sull’obiettivo del numero di libri da leggere durante l’anno, si cerca di “barare” inserendo all’ultimo anche questi libretti di 60 pagine (scritti pure a carattere grande!)…

A parte gli scherzi, Delitti esemplari è un libretto, quasi uno scherzo, di un autore spagnolo, Max Aub, pubblicato nel 1957, che presenta brevissime e fulminanti “confessioni”, quasi tutte in prima persona, di delitti immaginari commessi per futili, futilissimi motivi, assurdità, equivoci, seccature e frustrazioni quotidiane di cui molte volte avremo sognato anche noi di liberarci in modo altrettanto “drastico”.

Si tratta di umorismo nerissimo e cattivo, “scorretto” e “liberatorio”, anche se, a dire il vero, questa violenza dichiaratamente assurda ed esagerata è anche capace di dare qualche brivido. Si leggano ad esempio queste poche righe a pagina 41:

ERRATA CORRIGE
Dov’è scritto:
La uccisi perché era mia
si deve leggere:
La uccisi perché non era mia.

Forse non dobbiamo sforzarci tanto per trovare “esempi” di questi delitti “esemplari” anche oggi.

Max Aub, Delitti esemplari (trad. Lucrezia Panunzio Cipriani), voto = 3/5

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Vita segreta di Maria Capasso

No, malgrado il titolo, che può suonare ammiccante, non è l’ennesimo esempio della schiera di romanzi porno-soft che sta dominando il mercato negli ultimi tempi. Siamo proprio in un altro genere, quello del noir: Maria Capasso è una bella quarantenne napoletana, sposata con Antonio, operaio, tre figli. Gente modesta, ma che tutto sommato, pur fra i problemi di tutti i giorni che non mancano mai, vive una vita familiare tranquilla e felice. Destinata a non durare, perché Antonio scopre di avere una malattia incurabile e muore. Maria, rimasta vedova coi figli, dimostra però di avere l’intraprendenza e la grinta necessaria per sopravvivere, e anzi prosperare, in un mondo che in caso contrario l’avrebbe stritolata. Il problema è che le opportunità, ormai, le offrono solo la camorra e il mondo dell’illegalità.

Un romanzo che insomma vorrebbe mostrare quanto sia facile, per una persona onesta, trovarsi all’improvviso a dover compiere scelte impensabili e fatali, e che vorrebbe far riflettere su quanto sia ipocrita tranciare giudizi, perché i dilemmi di Maria sarebbero anche i nostri. Nei fatti, non è che questo messaggio riesca a risuonare in modo tanto efficace.

Tutto il libro è narrato in prima persona da Maria, un’operazione che mi ha ricordato molto il racconto Niente, più niente al mondo, di Massimo Carlotto (anche lì protagonista femminile, anche lì un mondo di fatica, di ingiustizie, di gente che non ce la fa): lì però era più convincente, forse perché il testo era più breve, ma reggere per un intero romanzo riuscendo ad “annullarsi” (apparentemente) come scrittore dietro il tuo personaggio non è facile, richiede grande abilità e controllo. E invece la “voce” della protagonista Maria non è sempre credibile (per fare un esempio, i personaggi parlano sempre in perfetto italiano tranne che per qualche sporadica espressione in dialetto buttata qua e là, che quindi, invece di far aumentare la verosimiglianza dei dialoghi, ne sottolinea anzi l’artificiosità), e forse proprio per questo non mi è mai riuscito di provare quel coinvolgimento emotivo che sicuramente l’autore si proponeva di suscitare (il prologo si conclude con un lapidario “Questa storia parla anche di voi”), non mi sono mai ritrovata a “soffrire” con lei o per lei, né a “tifare” pro o contro di lei.

E quindi la storia si legge giusto per vedere “come va a finire”, e anche qui si rimane un po’ delusi perché purtroppo, nella seconda parte, non mancano sviluppi un po’ prevedibili (la tresca di Gennaro con la giovane Angela, e relativa “soluzione” al problema escogitata da Maria), nonché altri episodi buttati un po’ lì senza che ve ne fosse grande bisogno (la storia tra Maria e Gigino, l’incredibile vicenda di pedopornografia che viene archiviata e dimenticata in poche pagine).

Insomma un libro che si fa leggere ma nulla più, “fa numero” per le statistiche di fine anno, e scorre via senza infamia ma sicuramente anche senza lode.

Salvatore Piscicelli, Vita segreta di Maria Capasso, voto = 3/5

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L’importo della ferita e altre storie

Libro recensito e consigliato da Gaia Conventi, blogger di “Giramenti”, L’importo della ferita e altre storie, di Pippo Russo (qui il blog dell’autore, in cui parla di libri e di calcio), è un libro cui nella mia collezione su Goodreads ho dato l’etichetta di “humor”, anche se in realtà c’è ben poco da ridere.

Nel saggio Paraletteratura, che lessi qualche mese fa, e che trattava proprio dei prodotti della letteratura di consumo, commerciale, si leggeva che i libri di tal genere solitamente non sono, come si sarebbe portati a pensare, scritti male: anzi, l’ambizione di chi li produce è quella di trovare uno stile piano, medio, anonimo e mediocre e senza guizzi di originalità, sì, ma comunque formalmente corretto. A tal punto che, sempre in quel saggio, di tali opere si sottolineava anche la funzione “educativa” e strumentale alla diffusione della lingua italiana fra le grandi masse di lettori.

Ebbene, qui in L’importo della ferita (il titolo viene da un’espressione atrocemente brutta e senza senso tratta dal romanzo Niente di vero tranne gli occhi di Giorgio Faletti, che forse voleva parlare dell’entità di una ferita) Pippo Russo ci parla di un’altra realtà: sì, perché qui si parla di libri di successo scritti veramente male. E l’autore ha tutto il diritto di affermarlo, visto che se li è letti dalla prima all’ultima riga, e ora ne fa un’analisi spietata, soprattutto a livello formale.

Le prime due parti del libro sono dedicate a bersagli tutto sommato “facili”: Giorgio Faletti, Fabio Volo, Federico Moccia, Pupo (ebbene sì, anche lui ha scritto un libro: s’intitola La confessione), Giuliano Sangiorgi (idem: Lo spacciatore di carne). Detto francamente, non si tratta di nomi che godono di grande credito nel mondo delle patrie lettere, ma grazie a Russo possiamo capirne il motivo senza doverci sorbire le loro opere.
Nella terza parte si trovano invece due nomi più sorprendenti, che anzi sono considerati talmente “di qualità” da avere anche ricevuto premi prestigiosi: Antonio Scurati e Alessandro Piperno. Nell’italiano di questi ultimi, per fortuna, l’autore individua meno “orrori”, e la critica si appunta più sullo stile, che può risultare più o meno indigesto (Scurati, in effetti, dai brani riportati sembra illeggibile).
Fra questi nomi, l’unico che intendo (intendevo??) leggere è Piperno (più precisamente il suo libro Persecuzione): mi consola vedere che tutto sommato è quello che ne esce meglio (Persecuzione è anche il libro che prende il voto più alto fra tutti quelli analizzati, un “bel” 5, a fronte di tanti 2, 0,5, zero meno meno meno).

Purtroppo i problemi non sono solo stilistici e grammaticali ma anche contenutistici, visto che, ad esempio, Fabio Volo, tolte pagine e pagine in cui, a quanto pare, i suoi personaggi pensano ossessivamente alla cacca (quando la fanno, quando non riescono a farla, come la fanno), dietro l’immagine paracula e venduta egregiamente di grande ammiratore (e conoscitore) dell’universo femminile, piazza qua e là considerazioni veramente offensive e crudeli sulle donne, o che Moccia nei suoi romanzi è capace di glorificare i comportamenti più incivili e persino barbaramente violenti perché i suoi ragazzi sono sì coatti ma tanto “veri”.

Per cui forse ha ragione Russo, quando dice che non sempre è vero che “l’importante è leggere”: alcuni libri meglio non leggerli (non rendiamo del tutto vano il “sacrificio” di chi se li è inflitti per scriverci su questo saggio e metterci in guardia) e fare altro.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, voto = 3,5/5

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The Jacket (Star-Rover)

The Star-Rover, o The Jacket (titolo con cui fu pubblicato in UK), in italiano Il vagabondo delle stelle, è innanzi tutto un libro che mi ha sorpreso. O meglio, mi ha sorpreso il suo autore, Jack London, che conoscevo solo di fama: pensando a libri celebri (ma che non ho letto) come Zanna Bianca o Il richiamo della foresta, lo associavo automaticamente a classici romanzi di avventura per ragazzi, con belle storie, buoni sentimenti, e via così. In realtà ho scoperto qui un autore molto più “adulto” e cupo, sicuramente da approfondire.

Siamo agli inizi del XX secolo (il libro fu pubblicato nel 1915) e protagonista, e voce narrante, è un professore di agronomia americano, Darrell Standing: costui si trova in prigione a San Quintino per aver commesso un delitto (le cui circostanze non saranno mai chiarite nel corso del libro, ma non sono importanti). A seguito di una serie di sfortunate e imprevedibili circostanze, troppo complicate da riassumere qui, il direttore della prigione si convince, a torto, che Standing, già di suo un prigioniero “difficile” perché capace di tener testa all’ottusa brutalità delle guardie, sia implicato in un piano di fuga e abbia nascosto da qualche parte all’interno del carcere della dinamite pronta a esplodere. Standing viene quindi rinchiuso in una cella di isolamento, e sottoposto a continui interrogatorî e torture per convincerlo a rivelare dove si trovi la (inesistente) dinamite. Il metodo di tortura più utilizzato è la “giacca” che dà il titolo al romanzo, una specie di camicia di forza avvolta attorno al corpo del prigioniero, in modo da immobilizzarlo totalmente e comprimergli il petto e gli arti, causandogli atroci sofferenze. Ma la violenza cieca e testarda del direttore del carcere e dei suoi sgherri non riesce ad avere ragione delle grandissime capacità di resistenza, forza di volontà e intelligenza di Standing. Al contrario, egli riesce a stringere una solida allenza con i due prigionieri altrettanto straordinari che si trovano nelle celle di isolamento accanto alla sua, Ed Morell (personaggio realmente esistito) e Jake Oppenheimer. È proprio Morell a suggerire a Standing il metodo per sopportare senza alcun danno le ore, a volte i giorni, di tortura imprigionato nella terribile “giacca”: il segreto sta nel riuscire, attraverso la sola forza di volontà, a far “morire” temporaneamente il proprio corpo, in modo da rendere la mente libera di uscire dalle pareti della prigione e di vagare dove più le piace.
Standing mette in pratica il consiglio, e scopre così una verità di cui fin da bambino sospettava: il suo corpo, nella sua accezione materiale, è un accidente senza importanza, ma la sua mente è immortale e invincibile, ha già vissuto innumerevoli vite prima di incarnarsi nell’entità Darrell Standing e molte altre ne vivrà una volta che “Standing” sarà morto. In queste sue esperienze di “pseudo-morte”, infatti, Standing riesce a rivivere le sue incarnazioni passate, che costituiscono l’oggetto di vari racconti più o meno lunghi.

Non proprio una storia “per ragazzi”, insomma: è una lettura cupa, specialmente nei primi capitoli, di sapore “lovecraftiano” (so bene che è un anacronismo, ma è utile per rendere l’idea) nella descrizione dei tormenti del protagonista chiuso nell’angusta e buia cella di isolamento, impegnato a trovare un sistema per non impazzire, è una denuncia nemmeno troppo velata delle condizioni di vita nelle carceri americane dell’inizio del XX secolo, e degli arbitrî agghiaccianti che potevano verificarsi all’interno delle loro mura, al riparo di qualsiasi controllo (evidentemente London non aveva paura di affrontare temi “scomodi”, perché è anche autore di un reportage sulla vita dei senzatetto, The People of the Abyss), e poi, naturalmente, è possibile anche solo gustarsela semplicemente come originalissima cornice a una serie di racconti avventurosi (le vite precedenti del protagonista). Spiccano il drammatico racconto del bambino Jesse, che viaggiava nella carovana che fu massacrata a Mountain Meadows in un attacco dei mormoni (tragico episodio realmente avvenuto nel 1857) e le avventure e le lunghe sofferenze del naufrago Adam Strang nella Corea del XVII secolo, ma altri racconti interessanti vedono protagonisti un santo eremita nel deserto nei primi secoli del Cristianesimo, un vichingo nella Palestina ai tempi di Gesù, un altro naufrago sopravvissuto per anni su un’isola deserta.

Jack London, The Jacket (Star-Rover), voto = 4/5

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Il dialetto dimenticato

Libretto scoperto in modo totalmente casuale nel corso del mio lavoro: semplici abbozzi, quadretti, aneddoti, brevissimi, dalla vita del perugino Dino Persiani, classe 1924, parecchi per la verità abbastanza insulsi (o, per dirlo in modo meno brusco, “narrativamente” piuttosto poveri, senza un vero svolgimento e neanche così divertenti. Per il lettore perugino comunque un qualche motivo di interesse e una parte del divertimento stanno nel fatto che il libro è scritto interamente in dialetto (che comunque, come precisa l’autore all’inizio, non pretende di essere “puro”, ma ricalca semplicemente il parlato della gente).

A parte le scene dell’infanzia, degli anni della guerra (Persiani prese parte alla Resistenza) e dell’età più matura, che per la verità sono talvolta trascurabili e non offrono molto più che qualche sorrisetto qua e là, la parte più interessante sono senz’altro i capitoletti dedicati all’esperienza di maestro nelle scuole elementari e serali dei paesini umbri dell’immediato dopoguerra, con episodi gustosi e toccanti che narrano le prevedibili difficoltà di comunicazione, di metodo e naturalmente anche strettamente materiali, ma anche la passione per un mestiere che, all’epoca (e sicuramente non solo allora), non è esagerato definire “eroico”. Peccato che una materia simile non sia stata messa in mano a un autore più talentuoso che, magari integrando anche un po’ con la fantasia, poteva ricavarne un racconto meno frammentario e più elaborato.

Insomma una lettura breve e leggera leggera affrontata per pura curiosità, che sicuramente non aveva molte pretese.

Dino Persiani, Il dialetto dimenticato. Racconti veri, voto = 2,5/5

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