La banalità del male

Questo libro, la scelta di Goodreads Italia per il Gruppo di lettura di saggistica nel bimestre marzo-aprile 2015, è il reportage che la Arendt scrisse in qualità di inviata del New Yorker al processo di Adolf Eichmann, che si tenne in Israele nel 1961-1962 e si concluse con la sua condanna a morte. Ne avevo sentito parlare, e mi aspettavo appunto una cronaca, un resoconto dettagliato delle fasi del processo corredato da digressioni e riflessioni, a cominciare appunto dalla celebre definizione dell’imputato come personaggio simbolo della “banalità del male” all’opera nel Terzo Reich. Invece la struttura del saggio è diversa, dopo i primi capitoli che partono in medias res con una presentazione degli attori del processo e della corte, l’autrice traccia un profilo della carriera di Eichmann, individuando uffici, organismi, competenze, superiori e servendosi grosso modo delle tappe di questa non poi sfolgorante carriera per approfondire alcuni temi, senza però seguire rigidamente l’ordine cronologico: alcuni capitoli sono dedicati all’analisi del progetto iniziale di Eichmann, l’espulsione e la deportazione degli ebrei fuori dall’Europa, progetto poi abbandonato in favore della “soluzione finale”, lo sterminio; la Arendt si sofferma poi sul tanto dibattuto problema della coscienza e della responsabilità personale di chi “esegue gli ordini”; segue una vasta parte centrale dedicata ai diversi modi in cui la soluzione finale venne applicata sullo scacchiere europeo, nelle aree occupate dalle truppe tedesche o nei paesi alleati della Germania, e sui diversi esiti cui giunse (si va dalla totale acquiescenza e collaborazione delle popolazioni e autorità locali, come ad esempio in Romania, a coraggiose ed efficaci opposizioni, ad esempio in Danimarca), per poi tornare alla fine sulle spinose controversie sulla legittimità stessa del processo, sul metodo di cattura dell’imputato, sull’uso “propagandistico” o quanto meno sulla valenza simbolica del processo (presentato come la prima volta nella storia in cui il popolo ebraico non rivestì solo e soltanto il ruolo di vittima).

Questa struttura ha pregi e difetti: non mi sarebbe dispiaciuta una cronistoria del processo, tra le lungaggini, le contraddizioni, le polemiche, le procedure non sempre chiare, gli sviluppi imprevisti… Così invece le varie fasi e le strategie non mi sono sembrate chiarissime. D’altra parte, in questo modo l’autrice è stata più libera di spaziare e toccare vari argomenti.

In questa “pseudo-recensione” mi limito a evidenziare alcuni aspetti più sorprendenti o che mi sono sembrati più interessanti o meglio approfonditi.
Un aspetto su cui forse la Arendt è stata una dei primi a gettare luce sulla involontaria? ambigua? inevitabile? inconsapevole? forzata? “collaborazione” delle élite ebraiche con i nazisti, mossa da complessi fattori tra cui non ultimi il tentativo di “limitare i danni” o la pura e semplice impossibilità di agire diversamente in una situazione senza via d’uscita. Tema delicatissimo, di cui un esempio fu Paul Eppstein, capo degli Anziani di Theresienstadt (che ho già incontrato recentemente, in versione romanzata, in Un regalo per il Führer): Eppstein fu solo uno dei tanti cui questo tentativo disperato di fare un “patto col diavolo” (per paura, per provare a fare qualcosa di concreto sia pure inevitabilmente insufficiente, per qualsivoglia motivo) non riuscì, visto che fu comunque trucidato dai nazisti nel 1944.

Altro aspetto che può colpire un lettore del 2015, o comunque ha colpito me, è, per così dire, la lunga “eco” della guerra: a me, che vivo tanto tempo dopo, viene automatico dire “e nel 1945 finì la seconda guerra mondiale”. Mi sfuggono gli strascichi che un evento simile si deve essere portato dietro per decenni: e inoltre, ormai, i protagonisti di quell’evento, vittime e carnefici, li “immagino” o, nel caso dei superstiti sempre meno numerosi, li “vedo” come persone anziane, nelle contrapposte versioni del sopravvissuto che ripete la sua testimonianza e degli ultimi e sempre più rari criminali nazisti sottoposti a giudizio. Quando la Arendt scrive, nel 1963, tantissimi dei protagonisti di quegli anni, sopravvissuti o carnefici, sono invece ancora vivi e attivi. È difficile per me, che vivo in un tempo in cui ci avviciniamo sempre più al momento, considerato come una “soglia” significativa e pericolosa, in cui non ci saranno più testimoni diretti, “collocarmi” in un contesto opposto, in cui tutto era successo… una manciata di anni prima, riguardava magari non tuo nonno o tuo bisnonno ma tuo fratello, e in Germania si sapeva, più o meno, cosa avesse fatto ciascuno, come queste persone, che facevano parte a vari livelli di un organismo statale comunque vastissimo, come dice la Arendt, si stessero “riciclando” anche dopo la guerra, e più o meno si faceva finta di niente.

Il saggio, infine, è famoso anche per la fortunata formula, quasi un ossimoro, scelta per il titolo (in realtà nell’originale il sottotitolo). La “banalità del male” incarnata da Eichmann è quella che portò numerose persone come lui a compiere crimini atroci con la stessa noncuranza di chi svolge un ordinario lavoro d’ufficio, forti del generale senso di de-responsabilizzazione dato dalla convinzione che “il mio superiore/la legge mi dice di fare così, per cui non deve esserci nulla di male”; la Arendt dipinge efficacemente l’immagine-choc e veramente da incubo di un luogo e un tempo, la Germania nazista, in cui la “ragion di Stato” fu invocata non per giustificare un eccezionale (cioè, che costituisce un’eccezione) ricorso dello Stato a vie e mezzi al di fuori della legge: nel Terzo Reich si giunse al paradosso per cui il crimine non era più l’eccezione, ma la regola nell’azione dello Stato.

Forse con “banalità del male” si può intendere anche la figura “meschina” dell’imputato e, per così dire, il “fallimento” del processo per quanto riguarda le intenzioni del governo israeliano: una figura che si cercava a tutti i costi di presentare come uno dei principali responsabili della Shoah si rivela invece, agli osservatori attenti, un burocrate tutto sommato lontano dalle leve del comando, un uomo che cerca pateticamente di ingigantire il suo ruolo, cova ancora paradossali risentimenti e vendette personali, si mostra spesso quasi scollegato dalla realtà della sua situazione.

Hanna Arendt, La banalità del male (trad. Piero Bernardini), voto = 3/5

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Sylvester or The Wicked Uncle

Circa un mese fa ho avuto una lieve influenza: in quel pomeriggio in cui non stavo molto bene avevo bisogno di una lettura “confortevole”, e in casi del genere ho imparato a rivolgermi a questa autrice, Georgette Heyer, e ai suoi Regency romances. Lettura “confortevole” non significa necessariamente promossa sempre a pieni voti, ma semplicemente gradevole, “prevedibile” in senso “buono”, ovvero sai cosa ti riserva senza grosse sorprese, non impegna particolarmente il cervello ma non è neanche “stupida” o totalmente insignificante. Non tutti i miei precedenti con la Heyer sono stati dei successi, qualcuno anzi si è rivelato persino deludente (The Grand Sophy), e aspetto ancora che si ripeti la “magia” del primo, ottimo romanzo (Cotillion), eppure mi piace questo mondo di aristocratici inglesi alle prese con problemi di cuore, ricostruito con così tanta cura e tanto amore, e ci tornerò ancora.

L’ultima aggiunta alla lista per ora è questo Sylvester, or The Wicked Uncle, del 1957.
Il ventottenne Sylvester, duca di Salford, capo di una ricca e nobilissima casata, tutore del giovanissimo nipote, figlio del suo defunto fratello, ha deciso di sposarsi; affronta questo “progetto” con il suo consueto cipiglio autoritario e iper razionale, definendo a tavolino dei requisiti minimi che la futura sposa dovrà possedere: una certa bellezza, maniere impeccabili e capacità di muoversi in società, un certo grado di intelligenza affinché la sua compagnia non risulti alla lunga fastidiosa. Soprattutto, dovrà essere gradita alla sua amatissima madre, cui sottopone questo “programma”: proprio la madre, che è invece di temperamento ben più “romantico” del figlio e vede con un po’ di preoccupazione questo modo così “glaciale” di affrontare la questione, richiesta di un parere, gli propone una sua “candidata”, la figlia di una sua carissima amica, ormai defunta. Sylvester, che non conosce neppure questa ragazza (in realtà l’ha già incontrata, come dirò fra poco, ma non se ne ricorda affatto), ma che, al momento, non ha alcuna preferenza, per cui tanto vale partire con la “selezione” con una candidata già approvata dalla madre, organizza un incontro presso la famiglia di lei. Ma il suo desiderio di discrezione si scontra con l’eccitazione con cui la famiglia della ragazza, Phoebe, accoglie questo possibile interessamento di un uomo così altolocato: il padre e la matrigna cominciano a starle addosso perché si impegni per fare un’ottima impressione e perché accetti senz’altro la proposta di matrimonio. Il problema è che… Phoebe non può vedere Sylvester: l’ha incontrato soltanto una volta (senza fargli nessuna impressione, visto che lui neppure se ne ricorda) e le è sembrato talmente altezzoso, arrogante e scostante che addirittura lo ha preso a modello per il terribile conte Ugolino, il “cattivo” del romanzo gotico che sta segretamente scrivendo, The Lost Heir, e che un editore londinese è disposto a pubblicare, anonimo. Oltre tutto, come Sylvester scopre non appena i due si conoscono, Phoebe non possiede nessuno dei requisiti necessari: ha un aspetto ordinario, parla poco e, quando lo fa, non ha un tono molto rispettoso verso di lui. Questo “primo appuntamento” quindi è un vero disastro, e Sylvester è più che mai convinto a non chiederla assolutamente in moglie, ma Phoebe non può saperlo ed è talmente terrorizzata all’idea che le venga fatta quella proposta che… preferisce scappare nottetempo da casa col suo migliore amico Tom, per raggiungere la nonna materna a Londra. Quando la cosa si scopre la mattina dopo, fra lo sconcerto generale della famiglia di Phoebe, Sylvester, divertito e forse anche sollevato di essere stato cavato così convenientemente dall’impaccio, parte anch’egli alla volta di casa… ma siamo in pieno inverno, la neve è troppo fitta e deve fermarsi lungo il tragitto in una locanda, naturalmente la stessa in cui sono stati costretti a sostare anche Phoebe e Tom dopo un incidente con la loro carrozza… e in cui tutti e tre rimarranno bloccati per alcuni giorni a causa del maltempo. La convivenza forzata, che all’inizio non può che essere assai imbarazzante per Phoebe, si rivela però meno sgradevole del previsto, perché la ragazza scopre che Sylvester non è il “mostro” di perfidia che immaginava, è anzi un perfetto gentiluomo, ma certo ha un senso della propria superiorità talmente radicato da risultare a volte insopportabile, e la ragazza non gliene lascia passare una. Tuttavia, si pente di averlo giudicato troppo frettolosamente e, quando entrambi finalmente riescono a raggiungere Londra, i rapporti fra i due sono divenuti cordiali. È proprio una sfortuna, quindi, che The Lost Heir stia per uscire, e che egli rischi di riconoscersi nel suo odioso antagonista (che, coincidenza!, pure lui ha un nipote, un povero bambino che tiene rinchiuso nel suo tetro castello)! Ma, d’altra parte, visto che il nome dell’autore del romanzo non comparirà, Sylvester potrebbe non scoprire mai che l’ha scritto lei…

L’inizio dunque è vivace e gradevolissimo, fra il “tragico” primo appuntamento in cui tutto va storto e la fuga a sorpresa… e l’ancor più sorprendente soggiorno forzato nella locanda isolata dalla neve. A metà romanzo il ritmo si inceppa un po’ e la parte londinese finisce per ricadere nel classico canovaccio di “figuriamoci se mi sto innamorando di lui/lei”, ma la lettura rimane comunque piacevole. Le cose si movimentano assai, e in modo inaspettato, quando entra in gioco la cognata di Sylvester, Ianthe, la vedova del fratello e madre del piccolo Edmund: costei, che non è mai andata d’accordo con Sylvester, è in procinto di risposarsi. Capricciosa e un po’ impressionabile, dopo aver letto proprio The Lost Heir, in cui si immedesima nell’eroina contrapposta al perfidissimo Ugolino, si convincerà di dovere, proprio come avviene nel romanzo, “salvare” il figlio dal cattivissimo zio… fuggendo con lui in Francia. Naturalmente, tanto nell’immaginario libro di Phoebe la vicenda è caricata dalle tinte più fosche e melodrammatiche alla maniera del più classico romanzo gotico, quanto la Heyer la capovolgerà ironicamente nella farsa nella “realtà” dei personaggi di Sylvester, con Phoebe che ovviamente si ritroverà suo malgrado coinvolta in tutta la faccenda e con mille incidenti buffi e contrattempi. È positivo che la Heyer abbia voluto dare una scossa certamente non scontata alla vicenda, ma, a conti fatti, la complicazione movimenta la trama “esteriormente”, ma non nella sostanza, non è un vero “conflitto” da superare. Spieghiamo meglio, o almeno tentiamo. Non mi è piaciuto particolarmente il fatto che l’unico serio “c0ntrasto”, o l’unica “ombra” sul carattere del nostro protagonista (il conflitto con la cognata su chi dovrà occuparsi del bambino dopo le seconde nozze di lei, se il piccolo Edmund dovrà stare con lo zio o con la madre, una pretesa che, il lettore lo vede, non sarebbe del tutto campata per aria da parte di Ianthe), venga giocato anch’esso sul registro della farsa, caricando i due “antagonisti” (la madre del bambino e il suo nuovo marito) di tratti caricaturali che forse, fino ad allora, non avevano “meritato” e rendendo fin troppo facile, per il lettore, parteggiare per Sylvester, lo zio che tanto “crudele” poi non è. Voglio dire che l’unico serio “ostacolo” perché il lettore si schierasse dalla parte del protagonista (e di conseguenza “approvasse” il fatto che Phoebe si innamorasse finalmente di lui) è stato rimosso in modo fin troppo comodo (la madre di Edmund, in fondo, è un’ochetta egocentrica cui non dispiacerà poi tanto di non doversi occupare di lui! E il suo secondo marito è un ridicolo damerino!): d’altra parte non so quanto sarebbe stato “in tono” con queste garbate e affabili commedies of manners della Heyer uno sviluppo alla “Kramer contro Kramer” sulla battaglia per la custodia del bambino… Sarebbe stato interessante e appassionante… in un altro romanzo di ben altro tipo e ben altre ambizioni, qui l’autrice deve aver pensato che non c’entrava niente, avrebbe portato troppo lontano e sarebbe stato troppo difficile da risolvere con un sorriso e senza tanti turbamenti, per cui meglio chiudere la parentesi buttandola sul ridere, e via.

Altri difettucci del libro sono dei dialoghi e dei brani che talvolta esplicitano fin troppo il messaggio per il lettore (il famoso show, don’t tell: ad esempio le prime pagine sono tutte dedicate alla presentazione in dettaglio del carattere di Sylvester, e quindi, più che imparare a conoscerlo “in azione”, ci viene fornita una vera e propria “scheda descrittiva” del personaggio), e inoltre, e questo è un “difetto” comune in tutti i suoi libri letti finora, va bene farci stare “col fiato sospeso” (si fa per dire, rimanere incerti sul finale in un romanzo rosa è alquanto improbabile) fino all’ultimo, ma la Heyer deve imparare a tirare un po’ meno per le lunghe i finali! :-)

Ma tutto sommato i difetti si stemperano nella generale atmosfera di gradevolezza dell’insieme: l’ho detto all’inizio, quello che chiedevo a questo libro non era di essere memorabile ma semplicemente d’intrattenimento, e il compitino l’ha assolto. Oltre tutto in suo favore gioca anche un altro elemento, e cioè che io non resisto quando c’è un caso di “libro (finto) nel libro (vero)”, con tutti i possibili meta-riferimenti del caso: do un punto in più a prescindere. Con The Lost Heir, l’immaginario romanzo scritto da Phoebe, la Heyer si diverte a prendere in giro la moda dei romanzi neri che facevano furore all’epoca in cui è ambientata la storia, con le atmosfere “gotiche” e gli stereotipi del genere (anche il titolo di questo stesso libro è una strizzatina d’occhio a quella corrente).

Insomma, a parte Cotillion che non ha ancora trovato un degno rivale, stesso giudizio complessivo degli altri predecessori: gradevole, ma dimenticabile.

Georgette Heyer, Sylvester or The Wicked Uncle, voto = 3/5

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Anche le coccinelle nel loro piccolo…

Il titolo italiano è un po’ stupido (anche perché mi pare che neanche si parli delle coccinelle), era più simpatico, e tutto sommato anche più preciso, l’originale (Nature’s Nether Regions, “le parti bassi della Natura”): sì, argomento del saggio è la forma dei genitali di varie specie animali, e sarebbe inutile negare che l’ho preso  (dopo averne letto una recensione di Telmo Pievani sulle pagine de “La Lettura” dell’8 giugno 2014: se siete interessanti a un parere più autorevole e probabilmente più interessante del mio sul libro, ecco il link) principalmente perché prometteva di essere bizzarro e divertente.

A parte la sorprendente varietà di forme, colorazioni, lunghezze, usi, eccetera eccetera eccetera, che cosa rimane più impresso da questo “peepshow darwiniano”, come lo definisce l’autore? Beh, che la femmina è molto (molto!) meno “passiva” di quanto comunemente pensiamo, non si limita a “ricevere” semplicemente lo sperma dal maschio e inoltre la vagina (quantunque in genere meno studiata del pene) riserva qualche sorpresa inaspettata: intanto, le preferenze della femmina influenzano fortemente l’evoluzione non solo dei caratteri sessuali secondari del maschio, ma anche di quelli primari (i genitali in senso stretto). La “preferenza” di cui si parla non è, ovviamente, un capriccio fine a se stesso né spesso viene effettuata a livello conscio: maschi meglio dotati, più “bravi” nel corteggiamento o nell’atto sessuale ecc. trasmetteranno, forse, queste caratteristiche ai loro figli col loro patrimonio genetico, e i loro figli avranno dunque più probabilità di successo con le femmine, assicurandosi una più copiosa discendenza. Sintetizzando al massimo con una formula usata dall’autore stesso, si può dire che in natura il maschio badi più alla quantità (passare il proprio patrimonio genetico al maggior numero di femmine), la femmina alla qualità (più selettività nella scelta del partner). Ma il ruolo della femmina non si esaurisce nemmeno nello scegliere il maschio più adatto e poi accettare passivamente il suo sperma: in molte specie la femmina si riserva di “valutarlo”, non farlo neppure avvicinare alla vagina, “conservarlo”, utilizzarlo in un secondo momento o rigettarlo del tutto per far spazio a quello di successivi candidati ritenuti più validi; insomma, la gamma di comportamenti e “misure di precauzione” successive è assai variegata e, se ciò non vuol dire che sia la femmina a “controllare il gioco” (si tratta più di una “competizione” in cui maschio e femmina cercano costantemente di… “fregarsi” a vicenda, perché agli “ostacoli” posti dalla femmina corrisponderanno, col tempo, “trucchi” più raffinati ed efficaci da parte del maschio… anche se neppure di “competizione” vera e propria si dovrebbe parlare), mostra come l’atto sessuale sia in fin dei conti la parte più “semplice” della faccenda.

Inevitabile, in un libro di divulgazione su questo argomento, che si cerchi talvolta la battuta: se fosse successo a ogni riga l’avrei detestato, ma l’autore, per fortuna, si limita: in alcuni punti riesce anche divertente, e dove invece la battuta non era necessaria tutto sommato non dà fastidio più di tanto.

Come detto all’inizio, sono solo le impressioni molto alla buona di una profana assoluta di biologia/zoologia, però curiosa. Un libro interessante e gradevole, che è un po’ penalizzato dalla scarsezza delle immagini (e quelle presenti non sono chiarissime) e dall’assenza totale di fotografie.

Menno Schilthuizen, Anche le coccinelle nel loro piccolo… (trad. Allegra Panini), voto = 3/5

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La Conquista del Messico

Questo è un argomento su cui non mi stancherò mai di leggere: riunisce insieme così tanti aspetti affascinanti (viaggi, avventura, ignoto, incontro con l’altro, gusto del romanzesco, passione, caso, tragedia) da essere irresistibile. La mia collezione di libri è ancora piccola, ma sta crescendo.

Una delle aggiunte più “preziose” è questo La Conquista del Messico dello storico americano William H. Prescott (1796-1859), che forse compariva nella bibliografia dei saggi di Levy o di Miralles sullo stesso argomento. Se dovessi recensirlo in poche parole, direi che è tutto ciò che Cortés di Miralles non era: tanto quel libro era sì dottissimo ma arido, pedantesco e faticosissimo da leggere, quanto questo è una goduria per il lettore. Prima di acquistare o mettere in lista un libro, controllo sempre qualche recensione su Goodreads… In questo caso, per un saggio di quasi 1000 pagine scritto nel 1843, sono rimasta stupita di fronte al livello di entusiasmo dei lettori (per citare un po’ qua e là: “Insanely good. The most impossible-to-put-down history book I’ve ever held in my hot little hands. And it’s over 100 years old.”, “This is the absolute best! What an exciting story.”, “This book is astounding!”, “Shakespearean. Biblical.”, “This was written in *sit yourself down* eighteenfortythree and it reads brilliantly.”). Diciamo quindi che i pareri erano molto incoraggianti… e, ho potuto verificare, assolutamente veritieri. Davvero, se volete far appassionare qualcuno alla lettura di saggi storici, dategli questo libro: 881 pagine che scorrono in un lampo (magari ditegli di saltare l’introduzione con la biografia dell’autore: è interessante pure quella, eh, ma meglio non esagerare, come prima volta!).

Chiaramente, non è in un saggio del 1843 che si cercano le ultime novità in fatto di interpretazione storiografica dell’avvenimento. Non aspettiamoci da Prescott una lettura “terzomondista” o “antimperialista” della conquista del Messico. Il suo presupposto di partenza è che la storia sia un continuo progresso, e che le civiltà più evolute soppiantino “naturalmente” quelle rimaste a un grado inferiore di civiltà. Oltre tutto la civiltà azteca è stata, secondo lui, “giustamente” sconfitta e cancellata dalla storia per l’abominio imperdonabile dei sacrifici umani… Tuttavia egli non è mai del tutto indifferente di fronte alle conseguenze devastanti della Conquista di lì a venire per la popolazione americana, come non è privo di ammirazione verso le vette della civiltà azteca e il coraggio e l’irriducibilità degli ultimi resistenti (ad esempio l’ultimo imperatore Cuauhtémoc) e non nasconde, a parte l’evidente fascino per il protagonista della sua epopea, Cortés, gli eccessi più violenti dei conquistadores (d’altra parte neanche la cattolica Spagna era per lui, anglosassone e protestante, la vetta della civiltà, sebbene sia il paese che, da storico, più l’interessò), mentre stigmatizza con ironia gli eccessi trionfalistici e nazionalistici, o ultra-apologetici e agiografici, degli storici, soprattutto spagnoli, che l’hanno preceduto (accanto alle pagine piene d’azione e, come si dice, “appassionanti come un romanzo”, non mancano approfondimenti sulle fonti consultate, criticamente vagliate, e schede biografiche degli autori).

Insomma, bellissimo e, inutile dirlo, subito messi in lista anche History of the Conquest of Peru, dello stesso autore, e, perché no?, anche il suo History of the Reign of Philip the Second, King of Spain (si trovano tutti gratuitamente in lingua originale, in ebook).

William H. Prescott, La Conquista del Messico (trad. Piero Jahier e Maria Vittoria Malvano), voto = 4/5

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Hell House

Un salto indietro nel tempo a quando leggevo molti più horror di adesso: questo classico del genere, datato 1971, è stato consigliato caldamente da un utente di Goodreads, che mi ha incuriosito definendolo “l’horror più horror che ho mai letto”. Questa recensione è piena di spoiler, vi avverto: è consigliabile leggerla dopo che avrete finito il libro, se il romanzo vi interessa. Gli spoiler sono visibili evidenziando col mouse il testo nascosto.

La “casa infernale” del titolo è Belasco House, nel Maine, che prende il nome dal suo costruttore, il misterioso e famigerato Emeric Belasco, eccentrico riccone vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo, personalità carismatica ma crudele e malefica, che progettò di rendere il palazzo un suo personalissimo “inferno” privato: vi ospitava numerose persone, che lasciava indulgere ai peggiori eccessi e alle più innominabili pratiche, finché costoro diventavano talmente “assuefatti” all’atmosfera allucinata della casa da non poterla più abbandonare. Belasco House, quindi, guadagnò ben presto la fama di dimora “maledetta”, in cui accadevano cose spaventose. Per due volte, dopo che il suo terribile proprietario un giorno sparì senza lasciare traccia, nel 1931 e nel 1940, gruppi di coraggiosi cercarono di venire a capo della “maledizione” della casa e di neutralizzarla: sono tutti morti orribilmente (tranne uno, vedi più avanti), e da allora la casa è stata abbandonata, rimanendo sigillata e inaccessibile. Fino al 1970, anno in cui si svolge la nostra storia, quando l’attuale proprietario, Deutsch, il classico milionario misantropo, fornisce il (tenue) pretesto perché i malcapitati di turno debbano rinchiudersi nella casa maledetta: costui, in punto di morte, affida a tre specialisti del paranormale l’incarico di fornirgli, in una settimana, prove certe del fatto che esista o meno un aldilà, in cambio di un bel mucchio di soldi: e sicuramente, per tentare comunicazioni con l’oltretomba, non c’è posto più adatto della sinistra Belasco House. Le persone prescelte per questo compito usano metodi e approcci diversi, per non trascurare nessuna possibilità. Il prof. Lionel Barrett è il sostenitore di una teoria “scientifica” dei fenomeni paranormali, anzi ritiene che la paccottiglia più “spiritualistica” sia stato ciò che ha fino ad allora impedito un serio studio del paranormale. La sensitiva Florence Tanner, al contrario, crede nella spiegazione “mistica” di tali fenomeni (le spiegazioni “scientifiche” nel libro sono piuttosto confuse, o a me sono sembrate tali, ma l’importante è che diano un’idea della contrapposizione di questi due personaggi: per capirci, Barrett ritiene che “i fantasmi” non esistano e gli eventi che si verificano nella casa siano spiegabili con l’azione di residui di “energia psichica” del suo antico proprietario, la Tanner crede invece nei “classici” spiriti dei morti). Il terzo “indagatore dell’occulto” è Benjamin Franklin Fischer: anch’egli da ragazzino è stato un medium molto potente, e anzi è l’unico sopravvissuto della spaventosa ecatombe verificatasi nella casa nel 1940; da quell’evento traumatico, ha smesso completamente di utilizzare il suo “dono”, non si è mai del tutto ripreso e vivacchia alla bell’e meglio. Accetta di ritornare nella casa, ma è apertamente scettico sulle possibilità dei suoi compagni di “liberarla”: dal canto suo, è fermamente intenzionato a non fare nulla, non “entrare in comunicazione” con nessuna presenza, superare indenne quei sette giorni e intascare i soldi. Completa il gruppo Edith Barrett, che non è né una studiosa né una sensitiva, ma partecipa al seguito del marito Lionel, che ha già assistito in passato in simili missioni. Spendo due parole in più su di lei perché la sua figura, nel complesso, mi è sembrata quella meglio riuscita: è un personaggio che probabilmente sembrerà poco “piacevole” alle lettrici odierne, abituate a eroine “fiere”, “indipendenti”, che “spaccano culi” (kick-ass) e senza macchia e senza paura, e tuttavia a me è sembrato molto “vero”. Traumatizzata da un padre violento e dall’educazione repressiva della madre, la donna crescendo ha sviluppato un autentico terrore del contatto fisico e del sesso. Il suo costante senso di paura e inadeguatezza è forse uno dei motivi che l’hanno portata al matrimonio con Barrett, un uomo molto più anziano di lei, sessualmente impotente a causa di una poliomelite infantile, una figura in qualche modo “paterna” e autorevole da cui Edith si lascia guidare totalmente. Il rapporto fra i due risulta in effetti fortemente sbilanciato, ma non per questo dalle pagine del libro sembra meno affettuoso o genuino, e questo evitare qualsiasi giudizio troppo netto o caratterizzazione troppo facile e “piaciona” mi ha favorevolemente colpita.

Pochi giorni prima del Natale 1970, dunque, il gruppetto si chiude nella casa, isolato e praticamente senza contatti con l’esterno. Ovvio che le apparizioni e i fatti inquietanti non tardano a verificarsi, la differenza è che stavolta i personaggi sono preparati, e si sforzano di interpretarli secondo i loro schemi: la Tanner crede che sia necessario “pacificare” gli spiriti della casa per consentire loro il passaggio all’altro mondo, Barrett si concentra piuttosto sulla costruzione di un misterioso macchinario che dovrebbe eliminare completamente il problema. Tuttavia poco a poco diventa evidente che la “forza” che presiede alla casa potrebbe essere troppo potente e sfuggente per i loro tentativi di comprenderla e ingabbiarla, le loro divisioni, che si accentuano sempre di più, potrebbero essere esacerbate e alimentate ad arte da qualcuno per indebolirli, e che le diverse “soluzioni” che i personaggi, in particolare Barrett e Tanner, si sforzano di adottare potrebbero in realtà rivelarsi inutili, e tutti loro essere solo pedine inconsapevoli di un piano diabolico.

Chi cerca un libro in cui si verifica un colpo di scena a pagina, è capitato bene: basta scorrere l’elenco che Barrett ha preparato, lungo pagine e pagine, di fenomeni rilevati a Belasco House in passato (l’elenco ha, credo, anche uno scopo lievemente comico: sono 105 voci, ve lo riporterei tutto perché merita, ma mi limito a citare qua e là: Apparitions … Automatic writing … Catalepsy … Divination … Ghosts … Glossolalia … Levitation … Possession … Psychic photography … Raps … Sonnambulism … Telekinesis … Voices eccetera eccetera) per verificare che nel libro ne incontreremo parecchi. E infatti l’ho letto in pochissimi giorni, e questo vuol pur dire qualcosa, ma la mia impressione è che, invece di partire col botto e accumulare un’apparizione spaventosa a capitolo, sarebbe stato meglio prendersela con più “calma” e dare il tempo alla tensione e alla paura di montare e crescere.

In alcuni passaggi il libro mostra i suoi anni, soprattutto nella caratterizzazione dei due personaggi femminili. Gran parte del “potere” della casa è, a quanto pare, riuscire a scatenare gli impulsi e i desideri, soprattutto di natura erotica, taciuti e repressi (così come Belasco appunto incoraggiava i suoi ospiti ad abbandonare qualsiasi freno inibitore): purtroppo a cadere vittime di questa suggestione sembra siano solo le due donne del gruppo, e ciò, a parte che l’abisso della perversione per entrambe sembra sia abbandonarsi alle loro tendenze omosessuali represse (ho l’impressione che al giorno d’oggi questo tema verrebbe trattato con una sensibilità differente), si traduce in varie scene, piuttosto simili, di tentativi di seduzione di Fischer. Come mai i due uomini invece mantengono costantemente il controllo e non sembrano affatto cadere preda di questo “incantesimo”? A dire il vero c’è, a un certo punto, uno spunto che si sarebbe potuto sfruttare assai meglio, in questo senso: una notte Edith, non completamente in sé, si mette a camminare nel sonno e così facendo esce dalla casa e rischia di annegare in una specie di palude nelle vicinanze. Non è la prima “stranezza” di cui si è resa protagonista, perché in precedenza, sempre preda di questa misteriosa possessione, aveva tentato di assalire sessualmente Fischer, per poi tornare bruscamente in sé, piena di vergogna, quando Barrett li aveva scoperti. L’episodio aveva causato qualche tensione nella coppia, visto che, inoltre, in precedenza Edith era stata “insolitamente” audace col marito, cercando di forzarlo ad avere un rapporto sessuale, cosa che l’uomo non era stato in grado di fare. È dunque per evitare altri incidenti che la notte seguente il marito, con naturalezza, suggerisce a Edith di farsi legare al letto… così non le sarà possibile alzarsi e andare in giro nel sonno. La donna accetta. La scena, che dura solo poche pagine, è forse una delle più autenticamente spaventose dell’intero romanzo, poiché (il punto di vista adottato è quello di Edith), così facendo, la donna si sente effettivamente più sicura e tranquilla, sdraiata accanto a un uomo di cui si fida ciecamente… tuttavia in un angolo della sua mente, e nel lettore, si insinua un vago senso di minaccia, come se, ora che l’ha immobilizzata, Lionel ne approfitterà per punirla delle ripetute umiliazioni che gli ha fatto subire, per tentare di sfogare istinti che, in situazioni normali (la moglie è terrorizzata dal sesso, lui stesso è impotente), non riesce a soddisfare. Purtroppo, come dicevo, è solo un breve excursus in un terreno meno spettacolare e più “psicologico”, sicuramente intenzionale ma cui non viene dato alcun seguito.

Appunto, è curioso come per tutto il libro sembra che si gettino le basi di sviluppi molto intriganti (e assai “moderni”), come l’esplorazione delle complesse dinamiche del matrimonio dei Barrett, la stessa (ri)scoperta del desiderio in Edith (parlo sempre e solo di questi due perché Fischer e la Tanner, al confronto, mi sono sembrati più banali e meno interessanti), che poi però… non vengono approfonditi, preferendo una conclusione più “chiassosa” e “tradizionale” che poi, esaurita la foga di arrivare alla fine (perché, devo essere onesta, il can can finale una certa fifa la mette pure), non lascia un segno duraturo (e non è neanche tanto chiara). E poi perché inserire quel dettaglio che tante delle precedenti ospiti della casa sono rimaste incinte, senza darvi seguito in alcun modo? La butto lì (e copro tutto perché la mia conclusione “alternativa” svela alcuni particolari della fine del romanzo): i Barrett, dopo il “successo” della macchina di Lionel, sono rimasti soli nella casa ora apparentemente calma mentre Fischer è andato in paese con l’auto per dare sepoltura a Florence. Tenere affettuosità poi Edith si addormenta e Lionel va al piano di sotto (fin qui tutto come nel libro). Edith si sveglia, torna Lionel e, sorpresa!, finalmente i due riescono ad avere un rapporto completo e soddisfacente, Edith supera la sua “innaturale” repulsione per il sesso e Lionel “miracolosamente”, forse galvanizzato dal trionfo, è in grado di avere un’erezione. Edith poi si riaddormenta di nuovo. Dopo un po’, Fischer torna, tutti fanno i bagagli e vanno via, felici e contenti… e mentre si stanno allontando dalla casa Edith pensa, stranamente ha avuto l’impressione che prima, in camera, Lionel non avesse bisogno del bastone per camminare… Nove mesi dopo nasce un bel bambino

Richard Matheson, Hell House, voto = 3,5/5

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The Bees

Questo romanzo si inserisce nella tradizione di libri allegorici con protagonisti non umani, a cominciare dal celebre La fattoria degli animali di Orwell, tuttavia è piuttosto originale perché è scritto dal “punto di vista” di un’ape, non, come forse è più comune, di un mammifero. Consideriamo generalmente gli insetti radicalmente diversi da noi, per cui l’esperienza di… entrare nella “testa” di uno di loro (e scoprirvi qualche punto di contatto con noi) è già di per sé bizzarramente affascinante. Tempo fa ho letto un romanzo, Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo, anche se lì, come da titolo, avveniva la trasformazione da insetto a uomo e il “divertimento” stava nel vedere l’insetto adattarsi al nostro mondo. Per The Bees mi viene in mente anche l’associazione con un romanzo della mia infanzia/adolescenza, La società dei gatti assassini di Akif Pirinçci, per i toni inquietanti e a tratti horror (chissà perché in Italia uscì nella collana dei “Gialli Junior” della Mondadori, come libro era piuttosto “adulto”!).

Con l’aiuto di Wikipedia, cercherò in questa recensione di usare una terminologia corretta, ma mi scuso fin d’ora se non dovessi riuscirci.

“Flora 717″ è un’ape operaia, e precisamente una delle addette alla pulizia, la “casta” più bassa di quella società rigidamente compartimentata, basata su schemi immutabili, ma in cui tuttavia ciascun componente ha un suo specifico ruolo e apporta il proprio contributo alla vita della comunità, che è l’alveare. Al vertice c’è naturalmente la regina, la madre di tutte le api dell’alveare, costantemente impegnata nella sua sacra missione riproduttiva. Attorno a lei la cerchia delle damigelle d’onore, e le api nutrici addette al nutrimento delle numerosissime larve; vi sono poi le api “bottinatrici” (foragers), che quotidianamente si alzano in volo dall’alveare per procurare nettare e polline, le api guardiane addette al “servizio d’ordine” e alla sicurezza, e infine le umili operaie come appunto Flora. Un discorso a parte meritano i maschi dell’alveare, accuditi con mille attenzioni dalle altri api, nutriti e vezzeggiati e con nessun compito particolare se non quello di farsi scegliere, al momento giusto, da una nuova regina vergine. Tutto, nell’alveare, si svolge nell’obbedienza assoluta a regole senza tempo, che rassicurano le api e le fanno sentire parte di un mondo che funziona, ma che vengono anche fatte rispettare in modo inflessibile e spietato, col soffocamento di qualsiasi devianza o novità, all’insegna del motto “Accept, Obey, and Serve“. Tale regime “totalitario” è profondamente interiorizzato dalle api e cementato dal comune attingimento alla sorgente dell’Amore della Regina (Queen’s Love, da notare che questa non è un’invenzione romanzesca ma è solo una delle stupefacenti cose che si imparano da questo libro), ridistribuito e rinvigorito in ciascuna ape nel momento rituale della “devozione” in comune, e dall’appartenenza a quel “corpo collettivo” che è la Mente dell’Alveare (Hive’s Mind).

Succede però che la nostra ape protagonista, Flora 717, mostri fin dall’uscita dalla cella delle caratteristiche anomale per il suo rango, delle “strane” tendenze all’indipendenza e all’iniziativa personale, delle dimensioni non comuni, che attirano subito l’attenzione delle onnipresenti e vigilanti “sacerdotesse” dell’alveare, impegnate a mantenere a tutti i costi lo status quo. La piccola Flora quindi riesce eccezionalmente a fare una piccola “scalata sociale”, lavorando per qualche tempo nella nursery e poi entrando a far parte della squadriglia delle bottinatrici, provando l’ebbrezza del volo all’aperto. Soprattutto, il maggiore cambiamento si verifica quando, inaspettatamente, Flora inizia a deporre uova. Il principio fondamentale e inviolabile dell’alveare è che solo la Regina può riprodursi: qualsiasi uovo deposto dalle operaie (evento raro ma non impossibile) deve essere immediatamente e tassativamente eliminato, distrutto. Flora sa che sarebbe suo dovere “autodenunciarsi” alla “polizia della fertilità” (Fertility Police), condannando suo figlio… Eppure questa ape “strana” non riesce a compiere quest’atto obbligatorio e, spinta da questo “nuovo”, insopprimibile istinto materno, attua un’imprevedibile ribellione clandestina, nascondendo e proteggendo il proprio uovo (in realtà saranno più di uno), nel costante terrore di essere scoperta e allo stesso tempo col senso di colpa perché sta venendo meno ai suoi doveri verso le sue compagne.

Nel frattempo, la vita nell’alveare va avanti, con i suoi ritmi usuali e le sue emergenze, dalla difesa contro i nemici esterni, come gli attacchi delle infide e crudeli vespe, ai periodi di carestia, sempre più duri man mano che l’estate volge al termine, fino ai mesi invernali di “letargo” nel glomere (dopo il cruento sacrificio dei maschi non ancora “scelti” da nessuna regina per l’accoppiamento e rimasti a “pesare” sull’alveare, in un improvviso rovesciamento della situazione precedente) e al risveglio e alla rinascita con la nuova primavera… Ma qualcosa di inquietante, forse un complotto delle algide e potenti “sacerdotesse”, è nell’aria, e Flora si ritrova sempre più combattuta fra due istinti ugualmente forti, l’ubbidienza alle sacre regole dell’alveare e la sua nuova condizione di madre che la spinge a trasgredirle pur di proteggere la sua creatura.

Come si vede da questo riassunto, l’autrice, Laline Paull, riesce a mescolare brillantemente elementi propri della “vita da ape”, a noi totalmente alieni, come le loro forme di comunicazione attraverso i feromoni o attraverso la danza, e concetti più tipici delle società umane, ma “distorti” o adattati a questo contesto animale, generando nel lettore un bizzarro effetto contemporaneo di familiarietà e straniamento. Accanto a questo, c’è anche la trama ben congegnata: sembra “strano” dire che ci si appassiona alle avventure di… un’ape, ma è così, la storia, quanto a tensione, non ha nulla da invidiare a un thriller o a un horror con protagonisti umani.

Oltre a essere un romanzo distopico appassionante, il libro naturalmente è stato anche una prima introduzione al mondo delle api, materia che sembra estremamente ricca e interessante, tanto che appena l’ho finito mi sono subita messa a cercare qualche titolo, accessibile anche ai non specialisti, per approfondire un po’.

Laline Paull, The Bees, voto = 4/5

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Un regalo del Führer

Il libro per il Giorno della Memoria 2015, scoperto esaminando le ultime novità in uscita sul sito della Einaudi: un libro bellissimo, cui non saprò fare giustizia.

Estate 1944. A Theresienstadt, il “lager modello”, dove sono rinchiusi gli ebrei più eminenti, gli artisti, le personalità di riguardo, il prigioniero Kurt Gerron viene convocato dal comandante del campo, Karl Rahm. Il berlinese Kurt Gerron era stato un celebre attore teatrale e cinematografico: partito dal cabaret, il grande successo era arrivato grazie all’Opera da tre soldi di Brecht, in cui cantava la famosa canzone d’apertura, quella di Mackie Messer (qui la potete ascoltare nella versione in cui la conobbi io, cantata da Ute Lemper), poi vennero i film, e in particolare L’angelo azzurro, di von Sternberg, con Emil Jannings e Marlene Dietrich, poi aveva scoperto la passione per la regia, firmando vari film di successo.

Ora però non è più nulla, e anzi la sua vita ormai conta così poco che si sente fare questa proposta (proposta? Si fa per dire, in realtà un ordine…) terribile: perché non gira un bel film di propaganda che mostri al mondo come è bella la vita nel lager, come fervono le attività produttive, come sia vasta e apprezzata l’offerta di attività culturali, ricreative e sportive disponibili? Per tre giorni Gerron si tormenta, chiedendosi se debba tradire le sue origini, i suoi compagni di sventura, la sua arte, e rendersi complice dei suoi aguzzini. E, accanto a queste angosciose riflessioni, in parallelo si snoda nella sua memoria tutta la sua vita, la famiglia, i genitori distanti e così rigidamente “tedeschi”, ma comunque amatissimi, oggi anch’essi deportati, chissà dove, sicuramente uccisi; la scoperta, da bambino, grazie al nonno materno, del mondo meraviglioso del teatro e del cinema, divenuto la vera vocazione di tutta la sua vita; l’esperienza traumatica della guerra, con i giovani della sua generazione andati (o spinti) entusiasticamente incontro a un inferno terribile, esperienza da cui esce col corpo lacerato e il carattere per sempre cambiato; l’incontro con Olga, l’amore, il matrimonio; il debutto e i primi successi, nell’atmosfera irripetibile della Berlino dei primi anni Venti, Brecht, i colleghi con le loro storie, gelosie, rivalità, grandezze e piccolezze… Tutte cose che un tempo erano la sua vita, che erano per lui il centro del mondo, mentre nel frattempo… Nel frattempo, nell’indifferenza di tutti, sotto lo sguardo fra il divertito e lo sprezzante di Gerron e degli altri che, come lui, la sapevano più lunga di tutti, la Germania si consegnava ai nazisti. Fino a che, il 1º aprile 1933, l’inizio della fine: è negli studi dell’UFA, sta girando, come tutti i giorni, una scena del suo ultimo film, quando, l’annuncio: tutti gli ebrei lascino immediatamente gli studi. Anni di esilio tra l’Austria, la Francia e l’Olanda, con la moglie e i vecchi genitori al seguito, a fare affidamento sugli aiuti dei colleghi che hanno avuto più successo di lui, più fortunati o più previdenti. Ma sempre, sotto sotto, il pensiero che certe cose non possano accadere sul serio… perché, chi potrebbe mai pensare…? E, naturalmente, tornano alla memoria tutte le occasioni di fuggire sprecate, perché… perché chi avrebbe immaginato che…? Tutte le volte che la sua storia personale avrebbe potuto prendere una piega diversa, se avesse preso la decisione giusta al momento giusto, mentre invece il tempo, gli spazi, le opportunità, la libertà poco a poco si assottigliano sempre di più, da Berlino all’Austria, a Parigi, assieme ai tanti altri esuli tedeschi, all’Olanda, a Westerbrok, e poi… eccoci, Theresienstadt, uno squallido tugurio sopra le latrine, la fame che ormai non ti abbandona più, senza essere riusciti a fermare l’onda, senza aver capito che l’onda non si sarebbe più fermata, e dopo c’è solo il trasporto a est, i treni che partono regolarmente, Auschwitz. E, accanto ai ricordi, l’interrogativo sempre più angoscioso: girare il film o no? Ma, in realtà, sta solo cercando di ingannare se stesso, perché ha veramente una scelta? Il film lo girerà, perché è un ordine, perché non vuole morire, non vuole essere deportato e soprattutto non vuole che la moglie Olga venga deportata con lui per colpa sua.

E così, iniziano le riprese, con gli altri internati del lager a fare da attori/comparse, tra scene surreali di raccolte di pomodori, divertenti bagni nel fiume, deliziosi quadretti con famiglie felici a cena. Una montatura allucinante, ma, per quanto possa sembrare paradossale, alla fine a quel lavoro Gerron finisce per dedicarsi anima e corpo, vuole farlo bene, sa di poterlo fare bene. Perché più si renderà utile e si dimostrerà bravo, più aumentano le possibilità per lui e Olga di non essere deportati, certo. Perché, allo stesso modo, può cercare di “proteggere” i suoi collaboratori, utili alla realizzazione del film e quindi anche loro esclusi, almeno temporaneamente, dal trasporto, certo. E però anche perché fare film è ciò che è, ciò che ama, e allora, finché non gli avranno portato via anche questo, avrà conservato un margine di libertà, così come l’anziano professore di filosofia che ora, nel lager, viene utilizzato come guardiano dei cessi, eppure non ha rinunciato al gusto della dialettica.

Come avvisa l’autore, questo è un romanzo e molte cose nel libro sono inventate o sviluppate liberamente a partire da fatti storici. Alcune cose sono assolutamente vere, però: la prima è che Kurt e Olga Gerron vennero deportati da Theresienstadt ad Auschwitz e lì vennero uccisi, subito dopo l’arrivo, nelle camere a gas nell’ottobre 1944, poco tempo prima che il lager cessasse l’attività. La seconda è che il film propagandistico sulla “città modello” di Theresienstadt che Gerron fu costretto a girare è terribilmente vero: non servì a Gerron a salvarsi la vita (o forse anzi fu proprio perché vi aveva lavorato che venne eliminato) e non fu lui a montarlo, e l’andamento della guerra nel 1944-1945, con la sconfitta sempre più imminente per la Germania, impedì che venisse mai effettivamente mostrato. Oggi rimangono solo alcuni spezzoni: ecco la voce su Wikipedia e qui si possono vedere alcuni minuti (non è il titolo ufficiale, ma il film finì per essere noto soprattutto col titolo Der Führer schenkt den Juden eine Stadt, “il Führer regala agli ebrei una città”, da cui il titolo dell’edizione italiana del libro, Un regalo del Führer, più efficace per una volta dell’originale, Gerron).

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer (trad. Valentina Tortelli), voto = 4/5

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Lezioni americane

Speravo che questo libro, scelto per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia (gennaio-febbraio 2015), mi riconciliasse un po’ con Calvino, di cui anni fa avevo iniziato Se una notte d’inverno un viaggiatore, subito interrotto perché giudicato illeggibile, e da cui da allora mi ero tenuta alla larga.

Interessante la breve introduzione di Esther Calvino, che parla della storia dell’opera e del suo assemblaggio postumo (Calvino venne invitato a tenere un ciclo di conferenze alla Harvard University nell’anno accademico 1985-1986: purtroppo morì nell’estate 1985, e le Lezioni americane sono appunto i testi delle conferenze che stava preparando per quell’occasione).

Calvino scelse di dedicare questo ciclo di conferenze ad alcuni “valori letterari” dei quali riteneva importante la sopravvivenza nel nuovo millennio: leggerenza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La sua non è però una scelta esclusiva, e cioè ad esempio egli, parlando della leggerenza, non intende affatto svalutare e condannare la gravità: solo, la sua indole e la sua predilezione di scrittore lo portano a parlare di quelli a lui più congeniali, piuttosto che di altri.

Mi è particolarmente piaciuta la “lezione” sull’esattezza: Calvino sottolinea l’importanza, il valore delle parole, e di conseguenza l’impegno e lo sforzo dello scrittore su ogni parola per trovare quella più appropriata, definitiva, “icastica” (l’aggettivo che predilige) per esprimere il concetto che ha trovato forma nei suoi pensieri. Un compito, una tensione, un obiettivo che la Letteratura deve, secondo lui, continuare a portare avanti soprattutto in questi tempi in cui, spesso, il linguaggio si fa annacquato, impreciso, impersonale, anonimo, imitativo.

Certo è forte il rimpianto che le conferenze siano rimaste solo scritte e non siano mai state pronunciate in pubblico, che l’ultima (Consistency) non abbia mai visto la luce, che l’autore non abbia fatto in tempo a rivederle, ampliarle, precisarle per la pubblicazione. Come conferenziere Calvino sarebbe stato affascinante: ogni volta che parla di un libro, ti vien voglia di leggerlo. Soprattutto i suoi, da come li presenta, da come ne spiega la genesi e l’idea alla base. Solo che poi finisce sempre così, con lui: rimango con la sensazione di non essere riuscita a capire bene tutto (almeno è andata meglio dell’altra volta, sono arrivata alla fine).

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, voto = 3/5

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Storia delle terre e dei luoghi leggendari

Ricordo che lessi per la prima volta di questo libro su un numero di “Sette”, trovato per caso in treno, nell’ottobre 2013. Si tratta, come dice il titolo, di un viaggio tra alcuni dei più celebri luoghi dell’immaginazione, nutrita dalle opere letterarie di ogni tempo e di ogni luogo: il giardino dell’Eden, Atlantide, Iperborea, il regno del Prete Gianni, il tempio di re Salomone, il paese di Cuccagna, Camelot… Luoghi che furono creduti a lungo reali, spesso variamente collocati sul mappamondo e magari effettivamente cercati in spedizioni dagli esiti improbabili e/o imprevedibili. Accompagnano il testo belle illustrazioni a colori.

Mentre per Storia della bellezza e Storia della bruttezza , volumi di concezione simile a questo, sulla copertina si leggeva “a cura di Umberto Eco”, qui questa precisazione manca: devo quindi pensare che i testi siano interamente di suo pugno. In effetti le dicerie, le leggende, le invenzioni che col tempo si costruiscono una “verità” e una “tradizione” sono uno dei temi prediletti dello scrittore (vedi ad esempio il precedente romanzo Il cimitero di Praga). Certo però la scrittura è abbastanza piatta, i guizzi migliori e più vivaci si hanno quando Eco veste i panni del polemista e affronta temi ancora “caldi”, come la creazione ad arte della “leggenda” di Rennes-le-Château, o quando si addentra a parlare della “realtà” dei luoghi romanzeschi, o quando pesca dal cilindro titoli di opere oscure e dimenticate. Il resto è comunque interessante: è sempre utile il sistema, già utilizzato nei due volumi citati, di affiancare in ogni capitolo una prima parte di esposizione a una di brani antologizzati.

Forse a deludere un pochino sono le immagini: senz’altro bellissime, ma, a differenza della Storia della bruttezza in cui, per quanto ricordo, servivano effettivamente a esemplificare concetti illustrati nel testo, qui molto spesso sono puramente decorative, e solo raramente vengono descritte e commentate.

Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, voto = 3/5

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Butcher’s Crossing

John Williams è uno scrittore che è stato riscoperto negli ultimi anni grazie al suo romanzo Stoner, vero caso editoriale amato e ammirato da moltissimi lettori: da allora è partita la pubblicazione del resto della sua bibliografia, che comprende anche questo romanzo storico ambientato nel vecchio West, di cui sentii parlare per la prima volta grazie a una recensione (manco a dirlo entusiasta) su “La Lettura”.

Siamo nel 1870 o giù di lì, Will Andrews è un giovane che, lasciata la casa paterna nella ricca e tranquilla Boston all’inseguimento di una vita più libera e avventurosa, giunge nel selvaggio West, e precisamente a Butcher’s Crossing, paesino sperduto ma, come indica il nome stesso, centro da cui partono regolarmente spedizioni di caccia ai bisonti, la cui pelle costituisce il principale commercio della zona. Avendo qualche soldo in tasca, si mette ben presto in società con un esperto cacciatore, Miller, che sostiene di aver scoperto un territorio, di difficile accesso e noto a lui solo, in cui i bisonti, già all’epoca sempre più scarsi, scorrazzano ancora in grande quantità. Miller e Andrews e altri due compagni partono per una battuta di caccia che, nei loro piani, deve durare solo qualche settimana e fruttare enormi guadagni.

Ultimamente sta nascendo in me un grande interesse per i romanzi western, ne ho già messo in fila qualcuno nella lista dei “da leggere” e, dal punto di vista degli elementi tipici del genere, quel gusto dell’avventura e dei grandi spazi e della natura selvaggia e della fatica e del fascino di una “scelta di vita” estrema in una terra ancora dura e difficile, il romanzo non delude: mi sono piaciuti la lentezza, i silenzi (o i dialoghi essenziali e bruschi), i gesti concreti descritti senza tanto romanticismo e che, si immagina, i personaggi svolgevano con perizia e naturalezza, persino la crudezza e l’efferatezza di certi passaggi, la crudeltà delle condizioni di vita e la potenza della natura.

Poco invece mi ha detto il romanzo visto come “parabola esistenziale” o “metafora” di non so cosa, tanto che, onestamente, il mio giudizio è positivo senza però scomodare il termine “capolavoro” cui Williams ultimamente sembra abbonato. Di Will Andrews possiamo tranquillamente evitare di parlare. Sì, in teoria è il protagonista, è lui che è impegnato in questa “ricerca di sé”, in procinto di compiere questo percorso di “iniziazione”, è il suo sguardo quello che “racconta” la vicenda… In realtà il fascino che questo personaggio esercita sul lettore è pari a zero virgola zero (secondo me!). Anche Stoner, il protagonista del romanzo eponimo dello stesso autore, non era un uomo dal carattere forte o dalla personalità magnetica, tutt’altro. Però almeno soffriva e faceva soffrire il lettore, Will Andrews… sta lì e, seppure la sua trasformazione da ragazzo a “uomo vero” sia presumibilmente il cuore del romanzo, non sembra mai di riuscire realmente a “vederla”: più che il protagonista, è una “zavorra” che ha pesato sull’intera riuscita del libro, per quanto mi riguarda.
Concentriamoci piuttosto sugli altri personaggi, Miller, l’esperto cacciatore di bisonti promotore dell’iniziativa, imperscrutabile nella sua calma sicurezza e irremovibile nei suoi propositi e per questo sempre oscillante, agli occhi dell’incerto lettore, fra la saggezza da leader e la monomania ossessiva, Fred Schneider, entrato a far parte del gruppo controvoglia e per questo inquieto e scettico sull’esito della missione, ma ciò nonostante ruvidamente affidabile, Charley Hoge, alcolizzato e traumatizzato in seguito a un incidente di caccia, legato da una fedeltà quasi canina a Miller.

Bastava la rivelazione finale che mesi e mesi di sofferenze e sacrifici non erano serviti a nulla (perché la domanda delle pelli di bisonte nel frattempo, durante la lunga assenza dei protagonisti, è improvvisamente crollata) per far passare il messaggio (avrò capito bene?) che la vita umana spesso è una “caccia” durissima, faticosa e pericolosa a un trofeo sognato per anni e, quando sembra di averlo finalmente raggiunto, non poi così prezioso come si immaginava: inutilmente “melodrammatica” ed enfatica la scena dell’incendio provocato da Miller al capannone di MacDonald. Per non parlare della vicenda assai stereotipata di Will e la prostituta Francine.

Insomma, non starei qui a spendere tante parole se l’autore non fosse quel Williams che ha fatto tanto parlare di sé con Stoner: di suo mi rimane ora da leggere solo Augustus (perché l’opera prima sembra valere davvero poca cosa, a vedere le recensioni).

John Williams, Butcher’s Crossing (trad. Stefano Tummolini), voto = 3/5

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