Viaggi in corso

Non sono una grande viaggiatrice, ma mi piace leggere di viaggi altrui (ho anche uno scaffale su Goodreads appositamente dedicato all’argomento), e specialmente dei viaggi di una volta: di quando talvolta si partiva senza avere idea di cosa si sarebbe trovato, dei primi contatti con altre terre, culture, persone, di esplorazioni e spedizioni, anche di conquista, delle difficoltà spesso enormi e delle distanze, fisiche, mentali, per noi ormai inimmaginabili, e delle peripezie e tragedie e incidenti e scoperte, per il puro gusto dell’esotico o dell’avventura.

Questo gradevole e veloce libretto, scritto da uno specialista in materia come Attilio Brilli, non si occupa però di questi temi “epici”, ma tratta degli aspetti più “terra terra” del viaggio (in particolare il classico viaggio in Italia, ma non solo) tra XVII e XIX secolo; l’ho preso proprio perché offriva questo taglio più insolito e da me finora trascurato.
Attraverso brani di diari e lettere di viaggiatori celebri e meno celebri, da Goethe in giù, manuali e guide, scopriamo suggerimenti su quali precauzioni prendere prima di partire, quali guide procurarsi, come vestirsi, cosa portarsi dietro (a partire dall’imprescindibile nécessaire de voyage, vero e proprio status-symbol ante litteram), quale mezzo scegliere, dove dormire, gli imprevisti possibili e come fronteggiarli. Interessanti brani di storia materiale illustrano la struttura e i tipi di carrozza, o il kit del viaggiatore alla moda, con lo scrittoio portatile e il Claude glass. Non troveremo qui gli aspetti più “romantici” delle memorie di viaggio, spesso pensate per la pubblicazione e raramente attente a questi dettagli più prosaici e materiali, e tuttavia emerge lo stesso il fascino di un’esperienza che in passato, a differenza di oggi, era spesso unica e irripetibile nella vita delle persone.

Attilio Brilli, Viaggi in corso, voto = 3,5/5

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Drood

Come detto nell’articolo precedente, si può dire che abbia letto The Mystery of Edwin Drood di Dickens solo perché non volevo arrivare “impreparata” alla lettura di Drood: come si capisce fin dal titolo, infatti, il romanzo di Simmons si ispira (vagamente) alle atmosfere del classico dickensiano incompiuto, e io volevo essere in grado di cogliere tutti i riferimenti e le citazioni nascoste per rendere la lettura ancora più “gustosa”. Insomma, il libro di Simmons era quello che mi “importava” di più, da cui mi aspettavo di più.
Col senno di poi non era neanche necessario “prepararsi” tanto; anzi, vediamola così, almeno tutto ciò mi ha fornito il pretesto per leggere il libro di Dickens, che si è rivelato gradevole. Potevo fermarmi lì e non leggere questo.
Se qualcuno volesse mettersi a leggere Drood (ma anche no), sappia che se non ne ha voglia può anche risparmiarsi questa operazione preliminare: questo non è un tentativo di scrivere il finale del romanzo rimasto incompiuto, ci sono sì dei riferimenti qua e là, tornano alcuni nomi (a cominciare da quello di Drood, ovviamente, ma che non ha nulla a che fare col Drood immaginato da Dickens), ma se non si conosce la trama del primo libro non si perde nulla.

In breve: Drood di Simmons per me è stato un fallimento quasi totale. E purtroppo sono più di 800 pagine: quando non ho più potuto nascondere a me stessa che il libro non mi stava piacendo per nulla ero già arrivata a pagina 400 circa, e a quel punto (e visto che il libro me lo sono proprio comprato, forse sono stata attratta dalla bellissima copertina) ho pensato fosse più sensato farsi forza fino alla fine.

Leggo sul retro del libro che secondo il Daily Telegraph “le pagine scorrono via come se avessero le ali”. AHAHAHAHAHAH. Forse le prime 100, che effettivamente hanno un avvio promettente (tutto ha origine – non è uno spoiler – da un incidente ferroviario in cui rimane coinvolto Dickens, che da allora inizia a essere “perseguitato” da una strana figura dall’aspetto demoniaco di nome Drood: per scoprire chi sia e cosa voglia da lui lo scrittore coinvolge il suo collega/amico/rivale Wilkie Collins, la voce narrante del libro), ma siccome quasi subito il libro abbandona le atmosfere di inquietante mistero tuffandosi in un inverosimile tour dei sotterranei di Londra, fra catacombe e templi egizi (mi ha ricordato molto Indiana Jones e l’ultima crociata), il lettore perplesso si chiede come si potrà poi “reggere” la tensione per altre 700 pagine, se subito si sparano i fuochi d’artificio. E infatti si procede con un accumulo impressionante di misteri, complotti e fatti mai spiegati che, alla fine, più che incuriosire stancano alla grande. A un certo punto ho smesso di cercare di capire, i personaggi prendevano decisioni e giungevano a conclusioni secondo me a casaccio (è vero che nel caso di Collins dovrebbe dare l’idea di una mente sempre più obnubilata dall’oppio e dal laudano, ma ‘sti cavoli, per il lettore è sfiancante), e allora mi sono detta amen, arriviamo alla fine.
Altro commento per me incredibile: “La Londra del 1860 è resa in modo splendido” (The Guardian). Ma per favore! Dove sta la Londra del 1860, qui stiamo tutto il tempo o a casa di Collins, o a casa di Dickens, o a passeggio per la campagna presso Rochester, o (al massimo) a teatro… ah sì, ogni tanto andiamo in qualche non meglio specificato o descritto “quartiere malfamato” che rimane sempre un indistinto ammasso di vicoli e case buie, non sembra mai una ricostruzione convincente e “viva” (e tra l’altro è sempre lo stesso manipolo di personaggi che si parla addosso, quindi neanche ci “immergiamo” nel milieu socio-culturale londinese o fra gli strati più umili della popolazione).

Per 800 e passa pagine siamo costretti a seguire la voce narrante, che come ho detto è Wilkie Collins, grande amico di Dickens. Naturalmente all’amicizia si aggiunge anche una buona dose di rivalità/invidia/ammirazione, in un intreccio complesso che poteva essere anche interessante. Purtroppo Collins riesce odioso (alla faccia dell’amico, praticamente a ogni riga c’è una cattiveria su Dickens), e probabilmente non si tratta di gusti miei ma sicuramente era precisa intenzione dell’autore renderlo odioso agli occhi del lettore (da un certo punto in poi diviene evidente che ci troviamo di fronte a un narratore assai inaffidabile), fatto sta che 832 PAGINE SEMPRE IN COMPAGNIA DI UN PERSONAGGIO ODIOSO sono una tortura inimmaginabile.

Il paradosso è che le parti all’apparenza più “noiose”, quando si parlava dei romanzi scritti o da scrivere dei 2 autori amici/rivali, delle loro tecniche narrative, dei giudizi vicendevoli sui loro romanzi (la scena migliore del libro è quando Dickens fa a pezzi il bestseller del momento di Collins, La pietra di luna), dell’abilità “pubblicitaria” di Dickens e della novità e gli effetti dei suoi tour di letture (quantunque, alla cinquantesima volta che veniva descritto uno di questi spettacoli di Dickens, cominciavo a stufarmi), erano di gran lunga più avvincenti della paccottiglia fantastica senza né capo né coda su Drood e i riti egizi e il mesmerismo e gli scarafaggi nel cervello (che schifo) e bla bla (che poi it was all a dream, naturalmente). Pure un “normale” romanzo storico sui travagli familiari di Dickens sarebbe stato meglio di questo (sebbene svariati pezzi apparissero proprio come “inserti saggistici” messi lì, con innumerevoli aneddoti biografici). Interessante anche cercare di cogliere qua e là alcuni (rari) dettagli presi da The Mystery of Edwin Drood e “fusi” nella trama del libro.
Sarei anche stata disposta a dare 2 stelle per questi ultimi aspetti, ma l’epilogo (l’ultimo paio di capitoli) mi ha fatto abbassare il voto.

Dan Simmons, Drood (trad. Anna Tagliavini), voto = 1,5/5

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The Mystery of Edwin Drood

Libro strano, rimasto incompiuto e pubblicato postumo, quindi difficile da valutare. La storia si interrompe sul più bello, ma parla della misteriosa scomparsa del giovane Edwin Drood, che era andato a trovare lo zio John Jaspers e la fidanzata Rose in un immaginario e sonnolento paesino dell’Inghilterra, Cloisterham. È stato ucciso? Forse da un rivale in amore?

Ma in realtà, più che il mistero di Drood, ad affascinare è il mistero di Jaspers, irreprensibile maestro del coro della cattedrale per i suoi compaesani, in realtà oppiomane (non è uno spoiler), inquieto, depresso, sfuggente, forse anche lui non senza movente per sbarazzarsi del nipote.
Come giallo purtroppo non si capisce dove il libro voglia andare a parare (o forse dovrei dire che non l’ho capito io, perché secondo Wikipedia è abbastanza chiaro), alcuni personaggi che sembrano centrali per il “mistero” (Rose, Neville) sono delineati troppo in fretta, un po’ troppo scontatamente “buoni” e non sembrano credibilissimi (Neville conosce Rose da poche ore e già se ne dichiara innamorato, tanto da essere il sospettato perfetto quando Drood scompare!). Purtroppo la “soluzione” non si saprà mai, ma il romanzo si riscatta nelle parti che sembrerebbero “di contorno”, con un tono umoristico e satirico e alcune deliziose macchiette come il pomposo e ridicolo Mr Sapsea, il buon reverendo Crisparkle, la pudebonda Miss Twinkleton, l’eccentrico e stolido ma in fondo buono Mr Grewgious… Soprattutto domina la figura assai inquietante di John Jaspers: poiché il romanzo si interrompe troppo presto, non si capisce se Dickens avesse intenzione di farne “il cattivo”, certo fra tutti risulta il più affascinante e complesso, e forse il lettore moderno, lungi dal vederlo come una figura negativa, tenderà a farne un vero e proprio antieroe: impegnato a preservare la sua maschera di rispettabilità, e però vicino a soccombere in questa spirale di dipendenza, ossessione e disgusto di sé. Le scene nelle fumerie d’oppio sembrano scritte ieri, non nell’800.

In realtà io avevo scoperto e messo nella wishlist prima Drood di Dan Simmons, che trae spunto da questa celebre ed enigmatica opera della letteratura inglese. Ho pensato però che non avrei potuto capirlo a pieno senza leggere prima il romanzo originario.

Leggere Dickens nell’originale inglese mi è sembrato piuttosto difficile (avevo letto solo il super-classico “Canto di Natale”, ma in italiano): subito prima di questo libro avevo abbandonato Chiamate la levatrice, che aveva pure un tema interessante ma che mi stava indisponendo e annoiando per lo stile assai piatto, sono passata all’estremo opposto!

Charles Dickens, The Mystery of Edwin Drood, voto = 3,5/5

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Art and Architecture of Insects

Nella vita reale gli insetti mi fanno ribrezzo, ma sulle pagine dei libri o nelle immagini dei documentari televisivi li trovo veramente interessanti e affascinanti: finché non si mettono a ronzare o a volarmi attorno… Questo Art and Architecture of Insects è apparso nei miei suggerimenti automatici di Goodreads perché stavo leggendo Anche le coccinelle nel loro piccolo… e, anche grazie alla spinta della recente lettura di The Bees, l’ho acquistato senza pensarci troppo. Mi aspettavo un librone imponente, invece è un libretto molto maneggevole e leggero.

È un libro di divulgazione scientifica in cui la parte del leone la fanno soprattutto le immagini (proprio il punto dolente del saggio di Schilthuizen sopra citato): l’autore, David M. Phillips, ha infatti catturato diversi esemplari, selezionato i migliori, li ha immersi nell’alcol e quindi li ha bloccati in una posa il più possibile realistica, scannerizzati in 3-D con un microscopio elettronico e riprodotti in fotografia. Alcune delle foto si possono vedere qui.

I testi a corredo delle immagini, organizzati in capitoli che analizzano ciascuno una singola parte dell’animale (testa, occhi, antenne, zampe, ecc.), sono semplici e adatti anche al lettore non esperto; forse è un po’ faticoso trovare la traduzione (su questo l’ebook, col suo dizionario integrato, la vince sul libro cartaceo, ammettiamolo) e memorizzare i diversi nomi di insetti o di parti di insetti, che spesso non sono parole comunissime, ma gli stessi termini comunque si ripetono spesso, per cui una volta compresi la prima volta il più è fatto.

Lo stesso lettore però, proprio perché non esperto, purtroppo alla lunga dopo svariate immagini finisce per confonderle un po’ fra loro e non distinguere bene i dettagli che le differenziano, anche perché sfortunatamente con la tecnica usata da Phillips sono possibili solo fotografie in bianco e nero, si perdono i colori dei vari insetti.

David M. Phillips, Art and Architecture of Insects, voto = 3/5

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La solitudine amica

Sono qui raccolte le lettere che Farinelli spedì al protettore e amico Sicinio Pepoli, nobile bolognese appassionato di teatro (e per certi versi “impresario teatrale” a tutti gli effetti), dal 1731 fino alla morte del Pepoli, nel 1750. Interessanti e belle le lettere, da cui emerge innanzi tutto un’immagine molto simpatica e toccante del cantante Farinelli, lontanissimo dallo stereotipo di “diva” del bel canto (il volume uscì non molto tempo dopo il film Farinelli voce regina, del 1994, che pare fosse un concentrato di macroscopiche inesattezze e ridicole invenzioni e che infatti viene spesso e volentieri preso come obiettivo polemico e demolito), professionale e allo stesso tempo ben consapevole del proprio eccezionale valore, scrittore talvolta sgrammaticato ma espressivo, affettuoso e spiritoso con gli amici lontani e il caro Pepoli, ma spesso anche malinconico e tremendamente solo. Intorno a lui il mondo dei teatri e delle corti settecentesche, e la “giungla” del mondo dell’opera in particolare, con tutto il suo irresistibile fascino rococò di maestri e talenti italiani alla conquista dell’Europa intera. Le figure di Farinelli e dei castrati, poi, alla nostra mentalità moderna assumono una sfumatura quasi “fantastica”, tanto la comprensione del fenomeno ci riesce ormai impossibile, quasi una “favola” (non senza, certamente, venature tragiche e sinistre), perché sono voci e suoni che non sentiremo mai (e quanto è “magica” e “irreale” e, confesso, quasi commovente l’immagine di Farinelli che, ogni notte, per anni, con la bellezza del suo canto riesce a calmare gli attacchi di depressione di Filippo V?).

Si vede benissimo che dietro all’edizione c’è stato un gran lavoro dei curatori (molto bella l’introduzione di Francesca Boris; se proprio devo fare un appunto, avrei fatto uno sforzo in più e messo qualche immagine, giusto per far vedere la calligrafia del Nostro), peccato che il volume sia strutturato in modo “infernale” per il lettore: invece di normalissime note a piè di pagina (o in fondo), ci sono le trascrizioni delle lettere, poi c’è “Fatti e commenti” (brevi testi con il contesto e la spiegazione di quanto leggiamo, potevano benissimo essere messi come “cappelli” ai gruppi di lettere da Vienna, da Londra, da Madrid, ecc.), il “Glossario” (spiegazione di termini inusuali o desueti), il “Dizionario” (schede biografiche dei personaggi citati), tutto senza mai uno straccio di rimando nel corpo del testo, così che il lettore non ha idea se per quella parola o quel nome ci sia una nota di spiegazione o meno, ed è costretto o a saltellare qua e là fra le pagine a casaccio interrompendo la lettura continuamente, o a leggere tutti gli (utilissimi, dettagliati e interessanti, ma di fatto inconsultabili) apparati alla fine, perdendo però l’aggancio immediato con il passo cui si riferiscono.

Farinelli, La solitudine amica. Lettere al conte Sicinio Pepoli, a cura di Carlo Vitali, voto = 3/5

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Angela’s Ashes

Devo ringraziare l’utente di Goodreads Italia che ha gettato questo libro nel “Pozzo di Natale” 2014, dal quale sono riuscita ad aggiudicarmelo.

In Angela’s Ashes, in italiano Le ceneri di Angela, leggiamo i ricordi dell’infanzia dell’autore, Frank McCourt (1930-2009), dall’incontro dei suoi genitori, immigrati irlandesi a New York, alla nascita e ai primissimi anni di vita nella Grande Mela, poveri ma vivaci e briosi. Disgraziatamente, una tremenda tragedia familiare, la morte di una piccola sorellina, costringerà la famiglia a tornare nella natia Irlanda: dall’atmosfera colorata delle strade di New York con mille razze e culture a contatto, a Limerick, città povera, chiusa, tetramente cattolica, ostinata e ossessiva nei suoi secolari pregiudizi (l’odiato inglese, certo, ma anche gli irlandesi del Nord). E da lì comincia un’altra storia, fatta di stenti, nuove nascite e nuovi lutti, crisi, difficoltà e pregiudizi, vista però sempre attraverso lo sguardo del bambino Frank, la cui voce narrante volutamente ingenua e “incosciente” riesce a far risaltare i momenti più teneri e comicamente assurdi, e soprattutto la tempra, la forza e le innumerevoli risorse della madre, Angela, che non a caso è l’eroina del titolo.

Sono stata doppiamente fortunata perché il libro che ho ricevuto in regalo era in inglese, e veramente vale la pena, se possibile, leggere questo memoir in lingua originale, per apprezzarne lo stile unico.

Stile che per me è stato, a dire il vero, contemporaneamente punto di forza e debolezza del libro. Fino a pagina 100 è un incanto, le pagine scorrono via in un lampo, un paragrafo tira l’altro. Da pagina 101 in poi, comincia un po’ a stancare: lo stile “bambinesco” alla lunga è artificioso, suona come una “cantilena” un po’ troppo insistita (fortunatamente negli ultimi capitoli, quando ormai Frank ha 13-14 anni, il tono bamboleggiante lascia opportunamente il posto a uno più “normale”), e gli inserti in cui risalta più chiaramente la mano dell’autore, i passaggi caratterizzati da ironia amara o sentenziosità fintamente ingenua, “da bambino” appunto, un po’ troppo scopertamente pensati con l’intenzione di far “riflettere” il lettore.

Questo mio leggero “fastidio”, comunque, non è stato tale da oscurare completamente il piacere di seguire la storia, quella sì troppo interessante e mai noiosa. Il libro si conclude con Frank ormai diciannovenne che attraversa di nuovo l’Atlantico per tornare negli Stati Uniti: le sue peripezie di giovane e povero immigrato vengono narrate da McCourt in un altro libro, ‘Tis (in italiano Che paese, l’America!): temo però che non abbiano su di me la stessa presa della sua infanzia “infelice, irlandese e cattolica”, per cui, per quanto mi riguarda, le sue memorie si concludono (probabilmente) qui.

Frank McCourt, Angela’s Ashes, voto = 3/5

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Anna Karenina

Ecco un libro che in tanti pensiamo di “dover” leggere, prima o poi, e però abbiamo un po’ di timore a iniziare realmente. Ebbene, non è più così per me: io ce l’ho fatta. Certo, mi ha aiutato a trovare la “spinta” a decidersi la coincidenza che fosse il libro del mese per il gruppo di lettura di aprile di Goodreads Italia. Visto che la lettura è stata già un’impresa, mi si perdonerà se invece la recensione sarà stringata! Tanto più che ho trascurato a lungo il blog e ora ho circa una decina di recensioni “arretrate”…

Ma quest’esordio un po’ “spiritoso” non tragga in inganno: lettura lunga e impegnativa sì, ma bella, affascinante. Torniamo seri.

Chi non conosce il celebre incipit? “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Anch’io, come forse molti altri, vedevo in questa frase un riferimento alla protagonista femminile, infelicemente sposata e quindi preda di una passione adulterina che la porta alla rovina. In realtà, il grande mistero di Anna Karenina è il suo titolo: ho sempre immaginato questo romanzo come la grande, tragica storia di un’eroina divenuta ormai leggendaria, un’icona, fulcro di tutte le 900 pagine circa del “mattone”. Ma la vicenda di Anna, del marito Karenin, di Vronskij, non occupa in realtà uno spazio preponderante nell’economia dell’opera. No, sono molti di più i personaggi e sono di molte di più, dunque, anche le “famiglie infelici”, le storie. Ho letto da qualche parte che il romanzo in effetti è quasi un “trattato sul matrimonio”.

Continuando sul tema “miti e leggende metropolitane su questo libro vs realtà”, una cosa cui pensavo sempre con “terrore” erano le famose “digressioni della morte”, quelle cose tipo pagine e pagine e pagine sulle condizioni di vita del contadino russo… Quale lettore non le ha mai portate ad esempio “tipico” del “classico bello ma mattone”? Ebbene, anche stavolta devo dire che la mia esperienza (alcuni lettori del gruppo non sono stati d’accordo!) è stata molto più agevole del previsto: sì, le digressioni, le conversazioni su questo e quell’argomento ci sono, sono lunghe e a volte non si capisce subito dove vogliano andare a parare… eppure ormai ti senti talmente parte di quel “mondo” che ti sembra di assistere a una conversazione di amici, vuoi sentirli parlare, anche se sembra che l’argomento non abbia nulla a che fare con “la storia”.

Altra sorpresa? È un libro (anche) divertente. Va beh, non arrivo a dire che fa sbellicare dalle risate. E la scena del (spoiler ovvio, ma pur sempre spoiler) suicidio di Anna è una delle cose più terrificanti che abbia mai letto in vita mia. Però, se pensavo ai Grandi Autori della Letteratura Russa dell’Ottocento, immagino pagine dense di meditazioni su vita, morte, colpa, destino, redenzione, eccetera. Certo, sono tutti preconcetti miei, e infatti qui ho scoperto che lo stile di Tolstoj può rivelarsi anche, in alcuni brani, deliziosamente ironico e pungente.

Insomma, non può esserci dimostrazione migliore del fatto che Anna Karenina mi sia piaciuto di questo: ora non vedo poi così remota la possibilità di affrontare Guerra e pace, e l’impresa mi fa molta meno “paura” di prima.

Sicuramente questa mia “recensione” non è la più illuminante e profonda che sia stata scritta su Anna Karenina, ma sfata alcuni “falsi miti” su questo romanzo che davo quasi per scontati e che finora mi avevano un po’ frenato dall’affrontarlo: magari leggendola ne sarete meno “intimoriti” anche voi.

Lev Tolstoj, Anna Karenina (trad. Pietro Zveteremich), voto = 4/5

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La banalità del male

Questo libro, la scelta di Goodreads Italia per il Gruppo di lettura di saggistica nel bimestre marzo-aprile 2015, è il reportage che la Arendt scrisse in qualità di inviata del New Yorker al processo di Adolf Eichmann, che si tenne in Israele nel 1961-1962 e si concluse con la sua condanna a morte. Ne avevo sentito parlare, e mi aspettavo appunto una cronaca, un resoconto dettagliato delle fasi del processo corredato da digressioni e riflessioni, a cominciare appunto dalla celebre definizione dell’imputato come personaggio simbolo della “banalità del male” all’opera nel Terzo Reich. Invece la struttura del saggio è diversa, dopo i primi capitoli che partono in medias res con una presentazione degli attori del processo e della corte, l’autrice traccia un profilo della carriera di Eichmann, individuando uffici, organismi, competenze, superiori e servendosi grosso modo delle tappe di questa non poi sfolgorante carriera per approfondire alcuni temi, senza però seguire rigidamente l’ordine cronologico: alcuni capitoli sono dedicati all’analisi del progetto iniziale di Eichmann, l’espulsione e la deportazione degli ebrei fuori dall’Europa, progetto poi abbandonato in favore della “soluzione finale”, lo sterminio; la Arendt si sofferma poi sul tanto dibattuto problema della coscienza e della responsabilità personale di chi “esegue gli ordini”; segue una vasta parte centrale dedicata ai diversi modi in cui la soluzione finale venne applicata sullo scacchiere europeo, nelle aree occupate dalle truppe tedesche o nei paesi alleati della Germania, e sui diversi esiti cui giunse (si va dalla totale acquiescenza e collaborazione delle popolazioni e autorità locali, come ad esempio in Romania, a coraggiose ed efficaci opposizioni, ad esempio in Danimarca), per poi tornare alla fine sulle spinose controversie sulla legittimità stessa del processo, sul metodo di cattura dell’imputato, sull’uso “propagandistico” o quanto meno sulla valenza simbolica del processo (presentato come la prima volta nella storia in cui il popolo ebraico non rivestì solo e soltanto il ruolo di vittima).

Questa struttura ha pregi e difetti: non mi sarebbe dispiaciuta una cronistoria del processo, tra le lungaggini, le contraddizioni, le polemiche, le procedure non sempre chiare, gli sviluppi imprevisti… Così invece le varie fasi e le strategie non mi sono sembrate chiarissime. D’altra parte, in questo modo l’autrice è stata più libera di spaziare e toccare vari argomenti.

In questa “pseudo-recensione” mi limito a evidenziare alcuni aspetti più sorprendenti o che mi sono sembrati più interessanti o meglio approfonditi.
Un aspetto su cui forse la Arendt è stata una dei primi a gettare luce sulla involontaria? ambigua? inevitabile? inconsapevole? forzata? “collaborazione” delle élite ebraiche con i nazisti, mossa da complessi fattori tra cui non ultimi il tentativo di “limitare i danni” o la pura e semplice impossibilità di agire diversamente in una situazione senza via d’uscita. Tema delicatissimo, di cui un esempio fu Paul Eppstein, capo degli Anziani di Theresienstadt (che ho già incontrato recentemente, in versione romanzata, in Un regalo per il Führer): Eppstein fu solo uno dei tanti cui questo tentativo disperato di fare un “patto col diavolo” (per paura, per provare a fare qualcosa di concreto sia pure inevitabilmente insufficiente, per qualsivoglia motivo) non riuscì, visto che fu comunque trucidato dai nazisti nel 1944.

Altro aspetto che può colpire un lettore del 2015, o comunque ha colpito me, è, per così dire, la lunga “eco” della guerra: a me, che vivo tanto tempo dopo, viene automatico dire “e nel 1945 finì la seconda guerra mondiale”. Mi sfuggono gli strascichi che un evento simile si deve essere portato dietro per decenni: e inoltre, ormai, i protagonisti di quell’evento, vittime e carnefici, li “immagino” o, nel caso dei superstiti sempre meno numerosi, li “vedo” come persone anziane, nelle contrapposte versioni del sopravvissuto che ripete la sua testimonianza e degli ultimi e sempre più rari criminali nazisti sottoposti a giudizio. Quando la Arendt scrive, nel 1963, tantissimi dei protagonisti di quegli anni, sopravvissuti o carnefici, sono invece ancora vivi e attivi. È difficile per me, che vivo in un tempo in cui ci avviciniamo sempre più al momento, considerato come una “soglia” significativa e pericolosa, in cui non ci saranno più testimoni diretti, “collocarmi” in un contesto opposto, in cui tutto era successo… una manciata di anni prima, riguardava magari non tuo nonno o tuo bisnonno ma tuo fratello, e in Germania si sapeva, più o meno, cosa avesse fatto ciascuno, come queste persone, che facevano parte a vari livelli di un organismo statale comunque vastissimo, come dice la Arendt, si stessero “riciclando” anche dopo la guerra, e più o meno si faceva finta di niente.

Il saggio, infine, è famoso anche per la fortunata formula, quasi un ossimoro, scelta per il titolo (in realtà nell’originale il sottotitolo). La “banalità del male” incarnata da Eichmann è quella che portò numerose persone come lui a compiere crimini atroci con la stessa noncuranza di chi svolge un ordinario lavoro d’ufficio, forti del generale senso di de-responsabilizzazione dato dalla convinzione che “il mio superiore/la legge mi dice di fare così, per cui non deve esserci nulla di male”; la Arendt dipinge efficacemente l’immagine-choc e veramente da incubo di un luogo e un tempo, la Germania nazista, in cui la “ragion di Stato” fu invocata non per giustificare un eccezionale (cioè, che costituisce un’eccezione) ricorso dello Stato a vie e mezzi al di fuori della legge: nel Terzo Reich si giunse al paradosso per cui il crimine non era più l’eccezione, ma la regola nell’azione dello Stato.

Forse con “banalità del male” si può intendere anche la figura “meschina” dell’imputato e, per così dire, il “fallimento” del processo per quanto riguarda le intenzioni del governo israeliano: una figura che si cercava a tutti i costi di presentare come uno dei principali responsabili della Shoah si rivela invece, agli osservatori attenti, un burocrate tutto sommato lontano dalle leve del comando, un uomo che cerca pateticamente di ingigantire il suo ruolo, cova ancora paradossali risentimenti e vendette personali, si mostra spesso quasi scollegato dalla realtà della sua situazione.

Hanna Arendt, La banalità del male (trad. Piero Bernardini), voto = 3/5

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Sylvester or The Wicked Uncle

Circa un mese fa ho avuto una lieve influenza: in quel pomeriggio in cui non stavo molto bene avevo bisogno di una lettura “confortevole”, e in casi del genere ho imparato a rivolgermi a questa autrice, Georgette Heyer, e ai suoi Regency romances. Lettura “confortevole” non significa necessariamente promossa sempre a pieni voti, ma semplicemente gradevole, “prevedibile” in senso “buono”, ovvero sai cosa ti riserva senza grosse sorprese, non impegna particolarmente il cervello ma non è neanche “stupida” o totalmente insignificante. Non tutti i miei precedenti con la Heyer sono stati dei successi, qualcuno anzi si è rivelato persino deludente (The Grand Sophy), e aspetto ancora che si ripeti la “magia” del primo, ottimo romanzo (Cotillion), eppure mi piace questo mondo di aristocratici inglesi alle prese con problemi di cuore, ricostruito con così tanta cura e tanto amore, e ci tornerò ancora.

L’ultima aggiunta alla lista per ora è questo Sylvester, or The Wicked Uncle, del 1957.
Il ventottenne Sylvester, duca di Salford, capo di una ricca e nobilissima casata, tutore del giovanissimo nipote, figlio del suo defunto fratello, ha deciso di sposarsi; affronta questo “progetto” con il suo consueto cipiglio autoritario e iper razionale, definendo a tavolino dei requisiti minimi che la futura sposa dovrà possedere: una certa bellezza, maniere impeccabili e capacità di muoversi in società, un certo grado di intelligenza affinché la sua compagnia non risulti alla lunga fastidiosa. Soprattutto, dovrà essere gradita alla sua amatissima madre, cui sottopone questo “programma”: proprio la madre, che è invece di temperamento ben più “romantico” del figlio e vede con un po’ di preoccupazione questo modo così “glaciale” di affrontare la questione, richiesta di un parere, gli propone una sua “candidata”, la figlia di una sua carissima amica, ormai defunta. Sylvester, che non conosce neppure questa ragazza (in realtà l’ha già incontrata, come dirò fra poco, ma non se ne ricorda affatto), ma che, al momento, non ha alcuna preferenza, per cui tanto vale partire con la “selezione” con una candidata già approvata dalla madre, organizza un incontro presso la famiglia di lei. Ma il suo desiderio di discrezione si scontra con l’eccitazione con cui la famiglia della ragazza, Phoebe, accoglie questo possibile interessamento di un uomo così altolocato: il padre e la matrigna cominciano a starle addosso perché si impegni per fare un’ottima impressione e perché accetti senz’altro la proposta di matrimonio. Il problema è che… Phoebe non può vedere Sylvester: l’ha incontrato soltanto una volta (senza fargli nessuna impressione, visto che lui neppure se ne ricorda) e le è sembrato talmente altezzoso, arrogante e scostante che addirittura lo ha preso a modello per il terribile conte Ugolino, il “cattivo” del romanzo gotico che sta segretamente scrivendo, The Lost Heir, e che un editore londinese è disposto a pubblicare, anonimo. Oltre tutto, come Sylvester scopre non appena i due si conoscono, Phoebe non possiede nessuno dei requisiti necessari: ha un aspetto ordinario, parla poco e, quando lo fa, non ha un tono molto rispettoso verso di lui. Questo “primo appuntamento” quindi è un vero disastro, e Sylvester è più che mai convinto a non chiederla assolutamente in moglie, ma Phoebe non può saperlo ed è talmente terrorizzata all’idea che le venga fatta quella proposta che… preferisce scappare nottetempo da casa col suo migliore amico Tom, per raggiungere la nonna materna a Londra. Quando la cosa si scopre la mattina dopo, fra lo sconcerto generale della famiglia di Phoebe, Sylvester, divertito e forse anche sollevato di essere stato cavato così convenientemente dall’impaccio, parte anch’egli alla volta di casa… ma siamo in pieno inverno, la neve è troppo fitta e deve fermarsi lungo il tragitto in una locanda, naturalmente la stessa in cui sono stati costretti a sostare anche Phoebe e Tom dopo un incidente con la loro carrozza… e in cui tutti e tre rimarranno bloccati per alcuni giorni a causa del maltempo. La convivenza forzata, che all’inizio non può che essere assai imbarazzante per Phoebe, si rivela però meno sgradevole del previsto, perché la ragazza scopre che Sylvester non è il “mostro” di perfidia che immaginava, è anzi un perfetto gentiluomo, ma certo ha un senso della propria superiorità talmente radicato da risultare a volte insopportabile, e la ragazza non gliene lascia passare una. Tuttavia, si pente di averlo giudicato troppo frettolosamente e, quando entrambi finalmente riescono a raggiungere Londra, i rapporti fra i due sono divenuti cordiali. È proprio una sfortuna, quindi, che The Lost Heir stia per uscire, e che egli rischi di riconoscersi nel suo odioso antagonista (che, coincidenza!, pure lui ha un nipote, un povero bambino che tiene rinchiuso nel suo tetro castello)! Ma, d’altra parte, visto che il nome dell’autore del romanzo non comparirà, Sylvester potrebbe non scoprire mai che l’ha scritto lei…

L’inizio dunque è vivace e gradevolissimo, fra il “tragico” primo appuntamento in cui tutto va storto e la fuga a sorpresa… e l’ancor più sorprendente soggiorno forzato nella locanda isolata dalla neve. A metà romanzo il ritmo si inceppa un po’ e la parte londinese finisce per ricadere nel classico canovaccio di “figuriamoci se mi sto innamorando di lui/lei”, ma la lettura rimane comunque piacevole. Le cose si movimentano assai, e in modo inaspettato, quando entra in gioco la cognata di Sylvester, Ianthe, la vedova del fratello e madre del piccolo Edmund: costei, che non è mai andata d’accordo con Sylvester, è in procinto di risposarsi. Capricciosa e un po’ impressionabile, dopo aver letto proprio The Lost Heir, in cui si immedesima nell’eroina contrapposta al perfidissimo Ugolino, si convincerà di dovere, proprio come avviene nel romanzo, “salvare” il figlio dal cattivissimo zio… fuggendo con lui in Francia. Naturalmente, tanto nell’immaginario libro di Phoebe la vicenda è caricata dalle tinte più fosche e melodrammatiche alla maniera del più classico romanzo gotico, quanto la Heyer la capovolgerà ironicamente nella farsa nella “realtà” dei personaggi di Sylvester, con Phoebe che ovviamente si ritroverà suo malgrado coinvolta in tutta la faccenda e con mille incidenti buffi e contrattempi. È positivo che la Heyer abbia voluto dare una scossa certamente non scontata alla vicenda, ma, a conti fatti, la complicazione movimenta la trama “esteriormente”, ma non nella sostanza, non è un vero “conflitto” da superare. Spieghiamo meglio, o almeno tentiamo. Non mi è piaciuto particolarmente il fatto che l’unico serio “c0ntrasto”, o l’unica “ombra” sul carattere del nostro protagonista (il conflitto con la cognata su chi dovrà occuparsi del bambino dopo le seconde nozze di lei, se il piccolo Edmund dovrà stare con lo zio o con la madre, una pretesa che, il lettore lo vede, non sarebbe del tutto campata per aria da parte di Ianthe), venga giocato anch’esso sul registro della farsa, caricando i due “antagonisti” (la madre del bambino e il suo nuovo marito) di tratti caricaturali che forse, fino ad allora, non avevano “meritato” e rendendo fin troppo facile, per il lettore, parteggiare per Sylvester, lo zio che tanto “crudele” poi non è. Voglio dire che l’unico serio “ostacolo” perché il lettore si schierasse dalla parte del protagonista (e di conseguenza “approvasse” il fatto che Phoebe si innamorasse finalmente di lui) è stato rimosso in modo fin troppo comodo (la madre di Edmund, in fondo, è un’ochetta egocentrica cui non dispiacerà poi tanto di non doversi occupare di lui! E il suo secondo marito è un ridicolo damerino!): d’altra parte non so quanto sarebbe stato “in tono” con queste garbate e affabili commedies of manners della Heyer uno sviluppo alla “Kramer contro Kramer” sulla battaglia per la custodia del bambino… Sarebbe stato interessante e appassionante… in un altro romanzo di ben altro tipo e ben altre ambizioni, qui l’autrice deve aver pensato che non c’entrava niente, avrebbe portato troppo lontano e sarebbe stato troppo difficile da risolvere con un sorriso e senza tanti turbamenti, per cui meglio chiudere la parentesi buttandola sul ridere, e via.

Altri difettucci del libro sono dei dialoghi e dei brani che talvolta esplicitano fin troppo il messaggio per il lettore (il famoso show, don’t tell: ad esempio le prime pagine sono tutte dedicate alla presentazione in dettaglio del carattere di Sylvester, e quindi, più che imparare a conoscerlo “in azione”, ci viene fornita una vera e propria “scheda descrittiva” del personaggio), e inoltre, e questo è un “difetto” comune in tutti i suoi libri letti finora, va bene farci stare “col fiato sospeso” (si fa per dire, rimanere incerti sul finale in un romanzo rosa è alquanto improbabile) fino all’ultimo, ma la Heyer deve imparare a tirare un po’ meno per le lunghe i finali! :-)

Ma tutto sommato i difetti si stemperano nella generale atmosfera di gradevolezza dell’insieme: l’ho detto all’inizio, quello che chiedevo a questo libro non era di essere memorabile ma semplicemente d’intrattenimento, e il compitino l’ha assolto. Oltre tutto in suo favore gioca anche un altro elemento, e cioè che io non resisto quando c’è un caso di “libro (finto) nel libro (vero)”, con tutti i possibili meta-riferimenti del caso: do un punto in più a prescindere. Con The Lost Heir, l’immaginario romanzo scritto da Phoebe, la Heyer si diverte a prendere in giro la moda dei romanzi neri che facevano furore all’epoca in cui è ambientata la storia, con le atmosfere “gotiche” e gli stereotipi del genere (anche il titolo di questo stesso libro è una strizzatina d’occhio a quella corrente).

Insomma, a parte Cotillion che non ha ancora trovato un degno rivale, stesso giudizio complessivo degli altri predecessori: gradevole, ma dimenticabile.

Georgette Heyer, Sylvester or The Wicked Uncle, voto = 3/5

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Anche le coccinelle nel loro piccolo…

Il titolo italiano è un po’ stupido (anche perché mi pare che neanche si parli delle coccinelle), era più simpatico, e tutto sommato anche più preciso, l’originale (Nature’s Nether Regions, “le parti bassi della Natura”): sì, argomento del saggio è la forma dei genitali di varie specie animali, e sarebbe inutile negare che l’ho preso  (dopo averne letto una recensione di Telmo Pievani sulle pagine de “La Lettura” dell’8 giugno 2014: se siete interessanti a un parere più autorevole e probabilmente più interessante del mio sul libro, ecco il link) principalmente perché prometteva di essere bizzarro e divertente.

A parte la sorprendente varietà di forme, colorazioni, lunghezze, usi, eccetera eccetera eccetera, che cosa rimane più impresso da questo “peepshow darwiniano”, come lo definisce l’autore? Beh, che la femmina è molto (molto!) meno “passiva” di quanto comunemente pensiamo, non si limita a “ricevere” semplicemente lo sperma dal maschio e inoltre la vagina (quantunque in genere meno studiata del pene) riserva qualche sorpresa inaspettata: intanto, le preferenze della femmina influenzano fortemente l’evoluzione non solo dei caratteri sessuali secondari del maschio, ma anche di quelli primari (i genitali in senso stretto). La “preferenza” di cui si parla non è, ovviamente, un capriccio fine a se stesso né spesso viene effettuata a livello conscio: maschi meglio dotati, più “bravi” nel corteggiamento o nell’atto sessuale ecc. trasmetteranno, forse, queste caratteristiche ai loro figli col loro patrimonio genetico, e i loro figli avranno dunque più probabilità di successo con le femmine, assicurandosi una più copiosa discendenza. Sintetizzando al massimo con una formula usata dall’autore stesso, si può dire che in natura il maschio badi più alla quantità (passare il proprio patrimonio genetico al maggior numero di femmine), la femmina alla qualità (più selettività nella scelta del partner). Ma il ruolo della femmina non si esaurisce nemmeno nello scegliere il maschio più adatto e poi accettare passivamente il suo sperma: in molte specie la femmina si riserva di “valutarlo”, non farlo neppure avvicinare alla vagina, “conservarlo”, utilizzarlo in un secondo momento o rigettarlo del tutto per far spazio a quello di successivi candidati ritenuti più validi; insomma, la gamma di comportamenti e “misure di precauzione” successive è assai variegata e, se ciò non vuol dire che sia la femmina a “controllare il gioco” (si tratta più di una “competizione” in cui maschio e femmina cercano costantemente di… “fregarsi” a vicenda, perché agli “ostacoli” posti dalla femmina corrisponderanno, col tempo, “trucchi” più raffinati ed efficaci da parte del maschio… anche se neppure di “competizione” vera e propria si dovrebbe parlare), mostra come l’atto sessuale sia in fin dei conti la parte più “semplice” della faccenda.

Inevitabile, in un libro di divulgazione su questo argomento, che si cerchi talvolta la battuta: se fosse successo a ogni riga l’avrei detestato, ma l’autore, per fortuna, si limita: in alcuni punti riesce anche divertente, e dove invece la battuta non era necessaria tutto sommato non dà fastidio più di tanto.

Come detto all’inizio, sono solo le impressioni molto alla buona di una profana assoluta di biologia/zoologia, però curiosa. Un libro interessante e gradevole, che è un po’ penalizzato dalla scarsezza delle immagini (e quelle presenti non sono chiarissime) e dall’assenza totale di fotografie.

Menno Schilthuizen, Anche le coccinelle nel loro piccolo… (trad. Allegra Panini), voto = 3/5

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