La banalità del male

Questo libro, la scelta di Goodreads Italia per il Gruppo di lettura di saggistica nel bimestre marzo-aprile 2015, è il reportage che la Arendt scrisse in qualità di inviata del New Yorker al processo di Adolf Eichmann, che si tenne in Israele nel 1961-1962 e si concluse con la sua condanna a morte. Ne avevo sentito parlare, e mi aspettavo appunto una cronaca, un resoconto dettagliato delle fasi del processo corredato da digressioni e riflessioni, a cominciare appunto dalla celebre definizione dell’imputato come personaggio simbolo della “banalità del male” all’opera nel Terzo Reich. Invece la struttura del saggio è diversa, dopo i primi capitoli che partono in medias res con una presentazione degli attori del processo e della corte, l’autrice traccia un profilo della carriera di Eichmann, individuando uffici, organismi, competenze, superiori e servendosi grosso modo delle tappe di questa non poi sfolgorante carriera per approfondire alcuni temi, senza però seguire rigidamente l’ordine cronologico: alcuni capitoli sono dedicati all’analisi del progetto iniziale di Eichmann, l’espulsione e la deportazione degli ebrei fuori dall’Europa, progetto poi abbandonato in favore della “soluzione finale”, lo sterminio; la Arendt si sofferma poi sul tanto dibattuto problema della coscienza e della responsabilità personale di chi “esegue gli ordini”; segue una vasta parte centrale dedicata ai diversi modi in cui la soluzione finale venne applicata sullo scacchiere europeo, nelle aree occupate dalle truppe tedesche o nei paesi alleati della Germania, e sui diversi esiti cui giunse (si va dalla totale acquiescenza e collaborazione delle popolazioni e autorità locali, come ad esempio in Romania, a coraggiose ed efficaci opposizioni, ad esempio in Danimarca), per poi tornare alla fine sulle spinose controversie sulla legittimità stessa del processo, sul metodo di cattura dell’imputato, sull’uso “propagandistico” o quanto meno sulla valenza simbolica del processo (presentato come la prima volta nella storia in cui il popolo ebraico non rivestì solo e soltanto il ruolo di vittima).

Questa struttura ha pregi e difetti: non mi sarebbe dispiaciuta una cronistoria del processo, tra le lungaggini, le contraddizioni, le polemiche, le procedure non sempre chiare, gli sviluppi imprevisti… Così invece le varie fasi e le strategie non mi sono sembrate chiarissime. D’altra parte, in questo modo l’autrice è stata più libera di spaziare e toccare vari argomenti.

In questa “pseudo-recensione” mi limito a evidenziare alcuni aspetti più sorprendenti o che mi sono sembrati più interessanti o meglio approfonditi.
Un aspetto su cui forse la Arendt è stata una dei primi a gettare luce sulla involontaria? ambigua? inevitabile? inconsapevole? forzata? “collaborazione” delle élite ebraiche con i nazisti, mossa da complessi fattori tra cui non ultimi il tentativo di “limitare i danni” o la pura e semplice impossibilità di agire diversamente in una situazione senza via d’uscita. Tema delicatissimo, di cui un esempio fu Paul Eppstein, capo degli Anziani di Theresienstadt (che ho già incontrato recentemente, in versione romanzata, in Un regalo per il Führer): Eppstein fu solo uno dei tanti cui questo tentativo disperato di fare un “patto col diavolo” (per paura, per provare a fare qualcosa di concreto sia pure inevitabilmente insufficiente, per qualsivoglia motivo) non riuscì, visto che fu comunque trucidato dai nazisti nel 1944.

Altro aspetto che può colpire un lettore del 2015, o comunque ha colpito me, è, per così dire, la lunga “eco” della guerra: a me, che vivo tanto tempo dopo, viene automatico dire “e nel 1945 finì la seconda guerra mondiale”. Mi sfuggono gli strascichi che un evento simile si deve essere portato dietro per decenni: e inoltre, ormai, i protagonisti di quell’evento, vittime e carnefici, li “immagino” o, nel caso dei superstiti sempre meno numerosi, li “vedo” come persone anziane, nelle contrapposte versioni del sopravvissuto che ripete la sua testimonianza e degli ultimi e sempre più rari criminali nazisti sottoposti a giudizio. Quando la Arendt scrive, nel 1963, tantissimi dei protagonisti di quegli anni, sopravvissuti o carnefici, sono invece ancora vivi e attivi. È difficile per me, che vivo in un tempo in cui ci avviciniamo sempre più al momento, considerato come una “soglia” significativa e pericolosa, in cui non ci saranno più testimoni diretti, “collocarmi” in un contesto opposto, in cui tutto era successo… una manciata di anni prima, riguardava magari non tuo nonno o tuo bisnonno ma tuo fratello, e in Germania si sapeva, più o meno, cosa avesse fatto ciascuno, come queste persone, che facevano parte a vari livelli di un organismo statale comunque vastissimo, come dice la Arendt, si stessero “riciclando” anche dopo la guerra, e più o meno si faceva finta di niente.

Il saggio, infine, è famoso anche per la fortunata formula, quasi un ossimoro, scelta per il titolo (in realtà nell’originale il sottotitolo). La “banalità del male” incarnata da Eichmann è quella che portò numerose persone come lui a compiere crimini atroci con la stessa noncuranza di chi svolge un ordinario lavoro d’ufficio, forti del generale senso di de-responsabilizzazione dato dalla convinzione che “il mio superiore/la legge mi dice di fare così, per cui non deve esserci nulla di male”; la Arendt dipinge efficacemente l’immagine-choc e veramente da incubo di un luogo e un tempo, la Germania nazista, in cui la “ragion di Stato” fu invocata non per giustificare un eccezionale (cioè, che costituisce un’eccezione) ricorso dello Stato a vie e mezzi al di fuori della legge: nel Terzo Reich si giunse al paradosso per cui il crimine non era più l’eccezione, ma la regola nell’azione dello Stato.

Forse con “banalità del male” si può intendere anche la figura “meschina” dell’imputato e, per così dire, il “fallimento” del processo per quanto riguarda le intenzioni del governo israeliano: una figura che si cercava a tutti i costi di presentare come uno dei principali responsabili della Shoah si rivela invece, agli osservatori attenti, un burocrate tutto sommato lontano dalle leve del comando, un uomo che cerca pateticamente di ingigantire il suo ruolo, cova ancora paradossali risentimenti e vendette personali, si mostra spesso quasi scollegato dalla realtà della sua situazione.

Hanna Arendt, La banalità del male (trad. Piero Bernardini), voto = 3/5

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