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Le carte piene di sogni

Questo libro aveva, fino a qualche mese fa, un curioso “primato”: il più “iniziato e subito abbandonato”. Avrò provato a cominciarlo almeno tre volte in passato, e sempre mi sono bloccata più o meno a pagina 3. Non che ci fosse qualcosa di terribilmente ripugnante a pagina 3, solo che, vai a capire, mi si chiudevano gli occhi. Ancora una volta è giunto “in soccorso” il gioco della Parola del mese di Goodreads Italia, che a giugno proponeva la parola “sogno”; in realtà è un non-gioco, non si vince nulla, ma per me e per altri è un modo come un altro per scegliere il prossimo libro da leggere e magari, appunto, smaltire cumuli e cumuli di “arretrati”.

Argomento del saggio sono le varie “strategie” (adattamenti, riduzioni, rimaneggiamenti, letture pubbliche, performance dei cantastorie, ecc.) con cui, in epoca moderna, i ceti più umili o le categorie considerate più “a rischio” di rimanere influenzate o “corrotte”, e di conseguenza quelle cui più si cercava di tenere lontane dalla lettura (ad esempio donne e bambini), riuscivano comunque a venire a contatto con i libri, e non solo prodotti dichiaratamente “popolari”, ma anche capolavori che oggi siamo abituati a ritenere letture di nicchia e che invece un tempo godevano di una amplissima fortuna (Ariosto e Tasso su tutti). Interessante, se non forse un po’ ripetitivo, e concentrato quasi esclusivamente sul genere del poema cavalleresco (il generico sottotitolo “Testi e lettori in età moderna” faceva pensare a uno spettro di indagine più vasto): a me invece non sarebbe dispiaciuto un maggiore approfondimento del primo capitolo (“Censure e letture”), sui testi di carattere sacro semplificati e “approvati” per il volgo, così come dei mezzi di insegnamento, trasmissione e diffusione di questo genere di libri, libretti e stampe. Ma sarà materia di un altro saggio.

Marina Roggero, Le carte piene di sogni, voto = 3/5

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Viaggi in corso

Non sono una grande viaggiatrice, ma mi piace leggere di viaggi altrui (ho anche uno scaffale su Goodreads appositamente dedicato all’argomento), e specialmente dei viaggi di una volta: di quando talvolta si partiva senza avere idea di cosa si sarebbe trovato, dei primi contatti con altre terre, culture, persone, di esplorazioni e spedizioni, anche di conquista, delle difficoltà spesso enormi e delle distanze, fisiche, mentali, per noi ormai inimmaginabili, e delle peripezie e tragedie e incidenti e scoperte, per il puro gusto dell’esotico o dell’avventura.

Questo gradevole e veloce libretto, scritto da uno specialista in materia come Attilio Brilli, non si occupa però di questi temi “epici”, ma tratta degli aspetti più “terra terra” del viaggio (in particolare il classico viaggio in Italia, ma non solo) tra XVII e XIX secolo; l’ho preso proprio perché offriva questo taglio più insolito e da me finora trascurato.
Attraverso brani di diari e lettere di viaggiatori celebri e meno celebri, da Goethe in giù, manuali e guide, scopriamo suggerimenti su quali precauzioni prendere prima di partire, quali guide procurarsi, come vestirsi, cosa portarsi dietro (a partire dall’imprescindibile nécessaire de voyage, vero e proprio status-symbol ante litteram), quale mezzo scegliere, dove dormire, gli imprevisti possibili e come fronteggiarli. Interessanti brani di storia materiale illustrano la struttura e i tipi di carrozza, o il kit del viaggiatore alla moda, con lo scrittoio portatile e il Claude glass. Non troveremo qui gli aspetti più “romantici” delle memorie di viaggio, spesso pensate per la pubblicazione e raramente attente a questi dettagli più prosaici e materiali, e tuttavia emerge lo stesso il fascino di un’esperienza che in passato, a differenza di oggi, era spesso unica e irripetibile nella vita delle persone.

Attilio Brilli, Viaggi in corso, voto = 3,5/5

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Se potessi avere

Visto sul catalogo della casa editrice il Mulino, questo libro presenta una serie di frammenti, in genere molto brevi (2-3 pagine in media), selezionati fra le testimonianze conservate nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo), un’istituzione che raccoglie diari, lettere, memoriali, autobiografie di gente “comune”, dalle quali si colgono tanti preziosissimi spunti di ricerca.

Il filo conduttore che i curatori hanno voluto dare a questa antologia è quello del denaro. Sono storie in cui, 9 volte su 10, il denaro è al centro del discorso per la sua mancanza, sono rari i racconti di “successo”: ci sono, quindi, tanta sfortuna e tante amare recriminazioni, ma allo stesso tempo anche voglia di fare, audacia, inventiva, solidarietà.

Naturalmente non c’è solo il denaro in queste pagine, o meglio il tema del denaro è anche un pretesto per parlare (e leggere) d’altro: lettere d’amore, diari, crisi personali, successi e rivalse (pochi), dalla fine del XVIII secolo fino ai primi anni Duemila, che vedono protagonisti tanti, diversissimi personaggi: il tenore che negli anni trenta dell’Ottocento canta alla corte di Spagna, l’emigrato toscano in Francia, il giovane orfano che, nei primi anni del Novecento, tiene nascosta alla madre ansiosa l’iscrizione al sindacato, l’adolescente fantasioso che negli anni della prima guerra mondiale fa uscire un curioso “giornale” con le notizie di famiglia, il commissario prefettizio tutto d’un pezzo che, in epoca fascista, viene mandato in un paesino siciliano controllato dalla mafia, i due giovani che organizzano la “fuitina”, la ragazzina che accumula i soldi della paghetta per comprarsi lo stereo negli anni ottanta, il consulente finanziario sempre più vittima dello stress, la precaria che deve difendersi dalle avances del capo.

L’unico “difetto” del libro è che… sono appunto frammenti, troppo brevi: abbiamo solo un rapidissimo flash su queste vite, si cambia pagina, epoca, protagonisti, e non sapremo mai (a meno di non andare a Pieve Santo Stefano a consultare l’originale, ovvio!) come finisce “la storia”.

Se potessi avere. Memorie degli italiani ai tempi della lira, a cura di Diego Pastorino, voto = 3/5

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La vita degli uomini infami

Libretto piccolo piccolo, visto per caso nella libreria di un utente Goodreads, che l’editore ha tentato in tutti i modi di “allargare” (corpo enorme, spazi bianchi, ecc.), e che a prezzo pieno costava 9 euro (!).

Si tratta della prefazione di un’opera che poi Foucault non scrisse mai, La vita degli uomini infami, appunto, che voleva essere un’antologia, senza pretese di completezza, sistematicità e obiettività, di “frammenti” di biografie, lampi brevissimi, di poche righe, sulle esistenze degli oscuri personaggi che, per tanti motivi, nelle loro sfortunate esistenze erano finiti sotto l’occhio severo della Giustizia e del Potere del sovrano, individui giudicati criminali ed esecrabili come tantissimi altri ma che, a differenza di questi, avevano lasciato una labilissima traccia del loro passaggio, in cui lo studioso si era imbattuto casualmente nel corso dei suoi studi e che lo aveva colpito al punto da volerla diffondere. La selezione di queste rapporti di polizia, denunce, annotazioni in registri di ospedali o manicomi è quindi, avvisa Foucault, totalmente arbitraria, basata sul suo gusto e sull’intensità dell’emozione che queste parole, a volte secche, a volte comicamente altisonanti e sproporzionate all’entità del “crimine”, a volte tragicamente rabbiose, gli avevano suscitato. Racconta che la prima idea di questo progetto gli venne quando, un giorno, consultava un registro di internamento dell’inizio del XVIII secolo, e si imbatté in queste due annotazioni:

Mathurin Milan, messo nell’ospedale di Charenton il 31 agosto 1707: «La sua pazzia è sempre stata quella di nascondersi alla famiglia, di condurre in campagna una vita oscura, di subire dei processi, di concedere dei prestiti a usura e a fondo perduto, di portare a spasso il suo povero spirito per strade sconosciute, e di credersi capace delle imprese più grandi».
Jean Antoine Touzard, rinchiuso nel castello di Bicêtre il 21 aprile 1701: «Francescano apostata, sedizioso, capace dei peggiori crimini, sodomita, ateo, se lo si può essere; è un vero mostro d’abominio che sarebbe più conveniente soffocare che lasciar libero» (pp. 9-10).

Continua l’autore: “Sarei in imbarazzo a dire quel che ho provato esattamente a leggere questi frammenti e molti altri analoghi. […] Confesso che questi «racconti» che riemergevano all’improvviso, dopo aver attraversato due secoli e mezzo di silenzio, hanno scosso in me più fibre di quante ne solleciti quella che normalmente chiamiamo letteratura, senza che io possa ancor oggi dire se mi ha commosso maggiormente la bellezza dello stile classico, […] o invece gli eccessi, la mescolanza di oscura ostinazione e di scelleratezza di queste vite, di cui si percepisce, sotto parole lisce come pietra, la disfatta e l’accanimento. Molto tempo fa ho utilizzato documenti simili per un libro. […] Il sogno sarebbe stato quello di restituirne l’intensità attraverso l’analisi. In mancanza del talento letterario, ho a lungo rimuginato soltanto sull’analisi: ho preso i testi nella loro asciuttezza; ho ricercato la loro ragion d’essere […]; ho cercato di capire perché fosse stato così importante in una società come la nostra che fossero «soffocati» (come si soffoca un grido, un incendio o un animale) un monaco scandaloso o un usuraio strambo e sconclusionato: ho cercato la ragione per cui si era voluto impedire con tanto zelo a quei poveri esseri di vagare per strade sconosciute. Ma le emozioni intense di quei primi momenti che mi avevano motivato rimanevano al di fuori. E dato che […] il mio discorso era incapace di restituirle come sarebbe stato necessario, non era forse meglio lasciare i testi nella stessa forma che me le aveva suscitate?” (pp. 10-12).

Come detto, però, quest’antologia non vide mai la luce, e Foucault utilizzò parte di questo materiale per altri suoi studi. C’è di che dolersene, perché le riflessioni che seguono, su queste vite che assumono i contorni della “leggenda” per il loro essere per sempre bloccate in un attimo “esemplare”, o sul fatto che sia stato solo l’intervento del potere a gettare un fascio di luce su quella particolare vicenda che altrimenti si sarebbe persa, come milioni di altre simili, nelle nebbie del tempo, sono molto interessanti, come d’altronde emerge, e si vede anche dal brano citato prima, il grande valore “sentimentale” che ha avuto per l’autore questa paziente ricerca e cernita. Forse solo chi ha vissuto l’esperienza della ricerca d’archivio riesce a capire appieno le emozioni che stanno dietro certe frasi, certe scoperte casuali, certi sprazzi di inaspettato in mezzo alle parole dei formulari o della burocrazia, quando ti accosti a scritture vecchie di secoli e ti senti di colpo vicino, proprio fisicamente, ai nomi che incontri e vedi agire, ma anche a chi tanto tempo prima di te ha toccato quella carta, ha scritto quelle parole, ha sfogliato quelle pagine, vi ha apposto un segno qui, un’annotazione là… Il modo più efficace che mi viene in mente per descriverle in poche parole è il vecchio motto terenziano “Homo sum, humani a me nihil alienum puto“.

Mi ha suscitato qualche perplessità l’accostamento che l’autore fa tra denunce, suppliche, rapporti di polizia ecc. e la pratica della confessione (che cioè quelle siano la prosecuzione, spostata sul piano del potere politico, di questa): è vero che in entrambe vi è un’elencazione di “colpe” e misfatti dell’individuo, ma io vi vedo più differenze che somiglianze. Nella confessione è lo stesso “penitente” che, in prima persona, fa un’auto-analisi e si auto-denuncia, nelle lettres de cachet, nelle denunce, ecc. sono gli altri a darne un ritratto fosco, non si sa poi quanto veritiero, di degenerato, criminale, “infame”; la confessione si mantiene nell’intimità, a volte soffocante e costrittiva ma pur sempre “privata”, del rapporto penitente-confessore, mentre la denuncia mira ovviamente alla pubblicità, ad avere effetti visibili ed eclatanti quali l’incarcerazione o l’internamento; infine, la confessione assolve dalle colpe e le cancella, la denuncia (e la conseguente azione sovrana di risposta) le punisce.

L’unico difetto di quest’operetta è che… è, appunto, incompiuta, una prefazione a un testo che poi non è mai stato scritto: Foucault ci fa venire l’acquolina in bocca per queste mille voci che ha avuto il privilegio di scoprire, ascoltare e recuperare, non vedi l’ora di tuffarti anche tu in mezzo a questa folla di pericolosi o sfortunati soggetti, a questi squarci, dolorosi, rabbiosi, patetici, di vite ingloriose, che però non arrivano mai (viene riportato solo il testo di 4-5 di questi frammenti), come se questi spettri del passato fossero stati per un attimo così vicini e poi si perdessero di nuovo per sempre…

Michel Foucault, La vita degli uomini infami (trad. Graziella Zattoni Nesi), voto = 4/5
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Conquista. La distruzione degli indios americani

Proseguendo sul tema introdotto da Le parole di Malinche, ho recuperato dalla libreria questo volume acquistato sulla bancarella dei libri usati del sabato tempo fa. Non sono, questi due, gli unici libri sull’argomento della Conquista spagnola delle Americhe che ho letto: sicuramente l’interesse è nato sentendo parlare di Bartolomé de las Casas, il che può essere stato leggendo Meraviglia e possesso. Lo stupore di fronte al nuovo mondo, di Stephen Greenblatt (il Mulino, 1994), nel dicembre 2002. La Brevissima relazione della distruzione delle Indie del celebre domenicano, la sua biografia scritta da Marianne Mahn-Lot e altri volumi di Nathan Wachtel sull’evangelizzazione degli indios sono altri testi in lista d’attesa.

Mi aspettavo un libro di storia politico-militare; non sapevo, invece, che l’autore, Massimo Livi Bacci, è un demografo, perciò il suo obiettivo non era tanto fornire una ricostruzione degli avvenimenti, ma indagare le cause della catastrofe demografica che colpì le popolazioni autoctone nell’impatto con gli europei.

Non proprio il mio pane, ma forse appunto per questo la lettura è stata diversa e interessante. Si parte da un dato di fatto difficilmente contestabile: le popolazioni autoctone delle Americhe crollarono drasticamente di numero a partire dal secolo XVI (quando non si estinsero del tutto, come avvenne ai taíno delle Antille, che ebbero la disgrazia di subire il primo e più devastante impatto con gli spagnoli), e si ripresero solo lentamente e non prima della fine del XVII secolo. Ma questa è forse l’unica affermazione che può essere fatta con certezza: infatti, l’autore si sofferma a lungo sulle differenti ipotesi che sono state fatte dagli storici per quantificare la popolazione prima dell’arrivo degli spagnoli, dato che non sapremo mai con precisione vista l’assenza di fonti, e che tuttavia è fondamentale poter almeno approssimare per districarsi fra le cause dell’evoluzione successiva. In estrema sintesi, più è alta la stima della popolazione pre-Conquista, più il crollo assume proporzioni catastrofiche e meno riconducili alla sola violenza della Conquista e delle guerre, che per quanto terribili non giustificano perdite di decine di milioni di individui, mentre aumenta il peso che le nuove malattie ed epidemie ebbero nello sterminare le popolazioni. Viceversa, partendo da stime pre-Conquista più contenute, il crollo rimane netto ma si fa comunque meno catastrofico.

La verità è che è impossibile determinare una causa unica: anche le nuove patologie, di cui pure Livi Bacci sottolinea la “responsabilità” maggiore nella decimazione delle popolazioni, non poterono essere sufficienti, poiché, se la prima ondata di epidemie si abbatté su individui totalmente indifesi e senza difese immunitarie e fu di conseguenza la più devastante, le successive dovettero fare progressivamente sempre meno vittime, dato che, appunto, nel frattempo sempre più persone diventavano immunizzate. D’altra parte, l’impatto delle malattie fu diverso anche a seconda della densità di insediamento delle popolazioni: tanto maggiore in società più organizzate e “urbanizzate” come il Messico, minore in territori in cui le popolazioni vivevano distribuite in spazi immensi e difficilmente accessibili, come gli altipiani del Perù. La violenza delle guerre e le atrocità dei conquistadores non furono ovunque di intensità uguale: il Messico venne piegato in relativamente poco tempo da Cortés e non conobbe poi più gravi conflitti, mentre in Perù la popolazione fu decimata dalle guerre civili che infiammavano l’impero inca già da prima dell’arrivo degli spagnoli, quindi dalle lunghe guerre contro gli invasori, dalle rivolte degli indigeni e dai contrasti scoppiati fra gli stessi conquistadores, in un susseguirsi di scontri sanguinosi che durarono per circa un secolo. Allo stesso modo non tutto si può attribuire all’avidità dell’oro e al lavoro massacrante nelle miniere: il regime dell’encomienda generò spaventosi abusi, ma ancora più gravidi di conseguenze, nel lungo periodo, furono i grandi spostamenti cui le popolazioni furono costrette perché soggette alla mita, ovvero il lavoro forzato di mesi che si svolgeva spesso a chilometri e chilometri dalle loro terre di origine, in climi e altitudini notevolmente diversi. Cambiamenti di natura sociale influirono poi in diversa misura, come la sottrazione di un gran numero di donne indios dal pool riproduttivo (perché prese come mogli o concubine dagli europei), o la graduale affermazione della monogamia introdotta assieme al cristianesimo.

Ciò che colpisce, in questo libro, è l’amplissimo respiro, di spazio e di tempo, che ha l’indagine (una gradita differenza rispetto a tanti altri saggi storici che leggo, comunque interessantissimi ma spesso concentrati su realtà molto anguste), e la quantità di strumenti e nozioni differenti necessari per la raccolta e l’analisi dei dati: la conoscenza delle patologie, del clima, delle tecniche agricole, della storia delle idee contribuiscono tutte a illuminare su una serie di concause che determinarono il destino dell’America latina nei secoli successivi.

Massimo Livi Bacci, Conquista. La distruzione degli indios americani, voto = 3/5
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Sotto l’occhio del padre

Recensioni arretrate 2/5.

Il saggio tratta dell’organizzazione delle scuole primarie gratuite per i poveri nello Stato di Milano a cavallo tra XVI e XVII secolo. Dal titolo, mi aspettavo qualcosa di più: credevo di trovarvi qualcosa su metodi d’insegnamento, composizione delle classi, disciplina, insomma uno sguardo all’interno di queste aule di fortuna. Considerate le date, però, era forse pretendere troppo dalle fonti disponibili.

Molta enfasi invece viene posta sull’analisi delle istituzioni caritative che spesso gestivano le scuole, le loro fonti di finanziamento, la loro dislocazione geografica, gli stipendi dei maestri, con largo uso di tabelle. Sul piano della didattica, accenni comunque ai testi più usati, alla trattatistica sull’educazione, ad alcuni regolamenti interni.

A Milano, la struttura ecclesiastica, forte anche di un leader dalla personalità di spicco quale il Borromeo, si pone subito in prima linea nel cercare di fornire a tutti – anzi, specialmente ai più poveri – un’istruzione di base gratuita. Certo, essa aveva come finalità preponderante la formazione cristiana (o meglio cattolica) dei ragazzi, più che l’insegnamento di lettura e scrittura: l’accento batteva maggiormente sui principî fondamentali della fede, accompagnati da precettistica morale e comportamentale costantemente riproposta.

Pur nell'”aridità” dei numeri e delle tabelle, nel libro scorrono tanti nomi di maestri e, attenzione, maestre: l’autore tenta anche di seguire la biografia di qualcuno di loro che ha lasciato qualche traccia in più, ma sono – e non poteva essere altrimenti – poco più che abbozzi. Romanticamente, però, non si può fare a meno di pensare a loro con un pizzico di commozione e riconoscenza, immaginarli intenti a una missione senz’altro difficile e svolta in un gran numero di casi in condizioni disagevoli e sicuramente con scarse gratificazioni.

Interessante anche notare come l’accesso all’istruzione, quanto meno di base, fosse vivamente sentito come un’esigenza anche e soprattutto “dal basso”: le comunità, le famiglie, più che vedersi assegnato un maestro, lo chiedevano, lo pretendevano, se ne facevano carico anche, ne controllavano la serietà e la preparazione. Cinquecento anni fa, forse, si aveva maggior consapevolezza di cosa significhi avere una scuola primaria pubblica (nel senso di accessibile a tutti) e gratuita?

Angelo Turchini, Sotto l’occhio del padre. Società confessionale e istruzione primaria nello Stato di Milano, voto = 2/5
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Il peccato e la paura

Senza volerlo, ho scelto una lettura decisamente appropriata a questo periodo di studio del Requiem di Verdi: la concezione di un Dio giudice e terribile e di un uomo infinitamente peccatore e immeritevole è infatti alla base di questo corposo (1008 pagine) volume di Jean Delumeau, già autore di La paura in Occidente, che forse avrei dovuto leggere prima perché viene più volte richiamato nel testo.

Secondo lo storico, in un preciso periodo della storia europea, e cioè dal XIV al XVIII secolo, le note dominanti nell’insegnamento religioso e nella pastorale, in ambito cattolico come protestante, furono l'”ipercolpevolizzazione”, l’angoscia, la paura del giudizio, il pessimismo, la svalutazione sistematica della vita terrena e delle possibilità umane. Contingenze particolarissime come le drammatiche calamità e gli eventi sconcertanti che si abbatterono sulle popolazioni in quel periodo (pestilenze, guerra dei Cent’anni, scisma d’occidente, riforma protestante e guerre di religione) contribuirono a rendere ancora più fertile il terreno per questo tipo di predicazione e insieme la alimentarono, la resero ancora più convincente. Delumeau ne rintraccia le origini nelle filosofie stoiche e neoplatonica, negli scritti dei Padri del deserto tardo-antichi e nella letteratura monastica dei secoli XI-XII, e fa notare il paradosso di una concezione (con le relative proposte di modelli di vita e di comportamento) pensata e abbracciata in origine da uomini di Chiesa e comunque da personalità d’eccezione, e in seguito però proposta alla comunità di fedeli tutta. Sottolinea inoltre che la sua teoria contrasta con la concezione tradizionale del Rinascimento quale momento pervaso di ottimismo e fiducia nell’uomo: diciamo che forse ormai l’affermazione è un po’ datata (il libro è del 1983), visto che oggi nella storiografia sono ben presenti anche le spinte “anti-rinascimentali” e contraddittorie di quell’epoca tutt’altro che monocolore.

Il libro è suddiviso in due grandi blocchi: nel primo viene analizzata, facendo ricorso a fonti diverse come i dipinti, i monumenti funebri, i manuali per confessori, la letteratura devota, la riflessione dell’élite (intellettuale, religiosa) che ha portato, appunto, a questa generale atmosfera di angoscia per la propria salvezza, disprezzo per il mondo, attrazione per il macabro, terrore del giudizio divino. Apprezzabile il fatto che Delumeau rifugga dalla semplicistica spiegazione che questa operazione sia stata studiata “a tavolino” dalle élite per controllare con la paura il popolo: al contrario, risulta che esse erano le prime a essere imbevute di queste inquietudini. È la parte migliore del libro: peccato però che i numerosi esempi di opere d’arte non siano anche illustrati da qualche immagine.

Nella seconda parte l’A. tenta invece di analizzare come questa concezione sia stata trasmessa, insegnata e inculcata al popolo, prima in ambito cattolico, poi in quello riformato (scoprendo che i punti in comune sono numerosi). Questa invece è la sezione più debole: il rischio della tediosa ripetizione degli stessi concetti, in effetti, è presente in tutta l’opera, ma qui è più che mai concreto; e inoltre, di contro alla varietà di fonti della parte precedente, qui vengono prese in considerazione quasi esclusivamente le prediche (di autori che poi sembrano sempre gli stessi, alla fine, per lo più francesi): strano che l’A. non abbia pensato affatto a fare uno studio sui testamenti, ad esempio. Interessanti le descrizioni delle modalità altamente spettacolari e teatrali in cui si svolgevano le missioni, o le prediche degli “specialisti” più celebrati e rinomati (dei veri e propri “eventi”), ma siamo sicuri che basti a darci la misura di quanto questi insegnamenti fossero recepiti e accolti dal popolo? Spesso e volentieri, poi, Delumeau è costretto a sfumare le conclusioni più radicali, cui si può essere portati estrapolando solo alcune frasi da queste prediche, a inserire correttivi. Inoltre, non emerge bene il motivo, o quanto meno l’ipotesi, per cui, quasi all’improvviso, questo tipo di pastorale terroristica basato sulla paura che avrebbe imperversato per secoli sia stato accantonato e rigettato, tanto da apparirci ormai quasi inconcepibile (alcuni passi fanno rizzare i capelli in testa per quanto sono lontani dal nostro sentimento religioso). Lettura interessante ma faticosa (e costellata di qualche errore).

Jean Delumeau, Il peccato e la paura (trad. Nicodemo Grüber), voto = 3/5
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I tribunali del matrimonio

Un caso strano, un libro che ero convinta di aver già letto, mentre invece, dopo aver verificato, ho scoperto che non era così! Il volume, uscito nel 2007, conclude la “tetralogia sul matrimonio” in età moderna curata da Silvana Seidel Menchi e Diego Quaglioni, che comprende anche Coniugi nemici. La separazione in Italia (secoli XII-XVIII) (2000), Matrimoni in dubbio. Unioni controverse e nozze clandestine in Italia dal XIV al XVIII secolo (2001) e Trasgressioni. Concubinato, adulterio, bigamia (secoli XIV-XVIII) (2004), e che si fonda su una ricerca d’équipe concentrata sulle fonti giudiziarie conservate presso gli archivi ecclesiastici italiani. Naturalmente, lo snodo fondamentale è il Concilio di Trento e la rivoluzione da esso impressa al concetto di matrimonio, da contratto privato tra famiglie a sacramento. Essendo l’ultimo della serie, questo volume funge un po’ da summa dei risultati conseguiti (i vari saggi sono in effetti le relazioni tenute dagli studiosi intervenuti a un convegno svoltosi nell’ottobre 2001).

Dopo le relazioni dei due curatori, seguono quelle dei ricercatori che materialmente si sono andati a spulciare le centinaia e centinaia di fascicoli dei processi tra Feltre, Verona, Trento, Venezia e Napoli, che espongono i dati quantitativi ricavati dalla compilazione di un database. Siccome in genere questi lavori “di fatica” vengono affidati a qualche “malcapitato” dottorando, me li immagino giovani ed entusiasti, un po’ mi sono immedesimata e un po’ li ho anche invidiati (i loro nomi sono Cecilia Cristellon, Valeria Chilese, Marina Poian, Ulderico Parente, Pierroberto Scaramella e Luca Faoro).

Tuttavia, a differenza degli altri volumi, quest’ultimo aveva forse un tema meno definito, come si intuisce anche confrontando i titoli; e quindi erano due i rischi in cui si poteva incappare, e che secondo me qua gli autori infatti non riescono ad evitare: o si tende a ripetere più e più volte le stesse cose (eventualità d’altra parte frequente nei volumi collettanei, tanto più se riportano comunicazioni orali tenute a un convegno), oppure si interpreta il tema in modo eccessivamente libero e si finisce per parlare di un argomento magari caro e sul quale si è profondamente esperti ma che non è strettamente attinente (è il caso del saggio di Christine Meek, che tratta delle usanze matrimoniali a Lucca, e che coi processi e i tribunali ha poco a che fare). Oltre tutto, il fatto che l’attenzione non si concentrasse su uno specifico settore di indagine ha fatto sì che i casi concreti di studio presentati fossero molto meno che in precedenza.

Comunque, interessanti gli squarci aperti, a mo’ di confronto, con la Svizzera e l’Olanda riformate, molto bello il saggio di Daniela Lombardi, un’istruttiva riflessione metodologica sul ruolo complesso dei giudici/confessori/mediatori dei tribunali ecclesiastici di antico regime e sul modo di leggere questo particolarissimo tipo di fonti, quello di Giuliano Marchetto sul concetto di “metus reverentialis” nel diritto, quello di Ermanno Orlando sul tema delle “spose bambine”, e soprattutto i tre saggi conclusivi, leggermente “eterodossi” rispetto al resto dell’insieme e interdisciplinari (difatti la sezione che li racchiude si intitola “Connubi documentari”). Cause matrimoniali e iconografia nuziale, di Silvana Seidel Menchi, rintraccia i differenti segni dell’iconografia del matrimonio in una serie di dipinti pre e post Concilio; Sposi in pittura, di Beatrice Paolozzi Strozzi, ripercorre invece l’affascinante storia di un singolo, splendido, ritratto di coppia, il Ritratto di Ludovico Capponi e Maddalena Vettori Capponi, di Bronzino e aiuti. L’unico appunto che si può fare è che la qualità delle immagini è scadente, i dettagli non si percepiscono, il che penalizza alquanto saggi che si fondano proprio sulle fonti iconografiche: d’altra parte, il volume, di oltre 800 pagine, già costa 44€ (le edizioni del Mulino sono carissime!), metterci anche riproduzioni a colori avrebbe fatto lievitare assai il prezzo. Infine, Matrimonio tridentino e scritture parrocchiali, di Francesca Cavazzana Romanelli, offre una vivace e partecipata carrellata sull’umanità delle parrocchie veneziane del XVI secolo, così come affiora dai registri dei matrimoni compilati, con maggiore o minore perizia, dai vari parroci.

Silvana Seidel Menchi, Diego Quaglioni (a cura di), I tribunali del matrimonio (secoli XV-XVIII), voto = 2,5/5
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La scrittura dell’italiano

È la prima volta che mi ritrovo a “recensire” il libro di un autore che conosco personalmente! L’ho scoperto da una nota in La giustizia del papa di Irene Fosi, ero tentata di comprarlo subito perché mi fidavo abbastanza di ABL, poi però, visto che la casa editrice il Mulino è fra le più esose in assoluto, vedendo che era anche disponibile in biblioteca ho preferito prenderlo in prestito.

È analizzato qui il rapporto fra gli italiani e la scrittura nella loro lingua, con un’attenzione particolare ai non professionisti della scrittura, a chi scriveva perché costretto, senza saperlo fare granché bene, a chi conosciamo per un frammento di scrittura conservato in archivio, frammento che sarà stato magari l’unico in tutta la sua vita. Conoscendo ABL, si sarà divertito tantissimo a scrivere questo saggio (ma, anche non conoscendolo, lo si intuirebbe), e veramente leggerlo è un po’ come fare una chiacchierata con lui, tanto il tono è colloquiale, arguto, spiritoso, rigorosamente scientifico ma mai “professorale” (attenzione, in un autore, soprattutto in un saggio, un’eccessiva confidenza col lettore e uno sforzo di apparire a tutti i costi “simpatici” sono cose che in genere mi infastidiscono, ma qui no, perché appunto vi riconosco il carattere autentico della persona). Nell’introduzione, ABL ammette candidamente che, forse, traspare dalle sue pagine una visione inevitabilmente un po’ di parte a favore del Medioevo, per motivi di interesse personale e scientifico, e infatti la sua periodizzazione (il volume parte dalle prime testimonianze scritte in volgare dell’alto Medioevo e arriva alle lettere dei soldati italiani impegnati nella Grande Guerra) è nettamente divisa in una prima fase, fino al XVI secolo, in cui la scrittura in volgare era libera, spontanea, svincolata da norme rigide che non esistevano, senza “complessi” nei confronti di una tradizione non ancora formata, creativa e, soprattutto, relativamente diffusa fra ampie fette della popolazione, anche fra i più umili e comunque molto più di quanto la stereotipata immagine dei “secoli bui” potrebbe far credere (questa è una particolarità tutta italiana, nel resto d’Europa l’alfabetismo era molto più limitato), e una seconda fase, inaugurata dalla “normalizzazione” e regolarizzazione della grammatica italiana operata da umanisti come ad esempio il Bembo (processo in sé sicuramente positivo), che ebbe come conseguenza la limitazione degli apporti originali dei singoli scriventi, o meglio, essi furono additati, da quel momento in avanti, come “errori”, forme non più accettabili, mentre ormai la scrittura dell’italiano “corretto” diventava prerogativa dei ceti più colti e dei professionisti come i segretari.
Il popolo, inoltre, anche per impulso del processo controriformistico e della lotta alle idee della Riforma, venne ad essere attentamente controllato e limitato, soprattutto dall’autorità ecclesiastica, tramite l’attività dell’Inquisizione e la promulgazione dell’Indice dei libri proibiti, nei suoi modi di accesso alla scrittura e alla lettura (ABL cita anche lui, a p. 96, un passaggio da me letto per la prima volta non ricordo più dove — forse in La Bibbia al rogo di Gigliola Fragnito — e che ancora oggi mi fa venire ogni volta le lacrime agli occhi: “Nel 1574 Domenico Massatut ciabattino di Spilimbergo, colpevolizzato da un frate per avere in casa un Decameron, un Orlando furioso e un Nuovo testamento, subito stracciati, dichiara: «zurai non legger mai più»”; non è che nei Paesi riformati andasse molto meglio, comunque). La stessa stampa, invenzione senz’altro meravigliosa, se aumentò in modo esponenziale la produzione di scritti, creò anche una netta distinzione fra la produzione libraria di qualità e quella per il popolo, scadente, povera, standardizzata nei contenuti.
Nel libro si trovano anche, ovviamente, riproduzioni di vari documenti, note paleografiche e anche, all’inizio, un’interessante (anche se a tratti un po’ pesante) analisi dell’uso dell’alfabeto latino adattato al volgare, e dell’enorme portata del salto culturale fatto quando si iniziò ad utilizzarlo, difficile oggi da comprendere a pieno.
Bellissimo, come al solito, ascoltare le voci disparate provenienti dal passato, scovate nei tanti archivi frequentati da ABL.

Attilio Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano, voto = 3,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

P.S. Guardando la bibliografia di cui si è servito l’autore, notavo vari volumi da me letti in passato ma di cui, spesso, ricordo ben poco. In effetti questa è una sensazione sgradevole che ho da un po’ e che riguarda più che altro i libri di saggistica (con la narrativa è meno evidente), e cioè che quando leggo sia presa dalla “smania del collezionista” più che da un interesse attento, divoro libri su libri ma poi mi rimangono veramente? Anche quelli che compro, è rarissimo che poi li rilegga e li studi con calma, perché subito son presa dall’ansia di finire e aggiungere un’altra “tacca” alla collezione… Insomma non vorrei che tutta questa cultura storica si rivelasse alla fine un’infarinatura molto superficiale: per evitare ciò possono essere utili anche queste note che da quando ho aperto il blog mi sono impegnata a scrivere per ogni libro che leggo.

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Il vino e la carne

Finalmente! Ho finito Il vino e la carne di Ariel Toaff (sottotitolo: “Una comunità ebraica nel Medioevo”), che avevo iniziato addirittura il 7 luglio con la convinzione che ci avrei messo poco tempo.

Leggere questo libro non era affatto in programma, ma quando F mi ha mandato il messaggio in tono trionfante (“Ho finito il libro di toaff!”), e poi mi ha detto che gli era molto piaciuto, mi sono incuriosita e ho pensato, “bah, vediamo com’è”.

Penso che F non abbia letto molti saggi storici, per giudicare questo libro avvincente e interessante: a me è sembrato noiosissimo e piatto. Ogni giorno lo vedevo chiuso sulla mia scrivania e pensavo che “dovevo” leggerlo, ma… non ne avevo assolutamente voglia, era diventato proprio un obbligo. Uno dei punti di forza che indicava lui, e cioè che l’autore ricordava molti esempi concreti per illustrare le affermazioni generali che faceva, era una delle cose che mi indisponevano maggiormente nella lettura. Un caso concreto, va bene, due, ok, ma pagine intere di “e Mosè nel 1416 fece questo … e Salomone nel 1439 fece quest’altro … e nel 1492 ad Abramo successe quest’altro …” erano francamente estenuanti nella loro ripetitività. A proposito di ripetitività, l’autore aveva 2-3 concetti che gli stavano a cuore, e li ripeteva ossessivamente, tanto che potevi stare sicuro che a un certo punto sarebbe comparso il jolly della “predicazione minorita”…
E poi, diciamolo, alcune sezioni lasciavano un po’ il tempo che trovavano, perché quando diceva “la maggioranza dei matrimoni nelle famiglie ebree più ricche era decisa dalle famiglie, con poco spazio per la libertà di scelta degli sposi”, uno pensa: “Ma nooo?”. E difatti poche righe dopo: “… come del resto avveniva anche fra i cristiani”: e va beh, e allora, se è così scontato, evita di scriverci pagine e pagine. E come tutta la storia sui mercanti. Ma parlo io, di scrivere libri che non apportano significative novità nel sapere consolidato!
Ho trovato un errore da matita blu, proprio su Valdiponte! Il libro era incentrato sull’Umbria del tardo Medioevo, perciò compariva anche il “mio” monastero, chiamato però – orrore! – “convento” a p. 211. A p. 279 l’autore sembra dare particolare risalto a una sanctio che in realtà era inserita regolarmente in tutti i mandati pontifici dell’epoca: non posso credere che Toaff non lo sappia questo, ma dal testo parrebbe che a suo dire Sisto IV minacci “lo sdegno di Dio e dei beati apostoli Pietro e Paolo” solo su chi molesterà maestro Elia, come se non fosse una formula di uso comune nella cancelleria. Mah.

Non voglio dire che il libro sia tutto da buttare, i capitoli centrali, quelli da cui ci si poteva aspettare che emergessero notizie più caratteristiche della situazione della comunità ebraica e non generiche affermazioni che possono andare benissimo anche per i contemporanei cristiani (“Stregonerie, malefici e omicidi rituali”, “Convertiti, neofiti e apostati”, “Il copione della discriminazione”), erano i più interessanti.

Povero F, ci rimarrà male quando gli stroncherò il libro che era tanto fiero di aver finito?

Ariel Toaff, Il vino e la carne, voto = 2/5
Per acquistarlo su ibs.it o su libreriauniversitaria.it

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