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The Mystery of Edwin Drood

Libro strano, rimasto incompiuto e pubblicato postumo, quindi difficile da valutare. La storia si interrompe sul più bello, ma parla della misteriosa scomparsa del giovane Edwin Drood, che era andato a trovare lo zio John Jaspers e la fidanzata Rose in un immaginario e sonnolento paesino dell’Inghilterra, Cloisterham. È stato ucciso? Forse da un rivale in amore?

Ma in realtà, più che il mistero di Drood, ad affascinare è il mistero di Jaspers, irreprensibile maestro del coro della cattedrale per i suoi compaesani, in realtà oppiomane (non è uno spoiler), inquieto, depresso, sfuggente, forse anche lui non senza movente per sbarazzarsi del nipote.
Come giallo purtroppo non si capisce dove il libro voglia andare a parare (o forse dovrei dire che non l’ho capito io, perché secondo Wikipedia è abbastanza chiaro), alcuni personaggi che sembrano centrali per il “mistero” (Rose, Neville) sono delineati troppo in fretta, un po’ troppo scontatamente “buoni” e non sembrano credibilissimi (Neville conosce Rose da poche ore e già se ne dichiara innamorato, tanto da essere il sospettato perfetto quando Drood scompare!). Purtroppo la “soluzione” non si saprà mai, ma il romanzo si riscatta nelle parti che sembrerebbero “di contorno”, con un tono umoristico e satirico e alcune deliziose macchiette come il pomposo e ridicolo Mr Sapsea, il buon reverendo Crisparkle, la pudebonda Miss Twinkleton, l’eccentrico e stolido ma in fondo buono Mr Grewgious… Soprattutto domina la figura assai inquietante di John Jaspers: poiché il romanzo si interrompe troppo presto, non si capisce se Dickens avesse intenzione di farne “il cattivo”, certo fra tutti risulta il più affascinante e complesso, e forse il lettore moderno, lungi dal vederlo come una figura negativa, tenderà a farne un vero e proprio antieroe: impegnato a preservare la sua maschera di rispettabilità, e però vicino a soccombere in questa spirale di dipendenza, ossessione e disgusto di sé. Le scene nelle fumerie d’oppio sembrano scritte ieri, non nell’800.

In realtà io avevo scoperto e messo nella wishlist prima Drood di Dan Simmons, che trae spunto da questa celebre ed enigmatica opera della letteratura inglese. Ho pensato però che non avrei potuto capirlo a pieno senza leggere prima il romanzo originario.

Leggere Dickens nell’originale inglese mi è sembrato piuttosto difficile (avevo letto solo il super-classico “Canto di Natale”, ma in italiano): subito prima di questo libro avevo abbandonato Chiamate la levatrice, che aveva pure un tema interessante ma che mi stava indisponendo e annoiando per lo stile assai piatto, sono passata all’estremo opposto!

Charles Dickens, The Mystery of Edwin Drood, voto = 3,5/5

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Anna Karenina

Ecco un libro che in tanti pensiamo di “dover” leggere, prima o poi, e però abbiamo un po’ di timore a iniziare realmente. Ebbene, non è più così per me: io ce l’ho fatta. Certo, mi ha aiutato a trovare la “spinta” a decidersi la coincidenza che fosse il libro del mese per il gruppo di lettura di aprile di Goodreads Italia. Visto che la lettura è stata già un’impresa, mi si perdonerà se invece la recensione sarà stringata! Tanto più che ho trascurato a lungo il blog e ora ho circa una decina di recensioni “arretrate”…

Ma quest’esordio un po’ “spiritoso” non tragga in inganno: lettura lunga e impegnativa sì, ma bella, affascinante. Torniamo seri.

Chi non conosce il celebre incipit? “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Anch’io, come forse molti altri, vedevo in questa frase un riferimento alla protagonista femminile, infelicemente sposata e quindi preda di una passione adulterina che la porta alla rovina. In realtà, il grande mistero di Anna Karenina è il suo titolo: ho sempre immaginato questo romanzo come la grande, tragica storia di un’eroina divenuta ormai leggendaria, un’icona, fulcro di tutte le 900 pagine circa del “mattone”. Ma la vicenda di Anna, del marito Karenin, di Vronskij, non occupa in realtà uno spazio preponderante nell’economia dell’opera. No, sono molti di più i personaggi e sono di molte di più, dunque, anche le “famiglie infelici”, le storie. Ho letto da qualche parte che il romanzo in effetti è quasi un “trattato sul matrimonio”.

Continuando sul tema “miti e leggende metropolitane su questo libro vs realtà”, una cosa cui pensavo sempre con “terrore” erano le famose “digressioni della morte”, quelle cose tipo pagine e pagine e pagine sulle condizioni di vita del contadino russo… Quale lettore non le ha mai portate ad esempio “tipico” del “classico bello ma mattone”? Ebbene, anche stavolta devo dire che la mia esperienza (alcuni lettori del gruppo non sono stati d’accordo!) è stata molto più agevole del previsto: sì, le digressioni, le conversazioni su questo e quell’argomento ci sono, sono lunghe e a volte non si capisce subito dove vogliano andare a parare… eppure ormai ti senti talmente parte di quel “mondo” che ti sembra di assistere a una conversazione di amici, vuoi sentirli parlare, anche se sembra che l’argomento non abbia nulla a che fare con “la storia”.

Altra sorpresa? È un libro (anche) divertente. Va beh, non arrivo a dire che fa sbellicare dalle risate. E la scena del (spoiler ovvio, ma pur sempre spoiler) suicidio di Anna è una delle cose più terrificanti che abbia mai letto in vita mia. Però, se pensavo ai Grandi Autori della Letteratura Russa dell’Ottocento, immagino pagine dense di meditazioni su vita, morte, colpa, destino, redenzione, eccetera. Certo, sono tutti preconcetti miei, e infatti qui ho scoperto che lo stile di Tolstoj può rivelarsi anche, in alcuni brani, deliziosamente ironico e pungente.

Insomma, non può esserci dimostrazione migliore del fatto che Anna Karenina mi sia piaciuto di questo: ora non vedo poi così remota la possibilità di affrontare Guerra e pace, e l’impresa mi fa molta meno “paura” di prima.

Sicuramente questa mia “recensione” non è la più illuminante e profonda che sia stata scritta su Anna Karenina, ma sfata alcuni “falsi miti” su questo romanzo che davo quasi per scontati e che finora mi avevano un po’ frenato dall’affrontarlo: magari leggendola ne sarete meno “intimoriti” anche voi.

Lev Tolstoj, Anna Karenina (trad. Pietro Zveteremich), voto = 4/5

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The Jacket (Star-Rover)

The Star-Rover, o The Jacket (titolo con cui fu pubblicato in UK), in italiano Il vagabondo delle stelle, è innanzi tutto un libro che mi ha sorpreso. O meglio, mi ha sorpreso il suo autore, Jack London, che conoscevo solo di fama: pensando a libri celebri (ma che non ho letto) come Zanna Bianca o Il richiamo della foresta, lo associavo automaticamente a classici romanzi di avventura per ragazzi, con belle storie, buoni sentimenti, e via così. In realtà ho scoperto qui un autore molto più “adulto” e cupo, sicuramente da approfondire.

Siamo agli inizi del XX secolo (il libro fu pubblicato nel 1915) e protagonista, e voce narrante, è un professore di agronomia americano, Darrell Standing: costui si trova in prigione a San Quintino per aver commesso un delitto (le cui circostanze non saranno mai chiarite nel corso del libro, ma non sono importanti). A seguito di una serie di sfortunate e imprevedibili circostanze, troppo complicate da riassumere qui, il direttore della prigione si convince, a torto, che Standing, già di suo un prigioniero “difficile” perché capace di tener testa all’ottusa brutalità delle guardie, sia implicato in un piano di fuga e abbia nascosto da qualche parte all’interno del carcere della dinamite pronta a esplodere. Standing viene quindi rinchiuso in una cella di isolamento, e sottoposto a continui interrogatorî e torture per convincerlo a rivelare dove si trovi la (inesistente) dinamite. Il metodo di tortura più utilizzato è la “giacca” che dà il titolo al romanzo, una specie di camicia di forza avvolta attorno al corpo del prigioniero, in modo da immobilizzarlo totalmente e comprimergli il petto e gli arti, causandogli atroci sofferenze. Ma la violenza cieca e testarda del direttore del carcere e dei suoi sgherri non riesce ad avere ragione delle grandissime capacità di resistenza, forza di volontà e intelligenza di Standing. Al contrario, egli riesce a stringere una solida allenza con i due prigionieri altrettanto straordinari che si trovano nelle celle di isolamento accanto alla sua, Ed Morell (personaggio realmente esistito) e Jake Oppenheimer. È proprio Morell a suggerire a Standing il metodo per sopportare senza alcun danno le ore, a volte i giorni, di tortura imprigionato nella terribile “giacca”: il segreto sta nel riuscire, attraverso la sola forza di volontà, a far “morire” temporaneamente il proprio corpo, in modo da rendere la mente libera di uscire dalle pareti della prigione e di vagare dove più le piace.
Standing mette in pratica il consiglio, e scopre così una verità di cui fin da bambino sospettava: il suo corpo, nella sua accezione materiale, è un accidente senza importanza, ma la sua mente è immortale e invincibile, ha già vissuto innumerevoli vite prima di incarnarsi nell’entità Darrell Standing e molte altre ne vivrà una volta che “Standing” sarà morto. In queste sue esperienze di “pseudo-morte”, infatti, Standing riesce a rivivere le sue incarnazioni passate, che costituiscono l’oggetto di vari racconti più o meno lunghi.

Non proprio una storia “per ragazzi”, insomma: è una lettura cupa, specialmente nei primi capitoli, di sapore “lovecraftiano” (so bene che è un anacronismo, ma è utile per rendere l’idea) nella descrizione dei tormenti del protagonista chiuso nell’angusta e buia cella di isolamento, impegnato a trovare un sistema per non impazzire, è una denuncia nemmeno troppo velata delle condizioni di vita nelle carceri americane dell’inizio del XX secolo, e degli arbitrî agghiaccianti che potevano verificarsi all’interno delle loro mura, al riparo di qualsiasi controllo (evidentemente London non aveva paura di affrontare temi “scomodi”, perché è anche autore di un reportage sulla vita dei senzatetto, The People of the Abyss), e poi, naturalmente, è possibile anche solo gustarsela semplicemente come originalissima cornice a una serie di racconti avventurosi (le vite precedenti del protagonista). Spiccano il drammatico racconto del bambino Jesse, che viaggiava nella carovana che fu massacrata a Mountain Meadows in un attacco dei mormoni (tragico episodio realmente avvenuto nel 1857) e le avventure e le lunghe sofferenze del naufrago Adam Strang nella Corea del XVII secolo, ma altri racconti interessanti vedono protagonisti un santo eremita nel deserto nei primi secoli del Cristianesimo, un vichingo nella Palestina ai tempi di Gesù, un altro naufrago sopravvissuto per anni su un’isola deserta.

Jack London, The Jacket (Star-Rover), voto = 4/5

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Through the Looking-Glass

Vale quel che ho scritto per Alice’s Adventures in Wonderland, di cui questo è il seguito: stavolta la piccola Alice, invece di seguire il Bianconiglio nella sua tana, entra nello specchio e scopre un mondo di creature altrettanto strane e “rovesciate”.

Come immaginavo, troviamo qui gli episodi “mancanti” che ricordavamo dal film: il giardino dei fiori antipatici, Pinco Panco e Panco Pinco (nell’originale Tweedledum e Tweedledee), e… lo sapevate che non è il Cappellaio Matto a parlare ad Alice del non-compleanno, ma Humpty Dumpty? Per me è stato uno shock!

Lewis Carroll, Through the Looking-Glass, voto = 3/5

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Alice’s Adventures in Wonderland

C’è bisogno di fare una sintesi della trama? Questo è il classicissimo Alice nel Paese delle Meraviglie, scritto nel 1864 dal rev. Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll.

È impossibile, all’inizio, non pensare sempre alle sequenze del cartone della Walt Disney e alle immagini dei personaggi che tutti conosciamo: il Bianconiglio (White Rabbit), il Cappellaio Matto (the Hatter) e la Lepre marzolina (the March Hare), la Regina di Cuori (the Queen of Hearts), lo Stregatto (the Cheshire Cat) e il Brucaliffo (the Caterpillar). (Tra parentesi, gli adattatori italiani della Disney sono stati abili, e il lavoro non era affatto facile: “Stregatto” e “Brucaliffo” si distaccano dagli originali ma sono indubbiamente invenzioni molto felici.) Insomma, gran parte del piacere è dato dal ritornare con la memoria al celeberrimo adattamento cinematografico, per fare confronti, rilevare le differenze nella versione italiana, e in definitiva abbandonarsi ai ricordi dell’infanzia. Però, poco a poco, aumentano gli episodi non presenti nella versione cinematografica (forse il cartone animato riunisce assieme elementi di questo libro e del successivo, Avventure di Alice attraverso lo specchio? Lo scoprirò leggendo il secondo volume) o diversi, e molto spesso si fa riferimento a canzoni o filastrocche tradizionali inglesi, e non conoscerle fa perdere un po’ d’efficacia allo scherzo, e insomma la lettura scorre un po’ faticosa e frenetica. Basta però la fugace ricomparsa di un nome noto, di un arguto gioco di parole (se possibile, questo testo andrebbe proprio letto in lingua originale), per ridestare subito l’attenzione.

Dopo pagine e pagine di bizzarrie e nonsense, forse è proprio nelle ultimissime righe del romanzo che Carroll ci sorprende di più, inserendo come chiusa un paragrafo improvvisamente delicato ed emozionante (il punto di vista è quello della sorella maggiore di Alice):

Lastly, she pictured to herself how this same little sister of hers would, in the after-time, be herself a grown woman; and how she would keep, through all her riper years, the simple and loving heart of her childhood: and how she would gather about her other little children, and make their eyes bright and eager with many a strange tale, perhaps even with the dream of Wonderland of long ago: and how she would feel with all their simple sorrows, and find a pleasure in all their simple joys, remembering her own child-life, and the happy summer days.

Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, voto = 3/5

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Elogio degli amanuensi

Scoperto dal sito della casa editrice Sellerio, questo piccolo volumetto, visto che costava pochi euro, è servito probabilmente da “riempitivo” per qualche ordine on line: a dire il vero, di questi libretti della Sellerio (adorabili, per formato, tipo di carta, copertine) ne trovo sempre parecchi nei vari mercatini dell’usato: dalla descrizione del risvolto di copertina sembrano sempre fantastici, autentici capolavori da riscoprire, forse però in realtà si tratta di operette minori non per caso.

Giovanni Tritemio, nome italianizzato di Iohannes Trithemius (1462-1516), fu un umanista e monaco tedesco, abate dei monasteri di S. Martino di Sponheim e poi di S. Giacomo a Würzburg: fra le sue opere, ecco questo De laude scriptorum, scritto nel 1492 e pubblicato a stampa nel 1494, un trattatello in cui, proprio nel periodo dell’introduzione della stampa, si esalta l’antico mestiere del monaco amanuense.

Una battaglia sicuramente “di retroguardia”, anche se l’autore, formatosi in ambienti di raffinata cultura umanistica, non fu affatto un arcigno avversario del progresso. Come nota Andrea Bernardelli nella prefazione, infatti, Trithemius predica “bene” e razzola “male”: infatti, per un appassionato bibliofilo che per la sua collezione non disdegna affatto i libri a stampa, scrivere un Elogio degli amanuensi sembra un po’ paradossale, e poco convincenti le motivazioni che adduce per sostenere la superiorità dei libri manoscritti su quelli stampati (i manoscritti, realizzati su pergamena, sarebbero ben più duraturi dei libri stampati cartacei: ma il curatore replica che Trithemius non poteva non sapere che esistevano anche edizioni a stampa su pergamena, nonché naturalmente manoscritti su carta!). In realtà, a parte la forza della tradizione che probabilmente in questo tipo di letteratura di ambiente monastico ha il suo peso (massiccia, come era prevedibile, la presenza di citazioni bibliche o da testi dei Padri della Chiesa o da autorità), mi sembra che Trithemius esalti il lavoro dell’amanuense (in particolare, dell’amanuense che copia i testi sacri) non tanto dal punto di vista “tecnico”, ma soprattutto nel suo aspetto “spirituale”, di lenta fatica che ti fa guadagnare il premio della vita eterna, di opera di devozione durante la quale si assimilano e si “masticano” le Scritture, di prezioso servizio per la diffusione della conoscenza della fede. Bella poi e tipicamente “umanistica” l’osservazione che è meglio avere un libro corretto e copiato senza errori che esteticamente prezioso e ricco di miniature.

Avrei preferito scoprire un manualetto con indicazioni pratiche (che strumenti si usano, come preparare il foglio, la posizione da assumere… cose così), ma d’altronde il titolo non era “Guida per gli amanuensi”; qualche consiglio c’è, ma assai generico: l’abate deve avere cura di assegnare alla pratica scrittoria i monaci più adatti al compito, i monaci che non sanno scrivere possono comunque rendersi utili (interessante che l’autore suggerisca loro, ad esempio, di rileggere quello che il copista ha scritto: ulteriore indicazione che in passato l’apprendimento della lettura e quello della scrittura erano nettamente distinti, oggi si fatica a capire come sia possibile), i libri vanno conservati con cura, e poco altro.

Giovanni Tritemio, Elogio degli amanuensi (a cura di Andrea Bernardelli), voto = 3/5

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Amore e ginnastica

De Amicis è uno di quegli autori che hanno avuto la sfortuna di vedere la propria memoria “inchiodata” a un unico libro, ovviamente Cuore, per di più generalmente snobbato e spernacchiato da tutti i lettori “di un certo livello” (io non l’ho letto, ne sento parlare sempre e solo male, magari a me piacerebbe tantissimo, non so). Invece, come ricorda anche Luca Scarlini nell’introduzione a questo volumetto, scrisse un po’ di tutto, fra cui reportage di viaggio che sembrano interessanti, come quello dedicato a Costantinopoli.
Fra la sua produzione dimenticata c’è anche un libro uscito nel 1892, Tra scuola e casa, di cui fa parte il “racconto lungo” Amore e ginnastica, che testimonia di un’altra passione dell’autore, quella appunto per lo sport e l’insegnamento dell’educazione fisica.

In un condominio di Torino, il timidissimo e impacciatissimo Simone Celzani, dall’aspetto insignificante e mingherlino, è innamorato pazzo della sua vicina di casa, la maestra di ginnastica Maria Pedani, il cui fisico atletico popola ossessivamente le sue fantasie erotiche. Purtroppo la Pedani, una specie di “valchiria” possente e quasi mascolina, non lo guarda nemmeno, perché ha un’unica passione/missione in testa: la ginnastica, appunto, che non solo pratica con assiduità, ma su cui ha anche una saldissima preparazione teorica e che soprattutto propaganda con fervore per giovani e adulti, ragazzi e ragazze, con una mentalità quasi da “crociata”. Tutti i patetici tentativi del Celzani per far breccia nel suo cuore falliscono miseramente, ingenerando invece una serie di equivoci e malintesi con gli altri abitanti del palazzo, la coinquilina della Pedani, invidiosa della sua popolarità fra gli uomini, il maestro Fassi, anch’egli fanatico sportivo, il giovanotto Ginoni, che ha messo anch’egli gli occhi sulla signorina, lo zio del protagonista, che da vecchio “guardone” è un grande ammiratore della ginnastica femminile, ma per motivi non proprio “salutistici”, e altre macchiette rese con garbata ironia, tutte prese nel vortice di questa nuova “mania collettiva” per l’educazione fisica.

Al di là degli aspetti più da “commedia all’italiana” ante litteram, il testo non manca infine di un certo interesse anche storico-sociale, come fonte per la diffusione delle pratiche sportive nell’Italia unita, per la considerazione o la ostinata diffidenza con cui veniva vista l’educazione fisica, la sua introduzione nella scuola (tema che evidentemente era molto caro a De Amicis) e la crescente attenzione, da parte degli educatori più “illuminati”, per la salute del corpo, specialmente delle giovani generazioni (il tono del racconto è sempre leggero, ma non mancano accenni a problemi reali, come quando la Pedani nei suoi discorsi parla delle sue alunne malate di rachitismo), le diverse scuole di pensiero di ginnasti celebri che si fronteggiavano.

Insomma, niente più che una curiosità, ma gradevole: la storiella, di lettura veloce, è abbastanza audace e presenta un lato poco noto del suo autore, capace di intrattenere e divertire (e forse anche “scandalizzare” un po’ il pubblico dell’epoca) per qualche oretta.

Edmondo De Amicis, Amore e ginnastica, voto = 3/5
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North and South

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Questo libro non l’avevo mai sentito nominare, ma continuava a comparire nelle librerie di un sacco di utenti di Goodreads (e spesso sempre col massimo dei voti): per farvi capire quanto non ne sapevo nulla, pensavo, dato il titolo (“Nord e Sud”), che fosse un saggio di economia politica dedicato alle disparità fra Nord e Sud del mondo. Figuriamoci. Quando mi sono decisa a leggere la descrizione ho scoperto che è invece un romanzo, scritto nel 1855, e che la contrapposizione nord/sud si riferisce invece all’Inghilterra dell’epoca, fra il nord industriale, mercantile e operaio, ricco ma attraversato da contrasti e tensioni, e il sud più “idillico” e legato alla natura, più elegante ma anche più indolente e arretrato.

La diciottenne Margaret Hale è vissuta nel benessere e fra gli affetti familiari, nell’elegante casa londinese della zia. Ora la cugina sta per sposarsi, e lei torna a vivere coi genitori, in un cottage immerso nella ridente campagna dell’Hampshire: là il padre di Margaret è il rettore della locale parrocchia anglicana, e la madre, un po’ brontolando per la lontananza dalla città, conduce una vita placida e tranquilla. Questo quadretto idillico si frantuma quando la ragazza apprende in confidenza dal padre che la sua fede sta attraversando una grave crisi, e che in conseguenza di ciò ha deciso di lasciare la guida della parrocchia e trasferirsi con la famiglia in una grigia città del nord, Milton (nell’immaginaria contea del Darkshire, dal nome evocativo!), dove intende guadagnarsi da vivere come maestro.
Margaret ammira la coerenza e la mancanza di ipocrisia del padre, ma i primi tempi in quella città cupa, sporca, soffocata dal fumo delle ciminiere e popolata da un’umanità nettamente divisa fra la classe dei padroni, ossessionati dai soldi, dal profitto, dalle macchine, e quella degli operai, che covano un odio minaccioso e sono sempre pronti a esplodere con violenza, sono deprimenti.
Quali rappresentanti opposti di queste due tipologie, Margaret fa la conoscenza di Nicholas Higgins, un rude operaio molto impegnato nelle lotte sindacali, e soprattutto di John Thornton, proprietario di uno dei più fiorenti cotonifici della zona, autentico self-made man che fin da giovanissimo col suo lavoro ha mantenuto la madre e la sorella, energico e intraprendente, ma che ha scarsa o nulla comprensione per chi ha una tempra meno solida della sua.

Margaret, dall’iniziale insofferenza e disprezzo per quel modo di vivere così distante da ciò cui era abituata, sceglie di immergersi nei problemi di quella società, di cercare di capire, di svolgere un ruolo attivo di proposta: assiste la figlia di Higgins, gravemente malata, cerca di allontanare quest’ultimo dall’alcol e di riavvicinarlo alla religione, incalza con le sue domande e le sue critiche Thornton, e contemporaneamente sostiene i due anziani genitori, anch’essi disorientati dall’impatto con la nuova realtà, addirittura interviene per impedire che uno sciopero degeneri in violenza, andando in soccorso proprio di Thornton. I continui contrasti fra i due, naturalmente, nascondono una potente attrazione, che l’autrice analizza in modo molto fine, specialmente dal punto di vista della ragazza.

Succedono varie cose, in questo romanzone, col mio riassunto non sono arrivata neppure a metà libro, perciò mi fermo qui, passando alle mie impressioni, che sono molto positive. Non tutto è perfetto, si sente qua e là un certo tono “declamato” e, come dire, ottocentesco, certi “dialoghi” sono più monologhi recitati sul palco. Soprattutto all’inizio la narrazione procede un po’ “a scatti”, come se dovesse assestarsi un po’ (sarà utile precisare che, come tanti romanzi dell’epoca, anche North & South uscì originariamente a puntate, e sarà forse questo il motivo di un certo “impaccio” iniziale, come di alcune lungaggini finali). Leggo però (su Wikipedia) che, secondo alcuni critici, l’inizio un po’ “incerto” sarebbe invece proprio intenzionale, per “depistare” il lettore nelle sue aspettative.

Ma mi sembra che coi difetti si possa chiudere qui, e iniziare col positivo, partendo subito con un enorme complimento: questo libro è riuscito in un’impresa che ha del miracoloso: creare un personaggio femminile al 100% di mio gusto. Non so se la mia è una misoginia di fondo, ma in genere non ho grande simpatia per le eroine, e mi intrigano molto più i personaggi maschili: sarà un caso che, andando a memoria, ma mi sembra di non sbagliare, la maggioranza dei libri che leggo è scritta da uomini, e adesso che a scrivere è una donna avviene il contrario? Stavolta, infatti, nella nostra Margaret Hale sono riunite tante belle qualità, ma senza farne un idolo distante e insopportabile: intelligente, razionale, energica (i genitori spesso sembrano “bambinoni” da gestire, specie il padre), curiosa, concreta, pratica, indipendente senza essere vistosamente anacronistica e irrealistica (d’altronde, il romanzo è scritto da una contemporanea!); certo, man mano che la storia prosegue queste doti rischiano di essere esagerate tanto da farne poco meno che una santa, dalle virtù eroiche e inscalfibili pur nel mezzo di mille disgrazie (considerando poi che si tratta di una ragazza sui vent’anni), ma le mie simpatie verso di lei non hanno vacillato neanche quando i suoi atteggiamenti mi sono parsi meno comprensibili, o meno realistici.

Altro pregio, l’autrice non ha paura di affrontare temi “scabrosi”: l’intero romanzo tratta di un soggetto che non ti aspetteresti da una signora dell’Ottocento, le lotte nelle fabbriche, i sistemi di produzione, gli alti e bassi nella carriera di imprenditore, ma mi riferisco in particolare ad alcuni argomenti come il suicidio di un operaio incapace di mantenere la propria famiglia e stretto suo malgrado nella tenaglia di padroni e Union, o la stessa crisi di fede del padre della protagonista, o lo status di criminale e “traditore della Patria” del fratello (ex ufficiale di Marina su cui pesa la condanna in contumacia per ammutinamento e che quindi vive lontano dall’Inghilterra: mi ha colpito la “libertà” con cui vengono descritte queste circostanze e vengono attribuite opinioni anche molto critiche dell’autorità e dell’esercito a quello che è a tutti gli effetti un personaggio positivo).

Abbiamo infine la bella storia d’amore. Dirò la verità, mi ha intrigato di più la prima parte, in cui fra lui e lei avvenivano spesso vivaci scambi di idee e di opinioni, dai quali uscivano quasi sempre in totale disaccordo ma che, allo stesso tempo, contribuivano a farli avvicinare come persone e a dar loro modo di scoprire certe qualità l’uno dell’altra, piuttosto che la seconda, in cui le tensioni e le complicazioni del filone romantico della storia si reggevano su espedienti più “classici” come il malinteso, l’equivoco che non si riesce mai a chiarire, la gelosia (immotivata, naturalmente, ma lui non può saperlo, però lei non può spiegargli, eccetera eccetera).

Da qui in poi parlerò del finale e, siccome rivelerò proprio tutto, userò la solita tecnica: scrivo alcune frasi in bianco, così da renderle invisibili sullo sfondo, in questo modo: testo invisibile. Se volete leggerle evidenziate il testo col mouse.
La fine mi ha un po’… lasciato senza parole. Dopo svariati capitoli, non brutti né inutili, perché comunque servivano a far sempre più apprezzare la forza di carattere dell’eroina, e quanto gli ultimi eventi (la morte dei genitori, innanzi tutto) l’avessero cambiata e fatta maturare, ma che comunque talvolta davano l’impressione di tirare la storia taaaanto per le lunghe… eravamo arrivati al 99% del libro e non sembrava proprio che si fossero fatti progressi sulla strada della riconciliazione fra lui e lei (anzi, i due non si parlano quasi più e sembrano rassegnati e convinti che l’altro non li ricambi affatto), tanto che stavo iniziando a valutare seriamente l’ipotesi che non ci sarebbe stato un lieto fine, e non sapevo se essere dispiaciuta o piacevolmente sorpresa per questa originalità della Gaskell che rifiuta di concedere la consolazione di un facile lieto fine al suo pubblico. Ma, poi, bastano pochi click di cambio schermata (chissà quante pagine sarebbero!) e, zac!, si risolve tutto e, all’improvviso, all’ultimissima scena, Margaret e John vivono felici e contenti. Per carità, è un momento tenerissimo e però senza alcun mieloso sentimentalismo, in linea col carattere di entrambi, e anzi il tono è genuinamente lieto, persino giocoso, però… Abbiamo tirato avanti capitoli su capitoli senza che vi fossero sostanziali progressi… e proprio l’ultima scena la fai arrivare come un fulmine a ciel sereno? Sono rimasta un po’ incredula! Ho una mia teoria: come detto, il romanzo uscì originariamente a puntate su un giornale. È possibile che il numero di capitoli fosse stabilito a priori, e che quindi, “scaduto” il tempo, si dovesse chiudere la storia, non importa come? In effetti nella premessa l’autrice scrive di aver rivisto l’opera per la pubblicazione in volume e aver ampliato e reso più gradualmente alcuni passaggi che in precedenza, per esigenze “editoriali”, avvenivano in modo un po’ troppo brusco. Avrebbe potuto indulgere un po’ anche sul finale! Nella voce di Wikipedia sopra citata forse si trovano conferme in questo senso. A meno che non sia stata anche questa proprio una scelta deliberata, di chiudere in modo così secco, essenziale, senza tanti “sbrodolamenti” sdolcinati.

Elizabeth Cleghorn Gaskell, North and South, voto = 4/5
Disponibile gratis (in lingua originale e in versione elettronica) su Amazon.it e altri store digitali

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Vanity Fair

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Curiosamente, nella mia testa il romanzo La fiera delle vanità di Thackeray si confondeva con L’età dell’innocenza della Wharton, non so perché; ho cominciato a interessarmene in modo più approfondito una volta saputo il sottotitolo, che è “A Novel Without a Hero”, e cioè “un romanzo senza eroe”. Questa insolita dichiarazione, il fatto che allora presumibilmente vi avrei trovato personaggi complessi e sfaccettati e non unidimensionali, hanno contribuito a farlo inserire nella lista dei “da leggere”. È il libro del “gruppo di lettura” di Goodreads Italia di agosto.

La vicenda si dipana dall’epoca delle guerre napoleoniche ai primi anni Trenta dell’Ottocento, e ha come teatro principalmente la grande metropoli londinese, ma anche Brighton, Bruxelles e Waterloo, la Francia e un minuscolo (e immaginario) staterello tedesco, il Ducato di Pumpernickel (deliziosa l’ironica descrizione della vita quotidiana e degli illustri personaggi che lo popolano, tutti impegnati in faccende insignificanti ma trattate con grande importanza). A grandi linee, il romanzo racconta le esistenze parallele di due ragazze diversissime, la dolce, mite, placida, ubbidiente, gentile, adorabile e inevitabilmente mortalmente noiosa e scialba Amelia Sedley, e la brillante, intelligente, intraprendente, affascinante ma profondamente ipocrita, opportunista e insensibile Rebecca “Becky” Sharp. Mentre Amelia non desidera altro che lasciarsi impacchettare nella comoda esistenza che la sua famiglia della ricca borghesia ha preparato per lei (il matrimonio, pianificato da tempo immemorabile, col figlio di un socio del padre è la sua unica aspirazione), la molla che costantemente spinge all’azione Becky, orfana di una cantante e di un artista spiantato e poco rispettabile, è il desiderio di migliorare la propria condizione sociale, di scalare tutti i gradini fino a diventare, con le buone o con le cattive, una signora rispettabile.

Sulla loro strada naturalmente incontreranno mille complicazioni e mille personaggi, tutti, in linea col sottotitolo dell’opera, ben lontani dallo stereotipo dell’eroe/eroina, ma anche profondamente umani nei loro difetti e debolezze: dal fratello maggiore di Amelia, Joseph, prima (e ultima?) vittima delle tecniche di seduzione di Becky, vanitoso, pomposo ma anche timidissimo e tragicamente impacciato con le donne, a George Osborne, il promesso sposo della giovane, bello, ricco, coraggioso, ma anche tremendamente egoista e irriconoscente, a William Dobbin, suo amico e segretamente innamorato di Amelia, una persona al contrario dotata di ottime qualità, onesto, gentile, sempre pronto ad aiutare, ma anche tutto sommato patetico nella sua devozione “canina” e senza speranza e votato all’autoannullamento, ai fratelli Crawley, la nobile famiglia in cui Becky riesce in qualche modo ad entrare, il maggiore, Pitt, serio e rigoroso ma noioso e intrigante, e il minore, Rawdon, più vivace, ma anche abbastanza stupido, ignorante e manipolabile. E questi sono solo i principali: ma ve ne sono moltissimi altri.

La girandola di personaggi e situazioni che il lettore attraversa pagina dopo pagina sembra non avere un vero e proprio “centro”, la scena diventa sempre più ampia, le figure secondarie, quasi tutte con la loro personale backstory, elaborata e sempre diversa, sempre più numerose, che si ha l’impressione che il romanzo possa andare avanti all’infinito, generando sempre nuove storie, anche perché, oltre a non esserci “un eroe” univoco, non sembra esserci neppure un percorso chiaro da A a B, per cui davvero a un certo punto ci si rende conto che in ogni capitolo potrebbe succedere di tutto, potrebbe trattarsi del resoconto dettagliatissimo di poche giornate, o del riassunto di mesi o anni di avvenimenti. Questa sensazione di leggero “stordimento” per il lettore era, visto il titolo dell’opera, probabilmente nelle intenzioni dell’autore, come a ricreare la confusione di una chiassosa e affollatissima e labirintica fiera di paese, in cui rischiamo di perderci in una serie di attività vane, inconcludenti, ridicole. Naturalmente il messaggio sottinteso è una pungente e ironica critica al mondo contemporaneo dell’autore, in cui solo muovendosi con astuzia e ipocrisia, come fa Becky, si può ottenere alcunché, sempre però finché il vento non cambia, perché i riconoscimenti che la società mondana è disposta a dare sono sempre fuggevoli, temporanei, e sottratti poi crudelmente al minimo errore.

Ritorno ancora una volta a “scomodare” la mia pietra di paragone, e cioè Faber e il suo Il petalo cremisi e il bianco (comincio a temere che il ricordo mi stia spingendo a “idolatrarlo” fin troppo: e se in futuro lo rileggessi e non lo trovassi più così bello?): l’esordio di Vanity Fair, con l’autore che si rivolge familiarmente e di frequente ai suoi lettori, li coinvolge e li “stuzzica”, mi ha ricordato quel romanzo (è possibile che Faber si sia ispirato proprio a Thackeray?), disponendomi subito favorevolmente. Anche quest’opera, come The Woman in White, uscì originariamente a puntate, e in effetti, verso la fine, si sente a un certo punto uno “scarto”: il tono, da pungente ma tutto sommato bonario, si fa più “tragico”. È una virata abbastanza inaspettata (leggo su Wikipedia che è impossibile ormai stabilire se fosse fin dall’inizio nelle intenzioni dell’autore o se il lunghissimo libro abbia subito questa evoluzione “naturalmente”, strada facendo), che sulle prime ho fatto un po’ fatica ad “accettare”, e in effetti anche il finale mi ha lasciato qualche perplessità, specialmente la conclusione della vicenda di Dobbin e Amelia. Per tutto il romanzo l’autore sembra alternativamente ridicolizzare e/o compatire Dobbin, “bloccato” e schiavo di questo amore senza speranza per una donna ossessivamente devota a un marito che non la meritava (sembrava anzi anche un po’ un simbolo della critica di Thackeray alla società del tempo: l’unico personaggio meritevole e integro era destinato a non avere mai dalla vita la ricompensa che sognava), tanto che, quando finalmente, nel penultimo capitolo, Dobbin sembra scuotersi e dice in faccia alla donna di aver sprecato la vita dietro a lei, mi sono congratulata con lui! Ma tutto viene vanificato nel capitolo successivo, dove leggiamo un lieto fine che mi è sembrato un po’ melenso, anche se temperato da una certa ironia. Dopo centinaia di pagine, mi sono sentita quasi “presa in giro”, e il mio voto è passato repentinamente da 4 a 3,5. Il giorno successivo mi sono documentata un po’ su Internet; secondo alcuni, questa conclusione è meno “lieta” di quanto si potrebbe pensare, poiché Dobbin, dopo la delusione sofferta, non sarebbe più in grado di amare Amelia come un tempo: sul momento non avevo avuto questa sensazione, ma si tratta probabilmente di una mancanza di acutezza da parte mia. Ora che ci penso, infatti, il fatto che Thackeray butti lì, inaspettatamente, quasi come uno “schiaffo” al lettore, il termine “parassita” per definire Amelia sembrerebbe smentirmi. Forse nei prossimi giorni il finale mi sembrerà meno “stonato” di quanto non l’abbia giudicato alla prima lettura.

William Makepeace Thackeray, Vanity Fair, voto = 3,5/5
Disponibile (gratis) su Amazon.it (versione per Kindle, in inglese)

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The Woman in White

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

In effetti di questo autore mi interessava da un po’ La veste nera, ma nel “Pozzo letterario” di Goodreads Italia del mese di luglio è stato proposto quest’altro suo romanzo, perciò ho pensato potesse essere un utile “test” per avvicinarmi alla sua scrittura (un altro punto a favore è che il libro, in versione elettronica, è disponibile gratuitamente in lingua originale, essendo scaduto il diritto d’autore).

The Woman in White fu pubblicato originariamente a puntate, e in volume nel 1860. La storia, ambientata nell’Inghilterra del 1850, è complicatissima e non tento nemmeno di riassumerla: tutto ha inizio, comunque, con la misteriosa apparizione di una giovane donna vestita di bianco fuggita da un manicomio (l’immagine sulla copertina della mia edizione, con questa signora serena ed elegante, è assolutamente inadatta a rendere l’idea!), depositaria di oscuri segreti di fondamentale importanza per le prossime nozze di una ragazza nobile, Laura Fairlie, amata senza speranza da un povero maestro di disegno ma fidanzata con un baronetto più anziano di lei. Da qui in poi naturalmente la vicenda si sviluppa e si complica. Caratteristica interessante: ciascuna parte del racconto è affidata a una voce diversa, consentendo all’autore uno sfoggio di abilità nel cambiare “voce” a ogni capitolo.

Diciamolo subito, sapevo che non si trattava di “alta letteratura”, ma di un buon prodotto di un autore ai suoi tempi celebre e prolifico, Wilkie Collins, un perfetto esempio di romanzo “vittoriano” che ultimamente mi ha dato più soddisfazioni che dispiaceri (senza dover scomodare sempre l’esempio luminoso de Il petalo cremisi e il bianco, posso citare altri titoli che mi sono piaciuti parecchio, Angelica, Le memorie di Jack lo Squartatore, Omicidio a Road Hill House, Mrs Robinson’s Disgrace). Era anche partito bene, con un gradevole tocco umoristico (il professor Pesca, la descrizione dell’insopportabile Mr. Fairlie, della simpatica Marian, brutta ma in gamba, che all’inizio pensavo potesse essere contrapposta alla sorellastra Laura, bella ma “scema”)… Il leggero humour dei primi capitoli, però, è svanito quasi completamente per lasciare spazio a toni sempre più magniloquenti ed enfatici (d’accordo, è anche vero che all’inizio non era ancora scoppiato nessun “dramma”), e mi sarei aspettata più azione, mentre qui la storia andava avanti principalmente attraverso lettere spedite, lettere ricevute, visite, colloqui, eccetera…

E quindi giù con dolci damigelle in pericolo, amori assoluti e purissimi, situazioni caricate o trascinate per le lunghe all’inverosimile, colpi di scena incredibili, cattivi senza cuore, fino al più classico degli happy endings, con l’ordine e le convenzioni ristabiliti, e la giusta punizione per i malvagi.

Non posso neanche dire che le mie aspettative siano state “tradite”, poiché appunto fin dall’inizio si sapeva che questo è uno dei più classici “romanzi d’appendice”: l’ho preso proprio perché prometteva intrattenimento e avventura “senza impegno”. Certo è che a me alla lunga è sembrato solo pesantissimo e, se pure il suo scopo l’ha raggiunto, perché sono voluta arrivare in fondo per vedere come andava a finire, neanche più tanto avvincente, per la qualità un po’ “dozzinale” dell’intreccio (si badi bene: la trama è complicatissima e con tantissimi personaggi, la curiosità per vedere come si risolverà c’è, ma le “situazioni” sono sempre quelle: scambi di persona, innocenti fanciulle perseguitate, sette segrete, agnizioni, eccetera). Bisogna anche dire che il romanzo è “invecchiato” male, e cioè che alcuni snodi fondamentali potevano magari tenere sulle spine un lettore del XIX secolo, ma oggi insomma… Ad esempio: uno dei personaggi principali, Sir Percival Glyde, nasconde un Grande Segreto: si va avanti per tutto il romanzo chiedendosi quale possa essere questo indicibile segreto che potrebbe rovinarlo, e alla fine si scopre che è il fatto che i suoi genitori convivevano ma non si sono mai effettivamente sposati, e quindi egli, in quanto figlio “illegittimo”, non avrebbe avuto diritto a ereditare il titolo del padre. Sì, non c’è dubbio che questo per lui sia un problema e che lo spinga a una serie di azioni che mettono in moto una catena di eventi, ma, quando siamo arrivati finalmente alla rivelazione del movente, non ho potuto fare a meno di rimanere un po’ delusa. E alla fine del libro è proprio la delusione la sensazione prevalente, anche perché il romanzo è generalmente ritenuto un classico del genere, e il mio unico precedente con il feuilleton, I Beati Paoli, era stata un’esperienza ben più divertente (e quindi non è per “snobismo” se non ho apprezzato questa letteratura più “popolare”)!

Insomma, se questo genere di romanzo è interessante, oltre che per sé, anche per uno studio della mentalità (chi era che diceva che non c’era niente di meglio della letteratura popolare per capire il “sentire comune” e il sistema di valori della società? Vedi il modo in cui Marian e gli altri personaggi femminili nelle loro narrazioni parlano delle donne e delle loro qualità, con frasi che lasciano un po’ di stucco i lettori di oggi, la generale diffidenza venata di razzismo verso lo straniero… Non a caso il “genio del male” che trama contro i buoni è un italiano, e quando entra in scena un personaggio non inglese è spesso presentato in cattiva luce), per me la letteratura inglese ha prodotto di meglio. Scopro che Collins e Dickens erano buoni amici, e da qualche parte mi pare di aver letto che Collins sia un Dickens “dei poveri”: vorrei prima o poi leggere alcuni classici come A Tale of Two CitiesLittle Dorrit, e spero proprio che quello fatto a Collins sia un complimento esagerato, o che Dickens si dimostri davvero molto migliore!

Wilkie Collins, The Woman in White, voto = 2,5/5
Scaricabile gratuitamente (in inglese) qui

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