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Drood

Come detto nell’articolo precedente, si può dire che abbia letto The Mystery of Edwin Drood di Dickens solo perché non volevo arrivare “impreparata” alla lettura di Drood: come si capisce fin dal titolo, infatti, il romanzo di Simmons si ispira (vagamente) alle atmosfere del classico dickensiano incompiuto, e io volevo essere in grado di cogliere tutti i riferimenti e le citazioni nascoste per rendere la lettura ancora più “gustosa”. Insomma, il libro di Simmons era quello che mi “importava” di più, da cui mi aspettavo di più.
Col senno di poi non era neanche necessario “prepararsi” tanto; anzi, vediamola così, almeno tutto ciò mi ha fornito il pretesto per leggere il libro di Dickens, che si è rivelato gradevole. Potevo fermarmi lì e non leggere questo.
Se qualcuno volesse mettersi a leggere Drood (ma anche no), sappia che se non ne ha voglia può anche risparmiarsi questa operazione preliminare: questo non è un tentativo di scrivere il finale del romanzo rimasto incompiuto, ci sono sì dei riferimenti qua e là, tornano alcuni nomi (a cominciare da quello di Drood, ovviamente, ma che non ha nulla a che fare col Drood immaginato da Dickens), ma se non si conosce la trama del primo libro non si perde nulla.

In breve: Drood di Simmons per me è stato un fallimento quasi totale. E purtroppo sono più di 800 pagine: quando non ho più potuto nascondere a me stessa che il libro non mi stava piacendo per nulla ero già arrivata a pagina 400 circa, e a quel punto (e visto che il libro me lo sono proprio comprato, forse sono stata attratta dalla bellissima copertina) ho pensato fosse più sensato farsi forza fino alla fine.

Leggo sul retro del libro che secondo il Daily Telegraph “le pagine scorrono via come se avessero le ali”. AHAHAHAHAHAH. Forse le prime 100, che effettivamente hanno un avvio promettente (tutto ha origine – non è uno spoiler – da un incidente ferroviario in cui rimane coinvolto Dickens, che da allora inizia a essere “perseguitato” da una strana figura dall’aspetto demoniaco di nome Drood: per scoprire chi sia e cosa voglia da lui lo scrittore coinvolge il suo collega/amico/rivale Wilkie Collins, la voce narrante del libro), ma siccome quasi subito il libro abbandona le atmosfere di inquietante mistero tuffandosi in un inverosimile tour dei sotterranei di Londra, fra catacombe e templi egizi (mi ha ricordato molto Indiana Jones e l’ultima crociata), il lettore perplesso si chiede come si potrà poi “reggere” la tensione per altre 700 pagine, se subito si sparano i fuochi d’artificio. E infatti si procede con un accumulo impressionante di misteri, complotti e fatti mai spiegati che, alla fine, più che incuriosire stancano alla grande. A un certo punto ho smesso di cercare di capire, i personaggi prendevano decisioni e giungevano a conclusioni secondo me a casaccio (è vero che nel caso di Collins dovrebbe dare l’idea di una mente sempre più obnubilata dall’oppio e dal laudano, ma ‘sti cavoli, per il lettore è sfiancante), e allora mi sono detta amen, arriviamo alla fine.
Altro commento per me incredibile: “La Londra del 1860 è resa in modo splendido” (The Guardian). Ma per favore! Dove sta la Londra del 1860, qui stiamo tutto il tempo o a casa di Collins, o a casa di Dickens, o a passeggio per la campagna presso Rochester, o (al massimo) a teatro… ah sì, ogni tanto andiamo in qualche non meglio specificato o descritto “quartiere malfamato” che rimane sempre un indistinto ammasso di vicoli e case buie, non sembra mai una ricostruzione convincente e “viva” (e tra l’altro è sempre lo stesso manipolo di personaggi che si parla addosso, quindi neanche ci “immergiamo” nel milieu socio-culturale londinese o fra gli strati più umili della popolazione).

Per 800 e passa pagine siamo costretti a seguire la voce narrante, che come ho detto è Wilkie Collins, grande amico di Dickens. Naturalmente all’amicizia si aggiunge anche una buona dose di rivalità/invidia/ammirazione, in un intreccio complesso che poteva essere anche interessante. Purtroppo Collins riesce odioso (alla faccia dell’amico, praticamente a ogni riga c’è una cattiveria su Dickens), e probabilmente non si tratta di gusti miei ma sicuramente era precisa intenzione dell’autore renderlo odioso agli occhi del lettore (da un certo punto in poi diviene evidente che ci troviamo di fronte a un narratore assai inaffidabile), fatto sta che 832 PAGINE SEMPRE IN COMPAGNIA DI UN PERSONAGGIO ODIOSO sono una tortura inimmaginabile.

Il paradosso è che le parti all’apparenza più “noiose”, quando si parlava dei romanzi scritti o da scrivere dei 2 autori amici/rivali, delle loro tecniche narrative, dei giudizi vicendevoli sui loro romanzi (la scena migliore del libro è quando Dickens fa a pezzi il bestseller del momento di Collins, La pietra di luna), dell’abilità “pubblicitaria” di Dickens e della novità e gli effetti dei suoi tour di letture (quantunque, alla cinquantesima volta che veniva descritto uno di questi spettacoli di Dickens, cominciavo a stufarmi), erano di gran lunga più avvincenti della paccottiglia fantastica senza né capo né coda su Drood e i riti egizi e il mesmerismo e gli scarafaggi nel cervello (che schifo) e bla bla (che poi it was all a dream, naturalmente). Pure un “normale” romanzo storico sui travagli familiari di Dickens sarebbe stato meglio di questo (sebbene svariati pezzi apparissero proprio come “inserti saggistici” messi lì, con innumerevoli aneddoti biografici). Interessante anche cercare di cogliere qua e là alcuni (rari) dettagli presi da The Mystery of Edwin Drood e “fusi” nella trama del libro.
Sarei anche stata disposta a dare 2 stelle per questi ultimi aspetti, ma l’epilogo (l’ultimo paio di capitoli) mi ha fatto abbassare il voto.

Dan Simmons, Drood (trad. Anna Tagliavini), voto = 1,5/5

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Dove nessuno ti troverà

Solo dopo aver iniziato a leggere, mi sono accorta che questo romanzo era assolutamente appropriato alla situazione, poiché si svolge in Catalogna, dove sono stata alcuni giorni. Peccato che sia stata una lettura assai insoddisfacente.

Nell’autunno del 1956, uno psichiatra francese, Lucien Nourissier, si mette in contatto con un giornalista di Barcellona, Carlos Infante, perché lo aiuti a svolgere un’indagine sulla Pastora, una figura ormai “mitica” di bandito e partigiano repubblicano, dal sesso incerto (sembra sia una donna che si veste da uomo; in realtà era un uomo, ma una malformazione genitale fece sì che la prima metà della sua vita la passò come una donna), nascosta da anni sulle impenetrabili montagne catalane, di cui conosce ogni centimetro, imprendibile per la Guardia Civil di Franco. L’intento del francese, studioso impeccabile e rigoroso, raffinato, colto, marito e padre modello, è analizzare la psicologia di un criminale, mentre lo spagnolo, cialtrone, cinico e rassegnato ormai alla deriva autoritaria del suo paese, è solo quello di guadagnare in fretta un po’ di soldi, convinto com’è che quell’impresa assurda sia destinata a un sicuro insuccesso.
Ovviamente, fra i due, dall’iniziale antipatia nasce un profondo rispetto e una salda amicizia, e l’esperienza, il contatto con una realtà di durissima miseria e violenza diffusa che troveranno nei villaggi dove li porterà la loro ricerca, cambieranno entrambi: il francese imparerà a staccarsi dalla “prigione dorata” che era stata fino a quel momento la sua vita, sempre orientata al dovere e alla rispettabilità, lo spagnolo abbandonerà il suo cinismo e la sua indifferenza.

So che questa è una scrittrice molto amata (soprattutto per la serie sulla detective Petra Delicado), e sono rimasta davvero sorpresa nel vedere che scrive in un modo che a me fa pena. Immagini banali, frasi scontatissime (come sarà il paesaggio? Naturalmente “aspro” e “selvaggio” e “impenetrabile”, e via coi luoghi comuni), trama che procede in modo meccanico e prevedibile: ti sembra quasi che i processi di trasformazione ed evoluzione nei personaggi avvengano premendo un interruttore: click, ecco i primi segni di disgelo fra i due protagonisti, click, ecco che compare l’immancabile personaggio femminile che avrà un flirt con uno dei due, click, ecco che avviene la crisi matrimoniale dell’altro, click, ecco la temporanea rottura che sembra mettere fine all’amicizia, click, ecco che si ribaltano i ruoli fra Nourissier e Infante perché ciascuno ha imparato la sua “lezioncina” dall’avventura. È tutto così palese e detto, più che mostrato, che non sembra un romanzo, ma piuttosto il riassunto di un romanzo. Gli unici brani interessanti erano quelli scritti con la voce semplice e ruvida della Pastora stessa: pure lì non mancava una certa dose di affettazione, ma se il libro fosse stato tutto una lunga narrazione/autobiografia di questa figura (realmente esistita), forse sarebbe venuta fuori una cosa decente.

Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà (trad. Maria Nicola), voto = 1,5/5
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Warrior’s Cross

https://i0.wp.com/d.gr-assets.com/books/1251691730l/6782412.jpgThis review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Della serie di Ty e Zane, Armed & Dangerous è stato forse il mio romanzo preferito, per una serie di motivi, tra cui quello che alla coppia di protagonisti venivano finalmente affiancate due “spalle” degne di nota, personaggi a più dimensioni, capaci di reggersi da soli e non solo viventi “di luce riflessa”: Julian Cross, il pericoloso agente della CIA in fuga, e il suo timido e dolce fidanzato, Cameron Jacobs.

Bella forza, scopro ora: erano due personaggi come si deve perché già protagonisti di un altro romanzo della stessa coppia di autrici, Warrior’s Cross, in cui si narra appunto come i due si incontrano e si innamorano. Inizialmente credevo che il libro fosse uno spin-off della serie di Ty e Zane, prequel di Armed & Dangerous, mi è stato invece fatto notare che è precedente a quest’ultimo: nascono prima insomma Julian & Cameron, e poi si fa il cross-over con l’altra serie.

In Armed & Dangerous ho adorato il letale Julian e il delicato Cameron, pesce fuor d’acqua in quel corto circuito di testosterone fra lo stesso Julian, Ty e Zane; pertanto, alla scoperta, assolutamente casuale, di questo libro, la mia reazione è stata molto da fangirl: non poteva non incuriosirmi e non potevo non iniziarlo subito.

Notato en passant che i libri della coppia Urban & Roux continuano ad avere copertine di maggior classe rispetto ad altri esempi del genere (questa è molto bella), diciamo subito però che è stato l’affetto verso i due protagonisti a spingermi ad andare avanti fino alla conclusione: non è la cosa migliore che abbia letto, e francamente è una storia un po’ così, con verosimiglianza pari a zero, un romanticismo un po’ di maniera e una trama senza capo né coda.

Chicago. Cameron è un tipo piuttosto ordinario, tranquillo, introverso e solitario che lavora come cameriere in un ristorante di classe. Julian è un cliente fisso del ristorante, vi si reca sempre ogni martedì sera, da solo, senza mai scambiare una parola con nessuno se non con il proprietario. Cameron per settimane aspetta con ansia il martedì sera per sospirare dietro il bellissimo ed elegantissimo sconosciuto (non mi va giù questa fissa che i personaggi di questi romanzi debbano essere per forza degli dèi greci), senza però avere il coraggio di parlargli e convinto che un tipo così non noterà mai uno come lui; lo penseremmo anche noi, eppure invece anche Julian è fortemente attratto da lui, e insomma per qualche motivo misterioso i due si piacciono già tantissimo. Finalmente, alla vigilia di Natale, improvvisa e “folle” notte di passione, e i due intrecciano una relazione. Julian però continua a sparire per giorni e a ricomparire solo il martedì, non rivela mai dove vada e cosa faccia, perché giri armato, e Cameron naturalmente accetta tutto senza fare domande per paura di spezzare quell’incantesimo: l’unica cosa che Julian si lascia scappare è che se lo lascia all’oscuro è solo per proteggerlo. Nel frattempo continuano ad avvenire omicidi misteriosi a firma probabilmente di un abilissimo killer professionista. Fino a qui, tutto sommato, una lettura mediocremente carina, anche se viveva quasi solo della contrapposizione di caratteri fra i due e del mistero di questa inesplicabile ma fortissima attrazione. Poi che succede? Cameron si ammala e Julian si prende cura di lui. Julian rimane ferito e Cameron si prende cura di lui. Nei romanzi di queste due è una scena che si ripete con una monotonia sconcertante (l’amante A è malato/ferito, l’amante B lo accudisce). A un certo punto Cameron osa alzare una timida protesta di fronte al mistero impenetrabile in cui Julian ammanta tutte le sue attività, e i due si lasciano: e in seguito naturalmente è Cameron che si sentirà tremendamente in colpa per questo. Infine arriva un “cattivo” che fa cose cattive e poi viene sconfitto. Non c’è alcun collegamento con lo sviluppo della storia dei due personaggi che si avrà in Armed & Dangerous (tutta la storia dei servizi segreti deviati, degli omicidi mirati, del tentativo di Julian di sfuggire all’organizzazione), qui resta tutto confuso, non si capisce bene cosa faccia Julian, perché a un certo punto smetta di farlo, perché il cattivo ce l’abbia con lui…

Insomma, come vedete, questa storia è la sagra dell’improbabilità, non ha alcun senso e fa acqua da tutte le parti. Non ci sono neanche tutte queste scene d’azione (anzi, sono pochissime) e le parti erotiche (idem, pochissime) non sono granché: davvero non si capisce perché le due autrici si siano messe a scrivere questo abborracciato pastrocchio quando non sembra avessero la minima idea di come mandarlo avanti oltre i primi capitoli. Non me la sento, visto il divertimento che Julian e Cameron (senza dimenticare l’ineffabile e imperturbabile Preston) mi hanno procurato in Armed & Dangerous, di infierire troppo, i due insieme sono tenerissimi (awww) e non posso dirne male, ma certo sarebbe stato meglio non leggere questa roba.

Madeleine Urban & Abigail Roux, Warrior’s Cross, voto = 1,5/5

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Stars & Stripes

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E siamo arrivati alla fine (e ora mi toccherà riprendere con le letture “serie”): le avventure di Ty & Zane, infatti, si concludono (per il momento?) con questo Stars & Stripes, sesto libro della serie.

Il tema di fondo dell’episodio è che Ty e Zane mal sopportano, ormai, l’obbligo di tenere nascosto il loro amore, e si sentono pronti per uscire allo scoperto, sul lavoro, anche se sono convinti che non mancheranno i problemi, ma soprattutto coi loro familiari.

È dall’inizio della serie che sappiamo che la famiglia di Ty è forse un po’ rustica ma tanto unita e felice, mentre quella di Zane è ricchissima ma attraversata da mille tensioni, e che egli ha rotto qualsiasi rapporto coi suoi per sfuggire a quell’ambiente soffocante e nel quale non è benvoluto. Il fatto che i parenti di Ty fossero spesso e quasi da subito presenti in scena o citati, mentre quelli di Zane venissero ricordati solo con fugaci e cupi accenni di lui, naturalmente ha molto alimentato la curiosità verso questo (presumibile) sviluppo della storia. Perciò, quando una telefonata inaspettata della sorella costringe Zane a tornare a casa poiché vi sono gravi problemi nel loro ranch di famiglia in Texas, si poteva sperare in scenari interessanti. Non mi dispiaceva neppure che si verificasse una situazione finora poco vista, e cioè i due protagonisti per una volta lontani e in azione ciascuno per conto proprio (se non altro perché così non ci sarebbe stato Ty a rubare continuamente la scena a Zane); purtroppo però ben presto Ty raggiunge il compagno in Texas.
Ma si diceva della terribile famiglia di Zane, da cui questi era dovuto fuggire: poi però si scopre che col padre ha un buon rapporto, con la sorella va d’amore e d’accordo (e sia l’uno sia l’altra accolgono serenamente la notizia che Zane e Ty sono amanti; poco prima nel romanzo pure la famiglia di Ty aveva reagito con altrettanta tranquillità), il cognato è una brava persona, la nipotina è adorabile (ma “adorabile” come i carinissimi e fintissimi e odiosissimi bambini di libri/film/pubblicità), i cugini sono dei simpaticoni e, sì, va beh, la madre è un po’ autoritaria e lui non la sopporta.

Tutto qui? Intendiamoci, fa bene l’autrice a evitare il melodramma più spudorato e stereotipato, gli eccessi di patetismo, le scenate tipo “fuori da questa casa!” (e in più di un caso nel corso della serie si è visto che c’è un certo gusto nel tentare di rovesciare le aspettative del lettore), ma si può dire che, se in tutta la prima metà del romanzo non si vede neanche l’ombra di un conflitto, o quasi, la lettura diventa un po’… noiosetta?

Almeno falla breve col tema “quanto sono felici insieme Ty e Zane”, visto che, ormai, l’abbiamo capito (e da un pezzo). Invece per un bel po’ possiamo leggere e rileggere le riflessioni di Zane, che sono più o meno queste: “Quanto è bello Ty. Quanto è simpatico Ty. Quanto è intelligente Ty. Quanto è dolce Ty. Quanto è sexy Ty. Quanto è forte Ty. Quanto è bravo coi bambini Ty. Quanto è bravo cogli animali Ty. Quanto è spiritoso Ty. Quanto è socievole Ty. Quanto è affascinante Ty. Quanto è bravo a letto Ty. Quanto canta bene Ty. Quanto balla bene Ty” (Ogni tanto adottiamo anche il punto di vista di Ty, e allora è lui a cantare le lodi di Zane, ma meno frequentemente e con meno enfasi. Si vede chiaramente chi è “il cocco” dell’autrice.)

Va bene che guardiamo Ty con gli occhi di Zane e che quest’ultimo (vi era forse sfuggito?) è innamorato pazzo, ma, a parte che così Zane sembra la ragazzina di Twilight in perenne adorazione del fidanzato vampiro e non un adulto grande e grosso più che quarantenne e assai navigato, il personaggio di Ty sta diventando ridicolo con questo suo sfiorare in ogni cosa la perfezione. Perfino quando l’autrice tenta di dargli qualche tratto negativo, o comunque inquietante, la cosa finisce per risolversi in una luce a lui favorevole: anni prima, forse (ma forse no, eh), quando era ancora nei Marines, in Afghanistan, ha ucciso un compagno? Eh, ma quello era impazzito e aveva cercato di stuprare una ragazza del luogo… In fondo non si può dire che avesse tutti i torti! Mi ricorda un po’ l’analisi del personaggio di Christian Grey del bestseller Cinquanta sfumature di grigio letta qui.

Mentre si cerca anche di capire che sta succedendo nel ranch della famiglia, che a quanto pare viene attraversato illegalmente da trafficanti di animali esotici, con tigri del Bengali che scorrazzano in libertà nelle lande texane, Ty viene presentato al parentado di Zane, i due si scambiano sguardi languidi, si lanciano in continuazione battute e ammiccamenti vari, si stuzzicano, per la gioia del lettore che a un certo punto non ne può più, mentre tutti attorno a loro pensano “Che bella coppia!” (o sono a loro volta stregati dal fascino di Ty, che “quanto è bravo, quanto è simpatico, quanto ha un effetto positivo su Zane”, eccetera). Insomma, la premessa potenzialmente interessantissima di indagare finalmente nei fantasmi del passato di Zane si affloscia quasi subito senza rimedio.

E così, ridendo e scherzando, siamo arrivati quasi a due terzi del romanzo. Due terzi. “Succederà mai qualcosa?”, ci si chiede. Qualcosa di non stupido, tipo Ty che lotta a mani nude con la tigre, magari. Alla fine la prima che si prende l’incombenza di dare un po’ una scossa agli eventi prima che il lettore scivoli nel torpore è la madre di Zane. Madre di Zane che nel libro si fa chiamare “Beverly”, ma tutti ci accorgiamo subito di quale sia la sua vera identità:

Sì, è evidente che in realtà è Crudelia de Mon: così cattiva, ma così cattiva, che più cattiva non si può, e più o meno con la stessa profondità psicologica di un cartoon. Parla col figlio ultraquarantenne come se questi avesse quindici anni. Chiaramente non le interessa nulla della felicità e della ritrovata gioia di vivere di lui. Governa la famiglia col “terrore”. Ancora dice cose come “Zane, tu sei l’ultimo maschio dei Garrett”: ma che è, la dinastia reale del Texas?? Naturalmente, chi è l’unico in grado di tenerle testa? Ty. Almeno, comunque, Beverly/Crudelia contribuisce a disperdere la soporifera atmosfera da Mulino Bianco prima del pandemonio finale.

Succedono infatti un po’ di cose, per la maggior parte stupide, come si temeva: sparatorie forsennate nel pieno della festa del 4 luglio, tigri coccolose che vengono in soccorso del nostro eroe in pericolo, eccetera. Come negli altri libri, alla fine succede qualcosa che semplicemente ci fa vedere chi sono i colpevoli, piuttosto che farcelo scoprire mettendo insieme i pezzi. E di nuovo, posatasi la polvere dopo la grande scena d’azione conclusiva, l’autrice liquida la fastidiosa incombenza di darci qualche spiegazione con una scrollata di spalle: tanto è tutto finito, i cattivi sono stati sconfitti, che ci importa ormai?

Bruttissimo modo di concludere la serie (a dire il vero non so se sia effettivamente conclusa o se continui: può darsi che questa sia la fine, visto che la situazione raggiunta dalla coppia è stabile e serena: l’unico dubbio che rimane è quando Zane chiederà a Ty di sposarlo. Ad ogni modo per ora questo è l’ultimo romanzo). Nel complesso, si poteva sicuramente dare di più, senza essere eroi (cit.). A deludere maggiormente, lo si sarà capito, sono state le pretese da thriller “veri” che questi libri avevano: situazioni comicamente esagerate e mai chiare nelle loro dinamiche, antagonisti risibili e dalle motivazioni misteriose, i nostri sempre soli contro tutti e sempre vincenti, ecc. Dal punto di vista della storia romantica, invece, Cut & Run aveva il vantaggio di essere il primo libro della serie e di poter sfruttare quindi la tensione erotica ancora irrisolta fra i protagonisti (chissà, se non fosse stata consumata subito, come sarebbe potuta andare), e anche Sticks & Stones non era male. Via via che la storia si consolida, però, purtroppo la tensione narrativa diminuisce, nonostante si cerchi di prospettare sempre nuove complicazioni più o meno convincenti. Fish & Chips, alla fine, tutto sommato era godibile proprio perché volutamente sopra le righe e scioccherello, mentre, alla luce del “disastro” dell’ultimo libro, Divide & Conquer va almeno parzialmente rivalutato. Armed & Dangerous, invece, dava esattamente tutto quel che prometteva: divertimento, sentimento, e un po’ d’azione, più che vera e propria suspence (non scomoderei questa parola per questa serie); decisamente il migliore dei sei, accanto al primo episodio. Di Stars & Stripes ho detto sopra. Quanto all’erotismo, le scene di sesso avevano una certa varietà (una di queste è appunto fra le poche cose che si salvano di questo ultimo romanzo), anche se è difficile, alla lunga, sentirsi tanto coinvolti emotivamente se ci vengono sempre descritte come perfette e appaganti in modo quasi sovrannaturale, e i due protagonisti abilissimi e senza un difetto tanto da sembrare irreali.

Abigail Roux, Stars & Stripes, voto = 1,5/5
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La Foglia Grigia

Diciamo la verità, ho acquistato questo romanzo solo perché era ambientato a Perugia nel 1877, perché altrimenti dalla trama si poteva capire che era il solito giallo storico: l’ispettore X indaga sull’uccisione di due donne, orrendamente torturate, sembra una cosa di poco conto e invece si scopre il complotto del secolo, le vittime aumentano ecc. ecc. ecc. Bla bla bla.

A un quarto del libro, mi chiedevo chi me lo facesse fare, di andare avanti: non avevo voglia di prenderlo in mano, mentre lo leggevo pensavo ad altro e smettevo dopo poche pagine. A un giallo, però, chiedi come minimo che ti faccia interessare alla storia, anche se non è scritto a regola d’arte. A conti fatti, il libro ha avuto l’unico merito di avermi fatto fare un passo avanti nelle sfide “Esimio sconosciuto” (leggi 10 libri di autori che non avevi mai sentito nominare) e “Viaggio in Italia” (leggi 20 libri, uno per ciascuna regione italiana) di Goodreads. Talmente scarso, infatti, è stato l’interesse che fin dall’inizio mi ha suscitato, che sono venuta meno a una delle mie regole (“non si leggono più libri contemporaneamente”) e, mentre lottavo per scollinare oltre la metà di La Foglia Grigia, ho iniziato e finito altri due romanzi ben più scorrevoli.

Ovviamente l’investigatore è un tipo ispido, un cane sciolto che non va tanto d’accordo coi superiori e con le lungaggini procedurali. Ovviamente le sue simpatie vanno tutte verso la povera gente. Ovviamente il suo passato è travagliato, avventuroso, con una grande e mai dimenticata storia d’amore alle spalle. Ovviamente il suo intuito lo porta a dubitare dei risultati ufficiali dell’inchiesta. Ovviamente le indagini lo portano a “fare squadra” con un compagno che non potrebbe essere più diverso da lui, e con cui sulle prime sembra improbabile che riesca a lavorare. Ovviamente c’è l’illustre personaggio storico tirato dentro a casaccio (e, come si ammette candidamente nei Ringraziamenti finali, non si fa nemmeno uno straccio di tentativo per salvaguardare la verosimiglianza della vicenda). Ovviamente c’è una serie di delitti agghiaccianti. Ovviamente sulle prime la cosa viene sottovalutata nonché sbrigata in modo “stranamente” rapido e svogliato dai superiori del protagonista. Ovviamente sotto c’è una trama loschissima, una setta di depravati che coinvolge personaggi potenti e altolocati (ma di cui l’autore non riesce mai veramente a trasmetterci la presunta pericolosità per lo Stato unitario, di cui pure vorrebbe proprio farci convinti, e a spiegarci perché la cosa diventi a un certo punto materia per i servizi segreti: qualcuno mi spiega il senso del discorso di Cavour alle pp. 275-283?). Ovviamente le morti si moltiplicano. Ovviamente alla fine il colpevole è proprio quello che non ti aspetti (che poi questa cosa che l’investigatore arrivi all’ultimo a capire la chiave di tutto perché si ricorda, tanto convenientemente, di una frasetta apparentemente insignificante pronunciata, mesi e mesi prima, dal colpevole, dopo tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, per me è proprio l’esempio classico di come non concludere un giallo). Non aiuta neanche ad appassionarsi alla vicenda venire a sapere grosso modo chi siano i “cattivi” prima della metà del romanzo. Poiché l’autore, Alessandro Cannevale, di mestiere fa il sostituto procuratore della Repubblica, forse le parti più interessanti erano quelle in cui emergevano i contrasti fra le procedure e le competenze delle forze di polizia e quelle dell’Arma dei carabinieri, o il contorno di “normale amministrazione” di cui, accanto al caso al centro del romanzo, il protagonista deve comunque occuparsi. Ma questo se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo.

Se non bastasse la fatica per districarsi fra i punti di vista che cambiano continuamente fra una decina di personaggi diversi, e i numerosissimi salti avanti e indietro nel tempo, che non fanno altro che confondere ancora di più le idee e mettere a dura prova la pazienza di chi legge, ci pensa infine la scrittura, che quando meno te l’aspetti si mette a inseguire le vette del lirismo più sfrenato, a rendere la lettura stentata (da Oscar la citazione a p. 110: “Ad ogni respiro, dal cuore triste delle mucche esce una canzone”. Uno rischia di andare avanti velocemente e non notare queste cose, invece stavolta mi sono fermata, ho riletto, c’ho riflettuto e: “Eeeeh???”). Siccome la trama è ingarbugliatissima (e, ripeto, il caos della cronologia esaspererebbe anche i più ben disposti), l’autore si rende conto che il lettore non ce la farà mai a seguirne tutti i fili da solo, e ogni tot pagine è costretto a inserire lunghi, piattissimi brani che non sono altro che infodump mascherato da riflessioni di un personaggio, o dialoghi “istruttivi”, o tentativi di ricapitolare tutta la materia e le vicende salienti nel corso degli anni.

Insomma, a parte la curiosità e il divertimento iniziale di leggere nomi di località noti e dialoghi in perugino (tra l’altro parlato da un unico personaggio, perché gli altri sono “immuni” e si esprimono in un italiano perfetto?), solo tanta, tantissima fatica per andare avanti anche solo di poche pagine… e una frase, questa sì, brillante: “– In ogni caso, eccellenza, avresti dovuto incaricare l’Arma –. Sforza trova delizioso chiamare eccellenza il prefetto e nel contempo dargli del tu: è come dare dell’eccellenza a se stesso” (p. 164). Un po’ pochino.

Alessandro Cannevale, La Foglia Grigia, voto = 1,5/5
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La svastica sul sole

Tralascio di commentare la scelta della casa editrice Fanucci di inserire in copertina la “pecetta” col titolo della collana proprio sopra il nome dell’autore. A questo punto, forse, non ha più tanta importanza.

Non ho capito quasi niente del romanzo, poco della prefazione (da leggersi dopo, essendo, al solito, piena di anticipazioni) e poco della postfazione. E dire che aspettavo da anni di averlo.

Philip K. Dick, La svastica sul sole (trad. Maurizio Nati), voto = 1,5/5
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La monaca

Ogni tanto “mi fisso” su determinati libri senza un vero perché, ne sento parlare, ci penso, ci ripenso, me li immagino, li devo leggere prima di qualunque altro. La dovrei smettere perché il più delle volte poi tanta attesa genera inevitabilmente delusione. Anche questo, La monaca, di Simonetta Agnello Hornby, chissà come mai mi ha attirato tanto. L’avrò visto, non più di tre settimane fa (è uscito a fine ottobre), su aNobii, o su IBS, non so, e me lo son letto in questi tre giorni a La Spezia.

Storia (inventata) di una monacazione forzata nel Regno delle Due Sicilie della prima metà del XIX secolo: la giovane Agata Padellani è innamorata, ricambiata, di Giacomo Lepre, ma il matrimonio viene osteggiato dalle famiglie, che invece costringono la ragazza a monacarsi. Lungo il tragitto per mare da Messina a Napoli, Agata, disperata, si confida con il capitano James Garson, appena conosciuto, con cui col tempo stringe un’amicizia alimentata dai comuni gusti letterari: lui le invia molti libri al convento, la ragazza studia, mantiene una sua indipendenza di pensiero anche all’interno della rigida clausura, si interessa anche dei nuovi ideali di uguaglianza e democrazia propugnati dal cognato carbonaro. La vita al convento è dura e Agata deve fare molti sforzi per adattarvisi, mentre pian piano il ricordo di Giacomo si affievolisce e sempre più cresce l’attrazione per James.

Così era presentato il libro: poteva essere interessante, pensavo, la descrizione della vita in convento, così come poteva dimostrarsi un tema delicato ed emozionante il nascere di questa tenera amicizia fra i due corrispondenti, Agata e James, forse un amore, chissà quanto corrisposto da lui, destinato però a rimanere per sempre inespresso. Ecco quel che mi immaginavo.

La prima parte, precedente all’ingresso nel convento, non ha riservato grandi sorprese: tanti personaggi, caratterizzati più o meno bene, descrizioni di riti, cerimonie, feste, balli, insomma un po’ tutto l’ambaradan del romanzo storico, compresi i bignamini di storia del Sud Italia durante la Restaurazione inseriti qua e là (se non altro, l’autrice non cade nel maldestro espediente di mettere in bocca ai personaggi discorsetti che, del tutto incongruamente, ci forniscono le informazioni sul contesto storico: rinuncia in partenza a inserire queste notizie “naturalmente” nella storia, le espone direttamente, in tal senso collocandosi in una prospettiva totalmente esterna alla vicenda. Non sono un critico letterario: spero si sia capito cosa intendo), la “solita” fissa nell’indugiare sui cibi, gli odori, i profumi, che fa tanto Sud, Sicilia, sensualità (mah!), insomma, manierismi stucchevoli, ma che ci potevano anche stare: ripeto, non mi aspettavo diversamente.

Dopo l’ingresso in convento, il racconto prende tutto un altro ritmo: prima lento, senza fretta, ora si va di gran carriera, si salta in una volta da Natale alla Pasqua dopo, il che disorienta assai. Non so, forse l’autrice intende dire che la vita della clausura è talmente “senza storia” che può essere scorsa anche molto velocemente. Fatto sta che così il carattere della protagonista, già odiosetta di suo, pare oltremodo incostante e sconclusionato: prima non vuole assolutamente farsi monaca, poi sì, poi mezza pagina dopo no, poi due pagine dopo leggiamo quanto si trova bene là dentro, poi ancora quanto invece non sentisse alcuna vocazione e non vedesse l’ora di uscire. Certo, probabilmente è intenzionale tutto ciò, vuol significare le incertezze, i dubbi, i continui ripensamenti della povera ragazza, incapace di capire, tra mille condizionamenti, la sua volontà: sarà, ma è reso talmente male che irrita assai, oltre a essere incredibilmente ripetitivo.

Il peggio però è che il libro si trasforma in una sceneggiatura del cartone Lovely Sara: non è molto chiaro perché (l’ho detto, una volta è una cosa, quattro righe dopo è il contrario! Prima le vogliono tutti bene, poi la vogliono ammazzare), ma Agata finisce per essere odiata un po’ da tutte nel convento, che quindi gliene fanno passare di ogni, in un crescendo di patetismo. Viriamo poi sul romanzetto d’appendice, con tanto di amori lesbo, aborti, tentati avvelenamenti, suicidi. A un certo punto sembra che la protagonista se la vogliano fare tutti (perché, dimenticavo, lei è bellissima), il prete, il cardinale (ma boh, io ho interpretato così, questo personaggio sembra essere fissato con lei per qualche motivo suo, non si capisce…), il confessore, da ultimo pure questo famoso James, e finalmente questo filone del racconto (l’amore tra i due) diventa il principale, se non l’unico. A un certo punto ho iniziato a leggere saltando anche qualche parola qua e là per arrivare più in fretta alla conclusione, tanto era sempre uguale: la mandano qua, là, a Napoli, a Palermo, a Monreale, va da questo, va da quello, mentre James la cerca in lungo e in largo, e lei non fa che desiderare che lui arrivi a portarla via. Nel frattempo è arrivato il 1848 e scoppia la rivoluzione. Così per infiniti capitoletti, due palle assurde.

Alla fine, all’ultimissimissima pagina, si mette insieme col suo James (eh sì, vi ho svelato il finale), ma poi, in fondo, chissenefrega di loro due: l’ultima cosa che il libro mi ha invogliato a fare è stato prendermi a cuore la loro storia.

Stronzata (quasi) totale (si salva un po’ la prima parte), cancelliamola subito dalla mente; autrice cassata per sempre dalla mia personale lista.

Simonetta Agnello Hornby, La monaca, voto = 1,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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La notte eterna del coniglio

Che dire, spero vivamente che il film sia meglio. Il libro fa quasi schifo, gli ho dato 2 “stellette” su 5, ma in realtà vorrei assegnargli una via di mezzo tra 1,5, che è poco, e 2, che è troppo. [AGGIORNAMENTO 17/2/2015: basta, ho deciso per 1,5]
Le prime 100 pagine o giù di lì sono pessime: a pagina 20 circa l’autore aveva già spiattellato tutto sul carattere dei protagonisti, la natura delle loro relazioni interpersonali, il loro passato, senza lasciare assolutamente al lettore il gusto di scoprire da solo alcunché: questa fretta indiavolata non vuol dire nient’altro che trovare un modo un po’ più sottile e sofisticato per veicolare le stesse informazioni, magari prendendosi un po’ più di tempo, attraverso i dialoghi, i gesti e cose così, andava al di là delle sue capacità limitate; i protagonisti sopravvivono fortunosamente all’olocausto nucleare e dopo 3-4 pagine sembrano già essersi perfettamente abituati all’estinzione dell’intera razza umana e alla vita nei rifugi, tanto che neanche ci pensano più. Tanto l’unica cosa che preme all’autore è arrivare il più in fretta possibile al mistero del coniglio. Tralasciamo anche l’impressione di un’ambientazione falsa e costruita sugli stereotipi, si vede che è un’America “da telefilm”, come se la immagina un italiano, non autentica, il fastidioso uso dell’io narrante che già ti fa capire chiaramente chi sopravviverà al massacro finale (e fra l’altro la protagonista è di un’antipatia unica). Sorvoliamo sul fatto che l’uso corretto della punteggiatura non è decisamente il punto forte di Gardumi, e che i frequentissimi a capo, spesso non realmente utili, rendono la lettura spezzettata, forse vorrebbero creare la tensione ma sono in realtà irritantissimi. Non stiamo a sottilizzare sulla povertà della scrittura, che è veramente a livello di sceneggiatura più che di letteratura (questo è uno di quei libri che dà l’impressione di essere stato “pensato” fin dall’origine come un film, a inquadrature), con periodi pieni di aria fritta buoni solo ad allungare il brodo di qualche riga, una quantità di chiacchiere solo per dire lo stesso concetto in tanti modi diversi, e comunque sempre banalmente o cercando in tutti i modi la frase “a effetto”, con quest’uso del corsivo e delle maiuscole che se lo può permettere giusto Stephen King, e anche lui deve stare attento a non esagerare, perché in chiunque altro suona come un espediente copiaticcio e fiacco. A prescindere da tutto questo, la vicenda in sé qualche briciolo di curiosità lo suscita pure, se non altro per vedere come si risolverà: peccato che arrivati al dunque si abbia la netta impressione che l’autore si sia messo a studiare a tavolino quale potesse essere la soluzione la più sconvolgente, la più inaspettata, che sicuramente ci avrebbe colto tutti di sorpresa, un po’ come nei gialli di Agatha Christie in cui il colpevole era sempre quello che meno ti aspettavi. E gliela possiamo anche passare, alla fine l’importante è essere arrivati in fondo a questo strazio. E invece no, perché ci sono ancora pagine e pagine di una noia e un’inutilità incredibili in cui l’autore sembra essere stato posseduto da un’ansia insopprimibile di spiegarci tutto, ogni minimo dettaglio, quando a noi non ce ne frega più nulla: quando si dice l’anticlimax. Tutto quello che ho scritto viene riassunto in una splendida e lapidaria recensione di un lettore che trovate sul sito ibs.it: “Leggendo una pagina ogni dieci la tortura non dura molto, ma la speranza di un finale che giustifichi il tormento autoinflitto è purtroppo infondata. Lungo, noioso, assurdo, banale”.

Giacomo Gardumi, La notte eterna del coniglio, voto = 1,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Nero perugino

Mi sembra appropriato, in questi giorni in cui si svolge il processo ai ragazzi accusati dell’omicidio di Meredith Kerchner, recensire il libro Nero perugino, quattro racconti noir commissionati dal Comune di Perugia a famosi autori, Massimo Carlotto, Michael Gregorio, Giampiero Rigosi, Grazia Verasani, e ambientati nella nostra città. Il libretto (meno di 100 pagine) viene distribuito gratuitamente nelle biblioteche comunali di Perugia (qualche giorno prima di Natale ne è stata fatta la presentazione, presenti gli autori, al Teatro Pavone).
Questa iniziativa ha suscitato qualche critica: visto il can can mediatico seguito all’omicidio di Meredith il primo novembre 2007, e l’immagine a tinte ridicolmente fosche che veniva data della città (ricordo un articolo delirante del Corriere della Sera secondo il quale, come hanno sintetizzato genialmente i miei fratelli, il centro di Perugia, di notte, era una specie di “Resident Evil” divenuto realtà), forse non era il caso, da parte delle autorità comunali, di cavalcare quest’onda. Pur disposta a riconoscere a queste critiche qualche fondatezza, devo dire che a me l’iniziativa era sembrata tutto sommato apprezzabile e raffinata. Che la città di Perugia abbia poca voglia di “speculare” su questo fatto di sangue lo si è visto dal contegno estremamente dignitoso dei cittadini, che non si sono riversati in massa nelle aule di tribunale come per gli show di Cogne ed Erba (“forse perché sono coinvolte persone di fuori”, ha ipotizzato intelligentemente mia madre).
Dal mio punto di vista, poi, un libro gratis in più fa sempre piacere, specialmente se comprende un racconto di Massimo Carlotto.

Non mi aspettavo dei capolavori, si trattava pur sempre di lavori su commissione. E infatti…
Ironico e divertente il racconto di Carlotto (Cortonese Station), che non mi ha deluso: un killer senza nome deve svolgere un incarico a Perugia, ma rimane fregato in circostanze imprevedibili e piuttosto comiche. Penso che Carlotto sia stato colui che ha meglio interpretato lo spirito dell’iniziativa, un divertissement d’autore.
I due autori che si celano dietro lo pseudonimo di “Michael Gregorio” mi hanno confermato che non hanno la minima capacità di concepire una storia che si regga in piedi e sia dotata di qualche senso logico o di un qualche interesse: d’altronde, basta leggere il loro pessimo romanzo d’esordio Critica della ragion criminale, uno dei libri più brutti che esistano, che definire “giallo” è un insulto per l’intero genere, per accorgersene. Qui ritirano fuori il loro insulso personaggio di Hanno Stiffeniis, il giudice prussiano dell’inizio del XIX secolo, che come al solito non combina nulla di che, e come al solito la trama non sta in piedi per quanto è stupida (Die Wanderung).
Il testo di Rigosi ha direttamente come protagonisti Meredith, Amanda e compagnia, e in più c’è un pazzo fanatico che si crede un cavaliere templare… Basterebbe questo, ma la prima parte è piuttosto disgustosa (mi sembra ancora un po’ presto per scrivere certe cose sulla povera Meredith, sinceramente), mentre nel finale si scivola direttamente nel ridicolo (La notte di Halloween).
La Verasani, più che un racconto noir, scrive un temino sulle impressioni che le ha suscitato la sua visita a Perugia, in alcuni punti di piacevole lettura (Passing in Perugia).

Nel complesso, Dio mio, meno male che era gratis. Il voto è la media dei giudizi sui quattro racconti: 3 + 1 + 1 + 1,5 = 6,5, 6,5/4 = 1,625, quindi 1,5 perché mi sento cattiva.

Nero perugino, di Autori Vari, voto = 1,5/5
Non in commercio

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