La solitudine amica

Sono qui raccolte le lettere che Farinelli spedì al protettore e amico Sicinio Pepoli, nobile bolognese appassionato di teatro (e per certi versi “impresario teatrale” a tutti gli effetti), dal 1731 fino alla morte del Pepoli, nel 1750. Interessanti e belle le lettere, da cui emerge innanzi tutto un’immagine molto simpatica e toccante del cantante Farinelli, lontanissimo dallo stereotipo di “diva” del bel canto (il volume uscì non molto tempo dopo il film Farinelli voce regina, del 1994, che pare fosse un concentrato di macroscopiche inesattezze e ridicole invenzioni e che infatti viene spesso e volentieri preso come obiettivo polemico e demolito), professionale e allo stesso tempo ben consapevole del proprio eccezionale valore, scrittore talvolta sgrammaticato ma espressivo, affettuoso e spiritoso con gli amici lontani e il caro Pepoli, ma spesso anche malinconico e tremendamente solo. Intorno a lui il mondo dei teatri e delle corti settecentesche, e la “giungla” del mondo dell’opera in particolare, con tutto il suo irresistibile fascino rococò di maestri e talenti italiani alla conquista dell’Europa intera. Le figure di Farinelli e dei castrati, poi, alla nostra mentalità moderna assumono una sfumatura quasi “fantastica”, tanto la comprensione del fenomeno ci riesce ormai impossibile, quasi una “favola” (non senza, certamente, venature tragiche e sinistre), perché sono voci e suoni che non sentiremo mai (e quanto è “magica” e “irreale” e, confesso, quasi commovente l’immagine di Farinelli che, ogni notte, per anni, con la bellezza del suo canto riesce a calmare gli attacchi di depressione di Filippo V?).

Si vede benissimo che dietro all’edizione c’è stato un gran lavoro dei curatori (molto bella l’introduzione di Francesca Boris; se proprio devo fare un appunto, avrei fatto uno sforzo in più e messo qualche immagine, giusto per far vedere la calligrafia del Nostro), peccato che il volume sia strutturato in modo “infernale” per il lettore: invece di normalissime note a piè di pagina (o in fondo), ci sono le trascrizioni delle lettere, poi c’è “Fatti e commenti” (brevi testi con il contesto e la spiegazione di quanto leggiamo, potevano benissimo essere messi come “cappelli” ai gruppi di lettere da Vienna, da Londra, da Madrid, ecc.), il “Glossario” (spiegazione di termini inusuali o desueti), il “Dizionario” (schede biografiche dei personaggi citati), tutto senza mai uno straccio di rimando nel corpo del testo, così che il lettore non ha idea se per quella parola o quel nome ci sia una nota di spiegazione o meno, ed è costretto o a saltellare qua e là fra le pagine a casaccio interrompendo la lettura continuamente, o a leggere tutti gli (utilissimi, dettagliati e interessanti, ma di fatto inconsultabili) apparati alla fine, perdendo però l’aggancio immediato con il passo cui si riferiscono.

Farinelli, La solitudine amica. Lettere al conte Sicinio Pepoli, a cura di Carlo Vitali, voto = 3/5

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