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Vita segreta di Maria Capasso

No, malgrado il titolo, che può suonare ammiccante, non è l’ennesimo esempio della schiera di romanzi porno-soft che sta dominando il mercato negli ultimi tempi. Siamo proprio in un altro genere, quello del noir: Maria Capasso è una bella quarantenne napoletana, sposata con Antonio, operaio, tre figli. Gente modesta, ma che tutto sommato, pur fra i problemi di tutti i giorni che non mancano mai, vive una vita familiare tranquilla e felice. Destinata a non durare, perché Antonio scopre di avere una malattia incurabile e muore. Maria, rimasta vedova coi figli, dimostra però di avere l’intraprendenza e la grinta necessaria per sopravvivere, e anzi prosperare, in un mondo che in caso contrario l’avrebbe stritolata. Il problema è che le opportunità, ormai, le offrono solo la camorra e il mondo dell’illegalità.

Un romanzo che insomma vorrebbe mostrare quanto sia facile, per una persona onesta, trovarsi all’improvviso a dover compiere scelte impensabili e fatali, e che vorrebbe far riflettere su quanto sia ipocrita tranciare giudizi, perché i dilemmi di Maria sarebbero anche i nostri. Nei fatti, non è che questo messaggio riesca a risuonare in modo tanto efficace.

Tutto il libro è narrato in prima persona da Maria, un’operazione che mi ha ricordato molto il racconto Niente, più niente al mondo, di Massimo Carlotto (anche lì protagonista femminile, anche lì un mondo di fatica, di ingiustizie, di gente che non ce la fa): lì però era più convincente, forse perché il testo era più breve, ma reggere per un intero romanzo riuscendo ad “annullarsi” (apparentemente) come scrittore dietro il tuo personaggio non è facile, richiede grande abilità e controllo. E invece la “voce” della protagonista Maria non è sempre credibile (per fare un esempio, i personaggi parlano sempre in perfetto italiano tranne che per qualche sporadica espressione in dialetto buttata qua e là, che quindi, invece di far aumentare la verosimiglianza dei dialoghi, ne sottolinea anzi l’artificiosità), e forse proprio per questo non mi è mai riuscito di provare quel coinvolgimento emotivo che sicuramente l’autore si proponeva di suscitare (il prologo si conclude con un lapidario “Questa storia parla anche di voi”), non mi sono mai ritrovata a “soffrire” con lei o per lei, né a “tifare” pro o contro di lei.

E quindi la storia si legge giusto per vedere “come va a finire”, e anche qui si rimane un po’ delusi perché purtroppo, nella seconda parte, non mancano sviluppi un po’ prevedibili (la tresca di Gennaro con la giovane Angela, e relativa “soluzione” al problema escogitata da Maria), nonché altri episodi buttati un po’ lì senza che ve ne fosse grande bisogno (la storia tra Maria e Gigino, l’incredibile vicenda di pedopornografia che viene archiviata e dimenticata in poche pagine).

Insomma un libro che si fa leggere ma nulla più, “fa numero” per le statistiche di fine anno, e scorre via senza infamia ma sicuramente anche senza lode.

Salvatore Piscicelli, Vita segreta di Maria Capasso, voto = 3/5

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Giulia 1300 e altri miracoli

Mamma mia, che voglia avevo, qualche mese fa, di possedere questo libro! L’avevo scoperto su Goodreads e ne avevo letto solo recensioni entusiaste, l’ho cercato in lungo e in largo (è reperibile comodamente ovunque, ma io ho fatto voto di acquistare solo usato se ve ne è la possibilità) e non ho letteralmente avuto pace finché finalmente non me lo sono accaparrato su eBay. Ed è sempre un bene, quando libri tanto desiderati poi si rivelano ottimi acquisti e ottime letture (ricordo il “tragico” caso La svastica sul sole…).

Diego è un quarantenne che fa un lavoro che non ama, è cronicamente insincero e immaturo e nei rapporti umani non ha mai investito tutto se stesso, preferendo non impegnarsi. Fausto è un quarantenne che fa un lavoro che non ama e si appiglia alle apparenze come il macchinone e il fisico palestrato per mascherare la sua insoddisfazione. Claudio è un quarantenne che fa un lavoro che non ama, si sente sempre inadeguato e insignificante e ha paura di prendere il minimo rischio, convinto che andrà sempre tutto male. Per una serie di circostanze questi tre “italiani medi” si imbarcano insieme in un’impresa che – sperano – riuscirà finalmente a dare una svolta alle loro vite: acquistare e ristrutturare un casolare in Campania e aprirvi un agriturismo. A loro si unisce un quarto socio, Sergio, che sembra, al contrario di loro, un leader nato. Naturalmente all’inizio le dinamiche fra i protagonisti sono all’insegna della diffidenza, della neanche troppo nascosta derisione e antipatia reciproca (voce narrante per quasi tutto il romanzo è Diego), mentre si moltiplicano i tragicomici contrattempi e le disavventure, che però, invece di decretare il fallimento inglorioso dell’impresa, poco a poco, inaspettatamente, li avvicinano e li aiutano, in modo diverso da quello che in origine si erano immaginati, a dare nuovo senso alle loro vite… Ma Giulia 1300 e altri miracoli non è una farsa, perché anzi la squadra finisce per scontrarsi con un problema tutt’altro che divertente, e cioè quello della camorra che esige una fetta dei profitti… che viene gestito in modo piuttosto “originale”!

… la storia, e soprattutto la premessa, mi hanno ricordato molto il recente film di Carlo Verdone Posti in piedi in Paradiso (ovviamente posteriore al libro, e ovviamente le somiglianze devono intendersi come casuali): tre sconosciuti alle prese con una vita grigia e avara di soddisfazioni che si ritrovano, quasi per caso, a condividere un progetto sulle prime strampalato e votato al fallimento che, però, finisce per coinvolgerli e cambiarli (nel film la convivenza in un appartamento preso in affitto, qui il sogno dell’agriturismo). In genere tutta l’atmosfera mi ha ricordato la comicità dolceamara di Verdone e la sua capacità di ricreare situazioni e personaggi “tipici” ma allo stesso tempo autentici, di fare riflessioni mai pesanti ma comunque profonde sulla vita. Forse dovrebbero scrivere un film insieme, Bartolomei e Verdone. Mantenendo un tono sempre leggero e godibile, Bartolomei riesce in più momenti a toccare diversi punti “sensibili”, primo fra tutti ovviamente la forza di penetrazione della camorra e i motivi che sfortunatamente la rendono, più che una scelta attraente, l’unica possibile per alcune fasce della società, ma anche, su un piano più privato, le insicurezze e la paura di cambiare e di aprirsi che in molti ci portiamo addosso. E la conclusione evita scappatoie consolatorie del genere “i nostri da soli sconfiggono la camorra”, ma lascia comunque con una carica positiva.

In realtà questo è un libro “da centellinare” con oculatezza perché sennò, complice anche il fatto che il grosso della storia è narrata in un unico gigantesco capitolo, suddiviso in paragrafetti, preso dal racconto saresti tentato di non fermarti più e finiresti il romanzo in un pomeriggio: e sarebbe un peccato. Io c’ho provato, sono andata più lenta di quanto avrei potuto, e comunque, nella mia “furia divoratrice” (devo leggere di più! di più! e quando sto leggendo un libro sto già pensando al prossimo!), non sono riuscita a far meglio di tre miseri giorni. Eppure credo che questo sia uno di quei libri che ti ritornano in mente con piacere anche a distanza di tempo, e i cui episodi salienti fa piacere rievocare con un sorriso.

La lettura è stata tanto veloce quanto la recensione lenta a scriversi: un po’ certamente per pigrizia, ma in effetti un po’ anche perché in rete se ne possono trovare di molto più belle, divertenti, originali, complete della mia, come ad esempio questa e soprattutto questa.

Fabio Bartolomei, Giulia 1300 e altri miracoli, voto = 4/5
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Niente, più niente al mondo

Beh, una serie di bizzarre circostanze ha fatto sì che ieri mi ritrovassi bloccata per circa 3 ore alla stazione Termini di Roma in attesa di un amico irreperibile, e quindi come passare il tempo se non alla libreria a leggere qualcosa?

Il racconto La lotteria di Shirley Jackson, notato per la prima volta girovagando su Goodreads, veniva descritto come un classico del terrore. E, in effetti, non delude: sebbene il lettore avvertito cominci, a un certo punto, a immaginare l’esito in cui precipiterà il resoconto di una tranquilla estrazione della tradizionale lotteria cui partecipano tutti gli abitanti di un idilliaco paesino di campagna, nelle ultime pagine mi tremavano letteralmente le mani, per l’abilità dell’autrice nel puntellare il racconto di dettagli innocui e distraenti che risultano incongrui, stonati, terrificanti nella loro impassibilità e normalità con il contesto via via più inquietante in cui sono calati. Il volumetto della Adelphi intitolato appunto La lotteria contiene anche altri racconti.

Di Massimo Carlotto, un autore da me molto apprezzato, ho letto il racconto lungo Niente, più niente al mondo. Anche qui il lettore viene trascinato in un incubo, ma la tecnica grazie alla quale vengono instillate la paura e l’inquietudine è ben diversa. Non più l’idillio bucolico che funge da cornice bizzarramente serena e placida a un evento di misteriosa e inspiegabile crudeltà, ma una lenta e “inesorabile” discesa nell’astio, nella vuota disillusione, nella stanchezza, nella frustrazione e nella rabbia lungamente repressa di una donna dei nostri giorni, che finisce per distruggere il proprio nucleo familiare. Qui, insomma, le cause sono squadernate con perfino troppa lucidità. Il racconto è un lungo monologo dell’anonima protagonista, è attraverso il suo punto di vista parziale e via via sempre più allucinato e scollegato dalla realtà che ascoltiamo l’antefatto e l’irrompere della tragedia, solo in poche pagine leggiamo il controcanto di un altro personaggio, che ancora di più ci illumina sull’incomunicabilità senza speranza e sui rancori che dominano nella famiglia. L’ossessione di questa donna sono i soldi, la loro mancanza, le fatiche, le rinunce, le privazioni, le innumerevoli fregature avute dalla vita, che hanno condannato lei e suo marito a un grigiore senza speranza e sempre uguale, avvelenato dal rimpianto e dall’invidia, con l’ansia costante di non arrivare alla fine del mese e la consapevolezza di essere destinati a osservare solo da lontano l’esistenza per loro completamente aliena di chi invece non ha tali preoccupazioni (con cui però, beffardamente e crudelmente, la protagonista entra quotidianamente in contatto nel suo mestiere di donna di servizio).

La donna desidererebbe che almeno tutti gli stremanti sacrifici di lei e suo marito servissero per assicurare un futuro migliore alla loro unica figlia, che però per lei, nella sua ristrettezza mentale (che d’altra parte è anche una condizione forzosa delle sue condizioni di vita, che non le concedono tempo e modo di pensare ad altro), coincide esclusivamente e ossessivamente col benessere materiale, con il potersi permettere quello che gli altri hanno, con i soldi. Non è in grado di entrare realmente in contatto con le aspirazioni e i sogni della ragazza (d’altra parte, anche le pagine del diario di quest’ultima sono, per certi versi, altrettanto intrise di egoismo) e, quando comprende che questi suoi progetti di rivalsa non hanno speranza di realizzarsi nemmeno attraverso di lei, basterà una scintilla per scatenare la tragedia.

Terrificante è scoprire però che tale esito non è inspiegabile, incomprensibile, imprevedibile, ovvero, lo è senz’altro, ma è anche preparato e reso possibile dall’affastellarsi di tante piccole e grandi sconfitte, di tante ingiustizie, di tante scelte inevitabili o subite, di cui spesso non ha colpa, di tante amarezze, al punto che, quasi, la donna non poteva che ritrovarsi prigioniera di quell’insoddisfazione. Spero di essere riuscita a far capire, insomma, le spietate leggi e i meccanismi che Carlotto intende mettere in luce e che hanno per così dire “pilotato” la protagonista, senza che ella avesse mai veramente una possibilità di scelta, verso il suo raptus di follia. Il nostro è un mondo che attua una vera e propria “selezione (in)naturale” e in cui la povertà, il ritrovarsi esclusi dalla cerchia chiusa e impenetrabile della “gente che sta bene”, ma anche e soprattutto la totale, desolante mancanza di prospettive, determinano una condizione pericolosissima da cui, secondo Carlotto, è un’utopia pensare di trovare un “riscatto”.

Massimo Carlotto, Niente, più niente al mondo, voto = 3,5/5
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Alla fine di un giorno noioso

Questo romanzo è il seguito di Arrivederci amore, ciao: se non avete letto il primo, ovviamente rischiate di rovinarvi la sorpresa continuando, perché vi farò riferimento; cercherò invece di limitare, o di segnalare, le anticipazioni sul più recente.

Era da 4 stellette, forse anche 4 stellette e mezzo, nella prima metà: peccato che nella seconda parte la qualità sia scesa.

Avevamo lasciato Giorgio Pellegrini, il protagonista, quando, al funerale della sua promessa sposa (morta in un “tragico incidente”…), riceveva dal suo avvocato Sante Brianese la notizia dell’ottenimento della tanto attesa riabilitazione. Sono trascorsi dieci anni e siamo nell’Italia di oggi: il locale di Pellegrini va sempre meglio, egli è sposato con Martina, Brianese è ormai onorevole (con quale schieramento non viene mai specificato, ma si intuisce benissimo da svariati accenni). Aleggia però anche su quello che era il prospero e vincente Nordest del primo romanzo lo spettro della crisi, e Pellegrini diversifica i suoi investimenti curando un fiorente giro di escort per gli amici di Brianese. Scopre però che proprio il suo vecchio mentore e protettore sta cercando di fregarlo, sottraendogli due milioni di euro con una truffa, e di tagliarlo fuori: Giorgio Pellegrini è un elemento troppo instabile, violento e potenzialmente fuori controllo in quel sistema così perfetto e oliato giocato su regole nascoste e sotterranee, contrappesi, favori, manovre sottobanco e discrete. È pericoloso perché non accetta freni, limitazioni, compromessi. Venuto a sapere ciò, Giorgio inizia a pianificare la sua vendetta.

Come detto, la prima parte del romanzo è quasi perfetta nella sua gelida amoralità: come nel precedente libro, è sempre il protagonista in prima persona a narrare, e con un effetto straniante riascoltiamo la sua versione degli eventi accaduti nel primo romanzo (ricordare i quali, tra parentesi, era sicuramente necessario di tanto in tanto, essendo Arrivederci amore, ciao uscito diversi anni fa, ma questo dava inevitabilmente luogo a passaggi abbastanza pesanti e meccanici… o forse li ho trovati io tali semplicemente perché lo avevo ancora fresco nella memoria), le dinamiche agghiaccianti e malate del suo rapporto con la moglie, che, come sempre ha fatto con le donne della sua vita, Giorgio tende a schiacciare e dominare con sadismo (e stavolta la cosa è molto più terrificante perché la violenza non è fisica ma sottilmente psicologica, in un meccanismo di dipendenza e annullamento della volontà di lei che però, appunto, noi apprendiamo tutto dal punto di vista relativo di lui), e con la nuova amante (su cui egli può liberamente, e con il consenso della donna, sfogare le pulsioni brutali dalle quali cerca di proteggere Martina), e i particolari dei suoi lucrosi affari. In ogni cosa che fa, dunque, Giorgio procede calpestando tutto e tutti con brutalità e indifferenza, ubbidendo unicamente alla legge del più forte e all’imperativo di conservare a qualsiasi costo lo status sociale, la reputazione, la fortuna economica e il posto in quella società “bene” che si è “guadagnati”, nel terrore di vederseli portare via.
Tutto, insomma, praticamente perfetto, reso benissimo, sinistramente e perversamente coinvolgente.

Da qui in poi, RISCHIO SPOILER…

Contro chi, come detto, dopo averlo protetto ora cerca di scaricarlo, Giorgio Pellegrini è convinto di avere un’arma in più: proprio il suo essere consapevolmente “scheggia impazzita” e non riconducibile a nessun comportamento noto, il suo uso “creativo”, “anarchico”, della violenza, la sua capacità di scatenare caos e confusione. Con una serie di mosse azzardate, subdole o apertamente brutali, infatti, riuscirà a reagire, a ribaltare la situazione e a riprendersi con forza la sua posizione.

Eppure, è proprio questa seconda parte a essere la più debole del romanzo, secondo me; infatti, a mio parere, l’assunto opposto, che a un certo punto sembrava prevalere, di uno stato di corruzione forse meno imprevedibile e “fantasioso” di quello teorizzato dal protagonista, grigio, metodico, banalmente violento, ma talmente diffuso, sistematico, pervasivo, cronico, inattaccabile, riconosciuto, “rispettato”, dato per scontato, accettato da tutti, da essere capace di assorbire e neutralizzare elementi incompatibili come Giorgio Pellegrini per continuare a perpetuarsi, era anche più interessante: il protagonista sconfitto proprio dallo stato di cose che aveva contribuito a costruire e su cui fino a quel momento si era appoggiato, e che ora lo rigettava. Assistere invece, ancora una volta, alla marcia apparentemente inarrestabile e trionfale di Giorgio Pellegrini non aggiunge molto al messaggio del primo romanzo.
Oltre a questo, alcuni aspetti minori del libro mi sono apparsi poco convincenti: la tendenza ad affastellare episodi di violenza sempre più estrema fino alla saturazione, l’eccessivo spazio concesso a un filone della narrazione rivelatosi deludente, e cioè il rapporto schiava/padrone con l’amante Gemma, l’episodio, alquanto raffazzonato e stonato, per i suoi intenti quasi comici, con la moglie di Brianese, e infine l’introduzione in scena, verso la conclusione del romanzo, del solito Grande Vecchio Senza Nome che regge le fila di tutto e che è garante del mantenimento dello status quo, mal preparata perché arriva all’improvviso nelle ultime pagine come un vero e proprio “deus ex machina”.

Detto ciò, la forza e l’efficacia della scrittura di Carlotto rimangono quelle di sempre: se non ci fossero stati questi scivoloni nella trama, Alla fine di un giorno noioso si sarebbe collocato anche al di sopra di Arrivederci amore, ciao, così com’è invece li posiziono più o meno allo stesso livello, con la prima puntata che spicca per la costruzione della storia (più lineare e coinvolgente) e il seguito per lo stile ancora più glaciale e cupamente distaccato.

Massimo Carlotto, Alla fine di un giorno noioso, voto = 3,5/5
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Arrivederci amore, ciao

Già prima di leggere questo romanzo sapevo purtroppo qualcosa sulla trama, oltre alle informazioni basiche reperibili nella quarta di copertina, e cioè che il protagonista non muore: il nuovo libro di Carlotto, Alla fine di un giorno noioso (2011), è infatti il seguito di questo. In effetti, anche senza averne la certezza, lo si poteva intuire fin dalle prime righe visto che il protagonista di Arrivederci amore, ciao (scoprirete leggendo in che modo crudelissimo viene citato il verso della famosa canzone), Giorgio Pellegrini, è anche la voce narrante del romanzo (difficile, anche se non impossibile, che si possa leggere qualcosa come “adesso mi sparano e muoio”… :-)). Proprio l’uscita di Alla fine di un giorno noioso ha reso più urgente la lettura del suo predecessore: devo decidere se vale la pena acquistare la seconda puntata entro la fine di agosto.

“Storia di una canaglia”, è il sottotitolo del libro, storia di Giorgio Pellegrini, ex terrorista rosso, ex latitante, ex detenuto, informatore della polizia, rapinatore, assassino e, infine, proprietario di un ristorante alla moda e promesso sposo nel Nordest del successo e dei soldi. Carlotto, al solito, non esita, con crudezza e realismo, a mostrare i suoi personaggi come capaci di ogni nefandezza, ma ritorna qui un suo tema di fondo: più inquietante, insinuante, pericolosa, diabolica e immorale non è, secondo lui, la criminalità che rapina e spara, ma quella degli affari, che non si sporca le mani in prima persona, che si presenta con la patina della rispettabilità e del benessere, e che in realtà è costruita sulla corruzione sistematica e su estese connivenze dei poteri forti. È questo mondo sicuro di sé e della sua posizione che Giorgio ammira e in cui aspira disperatamente, e alla fine con successo, ad essere ammesso (e che presumibilmente sarà il teatro del secondo libro), per lasciarsi alle spalle una militanza politica di tutt’altro indirizzo e di cui ora riconosce l’assoluta inconsistenza e futilità, e gli anni di disadattamento e abbandono dopo il carcere (sono alcune fra le pagine più belle del romanzo: la difficoltà, se non anzi l’impossibilità, per un ex detenuto di reinserirsi, di riconquistare, dopo il passo in fondo più facile, l’uscita dal carcere, una rete di rapporti, il diritto a e i mezzi per ricostruirsi una vita, e, di conseguenza, l’inevitabilità del ritorno alla delinquenza). Le molle che lo spingono sono le guide della sua esistenza: l’ossessione per i soldi, la volontà di sopraffazione sul prossimo (che caratterizza anche i rapporti con le sue numerose donne, o meglio delle sventurate le cui vite hanno la sfortuna di incrociare la sua) e il desiderio spasmodico di rifarsi una verginità di fronte alla giustizia, di tornare apparentemente (ché l’apparenza è l’unica cosa che conta) immacolato, di non dover più guardarsi continuamente alle spalle in attesa che fantasmi e vecchie conoscenze del suo passato tornino a tormentarlo (è la famosa “riabilitazione”, che gli verrà concessa trascorsi cinque anni dall’esaurimento della pena se darà prova di aver intrapreso una vita onesta, e che è il suo obiettivo principale che non può permettersi di fallire). Nella sua ascesa Giorgio conosce solo una regola, schiacciare o essere schiacciati, e, se nella prima parte del libro deve ancora fare inevitabilmente i conti con una certa debolezza (il personaggio del poliziotto corrotto, Ferruccio Anedda, è ancora di un’altra categoria, quanto a pelo sullo stomaco, rispetto a lui), nella seconda parte la applica con fredda, spietata ferocia.

Insomma, tutti gli ingredienti che si cercano in un noir di Carlotto ci sono, cucinati con la solita maestria (questo poi è uno dei suoi titoli più famosi, a parte la serie dell’Alligatore): rispetto ad altri suoi lavori, e specialmente a Mi fido di te (scritto in coppia con Francesco Abate), che per certi versi gli si può accostare (anche lì la storia di una “canaglia”, un piccolo delinquente fa il grande salto nel mondo dei soldi “onesti”, curiosamente sempre nel settore della ristorazione, senza riuscire a scrollarsi totalmente di dosso il passato e rischiando di compromettere tutto con un tragico errore), manca totalmente la componente dell’ironia. Gigi Vianello, protagonista di Mi fido di te, era privo di scrupoli e amorale quanto Giorgio Pellegrini, ma vi era, nelle sue avventure, una vena grottesca e assurda che strappava qualche sogghigno, e nel finale una sorta di “castigo divino” che riusciva a rendere la sua figura quasi patetica e persino “simpatica”. Qui, invece, l’atmosfera è solo nera, nerissima, non vi è modo di sollevare un attimo la testa dalla voragine di fango e sporcizia che sono l’animo e la vita di Giorgio, e il finale è quanto di più brutalmente avvilente, frustrante e ingiusto che vi sia per il lettore.

So che dal romanzo hanno tratto un film, e mi stupisce sia stata scelta questa storia priva di riscatto, così lontana dai cliché cinematografici; ancora di più mi stupisce la scelta dell’attore per la parte del protagonista, Alessio Boni, che conosco poco ma che so interprete di fiction e sceneggiati televisivi (Incantesimo, forse?): il film non l’ho visto, tuttavia mi congratulo con lui per aver accettato un copione così duro, senza preoccuparsi di “sporcare” la sua immagine di idolo delle ragazzine.

Massimo Carlotto, Arrivederci amore, ciao, voto = 3,5/5
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La sposa gentile

E dopo maggio, giugno, dedicato alla narrativa italiana.

Del romanzo La sposa gentile ho appreso grazie a una minirecensione comparsa sul Corriere della Sera. Il titolo è volutamente ambiguo: “gentile” come qualità umana, ma anche come sinonimo di “non ebrea”. Protagonisti di questo grazioso e delicato libretto, ambientato nei primissimi anni del Novecento, sono infatti Amos Segre, giovane e determinato banchiere piemontese dal promettente avvenire, nato in una famiglia ebrea benestante, e Teresa, bellissima contadina cristiana, un po’ “rustica”, di famiglia umile, ma con la quale per Amos è amore a prima vista. Naturalmente il fatto che il loro parente scelga come compagna una donna non ebrea è inaccettabile per la numerosa famiglia di lui, che si ritrova totalmente e dolorosamente escluso dalla comunità di appartenenza. Ma l’amore della sua donna è talmente grande che, “per farlo contento”, ella non ha alcuna esitazione a rinnegare la sua religione e a farsi ebrea: si tratterà però di una verniciata superficiale, un imparare a memoria pratiche e preghiere, perché “che Teresa non avesse più bisogno della sua religione era proprio vero. Gesù Cristo in persona e i suoi Santi preferiti erano scesi in terra riassunti in un’unica figura di grande saggezza e bellezza, un uomo che riusciva sempre a vincere e che per un miracolo aveva scelto proprio lei come compagna. Per quest’uomo avrebbe fatto qualsiasi cosa. Adesso era lui la sua religione”. E tanto è vero che quando, dopo anni di matrimonio felice benedetto da quattro figli, Amos muore, proprio alla vigilia della promulgazione delle leggi razziali, Teresa quasi “automaticamente” si considererà sciolta da qualsiasi obbligo verso l’ebraismo: “Si avvicinava la Pasqua ebraica … Il Séder di famiglia si sarebbe fatto lo stesso [si chiede Nerina, la figlia maggiore di Amos e Teresa]? … Teresa la guardò quasi sbalordita, come se pensasse che sua figlia fosse uscita di senno. ‘Il Séder! Ma papà non c’è più!'”. E subito, nella sua camera da letto, ricompare una statuetta della Madonna, prima “bandita”.

Mi è sembrato questo il fascino di questo romanzo: i personaggi sono carichi di ambivalenze. Teresa è adorabile nella sua vitalità “contadina” che finisce per conquistare la famiglia Segre, commovente nel suo slancio amoroso senza compromessi, ma ho apprezzato che l’autrice sia stata ben lungi dal raffigurarla come un’eroina romantica che lotta per avere il suo uomo: è una donna umile, poco istruita, e la sua volontà di uniformarsi totalmente alle aspettative del marito e di non considerare minimamente le proprie aspirazioni personali è quanto di più antifemminista ci sia, e lascia interdetti. Amos, poi, è a lungo incerto su come reagire alla volontà di conversione della moglie: deve sentirsi lusingato, o è infastidito perché ella sta cercando di penetrare a forza in un “territorio” non suo e che non la deve riguardare? La matrigna di Amos, Michela, è davvero acida e maligna, o si comporta così perché i figliastri non l’hanno mai accettata e si è trovata a vivere questa situazione di estranea in una famiglia che non la vuole così come ora succede a Teresa? E via così, ogni personaggio ha lati positivi e negativi, e l’autrice non risparmia di riportare i loro pensieri anche più meschini, egoisti, contraddittori.

La fine è amarissima, e il contrasto con quanto precede non potrebbe essere più stridente: il duro lavoro di Amos, che con il suo fiuto per gli affari e la sua forte personalità ha portato la famiglia a godere di una discreta prosperità, viene spazzato via in un attimo. Le ultime pagine del libro, con rapidissimi accenni, raccontano la tragedia che, crudele, rovina i suoi piani: è il 1938, i suoi figli sono costretti a lasciare il lavoro e l’Italia, la sua fortuna si sgretola. Sembra che l’autrice abbia voluto lasciarci il monito che non importa quanta determinazione si metta nel realizzare i propri piani, la fragilità delle nostre costruzioni è sempre grandissima.

Un solo difetto in questo libro: è troppo breve! Chissà, un autore anglosassone avrebbe fatto di questa storia una corposissima saga familiare, uno di quei romanzoni da 700 pagine. Qui Lia Levi ha “materiale umano” in abbondanza, tutti i personaggi della famiglia Segre, attraverso le generazioni, il patriarca, i fratelli e la sorella di Amos, le cognate, i bambini, che sono descritti con finezza psicologica ammirevole, così vivi, belli, che si avrebbe voglia di assistere con più calma al dipanarsi delle loro storie, quello che viene esposto in poche righe potrebbe occupare anche capitoli interi… Eppure sono 230 pagine che vanno via in un attimo. Un bel romanzo, la prova che possono esistere anche altri generi di narrativa oltre all’imperante e onnipresente thriller.

Lia Levi, La sposa gentile, voto = 3,5/5
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L’oscura immensità della morte

Con un titolo così, nessuno si aspetta una storia molto divertente, e infatti è uno dei libri più tristi e desolanti che abbia mai letto. Carlotto non delude neppure questa volta, e io posso congratularmi con me stessa per aver fatto l’affare e aver comprato il libro usato per soli tre euro.

Una città del Nordest, 1989. Due rapinatori in fuga prendono in ostaggio e uccidono una donna e suo figlio di otto anni. Uno di essi poi viene arrestato, mentre l’altro fugge col bottino e non verrà mai identificato, perché il suo complice, Raffaele Beggiato, si rifiuta di fare il suo nome. L’uomo viene condannato all’ergastolo.
Le due vittime erano la moglie e il figlio di Silvano Contin: da quel giorno in cui gli è stato tolto tutto ciò che di più caro aveva nella vita, è come se l’uomo fosse sceso nella tomba assieme a loro. Il dolore e “l’oscura immensità della morte”, espressione che sintetizza le ultime parole dette dalla moglie nell’agonia e che sono diventate per lui un’ossessione, sono i suoi unici compagni.
Passano quindici anni, e anche Beggiato entra a contatto con l’oscura immensità della morte: gli viene diagnosticato un cancro, che gli lascia poco tempo da vivere. Dopo l’inferno del carcere, il suo unico desiderio è morire libero, perciò fa domanda per la grazia: per ottenerla è necessario però il perdono di Contin.
È a questo punto che prende il via una triste e agghiacciante serie di eventi che porteranno allo sconsolato finale: l’unica cosa che dia ancora senso alla vita di Contin è scoprire chi fosse il complice di Beggiato in quella rapina, ed è convinto che se l’uomo uscisse di galera cercherebbe di contattarlo per avere la sua parte del bottino. Perciò, “paradossalmente”, anche se la domanda di grazia non viene accolta, preme perché gli venga concessa la sospensione della pena per curarsi. E così, quasi “inconsciamente”, prepara il suo piano di vendetta.
In realtà i due uomini sono morti entrambi quel giorno del 1989, senza rendersene conto.

Massimo Carlotto, L’oscura immensità della morte, voto = 4/5
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