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La solitudine amica

Sono qui raccolte le lettere che Farinelli spedì al protettore e amico Sicinio Pepoli, nobile bolognese appassionato di teatro (e per certi versi “impresario teatrale” a tutti gli effetti), dal 1731 fino alla morte del Pepoli, nel 1750. Interessanti e belle le lettere, da cui emerge innanzi tutto un’immagine molto simpatica e toccante del cantante Farinelli, lontanissimo dallo stereotipo di “diva” del bel canto (il volume uscì non molto tempo dopo il film Farinelli voce regina, del 1994, che pare fosse un concentrato di macroscopiche inesattezze e ridicole invenzioni e che infatti viene spesso e volentieri preso come obiettivo polemico e demolito), professionale e allo stesso tempo ben consapevole del proprio eccezionale valore, scrittore talvolta sgrammaticato ma espressivo, affettuoso e spiritoso con gli amici lontani e il caro Pepoli, ma spesso anche malinconico e tremendamente solo. Intorno a lui il mondo dei teatri e delle corti settecentesche, e la “giungla” del mondo dell’opera in particolare, con tutto il suo irresistibile fascino rococò di maestri e talenti italiani alla conquista dell’Europa intera. Le figure di Farinelli e dei castrati, poi, alla nostra mentalità moderna assumono una sfumatura quasi “fantastica”, tanto la comprensione del fenomeno ci riesce ormai impossibile, quasi una “favola” (non senza, certamente, venature tragiche e sinistre), perché sono voci e suoni che non sentiremo mai (e quanto è “magica” e “irreale” e, confesso, quasi commovente l’immagine di Farinelli che, ogni notte, per anni, con la bellezza del suo canto riesce a calmare gli attacchi di depressione di Filippo V?).

Si vede benissimo che dietro all’edizione c’è stato un gran lavoro dei curatori (molto bella l’introduzione di Francesca Boris; se proprio devo fare un appunto, avrei fatto uno sforzo in più e messo qualche immagine, giusto per far vedere la calligrafia del Nostro), peccato che il volume sia strutturato in modo “infernale” per il lettore: invece di normalissime note a piè di pagina (o in fondo), ci sono le trascrizioni delle lettere, poi c’è “Fatti e commenti” (brevi testi con il contesto e la spiegazione di quanto leggiamo, potevano benissimo essere messi come “cappelli” ai gruppi di lettere da Vienna, da Londra, da Madrid, ecc.), il “Glossario” (spiegazione di termini inusuali o desueti), il “Dizionario” (schede biografiche dei personaggi citati), tutto senza mai uno straccio di rimando nel corpo del testo, così che il lettore non ha idea se per quella parola o quel nome ci sia una nota di spiegazione o meno, ed è costretto o a saltellare qua e là fra le pagine a casaccio interrompendo la lettura continuamente, o a leggere tutti gli (utilissimi, dettagliati e interessanti, ma di fatto inconsultabili) apparati alla fine, perdendo però l’aggancio immediato con il passo cui si riferiscono.

Farinelli, La solitudine amica. Lettere al conte Sicinio Pepoli, a cura di Carlo Vitali, voto = 3/5

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Delitti esemplari

Quando si arriva al 31 dicembre fortemente “in ritardo” sull’obiettivo del numero di libri da leggere durante l’anno, si cerca di “barare” inserendo all’ultimo anche questi libretti di 60 pagine (scritti pure a carattere grande!)…

A parte gli scherzi, Delitti esemplari è un libretto, quasi uno scherzo, di un autore spagnolo, Max Aub, pubblicato nel 1957, che presenta brevissime e fulminanti “confessioni”, quasi tutte in prima persona, di delitti immaginari commessi per futili, futilissimi motivi, assurdità, equivoci, seccature e frustrazioni quotidiane di cui molte volte avremo sognato anche noi di liberarci in modo altrettanto “drastico”.

Si tratta di umorismo nerissimo e cattivo, “scorretto” e “liberatorio”, anche se, a dire il vero, questa violenza dichiaratamente assurda ed esagerata è anche capace di dare qualche brivido. Si leggano ad esempio queste poche righe a pagina 41:

ERRATA CORRIGE
Dov’è scritto:
La uccisi perché era mia
si deve leggere:
La uccisi perché non era mia.

Forse non dobbiamo sforzarci tanto per trovare “esempi” di questi delitti “esemplari” anche oggi.

Max Aub, Delitti esemplari (trad. Lucrezia Panunzio Cipriani), voto = 3/5

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Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima

Forse la recensione più efficace, stringata ma azzeccata, di questo libretto la scrive Jesús Munárriz già nelle primissime righe della sua Presentazione: “Non cercare in queste memorie, lettrice o lettore, le raffinatezze della letteratura, poiché mai fu questo il loro proposito. Scopri piuttosto in esse quel che d’insolito, avventuroso ed elettrizzante contengono, che non è poco”.

Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima: questa autobiografia è opera di Catalina de Erauso, una giovane basca, figlia più piccola di un cavaliere, nata nel 1592; dall’età di due anni, la bambina viene collocata in convento perché vi passi il resto della sua vita. Solo che, a quindici anni circa, Catalina scappa (nel suo racconto sembrerebbe una decisione d’impulso e non pianificata), si traveste da uomo e da lì cominciano le sue avventure e i suoi viaggi, con nessun altro scopo se non vedere un po’ di mondo e non stare ferma nello stesso posto. Dopo aver girovagato tra paesi baschi e Spagna, imbattendosi anche nei suoi genitori che non la riconoscono, Catalina si imbarca per le colonie americane, vive tra il Perù e il Cile, combatte anche con qualche merito nei frequenti scontri con gli indios (ed ecco perché è la monaca alfiere), e soprattutto gioca, scatena una rissa dopo l’altra, ferisce e uccide i suoi avversari in continui duelli (durante un duello notturno non si accorge di avere di fronte il suo fratello maggiore, e lo uccide), entra ed esce di prigione o corre a rifugiarsi presso le chiese e i conventi per sfuggire alla giustizia, e insomma non sembra esattamente uno stinco di santo, finché un giorno non decide di rivelare la sua vera identità. Diventata “un personaggio”, torna in Europa, in tanti vengono a vederla, viene ricevuta a corte, si reca a Roma dal papa che le concede di continuare a vestirsi con abiti maschili. La sua autobiografia si conclude bruscamente, ma da altri documenti si sa che Catalina tornò in America, stavolta in Messico, e lì morì nel 1650.

Il racconto, dopo le prime pagine (la fuga, l’incontro col padre, i primi scontri), diventa abbastanza monotono e ripetitivo, lo stile è arido. D’altra parte Catalina non voleva scrivere un testo letterario, bensì un memoriale da presentare a corte per ottenere dei benefici: quindi tanti svolazzi non le servivano, meglio privilegiare chiarezza, stringatezza e un’elencazione precisa e minuziosa dei suoi vagabondaggi.

E non c’è molto altro da aggiungere. Anche il fatto che la protagonista sia in realtà una donna finisce per essere per buona parte del racconto quasi irrilevante, davvero, quasi lo si “dimentica”: a parte rari episodi, o gli accenni fugaci alle avventure sentimentali (Catalina probabilmente era lesbica, e il fatto che si facesse passare per castrato le dava ampie possibilità di avvicinare donne sposate e non), e il momento della rivelazione finale, la stessa autrice non dedica neanche una riga a questa scelta del cambio di genere. Un documento curioso, una biografia movimentata, una lettura velocissima, nulla più.

Catalina de Erauso, Storia della monaca alfiere scritta da lei medesima (trad. Lucrezia Panunzio Cipriani), voto = 3/5

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Elogio degli amanuensi

Scoperto dal sito della casa editrice Sellerio, questo piccolo volumetto, visto che costava pochi euro, è servito probabilmente da “riempitivo” per qualche ordine on line: a dire il vero, di questi libretti della Sellerio (adorabili, per formato, tipo di carta, copertine) ne trovo sempre parecchi nei vari mercatini dell’usato: dalla descrizione del risvolto di copertina sembrano sempre fantastici, autentici capolavori da riscoprire, forse però in realtà si tratta di operette minori non per caso.

Giovanni Tritemio, nome italianizzato di Iohannes Trithemius (1462-1516), fu un umanista e monaco tedesco, abate dei monasteri di S. Martino di Sponheim e poi di S. Giacomo a Würzburg: fra le sue opere, ecco questo De laude scriptorum, scritto nel 1492 e pubblicato a stampa nel 1494, un trattatello in cui, proprio nel periodo dell’introduzione della stampa, si esalta l’antico mestiere del monaco amanuense.

Una battaglia sicuramente “di retroguardia”, anche se l’autore, formatosi in ambienti di raffinata cultura umanistica, non fu affatto un arcigno avversario del progresso. Come nota Andrea Bernardelli nella prefazione, infatti, Trithemius predica “bene” e razzola “male”: infatti, per un appassionato bibliofilo che per la sua collezione non disdegna affatto i libri a stampa, scrivere un Elogio degli amanuensi sembra un po’ paradossale, e poco convincenti le motivazioni che adduce per sostenere la superiorità dei libri manoscritti su quelli stampati (i manoscritti, realizzati su pergamena, sarebbero ben più duraturi dei libri stampati cartacei: ma il curatore replica che Trithemius non poteva non sapere che esistevano anche edizioni a stampa su pergamena, nonché naturalmente manoscritti su carta!). In realtà, a parte la forza della tradizione che probabilmente in questo tipo di letteratura di ambiente monastico ha il suo peso (massiccia, come era prevedibile, la presenza di citazioni bibliche o da testi dei Padri della Chiesa o da autorità), mi sembra che Trithemius esalti il lavoro dell’amanuense (in particolare, dell’amanuense che copia i testi sacri) non tanto dal punto di vista “tecnico”, ma soprattutto nel suo aspetto “spirituale”, di lenta fatica che ti fa guadagnare il premio della vita eterna, di opera di devozione durante la quale si assimilano e si “masticano” le Scritture, di prezioso servizio per la diffusione della conoscenza della fede. Bella poi e tipicamente “umanistica” l’osservazione che è meglio avere un libro corretto e copiato senza errori che esteticamente prezioso e ricco di miniature.

Avrei preferito scoprire un manualetto con indicazioni pratiche (che strumenti si usano, come preparare il foglio, la posizione da assumere… cose così), ma d’altronde il titolo non era “Guida per gli amanuensi”; qualche consiglio c’è, ma assai generico: l’abate deve avere cura di assegnare alla pratica scrittoria i monaci più adatti al compito, i monaci che non sanno scrivere possono comunque rendersi utili (interessante che l’autore suggerisca loro, ad esempio, di rileggere quello che il copista ha scritto: ulteriore indicazione che in passato l’apprendimento della lettura e quello della scrittura erano nettamente distinti, oggi si fatica a capire come sia possibile), i libri vanno conservati con cura, e poco altro.

Giovanni Tritemio, Elogio degli amanuensi (a cura di Andrea Bernardelli), voto = 3/5

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La corda e la mannaia

E, dopo Camilleri e Pagliaro, rimaniamo ancora in Sicilia.

Ideale seguito di un libro dello stesso La Duca del 1970, I veleni di Palermo, in cui venivano presentati i casi di delitti “occulti” e perpetrati con la massima discrezione possibile, questo La corda e la mannaia vuole ricordare invece quelli che più fecero “rumore”, in cui l’assassino non si preoccupò di nascondere le sue tracce, e soprattutto l’esemplare castigo della legge, applicato appunto con i due strumenti del titolo, la corda (l’impiccagione) per i rei di basso ceto, la mannaia (la decapitazione) per i nobili, quale segno di distinzione. È un’opera postuma, perché l’autore morì nel 2008, quando l’aveva praticamente ultimata, e il curatore, trovato il file nel computer, non ha fatto altro che prepararlo per la stampa.

In pratica non è altro che un catalogo di delitti e relative esecuzioni dei colpevoli avvenuti in Sicilia, e prevalentemente a Palermo, dall’inizio del XVI secolo alla fine del XVIII, tratti da alcune storie o cronache di autori locali. Dal resoconto nudo e crudo dell’evento non parte alcuno spunto per l’indagine storica, alcun interrogativo, anche il contesto è, talvolta, tutt’al più solo abbozzato, e l’autore interviene solo di tanto in tanto con commenti che sono però di tono moraleggiante o arguto o ironico. Oltre tutto, per un buon numero di questi delitti non si conosce, perché le fonti non lo riportano, neppure il movente, e quindi il resoconto si riduce più o meno a “il giorno tale X uccide Y, viene arrestato e condannato a morte, la sentenza viene eseguita nel luogo Z il giorno tal altro per impiccagione/decapitazione, assistettero il condannato i due confratelli della Compagnia dei Bianchi Tizio e Caio”: un po’ poco per avere, almeno, il brivido di leggere un po’ di true crime “ante litteram”. Insomma, una semplice compilazione, uno sfoggio di erudizione, che forse può servire a qualche futuro storico, che potrà comodamente trovarvi riuniti i dati sull’applicazione della giustizia nell’isola in epoca moderna invece che andarseli a raccogliere su quella o quell’altra fonte.

D’altra parte l’autore, Rosario La Duca, è lo stesso che aveva curato le note nel romanzo I Beati Paoli, in cui si trovavano praticamente solo informazioni minuziosissime (ma anche, francamente, poco interessanti per un lettore non palermitano) su come si chiama oggi quella tale o tal altra via di Palermo citata nel libro: insomma, si conferma che egli era un erudito espertissimo di storia locale e setacciatore di fonti e paziente catalogatore dei dati più svariati, ma forse senza l’ampiezza di vedute dello storico (ma in realtà non conosco tutta la sua produzione, non dovrei dare giudizi affrettati).

Mah, a posteriori non so mica perché ho comprato questo libretto: doveva essermi sembrato interessante, quando lo vidi per la prima volta sul sito della casa editrice Sellerio. Almeno l’ho preso usato con lo sconto del 50%, e non a prezzo pieno (12 euro!).

Rosario La Duca, La corda e la mannaia (a cura di Francesco Armetta), voto = 2/5
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La setta degli angeli

Camilleri, lo dico subito, mi sta antipatico: non mi piacciono le sue idee, non mi piace che faccia uscire un libro nuovo ogni mese, non mi ha mai suscitato il minimo interesse la serie di Montalbano, sia su carta sia sullo schermo, e mi infastidisce la sua interminabile lunghezza. Sono pregiudizi, sì, il famoso “non l’ho letto e non mi piace”.

In effetti però un libro di Camilleri l’ho già letto (o meglio ascoltato, era un audiolibro), Un filo di fumo: anche in quel caso non si trattò proprio di una mia scelta, era un regalo, fatto sta che fu il modo per entrare in contatto con il versante della enorme e straripante produzione dello scrittore che si riferisce ai romanzi di ambientazione storica. Sono gli unici libri di Camilleri per i quali non scatta subito l’avversione di cui sopra: per questi, l’interesse che talvolta mi suscita l’intreccio (sono spesso rielaborazioni di fatti realmente avvenuti ed eccezionali e bizzarri ma ormai quasi dimenticati, tratti dalla storia locale siciliana, come ad esempio Il re di Girgenti) si scontra col rifiuto a prescindere: raramente il primo prevale (ci sono molti libri che dovrò leggere nella mia vita prima di arrivare a quelli di Camilleri), ma è successo con questo La setta degli angeli, che da tempo avevo messo “in osservazione”.

Sì, perché, appunto, Camilleri riesce a scovare episodi oscuri e affascinanti per cui la tentazione di saperne di più è potente. Qui siamo nel 1901, a Palizzolo, paesino siciliano dominato dalla solita “cricca” di nobilume e pretume. Alcune fra le famiglie più in vista sono alle prese con un segreto scottante: le loro figlie, giovani serie e devote, assidue frequentatrici delle varie parrocchie del posto, si ritrovano misteriosamente incinte e si rifiutano di rivelare gli autori del “misfatto”. La voce, per soffocare la quale si ingenera nel frattempo una serie di equivoci e di conseguenze impreviste, giunge all’orecchio dell’avvocato Matteo Teresi, noto socialista e “mangiapreti”, che inizia a indagare e scopre una verità sconcertante: tutti i parroci del paese, tranne uno, sono colpevoli di aver ingannato e plagiato, approfittando della loro autorità di uomini di Chiesa, le giovani, rendendole docilmente consenzienti a pratiche erotiche spacciate per penitenze ed esorcismi contro le tentazioni. Teresi denuncia senza paura lo scandalo dalle colonne del giornale che dirige, per un breve periodo viene celebrato come un paladino della giustizia ma poi, ben presto, interviene “l’onda lunga” del riflusso, della connivenza e della convenienza dei potenti a rendere del tutto vano il suo operato.

L’interesse dell’autore risiede chiaramente non tanto nella vicenda in sé, quanto nelle reazioni (o non-reazioni, ed è questa l’amara constatazione, che in Sicilia, ma più in generale in Italia, si assiste sempre all’eterno ritorno dell’uguale, agli scoppi di indignazione temporanei ed effimeri dopo i quali i colpevoli ne escono praticamente impuniti, mentre le persone oneste e coraggiose vengono abbandonate a se stesse) che essa suscita: infatti l’accenno di “giallo” è ben misero (e d’altra parte si sa già tutto fin dalla quarta di copertina dell’editore), i preti stupratori e le loro vittime contano ben poco (l’unica figura a emergere vagamente è la sventurata Rosalia), non c’è alcuna indagine psicologica nelle loro motivazioni o ossessioni. Non si può considerare una “mancanza” del romanzo perché, appunto, è chiaro fin da subito che non è questo ciò di cui vuol parlare Camilleri, casomai è stato un motivo di delusione per me che, invece, avrei gradito sapere di più su questi aspetti.

La prima metà del romanzo ha i toni della farsa: equivoci, umorismo un po’ scollacciato o facilone (penso alla scena del sigaro acceso che fa andare a fuoco i pantaloni di don Anselmo Buttafava), personaggi perennemente esagitati e macchiettistici (come vogliono, d’altra parte, le convenzioni del genere), il tutto accentuato dal solito uso della lingua con l’originale impasto di italiano e dialetto. Nella seconda parte i toni diventano rapidamente più cupi e pessimistici, in linea con la crudele parabola del protagonista. Se non ricordo male, era questo anche il percorso del mio unico precedente, Un filo di fumo, con l’ironia che lasciava comunque un certo amaro in bocca. Insomma, poche sorprese.
Il problema è che, avendo insistito fin troppo sul pedale della farsa nella prima parte, l’autore non è riuscito, per quanto mi riguarda, a rendere convincente e coinvolgente la seconda, più tragica. L’apparente trionfo e poi il subitaneo svanire di tutte le speranze del protagonista, di fronte all’isolamento e alla crescente ostilità di quei concittadini per i quali aveva lottato, mi hanno lasciato fredda, perché il personaggio non aveva mai assunto, in precedenza, la statura “eroica” che si presupponeva. Probabilmente era proprio l’intento dell’autore non farne un “santino” irrealistico, ma troppo grande era la distanza fra la caratterizzazione che ne veniva sbandierata e come veniva fatto muovere sulla scena (ad esempio, l’insistenza sul fatto che fosse noto come “l’avvocato dei poveri”: sì, viene detto e ripetuto spesso, ma è un’etichetta che non si traduce mai in azioni concrete). Ne è uscita fuori una figura poco definita e poco credibile, che non rende giustizia a quella storica e di cui, in fin dei conti, non si capiscono le motivazioni che portano a compiere quest’atto coraggioso. Il risultato insomma è stato che la farsa non mi ha fatto ridere, e la denuncia non mi ha smosso più di tanto… e le vicende storiche che erano state, per me, la molla che mi aveva spinto alla lettura non vengono indagate molto a fondo. Un libro non brutto, ma senza infamia e senza lode.

Il romanzo, come detto, trae spunto da un fatto di cronaca realmente avvenuto che travalicò i confini dell’Isola e, per qualche giorno, comparve sui giornali nazionali (tanto da giungere alle orecchie di don Luigi Sturzo, che scrisse un commento indignato contro quei preti indegni sul quotidiano “Il Sole del Mezzogiorno”), ma, come si legge in una Nota finale, trasformato poi dalla fantasia dell’autore: il paese reale si chiama Alia (provincia di Palermo) e non Palizzolo, i nomi dei personaggi coinvolti, tranne quello del protagonista Matteo Teresi (mantenuto tale e quale per rendergli omaggio: di lui ho trovato in rete queste notizie biografiche), sono cambiati, e senz’altro ci saranno stati altri abbellimenti, esagerazioni o invenzioni, come è naturale e come è correttamente precisato.

Andrea Camilleri, La setta degli angeli, voto = 3/5
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Dove nessuno ti troverà

Solo dopo aver iniziato a leggere, mi sono accorta che questo romanzo era assolutamente appropriato alla situazione, poiché si svolge in Catalogna, dove sono stata alcuni giorni. Peccato che sia stata una lettura assai insoddisfacente.

Nell’autunno del 1956, uno psichiatra francese, Lucien Nourissier, si mette in contatto con un giornalista di Barcellona, Carlos Infante, perché lo aiuti a svolgere un’indagine sulla Pastora, una figura ormai “mitica” di bandito e partigiano repubblicano, dal sesso incerto (sembra sia una donna che si veste da uomo; in realtà era un uomo, ma una malformazione genitale fece sì che la prima metà della sua vita la passò come una donna), nascosta da anni sulle impenetrabili montagne catalane, di cui conosce ogni centimetro, imprendibile per la Guardia Civil di Franco. L’intento del francese, studioso impeccabile e rigoroso, raffinato, colto, marito e padre modello, è analizzare la psicologia di un criminale, mentre lo spagnolo, cialtrone, cinico e rassegnato ormai alla deriva autoritaria del suo paese, è solo quello di guadagnare in fretta un po’ di soldi, convinto com’è che quell’impresa assurda sia destinata a un sicuro insuccesso.
Ovviamente, fra i due, dall’iniziale antipatia nasce un profondo rispetto e una salda amicizia, e l’esperienza, il contatto con una realtà di durissima miseria e violenza diffusa che troveranno nei villaggi dove li porterà la loro ricerca, cambieranno entrambi: il francese imparerà a staccarsi dalla “prigione dorata” che era stata fino a quel momento la sua vita, sempre orientata al dovere e alla rispettabilità, lo spagnolo abbandonerà il suo cinismo e la sua indifferenza.

So che questa è una scrittrice molto amata (soprattutto per la serie sulla detective Petra Delicado), e sono rimasta davvero sorpresa nel vedere che scrive in un modo che a me fa pena. Immagini banali, frasi scontatissime (come sarà il paesaggio? Naturalmente “aspro” e “selvaggio” e “impenetrabile”, e via coi luoghi comuni), trama che procede in modo meccanico e prevedibile: ti sembra quasi che i processi di trasformazione ed evoluzione nei personaggi avvengano premendo un interruttore: click, ecco i primi segni di disgelo fra i due protagonisti, click, ecco che compare l’immancabile personaggio femminile che avrà un flirt con uno dei due, click, ecco che avviene la crisi matrimoniale dell’altro, click, ecco la temporanea rottura che sembra mettere fine all’amicizia, click, ecco che si ribaltano i ruoli fra Nourissier e Infante perché ciascuno ha imparato la sua “lezioncina” dall’avventura. È tutto così palese e detto, più che mostrato, che non sembra un romanzo, ma piuttosto il riassunto di un romanzo. Gli unici brani interessanti erano quelli scritti con la voce semplice e ruvida della Pastora stessa: pure lì non mancava una certa dose di affettazione, ma se il libro fosse stato tutto una lunga narrazione/autobiografia di questa figura (realmente esistita), forse sarebbe venuta fuori una cosa decente.

Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà (trad. Maria Nicola), voto = 1,5/5
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Lumen

Nell’imbarazzo della scelta fra tutti i libri che ho in casa o sul Kindle, non sapevo che pesci pigliare, e così ecco che ho preso in mano uno degli ultimi acquisti, che aveva attirato la mia attenzione qualche mese fa quando se ne era parlato nel gruppo “Goodreads Italia”. Questo nonostante Lumen, di Ben Pastor, sia il primo di una serie di gialli, e io sono un po’ “stanca” di queste innumerevoli serie con detective/commissari/marescialli della più varia estrazione come protagonisti (poi magari, alla faccia della coerenza, le leggo e me ne innamoro, ma mi ha stufato “l’idea”), e non mi piace cominciarne una se non ho a portata di mano le puntate successive (nel caso non riesca più a fermarmi).

Ottobre 1939: all’indomani della fulminea conquista tedesca della Polonia, spartita con l’alleato sovietico, arriva a Cracovia il giovane capitano della Wehrmacht Martin Bora. La guerra, è evidente, non durerà ancora per molto, c’è solo da controllare quello che ora è il Governatorato generale, annientare le ultime disperate sacche di resistenza, nonché avviare altre operazioni più segrete di cui si occupano le SS e i Servizi di Sicurezza. Per Bora, se si dimostrerà efficiente e affidabile, quello potrà essere l’inizio di una brillante carriera.
Aristocratico (il nome sarebbe Martin von Bora, ma ha rinunciato alla particella nobiliare), algido, nobilmente composto e controllato, profondamente imbevuto dei valori di onore e senso del dovere propri della tradizione militare germanica, terribilmente innamorato della giovane moglie, che ha dovuto lasciare per il fronte pochi giorni dopo le nozze, per lui la prima sgradita sorpresa è scoprire che è alloggiato, in un appartamento requisito a una famiglia ebrea, assieme a un commilitone dal carattere totalmente opposto, il maggiore Richard Retz, volgare, bevitore, la cui unica preoccupazione è riallacciare i contatti con la sua antica amante, l’attrice polacca Ewa Kowalska, portandosi a letto anche altre donne, tra cui la stessa figlia di lei, Helenka. A Cracovia, nella Polonia profondamente cattolica, badessa del convento di Nostra Signora delle Sette Pene è Madre Kazimierza, personalità carismatica, che ha fama di avere doti mistiche e profetiche e gode di grande prestigio presso la popolazione: fra i suoi devoti, inaspettatamente, c’è anche il colonnello tedesco Hofer. Dal Vaticano, per indagare sul caso della suora, che pare abbia anche le stimmate, è stato mandato il padre Malecki, americano di origine polacca.
Bene, dunque questa è la situazione, quando avviene il fatto che mette in moto gli eventi: Madre Kazimierza viene uccisa. Da chi? Dai tedeschi, infastiditi da alcune sue profezie interpretabili in chiave politica? Dai partigiani polacchi? Ma perché? È proprio Martin Bora a dover indagare, assieme a padre Malecki. Sulla scena arriva anche il sostituto di Hofer, crollato dopo la morte della sua guida spirituale, il colonnello Schenck, uno dei personaggi più interessanti del romanzo: fanatico dell’eugenetica e della perpetuazione della razza, con i suoi assillanti consigli non richiesti a Bora sulla necessità di procreare e di non disperdere la propria energia sessuale, riesce ad apparire allo stesso tempo imbarazzante e ridicolo ma anche sinistramente inquietante (ma bella anche la figura del patrigno di Bora, che compare solo verso la fine, emblema di militare “vecchio stile”, conservatore e autoritario ma anche profondamente ostile a questa nuova classe dirigente fanatica, volgare ed efferata, che disprezza).
Ma l’indagine sulla suora (e quella su un’altra morte che avverrà dopo) è solo una parte dei doveri del protagonista: il giovane ufficiale è costretto ad immergersi in una guerra, e soprattutto nella “routine” dell’amministrazione dei territori occupati, le cui modalità gli risultano estranee e sempre più ripugnanti. Il suo spirito di osservazione e la sua coscienza lo portano a vedere cose di cui i suoi superiori nell’esercito preferiscono non occuparsi e che le SS e i servizi di sicurezza gli consigliano “caldamente” di lasciar stare, se ha a cuore la sua carriera. E Bora, schiacciato fra la sua coscienza di cattolico e il dovere dell’ubbidienza, ancora, a queste date, si piega, ma già avverte che la sua guerra e la sua “carriera” saranno molto diverse da come le aveva immaginate.

Mi sono dilungata fin troppo. Come spesso accade, la risoluzione del mistero (anzi, dei due misteri) conta meno della psicologia e dei tormenti del protagonista, e soprattutto, in questo caso, del tragico contesto in cui è ambientata la storia (tanto è vero che la scoperta di “chi è stato” avviene in modo assai poco coinvolgente e interessante). L’autrice, nell’appendice (scritta a distanza di anni dalla pubblicazione originaria del romanzo, datato 1999, in occasione di questa edizione uscita per Sellerio nel 2012), spiega che, se per la creazione del personaggio di Bora esistono modelli reali (il più ovvio è sicuramente Claus von Stauffenberg), ciò che le interessava era analizzare i conflitti fra le imposizioni e le aspettative delle figure autoritarie da cui Bora ha scelto di essere controllato (la sua famiglia, l’esercito, la Patria, la moglie distaccata e frivola, che in Lumen non compare mai ma che è ossessivamente presente nei suoi pensieri) e la sua coscienza interiore, il suo senso del bene e del male.

Attenzione agli spoiler (come sempre nascosti) in questo prossimo paragrafo. La mia “debolezza” è quella di affezionarmi troppo ai personaggi secondari: in questo caso, il maggiore Retz. Devo ammettere che non mi sarebbe dispiaciuto se la storia si fosse retta sull’incontro/scontro di queste personalità così diverse, il serio e diligente, soldato fin nel midollo, ma freddo Bora e il volgare e lascivo, ma vitalissimo, Retz. Se non amico e “aiutante”, ho sperato che quest’ultimo tornasse, anche nei romanzi seguenti, come personaggio ricorrente o “spalla”, pensavo che questo avrebbe fornito vari spunti (anche per episodi più “leggeri”); purtroppo invece a metà libro Retz muore e io, lo ammetto, non sono riuscita a “godermi” la seconda parte del romanzo nella stessa misura della prima, dopo che il mio “beniamino” era uscito di scena.

Come detto, questo è il primo romanzo di una serie che per ora conta nove puntate, anche se si fanno riferimenti (piuttosto precisi) a indagini precedenti di Martin Bora (durante il periodo in cui fu volontario in Spagna): saranno probabilmente spunti che l’autrice svilupperà in libri successivi (o ha rivisto e ampliato il romanzo per la ripubblicazione?).

Al solito, ora si pone il “dilemma”: andare avanti con la serie oppure no? In genere, quando parto con la prima puntata, tiro dritta come un treno fino alla fine, rischiando spesso “l’indigestione” (arrivata agli ultimi romanzi mi stanco, mi sembrano ripetitivi, mi viene voglia di qualcos’altro, mi “rovino” un po’ l’esperienza…): è successo più o meno così con Eymerich, con Brandstetter, con Cut & Run ecc. Forse vale la pena di proseguire con le indagini di Martin Bora (è un contesto che mi interessa, il personaggio e i comprimari non sono banali), però magari non subito: non è che, a differenza degli altri esempi citati, sia rimasta col desiderio impellente di ritrovare immediatamente il personaggio.

Ben Pastor, Lumen (trad. Paola Bonini), voto = 3,5/5
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L’Armada

Esplorando le più recenti pubblicazioni della casa editrice Sellerio ho scoperto questo romanzo semi-dimenticato di un autore altrettanto sconosciuto e misterioso, Franz Zeise: L’Armada ha per protagonista la figura “leggendaria” di don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo dell’imperatore Carlo V, guardato con dissimulata diffidenza e sospetto dal fratellastro, Filippo II, comandante in capo dell’esercito della Lega santa che sconfisse la flotta ottomana nella memorabile battaglia di Lepanto del 1571, morto di lì a poco ancora giovanissimo. In effetti però non siamo di fronte a un romanzo storico “tradizionale”, la ricostruzione degli ambienti è dettagliata e notevole, ma forse la verosimiglianza delle scene è piegata alle esigenze di drammaticità, per dar vita a un quadro violento, “malato”, fosco, foschissimo, con i personaggi che si muovono spesso in modo apparentemente irrazionale ed esagitato o al contrario assente e allucinato, quasi come se ci trovassimo di fronte a un quadro del geniale El Greco (più che Bosch, citato da Sciascia nella prefazione come esempio delle suggestioni pittoriche che sembrano ispirare il romanzo), con le sue figure ossute e dagli sguardi che sembrano sempre inquieti.

Sempre Sciascia insiste molto sul tema della follia strisciante che si trasmette dall’una all’altra di queste terribili, patetiche e spesso incomprensibili e sfuggenti figure di grandi uomini di potere, e il parallelismo fra la “melanconia” di Carlo V nell’incipit del romanzo e quella di don Juan nelle ultime pagine è reso evidente dall’autore grazie all’uso di frasi quasi identiche per descriverne gli strani comportamenti. Non è casuale, forse, quest’insistenza sugli aspetti più maniacali, sanguinari e deviati della psicologia dei governanti in un romanzo scritto da un autore tedesco nel 1936.

Un romanzo percorso da una luce sinistra e che rende bene l’atmosfera un po’ stereotipata ma non per questo meno affascinante della “leggenda nera” del regno di Filippo II (e forse siamo anche un po’ suggestionati dalla vicenda biografica dell’autore, morto in un ospedale psichiatrico), ma che non è affatto facile o “piacevole” da leggere e seguire, proprio per lo stile tortuoso, denso e pesante che Zeise sceglie di usare. In definitiva non posso dire di essermelo “goduto” o che ne porterò vivo il ricordo negli anni a venire, però, quando finalmente la vicenda si mette in moto (ma siamo già all’ultimo terzo del libro), sono molto belli i capitoli dedicati all’Armada cristiana accampata nei pressi di Messina in attesa di prendere il largo e quello sulla battaglia di Lepanto. Peccato per i nomi tedeschi tradotti in italiano (la traduzione italiana risale agli anni cinquanta).

Franz Zeise, L’Armada (trad. Anita Rho), voto = 2,5/5
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Ognuno muore solo

Otto ed Elise Hampel furono due coniugi di mezza età vissuti nella Berlino nazista, coppia tranquilla, appartata, anonima, due bravi cittadini non particolarmente interessati alla politica, anzi ben disposti verso il regime che aveva risollevato la Germania dalla spaventosa crisi economica, finché, nel 1940, proprio nel momento di maggior trionfo di Hitler, qualcosa cambiò: mossi dalla rabbia verso la corruzione e l’ingiustizia generali, da un lutto privato (il fratello di Elise era morto in guerra), decisero insieme di attuare una loro piccola resistenza. Nei due anni successivi scrissero centinaia di cartoline postali anonime con messaggi che invitavano ad aprire gli occhi sulla violenza del regime, sull’inutilità del sacrificio di tante vite, sulla necessità di boicottare lo sforzo bellico diminuendo il proprio ritmo di lavoro, che Otto distribuiva di nascosto lasciandole per le scale e negli atri dei palazzi più frequentati di Berlino. Andarono avanti per mesi facendo impazzire la Gestapo sulle tracce dell’imprendibile e sfuggente scrittore di cartoline sovversive, finché, nel 1942, a seguito di una sfortunata coincidenza, furono scoperti, arrestati, processati e condannati alla ghigliottina nell’aprile del 1943.

A questi fatti realmente accaduti, che poté apprendere direttamente dai documenti d’archivio dell’indagine e del processo, si ispirò Hans Fallada per il suo ultimo romanzo, Ognuno muore solo (1947). Si prende alcune libertà, ovviamente: la ricostruzione della vicenda reale si può leggere in un suo articolo in Appendice a questa edizione; oltre a cambiare i nomi dei protagonisti in Otto e Anna Quangel e ad arricchire la storia di comprimari ed episodi di sua invenzione, l’autore soprattutto presenta una sua versione delle motivazioni ideali dei coniugi (la morte in guerra del loro unico figlio) e si discosta dalla realtà nel narrare poi il loro atteggiamento dopo la cattura (Fallada riferisce che gli Hampel, per tentare di sottrarsi alla pena capitale, si dichiararono pentiti del loro “tradimento”, mentre i Quangel del romanzo vanno incontro alla morte con fermezza). Questi discostamenti dalla realtà storica servono quindi all’autore per elevare la vicenda a celebrazione della resistenza dei tedeschi al nazismo, resistenza di gente “normale”, non politicizzata, ma decisa a difendere fino in fondo la propria onestà e integrità morale, la propria coscienza di esseri umani in mezzo alla barbarie (a non diventare mai come “loro”, tutti gli altri). Resistenza che fallì miseramente all’atto pratico, come Fallada (egli stesso non immune dai sensi di colpa per un atteggiamento, se non di adesione, però neppure di aperta opposizione nei confronti del regime) riconosce e sottolinea più volte: non vi fu in Germania nessuna manifesta ribellione della popolazione al nazismo, che crollò per l’azione vittoriosa degli eserciti stranieri, e le stesse cartoline scritte e disseminate dagli Hampel/Quangel, che la coppia sognava sarebbero passate clandestinamente di mano in mano e avrebbero finalmente risvegliato le coscienze, furono quasi tutte consegnate immediatamente alla polizia dagli spaventatissimi rinvenitori casuali (e ora sono allegate al fascicolo e alcune di esse sono riprodotte nell’Appendice al volume). Ciò nonostante Fallada ritiene che non sia stata vana, che chi per il suo gesto di ribellione, magari minimo e dalle conseguenze pratiche nulle, immediatamente represso, ha perso la vita non l’abbia fatto inutilmente, e abbia comunque contribuito a restituire la dignità al popolo tedesco.

Non tutto funziona sempre, in questo romanzo: è scritto nel risvolto di copertina che Fallada lo scrisse alla fine della sua vita, malato e alcolizzato, in 24 giorni, e purtroppo un po’ si vede: soprattutto nella prima parte, alcuni punti sono abbastanza confusi e scollegati, il punto di vista cambia vorticosamente e senza preavviso (sarà colpa anche della traduzione? Infatti, come si vedrà più avanti, quest’edizione non mi è sembrata esente da difetti), molti personaggi e molte storie vengono messi sul tavolo, ma non tutti i filoni della storia vengono seguiti con la stessa lucidità (e alcuni quasi del tutto abbandonati: vedi Fromm, vedi i Persicke). Tuttavia, soprattutto a partire dall’ultimo capitolo della prima parte, la storia in sé ha una tale forza che si perdonano questi difetti, e nella seconda parte, quando tutto si fa inevitabilmente più cupo e claustrofobico, è anche il momento in cui si sale di livello, l’attenzione dell’autore si concentra sulla vicenda principale, la penna si fa più “spietata” nel raccontare l’orrore nudo e crudo degli interrogatorî, della prigionia, del processo-farsa, dell’esecuzione.

I Quangel non sono mai rappresentati con la magniloquenza riservata agli eroi: sono due poveri vecchi, lui d’aspetto neanche troppo gradevole, burbero, taciturno, avaro, di scarsa cultura, lei una donna modesta, abituata ad ubbidirgli. Ma di loro risalta sempre la fortissima solidarietà che li lega, che si esprime in modi sempre molto pudichi, riservati, quasi impacciati, mai esaltati ma profondamente autentici e commoventi, e soprattutto il fatto che sono fra i pochi personaggi che, dal momento in cui prendono la loro decisione di agire, poco a poco, fino agli ultimi momenti, riescono a liberarsi dalla paura, pur vivendo nel costante pericolo. È la paura infatti la grande e vera protagonista del romanzo, che tutti hanno interiorizzato come l’aria che respirano, dal miserabile  e disprezzabile Enno Kluge al viscido Borkhausen, dalla disgraziata e perseguitata ebrea Rosenthal alla coppia dei giovani Trudel e Karl, buoni ma troppo terrorizzati dall’idea del mettere in pericolo la loro tranquillità domestica per fare realmente qualcosa di concreto. E i tanti tedeschi senza nome che trovano le cartoline, ne leggono le prime righe e subito le gettano via come se scottassero, o le portano immediatamente alla Gestapo, rivolgendo la loro rabbia non al regime che li tiene schiavi, ma, in un ribaltamento di prospettiva amaramente paradossale, verso lo sconosciuto che scrive questa roba e così facendo mette nei guai il prossimo! Ed è una paura che non risparmia nessuno, nemmeno chi è dalla parte degli oppressori, perché, come dimostrano le parabole del commissario Escherich e del vecchio nazista Persicke, in questo sistema disumano che si regge sulla sopraffazione e sull’arbitrio, basta veramente un nulla per perdere le proprie sicurezze, essere abbandonati da chi credevamo più vicino, venire spogliato di tutto e brutalmente schiacciato, per la mancanza di un momento o anche senza neppure un vero motivo.

Che brutto dover chiudere la recensione con una lamentela, ma è una cosa che mi ha fatto davvero arrabbiare. Quest’edizione Sellerio ha la sua classica, bella copertina blu, interessantissime l’Appendice di cui sopra e la biografia di Fallada a firma di Geoff Wilkes, ok ok… Però! A p. 672, è il momento in cui Otto Quangel viene fatto uscire dalla sua cella per essere condotto al luogo dell’esecuzione; passando accanto alle celle degli altri detenuti, sente qualcuno dirgli “addio”, ed egli riflette tra sé quanto sia ironico un tale saluto a uno che sta andando a morire; una opportuna nota ci spiega cosa intenda: in tedesco “addio”, Lebewohl, significa letteralmente “vivi bene”… Peccato che nella nota non ci sia scritto “bene”, ci sia scritto… “bue“! Significa letteralmente “vivi bue”!!! È inevitabile, ti scappa da ridere, e non vorresti farlo, ti sembra persino irrispettoso in questo momento così tragico: da qui la rabbia verso questa trascuratezza che ti ha irrimediabilmente rovinato la lettura di questo brano. Dice: un errore di stampa può capitare. Va bene, ma non nel punto più alto e drammatico di tutto il romanzo! E se io me ne sono accorta è solo perché ho studiato un poco il tedesco, e che wohl volesse dire “bue” non mi tornava proprio… chissà quanti hanno letto il libro e si sono chiesti “ma che c’entra adesso il bue?”, perdendosi tutto il senso della frase…

Per saperne di più, ecco la pagina di Wikipedia in inglese su Otto ed Elise Hampel e le loro schede biografiche nel sito della Gedenkstätte Deutscher Widerstand (Memoriale della resistenza tedesca): Otto ed Elise.

Hans Fallada, Ognuno muore solo (trad. Clara Coïsson), voto = 4/5
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