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Plotone di esecuzione

Recensioni arretrate 1/5: a causa della mancanza di tempo/voglia, sono rimasta indietro con le consuete recensioni addirittura da maggio. Mi hanno tormentata per giorni, finalmente sono in grado di inserirle una dopo l’altra.

Un’altra fortunatissima scoperta in un mercatino dell’usato, edizione degli anni ’70 che, purtroppo, aprendola e sfogliandola (e passando attraverso i numerosi spostamenti del viaggio in USA), ha finito per rovinarsi e scollarsi.

Sono raccolte qui svariate sentenze del periodo 1915-1918 emesse dai Tribunali militari italiani nei confronti di soldati, per lo più di basso grado, per lo più giovanissimi, provenienti da ogni parte d’Italia, giudicati colpevoli di diserzione, disfattismo, autolesionismo, propaganda contro la guerra, o la cui corrispondenza era incappata nelle maglie della censura (i curatori hanno cercato di comprendere tutte le tipologie di reato possibili).

L’argomento della prima guerra mondiale, in quanto trauma collettivo di un intero continente, mi interessa da tempo (ricordo, anni fa, la visione dei film La grande guerra di Monicelli o Un anno sull’altipiano, o lo studio del saggio Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti di George L. Mosse per l’esame di storia contemporanea): soprattutto, come altri grandi eventi della storia, cerco di recuperarne una visione “dal basso”, più che politico-istituzionale o in termini di strategia militare. Ecco perché ho in programma di leggere anche titoli di recente acquistati come Compagnia K o i diari dei soldati, o La Grande Guerra dei piccoli uomini, o perché ho giudicato profondamente bello un libro come Bollettino di guerra o mi sono dedicata con passione alla trascrizione del diario della prigionia del mio bisnonno Mario (prima, seconda e terza parte).

Qui, in ciascuna sentenza, il testo, sfrondato dai curatori delle formule burocratiche, ricorda in modo più o meno sintetico le circostanze del reato: ne risultano quadri che, se alla lunga rischiano di diventare ripetitivi, hanno però tutta la tragicità del vissuto individuale e riescono a rendere l’idea, specie quando si fa ricorso alla trascrizione di parti di discorso diretto o di brani di lettere scritte dai soldati, dell’estrema stanchezza, prostrazione, paura e rabbia, per lo più impotente, dei giovani coinvolti.

Interessanti anche i saggi iniziali dei due curatori, in cui viene sottolineata anche la grande discrezione che finiva per essere lasciata ai giudici nell’interpretazione delle norme (dovuta anche all’inadeguatezza di un codice penale militare pensato per gli eserciti del XIX secolo alle dimensioni immani e alle modalità del conflitto in atto), che dava luogo talvolta a sconcertanti disparità di trattamento.

E. Forcella, A. Monticone, Plotone di esecuzione, voto = 3,5/5
Non in commercio

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La vita privata. L’Ottocento

Facevano prima a intitolarla “La vita privata in Francia”, piuttosto che “La vita privata in Occidente”… In quest’ultimo volume (in realtà l’opera si conclude con il quinto volume sul XX secolo, ma non lo leggerò), ancora più rari gli sconfinamenti dal terreno prediletto d’indagine, solo un capitoletto sull’Inghilterra (mentre quanto sarebbero stati interessanti sezioni dedicate, non dico all’Italia, ma alla Germania, agli Stati Uniti…): chiaro che, nell’Introduzione, i curatori tirino fuori la solita giustificazione dell’eccessiva vastità dell’argomento che quindi rende inevitabile una drastica limitazione dell’area geografica, ma sono quattro volumi che ripetono la stessa cosa, e allora dichiararlo fin dal principio e dal titolo, invece di imbarcarsi in un’impresa poi rivelatasi titanica, no?

A parte questo motivo di disappunto, comunque, questo è stato il volume più godibile, interessante e… comprensibile (vedi le mie precedenti annotazioni per chiarimenti). Chiaramente ciò è dovuto anche al fatto che la materia comincia, nel XIX secolo, a divenire meglio delimitata e meno “fumosa”, risulta sempre più legittimo e agevole rintracciare il confine che separa la vita “privata” da quella “pubblica” dell’individuo e, non ultimo, si moltiplicano, quantitativamente e qualitativamente, le fonti cui attingere, che diventano anche più varie (lettere, diari, romanzi, inchieste, statistiche ufficiali, articoli di giornale, processi, trattati medici, cartelle cliniche, e chi più ne ha più ne metta). In questo volume più che negli altri si avverte infatti il “lavoro” dello storico, che esamina le sue fonti e discute le tesi della bibliografia precedente.

Nel XIX secolo la vita privata si articola, ossessivamente, pervasivamente, sulla centralità della famiglia, totem e idolo che nel corso del tempo inizia a subire un progressivo sgretolamento, o che quanto meno vede allentarsi le sue maglie costrittive, ma che sostanzialmente domina incontrastata. E l’impressione contraddittoria è che, accanto al crescere dell’individualismo che spinge a realizzare le proprie ambizioni personali, o forse proprio a causa di ciò, all’interno del nucleo familiare, per lo meno negli ambienti della borghesia cittadina, l’atmosfera dominante sia ancora più claustrofobica, rigida, impegnata a controllare e regolare qualsiasi manifestazione dell’emotività che in passato: da qui una generale condizione di frustrazione e un’inedita “ansia” (inizia a serpeggiare quello che ormai conosciamo tutti col nome di “stress”) che attanaglierebbe l’uomo ottocentesco.
Ma ancora più interessante è la descrizione della situazione delle donne: confinate sempre più all’interno delle quattro mura della casa (molto più che nel passato, a differenza di quanto si potrebbe immaginare), relegate esclusivamente al ruolo di moglie e madre, valutate anzi solo in quanto riescono a conformarsi a questo ideale, e in generale considerate mai per sé ma solo in rapporto all’uomo, che ha il compito di proteggerle, dal mondo esterno, ma in fondo anche da loro stesse (perché la loro natura intrinsecamente inferiore e “uterina” le rende fragili, instabili, “isteriche”, irrimediabilmente dipendenti), viste alternativamente o come esseri angelici e influenze moralizzatrici o come femmes fatale corruttrici, leggere dei loro primi, timidi tentativi di contrastare questi schemi culturali (o, analogamente, delle prime ribellioni di altre categorie socialmente più svantaggiate come le classi operaie, i giovani, gli omosessuali) mi ha provocato una certa emozione.
Ancora una volta, bellissime le immagini nelle tavole in b/n fuori testo, però disposte un po’ a caso: una mancanza grave, secondo me, di queste opere è stato non aver inserito all’interno del testo dei riferimenti precisi (vedi fig. X) alle immagini che illustravano puntualmente il passo in questione.

La vita privata. L’Ottocento, a cura di P. Ariès e G. Duby, voto = 4/5
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La vita privata. Dal Rinascimento all’Illuminismo

Lettura interrotta temporaneamente (causa vacanze) e ora finalmente terminata! 🙂

Onestamente, all’inizio, stavo cominciando a pensare che i casi fossero due: o stavo diventando scema io, il che era anche possibile, o qualcuno, nella fattispecie lo storico Yves Castan o il traduttore Francesco Maiello, non sapeva fare il suo lavoro, perché del primo capitolo, scritto dall’uno e tradotto dall’altro, non ho capito assolutamente nulla. Che questi libri, dietro l’apparenza di una confezione impeccabile, nascondessero qualche magagna (quanto meno nell’edizione italiana), me ne ero resa conto già dai primi due volumi, e me lo ha confermato trovare un fantomatico “Monsieur, principe di” nell’Indice dei nomi (!). Però stavolta mi sono dovuta ricredere, almeno parzialmente, e ho fatto una piacevole lettura. Con questo tipo di opere è inevitabile imbattersi in contributi più o meno interessanti, ben scritti, pertinenti al tema generale: qui, ottimi e chiari quelli sull’influenza delle Riforme protestante e cattolica nella definizione di uno spazio di devozione individuale e privato, di François Lebrun, sulle nuove pratiche di scrittura e lettura individuali, di Roger Chartier, sull’importanza del galateo in società e a tavola, di Jacques Revel e di Jean-Louis Flandrin, sulla diversa considerazione data all’infanzia, di Jacques Gélis, sull’evoluzione della struttura delle abitazioni, di Alain Collomp, sul controllo sulla vita privata degli individui esercitato dalla comunità di villaggio, di Daniel Fabre. Come si intuisce anche da questi nomi di autori citati, la Francia rimane, in pratica, l’unico campo di indagine esaminato, ma stavolta i curatori del volume (P. Ariès e R. Chartier) non solo si rendono perfettamente conto di questo sbilanciamento, ma ne sanno dare anche una giustificazione condivisibile. Bellissimo, al solito, l’apparato iconografico.

La vita privata. Dal Rinascimento all’Illuminismo, a cura di P. Ariès e G. Duby, voto = 3,5/5
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La vita privata. Dal feudalesimo al Rinascimento

Che fatica! Devo dire la verità, mi aspettavo una lettura più piacevole, quando ho iniziato ad affrontare l’opera in quattro volumi La vita privata, a cura dei due insigni storici francesi Philippe Ariès e Georges Duby. E molte speranze riponevo in questo secondo volume, incentrato sui secoli del pieno Medioevo. Invece, si sono ripresentati alcuni dei difetti riscontrati nel precedente Dall’impero romano all’anno Mille: passaggi pressocché incomprensibili, punteggiatura un po’ così (ad alcuni sembrerà una minuzia, a me invece dà particolarmente fastidio), in più traduzioni poco precise (perché lasciare in francese nomi come “Alphonse de Castille” o “Orderic Vitale” quando abbiamo Alfonso di Castiglia e Orderico Vitale entrati perfettamente e da tempo in uso?), errori vari (“Christiane Glabisch” al posto di Christiane Klapisch-Zuber, storica).

Sicuramente il maggiore ostacolo al pieno apprezzamento del testo è stata però la sua eccessiva oscurità in molti capitoli: parlo di quelli iniziali a firma di Georges Duby e soprattutto di tutto il lungo excursus sulla letteratura cortese di Danielle Régnier-Bohler. Contenevano osservazioni magari anche interessanti, ma, a forza di capire il senso di una riga ogni dieci, il lettore si stanca e finisce per scorrere le pagine velocemente e con poca concentrazione (tanto è inutile: anche rileggendole più volte è difficile capire cosa intenda dire l’autore/l’autrice in frasi come “La tradizione allegorica, ed in particolare il Roman de la Rose, utilizza riccamente l’io che — continuando a dire «io» — intraprende talvolta la più pericolosa delle ricerche, quella in cui lo spazio mentale è legato a uno spazio percorso ed alla sovrapposizione di due temporalità, quella del sonno (la vera) e quella di una coscienza ben sveglia (ma immaginaria)”. E va avanti sempre così). Altre volte si ha l’impressione che il collegamento con il tema centrale “vita privata” si faccia molto labile, e l’autore del contributo non abbia voluto rinunciare a trattare di temi che gli sono più familiari, più congeniali, più noti.

Se non altro, accanto a una prevedibile preponderanza dell’area francese quale oggetto di studio, l’Italia (ma più precisamente la Toscana) non viene trascurata, anzi, è oggetto di un capitolo a sé, scritto da Charles de La Roncière: peccato però che le notizie sulla vita privata dei notabili toscani del XIV-XV secolo da lui presentate siano un po’… non voglio dire “banalotte”, che rischia di suonare poco rispettoso, ma già sentite, sicuramente trattate in modo molto frettoloso e compendioso: è anche vero che il poco spazio non consentiva nulla più che una sintesi di studi già fatti, e che quest’opera è ormai datata (anni ’80), probabile che mi sembri poco originale perché, dopo di essa, si sono moltiplicati i contributi in un campo in cui all’epoca si poteva definire pioneristica.

Molto meglio, invece, le parti che, prendendo spunto spesso dai ritrovamenti archeologici, tentano una ricostruzione delle dimore private medievali, di Dominique Barthélemy e Philippe Contamine, e questo apprezzamento non è così scontato da parte mia, che generalmente poco mi interesso di archeologia, preferendo gli apporti delle fonti scritte: eppure, un po’ di sana concretezza, dopo i fumi e le elucubrazioni letterario-filosofiche della Régnier-Bohler, non può che far piacere! Bello anche l’ultimo contributo, di Philippe Braunstein, in cui finalmente entra nel campo visivo dello storico anche l’area tedesca, e in cui vengono proposte interessanti letture iconografiche di dipinti, soprattutto italiani e fiamminghi, anche molto famosi. In effetti, in questo volume, sono più stringenti e motivati e facilmente tracciabili, rispetto a quanto avveniva nel primo, i riferimenti al corredo di immagini che l’abbelliscono.

La vita privata, a cura di P. Ariès e G. Duby, vol. II: Dal feudalesimo al Rinascimento, voto = 3/5
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La vita privata. Dall’impero romano all’anno Mille

Uno dei miei primi acquisti di libri autonomi e “consapevoli”, che ancora ricordo nei dettagli: era il 2001, ricordo il piano superiore della libreria di via Oberdan (recentemente chiusa in modo definitivo, allora era nel suo periodo d’oro, punto di riferimento per tutti i lettori perugini), l’angolo all’estrema sinistra dedicato al settore “storia”, e il fascino di questa bellissima opera in 5 volumi (oltre a questo, il primo, ci sono Dal feudalesimo al Rinascimento, Dal Rinascimento all’Illuminismo, L’Ottocento e Il Novecento), nonché i miei tormenti sull’opportunità di spendere in un sol colpo una somma per me consistente, e cioè 26.000 lire moltiplicato per 5, ovvero 130.000 lire (pensiamoci un attimo, nel 2001 volumi simili, di 400 e passa pagine ciascuno, di un certo pregio o comunque molto belli, riccamente illustrati con pagine e pagine di tavole fuori testo ancorché in bianco e nero, costavano 26.000 lire l’uno, cioè, come già si iniziava a indicare in vista del prossimo passaggio all’euro, € 13,43, con un’equivalenza precisa al centesimo! 13 euro! Oggi con questa somma poco ci manca che non arrivi a comprare un libro di 100 pagine. Che tenerezza!). Alla fine li comprai (con l’eccezione dell’ultimo, che mi interessava ben poco), perché… come resistere? E forse me ne ricordo così bene anche perché fu un investimento, economico e affettivo, degno di nota: dal 2001 costituiscono uno dei possessi più preziosi della mia biblioteca privata, eppure potrà sembrare strano che solo ora mi sia messa a leggerli, a 9 anni di distanza! In parte perché i libri da leggere si accumulano continuamente a un ritmo vertiginoso, e non basta mai il tempo, neanche a me che pure, mi riconosco questo difetto, leggo troppo voracemente, passo da un volume all’altro senza darmi il tempo di “depositare” e “decantare” nulla, con l’autentica smania del “collezionista”. In parte anche perché ho sempre pensato che questi volumi de La vita privata non potessero essere affrontati separatamente, ma andassero letti rigorosamente l’uno di seguito all’altro, per poter avere davvero un quadro dell’opera intera, altrimenti spezzettata nel corso dei mesi, se non degli anni, e l’impresa era piuttosto impegnativa e mi ha fatto a lungo arretrare. Mi ci sono infine dedicata questo mese. Come spesso mi capita, ho occupato un sacco di spazio per parlare della mia storia personale relativa al libro, e ora finalmente giungo alla recensione vera e propria!

Il primo volume della serie, forse perché incentrato in parte su un periodo che suscita in misura minore il mio interesse, ma anche per caratteristiche dell’opera che alla fin fine paventavo, si è rivelato in generale piuttosto pesante e francamente poco chiaro. Come dicevo, essendo l’opera il frutto di un’équipe di studiosi prevalentemente francesi, mi aspettavo, e qui puntualmente ne ho avuta la riprova, che il loro campo di interesse, il loro termine di paragone, la loro attenzione si focalizzassero quasi esclusivamente sulla Francia. Questo in fin dei conti era prevedibile e pure giustificabile, avendo loro scritto primariamente per un pubblico francese; forse questo aspetto sarà anche più accentuato nei volumi seguenti, poiché qui, in definitiva, come fai a trattare esclusivamente della regione francese se ti occupi dell’impero romano, ma tanto più appunto i riferimenti a essa mi sono sembrati troppo insistenti e fuori luogo, specialmente nel saggio di Paul Veyne. Lo stesso Veyne, poi, ha uno stile di scrittura un po’ troppo “immaginifico” per i miei gusti, e alcuni passaggi del suo testo francamente sono abbastanza oscuri: gli altri studiosi purtroppo lo imitano in questa tendenza, con la parziale eccezione di Evelyne Patlagean, che si occupa dell’impero bizantino e che infatti è autrice del contributo secondo me migliore e più chiaro (non male comunque anche quello Yvon Thébert, sull’architettura privata nell’Africa romana: come si vede dove il contesto spaziale è più esotico si ottengono i risultati per me migliori e naturalmente meno “francocentrici”).

L’attenzione per la Francia, o meglio per la Gallia antica, tardo-antica e alto-medievale, non è però sempre un “male” (intendo, per me come lettrice italiana): considerazioni sulle usanze dei Germani del nord, sulle dinastie merovingie e carolingie ancora abbondantemente intrise di paganesimo sono state una scoperta, tanto sono diverse dal nostro coevo mondo mediterraneo, i cui occupanti (Ostrogoti, Longobardi), conoscono invece una cristianizzazione, ovviamente in alcuni casi parziale, costretta a compromessi vari, ma comunque più precoce e decisa.

Poca chiarezza, e poca contestualizzazione, si riscontra anche nelle didascalie delle belle immagini, tanto che spesso non si sa bene come collegarle al testo, quale punto di esso servano ad illustrare, e finiscono a volte per ridursi a semplice abbellimento, anche perché nel testo stesso quasi mai ci sono dei puntuali richiami a questa o quella immagine: sarebbe bastato un semplice “vedi fig. X”, per renderne più agevole l’interpretazione.

Un’ulteriore causa di vivo disappunto è stato il lavoro non certo impeccabile fatto dall’editore italiano (Laterza, e il che è abbastanza sorprendente): punteggiatura sballata ed erroracci (del traduttore?) come “pò”, “sù”, etc.

La vita privata, a cura di P. Ariès e G. Duby, vol. I: Dall’impero romano all’anno Mille, voto = 3/5

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Terre ignote strana gente

L’autore precisa subito che quella che stiamo per leggere non è una storia del viaggio, ma una storia delle storie di viaggi, ovvero dei resoconti, dei “reportage” che coloro che, nel Medioevo e nella prima età moderna, si mettevano in cammino facevano delle lontane contrade visitate. Uno spunto molto carino, ma risultato leggermente al di sotto delle aspettative.

C’erano due modi per affrontare il tema: adottando un criterio geografico, trattando assieme tutti i resoconti di viaggi verso la Terrasanta, poi tutti quelli di viaggi verso l’estremo Oriente, verso le terre settentrionali, eccetera, o per argomenti di interesse, confrontando le reazioni dei viaggiatori di fronte a specifici oggetti o ai diversi modi di vita che incontrano, indipendentemente dal luogo, in riferimento ad esempio al cibo, al vestiario, alla sessualità, alla religione. Quest’ultimo è stato l’approccio adottato da Balestracci, che volontariamente e programmaticamente si tira indietro, lasciando la scena alle sue fonti, con la conseguenza di rendere l’esposizione forse più vivace e superficialmente “godibile”, ma anche di ridurre di molto lo spazio riservato all’analisi storica e di rendere il testo a tratti molto confuso: le testimonianze si affastellano l’una sull’altra senza un minimo di ordine e, visto che l’arco cronologico considerato va dalla tarda antichità alla fine del XVI secolo, si rischia di fare un miscuglio indistinto e che risulta, alla lunga, monotono: al frate del XIII secolo in missione presso i Mongoli segue subito, senza un minimo di stacco o di contestualizzazione, il mercante fiorentino che viaggia in India nel Cinquecento, al viaggiatore musulmano del X secolo si affianca il pellegrino verso la Terrasanta del XIV secolo.

Se interessa solo il gusto della narrazione strana o divertente, allora tanto vale prendersi un’antologia di questi testi e leggerseli in versione integrale. Quando comunque lo storico si inserisce per fornire un minimo di commento alle fonti, non ci si aspetti conclusioni sorprendenti: prigionieri, o comunque condizionati, dal proprio punto di vista etnocentrico, tutti i viaggiatori presentati da Balestracci, siano essi occidentali, arabi o cinesi, cristiani, ebrei o musulmani, oscillano tra lo stupore per le meraviglie (più sentite dire che viste) di cui sempre si popolano le terre lontane da noi, e la diffidenza, l’odio, il disprezzo per culture e modi di vita diversi dai propri.

Interessante comunque la parte iniziale, che illustra le convenzioni e i topoi di questo “genere letterario”, gli espedienti narrativi, gli elementi fissi e che si ripropongono attraverso i secoli e le latitudini perché il pubblico semplicemente si aspettava di trovarceli. Forse ci sarebbe stata bene anche qualche illustrazione, e un maggior numero di mappe (molti luoghi citati, se erano lontani e misteriosi per i viaggiatori medievali, non sono poi molto più facili da collocare sul planisfero neanche per me!). Colpisce la mancanza di un apparato di note all’altezza, ma è appunto precisa volontà dell’autore, che rimanda unicamente alla bibliografia in fondo al volume.

Molto fastidioso, infine, lo stile adottato: Duccio Balestracci, che ho ascoltato anche dal vivo e che ricordo infatti come una persona molto simpatica, qui si lascia un po’ troppo andare al cabaret: sarò esageratamente seriosa, ma se leggo un saggio storico non cerco una prosa eccessivamente brillante e continui commenti spiritosi, un linguaggio frivolo o capitoletti con titoli a effetto (“Rotta per casa di Dio”???).

Duccio Balestracci, Terre ignote strana gente, voto = 3/5
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Le piazze del sapere

“Maggio, il mese del saggio”. Ah ah. Mi concentrerò ora su questo genere ultimamente un po’ trascurato.

Ho iniziato con un libro di cui si era parlato nel corso di un incontro di formazione, Le piazze del sapere di Antonella Agnoli. Partendo dal presupposto che le biblioteche sono, un po’ ovunque ma specialmente in Italia, poco frequentate e soprattutto percepite come qualcosa di superato, antico, polveroso e ormai, con l’avvento di Internet, sostanzialmente inutile (che si tratti di una percezione più che della realtà l’autrice lo ripete più volte: in effetti, ella riconosce che da tempo le biblioteche, la maggior parte almeno, offrono assai più servizi oltre ai classici consultazione e prestito di libri, ma è l’immagine che ne hanno i cittadini a essere rimasta indietro e su cui, secondo lei, bisogna agire, e infatti quasi tutto il libro parla essenzialmente di questo), si cerca qui quali potrebbero essere i metodi, gli accorgimenti da adottare per aprirsi di più al pubblico, in primo luogo a chi in biblioteca finora non ha mai avuto intenzione di venire, per farne un posto in cui non solo si possa leggere, ascoltare musica, sfogliare il giornale, ma prima di tutto incontrarsi e “stare bene”, come in una piazza, da cui il titolo.

Nel perseguire questo obiettivo non si deve esitare, secondo Agnoli, a sfruttare le tecniche del marketing e della pubblicità, a immergersi nelle logiche del mercato che ormai, ci piaccia o no, sono quelle dominanti. Ed è questa tesi che può urtare, forse, la sensibilità del lettore, almeno a me un po’ è successo, come se il tentativo di uscire, di raggiungere quanti più possibile debba farsi necessariamente sacrificando anche le ultime “isole” rimaste per lo più immuni dall’atmosfera di “spot  infinito” che ci circonda che sono le biblioteche. D’altra parte, riconosco nel ragionamento dell’autrice un fondamento: per parlare a persone che, soprattutto se vi sono cresciute dentro, non intendono altro che il linguaggio della pubblicità, è necessario usare proprio quel codice per farsi ascoltare, senza rinunciare in nulla ai valori fondanti che la biblioteca rappresenta, e cioè la gratuità, il bene pubblico, l’accoglienza, la funzione socializzatrice e formativa, ma senza neppure arroccarsi in un isolamento cocciuto ma ormai sterile e controproducente.

E quindi l’autrice è prodiga di consigli per il restyling, non solo e non tanto delle strutture materiali, quanto soprattutto delle forme mentali di chi in biblioteca lavora, di chi le dirige e di chi le frequenta. Un pregio del libro è che le idee vengono poi calate nella realtà concreta e illustrate con numerosi esempi (bello anche l’apparato iconografico con fotografie di biblioteche di tutto il mondo), tratti anche dall’esperienza lavorativa dell’autrice, e tuttavia non presentati come modelli assoluti e univoci, poiché ogni progetto di biblioteca va pensato, preparato e studiato appositamente per il contesto specifico in cui sarà realizzato, per le persone che poi la dovranno vivere.

Fatti i complimenti al libro, bisogna dire, cosa che è invero sottolineata anche nel testo stesso, che i concetti espressi valgono principalmente per le biblioteche di pubblica lettura, più che per quelle di conservazione. La realtà in cui mi trovo momentaneamente ad operare fa proprio parte di quest’ultimo gruppo, e aggiungo anche per mia fortuna. Per come sono fatta io, infatti, non mi dispiace se attorno alla biblioteca, al libro, permane un’aura non dirò “sacrale”, ma che comunque rende percettibile la sensazione che entrandovi ci si immerge in una dimensione diversa, più complessa e, perché non dirlo francamente, perché aver paura delle parole, più “elevata” in confronto al frastuono quotidiano. Sarà anche perché sono abituata a frequentarle sin da piccolissima, ma in tutta sincerità non comprendo i timori e la repulsione di chi non entra mai in biblioteca, e allora gli sforzi per raggiungere nuovi “clienti” li sento estranei al mio modo di vivere la lettura. Ma, ripeto, ciò è legato ai miei gusti personali e non sminuisce il valore e la potenziale efficacia delle tesi sostenute dall’Agnoli, nonché la passione e il senso civico con cui le esprime.

Antonella Agnoli, Le piazze del sapere, voto = 3/5
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Come scrivere un best seller in 57 giorni

Una premessa: è mia opinione, condivisibile o meno, che 9,50 € siano tantini per un libretto di 115 pagine… Difatti l’ho acquistato scontato da IBS, dopo averne vista la recensione sul Corriere.

Come si vede chiaramente da quell’articolo, il libro è una provocazione, una satira, un divertissement, però cattivello, con tanto di nomi e cognomi di “autori di best seller”, mestiere ben diverso da quello di scrittore (i soliti noti, Brown, Cornwell, King, Grisham…): interessante entrare nell’officina dell’autore, vedere come sono analizzate le due coppie cardine della struttura di qualsiasi romanzo, Narratore & Lingua e Ambientazione & Personaggi, e constatare che vengono inevitabilmente risolte in modo praticamente immutato in questi libri “di consumo”. Tutti noi almeno una volta nella vita siamo stati “lettori di best seller”, abbiamo desiderato che ci intrattenessero mentre ci davano anche “l’illusione di pensare”, e Ricci è bravo a farci stare quasi “male” nell’ammetterlo… Al pari che ne L’informazione, poi, viene presa di mira l’industria dell’editoria, la letteratura come business, la trasformazione dello scrittore in “personaggio” di successo.
Allo stesso tempo però non vengono risparmiati neppure la pretenziosità e la supponenza degli intellettualismi fini a se stessi, della ricerca a tutti i costi dell’oscurità e della letteratura “contro il lettore”.

Che dire? Mi aspettavo forse qualcosina di più dall’autore del meraviglioso La persecuzione del rigorista; soprattutto credevo che avrei riso di più, qui la parte veramente interessante inizia più o meno a pagina 50. In ogni caso, lettura gradevole.

Luca Ricci, Come scrivere un best seller in 57 giorni, voto = 3/5
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La giustizia del papa

Ho finalmente finito questo saggio su La giustizia del papa. Sudditi e tribunali nello Stato pontificio in età moderna, di Irene Fosi, iniziato addirittura il 7 settembre. La ragione per cui ci ho messo così tanto tempo (a parte le ore passate a giocare a The Sims 2 Seasons e The Sims 2 Apartment Life) è che, diciamolo, non è stata una lettura particolarmente avvincente o interessante.
Molti concetti non mi erano nuovi, né mi sembravano particolarmente rivoluzionari (confusione di competenze e conflitti fra la moltitudine di curie esistenti, necessità di compromessi fra la volontà accentratrice e omologante del centro e i ricordi di autonomia ormai frustrata delle realtà locali, direttrici delle Congregazioni romane che spesso si scontravano con esecutori non all’altezza o indegni, tentativi di intervento per la moralizzazione del clero, per il controllo della sfera privata, per la repressione di pratiche se non ereticali quanto meno superstiziose ma capillarmente diffuse, etc. etc.), e poi erano espressi in modo piuttosto ripetitivo e piatto.
Qualche informazione utile nel I capitolo, in cui con un approccio storico-istituzionale si delinea un quadro dell’organizzazione dello Stato pontificio fra Cinque e Settecento (spesso alcuni concetti sono dati per scontati, così invece ho potuto farmene un’idea più chiara), qualche riflessione interessante sulla natura e sull’utilizzo delle fonti giudiziarie. Per il resto, poco più, anche i casi di studio presentati non erano particolarmente affascinanti. Francamente un po’ pleonastico l’elenco cronologico dei papi in Appendice: fin qui un lettore minimamente acculturato (e chi compra un saggio come questo si presuppone che abbia almeno una conoscenza base del periodo storico) ci arriva anche da solo (forse era più utile una carta geografica).

Irene Fosi, La giustizia del papa, voto = 2/5
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Resti di umanità

L’ultima lettura è stata un saggio dell’antropologo Adriano Favole, Resti di umanità, del quale, forse, avevo sentito parlare da una recensione del supplemento TTL della Stampa anni e anni fa.
Finalmente una scelta azzeccata, dopo alcuni libri un po’ deludenti, perché si è rivelato interessante, soprattutto nella prima parte, e non troppo arduo da seguire, come temevo.
Il tema affrontato, che potrebbe risultare un po’ macabro, è che cosa è, nelle varie società umane, del corpo dopo la morte: per l’autore, il fatto che quasi mai l’uomo nella storia ha scelto di abbandonare i corpi morti alla putrefazione come fossero semplici rifiuti organici è un segno del tentativo, in ultima analisi pur sempre illusorio ma la cui necessità è profondamente radicata nella natura umana, di attuare un estremo intervento “culturale” sul corpo, e non lasciarlo al suo destino “biologico”: e allora l’evento sconvolgente della putrefazione viene “controllato” mediante vari espedienti, evitandola (cremazione, cannibalismo funebre), accelerandola (esponendo il corpo agli agenti atmosferici), occultandola (inumazione), rallentandola (imbalsamazione, il make-up dei cadaveri in uso soprattutto negli Stati Uniti), o bloccandola (mummificazione, criogenizzazione).
È affascinante l’abilità con cui l’autore si muove in contesti storici e geografici differenti, portando il lettore dalle nostre società occidentali a quelle oceaniane, dall’antica Roma all’Europa medievale.
La seconda parte del libro è dedicata non più al destino del cadavere, ma alle “reliquie”, parti del corpo, e l’indagine tocca il mondo affascinante delle reliquie cristiane, dal Medioevo a oggi, ma anche le reliquie che i gruppi etnici dell’Oceania più familiari all’autore (vorrei essere più precisa, ma i nomi sono veramente tanti e i posti minuscole isole sperdute nell’Oceano Pacifico) conservavano degli antenati, ma anche dei nemici uccisi. Con un intelligente parallelismo l’Autore poi passa a trattare delle “reliquie” che gli esploratori e gli antropologi a cavallo tra XIX e XX secolo conservavano dei loro viaggi, comprese teste e parti del corpo degli indigeni, che stavolta non erano preziose per il loro valore religioso o sacrale ma “scientifico”: tanto è vero che, se l’Occidente accusava queste popolazioni, spesso sulla base di informazioni imprecise, di cannibalismo, potrebbe ben essere più vero l’opposto.
Analizzando anche il tema dei trapianti, di quanto la soglia della morte sembri un fatto assolutamente “biologico” e quindi universale, oggettivo, mentre in definitiva sia una scelta “culturale” (qual è il momento della morte? quando un individuo si può dire morto?), l’Autore si collega anche inconsapevolmente (il libro è stato scritto nel 2003) alla più scottante attualità.

Adriano Favole, Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte, voto = 3/5
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