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Il dialetto dimenticato

Libretto scoperto in modo totalmente casuale nel corso del mio lavoro: semplici abbozzi, quadretti, aneddoti, brevissimi, dalla vita del perugino Dino Persiani, classe 1924, parecchi per la verità abbastanza insulsi (o, per dirlo in modo meno brusco, “narrativamente” piuttosto poveri, senza un vero svolgimento e neanche così divertenti. Per il lettore perugino comunque un qualche motivo di interesse e una parte del divertimento stanno nel fatto che il libro è scritto interamente in dialetto (che comunque, come precisa l’autore all’inizio, non pretende di essere “puro”, ma ricalca semplicemente il parlato della gente).

A parte le scene dell’infanzia, degli anni della guerra (Persiani prese parte alla Resistenza) e dell’età più matura, che per la verità sono talvolta trascurabili e non offrono molto più che qualche sorrisetto qua e là, la parte più interessante sono senz’altro i capitoletti dedicati all’esperienza di maestro nelle scuole elementari e serali dei paesini umbri dell’immediato dopoguerra, con episodi gustosi e toccanti che narrano le prevedibili difficoltà di comunicazione, di metodo e naturalmente anche strettamente materiali, ma anche la passione per un mestiere che, all’epoca (e sicuramente non solo allora), non è esagerato definire “eroico”. Peccato che una materia simile non sia stata messa in mano a un autore più talentuoso che, magari integrando anche un po’ con la fantasia, poteva ricavarne un racconto meno frammentario e più elaborato.

Insomma una lettura breve e leggera leggera affrontata per pura curiosità, che sicuramente non aveva molte pretese.

Dino Persiani, Il dialetto dimenticato. Racconti veri, voto = 2,5/5

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Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…

Preso in biblioteca, dove ero andata per cercare Ossa nel deserto, d’impulso, naturalmente attirata dal titolo choc.
Il saggio ha per oggetto un caso giudiziario ritrovato negli archivi, un caso clamoroso per la ricchezza e la completezza della documentazione ma che, tutto sommato, attirò l’opinione pubblica solo brevemente, e finì dimenticato. Michel Foucault lo usò per un seminario al Collège de France nel 1973, il cui risultato è questo libro, diviso in due parti: la prima è l’edizione di tutti i documenti del processo, la seconda contiene dei brevi saggi di analisi di Foucault e dei suoi allievi.

Siamo nel Calvados, nella Francia del nord, nel giugno 1835: Pierre Rivière, contadino, vent’anni, massacra a coltellate la madre, la sorella diciottenne e il fratello di soli sette anni, affermando di voler “liberare il padre”, e fugge nei boschi. Viene aperta un’inchiesta, vengono ascoltati i primi testimoni, che subito riferiscono del carattere cupo e solitario del giovane, delle sue presunte “stranezze”, della sua generale fama di “idiota”, mentre si cerca in ogni dove il fuggitivo. Circa un mese dopo, Rivière viene identificato e arrestato; in un primo momento, risponde agli interrogatori in modo delirante, affermando di aver ucciso i familiari perché gliel’ha ordinato Dio in una visione. Successivamente, però, prende la penna e realizza una lunghissima, dettagliatissima memoria (le cui primissime righe, “Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…”, sono proprio il titolo del libro), sorprendente per un contadino che afferma di sapere appena leggere e scrivere e che era da tutti considerato scemo o mezzo matto, in cui racconta nel dettaglio le sue motivazioni. Racconta di una situazione familiare disastrata, del padre che, a suo dire, da anni era ingiustamente vessato e perseguitato dalla moglie, madre di Pierre, donna cattiva, egoista, meschina, avida e prepotente. Un racconto penoso, fra liti per motivi economici, la morte di un altro fratellino, riportato con estrema vivezza (i curatori dell’edizione hanno mantenuto la struttura, l’ortografia e la punteggiatura dell’originale, e allo stesso criterio si sono conformati i traduttori italiani) e stupefacente precisione di dettagli, in cui protagonista, più che Pierre testimone della rovina della sua famiglia, emerge suo padre, una specie di Giobbe ignaro che sta per accadergli ben di peggio. Affezionatissimo al padre, Pierre finisce per convinversi di doverlo liberare della donna che gli sta rovinando la vita, della sorella, sua alleata, e nel suo delirio progetta di uccidere anche il fratellino, perché amava la mamma e perché, poiché il padre lo aveva caro, ucciderlo avrebbe spento qualsiasi residuo di amore che il genitore poteva provare per lui, Pierre, e quindi evitare che soffrisse quando Pierre, votato al martirio per lui, sarebbe stato condannato a morte per il crimine compiuto. Il massacro in sé è trattato da Pierre in poche righe, e segue il racconto del suo peregrinare nei boschi, la realizzazione di quel che ha fatto, la disperazione, i tentativi di suicidio, i propositi di consegnarsi alla giustizia, l’indecisione, i tentativi di farsi passare per pazzo una volta arrestato.
Seguono, nel dossier, gli atti del processo, in cui la questione centrale fu stabilire se Pierre Rivière fosse sano di mente o pazzo, e quindi potesse essere responsabile delle sue azioni o no. Solo da pochi anni, infatti, in Francia erano state introdotte le circostanze attenuanti e la valutazione sullo stato mentale dell’imputato: al caso si interessarono dunque i più eminenti specialisti del tempo di una branca della medicina relativamente nuova, la psichiatria: chiaramente la memoria di Rivière e le testimonianze vennero usate per giungere a interpretazioni diametralmente opposte: i giudici cercarono di trovarvi la prova della sua normalità, i medici della sua follia. Il processo si concluse con una condanna a morte (novembre 1835), anche se nella sentenza la giuria non poté trattenersi dall’esprimere qualche dubbio: decisivo fu l’intervento di un gruppo di eminenti e influenti medici, che portarono alla concessione della grazia e alla commutazione della pena nel carcere a vita. La conclusione di questa cupa vicenda è però altrettanto dolorosa: Pierre Rivière si suicidò nella sua cella nel 1840.

Come “confessano” anche i curatori, gli atti del processo e soprattutto, naturalmente, la Memoria hanno una “bellezza” sinistra talmente potente, un “gusto” narrativo che la lettura scorre rapida, come un romanzo nero che precipita inesorabile nella catastrofe. Come ho già detto, per tutto il tempo nella mia mente non c’era tanto Pierre Rivière, sebbene fin dal titolo (“Io, Pierre Rivière…”) i curatori vogliano metterlo con forza al centro del discorso, quanto suo padre. Ma non è solo la memoria, che pure è il documento più sconvolgente, a stregare il lettore contemporaneo, anche le testimonianze degli abitanti del villaggio, con i loro racconti terrorizzati, malevoli, dubbiosi, sconvolti, i ritagli di stampa, il dossier con le differenti ipotesi sulla follia o sulla lucidità dell’imputato contribuiscono a creare questo “miracolo” archivistico. Proprio una “bella” (bella? Tragica, emozionante, dolorosa, spaventosa) lettura, nella prima parte. E la seconda parte?

La seconda parte, con i saggi di Michel Foucault e dei suoi allievi, è incomprensibile. Forse due contributi si salvano, quello di Blandine Barret-Kriegel sull’accostamento parricidio-regicidio e quello di Robert Castel sulle diverse conclusioni tratte dalla Memoria dai giudici e dai medici. Del resto, non c’ho capito niente. E dire che non vedevo l’ora di leggere la ricchezza delle interpretazioni e delle suggestioni che un documento tanto originale e tanto prezioso poteva donare. Delusione tremenda, tanto più che il documento che precedeva offriva tantissimi spunti all’analisi. Questo mi preoccupa perché avevo intenzione di leggere un altro libro di Foucault, Sorvegliare e punire: se è scritto allo stesso modo, sarà una fatica sprecata.

Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, a cura di Michel Foucault (trad. Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino), voto = 2,5/5

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La baracca dei tristi piaceri

Ho scoperto Helga Schneider, scrittrice di origini tedesche ma ormai italiana d’adozione, nel 2001, da una nota sul Corriere della Sera sul suo libro forse più famoso, Lasciami andare, madre (Adelphi). La sua storia personale è tragica: quando Helga e suo fratello erano ancora bambini, nella Germania hitleriana, vennero abbandonati dalla madre, fanatica nazista, che divenne guardiana nel campo di concentramento di Ravensbrück. I due piccoli, affidati a una zia, si trovavano a Berlino negli ultimi tragici giorni della guerra, e furono persino portati nel bunker sotterraneo dove Hitler si era rifugiato. La Schneider rivide la madre solo nel 1998, e quell’incontro è appunto al centro di Lasciami andare, madre: a distanza di cinquant’anni, la figlia ritrova una vecchia che non ha rinnegato nulla della sua antica fede, che ancora è orgogliosadel suo lavoro di aguzzina, ancora sprizza odio e cieca obbedienza da tutti i pori, e che pure, incredibilmente, si ostina a cercare un riavvicinamento con la bambina che ha abbandonato senza rimpianti e che ora la guarda con orrore.

Insomma, la signora Schneider sicuramente la follia nazista la conosce bene, nulla da dire: da un po’ di tempo però ho l’impressione che come scrittrice sia sopravvalutata, che le tematiche che affronta (ovviamente, data la sua biografia, scrive per lo più, anzi quasi esclusivamente, sul nazismo e la guerra, spesso rivolgendosi anche a un pubblico di ragazzi), per quanto sicuramente educative e importanti, non riescano del tutto a mascherare le carenze della scrittura. E infatti questo suo libro, che uscì nel 2009, l’ho preso esclusivamente per l’argomento trattato, ben sapendo che molto probabilmente sarebbe stato quello il suo unico motivo di pregio.

L’esistenza dei bordelli nei campi di concentramento nazisti è stata a lungo un argomento tabù: comprensibilissime la reticenza e la poca disponibilità a parlare delle ex prigioniere costrette a prostituirsi, e altri motivi hanno fatto sì che fosse un tema poco studiato (la Schneider cita anche il timore di dare un assist ai negazionisti, che potrebbero sfruttare la presenza dei bordelli per sostenere che in fondo le condizioni di vita nei lager non erano poi così malvage). Nel 1943 il capo delle SS Himmler ritenne che, poiché i prigionieri costituivano gran parte della forza lavoro del Reich nel bel mezzo dello sforzo bellico, fosse di pubblico interesse assicurarne il “benessere” psico-fisico e una regolare attività sessuale, da cui l’istituzione dei bordelli, nei quali furono chiamate a lavorare, spesso con l’ingannevole miraggio di una più pronta liberazione, le prigioniere del lager femminile di Ravensbrück. La frequentazione dei bordelli era vietata a ebrei, Sinti, Rom e sovietici e, almeno inizialmente, anche alle SS. La baracca dei tristi piaceri segue la testimonianza di un’anziana donna berlinese di nome Herta Kiesel (sicuramente un nome di fantasia), arrestata nel 1943 perché fidanzata con un giovane di origini ebraiche. Rinchiusa nell’inferno di Ravensbrück, quando le viene proposto di lavorare con altre compagne nel bordello di Buchenwald, con la promessa che di lì a sei mesi sarebbe stata liberata (promessa che poi naturalmente si rivelerà del tutto falsa), si aggrappa a quella speranza e accetta senza neanche pensarci. Nel Sonderbau (“edificio speciale”) di Buchenwald trova in effetti migliori condizioni materiali di vita, ma a prezzo di uno sfruttamento e un degradamento ancora più schifoso, a opera prima di tutto delle spregevoli guardiane delle SS, e sfortunatamente anche degli stessi “clienti” prigionieri, poiché in un ambiente simile, purtroppo, neanche fra gli oppressi riesce a nascere un po’ di solidarietà. Herta e le altre prostitute forzate del Sonderbau sarebbero state usate anche per verificare l’efficacia della “cura dell’omosessualità” che uno dei medici nazisti del lager, Carl Vaernet, stava sperimentando sulle sue cavie umane. I traumi e le ferite di quegli anni terribili continueranno anche dopo la liberazione a tormentare Herta, che durante la prigionia è diventata dipendente dall’alcol, che solo con estrema fatica sarebbe ritornata ad avere una normale vita di affetti, senza peraltro avere mai il coraggio di raccontare la sua storia.

Questa, in definitiva, la vicenda che ha fornito alla Schneider l’ispirazione per il suo libro (o le vicende, se sono state messe insieme esperienze di più di una persona per creare una storia “esemplare”): come si vede, un tema di estremo interesse, quasi inedito, doloroso ma da conoscere. Peccato che il risultato non sia all’altezza.

Ci troviamo di fronte a un “romanzo”, e io lo giudico (anche) in base a questo assunto. C’è una cornice un po’ “tirata via”, che non è il massimo dell’originalità e dell’inventiva: a Berlino, una scrittrice incontra un’anziana donna (Herta) che ha vissuto sulla sua pelle l’orrore del bordello dei lager e che, in un lungo racconto, espone la sua storia. Il nucleo centrale è inframmezzato da lungaggini per lo più inutili (aveva uno scopo la presenza dell’amico della scrittrice, Marco, o era lì solo per metterci – gasp! – una storia d’amore omosessuale?) e appesantito da una marea di dettagli altrettanto superflui (la descrizione dell’appartamento di Frau Kiesel, e che importa sapere che Sveva preferisce lo zucchero e non la panna nel caffè? Certe volte si ha l’impressione, ma non solo in questo libro, che un po’ di righe di testo vengano inserite “per far numero”); lo stile è piattissimo, o peggio fa sfoggio di frasi abusate e retoriche (penso soprattutto alle descrizioni fisiche, con un fiorire di “rughe” sul volto ed espressioni degli occhi che rivelerebbero al primo colpo tutto della personalità di un individuo), e i “personaggi” sono poco più che dispensatori o ricevitori di infodump; qua e là, per fornire un po’ d’ambientazione, è inserito qualche brano che sembra tratto da una guida di Berlino, e in aggiunta ci sono incastrate altri episodi minori, che forse l’autrice ha raccolto in interviste, che però si armonizzano male col resto, come se si fosse voluto metterli a forza per utilizzarli in qualche modo (ad es. il siparietto, inutile anche questo, dell’anziana coppia tornata a Berlino dopo aver vissuto per decenni in America).

Quando il libro, consciamente o meno, “rinuncia” alla pretesa di essere un romanzo, allora diventa più scorrevole, più riuscito: parlo dei brani messi in bocca al personaggio di Frau Kiesel che probabilmente sono trascrizioni fedeli di interviste fatte dalla Schneider, o di pezzi dal carattere apertamente saggistico. Senza più inutili (e malriusciti) distrazioni o orpelli, la semplice forza della tematica e delle testimonianze si impone.

Mi domando perché debba essere sembrato così inconcepibile all’autrice scrivere un bel saggio sull’argomento, documentato e appassionato, o un libro-intervista, invece che tentare di “costruirci su” un romanzo. La piattezza dell’insieme rischia persino (e mi vergogno a dire una cosa simile, vista la tragicità dell’argomento, ma è questo l’effetto che la lettura mi ha provocato) di “banalizzare” le vicende narrate, che risultano annacquate, quasi costruite (e, ripeto, quasi sicuramente non è affatto questo il caso). Paradossalmente, l’espediente di trattare l’argomento in forma narrativa avrebbe dovuto renderlo più coinvolgente ed emozionante, e invece, poiché è realizzato in modo non soddisfacente, risulta persino controproducente.

Helga Schneider, La baracca dei tristi piaceri, voto = 2,5/5

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Le stanze buie

Entrare in possesso di questo libro si è rivelato una mezza impresa! No, niente di epico, mi sono limitata a fare varie ricerche e vari ordini andati a vuoto on line, ma certo per molti mesi risultava esaurito ovunque e, come sempre, visto che il libro che più vorresti leggere è quello che ancora non possiedi, si stava tramutando in una vera e propria “ossessione”.

La “fortuna” di questo romanzo è stata che ne scoprii l’esistenza quando ancora vivevo in uno stato di beatitudine post Quel che resta del giorno: mi sarei buttata a capofitto su qualsiasi libro promettesse di ricordarmi quel capolavoro, e qui le affinità fra le trame erano, a prima vista, significative. Non siamo nell’Inghilterra degli anni cinquanta ma in Piemonte, nel 1864, ma al centro della vicenda c’è sempre un maggiordomo, severo e impeccabile, che pone grande importanza nello svolgere in modo perfetto il proprio lavoro, esattamente sulla falsariga dell’indimenticabile Mr Stevens (ero quasi sicura che l’opera di Ishiguro fosse stata ben presente all’autrice mentre scriveva il romanzo, e infatti ne ho avuto conferma nei Ringraziamenti finali, in cui viene citata fra le fonti di ispirazione).

Tuttavia è un po’ ingiusto far risalire la mia decisione di comprare l’opera prima di Francesca Diotallevi solo alle presunte somiglianze con Quel che resta del giorno, perché Le stanze buie ha potuto contare anche su meriti propri: per quanto cercassi, non trovavo su Internet neppure l’ombra di una recensione negativa, ma anzi quelle presenti erano letteralmente entusiaste, e sottolineavano altresì che è raro trovare una simile qualità in un esordio assoluto.

Insomma, per questi motivi, difficile reperibilità, suggestioni e somiglianze, consenso unanime, quando finalmente ho avuto il libro l’ho iniziato con impazienza e, forse, con un’aspettativa esagerata che probabilmente ha danneggiato l’esperienza di lettura.

Andiamo con ordine. Come detto, siamo nel 1864 e Vittorio Fubini, maggiordomo rispettabile, abituato a servire nelle migliori case di Torino, si trova costretto a lasciare la città per la campagna perché lo zio, scomparso di recente, nel suo testamento l’ha indicato come suo “successore” nella carica di maggiordomo nella villa del conte Flores. Fubini è assai scontento di doversi andare a “rintanare” nelle Langhe, in una casa che, come scopre subito, è ben lontana dagli standard di “civiltà” cui è abituato. Nella villa abitano il conte Amedeo Flores con moglie e figlioletta, oltre naturalmente ai domestici. L’adattamento alla nuova realtà è inizialmente traumatico, tanto più che ben presto Fubini, che si è sempre vantato della sua freddezza e razionalità, comincia ad avere esperienze inquietanti e misteriose, e a credere che il defunto zio avesse un preciso scopo in mente nel volerlo lì, ma non sarà solo questo a metterlo “in crisi”…

Avviso: la recensione che segue contiene alcuni spoiler. I più macroscopici, così come alcuni dettagli sul finale, sono stati nascosti al solito modo (evidenziate il testo per renderli visibili). Tuttavia, per dare un parere motivato qualcosa dovevo pur dire, e non volevo mettere tutto invisibile. Perciò, chi è interessato a questo libro sappia che rivelerò uno sviluppo fondamentale della trama (oh, comunque niente che un bravo lettore non intuisca già a un quarto del romanzo).

Che dire? Che il romanzo funziona solo a metà. Viene abbozzata un’ambientazione interessante per sfruttarla poi in modo limitato e frettoloso (compiti di un maggiordomo, rapporti servitù-padroni e fra i servitori spariscono o quasi a pagina 100 o giù di lì). Uno dei pregi maggiori di Quel che resta del giorno (ormai non posso farci niente, mi viene naturale fare confronti con quel romanzo) era quanto fosse leeeeeeeeeento (e questa lentezza si misurava in termini di anni), il che rendeva benissimo l’immobilismo, l’immutabilità e la rigidità del suo protagonista. Qui, invece, passano, mi pare, tre giorni, e già praticamente la corazza di Fubini si incrina, e purtroppo con il più trito espediente romanzesco: l’amore che ti cambia e ti rende una persona migliore, ma naturalmente l’amore impossibile e clandestino per non altri che la contessa Flores, oltre all’inaspettato affetto per la deliziosa bambina Nora.

Apriamo una parentesi sulla bambina. Ora, io non ho figli, e non è che abbia tanto spesso a che fare con i bambini, però direi che i bambini sono sì fantastici ma, generalmente, possono anche essere una grande rottura di scatole. Nei romanzi, mai. I bambini nei romanzi sono a-do-ra-bi-li, 24 ore su 24. Questo mi fa tornare alla mente un brillante articolo del blog Sudare inchiostro e uno di Piperno su La Lettura… L’unico esempio che ricordi di bambina che sembrava “reale”, e cioè tanto tenera ma che ogni tanto faceva davvero dei ragionamenti balordi senza né capo né coda, stava più che altro zitta, come conveniva a un bambino dell’800 (ma c’è da dire che, qui, Nora Flores viene educata con metodi più “particolari”), e soprattutto quando parlava non aveva sempre sulla punta della lingua frasette dolcissime o piene di significato nella loro innocenza, è Sophie Rackham, e non a caso cito un personaggio tratto dal mio personale esempio di perfezione fatta romanzo (ormai, sarà venuto a noia ai lettori di questo blog).

Ma la bambina fa la sua parte, alla fine: è un personaggio-chiave nella storia, ma in scena non compare poi molto. No, a “uccidere” la seconda metà del romanzo per me (3 giorni per arrivare di slancio a metà, quasi una settimana per riuscire a finirlo, un paio di capitoli alla volta perché, a esagerare, mi veniva il nervoso) è stata la protagonista femminile. Ultimamente mi avevate vista più tollerante verso le storie d’amore nei romanzi, vero? Beh, questo libro mi ha riportato decisamente all’antico sentire. Nella prima parte inizia dunque l’insopportabile flirt tra maggiordomo e padrona, che mi ha spinto a coniare questo slogan: più fantasmi, meno romance. La seconda è un altrettanto insopportabile lagna continua perché non potrà mai funzionare, quale futuro, lei è la padrona e io solo un maggiordomo, fuggiamo insieme, sono incinta. Ah, Mr Stevens, che cosa ne avresti detto tu, di fronte a questa “intollerabile” mancanza di dignità? 🙂 Sono del parere che per far sì che il tuo lettore si convinca della caratterizzazione del tuo personaggio come rigido e inflessibile, ancorato alle sue certezze, ai suoi doveri, al suo senso del “limite”, ai suoi gesti precisi e metodici, non basta che questi ce lo ripeta continuamente, servirebbe anche che agisse come tale per lo spazio di più di due capitoli. Bisognerebbe poi mettere una “moratoria” sul personaggio della “donna anticonvenzionale” nei romanzi storici: quel che dico non pretende di avere valore universale, ma io, nei romanzi storici, non cerco personaggi con cui identificarmi e che rispecchino necessariamente i miei valori, li cerco… beh, storici. Questa poi ha pure “l’aggravante” di far parte della sottocategoria “donna anticonvenzionale che è pure esperta di profumi/cibi/spezie/sapienza antica e ancestrale ecc. perché è tanto in sintonia con la natura”. Niente, purtroppo non salvo niente di questo aspetto che ha finito per acquistare sempre più preponderanza con l’avanzare dei capitoli: fin dai primi accenni non sono mai rimasta persuasa della verosimiglianza di questa grande passione (ma neppure della sua reale “utilità” per la trama, a dire il vero: non poteva, al limite, bastare l’attaccamento per la bambina a causare il cambiamento nel personaggio di Fubini?).

Certo, poi comunque la classica storia di fantasmi nella vecchia e isolata magione, di anime che non trovano pace, di antiche colpe da scontare, conserva tutto il suo fascino (impossibile sbagliarsi, qui): ed è la parte migliore del romanzo, ma è troppo asservita alla soap opera.

E poi che “modi” sono? 🙂 Mi fai leggere dei capitoli riuscitissimi, terrorizzanti e pieni di tensione sul fantasma della villa, e nell’epilogo il fantasma non entra mai in azione? Il romanzo finisce perché il conte dà fuori di testa, così, all’improvviso? E il finale non riserva poi grandi sorprese: Amedeo Flores, che per tutto il romanzo ci è stato presentato come un uomo molto molto malvagio… guarda caso lo è davvero. E va beh, grazie. E perché poi uccide Fosco (personaggio che si sarebbe dovuto approfondire, secondo me), che senso ha?

Quindi, in poche parole: sì bambini posseduti, camere sempre chiuse a chiave in cui però c’è qualcuno o qualcosa, figure vestite di bianco che compaiono improvvisamente davanti agli occhi, anziane cameriere che sanno più di quanto non dicano… no donne che corrono a piedi nudi per i prati e finiscono fra le braccia del protagonista, no gravidanze inaspettate. Sono dispiaciuta perché, accidenti, facevano veramente paura i capitoli sul fantasma! Ma tutto quel miele, non si reggeva. Se la giovane autrice, che ha già avuto la soddisfazione di ricevere tante belle recensioni, è all’ascolto, non se la prenda se questa è un po’ meno positiva delle altre: sono io, che forse sono troppo difficile da accontentare!

Francesca Diotallevi, Le stanze buie, voto = 2,5/5

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Il libro dei libri bugiardi

Nel gruppo Goodreads Italia c’è un gioco chiamato “La parola del mese”, in cui, appunto, ogni mese si sceglie una parola diversa e i partecipanti dovranno leggere un libro che la contenga nel titolo. Come si vede, è molto semplice e senza troppe pretese, non c’è “competizione”, non c’è un vero e proprio “tema”, però mi sembra che piaccia, raccoglie sempre adesioni, e sono contenta perché l’ho inventato io. Qualcuno lo interpreta come un mezzo per scoprire autori o libri sconosciuti, scelti solo perché contengono la parola del mese e che poi, magari, entrano fra i nostri preferiti. Io attribuisco a questo gioco una funzione differente (visto che non sono una lettrice che ama andare “alla cieca”): vedo se fra i tanti libri accumulati negli anni e in attesa ce n’è uno che casualmente contiene la parola prescelta: quello è il “pretesto” per prenderlo finalmente in mano.
Ecco il motivo per cui, visto che la parola di marzo è “bugiardo”, ho iniziato il mese con Il libro dei libri bugiardi, di Melissa Katsoulis, che possiedo dal 2010; evidentemente mi serviva proprio uno “stimolo” in più, perché ricordo di averlo iniziato anche qualche tempo fa, ma dopo poche pagine l’avevo abbandonato. Non credo perché l’avessi trovato particolarmente difficile: è un testo tutt’altro che specialistico, scritto in modo divulgativo da una giornalista, non una storica della letteratura. Probabilmente il problema sarà stato che, malgrado l’argomento stuzzicante (libri il cui contenuto si spaccia per vero, e invece è clamorosamente inventato, o scritti da autori che poi si scoprono fasulli, con intento doloso o per una semplice “burla” ai danni dei critici o dei rivali accademici), non è proprio un testo brillante, e infatti si lascia leggere, si vengono a sapere cose interessanti e/o curiose, ma di sicuro, nelle mie personali classifiche di fine anno, questo libro non si porterà a casa l’Oscar per il miglior saggio del 2014 (sarebbe insomma un classico 3/5, ma vedrete che il voto sarà leggermente inferiore per i motivi che dirò).

Il sottotitolo italiano, “L’avventura millenaria dei falsi letterari” (quello originale invece si tiene più sul vago: “A History of Literary Hoaxes”), è ingannevole: nell’introduzione vengono sì ricordati anche casi più antichi, a cominciare naturalmente dalla celeberrima Donazione di Costantino, ma il resto del libro copre un arco cronologico tutt’altro che “millenario”: si parte dal XVIII secolo, e gli esempi più numerosi sono tratti dalla storia letteraria del XX e dei primi anni del XXI; inoltre, come era forse prevedibile, l’attenzione è puntata quasi esclusivamente sul panorama anglofono. Tra l’altro nell’introduzione si dice che le truffe illustrate nel libro sono “ordinate cronologicamente” (p. 10), poi in effetti non è così (a parte i primi due capitoli su XVIII e XIX secolo), sono disposte per argomento: mah.

A parte il primo capitolo sul Settecento, che in gran parte tratta argomenti già visti recentemente (e trattati in modo più ampio) in The Great Shakespeare Fraud (non potevano infatti certamente mancare gli esempi di James Macpherson, Thomas Chatterton e William-Henry Ireland), il resto del libro è una carrellata tra casi assai celebri, come i Protocolli dei savi anziani di Sion o i falsi diari di Hitler o (in anni recentissimi) l’inesistente J.T. LeRoy, e altri meno noti (almeno a me, o al pubblico italiano) e bizzarri, che oscillano fra la truffa a volte “geniale” e divertente, gustosa e ben architettata, l’inganno spregevole e il “caso umano”, il bugiardo patologico in cerca di attenzione (un indice dei nomi e delle opere sarebbe stato utile). Alla lunga però il tutto si riduce a una compilazione un po’ monotona e arida di casi che per la maggior parte finiscono per assomigliarsi (l’autore si finge quel che non è – viene creduto – il libro ha successo – si scopre la truffa/l’inganno/lo scherzo).

Ecco un po’ di libri di successo che sono in realtà truffe belle e buone o, nel migliore dei casi, raffinati scherzi letterari (Gary): … E venne chiamata Due Cuori di Marlo Morgan, presunte avventure di una donna in viaggio assieme a una tribù di aborigeni australiani, che fece infuriare i suddetti per le sue falsità, L’amore ucciso, di Norma Khouri, che, uscito nel 2002, sfruttò il clima post-11 settembre per raccontare di un presunto “delitto d’onore” in Giordania, Sopravvivere coi lupi, di Misha Defonseca, in cui l’autrice vuol far credere di essere sfuggita bambina ai nazisti ed essere vissuta a lungo nelle foreste con un branco di lupi, anche un libro che vorrei leggere, La vita davanti a sé, che, se oggi appare con in copertina il nome del vero autore, Romain Gary, in origine era creduto opera dell’inesistente Emile Ajar. Mi sono divertita a verificare su Goodreads se effettivamente la comunità dei lettori ne è al corrente: altri titoli si possono trovare qui. Inutile dire che il genere in cui questi esempi più abbondano è quello del misery memoir, “storie vere” strappalacrime di presunte ex vittime della droga o dell’alcolismo, ma non manca neppure chi si costruisce un passato da sopravvissuto alla Shoah (e questo aspetto si può ricollegare a un libro adocchiato tempo fa che sembrava interessante, sul “business” dell’Olocausto… Forse questo? Ma io pensavo a un saggio, quello è un romanzo). Era forse un po’ troppo aspettarsi che l’autrice fosse informata sugli esempi del panorama italiano (penso alle recenti controversie attorno ai nomi di Lara Manni e Nicolai Lilin).

Nel libro è ricordato solo di sfuggita (p. 347) uno spassoso e recente caso di “burla” letteraria, e cioè Atlanta Nights, che invece, rispetto ai tanti altri esempi, aveva più di un elemento di originalità (a cominciare dal carattere di “sfida” lanciata all’editoria a pagamento): mi colpì talmente tanto che quella voce su Wikipedia in italiano la tradussi io dall’inglese.

Desta qualche perplessità la traduzione italiana: non che mi sembri sbagliata, ma ogni tanto c’è qualche sbavatura (o qualche frase che sembra tradotta troppo letteralmente, p. 346). Ad es., a p. 29 nel testo c’è un’interpolazione chiaramente pensata per l’edizione italiana e non originale (si parla dell’opera di Macpherson, Fragments of Ancient Poetry Collected in the Highlands of Scotland, “da noi più noti come Poesie di Ossian, grazie alla traduzione che ne fece Melchiorre Cesarotti”), non è segnalata e poteva anche essere messa in nota, piuttosto che nel corpo del testo. A p. 66 c’è la bizzarra scelta di lasciare il nome di un quotidiano russo e il titolo di un’opera, ugualmente pubblicata per la prima volta in russo, in inglese (cioè così come deve averli scritti Katsoulis, ma che senso ha mantenerli anche nella traduzione italiana, se comunque non sono quelli originali? Allora meglio mettere quelli russi). A p. 119 si parla delle false lettere della prima fidanzata di Lincoln al futuro presidente: invece di riprodurre il testo “originale” in inglese sgrammaticato, c’è… la versione italiana “creativa” (“in italiano suonerebbero più o meno così”: ma chi lo dice?), con un po’ di errori a caso (“il mio quore corre per la felicita…”): di nuovo, che senso ha? Curiosamente, lasciare il testo originale facendolo seguire dalla traduzione è proprio il metodo utilizzato più avanti (e per fortuna) quando si tratta di versi (pp. 152-154, 249, 251, 255, 257, 262, 324), ma non solo, anche per un’altra lettera in cui il testo inglese è significativo ai fini del discorso (p. 362): e allora perché qui sì e lì no?

Capitolo “errori vari”. A p. 107 si legge di un “ex campione di box” (invece che boxe), a p. 114 l’articolo che smaschera questa truffa viene datato 1996, il che è impossibile, infatti è del 2006; già alla pagina dopo (115) è riportata questa dichiarazione dello scrittore smascherato: “Quello solo in quello a cui volete credere” (sic). Eh? La frase originale (lo scopro sempre da Wikipedia) era “What you want to believe you want to believe”, quindi, più o meno, “si crede in quello cui si vuole credere”. A p. 157 si fa confusione con i nomi: la frase “Malley riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città” andrebbe corretta in “Harris riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città”. Più una marea di altri errori sparsi qua e là, parole che mancano, frasi che in italiano suonano un po’ sgraziate (pp. 121, 161, 232, 250, 254, 289, 292…), indice di scarsa cura.

Insomma, sembra che nessuno alla Rizzoli si sia preso il disturbo di rileggere questo libro prima di pubblicarlo.

Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi (trad. Natalia Stabilini, Andrea Zucchetti), voto = 2,5/5

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The Affair of the Porcelain Dog

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Whenever applicable, I will hide spoilers: highlight the text to view them.

Dopo Stoner, e dopo un inizio d’anno grintoso (ben 8 libri letti a gennaio), ho avuto di nuovo un momento di svogliatezza, in cui non solo mi aggiravo per la casa piena di libri senza trovarne uno che mi stuzzicasse veramente, ma a dire il vero non mi andava neanche troppo di leggere (ero troppo occupata a contare i minuti che mancano all’arrivo delle nuove puntate di The Good Wife, il 9 marzo). Ma ho deciso di “scuotermi”, anche perché, altrimenti, non riuscirò a leggere i 70 libri che mi sono prefissata per quest’anno. Serviva, dopo le “altezze” di Stoner, qualcosa di leggero e senza tante pretese, e alla fine la scelta è caduta su questo The Affair of the Porcelain Dog, di Jess Faraday: autrice a me totalmente sconosciuta, perciò, a differenza del libro precedente, zero aspettative e zero ansia da prestazione.

Forse l’ho visto qui o in qualche altra lista di romanzi ambientati in epoca vittoriana: lo tenevo d’occhio da un po’, quando un giorno ho aperto la pagina del libro su Amazon chiedendomi di nuovo se acquistarlo, e ho notato con sorpresa che, rispetto alla visita precedente, il prezzo dell’ebook era sceso a 89 centesimi, una spesa che mi potevo ampiamente permettere.

Questo libro viene venduto come M/M Romance, ma in realtà questa etichetta è forse limitante: sembra più un mystery, le scene erotiche sono limitate o solo accennate, e i personaggi rispondono ben poco agli stereotipi del genere. Magari non è molto credibile, non tanto perché sono tutti gay, ma perché è un po’ bizzarro pensare a un gentiluomo colto e raffinato che è anche una specie di superboss della malavita londinese, con un giro d’affari che spazia dal commercio dell’oppio alla gestione di una rete di bordelli, temuto e rispettato da tutti, che è anche esperto di arti marziali orientali, che convive col suo amante ma è talmente discreto che nessuno sospetta che il giovane non sia semplicemente il suo segretario, e che però ha anche un animo romantico e innamorato. Per carità, io già lo adoro, però non sono mai riuscita a immaginarlo come una persona “vera” (a differenza del protagonista).

L’intreccio è assai complesso. Pure troppo, forse. Come sempre, per vedere gli spoiler, scritti con carattere bianco su fondo bianco, evidenziate le parti nascoste.
Londra, 1889. Il protagonista, Ira Adler, è un giovane che per anni si è guadagnato da vivere prostituendosi, finché il caso non l’ha fatto incontrare con Cain Goddard (certo che chiamarsi “Caino” non può che influenzare le tue scelte di vita), di giorno rispettabile studioso col rimpianto di aver dovuto rinunciare a una brillante carriera accademica a Cambridge a causa di un non precisato scandalo, di notte padrino della malavita londinese. Goddard l’ha preso in casa, ufficialmente come segretario personale, in realtà come amante, e ora lo mantiene nel lusso. Ira non sa quasi nulla dei dettagli degli affari del suo amante, né gli interessa fare troppe domande, contento com’è di godersi quella fortuna, al fianco di un uomo che, oltre tutto, non gli dispiace neanche come compagno. Ma questo è l’antefatto perché, quando il romanzo inizia, in realtà questa situazione ideale è già stata turbata da una serie di lettere anonime che Goddard riceve, che minacciano di rovinarlo rendendo pubblica la sua omosessualità. Sembra che, se Goddard tornasse in possesso di una statuetta di porcellana a forma di cane (il “porcelain dog” del titolo), sarebbe al sicuro, perché il ricattatore non avrebbe più armi contro di lui. Goddard chiede a Ira di andarla a rubare presso un banco dei pegni: il POV di noi lettori è quello di Ira (che narra in prima persona), perciò non ci viene detto perché sia importante questa statuetta, che cosa significhi. Naturalmente la missione di Ira non va a buon fine: riesce a introdursi nottetempo nel banco dei pegni, dove tra l’altro incontra anche il suo ex, il dottor Timothy Lazarus, anch’egli interessato alla stessa statuetta, ma il cane di porcellana poi gli viene subito “scippato” da una misteriosa donna. A questo punto, come si vede, è tutto già molto complicato. Purtroppo la trama si ingarbuglia esponenzialmente fino a comprendere un maggiordomo geloso di Ira e pericoloso, un complotto ordito alle spalle di Goddard dal suo socio in affari, terrificanti esperimenti medici scoperti da Lazarus quando combatteva in Afghanistan, cambi di identità, un traffico di bambini asiatici destinati a soddisfare le voglie di qualche potente non precisato… Da un certo punto in poi ho iniziato a capirci sempre meno. Oltre tutto, visto che il romanzo non ha 1000 pagine ma solo 288, le numerosissime sottotrame sono costrette a intrecciarsi in modo via via sempre più precipitoso, e non si “fondono” affatto bene l’una con l’altra: i personaggi, nei dialoghi, saltano di palo in frasca all’improvviso, per l’ansia di affrontare tutti gli aspetti della vicenda, anche quelli meno compatibili. Vedi ad esempio la caotica e sconcertante scena in cui, nella clinica per poveri che Lazarus gestisce, questi sta raccontando ad Ira del suo tragico passato in Afghanistan e della sua orripilante scoperta, e un attimo dopo i due passano a parlare, in tono quasi leggero e divertito, dei problemi di prurito alle parti basse di Ira, che teme una malattia venerea; ma qualche istante dopo viene portato precipitosamente in clinica un amico di Ira, Nate, gravemente ferito dopo un pestaggio, che muore davanti ai loro occhi nonostante le cure: alcune righe dopo però Ira e Lazarus, praticamente sopra al cadavere dell’amico, o almeno così immagino, visto che l’autrice non dice se nel frattempo si siano spostati da qualche altra parte, si mettono a discutere del famoso cane di porcellana. Insomma, tantissima carne al fuoco e tanta confusione. C’è il tentativo, molto all’acqua di rose, di replicare un po’ le atmosfere à la From Hell, soprattutto col personaggio del medico sadico intoccabile perché assai vicino ai potenti e con l’accenno ai circoli di aristocratici perversi e pedofili.

Comunque, subito dopo aver capito che non riuscivo più a seguire la trama, ho anche realizzato che non me ne importava poi molto: tanto, si legge un giallo-rosa come questo più che altro per vedere alla fine chi si mette con chi: e in questo senso sono riusciti tutto sommato a coinvolgermi i dubbi e le incertezze di Ira sui propri sentimenti per Goddard, dalla voglia di assecondare la sua “proposta di matrimonio”, anche per quieto vivere e per assicurarsi il tenore di vita che ha sempre sognato, al vago senso di colpa per non essere in grado di contraccambiare al 100% la sua passione, al crescente disagio verso aspetti della personalità del suo amante che fino a quel momento aveva scelto di non vedere, mentre ho apprezzato moltissimo il fatto che non si sia tirata troppo la corda col rischio “triangolo” con l’ex amante/cliente Lazarus (un brav’uomo, ma lagnoso in modo insopportabile, ancora col dente avvelenato dopo due anni per essere stato scaricato: amico, guarda che Ira si prostituiva, non è che foste fidanzati).

Nel frattempo l’autrice mi ha già fatto lo “scherzetto” di scrivere un seguito, quindi solo dopo aver iniziato The Affair of the Porcelain Dog ho scoperto che non è un romanzo a sé, ma il primo di una serie… Uffa. La cosa positiva è che non termina con un cliffhanger, ma ha una conclusione che può “funzionare” anche in modo definitivo, per cui sta a me decidere se proprio voglio continuare con la storia di questi personaggi, o se può bastare così.

Jess Faraday, The Affair of the Porcelain Dog, voto = 2,5/5

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L’Aleph

Farò una “recensione” svogliatissima per un libro che sicuramente ne meritava una migliore.

Dopo la positiva esperienza con Storia universale dell’infamia, avevo buone aspettative per quest’altro classico di Borges, L’Aleph, il libro scelto per la lettura del mese del gruppo Goodreads Italia. Purtroppo, però, una serie di circostanze “esterne” si è messa di traverso. Tanto per cominciare, sono incappata in una fase che periodicamente càpita a qualsiasi lettore, il momento di “stanca” o di scarsa voglia. Qualcuno nel gruppo ha cercato di “incoraggiarmi” dicendo che un libro di racconti può essere proprio l’ideale, in questi casi: infatti si può senza problemi prenderlo e lasciarlo dopo poche pagine. È senz’altro un modo di vedere la cosa; a me sembra però che i racconti paradossalmente riescano invece più “faticosi”, perché ogni poche pagine bisogna “ricominciare da capo”, capire nuovamente chi siamo, dove, che succede, ecc. Oltre tutto, come si sa, i racconti di Borges sono molto “concettosi”, esoterici, fantastici, irreali e sottilmente ironici: quello che è un pregio e la cifra stilistica di quest’autore, disgraziatamente, ha finito per costituire un impedimento: forse un giallo o un qualsiasi romanzetto sarebbero stati più indicati (per superare questa fase “difficile”), almeno c’era la molla dello scoprire “chi è stato” o “come va a finire”.

Contemporaneamente questa prima metà di dicembre è stata un periodo fitto di impegni (non è una lamentela: tanti impegni sì, ma per lo più interessanti e/o divertenti, per cui, incredibile a dirsi, il passatempo della lettura è passato in secondo piano), ed ecco insomma i motivi per cui per leggere, e pure distrattamente, questo libro non certo enorme ho impiegato quasi due settimane, che per me è un tempo spropositato.

Questo finirà per mettermi in difficoltà con la Reading Challenge annuale (il numero di libri che mi sono prefissata di leggere in questo 2013; ormai, se voglio recuperare il tempo perso, farò meglio a scegliere solo “letturine” veloci e leggere!) e fa sì che, ora, non mi venga molto da dire in questa che forse è la peggiore fra le mie pseudo-recensioni. I brevi o brevissimi racconti che compongono questa raccolta si sono fatti maggiormente apprezzare quando al gusto dell’invenzione fantastica si aggiungeva quello dello “scherzo” finto-erudito, che mescolava realtà e finzione e riusciva abilmente a far dubitare del confine fra l’una e l’altra (mi riferisco in special modo al racconto “I teologi”, ma anche quando Borges entra in scena come personaggio del suo mondo fantastico, ad es. nel racconto “L’altra morte”).

E questo è quanto. Il voto è bassino, ma non me ne vogliano gli ammiratori dello scrittore argentino. Riconosco che l’opera meriterebbe di meglio, ma, se il voto deve quantificare il “piacere” provato nel leggerla, non posso dare di più. Peccato (spiace anche perché ho potuto contribuire ben poco alla discussione sulla lettura collettiva), ma non è assolutamente un “addio” a Borges, e speriamo di essere in una disposizione più favorevole quando lo riprenderò.

Jorge Luis Borges, L’Aleph (trad. Francesco Tentori Montalto), voto = 2,5/5
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La notte e la città

Più di dieci anni: tanto ha dovuto aspettare questo libro dal momento in cui ne lessi una recensione sul Corriere della Sera (maggio 2003) a quello in cui finalmente l’ho preso dallo scaffale e letto (ottobre 2013). Al punto che ormai questa edizione che ho è fuori commercio.

Londra, 1938. Harry Fabian è un delinquentello di mezza tacca, sempre alla ricerca di modi per far soldi che poi puntualmente scialacqua subito in alcol, scommesse, bei vestiti e spesucce varie, vive sfruttando i guadagni della fidanzata-prostituta Zoë, si atteggia a “duro” sul modello dei gangster americani, ma in realtà chi lo conosce bene ride di queste pose alle sue spalle. Sembra che il suo moto perpetuo, le sue chiacchiere incessanti e la sua ostentata spavalderia servano più che altro a lui stesso per impedirsi di contemplare la disperazione della sua esistenza. L’ultima sua trovata è aprire una sala per combattimenti di lotta libera, per cui serve trovare un socio, mettere insieme un capitale, rimediare un campione sul viale del tramonto che si occupi di allenare i lottatori… Accanto a questa vicenda principale si collocano anche altre figure che entrano in contatto col nostro protagonista.

Non è stata però una lettura che mi ha coinvolto molto (un altro libro che mi aveva attirato anni e anni fa e che poi delude: come, ma meno clamorosamente, Gli Schwartz): interessanti il protagonista, Harry Fabian, e gli squarci sui tanti espedienti che i vari personaggi, dal trafficone Joe Figler dalle mille risorse alle entraîneuse che spillano soldi ai clienti ubriachi nei pub, mettono in atto per tirare a campare, suggestivo anche il capitolo sul combattimento sul ring, ma molti dei personaggi secondari (Adam, Helen, Vi) non avevano altrettanta capacità di tenere desta l’attenzione, a tratti le loro vicende suonavano quasi come un riempitivo o una distrazione dalla trama principale, o apparivano troppo scopertamente moraleggianti (specie le “tirate” dell’aspirante scultore Adam). L’epopea dei “perdenti” e di coloro che popolano la Londra più buia, sporca e meno “rispettabile” è senz’altro interessante, e questa ambientazione non è usuale, ma lo svolgimento mi è sembrato privo di mordente e un po’ dispersivo.

Oltre tutto, ho l’impressione che questo romanzo nella traduzione abbia perso parecchio: se una delle caratteristiche del protagonista era atteggiarsi a gangster americano, probabilmente ciò si sarà riflesso anche in un suo uso esagerato e parodistico di slang ed espressioni diverse rispetto agli altri personaggi londinesi, cosa impossibile da rendere in modo adeguato in italiano (me lo fa pensare il fatto che spesso Fabian dica “O-kappa” al posto di OK). Purtroppo temo che questo libro, che ha atteso per tanti anni “il suo momento”, sarà invece dimenticato in fretta.

Gerald Kersh, La notte e la città (trad. Anna Martini), voto = 2,5/5
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Tony & Susan

La media voti di questo libro su Goodreads non è altissima (3,22 su 5) e, arrivata a metà romanzo, pensavo che tale severità fosse totalmente immeritata. Anzi, il libro mi sembrava coinvolgente e originale. Sentite infatti che premessa eccitante e inquietante.

Susan Morrow è una donna di mezza età con marito e figli che, a Natale, riceve un pacco da Edward, il suo primo marito: è il dattiloscritto del romanzo che lui, fin da quando erano sposati, venticinque anni prima, ha sempre voluto scrivere, e ora Edward, che si fida del suo giudizio, vorrebbe che lo leggesse e gli facesse sapere che ne pensa. Susan è un po’ seccata: ritiene quella richiesta inopportuna e potenzialmente imbarazzante, ma non se la sente di dire di no. Il romanzo si intitola Animali notturni: Susan comincia a leggere.

Tony Hastings è un tranquillo professore di matematica che sta viaggiando di notte in automobile con moglie e figlia, diretto alla casa di villeggiatura nel Maine. All’improvviso in autostrada incrociano un’altra auto con tre balordi, c’è un tamponamento, sono costretti a fermarsi, la situazione precipita e i tre rapiscono le due donne, lasciando Tony da solo, a piedi, in mezzo al nulla.

Susan è sorpresa, ricorda che, quando erano giovani, non le era mai sembrato che Edward possedesse chissà quale talento, anzi, proprio la sua decisione di inseguire testardamente il sogno impossibile di diventare scrittore aveva contribuito molto alla fine del loro matrimonio: adesso, invece, si rende conto che la storia la appassiona, la coinvolge, la spaventa. Le fa dimenticare i piccoli problemi della vita quotidiana e del suo matrimonio, apparentemente senza nubi, e inevitabilmente la spinge a rievocare, senza troppe nostalgie ma forse con maggiore equanimità, gli anni con Edward.

Tony e la sua storia nel frattempo precipitano nell’orrore quando vengono scoperti i cadaveri delle due donne. Il romanzo diventa un giallo senza sbocchi, poi una dolorosa cronaca della crisi di un uomo annientato dal lutto e dei suoi faticosi tentativi di rinascita, poi un thriller sulla ricerca della vendetta…

Ecco, fino a un certo punto il libro, e il libro-nel-libro, che procedono paralleli, funzionano a meraviglia. Animali notturni non ha niente da invidiare ai thriller più blasonati e alcune pagine sono terrorizzanti. Cosa succederà a Tony? E perché Susan sente crescere sempre più in sé un senso di ansia, di paura, di oppressione? Cosa sta cercando di dirle Edward attraverso la storia? Visto che lei se lo chiede di continuo, non possiamo fare a meno di domandarcelo anche noi: perché Edward vuole che legga quella storia spaventosa, violenta, disperata? Aiuto! E belli i brani in cui la lettrice Susan non riesce mai completamente, pure nella sua vita “reale”, a liberarsi delle sensazioni che un libro le lascia, il “potere” che una lettura in corso esercita sulla nostra mente, descrivono situazioni in cui qualsiasi lettore riesce a immedesimarsi…

Poi però mi sono completamente persa e non ho affatto capito dove l’autore mi volesse portare. In poche parole, il libro 2, Animali notturni, finisce, e dopo poche pagine anche il libro 1, Tony & Susan. Tutto qui… Davvero.

Penso allora che tutte le stroncature siano dovute all’uguale sconcerto provato dagli altri lettori che si aspettavano, al pari di me, chissà quale rivelazione finale, o la quadratura del cerchio. Boh, ho letto 408 pagine in 4 giorni e se mi chiedessero qual era il senso di questo romanzo, non saprei che rispondere. Anche la mia “recensione” finisce… nel nulla perché è appunto questo il senso di “fregatura” che Wright ha preparato al lettore: libro finito, tutto qua. Ho letto qualche commento di altri e mi sembra che non ci abbiano capito tanto più di me: in sostanza, la meta-struttura ha retto e mi ha intrigato fino a un certo punto (il potere della lettura, le mie reazioni al libro), ma da un certo momento in poi tutto si è trascinato verso una fine… che non c’era.

Austin Wright, Tony & Susan (trad. Laura Noulian), voto = 2,5/5
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Cortés

Era arrivato il momento di affrontare questa corposa biografia di Cortés, continuando un filone cominciato ormai qualche settimana fa sul tema “conquista del Messico”: ci avevo già provato qualche tempo fa, ma confesso che avevo resistito solo poche pagine. Stavolta forse la “spinta” dei due libri precedenti, La voce dell’acqua e Goddess of Grass, grazie ai quali se non altro avevo già fatto un “ripasso” dell’argomento, è stata utile.

Questo libro è un caso in cui all’interesse per il contenuto si somma la bellissima copertina che ti strega, creando una combinazione irresistibile: infatti è stato in libreria che il fascinoso volto di Cortés ha attirato il mio sguardo; la prima edizione del volume incuteva però un certo “timore”, visto che era un mattone con copertina rigida di più di 500 pagine e costava 36 euro… L’edizione economica nella collana Oscar storia era decisamente più abbordabile, l’inconveniente però è probabilmente le ridotte dimensioni della pagina fanno sì che il testo sia scritto piccolo piccolo (quando ti abitui a leggere i caratteri giganti del Kindle, poi sulle prime è dura pensare di non poterli più ingrandire!).

Penso che uno dei motivi per cui mi interessa tanto l’epoca dei viaggi e delle conquiste sia che si trattò, per entrambi i fronti, di un incontro tanto impensabile e imprevedibile con l’ignoto assoluto, incomprensibile. Queste persone che scelsero di mettersi in viaggio verso luoghi totalmente estranei e sconosciuti, spesso con la quasi certezza che non avrebbero più potuto tornare indietro… ormai, nel mondo attuale, non riesco nemmeno più a trovare un termine di paragone adatto. Forse la loro esperienza, la molla del loro agire, le loro paure e il loro stupore sono assimilabili, ormai, solo a quello che oggi si trovano ad affrontare gli astronauti, gli unici, per quanto ne so, che letteralmente non sanno e non possono immaginare cosa li attenderà all’arrivo.

Qui però non c’era molto su questo aspetto dell’epopea dei viaggi e delle esplorazioni, l’attenzione dell’autore era concentrata su battaglie, trattative, contratti (visto che non ho ancora abbastanza libri da leggere, e se ritornassi lì dove avevo giusto trovato questo, che avevo scartato, anche perché tutto sottolineato?).

Nella Premessa l’autore dichiara di rivolgersi principalmente a un pubblico di non specialisti, ma francamente il tono di questo libro mi sembra tutt’altro che divulgativo: sì, vi sono spiegazioni che normalmente non sono necessarie agli addetti ai lavori, ma anche una miriade di nomi di persone e di luoghi e di avvenimenti, e collazioni fra le diverse fonti, e mini-biografie di questo e quello, che alla lunga danno alla testa. La conquista e i suoi protagonisti, come ci informa Miralles, furono, fin dall’inizio, raccontata in mille modi diversi, sottoposta a manipolazioni, fraintendimenti, abbellimenti o omissioni, perciò la caratteristica principale del libro è mettere fianco a fianco le varie versioni dei vari cronisti, per cogliere in ognuna di esse punti di forza, contraddizioni, errori, elementi aggiuntivi. Questo metodo assai scrupoloso fa sì però che spesso un singolo episodio sia narrato in più modi diversi, commentato, criticato, eccetera, rendendo la lettura assai pesante e lenta.

Nonostante la parola conquistador possa evocare alla mente uomini bellicosi, irruenti e assetati di sangue e oro, il ritratto di Cortés che emerge da questo libro è molto diverso: calmo, freddo, controllato, paziente. Tuttavia, più che Cortés, emergono forse con ancora più forza e in modo molto più tragico le personalità molto diverse di Montezuma (uso la grafia più nota, anche se più antiquata e forse meno corretta) e Cuauhtémoc, l’ultimo sovrano mexica “indipendente”: il primo spogliato dall’aura suggestiva ma anche un po’ caricaturale del sovrano superstizioso, terrorizzato dalla profezia che annuncia la fine del suo regno, paralizzato dall’indecisione, e descritto invece come prudente, diplomatico, realista, impegnato (vanamente) nel regolare la transizione dei poteri nel modo meno traumatico e cruento per il suo popolo, il secondo quasi eroe tragico, votato fino all’ultimo a un’impossibile e “assurda” resistenza.

A differenza dei due libri precedenti, questa biografia non si ferma alla conquista di Tenochtitlán, ma si occupa anche degli anni successivi della vita di Cortés… non esattamente allegri o altrettanto avvincenti per il lettore, visto che furono avvelenati da innumerevoli liti e contrasti e cause, di cui l’autore, al solito, ci informa nel dettaglio (e mica gliene faccio una colpa!)… senza che, comunque, la voglia di Cortés di viaggiare ed esplorare si spenga del tutto, anche se i suoi progetti divennero sempre più velleitari o fallimentari, e sempre meno gli uomini disposti a seguirlo. Paradossalmente, però, è in questa fase meno nota e meno avventurosa che emerge un ritratto di Cortés, invecchiato, solo, amareggiato, stanco, più coinvolgente e partecipato.

Un libro insomma alquanto dotto e denso di informazioni, ma pesantissimo: con meno parole ha detto meglio di me un utente aNobii (che pure dà un giudizio positivo): “Ci sono libri storici, soprattutto quando si parla di biografie, che si leggono come romanzi. Scorrevoli, accattivanti, ti fanno immediatamente immergere nella storia e nelle vicende dei personaggi. Bene, questo NON è uno di quei libri”.

Juan Miralles, Cortés. L’inventore del Messico (trad. Alessandra Benabbi e Cristiana Spitali), voto = 2,5/5
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