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Le carte piene di sogni

Questo libro aveva, fino a qualche mese fa, un curioso “primato”: il più “iniziato e subito abbandonato”. Avrò provato a cominciarlo almeno tre volte in passato, e sempre mi sono bloccata più o meno a pagina 3. Non che ci fosse qualcosa di terribilmente ripugnante a pagina 3, solo che, vai a capire, mi si chiudevano gli occhi. Ancora una volta è giunto “in soccorso” il gioco della Parola del mese di Goodreads Italia, che a giugno proponeva la parola “sogno”; in realtà è un non-gioco, non si vince nulla, ma per me e per altri è un modo come un altro per scegliere il prossimo libro da leggere e magari, appunto, smaltire cumuli e cumuli di “arretrati”.

Argomento del saggio sono le varie “strategie” (adattamenti, riduzioni, rimaneggiamenti, letture pubbliche, performance dei cantastorie, ecc.) con cui, in epoca moderna, i ceti più umili o le categorie considerate più “a rischio” di rimanere influenzate o “corrotte”, e di conseguenza quelle cui più si cercava di tenere lontane dalla lettura (ad esempio donne e bambini), riuscivano comunque a venire a contatto con i libri, e non solo prodotti dichiaratamente “popolari”, ma anche capolavori che oggi siamo abituati a ritenere letture di nicchia e che invece un tempo godevano di una amplissima fortuna (Ariosto e Tasso su tutti). Interessante, se non forse un po’ ripetitivo, e concentrato quasi esclusivamente sul genere del poema cavalleresco (il generico sottotitolo “Testi e lettori in età moderna” faceva pensare a uno spettro di indagine più vasto): a me invece non sarebbe dispiaciuto un maggiore approfondimento del primo capitolo (“Censure e letture”), sui testi di carattere sacro semplificati e “approvati” per il volgo, così come dei mezzi di insegnamento, trasmissione e diffusione di questo genere di libri, libretti e stampe. Ma sarà materia di un altro saggio.

Marina Roggero, Le carte piene di sogni, voto = 3/5

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Art and Architecture of Insects

Nella vita reale gli insetti mi fanno ribrezzo, ma sulle pagine dei libri o nelle immagini dei documentari televisivi li trovo veramente interessanti e affascinanti: finché non si mettono a ronzare o a volarmi attorno… Questo Art and Architecture of Insects è apparso nei miei suggerimenti automatici di Goodreads perché stavo leggendo Anche le coccinelle nel loro piccolo… e, anche grazie alla spinta della recente lettura di The Bees, l’ho acquistato senza pensarci troppo. Mi aspettavo un librone imponente, invece è un libretto molto maneggevole e leggero.

È un libro di divulgazione scientifica in cui la parte del leone la fanno soprattutto le immagini (proprio il punto dolente del saggio di Schilthuizen sopra citato): l’autore, David M. Phillips, ha infatti catturato diversi esemplari, selezionato i migliori, li ha immersi nell’alcol e quindi li ha bloccati in una posa il più possibile realistica, scannerizzati in 3-D con un microscopio elettronico e riprodotti in fotografia. Alcune delle foto si possono vedere qui.

I testi a corredo delle immagini, organizzati in capitoli che analizzano ciascuno una singola parte dell’animale (testa, occhi, antenne, zampe, ecc.), sono semplici e adatti anche al lettore non esperto; forse è un po’ faticoso trovare la traduzione (su questo l’ebook, col suo dizionario integrato, la vince sul libro cartaceo, ammettiamolo) e memorizzare i diversi nomi di insetti o di parti di insetti, che spesso non sono parole comunissime, ma gli stessi termini comunque si ripetono spesso, per cui una volta compresi la prima volta il più è fatto.

Lo stesso lettore però, proprio perché non esperto, purtroppo alla lunga dopo svariate immagini finisce per confonderle un po’ fra loro e non distinguere bene i dettagli che le differenziano, anche perché sfortunatamente con la tecnica usata da Phillips sono possibili solo fotografie in bianco e nero, si perdono i colori dei vari insetti.

David M. Phillips, Art and Architecture of Insects, voto = 3/5

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La solitudine amica

Sono qui raccolte le lettere che Farinelli spedì al protettore e amico Sicinio Pepoli, nobile bolognese appassionato di teatro (e per certi versi “impresario teatrale” a tutti gli effetti), dal 1731 fino alla morte del Pepoli, nel 1750. Interessanti e belle le lettere, da cui emerge innanzi tutto un’immagine molto simpatica e toccante del cantante Farinelli, lontanissimo dallo stereotipo di “diva” del bel canto (il volume uscì non molto tempo dopo il film Farinelli voce regina, del 1994, che pare fosse un concentrato di macroscopiche inesattezze e ridicole invenzioni e che infatti viene spesso e volentieri preso come obiettivo polemico e demolito), professionale e allo stesso tempo ben consapevole del proprio eccezionale valore, scrittore talvolta sgrammaticato ma espressivo, affettuoso e spiritoso con gli amici lontani e il caro Pepoli, ma spesso anche malinconico e tremendamente solo. Intorno a lui il mondo dei teatri e delle corti settecentesche, e la “giungla” del mondo dell’opera in particolare, con tutto il suo irresistibile fascino rococò di maestri e talenti italiani alla conquista dell’Europa intera. Le figure di Farinelli e dei castrati, poi, alla nostra mentalità moderna assumono una sfumatura quasi “fantastica”, tanto la comprensione del fenomeno ci riesce ormai impossibile, quasi una “favola” (non senza, certamente, venature tragiche e sinistre), perché sono voci e suoni che non sentiremo mai (e quanto è “magica” e “irreale” e, confesso, quasi commovente l’immagine di Farinelli che, ogni notte, per anni, con la bellezza del suo canto riesce a calmare gli attacchi di depressione di Filippo V?).

Si vede benissimo che dietro all’edizione c’è stato un gran lavoro dei curatori (molto bella l’introduzione di Francesca Boris; se proprio devo fare un appunto, avrei fatto uno sforzo in più e messo qualche immagine, giusto per far vedere la calligrafia del Nostro), peccato che il volume sia strutturato in modo “infernale” per il lettore: invece di normalissime note a piè di pagina (o in fondo), ci sono le trascrizioni delle lettere, poi c’è “Fatti e commenti” (brevi testi con il contesto e la spiegazione di quanto leggiamo, potevano benissimo essere messi come “cappelli” ai gruppi di lettere da Vienna, da Londra, da Madrid, ecc.), il “Glossario” (spiegazione di termini inusuali o desueti), il “Dizionario” (schede biografiche dei personaggi citati), tutto senza mai uno straccio di rimando nel corpo del testo, così che il lettore non ha idea se per quella parola o quel nome ci sia una nota di spiegazione o meno, ed è costretto o a saltellare qua e là fra le pagine a casaccio interrompendo la lettura continuamente, o a leggere tutti gli (utilissimi, dettagliati e interessanti, ma di fatto inconsultabili) apparati alla fine, perdendo però l’aggancio immediato con il passo cui si riferiscono.

Farinelli, La solitudine amica. Lettere al conte Sicinio Pepoli, a cura di Carlo Vitali, voto = 3/5

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Angela’s Ashes

Devo ringraziare l’utente di Goodreads Italia che ha gettato questo libro nel “Pozzo di Natale” 2014, dal quale sono riuscita ad aggiudicarmelo.

In Angela’s Ashes, in italiano Le ceneri di Angela, leggiamo i ricordi dell’infanzia dell’autore, Frank McCourt (1930-2009), dall’incontro dei suoi genitori, immigrati irlandesi a New York, alla nascita e ai primissimi anni di vita nella Grande Mela, poveri ma vivaci e briosi. Disgraziatamente, una tremenda tragedia familiare, la morte di una piccola sorellina, costringerà la famiglia a tornare nella natia Irlanda: dall’atmosfera colorata delle strade di New York con mille razze e culture a contatto, a Limerick, città povera, chiusa, tetramente cattolica, ostinata e ossessiva nei suoi secolari pregiudizi (l’odiato inglese, certo, ma anche gli irlandesi del Nord). E da lì comincia un’altra storia, fatta di stenti, nuove nascite e nuovi lutti, crisi, difficoltà e pregiudizi, vista però sempre attraverso lo sguardo del bambino Frank, la cui voce narrante volutamente ingenua e “incosciente” riesce a far risaltare i momenti più teneri e comicamente assurdi, e soprattutto la tempra, la forza e le innumerevoli risorse della madre, Angela, che non a caso è l’eroina del titolo.

Sono stata doppiamente fortunata perché il libro che ho ricevuto in regalo era in inglese, e veramente vale la pena, se possibile, leggere questo memoir in lingua originale, per apprezzarne lo stile unico.

Stile che per me è stato, a dire il vero, contemporaneamente punto di forza e debolezza del libro. Fino a pagina 100 è un incanto, le pagine scorrono via in un lampo, un paragrafo tira l’altro. Da pagina 101 in poi, comincia un po’ a stancare: lo stile “bambinesco” alla lunga è artificioso, suona come una “cantilena” un po’ troppo insistita (fortunatamente negli ultimi capitoli, quando ormai Frank ha 13-14 anni, il tono bamboleggiante lascia opportunamente il posto a uno più “normale”), e gli inserti in cui risalta più chiaramente la mano dell’autore, i passaggi caratterizzati da ironia amara o sentenziosità fintamente ingenua, “da bambino” appunto, un po’ troppo scopertamente pensati con l’intenzione di far “riflettere” il lettore.

Questo mio leggero “fastidio”, comunque, non è stato tale da oscurare completamente il piacere di seguire la storia, quella sì troppo interessante e mai noiosa. Il libro si conclude con Frank ormai diciannovenne che attraversa di nuovo l’Atlantico per tornare negli Stati Uniti: le sue peripezie di giovane e povero immigrato vengono narrate da McCourt in un altro libro, ‘Tis (in italiano Che paese, l’America!): temo però che non abbiano su di me la stessa presa della sua infanzia “infelice, irlandese e cattolica”, per cui, per quanto mi riguarda, le sue memorie si concludono (probabilmente) qui.

Frank McCourt, Angela’s Ashes, voto = 3/5

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La banalità del male

Questo libro, la scelta di Goodreads Italia per il Gruppo di lettura di saggistica nel bimestre marzo-aprile 2015, è il reportage che la Arendt scrisse in qualità di inviata del New Yorker al processo di Adolf Eichmann, che si tenne in Israele nel 1961-1962 e si concluse con la sua condanna a morte. Ne avevo sentito parlare, e mi aspettavo appunto una cronaca, un resoconto dettagliato delle fasi del processo corredato da digressioni e riflessioni, a cominciare appunto dalla celebre definizione dell’imputato come personaggio simbolo della “banalità del male” all’opera nel Terzo Reich. Invece la struttura del saggio è diversa, dopo i primi capitoli che partono in medias res con una presentazione degli attori del processo e della corte, l’autrice traccia un profilo della carriera di Eichmann, individuando uffici, organismi, competenze, superiori e servendosi grosso modo delle tappe di questa non poi sfolgorante carriera per approfondire alcuni temi, senza però seguire rigidamente l’ordine cronologico: alcuni capitoli sono dedicati all’analisi del progetto iniziale di Eichmann, l’espulsione e la deportazione degli ebrei fuori dall’Europa, progetto poi abbandonato in favore della “soluzione finale”, lo sterminio; la Arendt si sofferma poi sul tanto dibattuto problema della coscienza e della responsabilità personale di chi “esegue gli ordini”; segue una vasta parte centrale dedicata ai diversi modi in cui la soluzione finale venne applicata sullo scacchiere europeo, nelle aree occupate dalle truppe tedesche o nei paesi alleati della Germania, e sui diversi esiti cui giunse (si va dalla totale acquiescenza e collaborazione delle popolazioni e autorità locali, come ad esempio in Romania, a coraggiose ed efficaci opposizioni, ad esempio in Danimarca), per poi tornare alla fine sulle spinose controversie sulla legittimità stessa del processo, sul metodo di cattura dell’imputato, sull’uso “propagandistico” o quanto meno sulla valenza simbolica del processo (presentato come la prima volta nella storia in cui il popolo ebraico non rivestì solo e soltanto il ruolo di vittima).

Questa struttura ha pregi e difetti: non mi sarebbe dispiaciuta una cronistoria del processo, tra le lungaggini, le contraddizioni, le polemiche, le procedure non sempre chiare, gli sviluppi imprevisti… Così invece le varie fasi e le strategie non mi sono sembrate chiarissime. D’altra parte, in questo modo l’autrice è stata più libera di spaziare e toccare vari argomenti.

In questa “pseudo-recensione” mi limito a evidenziare alcuni aspetti più sorprendenti o che mi sono sembrati più interessanti o meglio approfonditi.
Un aspetto su cui forse la Arendt è stata una dei primi a gettare luce sulla involontaria? ambigua? inevitabile? inconsapevole? forzata? “collaborazione” delle élite ebraiche con i nazisti, mossa da complessi fattori tra cui non ultimi il tentativo di “limitare i danni” o la pura e semplice impossibilità di agire diversamente in una situazione senza via d’uscita. Tema delicatissimo, di cui un esempio fu Paul Eppstein, capo degli Anziani di Theresienstadt (che ho già incontrato recentemente, in versione romanzata, in Un regalo per il Führer): Eppstein fu solo uno dei tanti cui questo tentativo disperato di fare un “patto col diavolo” (per paura, per provare a fare qualcosa di concreto sia pure inevitabilmente insufficiente, per qualsivoglia motivo) non riuscì, visto che fu comunque trucidato dai nazisti nel 1944.

Altro aspetto che può colpire un lettore del 2015, o comunque ha colpito me, è, per così dire, la lunga “eco” della guerra: a me, che vivo tanto tempo dopo, viene automatico dire “e nel 1945 finì la seconda guerra mondiale”. Mi sfuggono gli strascichi che un evento simile si deve essere portato dietro per decenni: e inoltre, ormai, i protagonisti di quell’evento, vittime e carnefici, li “immagino” o, nel caso dei superstiti sempre meno numerosi, li “vedo” come persone anziane, nelle contrapposte versioni del sopravvissuto che ripete la sua testimonianza e degli ultimi e sempre più rari criminali nazisti sottoposti a giudizio. Quando la Arendt scrive, nel 1963, tantissimi dei protagonisti di quegli anni, sopravvissuti o carnefici, sono invece ancora vivi e attivi. È difficile per me, che vivo in un tempo in cui ci avviciniamo sempre più al momento, considerato come una “soglia” significativa e pericolosa, in cui non ci saranno più testimoni diretti, “collocarmi” in un contesto opposto, in cui tutto era successo… una manciata di anni prima, riguardava magari non tuo nonno o tuo bisnonno ma tuo fratello, e in Germania si sapeva, più o meno, cosa avesse fatto ciascuno, come queste persone, che facevano parte a vari livelli di un organismo statale comunque vastissimo, come dice la Arendt, si stessero “riciclando” anche dopo la guerra, e più o meno si faceva finta di niente.

Il saggio, infine, è famoso anche per la fortunata formula, quasi un ossimoro, scelta per il titolo (in realtà nell’originale il sottotitolo). La “banalità del male” incarnata da Eichmann è quella che portò numerose persone come lui a compiere crimini atroci con la stessa noncuranza di chi svolge un ordinario lavoro d’ufficio, forti del generale senso di de-responsabilizzazione dato dalla convinzione che “il mio superiore/la legge mi dice di fare così, per cui non deve esserci nulla di male”; la Arendt dipinge efficacemente l’immagine-choc e veramente da incubo di un luogo e un tempo, la Germania nazista, in cui la “ragion di Stato” fu invocata non per giustificare un eccezionale (cioè, che costituisce un’eccezione) ricorso dello Stato a vie e mezzi al di fuori della legge: nel Terzo Reich si giunse al paradosso per cui il crimine non era più l’eccezione, ma la regola nell’azione dello Stato.

Forse con “banalità del male” si può intendere anche la figura “meschina” dell’imputato e, per così dire, il “fallimento” del processo per quanto riguarda le intenzioni del governo israeliano: una figura che si cercava a tutti i costi di presentare come uno dei principali responsabili della Shoah si rivela invece, agli osservatori attenti, un burocrate tutto sommato lontano dalle leve del comando, un uomo che cerca pateticamente di ingigantire il suo ruolo, cova ancora paradossali risentimenti e vendette personali, si mostra spesso quasi scollegato dalla realtà della sua situazione.

Hanna Arendt, La banalità del male (trad. Piero Bernardini), voto = 3/5

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Sylvester or The Wicked Uncle

Circa un mese fa ho avuto una lieve influenza: in quel pomeriggio in cui non stavo molto bene avevo bisogno di una lettura “confortevole”, e in casi del genere ho imparato a rivolgermi a questa autrice, Georgette Heyer, e ai suoi Regency romances. Lettura “confortevole” non significa necessariamente promossa sempre a pieni voti, ma semplicemente gradevole, “prevedibile” in senso “buono”, ovvero sai cosa ti riserva senza grosse sorprese, non impegna particolarmente il cervello ma non è neanche “stupida” o totalmente insignificante. Non tutti i miei precedenti con la Heyer sono stati dei successi, qualcuno anzi si è rivelato persino deludente (The Grand Sophy), e aspetto ancora che si ripeti la “magia” del primo, ottimo romanzo (Cotillion), eppure mi piace questo mondo di aristocratici inglesi alle prese con problemi di cuore, ricostruito con così tanta cura e tanto amore, e ci tornerò ancora.

L’ultima aggiunta alla lista per ora è questo Sylvester, or The Wicked Uncle, del 1957.
Il ventottenne Sylvester, duca di Salford, capo di una ricca e nobilissima casata, tutore del giovanissimo nipote, figlio del suo defunto fratello, ha deciso di sposarsi; affronta questo “progetto” con il suo consueto cipiglio autoritario e iper razionale, definendo a tavolino dei requisiti minimi che la futura sposa dovrà possedere: una certa bellezza, maniere impeccabili e capacità di muoversi in società, un certo grado di intelligenza affinché la sua compagnia non risulti alla lunga fastidiosa. Soprattutto, dovrà essere gradita alla sua amatissima madre, cui sottopone questo “programma”: proprio la madre, che è invece di temperamento ben più “romantico” del figlio e vede con un po’ di preoccupazione questo modo così “glaciale” di affrontare la questione, richiesta di un parere, gli propone una sua “candidata”, la figlia di una sua carissima amica, ormai defunta. Sylvester, che non conosce neppure questa ragazza (in realtà l’ha già incontrata, come dirò fra poco, ma non se ne ricorda affatto), ma che, al momento, non ha alcuna preferenza, per cui tanto vale partire con la “selezione” con una candidata già approvata dalla madre, organizza un incontro presso la famiglia di lei. Ma il suo desiderio di discrezione si scontra con l’eccitazione con cui la famiglia della ragazza, Phoebe, accoglie questo possibile interessamento di un uomo così altolocato: il padre e la matrigna cominciano a starle addosso perché si impegni per fare un’ottima impressione e perché accetti senz’altro la proposta di matrimonio. Il problema è che… Phoebe non può vedere Sylvester: l’ha incontrato soltanto una volta (senza fargli nessuna impressione, visto che lui neppure se ne ricorda) e le è sembrato talmente altezzoso, arrogante e scostante che addirittura lo ha preso a modello per il terribile conte Ugolino, il “cattivo” del romanzo gotico che sta segretamente scrivendo, The Lost Heir, e che un editore londinese è disposto a pubblicare, anonimo. Oltre tutto, come Sylvester scopre non appena i due si conoscono, Phoebe non possiede nessuno dei requisiti necessari: ha un aspetto ordinario, parla poco e, quando lo fa, non ha un tono molto rispettoso verso di lui. Questo “primo appuntamento” quindi è un vero disastro, e Sylvester è più che mai convinto a non chiederla assolutamente in moglie, ma Phoebe non può saperlo ed è talmente terrorizzata all’idea che le venga fatta quella proposta che… preferisce scappare nottetempo da casa col suo migliore amico Tom, per raggiungere la nonna materna a Londra. Quando la cosa si scopre la mattina dopo, fra lo sconcerto generale della famiglia di Phoebe, Sylvester, divertito e forse anche sollevato di essere stato cavato così convenientemente dall’impaccio, parte anch’egli alla volta di casa… ma siamo in pieno inverno, la neve è troppo fitta e deve fermarsi lungo il tragitto in una locanda, naturalmente la stessa in cui sono stati costretti a sostare anche Phoebe e Tom dopo un incidente con la loro carrozza… e in cui tutti e tre rimarranno bloccati per alcuni giorni a causa del maltempo. La convivenza forzata, che all’inizio non può che essere assai imbarazzante per Phoebe, si rivela però meno sgradevole del previsto, perché la ragazza scopre che Sylvester non è il “mostro” di perfidia che immaginava, è anzi un perfetto gentiluomo, ma certo ha un senso della propria superiorità talmente radicato da risultare a volte insopportabile, e la ragazza non gliene lascia passare una. Tuttavia, si pente di averlo giudicato troppo frettolosamente e, quando entrambi finalmente riescono a raggiungere Londra, i rapporti fra i due sono divenuti cordiali. È proprio una sfortuna, quindi, che The Lost Heir stia per uscire, e che egli rischi di riconoscersi nel suo odioso antagonista (che, coincidenza!, pure lui ha un nipote, un povero bambino che tiene rinchiuso nel suo tetro castello)! Ma, d’altra parte, visto che il nome dell’autore del romanzo non comparirà, Sylvester potrebbe non scoprire mai che l’ha scritto lei…

L’inizio dunque è vivace e gradevolissimo, fra il “tragico” primo appuntamento in cui tutto va storto e la fuga a sorpresa… e l’ancor più sorprendente soggiorno forzato nella locanda isolata dalla neve. A metà romanzo il ritmo si inceppa un po’ e la parte londinese finisce per ricadere nel classico canovaccio di “figuriamoci se mi sto innamorando di lui/lei”, ma la lettura rimane comunque piacevole. Le cose si movimentano assai, e in modo inaspettato, quando entra in gioco la cognata di Sylvester, Ianthe, la vedova del fratello e madre del piccolo Edmund: costei, che non è mai andata d’accordo con Sylvester, è in procinto di risposarsi. Capricciosa e un po’ impressionabile, dopo aver letto proprio The Lost Heir, in cui si immedesima nell’eroina contrapposta al perfidissimo Ugolino, si convincerà di dovere, proprio come avviene nel romanzo, “salvare” il figlio dal cattivissimo zio… fuggendo con lui in Francia. Naturalmente, tanto nell’immaginario libro di Phoebe la vicenda è caricata dalle tinte più fosche e melodrammatiche alla maniera del più classico romanzo gotico, quanto la Heyer la capovolgerà ironicamente nella farsa nella “realtà” dei personaggi di Sylvester, con Phoebe che ovviamente si ritroverà suo malgrado coinvolta in tutta la faccenda e con mille incidenti buffi e contrattempi. È positivo che la Heyer abbia voluto dare una scossa certamente non scontata alla vicenda, ma, a conti fatti, la complicazione movimenta la trama “esteriormente”, ma non nella sostanza, non è un vero “conflitto” da superare. Spieghiamo meglio, o almeno tentiamo. Non mi è piaciuto particolarmente il fatto che l’unico serio “c0ntrasto”, o l’unica “ombra” sul carattere del nostro protagonista (il conflitto con la cognata su chi dovrà occuparsi del bambino dopo le seconde nozze di lei, se il piccolo Edmund dovrà stare con lo zio o con la madre, una pretesa che, il lettore lo vede, non sarebbe del tutto campata per aria da parte di Ianthe), venga giocato anch’esso sul registro della farsa, caricando i due “antagonisti” (la madre del bambino e il suo nuovo marito) di tratti caricaturali che forse, fino ad allora, non avevano “meritato” e rendendo fin troppo facile, per il lettore, parteggiare per Sylvester, lo zio che tanto “crudele” poi non è. Voglio dire che l’unico serio “ostacolo” perché il lettore si schierasse dalla parte del protagonista (e di conseguenza “approvasse” il fatto che Phoebe si innamorasse finalmente di lui) è stato rimosso in modo fin troppo comodo (la madre di Edmund, in fondo, è un’ochetta egocentrica cui non dispiacerà poi tanto di non doversi occupare di lui! E il suo secondo marito è un ridicolo damerino!): d’altra parte non so quanto sarebbe stato “in tono” con queste garbate e affabili commedies of manners della Heyer uno sviluppo alla “Kramer contro Kramer” sulla battaglia per la custodia del bambino… Sarebbe stato interessante e appassionante… in un altro romanzo di ben altro tipo e ben altre ambizioni, qui l’autrice deve aver pensato che non c’entrava niente, avrebbe portato troppo lontano e sarebbe stato troppo difficile da risolvere con un sorriso e senza tanti turbamenti, per cui meglio chiudere la parentesi buttandola sul ridere, e via.

Altri difettucci del libro sono dei dialoghi e dei brani che talvolta esplicitano fin troppo il messaggio per il lettore (il famoso show, don’t tell: ad esempio le prime pagine sono tutte dedicate alla presentazione in dettaglio del carattere di Sylvester, e quindi, più che imparare a conoscerlo “in azione”, ci viene fornita una vera e propria “scheda descrittiva” del personaggio), e inoltre, e questo è un “difetto” comune in tutti i suoi libri letti finora, va bene farci stare “col fiato sospeso” (si fa per dire, rimanere incerti sul finale in un romanzo rosa è alquanto improbabile) fino all’ultimo, ma la Heyer deve imparare a tirare un po’ meno per le lunghe i finali! 🙂

Ma tutto sommato i difetti si stemperano nella generale atmosfera di gradevolezza dell’insieme: l’ho detto all’inizio, quello che chiedevo a questo libro non era di essere memorabile ma semplicemente d’intrattenimento, e il compitino l’ha assolto. Oltre tutto in suo favore gioca anche un altro elemento, e cioè che io non resisto quando c’è un caso di “libro (finto) nel libro (vero)”, con tutti i possibili meta-riferimenti del caso: do un punto in più a prescindere. Con The Lost Heir, l’immaginario romanzo scritto da Phoebe, la Heyer si diverte a prendere in giro la moda dei romanzi neri che facevano furore all’epoca in cui è ambientata la storia, con le atmosfere “gotiche” e gli stereotipi del genere (anche il titolo di questo stesso libro è una strizzatina d’occhio a quella corrente).

Insomma, a parte Cotillion che non ha ancora trovato un degno rivale, stesso giudizio complessivo degli altri predecessori: gradevole, ma dimenticabile.

Georgette Heyer, Sylvester or The Wicked Uncle, voto = 3/5

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Anche le coccinelle nel loro piccolo…

Il titolo italiano è un po’ stupido (anche perché mi pare che neanche si parli delle coccinelle), era più simpatico, e tutto sommato anche più preciso, l’originale (Nature’s Nether Regions, “le parti bassi della Natura”): sì, argomento del saggio è la forma dei genitali di varie specie animali, e sarebbe inutile negare che l’ho preso  (dopo averne letto una recensione di Telmo Pievani sulle pagine de “La Lettura” dell’8 giugno 2014: se siete interessanti a un parere più autorevole e probabilmente più interessante del mio sul libro, ecco il link) principalmente perché prometteva di essere bizzarro e divertente.

A parte la sorprendente varietà di forme, colorazioni, lunghezze, usi, eccetera eccetera eccetera, che cosa rimane più impresso da questo “peepshow darwiniano”, come lo definisce l’autore? Beh, che la femmina è molto (molto!) meno “passiva” di quanto comunemente pensiamo, non si limita a “ricevere” semplicemente lo sperma dal maschio e inoltre la vagina (quantunque in genere meno studiata del pene) riserva qualche sorpresa inaspettata: intanto, le preferenze della femmina influenzano fortemente l’evoluzione non solo dei caratteri sessuali secondari del maschio, ma anche di quelli primari (i genitali in senso stretto). La “preferenza” di cui si parla non è, ovviamente, un capriccio fine a se stesso né spesso viene effettuata a livello conscio: maschi meglio dotati, più “bravi” nel corteggiamento o nell’atto sessuale ecc. trasmetteranno, forse, queste caratteristiche ai loro figli col loro patrimonio genetico, e i loro figli avranno dunque più probabilità di successo con le femmine, assicurandosi una più copiosa discendenza. Sintetizzando al massimo con una formula usata dall’autore stesso, si può dire che in natura il maschio badi più alla quantità (passare il proprio patrimonio genetico al maggior numero di femmine), la femmina alla qualità (più selettività nella scelta del partner). Ma il ruolo della femmina non si esaurisce nemmeno nello scegliere il maschio più adatto e poi accettare passivamente il suo sperma: in molte specie la femmina si riserva di “valutarlo”, non farlo neppure avvicinare alla vagina, “conservarlo”, utilizzarlo in un secondo momento o rigettarlo del tutto per far spazio a quello di successivi candidati ritenuti più validi; insomma, la gamma di comportamenti e “misure di precauzione” successive è assai variegata e, se ciò non vuol dire che sia la femmina a “controllare il gioco” (si tratta più di una “competizione” in cui maschio e femmina cercano costantemente di… “fregarsi” a vicenda, perché agli “ostacoli” posti dalla femmina corrisponderanno, col tempo, “trucchi” più raffinati ed efficaci da parte del maschio… anche se neppure di “competizione” vera e propria si dovrebbe parlare), mostra come l’atto sessuale sia in fin dei conti la parte più “semplice” della faccenda.

Inevitabile, in un libro di divulgazione su questo argomento, che si cerchi talvolta la battuta: se fosse successo a ogni riga l’avrei detestato, ma l’autore, per fortuna, si limita: in alcuni punti riesce anche divertente, e dove invece la battuta non era necessaria tutto sommato non dà fastidio più di tanto.

Come detto all’inizio, sono solo le impressioni molto alla buona di una profana assoluta di biologia/zoologia, però curiosa. Un libro interessante e gradevole, che è un po’ penalizzato dalla scarsezza delle immagini (e quelle presenti non sono chiarissime) e dall’assenza totale di fotografie.

Menno Schilthuizen, Anche le coccinelle nel loro piccolo… (trad. Allegra Panini), voto = 3/5

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Lezioni americane

Speravo che questo libro, scelto per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia (gennaio-febbraio 2015), mi riconciliasse un po’ con Calvino, di cui anni fa avevo iniziato Se una notte d’inverno un viaggiatore, subito interrotto perché giudicato illeggibile, e da cui da allora mi ero tenuta alla larga.

Interessante la breve introduzione di Esther Calvino, che parla della storia dell’opera e del suo assemblaggio postumo (Calvino venne invitato a tenere un ciclo di conferenze alla Harvard University nell’anno accademico 1985-1986: purtroppo morì nell’estate 1985, e le Lezioni americane sono appunto i testi delle conferenze che stava preparando per quell’occasione).

Calvino scelse di dedicare questo ciclo di conferenze ad alcuni “valori letterari” dei quali riteneva importante la sopravvivenza nel nuovo millennio: leggerenza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La sua non è però una scelta esclusiva, e cioè ad esempio egli, parlando della leggerenza, non intende affatto svalutare e condannare la gravità: solo, la sua indole e la sua predilezione di scrittore lo portano a parlare di quelli a lui più congeniali, piuttosto che di altri.

Mi è particolarmente piaciuta la “lezione” sull’esattezza: Calvino sottolinea l’importanza, il valore delle parole, e di conseguenza l’impegno e lo sforzo dello scrittore su ogni parola per trovare quella più appropriata, definitiva, “icastica” (l’aggettivo che predilige) per esprimere il concetto che ha trovato forma nei suoi pensieri. Un compito, una tensione, un obiettivo che la Letteratura deve, secondo lui, continuare a portare avanti soprattutto in questi tempi in cui, spesso, il linguaggio si fa annacquato, impreciso, impersonale, anonimo, imitativo.

Certo è forte il rimpianto che le conferenze siano rimaste solo scritte e non siano mai state pronunciate in pubblico, che l’ultima (Consistency) non abbia mai visto la luce, che l’autore non abbia fatto in tempo a rivederle, ampliarle, precisarle per la pubblicazione. Come conferenziere Calvino sarebbe stato affascinante: ogni volta che parla di un libro, ti vien voglia di leggerlo. Soprattutto i suoi, da come li presenta, da come ne spiega la genesi e l’idea alla base. Solo che poi finisce sempre così, con lui: rimango con la sensazione di non essere riuscita a capire bene tutto (almeno è andata meglio dell’altra volta, sono arrivata alla fine).

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, voto = 3/5

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Storia delle terre e dei luoghi leggendari

Ricordo che lessi per la prima volta di questo libro su un numero di “Sette”, trovato per caso in treno, nell’ottobre 2013. Si tratta, come dice il titolo, di un viaggio tra alcuni dei più celebri luoghi dell’immaginazione, nutrita dalle opere letterarie di ogni tempo e di ogni luogo: il giardino dell’Eden, Atlantide, Iperborea, il regno del Prete Gianni, il tempio di re Salomone, il paese di Cuccagna, Camelot… Luoghi che furono creduti a lungo reali, spesso variamente collocati sul mappamondo e magari effettivamente cercati in spedizioni dagli esiti improbabili e/o imprevedibili. Accompagnano il testo belle illustrazioni a colori.

Mentre per Storia della bellezza e Storia della bruttezza , volumi di concezione simile a questo, sulla copertina si leggeva “a cura di Umberto Eco”, qui questa precisazione manca: devo quindi pensare che i testi siano interamente di suo pugno. In effetti le dicerie, le leggende, le invenzioni che col tempo si costruiscono una “verità” e una “tradizione” sono uno dei temi prediletti dello scrittore (vedi ad esempio il precedente romanzo Il cimitero di Praga). Certo però la scrittura è abbastanza piatta, i guizzi migliori e più vivaci si hanno quando Eco veste i panni del polemista e affronta temi ancora “caldi”, come la creazione ad arte della “leggenda” di Rennes-le-Château, o quando si addentra a parlare della “realtà” dei luoghi romanzeschi, o quando pesca dal cilindro titoli di opere oscure e dimenticate. Il resto è comunque interessante: è sempre utile il sistema, già utilizzato nei due volumi citati, di affiancare in ogni capitolo una prima parte di esposizione a una di brani antologizzati.

Forse a deludere un pochino sono le immagini: senz’altro bellissime, ma, a differenza della Storia della bruttezza in cui, per quanto ricordo, servivano effettivamente a esemplificare concetti illustrati nel testo, qui molto spesso sono puramente decorative, e solo raramente vengono descritte e commentate.

Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, voto = 3/5

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Butcher’s Crossing

John Williams è uno scrittore che è stato riscoperto negli ultimi anni grazie al suo romanzo Stoner, vero caso editoriale amato e ammirato da moltissimi lettori: da allora è partita la pubblicazione del resto della sua bibliografia, che comprende anche questo romanzo storico ambientato nel vecchio West, di cui sentii parlare per la prima volta grazie a una recensione (manco a dirlo entusiasta) su “La Lettura”.

Siamo nel 1870 o giù di lì, Will Andrews è un giovane che, lasciata la casa paterna nella ricca e tranquilla Boston all’inseguimento di una vita più libera e avventurosa, giunge nel selvaggio West, e precisamente a Butcher’s Crossing, paesino sperduto ma, come indica il nome stesso, centro da cui partono regolarmente spedizioni di caccia ai bisonti, la cui pelle costituisce il principale commercio della zona. Avendo qualche soldo in tasca, si mette ben presto in società con un esperto cacciatore, Miller, che sostiene di aver scoperto un territorio, di difficile accesso e noto a lui solo, in cui i bisonti, già all’epoca sempre più scarsi, scorrazzano ancora in grande quantità. Miller e Andrews e altri due compagni partono per una battuta di caccia che, nei loro piani, deve durare solo qualche settimana e fruttare enormi guadagni.

Ultimamente sta nascendo in me un grande interesse per i romanzi western, ne ho già messo in fila qualcuno nella lista dei “da leggere” e, dal punto di vista degli elementi tipici del genere, quel gusto dell’avventura e dei grandi spazi e della natura selvaggia e della fatica e del fascino di una “scelta di vita” estrema in una terra ancora dura e difficile, il romanzo non delude: mi sono piaciuti la lentezza, i silenzi (o i dialoghi essenziali e bruschi), i gesti concreti descritti senza tanto romanticismo e che, si immagina, i personaggi svolgevano con perizia e naturalezza, persino la crudezza e l’efferatezza di certi passaggi, la crudeltà delle condizioni di vita e la potenza della natura.

Poco invece mi ha detto il romanzo visto come “parabola esistenziale” o “metafora” di non so cosa, tanto che, onestamente, il mio giudizio è positivo senza però scomodare il termine “capolavoro” cui Williams ultimamente sembra abbonato. Di Will Andrews possiamo tranquillamente evitare di parlare. Sì, in teoria è il protagonista, è lui che è impegnato in questa “ricerca di sé”, in procinto di compiere questo percorso di “iniziazione”, è il suo sguardo quello che “racconta” la vicenda… In realtà il fascino che questo personaggio esercita sul lettore è pari a zero virgola zero (secondo me!). Anche Stoner, il protagonista del romanzo eponimo dello stesso autore, non era un uomo dal carattere forte o dalla personalità magnetica, tutt’altro. Però almeno soffriva e faceva soffrire il lettore, Will Andrews… sta lì e, seppure la sua trasformazione da ragazzo a “uomo vero” sia presumibilmente il cuore del romanzo, non sembra mai di riuscire realmente a “vederla”: più che il protagonista, è una “zavorra” che ha pesato sull’intera riuscita del libro, per quanto mi riguarda.
Concentriamoci piuttosto sugli altri personaggi, Miller, l’esperto cacciatore di bisonti promotore dell’iniziativa, imperscrutabile nella sua calma sicurezza e irremovibile nei suoi propositi e per questo sempre oscillante, agli occhi dell’incerto lettore, fra la saggezza da leader e la monomania ossessiva, Fred Schneider, entrato a far parte del gruppo controvoglia e per questo inquieto e scettico sull’esito della missione, ma ciò nonostante ruvidamente affidabile, Charley Hoge, alcolizzato e traumatizzato in seguito a un incidente di caccia, legato da una fedeltà quasi canina a Miller.

Bastava la rivelazione finale che mesi e mesi di sofferenze e sacrifici non erano serviti a nulla (perché la domanda delle pelli di bisonte nel frattempo, durante la lunga assenza dei protagonisti, è improvvisamente crollata) per far passare il messaggio (avrò capito bene?) che la vita umana spesso è una “caccia” durissima, faticosa e pericolosa a un trofeo sognato per anni e, quando sembra di averlo finalmente raggiunto, non poi così prezioso come si immaginava: inutilmente “melodrammatica” ed enfatica la scena dell’incendio provocato da Miller al capannone di MacDonald. Per non parlare della vicenda assai stereotipata di Will e la prostituta Francine.

Insomma, non starei qui a spendere tante parole se l’autore non fosse quel Williams che ha fatto tanto parlare di sé con Stoner: di suo mi rimane ora da leggere solo Augustus (perché l’opera prima sembra valere davvero poca cosa, a vedere le recensioni).

John Williams, Butcher’s Crossing (trad. Stefano Tummolini), voto = 3/5

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