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The Mystery of Edwin Drood

Libro strano, rimasto incompiuto e pubblicato postumo, quindi difficile da valutare. La storia si interrompe sul più bello, ma parla della misteriosa scomparsa del giovane Edwin Drood, che era andato a trovare lo zio John Jaspers e la fidanzata Rose in un immaginario e sonnolento paesino dell’Inghilterra, Cloisterham. È stato ucciso? Forse da un rivale in amore?

Ma in realtà, più che il mistero di Drood, ad affascinare è il mistero di Jaspers, irreprensibile maestro del coro della cattedrale per i suoi compaesani, in realtà oppiomane (non è uno spoiler), inquieto, depresso, sfuggente, forse anche lui non senza movente per sbarazzarsi del nipote.
Come giallo purtroppo non si capisce dove il libro voglia andare a parare (o forse dovrei dire che non l’ho capito io, perché secondo Wikipedia è abbastanza chiaro), alcuni personaggi che sembrano centrali per il “mistero” (Rose, Neville) sono delineati troppo in fretta, un po’ troppo scontatamente “buoni” e non sembrano credibilissimi (Neville conosce Rose da poche ore e già se ne dichiara innamorato, tanto da essere il sospettato perfetto quando Drood scompare!). Purtroppo la “soluzione” non si saprà mai, ma il romanzo si riscatta nelle parti che sembrerebbero “di contorno”, con un tono umoristico e satirico e alcune deliziose macchiette come il pomposo e ridicolo Mr Sapsea, il buon reverendo Crisparkle, la pudebonda Miss Twinkleton, l’eccentrico e stolido ma in fondo buono Mr Grewgious… Soprattutto domina la figura assai inquietante di John Jaspers: poiché il romanzo si interrompe troppo presto, non si capisce se Dickens avesse intenzione di farne “il cattivo”, certo fra tutti risulta il più affascinante e complesso, e forse il lettore moderno, lungi dal vederlo come una figura negativa, tenderà a farne un vero e proprio antieroe: impegnato a preservare la sua maschera di rispettabilità, e però vicino a soccombere in questa spirale di dipendenza, ossessione e disgusto di sé. Le scene nelle fumerie d’oppio sembrano scritte ieri, non nell’800.

In realtà io avevo scoperto e messo nella wishlist prima Drood di Dan Simmons, che trae spunto da questa celebre ed enigmatica opera della letteratura inglese. Ho pensato però che non avrei potuto capirlo a pieno senza leggere prima il romanzo originario.

Leggere Dickens nell’originale inglese mi è sembrato piuttosto difficile (avevo letto solo il super-classico “Canto di Natale”, ma in italiano): subito prima di questo libro avevo abbandonato Chiamate la levatrice, che aveva pure un tema interessante ma che mi stava indisponendo e annoiando per lo stile assai piatto, sono passata all’estremo opposto!

Charles Dickens, The Mystery of Edwin Drood, voto = 3,5/5

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Art and Architecture of Insects

Nella vita reale gli insetti mi fanno ribrezzo, ma sulle pagine dei libri o nelle immagini dei documentari televisivi li trovo veramente interessanti e affascinanti: finché non si mettono a ronzare o a volarmi attorno… Questo Art and Architecture of Insects è apparso nei miei suggerimenti automatici di Goodreads perché stavo leggendo Anche le coccinelle nel loro piccolo… e, anche grazie alla spinta della recente lettura di The Bees, l’ho acquistato senza pensarci troppo. Mi aspettavo un librone imponente, invece è un libretto molto maneggevole e leggero.

È un libro di divulgazione scientifica in cui la parte del leone la fanno soprattutto le immagini (proprio il punto dolente del saggio di Schilthuizen sopra citato): l’autore, David M. Phillips, ha infatti catturato diversi esemplari, selezionato i migliori, li ha immersi nell’alcol e quindi li ha bloccati in una posa il più possibile realistica, scannerizzati in 3-D con un microscopio elettronico e riprodotti in fotografia. Alcune delle foto si possono vedere qui.

I testi a corredo delle immagini, organizzati in capitoli che analizzano ciascuno una singola parte dell’animale (testa, occhi, antenne, zampe, ecc.), sono semplici e adatti anche al lettore non esperto; forse è un po’ faticoso trovare la traduzione (su questo l’ebook, col suo dizionario integrato, la vince sul libro cartaceo, ammettiamolo) e memorizzare i diversi nomi di insetti o di parti di insetti, che spesso non sono parole comunissime, ma gli stessi termini comunque si ripetono spesso, per cui una volta compresi la prima volta il più è fatto.

Lo stesso lettore però, proprio perché non esperto, purtroppo alla lunga dopo svariate immagini finisce per confonderle un po’ fra loro e non distinguere bene i dettagli che le differenziano, anche perché sfortunatamente con la tecnica usata da Phillips sono possibili solo fotografie in bianco e nero, si perdono i colori dei vari insetti.

David M. Phillips, Art and Architecture of Insects, voto = 3/5

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Angela’s Ashes

Devo ringraziare l’utente di Goodreads Italia che ha gettato questo libro nel “Pozzo di Natale” 2014, dal quale sono riuscita ad aggiudicarmelo.

In Angela’s Ashes, in italiano Le ceneri di Angela, leggiamo i ricordi dell’infanzia dell’autore, Frank McCourt (1930-2009), dall’incontro dei suoi genitori, immigrati irlandesi a New York, alla nascita e ai primissimi anni di vita nella Grande Mela, poveri ma vivaci e briosi. Disgraziatamente, una tremenda tragedia familiare, la morte di una piccola sorellina, costringerà la famiglia a tornare nella natia Irlanda: dall’atmosfera colorata delle strade di New York con mille razze e culture a contatto, a Limerick, città povera, chiusa, tetramente cattolica, ostinata e ossessiva nei suoi secolari pregiudizi (l’odiato inglese, certo, ma anche gli irlandesi del Nord). E da lì comincia un’altra storia, fatta di stenti, nuove nascite e nuovi lutti, crisi, difficoltà e pregiudizi, vista però sempre attraverso lo sguardo del bambino Frank, la cui voce narrante volutamente ingenua e “incosciente” riesce a far risaltare i momenti più teneri e comicamente assurdi, e soprattutto la tempra, la forza e le innumerevoli risorse della madre, Angela, che non a caso è l’eroina del titolo.

Sono stata doppiamente fortunata perché il libro che ho ricevuto in regalo era in inglese, e veramente vale la pena, se possibile, leggere questo memoir in lingua originale, per apprezzarne lo stile unico.

Stile che per me è stato, a dire il vero, contemporaneamente punto di forza e debolezza del libro. Fino a pagina 100 è un incanto, le pagine scorrono via in un lampo, un paragrafo tira l’altro. Da pagina 101 in poi, comincia un po’ a stancare: lo stile “bambinesco” alla lunga è artificioso, suona come una “cantilena” un po’ troppo insistita (fortunatamente negli ultimi capitoli, quando ormai Frank ha 13-14 anni, il tono bamboleggiante lascia opportunamente il posto a uno più “normale”), e gli inserti in cui risalta più chiaramente la mano dell’autore, i passaggi caratterizzati da ironia amara o sentenziosità fintamente ingenua, “da bambino” appunto, un po’ troppo scopertamente pensati con l’intenzione di far “riflettere” il lettore.

Questo mio leggero “fastidio”, comunque, non è stato tale da oscurare completamente il piacere di seguire la storia, quella sì troppo interessante e mai noiosa. Il libro si conclude con Frank ormai diciannovenne che attraversa di nuovo l’Atlantico per tornare negli Stati Uniti: le sue peripezie di giovane e povero immigrato vengono narrate da McCourt in un altro libro, ‘Tis (in italiano Che paese, l’America!): temo però che non abbiano su di me la stessa presa della sua infanzia “infelice, irlandese e cattolica”, per cui, per quanto mi riguarda, le sue memorie si concludono (probabilmente) qui.

Frank McCourt, Angela’s Ashes, voto = 3/5

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Sylvester or The Wicked Uncle

Circa un mese fa ho avuto una lieve influenza: in quel pomeriggio in cui non stavo molto bene avevo bisogno di una lettura “confortevole”, e in casi del genere ho imparato a rivolgermi a questa autrice, Georgette Heyer, e ai suoi Regency romances. Lettura “confortevole” non significa necessariamente promossa sempre a pieni voti, ma semplicemente gradevole, “prevedibile” in senso “buono”, ovvero sai cosa ti riserva senza grosse sorprese, non impegna particolarmente il cervello ma non è neanche “stupida” o totalmente insignificante. Non tutti i miei precedenti con la Heyer sono stati dei successi, qualcuno anzi si è rivelato persino deludente (The Grand Sophy), e aspetto ancora che si ripeti la “magia” del primo, ottimo romanzo (Cotillion), eppure mi piace questo mondo di aristocratici inglesi alle prese con problemi di cuore, ricostruito con così tanta cura e tanto amore, e ci tornerò ancora.

L’ultima aggiunta alla lista per ora è questo Sylvester, or The Wicked Uncle, del 1957.
Il ventottenne Sylvester, duca di Salford, capo di una ricca e nobilissima casata, tutore del giovanissimo nipote, figlio del suo defunto fratello, ha deciso di sposarsi; affronta questo “progetto” con il suo consueto cipiglio autoritario e iper razionale, definendo a tavolino dei requisiti minimi che la futura sposa dovrà possedere: una certa bellezza, maniere impeccabili e capacità di muoversi in società, un certo grado di intelligenza affinché la sua compagnia non risulti alla lunga fastidiosa. Soprattutto, dovrà essere gradita alla sua amatissima madre, cui sottopone questo “programma”: proprio la madre, che è invece di temperamento ben più “romantico” del figlio e vede con un po’ di preoccupazione questo modo così “glaciale” di affrontare la questione, richiesta di un parere, gli propone una sua “candidata”, la figlia di una sua carissima amica, ormai defunta. Sylvester, che non conosce neppure questa ragazza (in realtà l’ha già incontrata, come dirò fra poco, ma non se ne ricorda affatto), ma che, al momento, non ha alcuna preferenza, per cui tanto vale partire con la “selezione” con una candidata già approvata dalla madre, organizza un incontro presso la famiglia di lei. Ma il suo desiderio di discrezione si scontra con l’eccitazione con cui la famiglia della ragazza, Phoebe, accoglie questo possibile interessamento di un uomo così altolocato: il padre e la matrigna cominciano a starle addosso perché si impegni per fare un’ottima impressione e perché accetti senz’altro la proposta di matrimonio. Il problema è che… Phoebe non può vedere Sylvester: l’ha incontrato soltanto una volta (senza fargli nessuna impressione, visto che lui neppure se ne ricorda) e le è sembrato talmente altezzoso, arrogante e scostante che addirittura lo ha preso a modello per il terribile conte Ugolino, il “cattivo” del romanzo gotico che sta segretamente scrivendo, The Lost Heir, e che un editore londinese è disposto a pubblicare, anonimo. Oltre tutto, come Sylvester scopre non appena i due si conoscono, Phoebe non possiede nessuno dei requisiti necessari: ha un aspetto ordinario, parla poco e, quando lo fa, non ha un tono molto rispettoso verso di lui. Questo “primo appuntamento” quindi è un vero disastro, e Sylvester è più che mai convinto a non chiederla assolutamente in moglie, ma Phoebe non può saperlo ed è talmente terrorizzata all’idea che le venga fatta quella proposta che… preferisce scappare nottetempo da casa col suo migliore amico Tom, per raggiungere la nonna materna a Londra. Quando la cosa si scopre la mattina dopo, fra lo sconcerto generale della famiglia di Phoebe, Sylvester, divertito e forse anche sollevato di essere stato cavato così convenientemente dall’impaccio, parte anch’egli alla volta di casa… ma siamo in pieno inverno, la neve è troppo fitta e deve fermarsi lungo il tragitto in una locanda, naturalmente la stessa in cui sono stati costretti a sostare anche Phoebe e Tom dopo un incidente con la loro carrozza… e in cui tutti e tre rimarranno bloccati per alcuni giorni a causa del maltempo. La convivenza forzata, che all’inizio non può che essere assai imbarazzante per Phoebe, si rivela però meno sgradevole del previsto, perché la ragazza scopre che Sylvester non è il “mostro” di perfidia che immaginava, è anzi un perfetto gentiluomo, ma certo ha un senso della propria superiorità talmente radicato da risultare a volte insopportabile, e la ragazza non gliene lascia passare una. Tuttavia, si pente di averlo giudicato troppo frettolosamente e, quando entrambi finalmente riescono a raggiungere Londra, i rapporti fra i due sono divenuti cordiali. È proprio una sfortuna, quindi, che The Lost Heir stia per uscire, e che egli rischi di riconoscersi nel suo odioso antagonista (che, coincidenza!, pure lui ha un nipote, un povero bambino che tiene rinchiuso nel suo tetro castello)! Ma, d’altra parte, visto che il nome dell’autore del romanzo non comparirà, Sylvester potrebbe non scoprire mai che l’ha scritto lei…

L’inizio dunque è vivace e gradevolissimo, fra il “tragico” primo appuntamento in cui tutto va storto e la fuga a sorpresa… e l’ancor più sorprendente soggiorno forzato nella locanda isolata dalla neve. A metà romanzo il ritmo si inceppa un po’ e la parte londinese finisce per ricadere nel classico canovaccio di “figuriamoci se mi sto innamorando di lui/lei”, ma la lettura rimane comunque piacevole. Le cose si movimentano assai, e in modo inaspettato, quando entra in gioco la cognata di Sylvester, Ianthe, la vedova del fratello e madre del piccolo Edmund: costei, che non è mai andata d’accordo con Sylvester, è in procinto di risposarsi. Capricciosa e un po’ impressionabile, dopo aver letto proprio The Lost Heir, in cui si immedesima nell’eroina contrapposta al perfidissimo Ugolino, si convincerà di dovere, proprio come avviene nel romanzo, “salvare” il figlio dal cattivissimo zio… fuggendo con lui in Francia. Naturalmente, tanto nell’immaginario libro di Phoebe la vicenda è caricata dalle tinte più fosche e melodrammatiche alla maniera del più classico romanzo gotico, quanto la Heyer la capovolgerà ironicamente nella farsa nella “realtà” dei personaggi di Sylvester, con Phoebe che ovviamente si ritroverà suo malgrado coinvolta in tutta la faccenda e con mille incidenti buffi e contrattempi. È positivo che la Heyer abbia voluto dare una scossa certamente non scontata alla vicenda, ma, a conti fatti, la complicazione movimenta la trama “esteriormente”, ma non nella sostanza, non è un vero “conflitto” da superare. Spieghiamo meglio, o almeno tentiamo. Non mi è piaciuto particolarmente il fatto che l’unico serio “c0ntrasto”, o l’unica “ombra” sul carattere del nostro protagonista (il conflitto con la cognata su chi dovrà occuparsi del bambino dopo le seconde nozze di lei, se il piccolo Edmund dovrà stare con lo zio o con la madre, una pretesa che, il lettore lo vede, non sarebbe del tutto campata per aria da parte di Ianthe), venga giocato anch’esso sul registro della farsa, caricando i due “antagonisti” (la madre del bambino e il suo nuovo marito) di tratti caricaturali che forse, fino ad allora, non avevano “meritato” e rendendo fin troppo facile, per il lettore, parteggiare per Sylvester, lo zio che tanto “crudele” poi non è. Voglio dire che l’unico serio “ostacolo” perché il lettore si schierasse dalla parte del protagonista (e di conseguenza “approvasse” il fatto che Phoebe si innamorasse finalmente di lui) è stato rimosso in modo fin troppo comodo (la madre di Edmund, in fondo, è un’ochetta egocentrica cui non dispiacerà poi tanto di non doversi occupare di lui! E il suo secondo marito è un ridicolo damerino!): d’altra parte non so quanto sarebbe stato “in tono” con queste garbate e affabili commedies of manners della Heyer uno sviluppo alla “Kramer contro Kramer” sulla battaglia per la custodia del bambino… Sarebbe stato interessante e appassionante… in un altro romanzo di ben altro tipo e ben altre ambizioni, qui l’autrice deve aver pensato che non c’entrava niente, avrebbe portato troppo lontano e sarebbe stato troppo difficile da risolvere con un sorriso e senza tanti turbamenti, per cui meglio chiudere la parentesi buttandola sul ridere, e via.

Altri difettucci del libro sono dei dialoghi e dei brani che talvolta esplicitano fin troppo il messaggio per il lettore (il famoso show, don’t tell: ad esempio le prime pagine sono tutte dedicate alla presentazione in dettaglio del carattere di Sylvester, e quindi, più che imparare a conoscerlo “in azione”, ci viene fornita una vera e propria “scheda descrittiva” del personaggio), e inoltre, e questo è un “difetto” comune in tutti i suoi libri letti finora, va bene farci stare “col fiato sospeso” (si fa per dire, rimanere incerti sul finale in un romanzo rosa è alquanto improbabile) fino all’ultimo, ma la Heyer deve imparare a tirare un po’ meno per le lunghe i finali! 🙂

Ma tutto sommato i difetti si stemperano nella generale atmosfera di gradevolezza dell’insieme: l’ho detto all’inizio, quello che chiedevo a questo libro non era di essere memorabile ma semplicemente d’intrattenimento, e il compitino l’ha assolto. Oltre tutto in suo favore gioca anche un altro elemento, e cioè che io non resisto quando c’è un caso di “libro (finto) nel libro (vero)”, con tutti i possibili meta-riferimenti del caso: do un punto in più a prescindere. Con The Lost Heir, l’immaginario romanzo scritto da Phoebe, la Heyer si diverte a prendere in giro la moda dei romanzi neri che facevano furore all’epoca in cui è ambientata la storia, con le atmosfere “gotiche” e gli stereotipi del genere (anche il titolo di questo stesso libro è una strizzatina d’occhio a quella corrente).

Insomma, a parte Cotillion che non ha ancora trovato un degno rivale, stesso giudizio complessivo degli altri predecessori: gradevole, ma dimenticabile.

Georgette Heyer, Sylvester or The Wicked Uncle, voto = 3/5

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Hell House

Un salto indietro nel tempo a quando leggevo molti più horror di adesso: questo classico del genere, datato 1971, è stato consigliato caldamente da un utente di Goodreads, che mi ha incuriosito definendolo “l’horror più horror che ho mai letto”. Questa recensione è piena di spoiler, vi avverto: è consigliabile leggerla dopo che avrete finito il libro, se il romanzo vi interessa. Gli spoiler sono visibili evidenziando col mouse il testo nascosto.

La “casa infernale” del titolo è Belasco House, nel Maine, che prende il nome dal suo costruttore, il misterioso e famigerato Emeric Belasco, eccentrico riccone vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo, personalità carismatica ma crudele e malefica, che progettò di rendere il palazzo un suo personalissimo “inferno” privato: vi ospitava numerose persone, che lasciava indulgere ai peggiori eccessi e alle più innominabili pratiche, finché costoro diventavano talmente “assuefatti” all’atmosfera allucinata della casa da non poterla più abbandonare. Belasco House, quindi, guadagnò ben presto la fama di dimora “maledetta”, in cui accadevano cose spaventose. Per due volte, dopo che il suo terribile proprietario un giorno sparì senza lasciare traccia, nel 1931 e nel 1940, gruppi di coraggiosi cercarono di venire a capo della “maledizione” della casa e di neutralizzarla: sono tutti morti orribilmente (tranne uno, vedi più avanti), e da allora la casa è stata abbandonata, rimanendo sigillata e inaccessibile. Fino al 1970, anno in cui si svolge la nostra storia, quando l’attuale proprietario, Deutsch, il classico milionario misantropo, fornisce il (tenue) pretesto perché i malcapitati di turno debbano rinchiudersi nella casa maledetta: costui, in punto di morte, affida a tre specialisti del paranormale l’incarico di fornirgli, in una settimana, prove certe del fatto che esista o meno un aldilà, in cambio di un bel mucchio di soldi: e sicuramente, per tentare comunicazioni con l’oltretomba, non c’è posto più adatto della sinistra Belasco House. Le persone prescelte per questo compito usano metodi e approcci diversi, per non trascurare nessuna possibilità. Il prof. Lionel Barrett è il sostenitore di una teoria “scientifica” dei fenomeni paranormali, anzi ritiene che la paccottiglia più “spiritualistica” sia stato ciò che ha fino ad allora impedito un serio studio del paranormale. La sensitiva Florence Tanner, al contrario, crede nella spiegazione “mistica” di tali fenomeni (le spiegazioni “scientifiche” nel libro sono piuttosto confuse, o a me sono sembrate tali, ma l’importante è che diano un’idea della contrapposizione di questi due personaggi: per capirci, Barrett ritiene che “i fantasmi” non esistano e gli eventi che si verificano nella casa siano spiegabili con l’azione di residui di “energia psichica” del suo antico proprietario, la Tanner crede invece nei “classici” spiriti dei morti). Il terzo “indagatore dell’occulto” è Benjamin Franklin Fischer: anch’egli da ragazzino è stato un medium molto potente, e anzi è l’unico sopravvissuto della spaventosa ecatombe verificatasi nella casa nel 1940; da quell’evento traumatico, ha smesso completamente di utilizzare il suo “dono”, non si è mai del tutto ripreso e vivacchia alla bell’e meglio. Accetta di ritornare nella casa, ma è apertamente scettico sulle possibilità dei suoi compagni di “liberarla”: dal canto suo, è fermamente intenzionato a non fare nulla, non “entrare in comunicazione” con nessuna presenza, superare indenne quei sette giorni e intascare i soldi. Completa il gruppo Edith Barrett, che non è né una studiosa né una sensitiva, ma partecipa al seguito del marito Lionel, che ha già assistito in passato in simili missioni. Spendo due parole in più su di lei perché la sua figura, nel complesso, mi è sembrata quella meglio riuscita: è un personaggio che probabilmente sembrerà poco “piacevole” alle lettrici odierne, abituate a eroine “fiere”, “indipendenti”, che “spaccano culi” (kick-ass) e senza macchia e senza paura, e tuttavia a me è sembrato molto “vero”. Traumatizzata da un padre violento e dall’educazione repressiva della madre, la donna crescendo ha sviluppato un autentico terrore del contatto fisico e del sesso. Il suo costante senso di paura e inadeguatezza è forse uno dei motivi che l’hanno portata al matrimonio con Barrett, un uomo molto più anziano di lei, sessualmente impotente a causa di una poliomelite infantile, una figura in qualche modo “paterna” e autorevole da cui Edith si lascia guidare totalmente. Il rapporto fra i due risulta in effetti fortemente sbilanciato, ma non per questo dalle pagine del libro sembra meno affettuoso o genuino, e questo evitare qualsiasi giudizio troppo netto o caratterizzazione troppo facile e “piaciona” mi ha favorevolemente colpita.

Pochi giorni prima del Natale 1970, dunque, il gruppetto si chiude nella casa, isolato e praticamente senza contatti con l’esterno. Ovvio che le apparizioni e i fatti inquietanti non tardano a verificarsi, la differenza è che stavolta i personaggi sono preparati, e si sforzano di interpretarli secondo i loro schemi: la Tanner crede che sia necessario “pacificare” gli spiriti della casa per consentire loro il passaggio all’altro mondo, Barrett si concentra piuttosto sulla costruzione di un misterioso macchinario che dovrebbe eliminare completamente il problema. Tuttavia poco a poco diventa evidente che la “forza” che presiede alla casa potrebbe essere troppo potente e sfuggente per i loro tentativi di comprenderla e ingabbiarla, le loro divisioni, che si accentuano sempre di più, potrebbero essere esacerbate e alimentate ad arte da qualcuno per indebolirli, e che le diverse “soluzioni” che i personaggi, in particolare Barrett e Tanner, si sforzano di adottare potrebbero in realtà rivelarsi inutili, e tutti loro essere solo pedine inconsapevoli di un piano diabolico.

Chi cerca un libro in cui si verifica un colpo di scena a pagina, è capitato bene: basta scorrere l’elenco che Barrett ha preparato, lungo pagine e pagine, di fenomeni rilevati a Belasco House in passato (l’elenco ha, credo, anche uno scopo lievemente comico: sono 105 voci, ve lo riporterei tutto perché merita, ma mi limito a citare qua e là: Apparitions … Automatic writing … Catalepsy … Divination … Ghosts … Glossolalia … Levitation … Possession … Psychic photography … Raps … Sonnambulism … Telekinesis … Voices eccetera eccetera) per verificare che nel libro ne incontreremo parecchi. E infatti l’ho letto in pochissimi giorni, e questo vuol pur dire qualcosa, ma la mia impressione è che, invece di partire col botto e accumulare un’apparizione spaventosa a capitolo, sarebbe stato meglio prendersela con più “calma” e dare il tempo alla tensione e alla paura di montare e crescere.

In alcuni passaggi il libro mostra i suoi anni, soprattutto nella caratterizzazione dei due personaggi femminili. Gran parte del “potere” della casa è, a quanto pare, riuscire a scatenare gli impulsi e i desideri, soprattutto di natura erotica, taciuti e repressi (così come Belasco appunto incoraggiava i suoi ospiti ad abbandonare qualsiasi freno inibitore): purtroppo a cadere vittime di questa suggestione sembra siano solo le due donne del gruppo, e ciò, a parte che l’abisso della perversione per entrambe sembra sia abbandonarsi alle loro tendenze omosessuali represse (ho l’impressione che al giorno d’oggi questo tema verrebbe trattato con una sensibilità differente), si traduce in varie scene, piuttosto simili, di tentativi di seduzione di Fischer. Come mai i due uomini invece mantengono costantemente il controllo e non sembrano affatto cadere preda di questo “incantesimo”? A dire il vero c’è, a un certo punto, uno spunto che si sarebbe potuto sfruttare assai meglio, in questo senso: una notte Edith, non completamente in sé, si mette a camminare nel sonno e così facendo esce dalla casa e rischia di annegare in una specie di palude nelle vicinanze. Non è la prima “stranezza” di cui si è resa protagonista, perché in precedenza, sempre preda di questa misteriosa possessione, aveva tentato di assalire sessualmente Fischer, per poi tornare bruscamente in sé, piena di vergogna, quando Barrett li aveva scoperti. L’episodio aveva causato qualche tensione nella coppia, visto che, inoltre, in precedenza Edith era stata “insolitamente” audace col marito, cercando di forzarlo ad avere un rapporto sessuale, cosa che l’uomo non era stato in grado di fare. È dunque per evitare altri incidenti che la notte seguente il marito, con naturalezza, suggerisce a Edith di farsi legare al letto… così non le sarà possibile alzarsi e andare in giro nel sonno. La donna accetta. La scena, che dura solo poche pagine, è forse una delle più autenticamente spaventose dell’intero romanzo, poiché (il punto di vista adottato è quello di Edith), così facendo, la donna si sente effettivamente più sicura e tranquilla, sdraiata accanto a un uomo di cui si fida ciecamente… tuttavia in un angolo della sua mente, e nel lettore, si insinua un vago senso di minaccia, come se, ora che l’ha immobilizzata, Lionel ne approfitterà per punirla delle ripetute umiliazioni che gli ha fatto subire, per tentare di sfogare istinti che, in situazioni normali (la moglie è terrorizzata dal sesso, lui stesso è impotente), non riesce a soddisfare. Purtroppo, come dicevo, è solo un breve excursus in un terreno meno spettacolare e più “psicologico”, sicuramente intenzionale ma cui non viene dato alcun seguito.

Appunto, è curioso come per tutto il libro sembra che si gettino le basi di sviluppi molto intriganti (e assai “moderni”), come l’esplorazione delle complesse dinamiche del matrimonio dei Barrett, la stessa (ri)scoperta del desiderio in Edith (parlo sempre e solo di questi due perché Fischer e la Tanner, al confronto, mi sono sembrati più banali e meno interessanti), che poi però… non vengono approfonditi, preferendo una conclusione più “chiassosa” e “tradizionale” che poi, esaurita la foga di arrivare alla fine (perché, devo essere onesta, il can can finale una certa fifa la mette pure), non lascia un segno duraturo (e non è neanche tanto chiara). E poi perché inserire quel dettaglio che tante delle precedenti ospiti della casa sono rimaste incinte, senza darvi seguito in alcun modo? La butto lì (e copro tutto perché la mia conclusione “alternativa” svela alcuni particolari della fine del romanzo): i Barrett, dopo il “successo” della macchina di Lionel, sono rimasti soli nella casa ora apparentemente calma mentre Fischer è andato in paese con l’auto per dare sepoltura a Florence. Tenere affettuosità poi Edith si addormenta e Lionel va al piano di sotto (fin qui tutto come nel libro). Edith si sveglia, torna Lionel e, sorpresa!, finalmente i due riescono ad avere un rapporto completo e soddisfacente, Edith supera la sua “innaturale” repulsione per il sesso e Lionel “miracolosamente”, forse galvanizzato dal trionfo, è in grado di avere un’erezione. Edith poi si riaddormenta di nuovo. Dopo un po’, Fischer torna, tutti fanno i bagagli e vanno via, felici e contenti… e mentre si stanno allontando dalla casa Edith pensa, stranamente ha avuto l’impressione che prima, in camera, Lionel non avesse bisogno del bastone per camminare… Nove mesi dopo nasce un bel bambino

Richard Matheson, Hell House, voto = 3,5/5

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The Bees

Questo romanzo si inserisce nella tradizione di libri allegorici con protagonisti non umani, a cominciare dal celebre La fattoria degli animali di Orwell, tuttavia è piuttosto originale perché è scritto dal “punto di vista” di un’ape, non, come forse è più comune, di un mammifero. Consideriamo generalmente gli insetti radicalmente diversi da noi, per cui l’esperienza di… entrare nella “testa” di uno di loro (e scoprirvi qualche punto di contatto con noi) è già di per sé bizzarramente affascinante. Tempo fa ho letto un romanzo, Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo, anche se lì, come da titolo, avveniva la trasformazione da insetto a uomo e il “divertimento” stava nel vedere l’insetto adattarsi al nostro mondo. Per The Bees mi viene in mente anche l’associazione con un romanzo della mia infanzia/adolescenza, La società dei gatti assassini di Akif Pirinçci, per i toni inquietanti e a tratti horror (chissà perché in Italia uscì nella collana dei “Gialli Junior” della Mondadori, come libro era piuttosto “adulto”!).

Con l’aiuto di Wikipedia, cercherò in questa recensione di usare una terminologia corretta, ma mi scuso fin d’ora se non dovessi riuscirci.

“Flora 717” è un’ape operaia, e precisamente una delle addette alla pulizia, la “casta” più bassa di quella società rigidamente compartimentata, basata su schemi immutabili, ma in cui tuttavia ciascun componente ha un suo specifico ruolo e apporta il proprio contributo alla vita della comunità, che è l’alveare. Al vertice c’è naturalmente la regina, la madre di tutte le api dell’alveare, costantemente impegnata nella sua sacra missione riproduttiva. Attorno a lei la cerchia delle damigelle d’onore, e le api nutrici addette al nutrimento delle numerosissime larve; vi sono poi le api “bottinatrici” (foragers), che quotidianamente si alzano in volo dall’alveare per procurare nettare e polline, le api guardiane addette al “servizio d’ordine” e alla sicurezza, e infine le umili operaie come appunto Flora. Un discorso a parte meritano i maschi dell’alveare, accuditi con mille attenzioni dalle altri api, nutriti e vezzeggiati e con nessun compito particolare se non quello di farsi scegliere, al momento giusto, da una nuova regina vergine. Tutto, nell’alveare, si svolge nell’obbedienza assoluta a regole senza tempo, che rassicurano le api e le fanno sentire parte di un mondo che funziona, ma che vengono anche fatte rispettare in modo inflessibile e spietato, col soffocamento di qualsiasi devianza o novità, all’insegna del motto “Accept, Obey, and Serve“. Tale regime “totalitario” è profondamente interiorizzato dalle api e cementato dal comune attingimento alla sorgente dell’Amore della Regina (Queen’s Love, da notare che questa non è un’invenzione romanzesca ma è solo una delle stupefacenti cose che si imparano da questo libro), ridistribuito e rinvigorito in ciascuna ape nel momento rituale della “devozione” in comune, e dall’appartenenza a quel “corpo collettivo” che è la Mente dell’Alveare (Hive’s Mind).

Succede però che la nostra ape protagonista, Flora 717, mostri fin dall’uscita dalla cella delle caratteristiche anomale per il suo rango, delle “strane” tendenze all’indipendenza e all’iniziativa personale, delle dimensioni non comuni, che attirano subito l’attenzione delle onnipresenti e vigilanti “sacerdotesse” dell’alveare, impegnate a mantenere a tutti i costi lo status quo. La piccola Flora quindi riesce eccezionalmente a fare una piccola “scalata sociale”, lavorando per qualche tempo nella nursery e poi entrando a far parte della squadriglia delle bottinatrici, provando l’ebbrezza del volo all’aperto. Soprattutto, il maggiore cambiamento si verifica quando, inaspettatamente, Flora inizia a deporre uova. Il principio fondamentale e inviolabile dell’alveare è che solo la Regina può riprodursi: qualsiasi uovo deposto dalle operaie (evento raro ma non impossibile) deve essere immediatamente e tassativamente eliminato, distrutto. Flora sa che sarebbe suo dovere “autodenunciarsi” alla “polizia della fertilità” (Fertility Police), condannando suo figlio… Eppure questa ape “strana” non riesce a compiere quest’atto obbligatorio e, spinta da questo “nuovo”, insopprimibile istinto materno, attua un’imprevedibile ribellione clandestina, nascondendo e proteggendo il proprio uovo (in realtà saranno più di uno), nel costante terrore di essere scoperta e allo stesso tempo col senso di colpa perché sta venendo meno ai suoi doveri verso le sue compagne.

Nel frattempo, la vita nell’alveare va avanti, con i suoi ritmi usuali e le sue emergenze, dalla difesa contro i nemici esterni, come gli attacchi delle infide e crudeli vespe, ai periodi di carestia, sempre più duri man mano che l’estate volge al termine, fino ai mesi invernali di “letargo” nel glomere (dopo il cruento sacrificio dei maschi non ancora “scelti” da nessuna regina per l’accoppiamento e rimasti a “pesare” sull’alveare, in un improvviso rovesciamento della situazione precedente) e al risveglio e alla rinascita con la nuova primavera… Ma qualcosa di inquietante, forse un complotto delle algide e potenti “sacerdotesse”, è nell’aria, e Flora si ritrova sempre più combattuta fra due istinti ugualmente forti, l’ubbidienza alle sacre regole dell’alveare e la sua nuova condizione di madre che la spinge a trasgredirle pur di proteggere la sua creatura.

Come si vede da questo riassunto, l’autrice, Laline Paull, riesce a mescolare brillantemente elementi propri della “vita da ape”, a noi totalmente alieni, come le loro forme di comunicazione attraverso i feromoni o attraverso la danza, e concetti più tipici delle società umane, ma “distorti” o adattati a questo contesto animale, generando nel lettore un bizzarro effetto contemporaneo di familiarietà e straniamento. Accanto a questo, c’è anche la trama ben congegnata: sembra “strano” dire che ci si appassiona alle avventure di… un’ape, ma è così, la storia, quanto a tensione, non ha nulla da invidiare a un thriller o a un horror con protagonisti umani.

Oltre a essere un romanzo distopico appassionante, il libro naturalmente è stato anche una prima introduzione al mondo delle api, materia che sembra estremamente ricca e interessante, tanto che appena l’ho finito mi sono subita messa a cercare qualche titolo, accessibile anche ai non specialisti, per approfondire un po’.

Laline Paull, The Bees, voto = 4/5

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The Jacket (Star-Rover)

The Star-Rover, o The Jacket (titolo con cui fu pubblicato in UK), in italiano Il vagabondo delle stelle, è innanzi tutto un libro che mi ha sorpreso. O meglio, mi ha sorpreso il suo autore, Jack London, che conoscevo solo di fama: pensando a libri celebri (ma che non ho letto) come Zanna Bianca o Il richiamo della foresta, lo associavo automaticamente a classici romanzi di avventura per ragazzi, con belle storie, buoni sentimenti, e via così. In realtà ho scoperto qui un autore molto più “adulto” e cupo, sicuramente da approfondire.

Siamo agli inizi del XX secolo (il libro fu pubblicato nel 1915) e protagonista, e voce narrante, è un professore di agronomia americano, Darrell Standing: costui si trova in prigione a San Quintino per aver commesso un delitto (le cui circostanze non saranno mai chiarite nel corso del libro, ma non sono importanti). A seguito di una serie di sfortunate e imprevedibili circostanze, troppo complicate da riassumere qui, il direttore della prigione si convince, a torto, che Standing, già di suo un prigioniero “difficile” perché capace di tener testa all’ottusa brutalità delle guardie, sia implicato in un piano di fuga e abbia nascosto da qualche parte all’interno del carcere della dinamite pronta a esplodere. Standing viene quindi rinchiuso in una cella di isolamento, e sottoposto a continui interrogatorî e torture per convincerlo a rivelare dove si trovi la (inesistente) dinamite. Il metodo di tortura più utilizzato è la “giacca” che dà il titolo al romanzo, una specie di camicia di forza avvolta attorno al corpo del prigioniero, in modo da immobilizzarlo totalmente e comprimergli il petto e gli arti, causandogli atroci sofferenze. Ma la violenza cieca e testarda del direttore del carcere e dei suoi sgherri non riesce ad avere ragione delle grandissime capacità di resistenza, forza di volontà e intelligenza di Standing. Al contrario, egli riesce a stringere una solida allenza con i due prigionieri altrettanto straordinari che si trovano nelle celle di isolamento accanto alla sua, Ed Morell (personaggio realmente esistito) e Jake Oppenheimer. È proprio Morell a suggerire a Standing il metodo per sopportare senza alcun danno le ore, a volte i giorni, di tortura imprigionato nella terribile “giacca”: il segreto sta nel riuscire, attraverso la sola forza di volontà, a far “morire” temporaneamente il proprio corpo, in modo da rendere la mente libera di uscire dalle pareti della prigione e di vagare dove più le piace.
Standing mette in pratica il consiglio, e scopre così una verità di cui fin da bambino sospettava: il suo corpo, nella sua accezione materiale, è un accidente senza importanza, ma la sua mente è immortale e invincibile, ha già vissuto innumerevoli vite prima di incarnarsi nell’entità Darrell Standing e molte altre ne vivrà una volta che “Standing” sarà morto. In queste sue esperienze di “pseudo-morte”, infatti, Standing riesce a rivivere le sue incarnazioni passate, che costituiscono l’oggetto di vari racconti più o meno lunghi.

Non proprio una storia “per ragazzi”, insomma: è una lettura cupa, specialmente nei primi capitoli, di sapore “lovecraftiano” (so bene che è un anacronismo, ma è utile per rendere l’idea) nella descrizione dei tormenti del protagonista chiuso nell’angusta e buia cella di isolamento, impegnato a trovare un sistema per non impazzire, è una denuncia nemmeno troppo velata delle condizioni di vita nelle carceri americane dell’inizio del XX secolo, e degli arbitrî agghiaccianti che potevano verificarsi all’interno delle loro mura, al riparo di qualsiasi controllo (evidentemente London non aveva paura di affrontare temi “scomodi”, perché è anche autore di un reportage sulla vita dei senzatetto, The People of the Abyss), e poi, naturalmente, è possibile anche solo gustarsela semplicemente come originalissima cornice a una serie di racconti avventurosi (le vite precedenti del protagonista). Spiccano il drammatico racconto del bambino Jesse, che viaggiava nella carovana che fu massacrata a Mountain Meadows in un attacco dei mormoni (tragico episodio realmente avvenuto nel 1857) e le avventure e le lunghe sofferenze del naufrago Adam Strang nella Corea del XVII secolo, ma altri racconti interessanti vedono protagonisti un santo eremita nel deserto nei primi secoli del Cristianesimo, un vichingo nella Palestina ai tempi di Gesù, un altro naufrago sopravvissuto per anni su un’isola deserta.

Jack London, The Jacket (Star-Rover), voto = 4/5

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Bring Up the Bodies

Continua la storia di Thomas Cromwell e della corte dei Tudor. Caterina d’Aragona, la ex regina ripudiata, è in fin di vita, ma lei, e soprattutto la giovane principessa Mary, continuano ad avere i loro sostenitori e fedelissimi; però, una volta che l’altera spagnola, irriducibile nella sua convinzione di essere l’unica legittima regina d’Inghilterra, muore nella sua semi-prigionia, le trattative diplomatiche fanno capire a Cromwell che, mentre finché lei era in vita andavano salvate le apparenze, ora un riavvicinamento fra Enrico e l’imperatore Carlo V, nipote di Caterina, non sarebbe poi così impossibile… C’è però sempre l’ostacolo della “scomoda” regina Anna Bolena, che quasi nessuna corte in Europa è disposta ad accettare. Anna Bolena che, fra l’altro, dopo aver dato alla luce una bambina, Elizabeth, continua a fallire nel suo “compito” di dare al re un figlio maschio, e sulla quale cominciano a moltiplicarsi i pettegolezzi, soprattutto relativi ai suoi rapporti coi giovani gentiluomini che le stanno sempre accanto. Oltre tutto, a complicare ancora di più le cose, il re ricomincia a guardarsi intorno e ultimamente si mostra sempre più interessato alla giovane, timida, remissiva Jane Seymour, che naturalmente ha dietro tutti i parenti, pronti a cogliere i segnali e ad approfittare del vento che cambia, per prendere il posto che al momento è occupato dal clan dei Boleyn.

E così Thomas Cromwell si trova nella paradossale situazione di dover disfare tutto quello che aveva realizzato nel primo romanzo, il “capolavoro” politico dell’annullamento delle nozze del re con Caterina, dell’Act of Supremacy e dell’incoronazione di Anna, e di doversi alleare con quelli che in realtà considera i peggiori nemici suoi e del re, la vecchia nobiltà del sangue e gli irriducibili pretendenti al trono dei Tudor, da sempre ostili ad Anna Bolena e ai suoi invadenti e avidi familiari, in un rischioso esercizio d’equilibrismo che, se lo conferma al centro degli eventi e delle macchinazioni, gli fa anche capire di non avere alcun alleato fidato (non Anna e i Boleyn, che pure ha aiutato a far arrivare al potere, non l’antica nobiltà, che lo disprezza per le sue umili origini ed è rimasta per lo più fedele a Roma) a parte, unicamente, il re, il cui favore però è sempre volatile…

Non mi dilungo troppo, perché vale quel che ho già scritto per Wolf Hall; anzi, avendoli letti l’uno di seguito all’altro, a dire la verità per me i due libri si sono “fusi” in un unico, lunghissimo romanzo.

Per la serie “non capisco il titolo”, stavolta “Bring Up the Bodies” è la frase pronunciata quando vengono condotti al patibolo George Boleyn e gli altri gentiluomini accusati di essere gli amanti della regina. In Italia se la sono cavata scegliendo di intitolare il libro Anna Bolena, una questione di famiglia: non è che mi piaccia molto, sebbene, a essere sinceri, stavolta anche l’originale non era granché.

Thomas Cromwell continua a essere l’unico che capisce sempre tutto e non sbaglia mai. Se gli altri lo ostacolano, è perché o sono ottusi o è lui a essere troppo avanti sui tempi. Io neanche sapevo che fosse mai esistito un Thomas Cromwell, quindi non so, forse è vero che era un grande, un genio. Certo, dopo circa 1000 pagine (più o meno il totale sommando quelle di primo e secondo libro), Thomas Cromwell e la sua infallibilità cominciano a diventare un po’ antipatici, e forse si avrebbe anche voglia di leggere un punto di vista diverso.

E in effetti Bring Up the Bodies, per quanto pregevole, fino a tre quarti della sua lunghezza si stava collocando un gradino sotto il suo predecessore, perché l’interminabile serie di colloqui di Cromwell con questo o quell’altro personaggio (ché, così come in Wolf Hall, non si può dire che succedano molte cose nel romanzo) cominciava a essere stancante. Però la Mantel si “riscatta” con un’ultima parte più avvincente, in cui avvengono (non penso ci sia bisogno di mettervi in guardia dallo spoiler, no? È Storia. Va beh, lo nascondo comunque) il processo e la condanna a morte di Anna Bolena.

E ora mi dispiace di non potermi “tuffare” subito nella lettura della terza e ultima puntata, The Mirror and the Light (sempre criptici questi titoli), che uscirà nel 2015. Mi dispiace anche perché, a dirla tutta, mi ero ormai abituata allo stile di narrazione non certo facile: così invece, tra qualche mese, dovrò rifare nuovamente fatica!

Hilary Mantel, Bring Up the Bodies, voto = 4/5

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Wolf Hall

Dopo Gums, Germs, and Steel, ripercorrendo la lista dei libri letti quest’anno, ho notato con soddisfazione una maggioranza di letture “serie”, impegnate (e non per questo necessariamente spiacevoli, naturalmente), tanti saggi, e quindi mi sono detta che ora avrei anche potuto “premiarmi” e “concedermi” qualcosa di facile, veloce, un romanzetto leggero, d’intrattenimento, divertente o appassionante, di poche pretese e persino un po’ “scemo”.
Con queste premesse, che cosa ha “scelto” per me l’imperscrutabile “genio” che presiede alla fase in cui finito un libro se ne comincia uno e non un altro? Sì, Wolf Hall, di Hilary Mantel (autrice già incontrata in Fludd, che non mi era sembrato affatto facile), “mattone” di oltre 600 pagine, primo capitolo di una trilogia, romanzone assai erudito e complesso sulle macchinazioni e le trame politiche alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Sì, decisamente veloce e leggero!

Eppure, scherzi a parte, la scelta si è rivelata felice. Wolf Hall, in realtà, non è propriamente il romanzo della corte dei Tudor: è il romanzo di un uomo solo, Thomas Cromwell. Addirittura l’autrice non lo nomina quasi mai, riferendosi al suo protagonista dicendo solo “he” (lui), come se fosse ovvio chi è Lui (solo che tanto ovvio poi non è, o almeno non sempre, per cui talvolta, specie nei dialoghi o nelle conversazioni a più voci, la Mantel è costretta a specificare pedantescamente “he, Cromwell”… cosa che all’inizio per il lettore è confusionaria e straziante, poi si finisce per abituarsi. Insomma, il libro mi è piaciuto ma è assai pesante e ostico. Fine della parentesi).
Dall’infanzia miserabile quale figlio di un fabbro violento e ubriacone, alla gioventù passata in giro per l’Europa e soprattutto in Italia come soldato mercenario (sebbene a questi anni della sua vita siano dedicati solo accenni), questo autentico prototipo del self-made man riesce a scalare le gerarchie di corte, non senza lo sconcerto e il malcelato disprezzo dei consiglieri più altolocati di lui, e a diventare l’uomo più fidato di re Enrico nel momento più delicato del suo regno, quando sta cercando, contro il parere del papa, degli altri sovrani europei, a cominciare da Carlo V, la cui minaccia è molto seria, nonché di una grossa parte della sua corte e del popolo, di far dichiarare nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e di sposare Anna Bolena.
In concreto, questo si traduce in una serie infinita di colloqui e trattative e dispute legali e ricerca di testimonianze per stabilire se, decenni prima, l’unione fra Caterina e Arturo Tudor (il fratello maggiore di Enrico, primo marito di Caterina, morto in giovanissima età) fosse stata consumata o no… insomma, non ci si aspetti tanta “azione” in questo libro, e però la ricostruzione d’ambiente e le minuziose analisi di tutte le ripercussioni in politica interna ed estera di ogni singolo sviluppo riescono, grazie alla bravura della Mantel, a risultare lo stesso avvincenti.

Sarà Cromwell, come dicevo, a venire a capo dell’intricata matassa, perseguendo il proprio disegno di arginare l’influenza del papato sulla monarchia e, soprattutto, lo strapotere economico delle istituzioni monastiche, fortemente decadute e corrotte, delle cui immense ricchezze cercherà di impadronirsi per metterle a disposizione della corona. In realtà comunque il nostro non è affatto dipinto come una “eminenza grigia” calcolatrice e machiavellica, assetata di potere: una costante nella sua caratterizzazione è la fedeltà al cardinale Wolsey, suo mentore e padrone, anche quando questi sarà ormai caduto in disgrazia presso il re, e anche dopo la sua morte. Significativo è anche il contrasto fra il Cromwell che si muove negli ambienti di corte e l’attento, premuroso, previdente e affabile uomo privato e padre di famiglia, duramente colpito nei suoi affetti più cari per la morte della moglie e delle figlie bambine (spoiler nascosto, ma in realtà succede molto presto nel romanzo), ma sostenuto e amato da una vivace “famiglia allargata” che comprende figli, nipoti, cognate, apprendisti cresciuti ed educati come se fossero figli suoi, domestici e servitori. E, a chi considera suo amico, come i simpatizzanti delle idee luterane e i seguaci di Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese, duramente perseguitati da Thomas More, Cromwell è un alleato formidabile su cui contare. Insomma, più che di uno “spietato” politico, sembra che la Mantel abbia voluto tracciare il ritratto di un “uomo nuovo”, che ha saputo costantemente reinventarsi e imparare dalle numerose e diverse esperienze, che ha capito che ai vecchi valori stanno per subentrare la concretezza, il senso per gli affari, la forza del denaro, l’arte della diplomazia.

Dal punto di vista del piacere dell’intreccio “romanzesco”, ha aiutato anche il fatto che, fatta eccezione per le figure storiche di primissimo piano, come Enrico VIII e Anna Bolena e Thomas More, ben poco sapessi della moltitudine dei personaggi di contorno, a partire da lui, il protagonista, Thomas Cromwell, per me un illustre sconosciuto prima di iniziare il libro. (Promemoria per me: la prossima volta che leggi un romanzo storico con personaggi realmente esistiti, frena l’impulso di consultare le voci su Wikipedia, o guarda solo quelle dei personaggi già morti: per averlo fatto una volta di troppo mi sono “fregata” con le mie mani scoprendo, senza volerlo, quando e come muore Cromwell).

Certo, non è un libro facile e neppure perfetto in tutto e per tutto: la prima metà, con Cromwell che lavora ancora all’ombra del cardinale, mi ha convinto di più della seconda, un po’ perché l’autrice finisce per innamorarsi un po’ troppo del suo protagonista, che ha fatto tutto, sa tutto, capisce tutto prima di tutti, ed è miracolosamente più tollerante, lungimirante e di ampie vedute di qualsiasi uomo del suo tempo. Tutti i suoi avversari vengono improvvisamente degradati a malvagi, fanatici, corrotti (la Mantel sembra soprattutto desiderosa di demolire in tutti i modi il “mito” del celebre filosofo e intellettuale Thomas More, la cui incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica fino alla condanna a morte viene qui presentata come incomprensibile e ottusa ostinazione).

Il libro è curiosamente intitolato Wolf Hall, che sarebbe il nome della residenza della famiglia Seymour… eppure questo luogo, e questa famiglia, hanno ancora un ruolo piuttosto marginale in questo primo romanzo della serie: strano, quindi, che sia stato scelto questo titolo, se non forse per dare al lettore un vago senso di “inquietudine” o “premonizione” ogni volta che vengono citati.

Hilary Mantel, Wolf Hall, voto = 4/5

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Guns, Germs, and Steel

Questo famoso saggio di Jared Diamond, uscito in Italia col titolo Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 13.000 anni (e il sottotitolo italiano, a differenza del titolo, non è fedele all’originale: l’originale inglese è “The Fates of Human Societies”, i destini delle società umane, che, come si vedrà, è molto più pertinente), è il secondo libro, dopo Breve storia di (quasi) tutto, selezionato per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia.

La domanda alla base della ricerca di Diamond è di quelle che neanche ci poniamo più, tanto ormai lo status quo ci appare “inevitabile” e “scontato”, e invece non è per niente peregrina: ma perché alcune società umane sono arrivate ad avere un predominio schiacciante sulle altre, in campo tecnologico, politico, militare, culturale e chi più ne ha più ne metta?

Non che Diamond sia il primo a porsi quest’interrogativo, ma finora le spiegazioni tentate gli appaiono carenti oppure si fondano su presupposti non più accettabili, ovvero sulla convinzione che alcune società, in pratica quella dell’uomo bianco nord-occidentale, siano sostanzialmente “migliori” di altre, da un punto di vista biologico, razziale, antropologico. Diamond, chiaramente, non accetta alcuna teoria razzista, e anzi nel suo libro si sforza di dimostrare che, se è innegabile che le disparità esistano, se si risale alle loro cause più remote esse sono spiegabili senza doverne attribuire alcun “merito” alle società più avanzate, che hanno potuto sfruttare meglio, o da più tempo di altri, particolari vantaggi o condizioni “fortunate”.

Il “segreto” della diversità delle sorti delle varie società umane, per Diamond, è se si sia riusciti a passare, e se sì con quale anticipo o ritardo rispetto agli altri, dalla fase di cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori-produttori di cibo. Essere in grado di produrre cibo tramite l’agricoltura fornisce il presupposto per poter sviluppare e sfruttare poi una serie di vantaggi ulteriori: la capacità di sostentare popolazioni più numerose, e di accumulare surplus di cibo, dà la possibilità di sostentare anche individui non impiegati direttamente nella produzione del cibo ma più specializzati, come artigiani, tecnici, o che svolgono funzioni di comando, come capi, guerrieri, sacerdoti. Questo permette uno sviluppo più significativo della tecnologia, a cominciare da un’invenzione fondamentale come quella della scrittura, e l’organizzazione in sistemi politici più complessi e coesi (dalla semplice banda, forma di aggregazione adatta alle società più semplici, ai regni o Stati). Ma non solo: la maggiore densità di popolazione, dovuta alla più elevata disponibilità di cibo, la presenza di più animali addomesticati, che vivono a stretto contatto con l’uomo, rendono anche più endemiche le malattie e le epidemie. L’uomo si “abitua” a convivere con una più vasta gamma di batteri e quindi diventa, col passare delle generazioni, progressivamente più resistente a una serie di malattie. Nella storia le conseguenze dell’arrivo di società portatrici di germi sconosciuti ad altre sono ben note: basti pensare al caso eclatante della conquista delle Americhe da parte degli Europei.

Ma, se in alcune zone del mondo questo fondamentale passaggio è avvenuto prima (sembra che la zona con evidenze archeologiche più antiche di società agricole sia la Mezzaluna Fertile, in Asia minore) e in altre dopo, o mai (in Australia ad esempio), ciò non vuol dire che alcune società siano più “intelligenti” di altre, ma semplicemente che hanno avuto la fortuna di vivere in ecosistemi più favorevoli e predisposti. In particolare, per Diamond, in Eurasia si è verificata una combinazione di circostanze particolarmente felici: si tratta della più grande massa di terra emersa del pianeta, orientata secondo un asse in direzione est-ovest (che facilita la diffusione delle stesse specie animali e vegetali e gli spostamenti di persone, merci, informazioni perché vi sono minori variazioni climatiche da un luogo all’altro e ovunque la medesima quantità delle ore di luce durante il giorno), e in cui si concentra la maggiore presenza di varietà di semi e di specie animali con le caratteristiche più adatte a renderli più facilmente addomesticabili dall’uomo. Tutti elementi presenti in misura molto minore, o assenti del tutto, in altre zone: come ad esempio il continente americano, che pure vide fiorire società altamente evolute e complesse, ma a cui mancarono (fino alla forzata introduzione da parte degli Europei) una varietà di semente dalle proprietà altamente nutritive come il grano, un animale sommamente utile per il lavoro agricolo, per il trasporto e per la guerra come il cavallo, e che infine presentava alcune caratteristiche fisiche che penalizzavano i contatti fra le diverse popolazioni (asse nord-sud, l’effetto “collo di bottiglia” all’altezza dell’istmo di Panama).

A giudicare da questo mio “riassuntino”, suona tutto un po’ arido e meccanico, ma in realtà il libro è interessante e accessibile anche al lettore non specializzato: forse pecca un po’ di ripetitività, ma d’altra parte è comprensibile che l’autore cerchi di portare quanti più esempi possibile a sostegno della sua tesi, o si provi ad applicarla a casi specifici in diverse zone del mondo. D’altra parte così forse riuscirò a non dimenticare tutto in breve tempo.

Jared Diamond, Guns, Germs, and Steel, voto = 3/5

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