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Art and Architecture of Insects

Nella vita reale gli insetti mi fanno ribrezzo, ma sulle pagine dei libri o nelle immagini dei documentari televisivi li trovo veramente interessanti e affascinanti: finché non si mettono a ronzare o a volarmi attorno… Questo Art and Architecture of Insects è apparso nei miei suggerimenti automatici di Goodreads perché stavo leggendo Anche le coccinelle nel loro piccolo… e, anche grazie alla spinta della recente lettura di The Bees, l’ho acquistato senza pensarci troppo. Mi aspettavo un librone imponente, invece è un libretto molto maneggevole e leggero.

È un libro di divulgazione scientifica in cui la parte del leone la fanno soprattutto le immagini (proprio il punto dolente del saggio di Schilthuizen sopra citato): l’autore, David M. Phillips, ha infatti catturato diversi esemplari, selezionato i migliori, li ha immersi nell’alcol e quindi li ha bloccati in una posa il più possibile realistica, scannerizzati in 3-D con un microscopio elettronico e riprodotti in fotografia. Alcune delle foto si possono vedere qui.

I testi a corredo delle immagini, organizzati in capitoli che analizzano ciascuno una singola parte dell’animale (testa, occhi, antenne, zampe, ecc.), sono semplici e adatti anche al lettore non esperto; forse è un po’ faticoso trovare la traduzione (su questo l’ebook, col suo dizionario integrato, la vince sul libro cartaceo, ammettiamolo) e memorizzare i diversi nomi di insetti o di parti di insetti, che spesso non sono parole comunissime, ma gli stessi termini comunque si ripetono spesso, per cui una volta compresi la prima volta il più è fatto.

Lo stesso lettore però, proprio perché non esperto, purtroppo alla lunga dopo svariate immagini finisce per confonderle un po’ fra loro e non distinguere bene i dettagli che le differenziano, anche perché sfortunatamente con la tecnica usata da Phillips sono possibili solo fotografie in bianco e nero, si perdono i colori dei vari insetti.

David M. Phillips, Art and Architecture of Insects, voto = 3/5

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La banalità del male

Questo libro, la scelta di Goodreads Italia per il Gruppo di lettura di saggistica nel bimestre marzo-aprile 2015, è il reportage che la Arendt scrisse in qualità di inviata del New Yorker al processo di Adolf Eichmann, che si tenne in Israele nel 1961-1962 e si concluse con la sua condanna a morte. Ne avevo sentito parlare, e mi aspettavo appunto una cronaca, un resoconto dettagliato delle fasi del processo corredato da digressioni e riflessioni, a cominciare appunto dalla celebre definizione dell’imputato come personaggio simbolo della “banalità del male” all’opera nel Terzo Reich. Invece la struttura del saggio è diversa, dopo i primi capitoli che partono in medias res con una presentazione degli attori del processo e della corte, l’autrice traccia un profilo della carriera di Eichmann, individuando uffici, organismi, competenze, superiori e servendosi grosso modo delle tappe di questa non poi sfolgorante carriera per approfondire alcuni temi, senza però seguire rigidamente l’ordine cronologico: alcuni capitoli sono dedicati all’analisi del progetto iniziale di Eichmann, l’espulsione e la deportazione degli ebrei fuori dall’Europa, progetto poi abbandonato in favore della “soluzione finale”, lo sterminio; la Arendt si sofferma poi sul tanto dibattuto problema della coscienza e della responsabilità personale di chi “esegue gli ordini”; segue una vasta parte centrale dedicata ai diversi modi in cui la soluzione finale venne applicata sullo scacchiere europeo, nelle aree occupate dalle truppe tedesche o nei paesi alleati della Germania, e sui diversi esiti cui giunse (si va dalla totale acquiescenza e collaborazione delle popolazioni e autorità locali, come ad esempio in Romania, a coraggiose ed efficaci opposizioni, ad esempio in Danimarca), per poi tornare alla fine sulle spinose controversie sulla legittimità stessa del processo, sul metodo di cattura dell’imputato, sull’uso “propagandistico” o quanto meno sulla valenza simbolica del processo (presentato come la prima volta nella storia in cui il popolo ebraico non rivestì solo e soltanto il ruolo di vittima).

Questa struttura ha pregi e difetti: non mi sarebbe dispiaciuta una cronistoria del processo, tra le lungaggini, le contraddizioni, le polemiche, le procedure non sempre chiare, gli sviluppi imprevisti… Così invece le varie fasi e le strategie non mi sono sembrate chiarissime. D’altra parte, in questo modo l’autrice è stata più libera di spaziare e toccare vari argomenti.

In questa “pseudo-recensione” mi limito a evidenziare alcuni aspetti più sorprendenti o che mi sono sembrati più interessanti o meglio approfonditi.
Un aspetto su cui forse la Arendt è stata una dei primi a gettare luce sulla involontaria? ambigua? inevitabile? inconsapevole? forzata? “collaborazione” delle élite ebraiche con i nazisti, mossa da complessi fattori tra cui non ultimi il tentativo di “limitare i danni” o la pura e semplice impossibilità di agire diversamente in una situazione senza via d’uscita. Tema delicatissimo, di cui un esempio fu Paul Eppstein, capo degli Anziani di Theresienstadt (che ho già incontrato recentemente, in versione romanzata, in Un regalo per il Führer): Eppstein fu solo uno dei tanti cui questo tentativo disperato di fare un “patto col diavolo” (per paura, per provare a fare qualcosa di concreto sia pure inevitabilmente insufficiente, per qualsivoglia motivo) non riuscì, visto che fu comunque trucidato dai nazisti nel 1944.

Altro aspetto che può colpire un lettore del 2015, o comunque ha colpito me, è, per così dire, la lunga “eco” della guerra: a me, che vivo tanto tempo dopo, viene automatico dire “e nel 1945 finì la seconda guerra mondiale”. Mi sfuggono gli strascichi che un evento simile si deve essere portato dietro per decenni: e inoltre, ormai, i protagonisti di quell’evento, vittime e carnefici, li “immagino” o, nel caso dei superstiti sempre meno numerosi, li “vedo” come persone anziane, nelle contrapposte versioni del sopravvissuto che ripete la sua testimonianza e degli ultimi e sempre più rari criminali nazisti sottoposti a giudizio. Quando la Arendt scrive, nel 1963, tantissimi dei protagonisti di quegli anni, sopravvissuti o carnefici, sono invece ancora vivi e attivi. È difficile per me, che vivo in un tempo in cui ci avviciniamo sempre più al momento, considerato come una “soglia” significativa e pericolosa, in cui non ci saranno più testimoni diretti, “collocarmi” in un contesto opposto, in cui tutto era successo… una manciata di anni prima, riguardava magari non tuo nonno o tuo bisnonno ma tuo fratello, e in Germania si sapeva, più o meno, cosa avesse fatto ciascuno, come queste persone, che facevano parte a vari livelli di un organismo statale comunque vastissimo, come dice la Arendt, si stessero “riciclando” anche dopo la guerra, e più o meno si faceva finta di niente.

Il saggio, infine, è famoso anche per la fortunata formula, quasi un ossimoro, scelta per il titolo (in realtà nell’originale il sottotitolo). La “banalità del male” incarnata da Eichmann è quella che portò numerose persone come lui a compiere crimini atroci con la stessa noncuranza di chi svolge un ordinario lavoro d’ufficio, forti del generale senso di de-responsabilizzazione dato dalla convinzione che “il mio superiore/la legge mi dice di fare così, per cui non deve esserci nulla di male”; la Arendt dipinge efficacemente l’immagine-choc e veramente da incubo di un luogo e un tempo, la Germania nazista, in cui la “ragion di Stato” fu invocata non per giustificare un eccezionale (cioè, che costituisce un’eccezione) ricorso dello Stato a vie e mezzi al di fuori della legge: nel Terzo Reich si giunse al paradosso per cui il crimine non era più l’eccezione, ma la regola nell’azione dello Stato.

Forse con “banalità del male” si può intendere anche la figura “meschina” dell’imputato e, per così dire, il “fallimento” del processo per quanto riguarda le intenzioni del governo israeliano: una figura che si cercava a tutti i costi di presentare come uno dei principali responsabili della Shoah si rivela invece, agli osservatori attenti, un burocrate tutto sommato lontano dalle leve del comando, un uomo che cerca pateticamente di ingigantire il suo ruolo, cova ancora paradossali risentimenti e vendette personali, si mostra spesso quasi scollegato dalla realtà della sua situazione.

Hanna Arendt, La banalità del male (trad. Piero Bernardini), voto = 3/5

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Anche le coccinelle nel loro piccolo…

Il titolo italiano è un po’ stupido (anche perché mi pare che neanche si parli delle coccinelle), era più simpatico, e tutto sommato anche più preciso, l’originale (Nature’s Nether Regions, “le parti bassi della Natura”): sì, argomento del saggio è la forma dei genitali di varie specie animali, e sarebbe inutile negare che l’ho preso  (dopo averne letto una recensione di Telmo Pievani sulle pagine de “La Lettura” dell’8 giugno 2014: se siete interessanti a un parere più autorevole e probabilmente più interessante del mio sul libro, ecco il link) principalmente perché prometteva di essere bizzarro e divertente.

A parte la sorprendente varietà di forme, colorazioni, lunghezze, usi, eccetera eccetera eccetera, che cosa rimane più impresso da questo “peepshow darwiniano”, come lo definisce l’autore? Beh, che la femmina è molto (molto!) meno “passiva” di quanto comunemente pensiamo, non si limita a “ricevere” semplicemente lo sperma dal maschio e inoltre la vagina (quantunque in genere meno studiata del pene) riserva qualche sorpresa inaspettata: intanto, le preferenze della femmina influenzano fortemente l’evoluzione non solo dei caratteri sessuali secondari del maschio, ma anche di quelli primari (i genitali in senso stretto). La “preferenza” di cui si parla non è, ovviamente, un capriccio fine a se stesso né spesso viene effettuata a livello conscio: maschi meglio dotati, più “bravi” nel corteggiamento o nell’atto sessuale ecc. trasmetteranno, forse, queste caratteristiche ai loro figli col loro patrimonio genetico, e i loro figli avranno dunque più probabilità di successo con le femmine, assicurandosi una più copiosa discendenza. Sintetizzando al massimo con una formula usata dall’autore stesso, si può dire che in natura il maschio badi più alla quantità (passare il proprio patrimonio genetico al maggior numero di femmine), la femmina alla qualità (più selettività nella scelta del partner). Ma il ruolo della femmina non si esaurisce nemmeno nello scegliere il maschio più adatto e poi accettare passivamente il suo sperma: in molte specie la femmina si riserva di “valutarlo”, non farlo neppure avvicinare alla vagina, “conservarlo”, utilizzarlo in un secondo momento o rigettarlo del tutto per far spazio a quello di successivi candidati ritenuti più validi; insomma, la gamma di comportamenti e “misure di precauzione” successive è assai variegata e, se ciò non vuol dire che sia la femmina a “controllare il gioco” (si tratta più di una “competizione” in cui maschio e femmina cercano costantemente di… “fregarsi” a vicenda, perché agli “ostacoli” posti dalla femmina corrisponderanno, col tempo, “trucchi” più raffinati ed efficaci da parte del maschio… anche se neppure di “competizione” vera e propria si dovrebbe parlare), mostra come l’atto sessuale sia in fin dei conti la parte più “semplice” della faccenda.

Inevitabile, in un libro di divulgazione su questo argomento, che si cerchi talvolta la battuta: se fosse successo a ogni riga l’avrei detestato, ma l’autore, per fortuna, si limita: in alcuni punti riesce anche divertente, e dove invece la battuta non era necessaria tutto sommato non dà fastidio più di tanto.

Come detto all’inizio, sono solo le impressioni molto alla buona di una profana assoluta di biologia/zoologia, però curiosa. Un libro interessante e gradevole, che è un po’ penalizzato dalla scarsezza delle immagini (e quelle presenti non sono chiarissime) e dall’assenza totale di fotografie.

Menno Schilthuizen, Anche le coccinelle nel loro piccolo… (trad. Allegra Panini), voto = 3/5

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Lezioni americane

Speravo che questo libro, scelto per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia (gennaio-febbraio 2015), mi riconciliasse un po’ con Calvino, di cui anni fa avevo iniziato Se una notte d’inverno un viaggiatore, subito interrotto perché giudicato illeggibile, e da cui da allora mi ero tenuta alla larga.

Interessante la breve introduzione di Esther Calvino, che parla della storia dell’opera e del suo assemblaggio postumo (Calvino venne invitato a tenere un ciclo di conferenze alla Harvard University nell’anno accademico 1985-1986: purtroppo morì nell’estate 1985, e le Lezioni americane sono appunto i testi delle conferenze che stava preparando per quell’occasione).

Calvino scelse di dedicare questo ciclo di conferenze ad alcuni “valori letterari” dei quali riteneva importante la sopravvivenza nel nuovo millennio: leggerenza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La sua non è però una scelta esclusiva, e cioè ad esempio egli, parlando della leggerenza, non intende affatto svalutare e condannare la gravità: solo, la sua indole e la sua predilezione di scrittore lo portano a parlare di quelli a lui più congeniali, piuttosto che di altri.

Mi è particolarmente piaciuta la “lezione” sull’esattezza: Calvino sottolinea l’importanza, il valore delle parole, e di conseguenza l’impegno e lo sforzo dello scrittore su ogni parola per trovare quella più appropriata, definitiva, “icastica” (l’aggettivo che predilige) per esprimere il concetto che ha trovato forma nei suoi pensieri. Un compito, una tensione, un obiettivo che la Letteratura deve, secondo lui, continuare a portare avanti soprattutto in questi tempi in cui, spesso, il linguaggio si fa annacquato, impreciso, impersonale, anonimo, imitativo.

Certo è forte il rimpianto che le conferenze siano rimaste solo scritte e non siano mai state pronunciate in pubblico, che l’ultima (Consistency) non abbia mai visto la luce, che l’autore non abbia fatto in tempo a rivederle, ampliarle, precisarle per la pubblicazione. Come conferenziere Calvino sarebbe stato affascinante: ogni volta che parla di un libro, ti vien voglia di leggerlo. Soprattutto i suoi, da come li presenta, da come ne spiega la genesi e l’idea alla base. Solo che poi finisce sempre così, con lui: rimango con la sensazione di non essere riuscita a capire bene tutto (almeno è andata meglio dell’altra volta, sono arrivata alla fine).

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, voto = 3/5

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Storia delle terre e dei luoghi leggendari

Ricordo che lessi per la prima volta di questo libro su un numero di “Sette”, trovato per caso in treno, nell’ottobre 2013. Si tratta, come dice il titolo, di un viaggio tra alcuni dei più celebri luoghi dell’immaginazione, nutrita dalle opere letterarie di ogni tempo e di ogni luogo: il giardino dell’Eden, Atlantide, Iperborea, il regno del Prete Gianni, il tempio di re Salomone, il paese di Cuccagna, Camelot… Luoghi che furono creduti a lungo reali, spesso variamente collocati sul mappamondo e magari effettivamente cercati in spedizioni dagli esiti improbabili e/o imprevedibili. Accompagnano il testo belle illustrazioni a colori.

Mentre per Storia della bellezza e Storia della bruttezza , volumi di concezione simile a questo, sulla copertina si leggeva “a cura di Umberto Eco”, qui questa precisazione manca: devo quindi pensare che i testi siano interamente di suo pugno. In effetti le dicerie, le leggende, le invenzioni che col tempo si costruiscono una “verità” e una “tradizione” sono uno dei temi prediletti dello scrittore (vedi ad esempio il precedente romanzo Il cimitero di Praga). Certo però la scrittura è abbastanza piatta, i guizzi migliori e più vivaci si hanno quando Eco veste i panni del polemista e affronta temi ancora “caldi”, come la creazione ad arte della “leggenda” di Rennes-le-Château, o quando si addentra a parlare della “realtà” dei luoghi romanzeschi, o quando pesca dal cilindro titoli di opere oscure e dimenticate. Il resto è comunque interessante: è sempre utile il sistema, già utilizzato nei due volumi citati, di affiancare in ogni capitolo una prima parte di esposizione a una di brani antologizzati.

Forse a deludere un pochino sono le immagini: senz’altro bellissime, ma, a differenza della Storia della bruttezza in cui, per quanto ricordo, servivano effettivamente a esemplificare concetti illustrati nel testo, qui molto spesso sono puramente decorative, e solo raramente vengono descritte e commentate.

Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, voto = 3/5

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L’importo della ferita e altre storie

Libro recensito e consigliato da Gaia Conventi, blogger di “Giramenti”, L’importo della ferita e altre storie, di Pippo Russo (qui il blog dell’autore, in cui parla di libri e di calcio), è un libro cui nella mia collezione su Goodreads ho dato l’etichetta di “humor”, anche se in realtà c’è ben poco da ridere.

Nel saggio Paraletteratura, che lessi qualche mese fa, e che trattava proprio dei prodotti della letteratura di consumo, commerciale, si leggeva che i libri di tal genere solitamente non sono, come si sarebbe portati a pensare, scritti male: anzi, l’ambizione di chi li produce è quella di trovare uno stile piano, medio, anonimo e mediocre e senza guizzi di originalità, sì, ma comunque formalmente corretto. A tal punto che, sempre in quel saggio, di tali opere si sottolineava anche la funzione “educativa” e strumentale alla diffusione della lingua italiana fra le grandi masse di lettori.

Ebbene, qui in L’importo della ferita (il titolo viene da un’espressione atrocemente brutta e senza senso tratta dal romanzo Niente di vero tranne gli occhi di Giorgio Faletti, che forse voleva parlare dell’entità di una ferita) Pippo Russo ci parla di un’altra realtà: sì, perché qui si parla di libri di successo scritti veramente male. E l’autore ha tutto il diritto di affermarlo, visto che se li è letti dalla prima all’ultima riga, e ora ne fa un’analisi spietata, soprattutto a livello formale.

Le prime due parti del libro sono dedicate a bersagli tutto sommato “facili”: Giorgio Faletti, Fabio Volo, Federico Moccia, Pupo (ebbene sì, anche lui ha scritto un libro: s’intitola La confessione), Giuliano Sangiorgi (idem: Lo spacciatore di carne). Detto francamente, non si tratta di nomi che godono di grande credito nel mondo delle patrie lettere, ma grazie a Russo possiamo capirne il motivo senza doverci sorbire le loro opere.
Nella terza parte si trovano invece due nomi più sorprendenti, che anzi sono considerati talmente “di qualità” da avere anche ricevuto premi prestigiosi: Antonio Scurati e Alessandro Piperno. Nell’italiano di questi ultimi, per fortuna, l’autore individua meno “orrori”, e la critica si appunta più sullo stile, che può risultare più o meno indigesto (Scurati, in effetti, dai brani riportati sembra illeggibile).
Fra questi nomi, l’unico che intendo (intendevo??) leggere è Piperno (più precisamente il suo libro Persecuzione): mi consola vedere che tutto sommato è quello che ne esce meglio (Persecuzione è anche il libro che prende il voto più alto fra tutti quelli analizzati, un “bel” 5, a fronte di tanti 2, 0,5, zero meno meno meno).

Purtroppo i problemi non sono solo stilistici e grammaticali ma anche contenutistici, visto che, ad esempio, Fabio Volo, tolte pagine e pagine in cui, a quanto pare, i suoi personaggi pensano ossessivamente alla cacca (quando la fanno, quando non riescono a farla, come la fanno), dietro l’immagine paracula e venduta egregiamente di grande ammiratore (e conoscitore) dell’universo femminile, piazza qua e là considerazioni veramente offensive e crudeli sulle donne, o che Moccia nei suoi romanzi è capace di glorificare i comportamenti più incivili e persino barbaramente violenti perché i suoi ragazzi sono sì coatti ma tanto “veri”.

Per cui forse ha ragione Russo, quando dice che non sempre è vero che “l’importante è leggere”: alcuni libri meglio non leggerli (non rendiamo del tutto vano il “sacrificio” di chi se li è inflitti per scriverci su questo saggio e metterci in guardia) e fare altro.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, voto = 3,5/5

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Guns, Germs, and Steel

Questo famoso saggio di Jared Diamond, uscito in Italia col titolo Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 13.000 anni (e il sottotitolo italiano, a differenza del titolo, non è fedele all’originale: l’originale inglese è “The Fates of Human Societies”, i destini delle società umane, che, come si vedrà, è molto più pertinente), è il secondo libro, dopo Breve storia di (quasi) tutto, selezionato per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia.

La domanda alla base della ricerca di Diamond è di quelle che neanche ci poniamo più, tanto ormai lo status quo ci appare “inevitabile” e “scontato”, e invece non è per niente peregrina: ma perché alcune società umane sono arrivate ad avere un predominio schiacciante sulle altre, in campo tecnologico, politico, militare, culturale e chi più ne ha più ne metta?

Non che Diamond sia il primo a porsi quest’interrogativo, ma finora le spiegazioni tentate gli appaiono carenti oppure si fondano su presupposti non più accettabili, ovvero sulla convinzione che alcune società, in pratica quella dell’uomo bianco nord-occidentale, siano sostanzialmente “migliori” di altre, da un punto di vista biologico, razziale, antropologico. Diamond, chiaramente, non accetta alcuna teoria razzista, e anzi nel suo libro si sforza di dimostrare che, se è innegabile che le disparità esistano, se si risale alle loro cause più remote esse sono spiegabili senza doverne attribuire alcun “merito” alle società più avanzate, che hanno potuto sfruttare meglio, o da più tempo di altri, particolari vantaggi o condizioni “fortunate”.

Il “segreto” della diversità delle sorti delle varie società umane, per Diamond, è se si sia riusciti a passare, e se sì con quale anticipo o ritardo rispetto agli altri, dalla fase di cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori-produttori di cibo. Essere in grado di produrre cibo tramite l’agricoltura fornisce il presupposto per poter sviluppare e sfruttare poi una serie di vantaggi ulteriori: la capacità di sostentare popolazioni più numerose, e di accumulare surplus di cibo, dà la possibilità di sostentare anche individui non impiegati direttamente nella produzione del cibo ma più specializzati, come artigiani, tecnici, o che svolgono funzioni di comando, come capi, guerrieri, sacerdoti. Questo permette uno sviluppo più significativo della tecnologia, a cominciare da un’invenzione fondamentale come quella della scrittura, e l’organizzazione in sistemi politici più complessi e coesi (dalla semplice banda, forma di aggregazione adatta alle società più semplici, ai regni o Stati). Ma non solo: la maggiore densità di popolazione, dovuta alla più elevata disponibilità di cibo, la presenza di più animali addomesticati, che vivono a stretto contatto con l’uomo, rendono anche più endemiche le malattie e le epidemie. L’uomo si “abitua” a convivere con una più vasta gamma di batteri e quindi diventa, col passare delle generazioni, progressivamente più resistente a una serie di malattie. Nella storia le conseguenze dell’arrivo di società portatrici di germi sconosciuti ad altre sono ben note: basti pensare al caso eclatante della conquista delle Americhe da parte degli Europei.

Ma, se in alcune zone del mondo questo fondamentale passaggio è avvenuto prima (sembra che la zona con evidenze archeologiche più antiche di società agricole sia la Mezzaluna Fertile, in Asia minore) e in altre dopo, o mai (in Australia ad esempio), ciò non vuol dire che alcune società siano più “intelligenti” di altre, ma semplicemente che hanno avuto la fortuna di vivere in ecosistemi più favorevoli e predisposti. In particolare, per Diamond, in Eurasia si è verificata una combinazione di circostanze particolarmente felici: si tratta della più grande massa di terra emersa del pianeta, orientata secondo un asse in direzione est-ovest (che facilita la diffusione delle stesse specie animali e vegetali e gli spostamenti di persone, merci, informazioni perché vi sono minori variazioni climatiche da un luogo all’altro e ovunque la medesima quantità delle ore di luce durante il giorno), e in cui si concentra la maggiore presenza di varietà di semi e di specie animali con le caratteristiche più adatte a renderli più facilmente addomesticabili dall’uomo. Tutti elementi presenti in misura molto minore, o assenti del tutto, in altre zone: come ad esempio il continente americano, che pure vide fiorire società altamente evolute e complesse, ma a cui mancarono (fino alla forzata introduzione da parte degli Europei) una varietà di semente dalle proprietà altamente nutritive come il grano, un animale sommamente utile per il lavoro agricolo, per il trasporto e per la guerra come il cavallo, e che infine presentava alcune caratteristiche fisiche che penalizzavano i contatti fra le diverse popolazioni (asse nord-sud, l’effetto “collo di bottiglia” all’altezza dell’istmo di Panama).

A giudicare da questo mio “riassuntino”, suona tutto un po’ arido e meccanico, ma in realtà il libro è interessante e accessibile anche al lettore non specializzato: forse pecca un po’ di ripetitività, ma d’altra parte è comprensibile che l’autore cerchi di portare quanti più esempi possibile a sostegno della sua tesi, o si provi ad applicarla a casi specifici in diverse zone del mondo. D’altra parte così forse riuscirò a non dimenticare tutto in breve tempo.

Jared Diamond, Guns, Germs, and Steel, voto = 3/5

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Heads in Beds

Come accade sempre più spesso, è dai miei fidati contatti su Goodreads che scopro nuovi libri. Per il memoriale Heads in Beds: A Reckless Memoir of Hotels, Hustles, and So-Called Hospitality, di Jacob Tomsky, resoconto delle esperienze lavorative dell’autore nella “giungla” del settore alberghiero, mi aveva colpito la recensione entusiasta di una utente, di cui cito l’accattivante esordio: “something unprecedented has happened in the publishing industry: they published a book by (wait for it!) a good writer. >>gasp<< I know. I’m as shocked as you are, really”.

Devo confessare che un po’ mi aspettavo una sequela di aneddoti divertenti stile “mi ricordo quella volta che in hotel è venuto Mr ***, ah ah ah”, oppure “mi ricordo quella volta che quel cliente mi fece quella richiesta assurda, ah ah ah”. Invece il libro non è uno “Stupidario dei clienti d’albergo”, e il suo intento principale non è far ridere e basta.

Heads in Beds si apre a New Orleans, verso la fine degli anni novanta, allorquando “Thomas Jacobs” (alter ego di Jacob Tomsky: l’autore ha modificato tutti i nomi di luoghi e persone presenti nel libro) esce dal college col suo bel degree in Filosofia, e ben presto si accorge che non gli servirà assolutamente a nulla. Il suo ingresso nel business alberghiero avviene quindi dal gradino più basso della piramide, il valet parking, cioè quel servizio, tipicamente americano, in cui un addetto parcheggia e poi riporta la macchina del cliente, che può quindi comodamente scendere e risalire davanti all’ingresso, per un albergo di lusso appena aperto. Tra lotte spietate fra colleghi per accaparrarsi le mance (che saranno uno dei motivi fondamentali dell’intero libro), acrobazie proibite per riportare l’auto al cliente nel minor tempo possibile e incidenti solo sfiorati… o no, il giovane si fa notare, e viene promosso all’interno della struttura, alla reception. Dovrà imparare allora a trattare coi clienti in prima persona, tra incastri di prenotazioni, check-in e check-out, e sconfortante maleducazione. Poi, altra opportunità di carriera: Tom viene promosso a supervisore del personale addetto alla pulizia delle camere; e qui possiamo leggere aneddoti divertenti o comunque interessanti sulle imbarazzanti scoperte fra la spazzatura dei clienti, sulle tecniche adoperate per mettere a posto le stanze nel miglior tempo possibile, in generale su un lavoro ingrato e spesso sottovalutato.

L’autore però non si limita a raccontarci storielle: in alcuni punti il libro è un mix fra autobiografia e manuale, perché, sulla base della sua esperienza, Tomsky dà anche alcuni consigli a noi, clienti degli alberghi, consigli utili ma sempre sul tono ironico del resto del libro, per ottenere la migliore esperienza possibile. Come fare per assicurarsi che la nostra auto non sia maltrattata da un valletto? Come riuscire a farsi dare una buona stanza (come ci insegna Tomsky, una delle bugie più clamorose che possiamo sentirci dire alla reception di un albergo è: “Tutte le camere sono uguali, signore”) o a svuotare il minibar senza pagare? Nella maggior parte dei casi, non sono cose complicatissime da memorizzare, e in pratica possiamo ridurre il tutto a due regole d’oro. La prima è comportarsi civilmente e trattare il personale dell’albergo dove staremo come esseri umani: potrebbe sembrare piuttosto ovvio, ma, a giudicare dagli aneddoti riferiti da Tomsky, pare che valga la pena ripeterlo. La seconda regola è… mance. Mance mance mance: è l’ingrediente in più in grado di smuovere mari e monti. Ma mance alle persone giuste. Non era poi così impossibile da indovinare, eppure la brillantezza dell’autore rende la lettuta non scontata e divertente.

Torniamo alla folgorante carriera di Thomas: lo avevamo lasciato letteralmente sommerso dalle lenzuola sporche dei clienti dell’albergo. È il momento in cui gli giunge una dolorosa illuminazione e in cui capiamo che quello che stiamo leggendo non è, come dicevo, semplicemente uno “stupidario delle cose strane o buffe che succedono negli alberghi”. Tom realizza una cosa: che quel lavoro non gli piace, eppure lo assorbe totalmente al punto che non ha più tempo libero: il suo conto in banca non è mai stato così in saluto, perché l’assurdo è che non ha la possibilità di spendere i soldi che guadagna: durante il suo giorno libero, esausto, passa le ore a casa, a dormire e ciondolare in stato catatonico.
Si dimette, parte: passa alcuni mesi a Parigi, non gradendo particolarmente la “simpatia” dei francesi (sono i mesi dell’attacco USA all’Iraq), alcuni altri, molto più ricchi di contatti e amicizia, in Norvegia. L’anno sabbatico però non può durare per sempre: Tom torna in USA, ma non più a New Orleans, bensì a New York. Una città che rischierà di stritolarlo, che, per quanto non amata, gli sarà impossibile abbandonare a causa della sua “forza di gravità” da vero e proprio “centro del mondo”, e che finirà per trasformarlo, renderlo più stressato, forse più adulto.

L’ultima cosa che Tom vuol fare è tornare a lavorare in un albergo; gli piacerebbe scrivere, trovare un lavoro nel mondo dell’editoria, New York è la Mecca dell’editoria, no? Ce la può fare. Manda curriculum. Risultato? Zero totale. E così, dopo aver lottato invano contro la sua “vocazione”, pressato dalle bollette, cede e invia i fax “fatali” a due alberghi che cercano un addetto al front-desk. Risultato? Grazie alla sua esperienza, subito due colloqui.
Abbracciato così il suo “destino”, Tom viene assunto in un albergo di Manhattan, il “Bellevue” (non esiste, non cercatelo: il nome vero è stato modificato, come dicevo), ben lontano dagli antichi fasti dell’hotel lussuoso e appena inaugurato di New Orleans. La struttura è vecchiotta e il personale un po’ sui generis, ma in compenso New York offre allo spirito di osservazione del protagonista una clientela molto più internazionale e gustosi studi “antropologici” sui suoi colleghi: memorabile la figura del bellman newyorchese, vero e proprio “animale da preda” a caccia di mance (la sua principale fonte di guadagno): Tom ci insegna come trattarli, gli errori da non fare se proprio non intendiamoci servirci di loro (ad es. vietato dire “non voglio disturbarlo”: “Don’t want to bother him? The man has a family. No one is getting bothered here”), come rifiutarne l’aiuto con grazia e in modo da non scontentare nessuno. A New York scopre anche le gioie (e i dolori) dell’essere inquadrato in un’organizzazione sindacale, alla quale dedica righe come al solito brillanti, ma anche informative, non risparmiando critiche e stoccate, ma valorizzando ciò che di prezioso far parte della Union gli ha recato, e l’aiuto ricevuto.

Succede insomma quel che Tom non avrebbe mai pensato: il “Bellevue” e i suoi abitanti diventano la sua casa e la sua famiglia, comincia ad amarli, con tutti i loro difetti. Caspita, comincia ad amare persino il suo lavoro, è orgoglioso dell’impegno profuso per offrire sempre un ottimo livello di servizio, per quanto possibile. È proprio in quel momento che cambia tutto.

L’albergo passa sotto il controllo di una private equity firm; tutta la struttura viene rimodernata e resa “fighetta”. La dirigenza è sostituita con manager d’assalto la cui unica preoccupazione sembra essere risparmiare e spremere qualsiasi dollaro, nonché, ultimamente, cacciare a pedate gran parte del vecchio personale e portare chi rimane (che fa parte della Union e perciò non è così facile da licenziare) all’esasperazione con un mobbing continuo, provvedimenti disciplinari ingiustificati e vessazioni varie, per potersene liberare e sostituirlo con altri pagati meno. La clientela affezionata viene brutalmente “scaricata”, il target ora è un altro: cominciano ad arrivare i primi VIP.
Tom comincia a sentirsi di nuovo in trappola, a fantasticare di ripartire di nuovo da zero in Sudafrica, e a non mettere più alcun “amore” nel suo lavoro, la corda si tende sempre di più fino ad arrivare pericolosamente vicini al licenziamento…

E poi? Ce l’ha fatta Tom a liberarsi o, per citare le sue parole, “Did I make it out? Am I writing this on a mosquito-netted porch while a thick red sun sets over Africa, a book on the table next to me, its pages shifting gently in the warm, fragrant jungle breeze?”.

Questo non ve lo dirò, ma concludo dicendo che, appunto, come assicurava l’utente che mi ha fatto conoscere questo libro, la lettura di Heads in Beds si rivela varia, a sorpresa appassionante, divertente, anche toccante in alcuni punti (il ritorno nell’amata New Orleans post uragano Katrina, ad esempio), insomma decisamente piacevole.

Jacob Tomsky, Heads in Beds, voto = 3,5/5

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Ossa nel deserto

Inizio con una nota che può sembrare frivola e quindi non molto appropriata, ma serve principalmente a me (mi piace ricordare come sono giunta a scoprire un certo libro), per cui questo primo paragrafo si può tranquillamente saltare: nel gioco “La parola del mese”, per agosto era stata scelta la parola deserto e, nel cercare qualche esempio, mi sono imbattuta in questo saggio, che mi ha subito attirato. Uno degli scopi del gioco è proprio scoprire, grazie alla presenza di una certa parola nel titolo, libri nuovi, per cui con me stavolta ha “funzionato”.

L’emergenza del “femminicidio” in atto da anni, almeno dall’inizio degli anni novanta, nella città messicana di Ciudad Juárez (stato di Chihuahua, proprio sul confine con gli Stati Uniti), dove centinaia di donne e ragazze vengono rapite per essere poi spesso ritrovate cadavere, vittime di violenze, o scomparire nel nulla, non è più una novità: io ricordo di averne sentito parlare per la prima volta in un articolo letto anni e anni fa sul Corriere della Sera, forse questo. Ne avevo però una conoscenza mediata dalla prospettiva di Hollywood: so che sull’argomento è stato girato un film e, più recentemente, mi è tornato in mente guardando alcune puntate della serie TV The Bridge (la versione americana: il titolo viene proprio dal ponte che collega El Paso, in Texas, con Ciudad Juárez attraverso il Rio Bravo). Tutti approcci che, probabilmente, semplificano e magari “addolciscono” la realtà, per cui questo saggio è il primo contributo “serio” che leggo su questa tragedia.

Il giornalista Sergio González Rodríguez fa qui non tanto una cronologia degli eventi (anzi, purtroppo questa è spesso ingarbugliata: vedi più avanti), bensì denuncia, con nomi e cognomi (i suoi articoli hanno procurato all’autore più di una minaccia), la catena di errori, omissioni forse non casuali, inefficenze, deliberati depistaggi, indifferenza, pressapochismo, di cui sono responsabili le forze di polizia e le autorità giudiziarie e politiche, statali in primo luogo ma talvolta anche a livello federale, che ha permesso, probabilmente persino coperto, questo olocausto (impressionante l’interminabile lista di nomi delle vittime dell’ultimo capitolo). Sembra che il Messico degli anni novanta (di oggi?), o per lo meno lo stato di Chihuahua, fosse soffocato da una rete quasi inestricabile fra politici, poliziotti, grandi affaristi, narcotrafficanti: ha poco senso, dice l’autore, parlare di “legalità” e “illegalità”, ormai siamo alla “paralegalità”: le attività illecite si svolgono quasi alla luce del sole, con una sicurezza e un senso di impunità assoluti. Per fortuna, nel corso della sua inchiesta, Sergio González Rodríguez incontra vari esponenti, soprattutto della società civile, del mondo delle associazioni, di altra pasta: si spera che negli anni le cose abbiano continuato a cambiare. A leggere le statistiche della pagina di Wikipedia, però, queste morti non sembrano diminuire. Personalmente, mi ha colpito il fatto che l’autore citi, tra i sistemi usati dalle autorità per gettare fumo negli occhi del pubblico e coprire le proprie manchevolezze o la propria complicità, oltre all’individuazione di capri espiatori di comodo, la tattica della colpevolizzazione delle vittime: le ragazze vittime degli ignoti stupratori e assassini erano giovani, spesso di basso ceto sociale, spesso frequentavano locali da ballo, amavano divertirsi, magari conducevano “una doppia vita”, e forse forse, in fondo in fondo, un po’ se la sono cercata, non sono state abbastanza prudenti… Sergio González Rodríguez (e con lui le associazioni femministe e di parenti delle vittime che ha incontrato e che ricorda) fa benissimo a stigmatizzare questa tendenza. Purtroppo, è talmente radicato, in primis in noi donne, l’imperativo della paura, dello “stai attenta!”, che anche io, talvolta, scopro con rammarico, con dispiacere, con disgusto, di non esserne immune.

Un libro forte e il cui valore è stato universalmente riconosciuto quando uscì (la prima edizione è del 2002). Eppure non nascondo di essere rimasta un po’ perplessa a fine lettura: forse occorrevano conoscenze di base che io non possiedo (un minimo di geografia e storia messicane), forse la moltitudine di nomi e di sigle e di uffici mi ha un po’ confuso o forse il fatto che il libro sia stato composto assemblando articoli usciti a più riprese su vari numeri della rivista “Reforma” ha fatto sì che fosse un po’ sconnesso in alcuni punti e con qualche ripetizione in altri, ma insomma non ho compreso appieno lo stato delle cose, l’opinione dell’autore. Sicuramente colpa mia. Sono riuscita a seguirlo meglio, piuttosto che nella sua denuncia dell’incompetenza o, peggio, della connivenza delle autorità di polizia e politiche (che pure, ripeto, è una parte essenziale del libro, sia detto a scanso di equivoci), quando traccia un rapido ritratto del contesto socio-economico della città, del ruolo delle maquiladoras come “motore” economico della zona, unico orizzonte lavorativo per la quasi totalità delle giovani, della vita notturna del luogo, di una cultura tradizionalmente maschilista e misogina, che si fa via via più aggressiva proprio perché inizia a sentirsi “minacciata” da queste giovani lavoratrici e sempre più indipendenti e che risente molto anche della fascinazione per lo stile di vita opulento e sanguinario dei narcos, propagato anche dalla musica, dall’industria dell’abbigliamento, ecc.

Sergio González Rodríguez era amico dello scrittore Roberto Bolaño, che omaggiò il suo coraggio nel romanzo 2666.

Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto (trad. Gina Maneri e Andrea Mazza), voto = 3/5

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Atlante delle isole remote

Il motivo “immediato” per cui ho iniziato questo libro è abbastanza “triviale”: mi serviva un libro veloce da leggere, con tante figure, per “recuperare” sulla Reading Challenge annuale in cui sono terribilmente “indietro”. In realtà però, a pensarci bene, la scelta di Atlante delle isole remote (sottotitolo Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò), sia pure dettata dalle contingenze, si inserisce bene nel filone delle letture più recenti. Con The Fatal Shore ha in comune il tema del viaggio in terre lontanissime e sperdute (e l’isola-prigione di Norfolk Island è una delle cinquanta qui descritte), e ricorda alcuni brani di Breve storia di (quasi) tutto relativi alle isole incontaminate meta di viaggi di ricerca di scienziati e ricercatori, nonché alle tristi storie di specie estinte non appena l’uomo vi mise piede.

Bella l’introduzione, in cui l’autrice racconta della sua fascinazione per le carte geografiche e della possibilità, grazie ad esse, di fare tanti “viaggi” mentali, dell’attrazione per la “marginalità” delle isole più lontane, spesso “accatastate” ai margini, senza tener conto della reale posizione, accanto alla grande mappa della madrepatria, e menziona alcuni degli inquieti personaggi che poi torneranno nel corso del libro, solitari avventurieri alla ricerca di posti in cui non c’è “niente”, oppure naufraghi ingegnosi (Alexander Selkirk, la cui storia servì d’ispirazione al romanzo di Defoe Robinson Crusoe: curiosamente, esiste un’isola di nome Robinson Crusoe, ma… non è quella su cui naufragò Selkirk!) o disperati. Bello anche l’accenno alla “doppia natura” di questi luoghi quasi mitici: se per alcuni la loro inaccessibilità e la loro lontananza dalla civiltà evoca l’idea di paradiso incontaminato, la storia di alcune di queste isole mostra che possono assumere anche le sembianze dell’inferno: tanti episodi di violenza e di follia che lo spazio “concentrato”, da cui è impossibile fuggire, amplifica all’ennesima potenza, l’isola diventa quasi un “teatro”, un vero e proprio spazio limitato come un palcoscenico dove tutte le bizzarrie, le miserie e le assurdità umane, non potendosi “disperdere” e “diluire” come fanno sulla terraferma, vanno in scena (“Mentre l’assurdità della realtà si disperde nella vastità dei grandi continenti e viene così relativizzata, sull’isola essa è evidente. L’isola è uno spazio teatrale: tutto quello che accade qui, si concentra quasi inevitabilmente in storie, drammi da camera, diventa materia letteraria”).

Si parte quindi per questo viaggio “impossibile” fra gli oceani del mondo, dai poli all’equatore, dalle gelide isole coperte di ghiacci ai minuscoli e sabbiosi atolli dei Tropici, alla scoperta di “micromondi” talmente lontani e isolati da sembrare quasi… pianetini sperduti nello spazio profondo. A ciascuna isola è dedicato un capitolo di due pagine, in quella di sinistra viene mostrata con chiarezza la collocazione sul mappamondo e viene presentata una serie di dati, comprensibili anche ai non esperti: abitanti (in molti casi si tratta piuttosto di abitatori temporanei, più che veri e propri residenti, alcune isole invece sono del tutto disabitate), la distanza in chilometri dalle terre emerse più vicine (si fa per dire “vicine”, spesso sono a migliaia di chilometri), una cronologia degli eventi più importanti nella storia dell’isola (spesso assai povera di avvenimenti), e segue quindi un breve testo, che spesso si limita solo ad evocare aneddoti, personaggi, o a descrivere il paesaggio. Nella pagina di destra si può vedere la mappa, credo realizzata dalla stessa autrice. Alcune isole sono più note: certo tutti abbiamo sentito parlare di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, o di Pitcairn, dove si rifugiarono gli ammutinati del Bounty, o di Sant’Elena, luogo dell’ultimo esilio di Napoleone; altre invece sono più misteriose ma le loro storie non sono meno affascinanti o inquietanti: Floreana, dove negli anni trenta del XX secolo si stabilì una coppia di novelli “Adamo ed Eva”, Friedrich Ritter e Dore Strauch, Tristan da Cunha, dove nel XIX secolo una comunità di scozzesi cercò di creare l’utopia della perfetta “società degli uguali”, St. Kilda, in cui tutti i bambini morivano di una misteriosa malattia a pochi giorni dalla nascita, Rapa Iti, dove il francese Marc Liblin trovò finalmente le uniche persone in grado di capire la lingua sconosciuta che, inspiegabilmente, sapeva parlare fin dalla nascita, Saint Paul, dove nell’Ottocento gli unici abitanti erano una strana coppia di francesi, “il governatore” e “il sudddito”… Spesso le mappe raffigurano sottilissime strisce di terra quasi “impalpabili”, che sembrano a un passo dall’essere sommerse dalle acque.

L’autrice non dà mai più che un veloce ritratto “impressionistico” di ciascuna isola, lo scopo infatti non è tanto informativo quanto evocativo: se si è interessati a maggiori dettagli, è meglio rivolgersi altrove. Un suggerimento per chi volesse approfondire: l’incapacità di vedere i colori degli abitanti dell’isola di Pingelap mi ha fatto venire in mente un libro di Oliver Sacks… e difatti è proprio di loro che parla il suo saggio L’isola dei senza colore.

Sulla mia copia, usata, in fondo c’è un’annotazione “criptica” del precedente possessore: “50 posti dove un presidente serio potrebbe ritirarsi e fondare uno Stato” (?).

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote (trad. Francesca Gabelli), voto = 4/5

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