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Storia delle terre e dei luoghi leggendari

Ricordo che lessi per la prima volta di questo libro su un numero di “Sette”, trovato per caso in treno, nell’ottobre 2013. Si tratta, come dice il titolo, di un viaggio tra alcuni dei più celebri luoghi dell’immaginazione, nutrita dalle opere letterarie di ogni tempo e di ogni luogo: il giardino dell’Eden, Atlantide, Iperborea, il regno del Prete Gianni, il tempio di re Salomone, il paese di Cuccagna, Camelot… Luoghi che furono creduti a lungo reali, spesso variamente collocati sul mappamondo e magari effettivamente cercati in spedizioni dagli esiti improbabili e/o imprevedibili. Accompagnano il testo belle illustrazioni a colori.

Mentre per Storia della bellezza e Storia della bruttezza , volumi di concezione simile a questo, sulla copertina si leggeva “a cura di Umberto Eco”, qui questa precisazione manca: devo quindi pensare che i testi siano interamente di suo pugno. In effetti le dicerie, le leggende, le invenzioni che col tempo si costruiscono una “verità” e una “tradizione” sono uno dei temi prediletti dello scrittore (vedi ad esempio il precedente romanzo Il cimitero di Praga). Certo però la scrittura è abbastanza piatta, i guizzi migliori e più vivaci si hanno quando Eco veste i panni del polemista e affronta temi ancora “caldi”, come la creazione ad arte della “leggenda” di Rennes-le-Château, o quando si addentra a parlare della “realtà” dei luoghi romanzeschi, o quando pesca dal cilindro titoli di opere oscure e dimenticate. Il resto è comunque interessante: è sempre utile il sistema, già utilizzato nei due volumi citati, di affiancare in ogni capitolo una prima parte di esposizione a una di brani antologizzati.

Forse a deludere un pochino sono le immagini: senz’altro bellissime, ma, a differenza della Storia della bruttezza in cui, per quanto ricordo, servivano effettivamente a esemplificare concetti illustrati nel testo, qui molto spesso sono puramente decorative, e solo raramente vengono descritte e commentate.

Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, voto = 3/5

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Atlante delle isole remote

Il motivo “immediato” per cui ho iniziato questo libro è abbastanza “triviale”: mi serviva un libro veloce da leggere, con tante figure, per “recuperare” sulla Reading Challenge annuale in cui sono terribilmente “indietro”. In realtà però, a pensarci bene, la scelta di Atlante delle isole remote (sottotitolo Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò), sia pure dettata dalle contingenze, si inserisce bene nel filone delle letture più recenti. Con The Fatal Shore ha in comune il tema del viaggio in terre lontanissime e sperdute (e l’isola-prigione di Norfolk Island è una delle cinquanta qui descritte), e ricorda alcuni brani di Breve storia di (quasi) tutto relativi alle isole incontaminate meta di viaggi di ricerca di scienziati e ricercatori, nonché alle tristi storie di specie estinte non appena l’uomo vi mise piede.

Bella l’introduzione, in cui l’autrice racconta della sua fascinazione per le carte geografiche e della possibilità, grazie ad esse, di fare tanti “viaggi” mentali, dell’attrazione per la “marginalità” delle isole più lontane, spesso “accatastate” ai margini, senza tener conto della reale posizione, accanto alla grande mappa della madrepatria, e menziona alcuni degli inquieti personaggi che poi torneranno nel corso del libro, solitari avventurieri alla ricerca di posti in cui non c’è “niente”, oppure naufraghi ingegnosi (Alexander Selkirk, la cui storia servì d’ispirazione al romanzo di Defoe Robinson Crusoe: curiosamente, esiste un’isola di nome Robinson Crusoe, ma… non è quella su cui naufragò Selkirk!) o disperati. Bello anche l’accenno alla “doppia natura” di questi luoghi quasi mitici: se per alcuni la loro inaccessibilità e la loro lontananza dalla civiltà evoca l’idea di paradiso incontaminato, la storia di alcune di queste isole mostra che possono assumere anche le sembianze dell’inferno: tanti episodi di violenza e di follia che lo spazio “concentrato”, da cui è impossibile fuggire, amplifica all’ennesima potenza, l’isola diventa quasi un “teatro”, un vero e proprio spazio limitato come un palcoscenico dove tutte le bizzarrie, le miserie e le assurdità umane, non potendosi “disperdere” e “diluire” come fanno sulla terraferma, vanno in scena (“Mentre l’assurdità della realtà si disperde nella vastità dei grandi continenti e viene così relativizzata, sull’isola essa è evidente. L’isola è uno spazio teatrale: tutto quello che accade qui, si concentra quasi inevitabilmente in storie, drammi da camera, diventa materia letteraria”).

Si parte quindi per questo viaggio “impossibile” fra gli oceani del mondo, dai poli all’equatore, dalle gelide isole coperte di ghiacci ai minuscoli e sabbiosi atolli dei Tropici, alla scoperta di “micromondi” talmente lontani e isolati da sembrare quasi… pianetini sperduti nello spazio profondo. A ciascuna isola è dedicato un capitolo di due pagine, in quella di sinistra viene mostrata con chiarezza la collocazione sul mappamondo e viene presentata una serie di dati, comprensibili anche ai non esperti: abitanti (in molti casi si tratta piuttosto di abitatori temporanei, più che veri e propri residenti, alcune isole invece sono del tutto disabitate), la distanza in chilometri dalle terre emerse più vicine (si fa per dire “vicine”, spesso sono a migliaia di chilometri), una cronologia degli eventi più importanti nella storia dell’isola (spesso assai povera di avvenimenti), e segue quindi un breve testo, che spesso si limita solo ad evocare aneddoti, personaggi, o a descrivere il paesaggio. Nella pagina di destra si può vedere la mappa, credo realizzata dalla stessa autrice. Alcune isole sono più note: certo tutti abbiamo sentito parlare di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, o di Pitcairn, dove si rifugiarono gli ammutinati del Bounty, o di Sant’Elena, luogo dell’ultimo esilio di Napoleone; altre invece sono più misteriose ma le loro storie non sono meno affascinanti o inquietanti: Floreana, dove negli anni trenta del XX secolo si stabilì una coppia di novelli “Adamo ed Eva”, Friedrich Ritter e Dore Strauch, Tristan da Cunha, dove nel XIX secolo una comunità di scozzesi cercò di creare l’utopia della perfetta “società degli uguali”, St. Kilda, in cui tutti i bambini morivano di una misteriosa malattia a pochi giorni dalla nascita, Rapa Iti, dove il francese Marc Liblin trovò finalmente le uniche persone in grado di capire la lingua sconosciuta che, inspiegabilmente, sapeva parlare fin dalla nascita, Saint Paul, dove nell’Ottocento gli unici abitanti erano una strana coppia di francesi, “il governatore” e “il sudddito”… Spesso le mappe raffigurano sottilissime strisce di terra quasi “impalpabili”, che sembrano a un passo dall’essere sommerse dalle acque.

L’autrice non dà mai più che un veloce ritratto “impressionistico” di ciascuna isola, lo scopo infatti non è tanto informativo quanto evocativo: se si è interessati a maggiori dettagli, è meglio rivolgersi altrove. Un suggerimento per chi volesse approfondire: l’incapacità di vedere i colori degli abitanti dell’isola di Pingelap mi ha fatto venire in mente un libro di Oliver Sacks… e difatti è proprio di loro che parla il suo saggio L’isola dei senza colore.

Sulla mia copia, usata, in fondo c’è un’annotazione “criptica” del precedente possessore: “50 posti dove un presidente serio potrebbe ritirarsi e fondare uno Stato” (?).

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote (trad. Francesca Gabelli), voto = 4/5

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Principessa

Cosa si può leggere dopo un libro bellissimo e tristissimo come Quel che resta del giorno? Possibilmente uno che ti tiri un po’ su; sfortunatamente, ispezionando la libreria mi sono accorta che è un po’ carente di titoli allegri, perciò alla fine mi sono ritrovata fra le mani questo, arrivato fresco fresco, che mi incuriosiva molto, ma che tanto leggero e divertente proprio non è. Se non altro è di un genere totalmente diverso, per cui era almeno al riparo da impietosi confronti.

Di Principessa, di Gianfranco Calligarich, che proprio non conoscevo, lessi una recensione su “La Lettura” del 30 giugno 2013, e rimasi incuriosita dalla promessa di questo strano “ibrido” fra noir e rosa, per di più, bonus per me, in chiave omosessuale. Qualsiasi cosa che prometta di “rischiare” un po’ con i generi e le aspettative del pubblico mi suona bene.

La trama (anche se si può leggere anche dall’articolo sopra citato, senza rischio di eccessive anticipazioni). La voce narrante è un anonimo corriere della droga che da Dortmund si reca a Milano per consegnare della merce; qualcosa va storto ed egli, tra l’altro anche nei guai con degli strozzini a causa di debiti di gioco, riceve dal suo contatto il consiglio di starsene per un po’ tranquillo e nascosto, alloggiando in una stanza presa in subaffitto. Il tipo con cui si trova a dividere l’appartamento è un impiegato dalle abitudini assai regolari, riservatissimo, un po’ effeminato, amante dei vecchi film in bianco e nero e appassionato di oroscopi, con una madre tirannica alla Psyco che abita qualche piano più in su nello stesso palazzo e, soprattutto, un secondo lavoro: ogni notte, come il protagonista scopre incontrandolo per caso in ascensore, si trasforma in “Principessa”, un travestito. Ingolosito dalla possibilità che nella stanza di Principessa, sempre chiusa a chiave, possano trovarsi gli ingenti guadagni dell’attività notturna, il protagonista inizia allora una tattica per conquistarsi la fiducia del silenzioso, solitario ed enigmatico compagno d’appartamento, sedurlo e introdursi finalmente nella mitica “camera del tesoro”. Mentre Principessa soccombe al suo fascino abbastanza presto, non è altrettanto facile convincerlo ad abbassare la guardia, e contemporaneamente anche il protagonista comincia, suo malgrado, a essere intrigato dai comportamenti talvolta sconvolgenti e sempre “teatrali” del suo amante.

L’autore, per qualche motivo, ha un’avversione per i verbi e, al contrario, un amore smodato per l’anafora, perciò costruisce molte frasi in questo modo: “A tutti gli effetti non anonima come le solite camere d’affitto, la stanza” (p. 21), “Quello la sera il mio rientro al nido. Televisivo e inospitale” (p. 31), “Così le cose nel silenzio notturno dell’androne” (p. 36) “Perché nove probabilità su dieci, che nel nido potesse esserci un malloppo” (p. 37), “Problema da non sottovalutare, l’apertura della stanza” (ibidem), e via così. Lette anche varie volte nella stessa pagina, alla lunga risultano insopportabili: questo vezzo l’ho trovato irritante al massimo grado (è proprio una delle caratteristiche del libro che, nell’ultimo paragrafo della recensione, Ermanno Paccagnini loda di più, invece!) e non ho capito cosa cercasse di comunicare, forse un certo modo “spiccio” e brusco di parlare e pensare della voce narrante. Fatto sta che lo stile di questo libro è assolutamente respingente e fastidioso (forse, in fin dei conti, un certo confronto con quello elegante e dispiegato di Ishiguro l’ha subìto), sembra di leggere una serie di telegrammi, ma la trama “tira”, per cui si arriva in fondo.

Abbastanza fuori luogo, tanto da sembrarmi quasi incomprensibili, le digressioni in cui compaiono personaggi minori e macchiette come Santini e l’Ingegnere. A essere sincera, poi, non ho capito perché sia stato necessario inventarsi l’antefatto del corriere della droga rimasto bloccato a Milano, e il protagonista non potesse semplicemente essere un tizio qualunque, magari un disoccupato malato di Bingo o videopoker, che poteva ugualmente giustificarne l’avidità e il fatto che restava a casa tutto il giorno senza nulla da fare. In conclusione, se qualcuno volesse ri-scrivere la stessa storia in modo totalmente diverso, sarei felice di ri-comprare il libro.

Gianfranco Calligarich, Principessa, voto = 3/5
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Tentativi di botanica degli affetti

Questo libro, visto per la prima volta sul sito della casa editrice Bompiani, mi aveva subito respinto per il titolo per me ben poco accattivante: “Tentativi di botanica degli affetti” mi faceva pensare a una cosa o incomprensibile o di una noia mortale. Questo giudizio è stato completamente ribaltato quando, sul supplemento del Corriere della Sera “La Lettura” del 10 febbraio 2013*, ho scoperto che la vicenda del romanzo si svolge a casa Manzoni: casa Manzoni??? Lo compro subito!

In effetti è e non è casa Manzoni; alcuni nomi sono cambiati, ma in modo trasparente: c’è don Titta (Alessandro), poeta di fama che è al lavoro su un grande romanzo, personaggio complesso, a volte indecifrabile, che ha scoperto la fede dopo una gioventù scapestrata e lontano dalla madre, donna Clara (Giulia), anche lei ai suoi tempi stella dei salotti parigini e ora ingombrante e dispotica “matrona”, c’è la dolce moglie Julie (Enrichetta), delicata e spesso malata, ci sono i bambini Giulietta, Pietro, Enrico (nomi rimasti invariati di tre dei figli di Manzoni), Franceschina e Matilde (vista la cronologia del romanzo, dovremmo essere all’incirca negli anni ’20 dell’Ottocento, dovrebbero essere le alias di Cristina e Sofia, anche se la scelta del nome Matilde, come l’ultimogenita dello scrittore, è significativa; ma queste due bambine più piccole e meno tratteggiate sono probabilmente figure di pura fantasia). Tutti ora conducono una vita ritirata e fin troppo tranquilla nella villa di Brusuglio, nella campagna del milanese. Da questo scenario aderente alla realtà storica si muove l’autrice per aggiungere dettagli e sviluppi di sua invenzione, romanzeschi. Quindi ci sono anche un istitutore inglese, Innes, un giovane poeta amico di famiglia, Tommaso Reda (che forse è Tommaso Grossi), un antipatico esponente della vecchia nobiltà, il “contino” Bernocchi, quasi una parodia del damerino settecentesco (io “tifo” sempre per questi personaggi presentati in modo tale da risultare decisamente ed evidentemente sgradevoli al lettore: spero sempre che l’autore abbia un guizzo di originalità e che dietro l’aspetto fisico non avvenente e l’antipatia di superficie di queste figure riveli sorprese inaspettate; non dirò se è il caso di questo personaggio), e soprattutto una nuova arrivata, la giovane Bianca. Il pretesto che spiega la presenza di quest’ultima, il classico outsider attraverso i cui occhi il lettore esplora la scena, è un po’ tenue (la ragazza è una pittrice in erba e il poeta, botanico e giardiniere dilettante, la ingaggia perché… disegni tutti i fiori del suo giardino; per fare questo deve rimanere ospite della famiglia per circa un anno. Mah! All’epoca si aveva proprio un senso dell’ospitalità smisurato!), ma è anche quello che dovrebbe rendere ragione del titolo: Bianca infatti, curiosa e intelligente, si mette a “studiare” non solo i fiori e le piante, ma anche le complesse dinamiche degli affetti e delle relazioni all’interno di questa famiglia così gelosa della propria privacy e impenetrabile agli sguardi degli estranei.

C’è anche un “mistero”: della servitù fa parte anche una ragazzina quattordicenne, Pia, simpatica, solare e allegra, che in effetti gode di “privilegi” inusuali per una domestica e sembra quasi di famiglia. Bianca, probabilmente perché non ha molto da fare, non può esimersi dal ficcare il naso anche in questa faccenda, e arriva a una sconcertante conclusione (segue spoiler, evidenziare): e se quella ragazzina fosse una figlia illegittima del nostro buon don Titta, concepita negli anni di “libertinaggio” prima di raggiungere la madre a Parigi? La madre è niente meno che Costanza A[rconati]! Non è stata la fonte di ispirazione per questo romanzo (lo si apprende dall’Appendice), ma a me la vicenda ha richiamato alla mente un vecchio articolo letto sul Corriere della Sera, con quegli aneddoti di poca rilevanza ma gustosi su queste grandi figure della nostra letteratura. In realtà però non è che il libro si regga tutto su questa storia, che alla fine viene anche lasciata un po’ cadere e che l’autrice stessa riconosce non essere del tutto verosimile, per come viene narrata. Molto spazio è dato anche alla crescita, artistica, professionale, sentimentale, di Bianca, ai suoi tentativi di farsi strada da sola nel mondo e nella vita, e mai abbastanza a questi piccoli quadretti di vita domestica, fragile e misteriosa. Mi aspettavo che si parlasse più del “romanzo”, e invece a interessare è soprattutto l’aiuto discreto dato da don Titta/Manzoni e da Innes alla causa antiaustriaca, fra le preoccupazioni di donna Clara/Giulia, che vorrebbe tanto che il figlio si rimettesse a scrivere innocue e più remunerative poesie. Anche la questione della conversione, della fede di Manzoni è solo accennata; adesso che ci penso, la “fastidiosa” Bianca occupa fin troppo la scena, per i miei gusti! Curiosa critica da muovere alla protagonista di un romanzo! Ma, purtroppo per lei, doveva competere con figure ben più interessanti, ai miei occhi.

Peccato per la conclusione da romanzo d’appendice (mi piaceva l’inconfessabile attrazione che la giovane cominciava a provare per Titta/Manzoni, ma il “balletto” di uomini attorno alla protagonista e la gravidanza indesiderata non mi hanno convinto; e il teschio con cui giocano Pietro ed Enrico che diavolo significa?) e il finale un po’ sdolcinato (della serie “una nuova vita, un nuovo inizio”), in cui in fretta e furia Bianca fa i bagagli e le porte della villa di Brusuglio si richiudono bruscamente senza averci dato modo di prendere congedo adeguatamente dal Poeta e dalla sua famiglia.

Beatrice Masini, Tentativi di botanica degli affetti, voto = 3,5/5
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* Attenzione, non leggete quell’articolo (il primo, in quella pagina web), o almeno non leggetelo fino in fondo (fermatevi prima dell’inizio dell’ultima colonna), se vi interessa il romanzo: il giornalista rivela una parte importante del finale. Io me ne sono accorta proprio nello scrivere questo post! Tra l’altro, guardate anche il secondo pezzo, in cui, in mezzo ad altre inesattezze (“i colori dei fiori immortalati da Bianca, che anticipano … quelli di Van Gogh”, quando invece la ragazza disegnava a carboncino), incredibilmente don Titta viene definito “innegabile alter ego di Foscolo”. Foscolo?? Foscolo??

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Sei passeggiate nei boschi narrativi

Torna finalmente con questo testo il genere “dimenticato” del 2012, la saggistica.

“Boschi narrativi” era il titolo della mia antologia di letteratura del ginnasio: come tutti gli altri miei libri di testo di letteratura, la ricordo con affetto e nostalgia, perciò questo piccolo libro (cui naturalmente si è ispirata per il titolo l’antologia, non il contrario!), che qualche tempo fa si poteva ricevere in omaggio facendo un ordine di una certa somma su IBS (stessa sorte era toccata anche a un altro saggio di Eco, Sulla letteratura: dev’essere che debbano smaltire le scorte dei suoi libri!), può contare anche sul “bonus simpatia”.

Si tratta di sei lezioni tenute da Umberto Eco nel 1992-93 alla Harvard University incentrate sulle convenzioni, sui codici, sui modelli e le tecniche dei testi narrativi, esposte in modo piuttosto leggero e gradevole e facendo ampio uso di esempi, analogie, anche aneddoti sulla propria esperienza di romanziere.

Interessante il concetto di Lettore modello; quando iniziamo un romanzo abbiamo sicuramente delle aspettative, ma forse non sempre ci rendiamo conto che anche l’autore (o meglio l’Autore modello) ha delle aspettative su di noi, ha scritto pensando a un Lettore modello che si facesse condurre per certi sentieri (all’interno del bosco/romanzo), si facesse convincere di certe cose e fosse disposto a darne altre per scontate, che possedesse già un certo bagaglio di competenze e non altre. Attraverso indizi colti nel testo Eco illustra come l’Autore si sia adoperato per far funzionare questo complesso meccanismo. Penso che l’impressione che i lettori appassionati provano una volta terminati questi brevi saggi sia non di aver imparato qualcosa di “nuovo”, o non proprio (non vorrei peccare di presunzione o di mancanza di rispetto verso il prof. Eco), ma di aver trovato espresso quello che in fondo già “sapevano” o avevano sperimentato nella lettura di tanti romanzi.

Eco sembra un oratore simpatico e spiritoso, sicuramente ascoltarlo dal vivo sarà stato molto più divertente; vietato, però, leggere questo suo libro se non sapete già il finale di The Murder of Roger Ackroyd di Agatha Christie, altrimenti il piacere di leggere questo classico del giallo sarà per voi irrimediabilmente rovinato (ci sono anche, fra i tanti libri citati, anticipazioni sulla trama dei Tre moschettieri di Dumas, ma più “blande” e… spero di dimenticarle!). Nelle ultime pagine si intuisce da già da allora l’autore si stava dedicando a quella che sarebbe poi stata la materia del suo ultimo romanzo, Il cimitero di Praga (2010).

Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, voto = 3/5
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L’abate Roys e il fatto innominabile

Si sarà capito che non mi dispiacciono i romanzi che traggono spunto da oscure e umili vicende sepolte negli incartamenti d’archivio, già anche solo per la simpatia che mi ispira l’autore alle prese con il suo lavoro di ricerca e riscoperta. Purché, naturalmente, egli faccia bene il suo lavoro ma non stravolga/forzi/”attualizzi” maldestramente il contenuto e lo “spirito” delle carte.
In questo breve libretto Fulvio Tomizza riporta alla luce una vicenda del Veneto della seconda metà del Cinquecento (perché però non indicare le fonti??), intersecando alcuni brani più introspettivi e di invenzione letteraria a più oggettive rielaborazioni di quelli che sono indubbiamente verbali di interrogatori, restituendoci però il “sapore” di una storia antica e “rustica”.

Alessandro Roys, di origini spagnole, sessantenne ma ancora evidentemente in buona salute, è l’abate commendatario della secolare e ormai semi-abbandonata abbazia di Summaga: vedovo con figli, è giunto a quella posizione, “ereditata” dal fratello, con un mercanteggiamento tutt’altro che infrequente nel desolante panorama dell’ordine benedettino dell’epoca e che comunque non scandalizza nessuno. L’abate ha anche da anni una relazione piuttosto turbolenta e complicata con una sua giovane serva di nome Cecilia, di cui è di volta in volta un po’ l’amante, un po’ il padrone, un po’ il protettore che intasca i guadagni della sua attività di prostituta. Insomma, una storia intricata costellata di rotture, abbandoni e ritorni, ma cui evidentemente l’anziano “religioso” non vuole né può rinunciare se, quando, nel 1573, la donna per l’ennesima volta lo abbandona per un altro, per spaventarla e costringerla a ripensarci minaccia di denunciarla al vescovo di Concordia, Pietro Querini, come presunta fattucchiera autrice di una pratica erotica altamente sacrilega che comprende l’uso degli olî santi. Continua a leggere…

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L’inquilino del terzo piano

Recensioni arretrate 4/5.

Torno alla narrativa dopo svariati saggi: mi serviva una pausa meno impegnativa. Regalo di Natale per mia madre, scelto accuratamente tra i libri che volevo leggere io, questo romanzo del 1964 del pittore e grafico surrealista Roland Topor (che non conoscevo, interessante la sua produzione artistica) è, appunto, abbastanza… surreale.

Parigi. Il giovane scapolo Trelkovsky, tranquillo e pacifico, va ad abitare in affitto in un appartamento la cui precedente inquilina è morta apparentemente suicida. Fin da subito, però, è oggetto delle attenzioni malevole e delle insidie dei vicini, vittima dei loro comportamenti aggressivi e inquietanti, quando non palesemente assurdi. Egli non avrebbe intenzione di dar fastidio a nessuno, eppure i suoi terribili condomini non accettano la sua esistenza e non fanno che rendergli la vita impossibile, cercando di piegarlo e di annientarlo. Sulle prime Trelkovsky, per amore del quieto vivere, subisce ogni imposizione e adatta il suo stile di vita e le sue abitudini alle pretese di costoro, infine però prova a ribellarsi.

Metafora di quanto sia difficile conservare la propria libertà/identità/indipendenza di pensiero in mezzo alla prevaricazione violenta, al conformismo, alla cattiveria gratuita? Lo credevo, e il libro, nella sua costruzione sottile di una tensione psicologica sempre più palpabile, stava filando via abbastanza bene, se non che a un certo punto prende una piega abbastanza strampalata e poco comprensibile, fino a un finale inaspettato ma che mi ha lasciato perplessa. Troppo all’avanguardia per me?

Dal romanzo il registra Roman Polanski ha tratto un film, il che è significativo viste le analogie col suo Rosemary’s Baby: il periodo (anni ’60) è lo stesso, l’ambientazione è sempre un grande condominio, il protagonista (qua è un uomo, là una donna) è sempre vittima di una crudele e inquietante persecuzione a opera dei suoi vicini (qui le motivazioni non emergono mai con chiarezza, si rimane prigionieri dell’assurdo, in Rosemary’s Baby si rivelano alla fine).

Roland Topor, L’inquilino del terzo piano (trad. Giovanni Gandini), voto = 3/5
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Storia della bruttezza

Non è che sto attraversando una “fase Eco”, è che questo libro mi incuriosiva da un po’ e volevo leggerlo prima della fine dell’anno (per il 2011 ho in mente un calendario di letture abbastanza rigido, di cui dirò). Oltre tutto, bizzarro “sparare” il nome di Eco a caratteri cubitali in copertina, quando poi non è chiaro in quale misura egli abbia contribuito: i testi sono tutti suoi? e se no chi li ha scritti? oppure Eco ha selezionato le immagini? Non si sa.

So anche che questo volume, uscito nel 2007, in realtà fa parte di un dittico assieme, ovviamente, alla Storia della bellezza (2004), ma era questo a sembrarmi più interessante e stuzzicante, e tralascerò di leggere il primo.

Nulla di sconvolgente o di particolarmente nuovo, ma belle le immagini, e azzeccata la scelta di accostarvi un’antologia di testi coevi che si soffermano sul o indirettamente sfiorano il tema della bruttezza: opere filosofiche, trattati sull’arte, teologici, (pseudo-)scientifici, ma anche e soprattutto opere letterarie e poetiche.

Confesso però che, per “deformazione professionale”, ho trovato più interessanti e ben fatti i capitoli relativi a mondo antico e medievali, e più soggetti a ripetizioni quelli sull’epoca moderna: soprattutto per quanto riguarda i passi antologizzati, forte è il rischio “indigestione”, dopo un po’ le citazioni sembrano tutte uguali (o forse sono io che sono andata troppo di corsa: lo ammetto, ero un po’ impaziente di finire perché nel frattempo era arrivato il pacco con l’ultimo Eymerich!). Incomprensibili molti dei brani di critica artistica del XX secolo… almeno per me, ma stimolanti gli ultimi capitoli sul kitsch, sul camp e sul “brutto artistico” di oggi, così come l’Introduzione, che postula l’impossibilità di dare una definizione univoca della bruttezza, che è destinata a variare di epoca in epoca, ma anche da cultura a cultura.

Peccato per gli errori di stampa, abbastanza numerosi: ma se le case editrici assumessero me come correttore di bozze, quanto sarebbero migliori i libri?

Storia della bruttezza, a cura di Umberto Eco, voto = 3/5
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Il cimitero di Praga

Promette un po’ più di quel che mantiene questo nuovo, attesissimo, romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, ma nel complesso è una lettura godibile e interessante.

Protagonista è Simone Simonini, “il solo personaggio inventato di questa storia”, come avverte l’autore, perché “tutti gli altri […] sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono in questo romanzo”. E già questa premessa (in effetti questo passo si trova nella postfazione, ma è riportato anche nel risvolto di copertina) è stuzzicante.
Simonini, prima falsario, quindi spia, infiltrato, informatore dei servizi segreti sabaudi, francesi e russi, sarebbe, secondo la ricostruzione romanzesca di Eco, l’autore dei famigerati Protocolli dei Savi Anziani di Sion, solo che egli intitola invece il suo lavoro “Il cimitero di Praga”, appunto, dal luogo in cui i capi delle comunità ebraiche mondiali si sarebbero riuniti per pianificare la conquista del mondo. Nello scrivere il falso che poi diventerà la “Bibbia” degli antisemiti di tutto il mondo, Simonini è spinto dalle ossessioni inculcategli nella sua giovinezza dal nonno (Giovanni Battista Simonini, realmente esistito anche lui! Non se ne sa quasi nulla, però, è Eco a inventarne una biografia), con cui è cresciuto in un’atmosfera repressiva, reazionaria e soffocante (che gli ha instillato anche una violenta repulsione per le donne e per il sesso e un sentimento di odio e diffidenza verso il suo prossimo), ma soprattutto dalle pressioni dei servizi e delle polizie di mezza Europa, ansiosi di avere, nel XIX secolo come in ogni tempo, sembra dirci Eco, uno spettro da agitare di fronte alle masse succubi, siano essi gli ebrei, come in questo caso, oppure i massoni, i socialisti, i comunisti, i gesuiti, gli Illuminati…

Eco ci sta dicendo che nelle nostre scelte siamo sempre in fondo manipolati da altri, o piuttosto si sta anche un po’ prendendo gioco della nostra ossessione per i complotti, per trovare l’unica causa di tutto, l’unico burattinaio che tira le fila di ogni cosa, per banalizzare problemi complessi e lavarcene, in buona sostanza, le mani, perché tanto sono originati dal piano diabolico di un gruppo ristretto e potentissimo, che quindi non saremo mai in grado di sconfiggere? Una certa dose di intenzione parodistica c’è di sicuro (così come c’era ne Il pendolo di Foucault, che in fondo ha parecchi punti di contatto con Il cimitero di Praga, secondo me), basta analizzare il personaggio Simonini, ideatore o meglio esecutore di praticamente tutti gli intrighi e le trame della seconda metà del secolo, e già questa evidente esagerazione potrebbe sembrare implicitamente comica, che però non ha nulla di affascinante ed eroico, come ci si attenderebbe dalla figura “mitica” dell’agente segreto, è invece un individuo ripugnante, gretto, frustrato, che finisce la sua vita volontariamente recluso in uno stanzino in un vicolo parigino.
Allo stesso tempo, però, il lettore sogghigna ma non può fare a meno di provare una crescente inquietudine, chiaramente perché sa a cosa ha portato il montante antisemitismo che, dopo secoli e secoli di preparazione, ha iniziato a tracimare proprio in questo periodo di tempo. Ed è interessante anche, a prescindere dall’invenzione narrativa di individuare in Simonini l’autore dei Protocolli, osservare la (possibile, probabile) genesi di questo scritto, le fonti cui si è attinto, i motivi di certi passaggi, a quali pubblici chi lo ha commissionato pensava di rivolgersi, tramite quali canali voleva farlo conoscere. Sono tutte idee di Eco, ovviamente, sia pure fondate, suppongo, su studi approfonditi, e che gli servono per scrivere un romanzo, in fin dei conti, ma spiegano comunque il particolarissimo confluire di tanti filoni diversi che poi hanno generato il falso in questione. Ho letto sul Corriere che un critico puntualizzava come in questo romanzo non vi fosse nemmeno un personaggio positivo, perché persino gli idealisti fanno la figura dei fanatici o degli illusi senza speranza, e questa scelta è azzeccatissima per farci immergere nel clima di menzogna, opportunismo, cinismo che dominava (e, si chiede l’autore, domina tuttora?) nelle cancellerie di tutti i governi.

Detto questo, la lettura risulta comunque a tratti un po’ faticosa, perché, inevitabilmente, a causa della necessità di tentare di spiegare tutte le trame, le concause, i collegamenti, i vari contesti, le fonti, i complotti in cui Simonini è continuamente invischiato, visto l’affollamento di personaggi incontrati, la parte centrale è verbosa e povera d’azione. Peccato perché l’inizio è fulminante, e la trovata del “doppio” spiazza (anche se è evidente che poi la spiegazione che sarà palesata alla fine del libro può essere una sola, e nonostante Eco si compiaccia un po’ troppo nella parte centrale di certe sue arguzie, di rimandi, di botta e risposta fra Simonini e l’abate Dalla Piccola, la tensione “regge” fino al pre-finale). Maggiormente godibili sono i capitoli più “esoterici”, romanzeschi e venati di horror, in cui agisce appunto l’alter ego del protagonista, Dalla Piccola, anche se pure qui il sospetto che Eco stia ridendo sotto i baffi nel propinarci un minestrone di tanti romanzacci neri e d’appendice c’è.

Il romanzo è corredato di tante illustrazioni d’epoca provenienti da varie opere (che però non sono specificate), che “illustrano” determinati passaggi: questo gli dà ancor di più l’aspetto di feuilleton ottocentesco, il che, credo, era l’effetto che Eco voleva ottenere con questa scelta editoriale oggi poco frequente.

Umberto Eco, Il cimitero di Praga, voto = 3,5/5
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Vissi d’amore

Primi contatti con la Tosca di Puccini: mi pare un CD di arie d’opera in cui vi era anche E lucevan le stelle cantata, meravigliosamente, da Plácido Domingo. E poi il DVD di una messa in scena al Met con la regia di Zeffirelli, peccato che non ricordi assolutamente il cast(*). Quel che ricordo, comunque, è che, già la romanza di Cavaradossi totalmente decontestualizzata, e quindi la visione dell’intera opera, mi fanno immancabilmente venire le lacrime agli occhi, sempre. In ogni caso non potevo dire di conoscere Tosca fino a che non ho acquistato la registrazione contenuta nell’uscita n. 5 della collana “La Grande Opera Lirica” del Corriere della Sera, con Maria Callas (Tosca), Giuseppe Di Stefano (Cavaradossi) e Tito Gobbi (Scarpia), il coro e l’orchestra della Scala, Victor De Sabata a dirigere, anno di grazia 1953. Ho saputo a posteriori che si tratta, per giudizio pressocché unanime, forse della migliore Tosca in assoluto, e non ne dubito: quest’estate ho avuto quindi un “periodo Tosca” per cui quasi ogni sera la riascoltavo, mentre capitava che portassi a spasso il cane ai giardini con le cuffiette dell’iPod nelle orecchie scandendo tragicamente “E avanti a lui tremava tutta Roma!”.

Del romanzo Vissi d’amore, di Paola Capriolo, venni a sapere grazie a una discussione lanciata da me nel gruppo per gli amanti della musica lirica di aNobii: chiesi se qualcuno conosceva romanzi ambientati nel mondo dell’opera, o ispirati ad essa. Da parte mia proponevo titoli pregevoli come Cry to Heaven, Il mistero della locanda Serny, Italiani all’opera, e schifezze atroci come Il sipario di giada; fra le opere che vennero suggerite c’era questa “rilettura della storia di Tosca dal punto di vista di Scarpia”… Straordinario colpo di fortuna, che ne venissi a conoscenza proprio quando ero nel pieno della fascinazione per quest’opera, e per questo personaggio in particolare, del quale Tito Gobbi era riuscito a farmi innamorare nella mia registrazione e di cui già ricanticchiavo sempre più spesso le sue “Tre sbirri, una carrozza”, o “Già, mi dicon venal” et cetera. Non è stato facile procurarsi il libro, poiché è del 1992 ed è da tempo fuori catalogo, ma fortunatamente su eBay ve ne era una copia in vendita.

L’autrice immagina che Scarpia tenesse una specie di diario… In realtà siamo in una specie di “universo parallelo” in cui, grosso modo, gli eventi narrati ricalcano la traccia dell’opera (o meglio, ne costituiscono una sorta di premessa), ma con alcune significative variazioni: la figura di Cavaradossi è praticamente scomparsa, ad Angelotti viene fatto un unico rapido cenno en passant, il quadro della Maddalena che ritrae le fattezze della marchesa Attavanti diventa qui un’immagine di Maria modellata sul volto di Tosca stessa… Soprattutto, però, al centro della scena ci sono le due figure di Scarpia e di Tosca, che finiscono per essere travolti da una passione reciproca dai risvolti oscuri, perversi, probabilmente sadomasochistica (la stanza delle torture in cui nell’opera viene interrogato Cavaradossi diventa qui il teatro dei loro giochi erotici, peraltro ancora più inquietanti perché mai descritti esplicitamente, la voce narrante di Scarpia vi accenna solo in termini alquanto arcani ed esoterici), che finirà per sfociare, ricollegandosi alla conclusione tragica a tutti nota, nell’omicidio-suicidio perpetrato da Tosca. Libro parecchio strano, perché l’autrice vi riporta le riflessioni inventate di Scarpia esponenti le sue particolari teorie teologiche o sull’amore, io (da brava sempliciotta poco portata alle elucubrazioni) avrei preferito trovarvi più azione, ma costantemente percorso da un’atmosfera, dapprima sotterranea e poi sempre più scoperta, parecchio stuzzicante di erotismo e ossessione. E chi ha ascoltato l’opera poteva anche divertirsi a rintracciare tutte le citazioni del libretto disseminate qua e là nel testo, sorridere all’apparizione fugacissima del simpatico personaggio del sacrestano, rilevare tutti gli “scarti” dalla vicenda canonica.

Paola Capriolo, Vissi d’amore, voto = 3/5

P.S. Su YouTube è possibile vedere tutto il secondo atto dell’opera così come andò in scena il 9 febbraio 1964 al Covent Garden di Londra; non è la mia versione della perfezione, ma i due mostri sacri, Callas e Gobbi, ci sono: completano il cast Renato Cioni nel ruolo di Cavaradossi, Dennis Wicks (Sciarrone), Robert Bowman (Spoletta), Edgar Boniface (un carceriere) e, ma non compaiono nei video perché presenti solo nel primo atto, Victor Godfrey (Angelotti) e Fernando Corena (il sacrestano). Dirige l’orchestra e il coro della Royal Opera House Carlo Felice Cillario.

“Tosca è un buon falco!”

“O galantuomo, come andò la caccia?”

“Ed or la verità”

“Più forte! Più forte!”

“Salvatelo!”

“Vissi d’arte”

“Ebbene?”

(*) P.P.S. Giovanni mi ricorda che si trattava della Tosca diretta da Giuseppe Sinopoli al MET, con Hildegard Behrens, Plácido Domingo e Cornell MacNeil, regia di Franco Zeffirelli.

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