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Anna Karenina

Ecco un libro che in tanti pensiamo di “dover” leggere, prima o poi, e però abbiamo un po’ di timore a iniziare realmente. Ebbene, non è più così per me: io ce l’ho fatta. Certo, mi ha aiutato a trovare la “spinta” a decidersi la coincidenza che fosse il libro del mese per il gruppo di lettura di aprile di Goodreads Italia. Visto che la lettura è stata già un’impresa, mi si perdonerà se invece la recensione sarà stringata! Tanto più che ho trascurato a lungo il blog e ora ho circa una decina di recensioni “arretrate”…

Ma quest’esordio un po’ “spiritoso” non tragga in inganno: lettura lunga e impegnativa sì, ma bella, affascinante. Torniamo seri.

Chi non conosce il celebre incipit? “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Anch’io, come forse molti altri, vedevo in questa frase un riferimento alla protagonista femminile, infelicemente sposata e quindi preda di una passione adulterina che la porta alla rovina. In realtà, il grande mistero di Anna Karenina è il suo titolo: ho sempre immaginato questo romanzo come la grande, tragica storia di un’eroina divenuta ormai leggendaria, un’icona, fulcro di tutte le 900 pagine circa del “mattone”. Ma la vicenda di Anna, del marito Karenin, di Vronskij, non occupa in realtà uno spazio preponderante nell’economia dell’opera. No, sono molti di più i personaggi e sono di molte di più, dunque, anche le “famiglie infelici”, le storie. Ho letto da qualche parte che il romanzo in effetti è quasi un “trattato sul matrimonio”.

Continuando sul tema “miti e leggende metropolitane su questo libro vs realtà”, una cosa cui pensavo sempre con “terrore” erano le famose “digressioni della morte”, quelle cose tipo pagine e pagine e pagine sulle condizioni di vita del contadino russo… Quale lettore non le ha mai portate ad esempio “tipico” del “classico bello ma mattone”? Ebbene, anche stavolta devo dire che la mia esperienza (alcuni lettori del gruppo non sono stati d’accordo!) è stata molto più agevole del previsto: sì, le digressioni, le conversazioni su questo e quell’argomento ci sono, sono lunghe e a volte non si capisce subito dove vogliano andare a parare… eppure ormai ti senti talmente parte di quel “mondo” che ti sembra di assistere a una conversazione di amici, vuoi sentirli parlare, anche se sembra che l’argomento non abbia nulla a che fare con “la storia”.

Altra sorpresa? È un libro (anche) divertente. Va beh, non arrivo a dire che fa sbellicare dalle risate. E la scena del (spoiler ovvio, ma pur sempre spoiler) suicidio di Anna è una delle cose più terrificanti che abbia mai letto in vita mia. Però, se pensavo ai Grandi Autori della Letteratura Russa dell’Ottocento, immagino pagine dense di meditazioni su vita, morte, colpa, destino, redenzione, eccetera. Certo, sono tutti preconcetti miei, e infatti qui ho scoperto che lo stile di Tolstoj può rivelarsi anche, in alcuni brani, deliziosamente ironico e pungente.

Insomma, non può esserci dimostrazione migliore del fatto che Anna Karenina mi sia piaciuto di questo: ora non vedo poi così remota la possibilità di affrontare Guerra e pace, e l’impresa mi fa molta meno “paura” di prima.

Sicuramente questa mia “recensione” non è la più illuminante e profonda che sia stata scritta su Anna Karenina, ma sfata alcuni “falsi miti” su questo romanzo che davo quasi per scontati e che finora mi avevano un po’ frenato dall’affrontarlo: magari leggendola ne sarete meno “intimoriti” anche voi.

Lev Tolstoj, Anna Karenina (trad. Pietro Zveteremich), voto = 4/5

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I fratelli Karamazov

La Russia la fa da padrona, o quasi, in questo mese di aprile dedicato alle letture “di un certo livello”: dopo Il Maestro e Margherita, infatti, ecco un libro che da tempo immemorabile (addirittura dall’epoca dell'”Elenco dei libri da leggere” n. 1!) era tra quelli in attesa, I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij.

A dire la verità, finito il romanzo di Bulgakov io ero intenzionata a iniziare Tess dei d’Urberville di Thomas Hardy, ma pareva che qualcun altro l’avesse preso in prestito dalla biblioteca prima di me… poi si è scoperto che stavo guardando nello scaffale sbagliato e che il libro era sempre stato al suo posto, il che non è il massimo per una che lavora in biblioteca!

Non che sia pentita di aver letto invece I fratelli Karamazov, comunque. L’esordio mi ha anzi alquanto spiazzata, ero convinta di immergermi nel proverbiale e fluviale “drammone” russo, e invece il Libro Primo, “Storia di una piccola famiglia”, è scritto in uno stile molto veloce, brillante, ironico: poi però sì che è arrivato il dramma.

Ho deciso, mentre la componevo, che questa sarà una recensione in tono molto leggero, perciò scusatemi se forse mancherò di “rispetto” a questo classico immortale. L’ingarbugliatissima storia della disastrata famiglia Karamazov, il padre Fëdor, spregevole e lascivo, e i fratelli Dmitrij (nato dal primo matrimonio dell’uomo), Ivan e Aleksej, è a tinte forti (amori, passioni, sangue, morte, Dio, castigo, tutti gli ingredienti che servono) e superbamente narrata, ma tanto tanto lentamente (avendo a disposizione le 1200 pagine circa della mia edizione in effetti sì, c’era la possibilità di prendersela comoda) e, soprattutto nella parte centrale del romanzo, all’autore è piaciuto mettere in bocca ai suoi personaggi interminabili concioni che apparentemente nulla avevano a che vedere con la trama, riflessioni sulla religione, vicende raccontate nei particolari più minuti (irritantissimo l’interrogatorio di Dmitrij!): un po’ esasperante.

Esagero, naturalmente, e qualcuno mi potrebbe dire, a ragione, che in questi capolavori, a differenza che nel Dan Brown di turno, non è tanto lo sviluppo della trama a restare impresso, ma proprio le pagine in cui l’autore cerca di trasmettere il suo messaggio e la sua visione del mondo, e che digressioni come quella del Grande Inquisitore sono fra le parti migliori del libro… Per una lettrice superficiale come me devo dire però che l’impresa di portarlo a termine è stata a tratti faticosa (in altri momenti invece non riuscivo a staccarmene).

A questo proposito, un episodio buffo: in casa avevamo I fratelli Karamazov in un’edizione del 1995 uscita in allegato, in più volumetti, con “Famiglia cristiana”, rilegata in verde (ne vedete il primo volume nella foto). Anzi, questa cosa mi faceva un po’ preoccupare, fortunatamente, come poi scoprii, a torto, perché lo stesso giornale, in un’altra collana, aveva fatto uscire Niente di nuovo sul fronte occidentale e io avevo dovuto leggere con orrore le avventure di *Paolo* Bäumer, *Alberto* Kropp e compagnia bella: se avessi trovato un *Ivano* o un *Alessio* Karamazov, sarebbe stata dura andare avanti turandosi il naso per 1200 pagine. Comunque, accanto a I fratelli Karamazov, nella libreria, c’erano i volumetti de I miserabili di V. Hugo, della stessa collana e dello stesso identico colore. Al momento di prenderli e portarli in camera, per sbaglio ne presi solo 3 su 4. Ora, mentre mi stavo avvicinando alla fine del terzo volume (si era a pagina 850 circa), era già avvenuto l’evento culminante della vicenda (per chi non lo sapesse, l’assassinio del padre Fëdor, di cui è accusato Dmitrij), dopo capitoli su capitoli di tormenti e riflessioni varie (mi perdonino i cultori del romanzo russo!), si stava arrivando, credevo, alla catarsi finale, visto che 800 pagine erano tutto sommato un numero rispettabile… quando, più o meno a una settantina di pagine dalla fine, attacca all’improvviso un episodio che c’entra poco o nulla col resto che precede, narrato con la solita impeccabile, bellissima, commovente ma snervante verbosità (per chi ha letto il romanzo, parlo del Libro Decimo, “I ragazzi”). Se avessi saputo che mancavano ancora circa 400 pagine alla fine non mi sarei preoccupata, ma, convinta com’ero che fossimo agli sgoccioli, mi stavo infuriando a morte con Dostoevskij, temendo che si fosse bevuto il cervello: “Argh! Sta finendo e noi qui perdiamo tempo al capezzale di Iliuša! Non è possibile! Chi ha ucciso Fëdor?? Viene condannato Dmitrij?? Si mettono finalmente insieme Ivan e Katerina Ivanovna???”. Cercavo disperatamente di ricordare se nella nota biografica iniziale era stato detto che il romanzo era rimasto incompiuto, ma non mi pareva proprio! Hai visto mai che questo decide di concludere il tutto con una mossa inaspettata, piantando in asso tutti i protagonisti e concentrandosi su figure minori, per chissà quale significato altamente simbolico? Giuro che arrivata alla fine del volume ero lì lì per scrivere la peggiore stroncatura della storia: siccome però l’anticlimax era davvero troppo assurdo e immotivato, ho controllato in salotto e ho fatto un respiro di sollievo quando ho visto il quarto volume dimenticato! Fine dell’aneddoto, insignificante di per sé, ma che mi ha molto divertito.

Non vorrei che il mio tono eccessivamente scanzonato abbia dato l’impressione che il romanzo non mi sia piaciuto (d’altra parte lo stesso aneddoto che ho appena raccontato dimostra quanto la lettura mi stesse appassionando): è un libro bellissimo, che forse io non ho saputo apprezzare a fondo. Tra i suoi tanti pregi, voglio citare la bravura straordinaria di Dostoevskij nel rendere il ritratto psicologico anche dei personaggi minori e secondari, che magari compariranno solo in poche pagine dell’opera, cui però viene dedicata la stessa attenzione e la stessa partecipazione ai loro pensieri e alle loro sofferenze dei protagonisti: anche con poche pennellate, di tutti ci viene fornito un ritratto psicologicamente accurato, verosimile e convincente (mi viene in mente soprattutto la figura del servo Grigorij).

Se sono vivi e veri i comprimari, figuriamoci i protagonisti: a parte il caso dell’insopportabile Dmitrij, che con la sua Grušenka formava la coppia principale ma ahimè la più fastidiosa e antipatica, tutti gli altri Karamazov sono dei giganti. Sottolineo che ho amato anche Aleksej, e lui era quello più a rischio visto che, in quanto “buono”, correva il pericolo di fare la figura dello scemo noioso, almeno con me, e invece tutt’altro: non sembrerà ma questa, credetemi, è un’affermazione “pesante” da parte mia!

Comunque, inutile dirlo, vince a mani basse il cinico, tormentatissimo, nichilista, dai modi gelidi ma appassionato, Ivan, la cui complicatissima relazione di odio-amore con Katerina Ivanovna, l’ex fidanzata di Dmitrij, mi ha tenuta sulle spine fino alla fine (stupenda questa frase che descrive in modo fulminante i loro sentimenti reciproci: “parevano due nemici innamorati l’uno dell’altra”).

Riuscita (e attualissima!) anche la sottile critica alla spettacolarizzazione della giustizia e dei processi, anche se i capitoli del dibattimento sono interminabili.

Uno dei brani che mi hanno colpito di più è questo (Aleksej parla con un bambino di circa 13 anni, Kolja Krasotkin, molto intelligente per la sua età; corsivi miei):

– […] Ditemi, Karamazov, sono molto ridicolo adesso?
– Non pensate una cosa simile, non pensatela assolutamente! – esclamò Alëša – E poi, che significa ridicolo? Si può forse dire quante volte un uomo è o pare ridicolo? Inoltre al giorno d’oggi, quasi tutte le persone di valore hanno una tremenda paura di essere ridicole, e perciò sono infelici. Mi stupisce soltanto che voi abbiate cominciato a sentirlo così presto, benché, d’altro lato, io abbia riscontrato questo fatto non soltanto in voi. Oggi persino i bambini, si può dire, hanno cominciato a soffrirne. È quasi una follia. […] Voi siete come tutti – concluse Alëša – ossia come moltissimi, ma non bisogna essere come gli altri, ecco tutto.
– Anche se tutti sono così?
– Sì, anche se tutti sono così. Voi solo non siatelo. […] Non siate dunque come gli altri, anche se voi solo doveste essere diverso, non siate come gli altri!

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov (trad. Giacinta De Dominicis Jorio), voto = 3,5/5

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Il Maestro e Margherita

Continuando nella lettura dei classici, il secondo libro di aprile è stato Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Mi è stato regalato da Stefania, e ricordo che nel presentarmelo mi ha detto, con una delle sue espressioni volutamente paradossali, che a lei aveva “rovinato la vita”, nel senso, credo, che l’aveva sconvolta al punto da essere divenuto uno dei suoi preferiti.
L’ho iniziato quindi curiosa di scoprirne la potenza e il valore: confesso infatti che non ne sapevo nulla, l’avevo solo sentito nominare. Devo dire subito che non ha avuto su di me quest’effetto devastante, ma l’ho trovato lo stesso molto bello. Utilissima è stata, in questo caso, l’introduzione, che ha presentato i temi principali dell’opera e la vita dell’autore, che in essa si riflette spesso e volentieri e quindi è necessario conoscere: infatti, anche Bulgakov, come il Maestro eroe del romanzo in cui chiaramente egli si identifica, ebbe a soffrire il duro ostracismo dei critici letterari e del regime comunista, gli venne a lungo impedito di scrivere e di pubblicare, e forse nella sua disperazione avrà desiderato la “liberazione” e la “quiete” che il suo protagonista alla fine ottiene, però solo con la morte.

Il libro è diviso in due parti, e mentre la prima ha un tono generalmente più parodistico e picaresco, pur con punte di alta drammaticità o di grande lirismo, nella seconda, in cui prendono decisamente il centro della scena i due protagonisti, il Maestro e Margherita del titolo, l’aspetto simbolico e “mistico” è più accentuato. Tuttavia, uno dei pregi del romanzo, come accennavo, è che riso e dramma sono sempre strettamente intrecciati, a un paragrafo colmo di trovate divertenti o bizzarramente paradossali segue uno pieno di profonda commozione e di accenti tragici.
Per i miei gusti, comunque, ho trovato più apprezzabile la prima parte, in cui si narra prevalentemente la girandola di eventi, comici, allucinati, strani, convulsi, fantastici, irrazionali, che accompagna l’arrivo a Mosca di un misterioso personaggio, il mago Woland, che altri non è che Satana in persona, e del suo bizzarro e furfantesco seguito. Una delle cose che rendono la narrazione più gustosa è l’accostamento di particolari e scene fantastiche a un contesto e a gesti quotidiani, abituali, a un tentativo di inquadramento fondato sulla burocrazia e sugli sforzi dei personaggi di dominare il crescente caos scatenato dai nuovi arrivati con le categorie della logica e della razionalità. Gli eventi più strani e quelli normali vengono trattati ed esposti con lo stesso registro stilistico, si susseguono l’uno dopo l’altro, fino a rendere i primi tutto sommato accettabili o naturali, Woland e i suoi amici sembrano accettare la logica degli uomini ma poi la stravolgono in modi inaspettati o la usano per i loro scopi. In questo realismo “basso” e straniante e in questo ritmo incalzante e forsennato, l’opera mi ha ricordato per certi versi la letteratura comica e popolare medievale, tuttavia non so se questo accostamento che mi è venuto alla mente sia giustificato, né se sia riuscita a far capire cosa intendo.
Si tratta però di una comicità comunque sinistra, inquietante, sull’orlo dell’abisso: non so cosa abbia di preciso sconvolto Stefania, glielo chiederò, ma per me è stata questa la nota capace, pur nel piacere della lettura, di mettermi più a disagio. Leggere delle minute, pedantesche, innumerevoli procedure burocratiche, del proliferare di organismi e apparati nel settore degli spettacoli dello Stato sovietico degli anni Trenta nella versione caricaturale che ne dà Bulgakov diverte, ma allo stesso tempo dà l’idea di una gigantesca, onnipresente, asfissiante macchina statale tesa a regolare e controllare ogni singolo spazio dell’esperienza umana, dagli spettacoli da rappresentare, alla casa da abitare, alla vacanza da fare. E così pure le frequentissime menzioni di casi di delazione, di arresti o di minacce di arresto, di corruzione, che danno origine, si badi, a situazioni, a equivoci, a scambi di battute di natura comica, sono fatte in tono (fintamente) leggero, come se appunto fossero argomenti talmente quotidiani e familiari al pubblico dei lettori da poter essere trattati così francamente dall’autore; ma è una comicità amarissima, terribile, e accanto al sorriso suscita anche un brivido freddo e una sensazione un po’ destabilizzante. Non a caso Bulgakov scrisse Il Maestro e Margherita negli anni Trenta ma l’opera fu pubblicata in URSS (in versione censurata) solo nel 1966.

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita (trad. Vera Dridso), voto = 3,5/5
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Il testimone

È il periodo dei barbieri protagonisti di romanzi, evidentemente. Dopo Barney Thomson, eroe di La bottega degli errori e Il monastero dei lunghi coltelli, ecco Fëdor Petrovic, protagonista e io narrante de Il testimone di Il’ja Mitrofanov, ultimo libro letto.
Paragone improprio, in realtà, dettato solo dal dettaglio superficiale che entrambi i personaggi fanno i barbieri. In effetti, non ci potrebbero essere libri più diversi. Quelli di Douglas Lindsay sono romanzi umoristici, dal gusto grottesco, quello di Mitrofanov è drammatico, e sconcertante, e commovente perché la voce di Fëdor parla con una semplicità e un candore nella disperazione toccanti.
Siamo in Bessarabia, odierna Moldavia (questa terra promessa!!!), nel 1940: Hitler e Stalin hanno appena concluso il loro patto di non belligeranza e i sovietici occupano il paesino del protagonista, in cui la popolazione è di maggioranza russa e che prima si trovava sotto i rumeni. Subito parte la retorica dei “fratelli lavoratori”, della liberazione, del “non ci sono più i padroni”. La realtà è ben diversa, i padroni sono solo cambiati, e arriva anche una terribile carestia a seminare il terrore e la disperazione fra i poveri abitanti.
Il testimone è un altro romanzo di cui sono venuta a conoscenza grazie a una recensione (entusiasta) del Corriere della Sera. La scrittura di questo libro, di una poesia semplice e modesta, mi ha ricordato tanto quella di Giobbe, o de Il mercante di coralli, di Joseph Roth, e difatti sono sicura che piacerebbe molto a F, se glielo consigliassi, quando mi degnerò di rivolgergli nuovamente la parola.

Guardate quant’è bello questo pezzo:

“Dopo tre giorni, su ogni siepe — a distanza di due passi uno dall’altro — comparvero dei manifesti:

DOMENICA ALLE ORE 15 SI TERRA’ L’ASSEMBLEA SOLENNE DEI LAVORATORI, DEDICATA ALLA GIORNATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BESSARABIA DAGLI OCCUPANTI ROMENILa presenza è obbligatoria per tutti

Al salone del barbiere, quella domenica, arrivano pescatori e contadini dei dintorni, per sistemare il proprio aspetto prima dell’assemblea. “Andarono tutti al circolo. […] Non era per tutti. Il circolo a Kotlovina per i romeni era come la chiesa per i cristiani ortodossi. Là dentro si riuniva gente distinta: avvocati, ufficiali, affittuari delle tenute nobiliari […]. Il posto, non c’è niente da dire, era signorile: grandi lampadari dappertutto, un palcoscenico e file di poltrone […]. Ed ecco che… prego, accomodatevi! Entra, straccione, senza scarpe a punta, con i postoly ai piedi, con passo leggero… Adesso siete voi i padroni qui dentro! Entra, non sentirti in soggezione…
Entrarono — con licenza parlando. Si riversarono come pecore nel recinto. Pescatori di Vasil’evka, ucraini di Krutoj Jar, bulgari di Vinogradovka. Non sapevano che cosa guardare per primo. […] Sentiamo — una voce scende dal palcoscenico, come dal cielo: «Entrate! Entrate, compagni! Sedetevi, compagni! C’è posto per tutti…».
I «compagni», quelli che per primi ce l’avevano fatta a entrare, si intimorirono. Toccarono i braccioli delle poltrone intagliate, ma sedersi come fossero i padroni, quello no, non osarono. Si sistemarono sul pavimento, nel passaggio. Il primo diede l’esempio, il secondo lo seguì. Si stiparono come semi in un sacco, stretti uno all’altro. A quel punto si fece di nuovo sentire la voce dal palcoscenico, ma questa volta mostrava stupore: «Compagni! Compagni! Sedetevi sulle poltrone! Le poltrone sono libere, compagni!».
Ma i «compagni» niente, come se non sentissero. Restarono seduti sul pavimento.
Mi sento a disagio a ricordare queste cose, mi vergogno. Ma sono successe, sono successe davvero… Eravamo ignoranti, analfabeti, tonti fino a quel punto. Oggi se dici a uno: siediti sulla poltrona! Se quello non trova un posto libero ti prende per il collo…
Toccai sulla spalla zio Vanja, il ciambellaio: «Ivan Nikanoryč» gli dissi. «Andiamo a sederci sulle poltrone… Oltretutto abbiamo anche il vestito buono…».
Ma zio Vanja mi guardò e sorrise, era una persona già anziana, ne aveva viste di cose: «No, Fedja…» mi rispose. «L’importante è non dare nell’occhio. Come fanno gli altri, facciamo anche noi…».
D’accordo, facciamo come tutti gli altri. E ci sedemmo anche noi sul pavimento. Ës’ka Finkel’štein davanti per via della bassa statura, zio Gica, il sarto, di lato; non voleva che quel vestito non suo restasse troppo in vista. Metti caso che il cliente lo noti e riconosca la stoffa… scoppia una lite, c’è poco da fare” (pp. 36-40).

Il’ja Mitrofanov, Il testimone (trad. Mario Alessandro Curletto), voto = 4/5
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