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Sei biblioteche

Ho ricevuto questo libro in regalo nel “pozzo di Natale” di Goodreads Italia! Grazie Kua 🙂 Se siete incuriositi, questo è il link all’edizione dell’anno scorso, e ci rivediamo a dicembre per il Pozzo di Natale 2014.

A questo Sei biblioteche dell’autore serbo Živković è bastato sventolare il facile richiamo di “libro che parla di libri” per scatenare subito il mio interesse: come tanti altri fanatici lettori, ho una “leggera” attrazione per i libri che riflettono su se stessi, per i libri sulla bibliomania, sulla storia della lettura, su biblioteche, libri rari eccetera, dal Nome della rosa al Necronomicon fino ai libri di fotografie delle più belle biblioteche del mondo. All’autore sembra che questo tema piaccia, poiché ha anche scritto altri due romanzi che sfruttano questo tema, L’ultimo libro e Il grande manoscritto.

Qui abbiamo sei racconti su… sei biblioteche, appunto, quindi sui libri. In tutti a un certo punto fa capolino un elemento surreale, magico, contrario alle nostre leggi della razionalità e della logica: ma, d’altra parte, i libri, per i lettori, suscitano una passione che non è né razionale né logica. Nel primo racconto, “La biblioteca di casa”, un uomo si ritrova la casa “invasa” dall’intera Letteratura mondiale, che continua misteriosamente ad arrivargli, volume dopo volume dopo volume, nella cassetta delle lettere: il tocco straniante è dato dal fatto che il protagonista non si scompone minimamente per l’evento, e procede prontamente a impilare i tomi uno sopra l’altro occupando ogni centimetro quadrato del suo appartamento. Nel secondo, “La biblioteca virtuale”, uno scrittore scopre che su un sito Internet, la Biblioteca Virtuale appunto, che dichiara di avere il catalogo di ebook più fornito al mondo, sono presenti anche i libri che non ha ancora scritto. Anche “La biblioteca notturna” ha un buono spunto, un uomo rimane accidentalmente chiuso nella biblioteca pubblica dopo l’orario di chiusura, e scopre che questa rimane attiva anche durante la notte, però con personale diverso e, soprattutto, con un catalogo diverso. Forse il racconto migliore è il quinto, “La biblioteca minima”: protagonista è di nuovo uno scrittore, che si trova per le mani un libro che… cambia ogni volta che viene aperto, all’infinito, e sono tutti romanzi ancora… inesistenti: quale miglior cura per la mancanza d’ispirazione, dunque, che mettersi giù e copiare sempre nuovi libri da pubblicare col proprio nome? L’ho trovato un simpatico tentativo di esorcizzare il “blocco dello scrittore”, immaginandosi un’ispirazione che si ricarica e si rigenera magicamente, senza sforzo. Un po’ meno riusciti gli altri due, “La biblioteca infernale” (l’inferno come luogo in cui la pena per i dannati è leggere per l’eternità: racconto abbastanza noioso e che riserva poche sorprese) e “La biblioteca raffinata”, in cui un uomo cerca in tutti i modi di liberarsi di un “volgare” tascabile (che poi alla fine si scopre essere una copia dello stesso libro che teniamo in mano, Sei biblioteche) che stona nella sua biblioteca che contiene solo volumi rari e di pregio, ma quello ricompare ogni volta nello stesso posto: onestamente, di quest’ultimo non ho ben capito il senso, e i tocchi di umorismo surreale e assurdo suonavano meno “naturali”, più forzati e non giustificati (gli elaborati metodi adottati per “suicidare” il libro, chissà perché poi era necessario ammantare la distruzione del libro sotto le vesti “nobili” del suicidio?).

Probabilmente, i racconti di Živković, a differenza di quelli di un Borges, non si propongono scopi eccessivamente complessi o metafisici, se non quello di procurare un certo piacere al lettore appassionato, che ogni volta che ha a che fare con libri, veri o immaginari, è “nel suo elemento”. In questo riescono abbastanza bene, assicurando una lettura veloce, non troppo impegnativa e tutto sommato gradevole.

Zoran Živković, Sei biblioteche (trad. Jelena Mirković, Elisabetta Boscolo Gnolo), voto = 3/5

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Endurance

Dopo il tragico Ognuno muore solo, cercavo qualcosa che mi trasmettesse un po’ di positività e di speranza!

Il primo incontro significativo con Shackleton (al di là cioè della pura e semplice conoscenza di chi fosse o cosa più o meno avesse fatto) è stato grazie a Franco Battiato, che nel suo album Gommalacca (1998) dedica una canzone proprio al leggendario capitano, in cui, in mezzo a… varie frasi incomprensibili tipiche di Battiato, veniva rievocata a grandi linee (e non senza errori, posso dire ora) l’epica avventura in Antartide del suo equipaggio.

Questo saggio, uscito negli anni cinquanta, fornisce il resoconto dettagliato di quell’impresa, e l’autore, Alfred Lansing, ha potuto anche intervistare i membri della spedizione ancora in vita. Nel 1914, in un’epoca di fervore per l’esplorazione (e la conquista) delle regioni polari, e della nazionalistica corsa per arrivare primi nell’impresa, Ernest Shackleton concepisce il progetto di attraversa per primo via terra il continente dell’Antartide, passando per il Polo Sud; nel libro è detto piuttosto chiaramente che Shackleton non fu una mente illuminata o un benemerito della scienza (comunque, fra i suoi uomini vi erano anche geologi, fisici e studiosi), perché l’obiettivo principale che si prefiggeva con questa impresa era fama e denaro… Il progetto originale, come è noto, andò incontro al totale fallimento, ma, quanto alla gloria, di sicuro Shackleton l’ottenne e se la meritò!

Assicurati i finanziamenti e l’equipaggiamento, radunata una trentina di uomini di varia indole, estrazione sociale e di diversi talenti, e compiuto il viaggio dall’Inghilterra all’isola della Georgia Australe, la nave di Shackleton, l’Endurance, parte per raggiungere l’Antartide, ma, a causa delle condizioni atmosferiche, si ritrova intrappolata in mezzo agli enormi banchi di ghiaccio che affollano il mare di Weddell. L’equipaggio passa a bordo un durissimo inverno australe, sempre sperando che prima o poi la nave riesca a liberarsi e possa proseguire la navigazione, ma ciò non avverrà mai: anzi, la pressione dei ghiacci finirà infine per schiacciarla e stritolarla. Costretti dunque ad abbandonare la nave, Shackleton e i suoi fanno base per mesi su una delle lastre di ghiaccio, finché non decideranno di tentare il tutto per tutto: raggiungere, in parte con una marcia attraverso le banchine, in parte a bordo delle tre scialuppe recuperate dall’Endurance, la terraferma più vicina. Il viaggio, costellato da difficoltà inimmaginabili nel territorio e nel clima più inospitali al mondo, con un’attrezzatura di fortuna, costituì il banco di prova delle capacità di leader di Shackleton, e la corsa disperata verso la salvezza, miracolosamente, riuscì: nessun uomo fu lasciato indietro e, alla fine di agosto del 1916, a due anni dalla partenza e dopo che tutti ovviamente li avevano dati per dispersi e affondati, tutti furono salvati.

È inutile comunque che mi dilunghi tanto sui dettagli della spedizione, poiché vedo che la voce su Wikipedia è molto esaustiva e sicuramente più precisa: il saggio di Lansing, un classico, è una lettura che personalmente non ho trovato eccelsa ma comunque interessante ed emozionante (specialmente nell’ultima parte, che effettivamente ti tiene incollato alle pagine), il resoconto di una delle imprese più avventurose e incredibili mai compiute e un monumento alla tenacia, alla forza di volontà e al coraggio di questi uomini, e all’abilità e al carisma del loro leggendario leader.

Durante la lettura procuratevi un atlante perché la carta presente in questa edizione TEA non è molto chiara, e invece avere un’idea degli spazi è utilissimo; peccato che tutte le distanze vengano espresse in miglia o nodi e non vi sia una tabella di conversione (sì, potevo guardare su Internet: ma non mi andava): approssimativamente comunque si riesce a capire quando una cosa è considerata “vicina” e quando “lontana”, “lunga” o “corta”, perciò in generale il piacere della lettura non ne risente.

Alfred Lansing, Endurance. L’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud (trad. Marco Preti), voto = 3/5
Per acquistarlo on line (prova se è disponibile usato)

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La lettrice

Questo libro mi fu suggerito da Enrico quando ci incontrammo a Roma.
Non è un romanzo, ma una specie di “confessione” fatta dall’autrice, Annie François, di mille manie, idiosincrasie, feticismi, piaceri segreti, abitudini astruse, irrazionali, a volte anche masochistiche ma che per il malcapitato hanno una loro perversa e inflessibile “logica”, più o meno comuni a chi abbia una (in)sana passione per i libri. Si legge in pochissimo tempo perché è strutturato in brevissimi capitoletti non sequenziali che analizzano ciascuno un aspetto diverso della materia, dalla posizione preferita all’angosciosa scelta del libro da portare in vacanza (ma anche, aggiungo io, dal parrucchiere, in treno, dal dentista…), dalla dislocazione dei libri in casa al tormento di doverne buttar via qualcuno per fare spazio.
Le considerazioni dell’autrice sono simpatiche quando si mantengono su toni generali: tutti noi capiamo benissimo la tragicità del momento in cui siamo costretti a prestare un libro a un amico, o all’inverso le mille paranoie che ci facciamo quando ne maneggiamo uno altrui prestatoci, così come la seguiamo perfettamente, anche senza condividere sempre i suoi gusti, quando ci descrive le sue preferenze (segnalibro sì/no, sottolineature sì/no, formato grande o formato tascabile, il fascino dei refusi, l’odore della carta, ecc.), ridiamo quando invece evidenzia vizi e tic “universali” (la sordità momentanea, l’estrema irritabilità quando si viene interrotti di chi legge, la scelta del libro che procede in assoluta anarchia o al contrario per “periodi” ben definiti, il fastidio per chi prova a sbirciare il libro che abbiamo in mano ma la tentazione irresistibile e ipocrita di farlo a nostra volta ad altri, l’ansia o crisi di astinenza che ti spinge, in casi disperati, a leggere di tutto, dal volantino pubblicitario alla guida TV di mesi prima).
A volte (spesso, soprattutto nella seconda parte del libretto), però, l’autrice abbandona il generale per addentrarsi fin troppo nel particolare del suo vissuto. Va bene, in qualche caso è utile per esemplificare un atteggiamento. Ma, francamente, di come si dividano gli spazi e si organizzino le rispettive librerie lei e il suo compagno, non ce ne può fregare di meno. Di tanti piccoli aneddoti della sua vita, idem. Voglio dire, chi ti conosce, sei Annie François, mica Proust. E poi è un po’ irritante questa sequela interminabile di nomi di amici/parenti/colleghi, François, Jean-Robert, Sylvie, Louis, Virginie, Cocò, Gegè, Nanà, bla bla bla, che spuntano a ogni pagina. Sì, forse traspira un po’ di puzzetta sotto il naso da “intellettuali parigini tanto chic”. Senza contare che alcune fisse della François, questo suo vivere, fare scelte, pensare continuamente in funzione dei libri, sembrano un pelo esagerati persino a me! Andiamo, chi va in vacanza portandosi dietro una cassa intera di volumi da leggere, sia pure in due? Ogni tanto bisognerà pure fare altro! L’ultimo particolare che mi ha un po’ indisposta, ma qui è tutta invidia, temo: l’autrice, oltre a essere presumibilmente ben messa economicamente (ci informa che lei e il suo compagno vivono in un appartamento parigino di tre piani, letteralmente invaso in ogni angolo dai libri: solo lui ne ha circa 10.000), lavora in una casa editrice, e dunque riceve un buon numero di copie omaggio… Aaargh!!!

Va beh, insomma, senza pretendere troppo, senza caricarlo di eccessive aspettative, è un libretto veloce e gradevole per una domenica di Ferragosto in città.

Annie François, La lettrice (trad. Francesco Bruno), voto = 2,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Blackout

Gianluca Morozzi è l’autore de La danza dei ragni, il miglior racconto presente nella raccolta Pene d’amore. Fin dal 2004 mi era capitato di prendere fra le mani, in libreria, il suo romanzo Blackout (nell’edizione Guanda, che peraltro aveva una copertina anche più bella, ora invece sul mercato si trova purtroppo solo questa della TEA), ennesimo libro che ha dovuto aspettare che vincessi molti tentennamenti prima di aver diritto a una possibilità. Dicevo all’epoca (settembre 2008) che questo romanzo avrebbe potuto “rivelarsi una cretinata o un capolavoro”: in realtà, dopo averlo letto, non mi è sembrato nessuno dei due.

Per certi versi, ha qualche punto di contatto con il pessimo La notte eterna del coniglio: due romanzi di genere di autori italiani con l’ambizione di ricreare un po’ l’atmosfera collaudata di quelli “all’americana”, anche qui, una situazione claustrofobica, estrema, da incubo, ma mentre Gardumi immaginava un gruppo di persone sopravvissute al disastro nucleare intrappolate in bunker antiatomici, Morozzi presenta invece tre individui rimasti bloccati in ascensore in un palazzone deserto nella Bologna svuotata di ferragosto. Una situazione di partenza meno palesemente fantascientifica, e quindi sicuramente più capace di creare tensione perché più “normale”, quotidiana, che tutti temono di sperimentare. In realtà non poi così normale perché l’elemento che scatena veramente l’intreccio è che uno dei tre, sotto le spoglie di persona comune, uomo d’affari rispettabile, marito e padre, è invece un efferato serial killer che poco fuori Bologna tiene sequestrato e tortura orrendamente un ragazzo.
Un’altra differenza non da poco è che Morozzi, al contrario di Gardumi, sa scrivere: magari la tensione non ti uccide, ma c’è, ti spinge a divorare le pagine una dopo l’altra per capire il come e il perché: infatti, è una lettura velocissima, 200 pagine che io ho letto in una serata.
Detto dei pregi, diciamo anche che ci sono alcune scene, dedicate alle sevizie che il serial killer, Aldo Ferro, infligge o progetta di infliggere alla sua vittima, che sono di uno schifo atroce, vomitevoli, e va bene il pulp, va bene che se un autore vuole scrivere thriller che si distinguano dalla massa dei bestseller poi non deve rendersi ridicolo censurandosi o edulcorando per non scontentare il pubblico, ma alcune cose ci potevano essere risparmiate. Comunque, a lasciar perplessi è il finale: dico “perplessi”, e non delusi, perché in effetti non ho ancora capito neppure io che giudizio darne.

Attenzione: se volete leggere il libro, non dovete ASSOLUTAMENTE proseguire oltre.

L’espediente finale di condurre il lettore (e i personaggi) verso una situazione assolutamente allucinata, estrema, apparentemente senza senso, e poi svelare che era tutto un perverso reality televisivo, così facendo una critica alla TV spazzatura che non si ferma davanti a nulla e paventandone le derive sempre più aberranti, non so voi, ma ormai comincia a sembrarmi un po’ un cliché. E la stessa denuncia che vi è sottesa suona già sentita, “facile”: ormai abbiamo visto tanti film che sfruttano questo colpo di scena finale, da Truman Show, The Contenders, fino a Live!, tanti anni fa pure Stephen King scrisse L’uomo in fuga, etc. (c’è anche una puntata dei Simpson). Vero è che Blackout è del 2004, quindi magari se l’avessi letto cinque anni fa la trovata mi sarebbe sembrata più originale. Comunque un po’ mi ha “deluso”. Detto questo, però, bisogna riconoscere anche che, una volta svelato tutto ciò che stava dietro al blackout, al blocco dell’ascensore, la vicenda viene portata alle sue conseguenze estreme in modo talmente spietato, cinico, feroce, grottesco, senza risparmiare nessuno, che, anche se inizialmente hai trovato l’espediente un po’ forzato, non legato a quanto lo precede, non (più) molto innovativo, alla fine i brividi, la sensazione di disagio e di schifo, le ultime pagine del libro un po’ te li danno, e comunque provi una certa ammirazione per l’autore. Però non è facile dare un giudizio del tipo bello/brutto, mi è piaciuto/non mi è piaciuto.

Gianluca Morozzi, Blackout, voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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