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Il libro dei libri bugiardi

Nel gruppo Goodreads Italia c’è un gioco chiamato “La parola del mese”, in cui, appunto, ogni mese si sceglie una parola diversa e i partecipanti dovranno leggere un libro che la contenga nel titolo. Come si vede, è molto semplice e senza troppe pretese, non c’è “competizione”, non c’è un vero e proprio “tema”, però mi sembra che piaccia, raccoglie sempre adesioni, e sono contenta perché l’ho inventato io. Qualcuno lo interpreta come un mezzo per scoprire autori o libri sconosciuti, scelti solo perché contengono la parola del mese e che poi, magari, entrano fra i nostri preferiti. Io attribuisco a questo gioco una funzione differente (visto che non sono una lettrice che ama andare “alla cieca”): vedo se fra i tanti libri accumulati negli anni e in attesa ce n’è uno che casualmente contiene la parola prescelta: quello è il “pretesto” per prenderlo finalmente in mano.
Ecco il motivo per cui, visto che la parola di marzo è “bugiardo”, ho iniziato il mese con Il libro dei libri bugiardi, di Melissa Katsoulis, che possiedo dal 2010; evidentemente mi serviva proprio uno “stimolo” in più, perché ricordo di averlo iniziato anche qualche tempo fa, ma dopo poche pagine l’avevo abbandonato. Non credo perché l’avessi trovato particolarmente difficile: è un testo tutt’altro che specialistico, scritto in modo divulgativo da una giornalista, non una storica della letteratura. Probabilmente il problema sarà stato che, malgrado l’argomento stuzzicante (libri il cui contenuto si spaccia per vero, e invece è clamorosamente inventato, o scritti da autori che poi si scoprono fasulli, con intento doloso o per una semplice “burla” ai danni dei critici o dei rivali accademici), non è proprio un testo brillante, e infatti si lascia leggere, si vengono a sapere cose interessanti e/o curiose, ma di sicuro, nelle mie personali classifiche di fine anno, questo libro non si porterà a casa l’Oscar per il miglior saggio del 2014 (sarebbe insomma un classico 3/5, ma vedrete che il voto sarà leggermente inferiore per i motivi che dirò).

Il sottotitolo italiano, “L’avventura millenaria dei falsi letterari” (quello originale invece si tiene più sul vago: “A History of Literary Hoaxes”), è ingannevole: nell’introduzione vengono sì ricordati anche casi più antichi, a cominciare naturalmente dalla celeberrima Donazione di Costantino, ma il resto del libro copre un arco cronologico tutt’altro che “millenario”: si parte dal XVIII secolo, e gli esempi più numerosi sono tratti dalla storia letteraria del XX e dei primi anni del XXI; inoltre, come era forse prevedibile, l’attenzione è puntata quasi esclusivamente sul panorama anglofono. Tra l’altro nell’introduzione si dice che le truffe illustrate nel libro sono “ordinate cronologicamente” (p. 10), poi in effetti non è così (a parte i primi due capitoli su XVIII e XIX secolo), sono disposte per argomento: mah.

A parte il primo capitolo sul Settecento, che in gran parte tratta argomenti già visti recentemente (e trattati in modo più ampio) in The Great Shakespeare Fraud (non potevano infatti certamente mancare gli esempi di James Macpherson, Thomas Chatterton e William-Henry Ireland), il resto del libro è una carrellata tra casi assai celebri, come i Protocolli dei savi anziani di Sion o i falsi diari di Hitler o (in anni recentissimi) l’inesistente J.T. LeRoy, e altri meno noti (almeno a me, o al pubblico italiano) e bizzarri, che oscillano fra la truffa a volte “geniale” e divertente, gustosa e ben architettata, l’inganno spregevole e il “caso umano”, il bugiardo patologico in cerca di attenzione (un indice dei nomi e delle opere sarebbe stato utile). Alla lunga però il tutto si riduce a una compilazione un po’ monotona e arida di casi che per la maggior parte finiscono per assomigliarsi (l’autore si finge quel che non è – viene creduto – il libro ha successo – si scopre la truffa/l’inganno/lo scherzo).

Ecco un po’ di libri di successo che sono in realtà truffe belle e buone o, nel migliore dei casi, raffinati scherzi letterari (Gary): … E venne chiamata Due Cuori di Marlo Morgan, presunte avventure di una donna in viaggio assieme a una tribù di aborigeni australiani, che fece infuriare i suddetti per le sue falsità, L’amore ucciso, di Norma Khouri, che, uscito nel 2002, sfruttò il clima post-11 settembre per raccontare di un presunto “delitto d’onore” in Giordania, Sopravvivere coi lupi, di Misha Defonseca, in cui l’autrice vuol far credere di essere sfuggita bambina ai nazisti ed essere vissuta a lungo nelle foreste con un branco di lupi, anche un libro che vorrei leggere, La vita davanti a sé, che, se oggi appare con in copertina il nome del vero autore, Romain Gary, in origine era creduto opera dell’inesistente Emile Ajar. Mi sono divertita a verificare su Goodreads se effettivamente la comunità dei lettori ne è al corrente: altri titoli si possono trovare qui. Inutile dire che il genere in cui questi esempi più abbondano è quello del misery memoir, “storie vere” strappalacrime di presunte ex vittime della droga o dell’alcolismo, ma non manca neppure chi si costruisce un passato da sopravvissuto alla Shoah (e questo aspetto si può ricollegare a un libro adocchiato tempo fa che sembrava interessante, sul “business” dell’Olocausto… Forse questo? Ma io pensavo a un saggio, quello è un romanzo). Era forse un po’ troppo aspettarsi che l’autrice fosse informata sugli esempi del panorama italiano (penso alle recenti controversie attorno ai nomi di Lara Manni e Nicolai Lilin).

Nel libro è ricordato solo di sfuggita (p. 347) uno spassoso e recente caso di “burla” letteraria, e cioè Atlanta Nights, che invece, rispetto ai tanti altri esempi, aveva più di un elemento di originalità (a cominciare dal carattere di “sfida” lanciata all’editoria a pagamento): mi colpì talmente tanto che quella voce su Wikipedia in italiano la tradussi io dall’inglese.

Desta qualche perplessità la traduzione italiana: non che mi sembri sbagliata, ma ogni tanto c’è qualche sbavatura (o qualche frase che sembra tradotta troppo letteralmente, p. 346). Ad es., a p. 29 nel testo c’è un’interpolazione chiaramente pensata per l’edizione italiana e non originale (si parla dell’opera di Macpherson, Fragments of Ancient Poetry Collected in the Highlands of Scotland, “da noi più noti come Poesie di Ossian, grazie alla traduzione che ne fece Melchiorre Cesarotti”), non è segnalata e poteva anche essere messa in nota, piuttosto che nel corpo del testo. A p. 66 c’è la bizzarra scelta di lasciare il nome di un quotidiano russo e il titolo di un’opera, ugualmente pubblicata per la prima volta in russo, in inglese (cioè così come deve averli scritti Katsoulis, ma che senso ha mantenerli anche nella traduzione italiana, se comunque non sono quelli originali? Allora meglio mettere quelli russi). A p. 119 si parla delle false lettere della prima fidanzata di Lincoln al futuro presidente: invece di riprodurre il testo “originale” in inglese sgrammaticato, c’è… la versione italiana “creativa” (“in italiano suonerebbero più o meno così”: ma chi lo dice?), con un po’ di errori a caso (“il mio quore corre per la felicita…”): di nuovo, che senso ha? Curiosamente, lasciare il testo originale facendolo seguire dalla traduzione è proprio il metodo utilizzato più avanti (e per fortuna) quando si tratta di versi (pp. 152-154, 249, 251, 255, 257, 262, 324), ma non solo, anche per un’altra lettera in cui il testo inglese è significativo ai fini del discorso (p. 362): e allora perché qui sì e lì no?

Capitolo “errori vari”. A p. 107 si legge di un “ex campione di box” (invece che boxe), a p. 114 l’articolo che smaschera questa truffa viene datato 1996, il che è impossibile, infatti è del 2006; già alla pagina dopo (115) è riportata questa dichiarazione dello scrittore smascherato: “Quello solo in quello a cui volete credere” (sic). Eh? La frase originale (lo scopro sempre da Wikipedia) era “What you want to believe you want to believe”, quindi, più o meno, “si crede in quello cui si vuole credere”. A p. 157 si fa confusione con i nomi: la frase “Malley riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città” andrebbe corretta in “Harris riuscì comunque a diventare una figura molto amata nella sua città”. Più una marea di altri errori sparsi qua e là, parole che mancano, frasi che in italiano suonano un po’ sgraziate (pp. 121, 161, 232, 250, 254, 289, 292…), indice di scarsa cura.

Insomma, sembra che nessuno alla Rizzoli si sia preso il disturbo di rileggere questo libro prima di pubblicarlo.

Melissa Katsoulis, Il libro dei libri bugiardi (trad. Natalia Stabilini, Andrea Zucchetti), voto = 2,5/5

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La puttana del tedesco

Sulmona, 1943. Ada è una giovane vedova con due bambini piccoli, il marito, Guerino, è morto poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia. La ragazza da allora ha sacrificato tutte le sue energie per il benessere dei figli, lavorando, faticando senza sosta, occupandosi anche degli anziani suoceri, annullandosi per gli altri. Al momento della caduta del fascismo e dell’armistizio, la tragedia della guerra si abbatte con tutta la sua violenza su quella zona dell’Abruzzo, dove passa la linea difensiva Gustav: l’esercito tedesco arriva in forze e, fra gli stranieri giunti in paese, vi è anche un giovane soldato austriaco di nome Helm, col quale, dopo poco tempo, Ada inizia una relazione, fatta soprattutto di attrazione fisica e comunicazione senza parole, anche perché l’uno non parla la lingua dell’altra. Sullo sfondo degli orrori dell’inverno 1943-44 che il paese si trova a vivere, fra devastanti bombardamenti angloamericani, rastrellamenti e massacri compiuti dai tedeschi, fame, paura costante, sfollamenti, i due giovani cercano di ritagliarsi una bolla di serenità lontana dalla realtà della guerra, anche se Ada è esposta alle malelingue e ai rancori dei paesani, e aiutata solo dal coraggioso sacerdote don Liborio (finalmente una figura positiva di ecclesiastico che, grazie anche alla conoscenza della lingua, tiene i contatti col comando tedesco per alleviare le sofferenze della popolazione, ma contemporaneamente si dà da fare di nascosto per aiutare e nascondere ex prigionieri inglesi in fuga, oltre a intervenire nelle situazioni di bisogno come quella di Ada). Seguono varie peripezie della coppia di amanti, con Helm che rimane gravemente ferito in azione, che però finiscono per risultare “annacquate” nella disperazione generale.

La situazione quindi è simile a quella di Dolce, il secondo “movimento” della Suite francese di Irène Némirovsky: lì siamo in Francia nel 1940, qui in Italia nel 1943, lì una signora della media borghesia e un ufficiale, qui una popolana e un soldato semplice, ma si narra sempre dell’incontro e dell’amore “impossibile” fra una donna sola (nel libro della Némirovsky Lucile era sì sposata, ma il marito, già poco amato, era lontano, prigioniero in Germania) e il soldato straniero e invasore, col quale però inaspettatamente si scoprono profonde affinità. Ciò che in Dolce rimaneva dolorosamente e malinconicamente inespresso, in La puttana del tedesco è invece vissuto in modo molto carnale e appassionato: certo, a differenza del romanzo della Némirovsky dove i dialoghi fra i due mancati amanti aiutavano a far capire il nascere del sentimento, qui, poiché Ada e Helm non riescono quasi a parlarsi, non è facile capire cosa faccia scattare la scintilla fra i due, oltre all’attrazione fisica, ma, una volta “accettato” questo primo passo, proprio il fatto che i due siano in grado di capirsi senza parlare risulta emozionante e ben descritto. L’eroina del libro è sicuramente la donna, con la sua grande forza tranquilla, l’indipendenza e l’altruismo, l’amore per i figli, l’intelligenza acuta e le capacità di organizzatrice, mentre la figura di Helm rimane un po’ generica (è un uomo buono e semplice, serio e di parola, non è un fanatico nazista).

Se un difetto si può trovare a questo romanzo, è quello di essere talvolta un po’ verboso: non è necessario dirci chiaro e tondo che gli occhi di Helm cercano con insistenza Ada perché ne è innamorato, che se i due amanti venissero scoperti sulla donna si rovescerebbe tutto l’odio della popolazione, e tanti altri dettagli e significati che potrebbero tranquillamente rimanere sottintesi, tanto il significato lo capiamo benissimo da soli. Invece l’autore è sempre molto (troppo?) “presente”, sia appunto quando si tratta di spiegare le emozioni e i travagli della sua protagonista, sia quando delinea un quadro generale degli eventi di quel teatro di guerra: i suoi personaggi parlano poco, sembra che i dialoghi non siano congeniali a D’Alessandro, ci pensa lui a dirci tutto. Talvolta sembra quasi, paradossalmente, di leggere “un riassunto” del romanzo! In una pagina, in un periodo può essere che siano narrati tanti avvenimenti e se ti distrai un attimo ti ritrovi a pensare “ok, calma, che sto leggendo? Dove/quando siamo? Che stanno facendo i personaggi?”. Ma pazienza, la storia è bella, anche se lo stile spinge appunto a leggerla così, “di volata”. Un po’ “sbrodolato”, infine, l’ultimo capitolo (forse bastava dire che Helm e Ada si sposano e vivono felici e contenti con tanti figli e nipoti fino alla morte di lui, non vita morte e miracoli decennio dopo decennio). Pazienza, la storia è comunque bella e, anche se non è certo la prima volta che ne sentiamo parlare, non si può non restare colpiti dal racconto di queste pagine tragiche della nostra Storia nazionale.

Giovanni D’Alessandro, La puttana del tedesco, voto = 3/5
Fuori catalogo

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Il Circolo Dante

Altra lettura suggerita dalle pagine culturali del Corriere della Sera, nel lontano 2003, che poi per anni e anni e anni è rimasta in attesa, “scavalcata” da centinaia di altre letture. Ultimamente, anzi, mi ero “raffreddata” a tal punto verso questo libro da arrivare quasi ad accantonarlo del tutto, anche a causa di alcune recensioni fortemente negative o comunque non entusiaste lette su Goodreads: molti lo giudicavano “lento”, “noioso”, “pesante”, con uno sfoggio di erudizione che finiva per soffocare la parte gialla, che non decollava mai e che era reputata per giunta forzata e poco soddisfacente. Il caso però ha voluto che venisse proposto nel “pozzo letterario” di gennaio: non è stata la mia prima scelta, ma visto che era un libro che avevo comunque preso in considerazione ho voluto “provare”. Ho potuto così vedere che i miei timori erano del tutto infondati.

Probabilmente l’accoglienza tiepida sarà dovuta al fatto che si è cercato di venderlo puntando soprattutto sull’effetto “serial killer” (e, mi veniva da dire, sul fascino dell’enigma “colto” alla Codice da Vinci, se non fosse che il bestseller di Dan Brown in Italia uscì nel novembre 2003, cioè più o meno nello stesso periodo di questo, e quindi non poteva ancora aver avuto il successo stellare che sappiamo) e quindi per molti il primo centinaio di pagine di “contesto” è risultato un boccone indigesto; anche se i pareri dei lettori su Internet, talvolta brutali ma sinceri, in altre occasioni mi avranno sicuramente aiutato ad evitare perdite di tempo, stavolta però sono contenta di non essere affatto d’accordo con chi ha stroncato questo romanzo, perché non vi ho trovato alcuno dei difetti lamentati (eccessiva pesantezza, saggio travestito da romanzo, trama gialla appiccicata alla bell’e meglio). Al contrario, per me la parte erudita e la parte mystery si fondono in modo adeguato, ed entrambe mi sembrano riuscite.

Boston, 1865: gli Stati Uniti sono appena usciti dalla traumatica esperienza della Guerra civile, e il celebre poeta Longfellow e i suoi amici del cosiddetto “Circolo Dante” (Lowell, Holmes, Fields e Greene) stanno ultimando la prima traduzione americana della Commedia dantesca (rimangono da completare solo alcuni canti dell’Inferno). L’imminente pubblicazione di quest’opera nuova e “barbara”, giudicata violenta e oscena, estranea alla sana cultura americana nonché pericolosamente intrisa di “fanatismo” cattolico, è vista con deciso sfavore dal consiglio di amministrazione dell’Università di Harvard, cui tutti i personaggi sono legati, che quindi esercita notevoli pressioni perché il lavoro non venga portato avanti. Contemporaneamente, in città iniziano a verificarsi atroci omicidi, dietro ai quali gli studiosi, gli unici ad avere familiarità con l’opera di Dante, non tardano a riconoscere una matrice comune: l’assassino uccide le sue vittime prendendo a modello il supplizio infernale immaginato dal poeta che più si adatta al peccato che vuole “punire”. L’anima di storica/letterata e quella di appassionata di gialli sono rimaste entrambe soddisfatte da questo mix, ed ecco perché.

La parte “erudita”: se tutte le parti che riguardavano la difficoltà di tradurre il testo dantesco in inglese sono andate ovviamente perdute nell’edizione italiana, il mondo del college e le resistenze al lavoro del Circolo forniscono un quadro inedito e interessante; interessante vedere per la prima volta una prospettiva “diversa”, un autore che per noi è un punto fermo e imprescindibile (ma non da sempre, non per tutti: vedi la stroncatura “illustre” di Voltaire) come Dante ostracizzato e violentemente contrastato dall’establishment, costretto a farsi strada tra mille battaglie… Interessante anche la “fotografia” del clima dell’intellighenzia ufficiale e della società statunitense del periodo, che proprio allora iniziava a preoccuparsi e mostrarsi diffidente e ostile verso la crescente immigrazione dall’Europa e l’introduzione di nuove culture. Neppure le prime 150 pagine, lo scoglio che molti hanno giudicato difficilmente superabile, mi sono sembrate poi così impossibili: non mi dispiace quando un autore si prende il suo tempo per presentare scenario e personaggi, e le inevitabili spiegazioni, che in altri libri prendono la forma di dialoghi imbarazzanti e scarsamente verosimili in cui tutti si spiegano a vicenda cose che già sanno benissimo o di lunghi e piattissimi paragrafi che ricordano un sussidiario scolastico, qui sono inserite in modo tutto sommato armonioso. Può darsi che la poca familiarità con nomi che invece per il pubblico americano sono molto più noti abbia reso la lettura ostica e di scarso interesse per qualcuno, per fortuna per me non è stato così. Il romanzo riesce inoltre a dare un’idea dello smarrimento di un’intera Nazione all’indomani di una tragedia che mise a dura prova le sue certezze da poco conquistate come la sanguinosissima guerra civile, della cocente delusione e dell’amara sensazione di aver compiuto un sacrificio inutile dei veterani. Più modestamente, interessanti anche gli squarci sul funzionamento tutt’altro che ottimale della polizia di Boston, ancora poco organizzata e composta da individui spesso non troppo dissimili dai criminali che avevano il compito di arrestare.

Il giallo (le parti del testo che rivelano dettagli importanti sono scritte in bianco per nasconderle, vanno evidenziate per poter essere lette): intanto, in questo libro si legge la descrizione di una delle morti più stomachevoli e agghiaccianti che abbia mai incontrato, quindi, se lo scopo dei thriller è anche farci provare qualche brivido, con me è stato sicuramente raggiunto (parlo naturalmente del primo omicidio, quello del giudice, punito allo stesso modo degli ignavi e cioè mangiato letteralmente vivo dalle larve di una specie di mosche, Cochliomyia hominivorax, praticamente il mio peggiore incubo tramutato in realtà). Il romanzo mantiene un buon passo senza “l’ansia” di dover offrire un colpo di scena ogni tot pagine o ad ogni chiusura di capitolo. Ho apprezzato inoltre il fatto che gli “investigatori” del Circolo Dante fossero tutt’altro che uomini “d’azione” bensì poeti e professori, per giunta di una certa età, e che perciò le loro ricerche fossero spesso lente, impacciate, sfortunate. Anche i contrasti fra i suoi membri sui metodi da seguire, sull’opportunità di continuare a indagare o addirittura di proseguire lo stesso lavoro di traduzione hanno aggiunto vivacità: devo confessare che io non sapevo nulla sui protagonisti, e quindi li ho trattati in tutto e per tutto come “personaggi”, e i loro distinti caratteri emergono con chiarezza e un certo humor. E, infine, l’autore riesce in quella che è sempre la parte più ardua per gli scrittori di gialli e thriller, che magari costruiscono architetture complessissime ma poi crollano miseramente nel finale, e cioè delineare un colpevole e un movente credibili (a me infatti è sembrato tale il reduce deluso e ormai folle al punto da essere ossessionato dalla sua missione “punitiva” risvegliata dall’essere entrato in contatto con quell’antico, strano e potente poema)… che siano anche non immediatamente individuabili dal lettore.

Mentre il Circolo Dante e le vicende legate alla traduzione della Commedia sono documentati, ovviamente la serie di omicidi e il misterioso serial killer (nonché il personaggio del poliziotto mulatto, che serve all’autore per trattare dell’incerta situazione dei neri appena liberati dalla schiavitù) sono frutto della fantasia dell’autore. Non sarà un capolavoro né una lettura che mi rimarrà scolpita nella memoria per tutta la vita, ma buon intrattenimento “intelligente” sì, tanto è vero che le 538 pagine sono filate via in tre giorni. Inoltre, anche se qui inevitabilmente è solo la prima Cantica a farla da padrone (Purgatorio e Paradiso quasi non esistono), mi è venuta voglia di riprendere in mano il poema dantesco.

Curiosamente in questi primi giorni di gennaio ho letto o visto opere che avevano tutte a che fare con gli effetti devastanti della guerra sull’individuo che vi partecipa: Mattatoio n. 5 di Vonnegut, Il Circolo Dante e infine il film The Master di Paul Thomas Anderson.

Matthew Pearl, Il Circolo Dante (trad. Roberta Zuppet), voto = 3/5
Per acquistarlo on line (altra edizione)

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Destinatario sconosciuto

Se il 2011 è stato grigio, il 2012 comincia bene, benissimo.

Questo libretto (un racconto lungo di una settantina di pagine… che all’epoca costava la bellezza di 18.000 lire! Ma allora non è vero che il prezzo dei libri ha cominciato a lievitare con l’euro) aspettava di essere letto all’incirca dall’anno 2000, quando lessi una recensione su “Sette”, credo. Apparso a puntate su una rivista letteraria americana nel 1938 e riunito in volume nel 1939, riproposto poi in anni recenti, è opera di Kathrine Kressmann Taylor e veniva presentato come un doppio speculare del celebre L’amico ritrovato di Fred Uhlman: laddove quello era consolante e sentimentale, questo era il suo opposto più cupo e disperatamente perfido.

Tra il 1932 e il 1934, due grandi amici e colleghi in affari si scambiano lettere fra l’America e l’Europa: Max Eisenstein, ebreo, scrive da San Francisco, mentre Martin Shulse risponde dalla Germania, dove di recente ha fatto ritorno assieme alla sua bella famiglia. All’orizzonte si allunga l’ombra lunga del nazismo, di cui da lontano Max apprende con crescente preoccupazione e i cui crescenti successi elettorali fino alla presa del potere Martin segue con iniziale perplessità, quindi con appoggio interessato, infine con adesione convinta e fanatica. Nelle sue lettere del 1932-33 ben si colgono la smania di rivalsa, di riscatto, di ripresa, la frustrazione e l’esasperazione per il presente insostenibile, il disperato bisogno e la disponibilità supina e “cieca” dei tedeschi di aggrapparsi a chiunque sembrava rappresentare la possibilità di ritrovare quell’orgoglio e quella forza che tanti anni di umiliazioni e miserie avevano costretto a reprimere.

Quando, infine, Martin sposa pienamente la causa nazista e inizia una brillante carriera nella macchina del regime, il rapporto con il vecchio amico, già avvelenato dalla loro crescente lontananza di ideali, è definitivamente soffocato e cancellato.

Nella corrispondenza fra i due ex amici, però, si inserisce anche la figura della sorella di Max ed ex amante di Martin, che il fratello implora l’amico di proteggere almeno dalle sempre più violente persecuzioni antisemite che insanguinano la Germania, in nome dei sentimenti di un tempo: ma le sue preghiere restano inascoltate, Martin, crudelmente, per conformismo, per quieto vivere, ma anche per intima convizione, si astiene dall’intervenire in favore della ragazza, che andrà incontro a un tragico destino.

Il racconto è così breve e fulminante che sarebbe un peccato rovinarne la lettura svelando gli sviluppi successivi, basta dire che la vendetta di Max sarà allora inaspettata, astutissima, raggelante nella sua precisione chirurgica, fino a portare a uno splendido, narrativamente parlando, ma umanamente straziante e tragico, ribaltamento di ruoli fra persecutore e vittima.

Sottolineo anche l’estrema cura nella confezione del libretto, con le pagine che riproducono l’immaginaria carta da lettere su cui sono stati vergati i messaggi dei due protagonisti.

Kathrine Kressmann Taylor, Destinatario sconosciuto (trad. Ada Arduini), voto = 4/5
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L’ozio come stile di vita

Sono in ferie fino a lunedì e, quindi, mi è sembrato appropriato iniziare, in questo agosto di letture senza un filo conduttore, L’ozio come stile di vita, di Tom Hodgkinson.

Acquistato tre anni fa al prezzo scontatissimo di 5€ o giù di lì alla fiera dei morti, in realtà si è rivelato diverso da quanto mi aspettassi: credevo si trattasse di un libro umoristico, invece, pur se pervaso da un sottile humor molto british, il testo vuol essere un pamphlet semi-serio per invitarci a essere tutti più oziosi, a lavorare di meno e a “perdere” più tempo non facendo nulla.

A detta dell’autore, l’ossessione per il lavoro, la produttività, l’efficienza, la condanna, anche morale, di chi non impiega in modo “utile” il proprio tempo, il senso di colpa che ci pervade quando ci concediamo finalmente momenti di ozio sottraendoli al lavoro, sono tutte conseguenze nefaste della svolta impressa nella mentalità occidentale dalla rivoluzione industriale, che ha introdotto l’ansia del profitto, la diffidenza o l’ostilità verso gli elementi non produttivi della comunità, definiti di volta in volta perdigiorno, sediziosi, “asociali”, anche se una parte di colpa, sempre secondo Hodgkinson, ce l’hanno anche una certa morale cristiana e l’etica protestante del lavoro come via di salvezza. A questi “falsi miti” egli contrappone il gesto di “ribellione” dell’ozioso, che rifiutandosi di conformarsi al modello di uomo schiavo/lavoratore/macchina/consumatore torna a essere libero, si riappropria di tanti piccoli momenti preziosi che il ritmo frenetico della vita moderna gli ha sottratto, o che ormai a volte appaiono quasi come piaceri proibiti, perché non hanno utilità pratica. Senza contare che dedicandosi regolarmente anche alla pura “contemplazione” o, per dirla tutta, a un sano ozio, si è tutt’altro che improduttivi, sostiene Hodgkinson, anzi spesso la mente rigenerata è in grado di elaborare idee migliori.

Il libretto, corredato di illustrazioni carinissime di Roderick Mills, è strutturato secondo le ore di una giornata-tipo dell’ozioso, e ciascun capitoletto tratta un aspetto della difficile arte di non far nulla, portando a sostegno aneddoti o brani letterari, alcuni molto gustosi, prevalentemente provenienti dal mondo angloamericano, ma non mancano i pensatori orientali, Baudelaire, Nietzsche.

Vi si trovano tesi interessanti e condivisibili, come nel capitoletto sulla malattia: premesso che si parla ovviamente di cose non gravi, per intendersi un’influenza, oggi la malattia è per lo più negata, o aggredita a colpi di medicinali perché passi al più presto, per essere in grado di tornare al lavoro il più in fretta possibile. Star male è da “rammolliti”, assentarsi troppo a lungo dal lavoro è un danno per la società. Si dovrebbe invece rispettare la malattia come momento altrettanto importante della vita umana, rispettandone il decorso, o quanto meno senza forzare a tutti i costi una guarigione immediata, smettere di sentirsi in colpa e usare il tempo di inattività obbligata per coccolarsi di più. “Dobbiamo cercare di resistere alla pressione che ci spinge a rifiutare gli aspetti della nostra vita che non si adattano al paradigma di produttività, razionalità, industriosità impostoci dalla società e da noi stessi” (p. 69).

Ed è vero anche che buona parte dell’ansia di fare, lavorare, guadagnare ci viene dal desiderio di soddisfare bisogni che, a un’analisi più attenta, sono tutt’altro che fondamentali, ma piuttosto indotti.

Altre idee sono invece francamente più discutibili, come la glorificazione del fumo, dell’alcol e delle droghe, amici dell’ozioso, risibili o, appunto, “oziose”, nel senso che lasciano il tempo che trovano, come la pretesa di provare ad alzarsi tutti più tardi la mattina. Il pubblico ideale di Hodgkinson sembra essere qualcuno che vive in beata solitudine senza avere la responsabilità di alcuno, condizione non alla portata di tutti. A rendere la lettura pesante e irritante è il generale tono di autocompiacimento e snobistica superiorità di cui si circonda l’autore: leggere fra le righe quanto siamo patetici per non aver compreso prima quello che ora egli ci sta rivelando e che ci cambierà la vita alla lunga rompe anche un po’ le scatole. Alla fine, poi, la tesi di fondo è continuamente ripetuta in modo abbastanza petulante e ossessivo: un po’ di pagine in meno e il libro ne avrebbe guadagnato, tanto il discorso è sempre quello. Altrettanto insistente e, francamente, retorica la nostalgia verso i bei tempi andati in cui si lavorava di meno e si era tutti più felici. Mi ha stupito, poi, non trovare nessun accenno a quella che è un’attività fondamentale dell’ozioso: la lettura…

Un libretto che ti può al massimo dare qualche spunto di riflessione, ma che di certo non riuscirà a “cambiarti la vita”, come si proporrebbe. E che non fa ridere.

Tom Hodgkinson, L’ozio come stile di vita (trad. Carlo Capararo), voto = 2,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Persepolis

Il caso ha voluto che nella stessa giornata di ieri abbia letto e visto due opere, entrambe apprezzabili, che denunciano i mali dell’intolleranza e del fondamentalismo, soprattutto di stampo religioso: si tratta della graphic novel Persepolis, di Marjane Satrapi, e del film Agora, di Alejandro Amenábar.

Riguardo al secondo, buon film, soprattutto nella prima metà, belle scenografie, solita necessità di semplificare al massimo complessi processi storici per “comprimere” tutto nello spazio di due ore. Unica pecca, va bene che l’assoluta scarsità di notizie certe su Ipazia consente, se non altro anche per ragioni artistiche e di trama, le più ardite congetture, ma presentarla addirittura come la prima formulatrice della teoria eliocentrica di Keplero mi è parso esagerato e, tutto sommato, ai fini del messaggio di fondo (la ricerca che deve essere libera dal dogma, il dubbio come motore di sempre nuove scoperte), non strettamente necessario. Ma da che mondo è mondo se vuoi parlare di conflitto scienza/religione devi metterci dentro la Terra che gira attorno al Sole.

Più emozionante (e, sinceramente, mi ha anche impressionato di più, trattando di avvenimenti ben più vicini nel tempo) è stata però la lettura di Persepolis. Non ha riservato grosse sorprese, poiché nel 2008 avevo già visto il film d’animazione che ne è stato tratto (anzi, mi era tanto piaciuto da spingermi appunto ad acquistare il libro), anche se c’è qualche differenza con la versione cinematografica, ma mi ha ugualmente commossa.

La parte più poetica e tenera e meglio riuscita è sicuramente quella che tratta dell’infanzia dell’autrice, delle sue ardite fantasie da bambina, dei suoi costanti tentativi, candidi, ingenui, spiazzanti, di comprendere, dal suo punto di vista infantile, la complessa e tragica situazione che si trova a vivere l’Iran a cavallo della “rivoluzione islamica” del 1979, del suo stupore verso un mondo che all’improvviso cambia radicalmente, delle sue prime, quasi inconsapevoli, ribellioni.

Mano a mano che Marjane diventa donna diventa più esplicita e sentita la sua lotta ai mille piccoli grandi soprusi e ai divieti, quando odiosi, quando francamente ridicoli, che il regime fondamentalista impone alla vita delle persone. Non che l’autrice si presenti come un’eroina, anzi, è impietosa a volte nel presentare le sue debolezze, i suoi fallimenti, i suoi sbagli, i suoi atti di vigliaccheria, le occasioni sprecate (specialmente nella parte centrale dell’opera, in cui si narra dei quattro anni trascorsi a Vienna).

Straordinaria è l’abilità della Satrapi di rendere, pur in uno stile molto semplice e spoglio di molti dettagli, rigorosamente in bianco e nero, le espressioni e i volti.

Marjane Satrapi, Persepolis (trad. Cristina Sparagana, Gianluigi Gasparini), voto = 4/5

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Angelica

Arthur Phillips si è guadagnato la mia stima grazie a L’archeologo, uno dei romanzi più belli, complessi e dal finale più sorprendente che abbia mai letto. Anche in questo Angelica, di cui appresi ancora una volta grazie a una recensione sul Corriere, l’autore si diverte a non farci capire mai dove stia la verità in quello che narra, e dove invece la menzogna o l’auto-illusione.
La vicenda prende spunto da un evento a prima vista banale: siamo a Londra, in epoca vittoriana, a casa di Joseph e Constance Barton, che hanno una figlia, Angelica, di quattro anni. Sia la madre sia la figlia, al momento della nascita, hanno rischiato seriamente di morire (e la moglie aveva già avuto due gravidanze non portate a termine): questa e altre ragioni hanno consigliato che, fino ad ora, la bambina dormisse in un lettino nella stanza dei genitori. Ora però che Angelica è fuori pericolo, il padre pretende che vada a dormire nella sua stanzetta, anche per recuperare un po’ di intimità con la moglie. Constance, fragile e tormentata, è spaventatissima all’idea, poiché i medici le hanno detto che se rimarrà di nuovo incinta metterà davvero a repentaglio la sua salute: quell’astinenza forzata e prolungata, e l’attaccamento esclusivo che la moglie prova per la figlia, stanno mettendo a dura prova la pazienza di Joseph. Da quando la bambina dorme lontano da loro, Constance inizia ad avvertire una presenza soprannaturale che la minaccia, che stranamente si fa avvertire sempre quando il marito cerca di entrare in intimità con lei…

La vicenda è raccontata prima dalla prospettiva di Constance, poi da quella di Anne, la sensitiva ciarlatana cui lei si rivolge, poi da quella di Joseph, e infine Angelica da adulta riflette sugli eventi (tragici) della sua infanzia. In 400 pagine sembra non succedere nulla di eclatante, ma proprio per questo cresce nella casa un’atmosfera claustrofica, morbosa, inquietante e infelice: e così, Constance si convince che la bambina sia minacciata dai fantasmi causati dai desideri del marito e che la colpevole sia anche lei stessa che non riesce a resistergli, la sensitiva si convince che la donna abbia “creato” da sé i fantasmi per mascherare il vero pericolo da cui vuole proteggere la figlia, che è troppo orribile da affrontare apertamente, e cioè che il padre abusi di lei, il marito a sua volta si convince che la moglie stia impazzendo e che sia ormai un pericolo per la bambina…
Angelica, da adulta, non sarà in grado di dire chi diceva “la verità” o chi “aveva ragione”: se i fantasmi ci fossero, se suo padre fosse un bruto o se sua madre fosse pazza, e questo in ironico contrasto con il coevo trionfo del positivismo e della conoscenza scientifica e certa che si celebrava in quegli anni.
Quello che è immensamente triste ed emozionante è assistere pagina dopo pagina al naufragare del matrimonio dei Barton, in contrasto con i bei momenti in cui si erano conosciuti e innamorati che vengono rievocati in alcuni flashback, a causa dell’incapacità, o forse dell’impossibilità, vista l’epoca (nel romanzo emergono bene la sessuofobia, la repressione degli istinti, la mentalità maschilista per cui tutte le donne sono per natura “folli” e instabili e necessarie di correzione da parte dei loro mariti dell’epoca vittoriana), di comunicare fra marito e moglie.

Arthur Phillips, Angelica (trad. Annalisa Garavaglia), voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Il cimitero del Batavia

Venerdì ho finito di leggere il primo libro del 2009, Il cimitero del Batavia, di Mike Dash. Si tratta di un libro presente nel mio “Elenco di libri da leggere” da anni e anni, almeno da quando ne lessi una recensione sul Corriere datata 8/12/2002. Il problema era che poco tempo dopo la sua uscita (2002) era diventato pressoché introvabile perché subito non più in commercio. Quando, quest’estate, l’ho trovato in vendita online a metà prezzo ho deciso di comprarlo, e per fortuna si è rivelato un acquisto azzeccato.

Si tratta non di un romanzo, ma di un saggio storico (quindi nessun evento narrato è minimamente inventato): l’abilità dell’autore, anche nel “montare” e disporre i vari capitoli, è però tale che lo si legge come un thriller, e lo si immagina davanti agli occhi come un film. La storia è quella della nave commerciale olandese del Batavia che, nell’estate del 1629, naufraga su uno sperduto e fino ad allora sconosciuto arcipelago a largo della costa dell’Australia occidentale durante il viaggio per raggiungere l’India. Mentre una parte dei superstiti tenta di raggiungere le colonie a bordo della scialuppa di salvataggio, gli altri, circa 200 fra uomini, donne, e anche bambini, cerca di sopravvivere. A questo punto però assume il controllo della situazione tale Jeronimus Corneliszon, a capo di un gruppo di ammutinati, e si scatena l’inferno. Per impedire che gli scarsissimi mezzi di sopravvivenza che quello scoglio in cui sono finiti offre vengano consumati da individui che ritiene “inutili”, Jeronimus procede, nei tre mesi circa di durata del suo regno di terrore, a far uccidere, all’inizio accampando vari pretesti, poi sempre più gratuitamente, circa 120 persone. Viene fermato solo da un guerra intestina con un altro gruppo di sopravvissuti e dal ritorno del comandante con i soccorsi.

L’autore, Mike Dash, nell’analizzare la personalità di Cornelisz., ne parla come uno psicopatico propriamente detto, e cioè una persona totalmente incapace di mostrarsi sensibile alle sofferenze altrui, perché agisce secondo dei propri standard morali secondo i quali qualsiasi cosa che l’aiuti a raggiungere i propri scopi è lecita. Non un “pazzo” nel senso comune del termine, quindi. In alcuni punti il racconto è abbastanza terrificante: ha qualche vaga somiglianza con Lost, se non fosse che la tragedia del Batavia avvenne realmente.

Sebbene la vicenda sia avvincente e sconvolgente, parte del fascino di questo libro, per me, è consistito anche nell’apprendere del lavoro di ricerca svolto (come ho detto, si tratta di un saggio, scientificamente inappuntabile e debitamente corredato di note e bibliografia), prevalentemente negli archivi olandesi, e i capitoli in cui l’autore parlava dell’attività della Compagnia delle Indie Orientali, della vita a bordo delle navi, ma anche della vita di Cornelisz. ad Haarlem prima di imbarcarsi, non erano i meno interessanti.
C’è una frase riportata sulla quarta di copertina che ben sintetizza l’impressione che ho avuto dalla lettura: “Chiuderete il libro e vi sembrerà di aver viaggiato realmente su quella nave” (opinione del recensore del National Geographic Adventure).

Mike Dash, Il cimitero del Batavia (trad. Roberta Zuppet, Daniele Didero), voto = 3,5/5
Non in commercio, io l’ho trovato qui

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India per signorine

Dopo l’Iran, proseguo il mio viaggio verso Oriente arrivando in India. Di India non so (quasi) nulla, ma penso che pochi di noi possano dire di non esserne per nulla incuriositi/affascinati. Molto mi era piaciuta, inoltre, la mostra Donne di Vrindavan, allestita a Perugia a marzo di quest’anno, che abbinava foto di donne indiane di Tamara Farnetani a poesie, edite e inedite, di Daniele Passerini (questo è il blog della mostra: http://donnedivrindavan.blogspot.com). Perciò, cercando un approccio non “tradizionale” e stereotipato, ho adocchiato (principalmente per la copertina “particolare”!) il libro India per signorine di Rosa Matteucci.

Il nocciolo della questione era che, sì, va bene l’India dei templi, delle tradizioni millenarie, della filosofia, dei paesaggi mozzafiato, ma, se si vuole conoscere la vera India, beh, questa è anche sporcizia, rumore, cibo pessimo, animali che vagano per strada, miseria, cibo scadente o malsano, acqua potabile introvabile, viaggi scomodissimi, popolazioni poco amichevoli. Credevo quindi di fare una lettura divertente, ironica, che desse un’immagine non convenzionale, ma comunque venata d’affetto, di questo Paese, che l’autrice, ho scoperto dal libro, deve conoscere bene, visto che c’è stata cinque volte.

È stata invece un’altra delusione, così come Passaporto all’iraniana. Anche qui, anzi, più ancora che nel libro precedente, i dettagli negativi hanno finito per fagocitare tutto, praticamente tutto ciò che l’autrice ha visto, in questo viaggio, sono i disagi: ci saranno stati, non lo nego, ma devi scrivere un libro solo su questo? Oltre a essere ripetitivo fino alla nausea, un’osservazione mi viene: d’accordo che volevamo distaccarci dal modello dell’India paese pieno di fascino, misterioso, meraviglioso, ecc., che volevamo presentarne un’immagine più “cruda”, ma c’era bisogno di dipingere gli indiani, tutti, come dei semi-animali? Lo stile, poi… a parte la punteggiatura in alcuni punti un po’ così, per risultare a tutti i costi “simpatica”, l’autrice oscilla tra cadutone di gusto in cui scrive quasi con influenze dialettali (ho scoperto che la Matteucci è di Orvieto: certe espressioni perciò le capivo, ma in un testo scritto mi danno fastidio) e una prosa esageratamente “aulica”, infarcita di termini ricercati e letterari, che vorrebbe tanto essere originale e sottolineare il contrasto con la materia trattata, invece risulta soporifera e artefatta, non “naturale”, non spontanea, eccessivamente studiata “a tavolino”.

Rosa Matteucci, India per signorine, voto = 2/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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