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Bring Up the Bodies

Continua la storia di Thomas Cromwell e della corte dei Tudor. Caterina d’Aragona, la ex regina ripudiata, è in fin di vita, ma lei, e soprattutto la giovane principessa Mary, continuano ad avere i loro sostenitori e fedelissimi; però, una volta che l’altera spagnola, irriducibile nella sua convinzione di essere l’unica legittima regina d’Inghilterra, muore nella sua semi-prigionia, le trattative diplomatiche fanno capire a Cromwell che, mentre finché lei era in vita andavano salvate le apparenze, ora un riavvicinamento fra Enrico e l’imperatore Carlo V, nipote di Caterina, non sarebbe poi così impossibile… C’è però sempre l’ostacolo della “scomoda” regina Anna Bolena, che quasi nessuna corte in Europa è disposta ad accettare. Anna Bolena che, fra l’altro, dopo aver dato alla luce una bambina, Elizabeth, continua a fallire nel suo “compito” di dare al re un figlio maschio, e sulla quale cominciano a moltiplicarsi i pettegolezzi, soprattutto relativi ai suoi rapporti coi giovani gentiluomini che le stanno sempre accanto. Oltre tutto, a complicare ancora di più le cose, il re ricomincia a guardarsi intorno e ultimamente si mostra sempre più interessato alla giovane, timida, remissiva Jane Seymour, che naturalmente ha dietro tutti i parenti, pronti a cogliere i segnali e ad approfittare del vento che cambia, per prendere il posto che al momento è occupato dal clan dei Boleyn.

E così Thomas Cromwell si trova nella paradossale situazione di dover disfare tutto quello che aveva realizzato nel primo romanzo, il “capolavoro” politico dell’annullamento delle nozze del re con Caterina, dell’Act of Supremacy e dell’incoronazione di Anna, e di doversi alleare con quelli che in realtà considera i peggiori nemici suoi e del re, la vecchia nobiltà del sangue e gli irriducibili pretendenti al trono dei Tudor, da sempre ostili ad Anna Bolena e ai suoi invadenti e avidi familiari, in un rischioso esercizio d’equilibrismo che, se lo conferma al centro degli eventi e delle macchinazioni, gli fa anche capire di non avere alcun alleato fidato (non Anna e i Boleyn, che pure ha aiutato a far arrivare al potere, non l’antica nobiltà, che lo disprezza per le sue umili origini ed è rimasta per lo più fedele a Roma) a parte, unicamente, il re, il cui favore però è sempre volatile…

Non mi dilungo troppo, perché vale quel che ho già scritto per Wolf Hall; anzi, avendoli letti l’uno di seguito all’altro, a dire la verità per me i due libri si sono “fusi” in un unico, lunghissimo romanzo.

Per la serie “non capisco il titolo”, stavolta “Bring Up the Bodies” è la frase pronunciata quando vengono condotti al patibolo George Boleyn e gli altri gentiluomini accusati di essere gli amanti della regina. In Italia se la sono cavata scegliendo di intitolare il libro Anna Bolena, una questione di famiglia: non è che mi piaccia molto, sebbene, a essere sinceri, stavolta anche l’originale non era granché.

Thomas Cromwell continua a essere l’unico che capisce sempre tutto e non sbaglia mai. Se gli altri lo ostacolano, è perché o sono ottusi o è lui a essere troppo avanti sui tempi. Io neanche sapevo che fosse mai esistito un Thomas Cromwell, quindi non so, forse è vero che era un grande, un genio. Certo, dopo circa 1000 pagine (più o meno il totale sommando quelle di primo e secondo libro), Thomas Cromwell e la sua infallibilità cominciano a diventare un po’ antipatici, e forse si avrebbe anche voglia di leggere un punto di vista diverso.

E in effetti Bring Up the Bodies, per quanto pregevole, fino a tre quarti della sua lunghezza si stava collocando un gradino sotto il suo predecessore, perché l’interminabile serie di colloqui di Cromwell con questo o quell’altro personaggio (ché, così come in Wolf Hall, non si può dire che succedano molte cose nel romanzo) cominciava a essere stancante. Però la Mantel si “riscatta” con un’ultima parte più avvincente, in cui avvengono (non penso ci sia bisogno di mettervi in guardia dallo spoiler, no? È Storia. Va beh, lo nascondo comunque) il processo e la condanna a morte di Anna Bolena.

E ora mi dispiace di non potermi “tuffare” subito nella lettura della terza e ultima puntata, The Mirror and the Light (sempre criptici questi titoli), che uscirà nel 2015. Mi dispiace anche perché, a dirla tutta, mi ero ormai abituata allo stile di narrazione non certo facile: così invece, tra qualche mese, dovrò rifare nuovamente fatica!

Hilary Mantel, Bring Up the Bodies, voto = 4/5

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Wolf Hall

Dopo Gums, Germs, and Steel, ripercorrendo la lista dei libri letti quest’anno, ho notato con soddisfazione una maggioranza di letture “serie”, impegnate (e non per questo necessariamente spiacevoli, naturalmente), tanti saggi, e quindi mi sono detta che ora avrei anche potuto “premiarmi” e “concedermi” qualcosa di facile, veloce, un romanzetto leggero, d’intrattenimento, divertente o appassionante, di poche pretese e persino un po’ “scemo”.
Con queste premesse, che cosa ha “scelto” per me l’imperscrutabile “genio” che presiede alla fase in cui finito un libro se ne comincia uno e non un altro? Sì, Wolf Hall, di Hilary Mantel (autrice già incontrata in Fludd, che non mi era sembrato affatto facile), “mattone” di oltre 600 pagine, primo capitolo di una trilogia, romanzone assai erudito e complesso sulle macchinazioni e le trame politiche alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Sì, decisamente veloce e leggero!

Eppure, scherzi a parte, la scelta si è rivelata felice. Wolf Hall, in realtà, non è propriamente il romanzo della corte dei Tudor: è il romanzo di un uomo solo, Thomas Cromwell. Addirittura l’autrice non lo nomina quasi mai, riferendosi al suo protagonista dicendo solo “he” (lui), come se fosse ovvio chi è Lui (solo che tanto ovvio poi non è, o almeno non sempre, per cui talvolta, specie nei dialoghi o nelle conversazioni a più voci, la Mantel è costretta a specificare pedantescamente “he, Cromwell”… cosa che all’inizio per il lettore è confusionaria e straziante, poi si finisce per abituarsi. Insomma, il libro mi è piaciuto ma è assai pesante e ostico. Fine della parentesi).
Dall’infanzia miserabile quale figlio di un fabbro violento e ubriacone, alla gioventù passata in giro per l’Europa e soprattutto in Italia come soldato mercenario (sebbene a questi anni della sua vita siano dedicati solo accenni), questo autentico prototipo del self-made man riesce a scalare le gerarchie di corte, non senza lo sconcerto e il malcelato disprezzo dei consiglieri più altolocati di lui, e a diventare l’uomo più fidato di re Enrico nel momento più delicato del suo regno, quando sta cercando, contro il parere del papa, degli altri sovrani europei, a cominciare da Carlo V, la cui minaccia è molto seria, nonché di una grossa parte della sua corte e del popolo, di far dichiarare nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e di sposare Anna Bolena.
In concreto, questo si traduce in una serie infinita di colloqui e trattative e dispute legali e ricerca di testimonianze per stabilire se, decenni prima, l’unione fra Caterina e Arturo Tudor (il fratello maggiore di Enrico, primo marito di Caterina, morto in giovanissima età) fosse stata consumata o no… insomma, non ci si aspetti tanta “azione” in questo libro, e però la ricostruzione d’ambiente e le minuziose analisi di tutte le ripercussioni in politica interna ed estera di ogni singolo sviluppo riescono, grazie alla bravura della Mantel, a risultare lo stesso avvincenti.

Sarà Cromwell, come dicevo, a venire a capo dell’intricata matassa, perseguendo il proprio disegno di arginare l’influenza del papato sulla monarchia e, soprattutto, lo strapotere economico delle istituzioni monastiche, fortemente decadute e corrotte, delle cui immense ricchezze cercherà di impadronirsi per metterle a disposizione della corona. In realtà comunque il nostro non è affatto dipinto come una “eminenza grigia” calcolatrice e machiavellica, assetata di potere: una costante nella sua caratterizzazione è la fedeltà al cardinale Wolsey, suo mentore e padrone, anche quando questi sarà ormai caduto in disgrazia presso il re, e anche dopo la sua morte. Significativo è anche il contrasto fra il Cromwell che si muove negli ambienti di corte e l’attento, premuroso, previdente e affabile uomo privato e padre di famiglia, duramente colpito nei suoi affetti più cari per la morte della moglie e delle figlie bambine (spoiler nascosto, ma in realtà succede molto presto nel romanzo), ma sostenuto e amato da una vivace “famiglia allargata” che comprende figli, nipoti, cognate, apprendisti cresciuti ed educati come se fossero figli suoi, domestici e servitori. E, a chi considera suo amico, come i simpatizzanti delle idee luterane e i seguaci di Tyndale, traduttore della Bibbia in inglese, duramente perseguitati da Thomas More, Cromwell è un alleato formidabile su cui contare. Insomma, più che di uno “spietato” politico, sembra che la Mantel abbia voluto tracciare il ritratto di un “uomo nuovo”, che ha saputo costantemente reinventarsi e imparare dalle numerose e diverse esperienze, che ha capito che ai vecchi valori stanno per subentrare la concretezza, il senso per gli affari, la forza del denaro, l’arte della diplomazia.

Dal punto di vista del piacere dell’intreccio “romanzesco”, ha aiutato anche il fatto che, fatta eccezione per le figure storiche di primissimo piano, come Enrico VIII e Anna Bolena e Thomas More, ben poco sapessi della moltitudine dei personaggi di contorno, a partire da lui, il protagonista, Thomas Cromwell, per me un illustre sconosciuto prima di iniziare il libro. (Promemoria per me: la prossima volta che leggi un romanzo storico con personaggi realmente esistiti, frena l’impulso di consultare le voci su Wikipedia, o guarda solo quelle dei personaggi già morti: per averlo fatto una volta di troppo mi sono “fregata” con le mie mani scoprendo, senza volerlo, quando e come muore Cromwell).

Certo, non è un libro facile e neppure perfetto in tutto e per tutto: la prima metà, con Cromwell che lavora ancora all’ombra del cardinale, mi ha convinto di più della seconda, un po’ perché l’autrice finisce per innamorarsi un po’ troppo del suo protagonista, che ha fatto tutto, sa tutto, capisce tutto prima di tutti, ed è miracolosamente più tollerante, lungimirante e di ampie vedute di qualsiasi uomo del suo tempo. Tutti i suoi avversari vengono improvvisamente degradati a malvagi, fanatici, corrotti (la Mantel sembra soprattutto desiderosa di demolire in tutti i modi il “mito” del celebre filosofo e intellettuale Thomas More, la cui incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica fino alla condanna a morte viene qui presentata come incomprensibile e ottusa ostinazione).

Il libro è curiosamente intitolato Wolf Hall, che sarebbe il nome della residenza della famiglia Seymour… eppure questo luogo, e questa famiglia, hanno ancora un ruolo piuttosto marginale in questo primo romanzo della serie: strano, quindi, che sia stato scelto questo titolo, se non forse per dare al lettore un vago senso di “inquietudine” o “premonizione” ogni volta che vengono citati.

Hilary Mantel, Wolf Hall, voto = 4/5

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The Way We Die Now

The Way We Die Now (uscito in Italia col titolo Come si muore oggi), pubblicato nel 1988, è l’ultimo romanzo della serie di Hoke Moseley: infatti, Charles Willeford morì poco dopo in quello stesso anno. Forse quindi non sarebbe stata questa la conclusione definitiva, se avesse fatto in tempo a scrivere ancora: intanto, questo romanzo, assieme a New Hope for the Dead, secondo me è il migliore, ad aumentare quindi ancora di più il rimpianto di non poterne leggere altri.*

Infatti qui, così come nel già citato secondo capitolo, e a differenza del terzo, Sideswipe (e del primo, Miami Blues, che comunque fa storia a sé), Hoke è costantemente al centro della scena, e stavolta la vicenda è più variegata che mai, con tanti subplot che fino all’ultimo non si capisce quando e se torneranno mai d’attualità, sembra quasi vengano persi e abbandonati, e invece l’autore li tiene tutti saldamente in pugno e, quando meno te lo aspetti, li ripropone e li risolve uno dopo l’altro, e magari accantona senza complimenti quello che fino a quel momento ti era sembrato il più importante, e si concentra su quello che pareva dapprima secondario. Per dire, stavolta Hoke deve “fronteggiare” il nuovo regolamento interno che proibisce di fumare all’interno della stazione di polizia, riesaminare un vecchio caso di qualche anno prima alla ricerca di nuovi indizi, capire che intenzioni ha un uomo che aveva aiutato a far condannare per omicidio e che ora, uscito di prigione, ha deciso di trasferirsi proprio di fronte a casa sua, andare in missione segreta solitaria e sotto copertura per sventare un traffico illegale di lavoratori clandestini, e poi deve, finalmente, ma non senza reticenze e forse un po’ troppo tardivamente, venire a patti coi sentimenti che prova per Ellita.

Ci si diverte parecchio (in questo episodio c’è anche più azione, e però la scena più adrenalinica non è, come si potrebbe pensare, quella finale), non manca la tensione e, alla fine, c’è posto anche per il romanticismo (e tutti i lettori che hanno imparato a voler bene a Hoke si riconosceranno nella struggente battuta finale di Aileen).

E però non è giusto che, con tutte le serie che vanno avanti inutilmente per anni e anni, questa si interrompa proprio sul più bello! 😦 Il finale, proprio perché ormai immodificabile, strappa caldi lacrimoni (e naturalmente è tanto più commovente quanto il tono resta sempre dimesso e non melodrammatico), ma non ci voglio credere che finisca così per Hoke ed Ellita. Tempo di mettere in moto l’immaginazione per inventarsi un seguito più “adatto”.

* In effetti, c’è una piccola curiosità, come ho appreso su Goodreads. Come avevo già notato, Miami Blues non era stato concepito per essere il primo romanzo di una serie: fu l’editore a voler convincere Willeford a continuare a scrivere romanzi con protagonista il detective Hoke Moseley. L’autore, da principio, non ne aveva alcuna intenzione, per cui scrisse un seguito, Grimhaven, volutamente cupo e violentissimo, che poi però non fu mai pubblicato e in cui agisce un Moseley molto diverso da come poi, per fortuna, divenne nella versione definitiva. Questo testo inedito si può trovare oggi in rete: quindi, in realtà, avrei ancora una possibilità di leggere qualcosa di nuovo, ma essendo appunto un’opera poi rifiutata e dalle caratteristiche diverse dal resto del ciclo, non so quanto mi converrebbe.

AGGIORNAMENTO: Ho potuto soddisfare la mia curiosità su Grimhaven grazie a questo articolo on line. Se pensate di leggerlo, ATTENZIONE, perché nel testo, verso la fine, viene svelato l’EVENTO FONDAMENTALE della trama, che riunisce quella che poi nella versione pubblicata sarà la materia di due romanzi, l’arrivo delle figlie di Hoke (New Hope for the Dead) e il suo esaurimento nervoso (Sideswipe). Da quanto vedo, mi sembra chiaro che questa versione allucinata e volutamente mostruosa di Hoke fosse una provocazione di Willeford nei confronti del suo editore, per citare l’articolo “the ultimate fuck-you to a publisher wanting a series character”: poiché l’autore stesso in seguito l’ha disconosciuta e né lui né i suoi eredi hanno mai voluto fosse pubblicata, la mia decisione definitiva è di non leggerlo, anche perché francamente non voglio che l’ultima immagine di questo personaggio nella mia mente sia (SEGUE ENORME SPOILER, evidenziare per leggerlo) Hoke che uccide le figlie.

Charles Willeford, The Way We Die Now, voto = 4/5

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Sideswipe

Com’era prevedibile, non ho resistito alla “tentazione” e ho proseguito subito (altro che “intervalliamo con altre letture per evitare il rischio saturazione”) con la puntata numero tre della serie di Hoke Moseley, Sideswipe (Tiro mancino nell’edizione italiana): ora non si accettano scommesse sull’eventualità che andrò avanti con la successiva, The Way We Die Now.

Impossibile annoiarsi, perché, se pure si pensava di aver ormai capito qualcosa sul personaggio o sullo stile della serie, ecco che il romanzo parte e prende subito (tempo una manciata di pagine) una piega totalmente inaspettata. Sono passati circa otto mesi dalla conclusione di New Hope for the Dead, Hoke è sempre a capo della divisione cold cases della polizia di Miami, che in pratica è dove i suoi colleghi detective scaricano casi neanche troppo arretrati ma semplicemente troppo complicati da risolvere. A casa lo aspettano le due figlie adolescenti che l’ex moglie gli ha mollato, Sue Ellen e Aileen, nonché la sua collega Ellita, in congedo maternità perché ormai sul punto di partorire. Insomma, in poche parole, lo stress accumulato è tale che, di punto in bianco, decide di mollare tutto, prendersi trenta giorni di malattia non pagati, partire con il segreto proposito di non tornare, e stabilirsi a Singer Island, un’isoletta proprio di fronte Miami dove abitano suo padre e la sua seconda moglie, con la ferma intenzione di non mettere mai più piede sulla terraferma. Frank Moseley è il proprietario di un residence, e Hoke comincia a lavorare per suo padre come custode e manager. La sua nuova parola d’ordine è “semplificarsi la vita”.

Beh, in una ventina di pagine insomma viene completamente (o quasi) azzerato lo status quo raggiunto nel libro precedente, e non ci resta che “rassegnarci” a leggere le strampalate vicende di Hoke nelle sue nuove vesti di eremita volontario, al quale comunque non riesce di sottrarsi del tutto ai suoi doveri di papà.

Nel frattempo, incontriamo il tranquillo pensionato Stanley Sinkiewicz, che, dopo una vita più che ordinaria (sintetizzata in pochi brillanti paragrafi) e l’agognato ritiro in Florida, naturalmente, stile “tutto in una notte”, in un crescendo di coincidenze e decisioni assurde, si ritrova a fare squadra col pericoloso criminale Troy Louden.

Naturalmente, queste storie parallele finiscono con lo scontrarsi nelle ultime pagine del romanzo, quando la banda capitanata da Troy assalta un supermercato, ferendo Ellita che casualmente si trovava a fare la spesa e aveva cercato di intervenire e lasciandosi dietro cinque cadaveri, costringendo così Hoke a uscire dalla sua beata solitudine per dare una mano nella caccia all’uomo. A quel punto, la conclusione arriva abbastanza in fretta, ma, come ormai sembra essere la regola, non è tanto la risoluzione del caso l’importante, quanto il build up, la lenta costruzione del contesto, la presentazione del bizzarro cast di personaggi, le numerose parentesi e digressioni. Lo ammetto però, stavolta la struttura, che prevedeva una rigida alternanza fra capitoli dedicati a Hoke e capitoli dedicati a Stanley e Troy, qua e là provocava un po’ di noia e la sensazione che si stesse girando a vuoto: inizio e fine ottimi, parte centrale più debole, per cui al momento è quello che mi è piaciuto di meno.

Charles Willeford, Sideswipe, voto = 3,5/5

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New Hope for the Dead

English version (Google Translate)

New Hope for the Dead, uscito nel 1985 (in Italia l’ha pubblicato Marcos y Marcos col titolo Tempi d’oro per i morti), di Charles Willeford, è la seconda puntata, dopo Miami Blues, delle avventure di Hoke Moseley, sergente della polizia di Miami con un’aura ben poco da “maledetto”, tutt’altro: i suoi guai sono molto meschini, prosaici, ma affrontati con uno spirito pratico che lascia poco spazio all’autocommiserazione o, appunto, al “fascino” dell’antieroe perdente e in lotta con la società.

Qui la storia inizia con Hoke che deve indagare su un caso abbastanza banale, la morte di un ragazzo che, a tutta prima, sembra essere solo un’overdose accidentale di eroina. Se non che il capo decide di scaricare su lui, la sua partner Ellita Sanchez e il collega Bill Henderson il compito di occuparsi dei cold cases irrisolti che potrebbero fruttargli una buona pubblicità e una promozione (non a Hoke, al capo). Nel frattempo l’ex moglie Patsy gli scarica senza tanti complimenti le due figlie adolescenti che non vede da una decina d’anni. Per giunta, si ritrova anche ad aiutare Ellita che, rimasta incinta, è stata buttata fuori di casa dai genitori. La notizia positiva però è che, incredibilmente, potrebbe aver fatto colpo sulla matrigna del ragazzo morto, per cui potrebbe anche riuscire a portarsela a letto.

Mi sembra di capire, da commenti letti su Internet, che questa serie sia nata quasi “per caso”: il fatto che io, nella mia recensione di Miami Blues, definissi Hoke il protagonista si spiega perché scrivevo col senno di poi di chi già sa che negli anni successivi sarebbero seguiti altri 4 romanzi con questo personaggio, ma in effetti in quel primo libro Hoke Moseley sembrava quasi un comprimario, come se all’epoca l’autore non avesse ancora deciso di fare di lui il suo “eroe”, lasciandolo in ombra rispetto alla figura del rapinatore e assassino Freddy, che dominava la scena.

Ora invece l’attenzione è decisamente puntata sull’“uomo Moseley”, e anche qui “il caso” è un po’ l’ultimo dei pensieri. Anzi, se ne accumulano, come detto, almeno tre (la morte per overdose del giovane Jerry Hickey, più i cold cases su cui la squadra di Hoke viene messa a lavorare), nessuno dei quali particolarmente eccitante o notevole o con astutissimi geni del male o efferati serial killer come antagonisti, dando anche bene l’idea della routine, dell’accavallarsi di incarichi e della quantità di arretrato presenti in un commissariato in una città come Miami. Alla fine comunque si arriva a una conclusione, ma così, en passant, e in un modo ben lontano dai vari confronti “all’ultimo respiro” ben noti ai lettori di thriller. Molto più interessanti i faticosi sforzi per trovare un posto dove abitare dentro Miami, i suoi impacciati, divertentissimi e però emozionanti tentativi di fare il papà, il rapporto con la collega Ellita Sanchez, la partner che gli è stata assegnata in Miami Blues e che all’inizio aveva accettato con molta diffidenza (una donna! e per di più di origini cubane, per lui che si rifiuta pervicacemente di imparare una parola di spagnolo), e per la quale invece ora si dimostra un vero amico (questi due li voglio troppo insieme! ♥), l’apparente e forse non del tutto limpida nonchalance con cui si serve del suo status di poliziotto per ottenere qualcosa, e allo stesso tempo la scrupolosità e l’impegno che non manca mai di mettere in tutte le imprese in cui si cimenta, fossero anche le più meschine (sono sempre bellissime le scene nel pidocchioso hotel in cui lavora da guardiano notturno in cambio di alloggio gratis, con il portiere e con la “comunità” di vecchietti soli che occupa le stanze). L’intuizione di Willeford di puntare sulla forza di questo personaggio e di elevarlo a protagonista si può dire dunque azzeccatissima, visto che questo New Hope for the Dead mi sembra anche migliore del suo predecessore (se non altro, pur nella sua struttura, come ho appena detto, volutamente erratica e apparentemente inconcludente, ha un “centro” maggiormente definito).

Neanche a dirlo, fondamentale, come nel primo libro, l’incombente e ingombrante presenza di Miami, del suo clima umido e soffocante, del suo sviluppo impetuoso, della sua popolazione sempre più numerosa, eterogenea e scarsamente integrata, della sua diffusa criminalità.

Insomma, una serie che si riconferma brillantemente e che di certo proseguirò, anzi, adesso non vedrei l’ora di iniziare il prossimo: so che rifarei il mio solito “errore” di buttarmi a capofitto su una serie col risultato di arrivare spesso un po’ “stanca” alla fine, ma dubito di poter “resistere”.

Charles Willeford, New Hope for the Dead, voto = 4/5

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Venere privata

Fra gli autori italiani ultimamente impazza il noir: se ci si fa caso, è uno dei generi più frequentati, e anzi ormai bisognerebbe dire “inflazionati”. Venere privata di Scerbanenco è stata allora una ventata di “aria fresca” in un panorama che ormai spesso rischia il “già sentito”. Sì, l’ironia è voluta, perché questo romanzo è uscito nel 1966, a dirla tutta è forse il capostipite del genere.

È anche il primo della serie dedicata a Duca Lamberti, personaggio con un’interessante storia alle spalle: medico, ha praticato l’eutanasia a una paziente in fase terminale, è stato arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere, oltre alla radiazione dall’Ordine dei medici. Come si vede, Scerbanenco non aveva paura di affrontare temi caldi, allora come oggi. All’inizio del romanzo, Duca ha scontato la pena e da pochi giorni è un uomo libero, ma nel frattempo ha perso tutto: il padre, un integerrimo “servitore dello Stato”, poliziotto in pensione, per il quale il figlio dottore era un grande motivo d’orgoglio, non ha retto al dolore ed è morto d’infarto poco tempo dopo la sua condanna, la sorella più giovane, rimasta sola, è stata ingannata da un uomo che l’ha sedotta e poi abbandonata incinta. Lorenza, questo il suo nome, e la nipotina Sara sono ora la sua famiglia, e l’unico desiderio di Duca ora è essere dimenticato e trovare un lavoro qualsiasi per mantenerle. Grazie all’intervento di un amico poliziotto, viene assunto da un ricco industriale milanese per un compito delicato e che richiede, appunto, una persona discreta: guarire dall’alcolismo suo figlio Davide, un giovane grande e grosso e in apparenza in perfetta salute, molto timido ma fino a qualche tempo fa normale e intelligente, che, da circa un anno, misteriosamente, è precipitato nel vizio e ora è diventato praticamente un vegetale, sempre ubriaco, istupidito, muto di fronte a ogni richiesta di spiegazioni, indifferente a qualsiasi tentativo di scuoterlo.

Un inizio che non mi aspettavo e che è forse la parte migliore del romanzo, quieto, calmo, così poco “scoppiettante” al confronto dei tanti emuli più recenti, in cui si leggono le riflessioni amare di Duca sul proprio passato, sulla propria “stupidità” per aver voluto seguire coerentemente i propri principî sapendo che non avrebbero mai pagato, i suoi tentativi di penetrare nel “muro di gomma” del silenzio del giovane che gli è stato affidato, ci si interroga su questo oscuro “male di vivere” dell’enigmatico rampollo, la cui solitudine, esattamente un anno prima, si era casualmente incrociata con quella di un’altra persona, la cui storia è narrata in una serie di intensi flashback. Ma ben presto arriva la trama gialla a mettere realmente in moto le cose, ma anche, forse, se posso dirlo, a far perdere un pizzico di fascino a una storia fino ad allora quasi “sospesa” e sussurrata e proprio per questo coinvolgente ed emozionante (solito avviso: per leggere gli spoiler nascosti, evidenziate il testo).

Infatti, più che il “mistero” in sé, che, finché non ci viene detto che effettivamente il suicidio di Alberta (la prostituta “a tempo perso” con cui Davide era stato poco prima che ella morisse, appunto apparentemente suicida, fatto di cui lui si sentiva responsabile: questo il trauma che l’aveva spinto a bere) presenta punti poco chiari, a essere sinceri non si capisce neanche quale sia (io fino ad allora vedevo solo transazioni fra adulti perfettamente consenzienti), è indagato con metodi alquanto inverosimili (diciamo che la polizia lascia fare al protagonista, che, a parte essere un ex carcerato, è un signor nessuno, senza alcuna autorità, un po’ quello che gli pare, l’indagine è cosa sua; inoltre, visto che negli anni sessanta non dovevano esserci ancora molte donne poliziotto, a un certo punto un compito delicatissimo viene affidato alla prima tizia che passava, o quasi) e poi “chiuso” con un bel “trionfo” per i nostri eroi (no, “trionfo” no, se si pensa al prezzo pagato da uno dei personaggi, ma insomma, sembra che in mezz’ora l’intera organizzazione venga sgominata, i romanzi di oggi non hanno più questa fiducia smisurata nella giustizia), sono i piccoli tocchi, le caratterizzazioni dei personaggi principali e di quelli minori, le scenette “di contorno” a rimanere impresse nella memoria: la Milano d’agosto in cui si crepa dal caldo, timide operaie che piegano la testa di fronte ai soprusi delle forze dell’ordine perché non hanno nemmeno coscienza dei loro diritti, distinti ma timidi signori che caricano in macchina le ragazze per un po’ di compagnia, commesse senza arte né parte che si ritrovano, spinte dal bisogno, senza neanche sapere bene come, sulla strada accanto alle “professioniste”, una sorella ingenua sedotta e abbandonata con una figlia illegittima, attaccatissima al fratello e ansiosa, un padre lontano e, si immagina, scarsamente affettuoso ma segretamente ammirato, e della cui morte ci si sente tristemente responsabili, un ragazzone tanto imponente fisicamente quanto fragile emotivamente, ricco e solo, e un genitore sconcertato e preoccupato fino al punto da arrivare a usare la violenza per scuoterlo. Insomma, una ricca umanità che sembra stare a cuore dall’autore.

Con un’eccezione però, a quanto pare. Mezzo voto in meno per la violenza con cui viene tratteggiato il personaggio del fotografo “invertito”: l’autore ce lo descrive attraverso lo sguardo pieno di pregiudizi degli altri personaggi, o sono parole sue? Nel dubbio, io lo punisco (sì, lo so che è un romanzo di cinquant’anni fa, ma sono frasi veramente pesanti), ma se qualcuno mi spiega che c’era da cogliere un’ironia che mi è sfuggita, tanto meglio.

Giorgio Scerbanenco, Venere privata, voto = 3,5/5

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The Affair of the Porcelain Dog

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Whenever applicable, I will hide spoilers: highlight the text to view them.

Dopo Stoner, e dopo un inizio d’anno grintoso (ben 8 libri letti a gennaio), ho avuto di nuovo un momento di svogliatezza, in cui non solo mi aggiravo per la casa piena di libri senza trovarne uno che mi stuzzicasse veramente, ma a dire il vero non mi andava neanche troppo di leggere (ero troppo occupata a contare i minuti che mancano all’arrivo delle nuove puntate di The Good Wife, il 9 marzo). Ma ho deciso di “scuotermi”, anche perché, altrimenti, non riuscirò a leggere i 70 libri che mi sono prefissata per quest’anno. Serviva, dopo le “altezze” di Stoner, qualcosa di leggero e senza tante pretese, e alla fine la scelta è caduta su questo The Affair of the Porcelain Dog, di Jess Faraday: autrice a me totalmente sconosciuta, perciò, a differenza del libro precedente, zero aspettative e zero ansia da prestazione.

Forse l’ho visto qui o in qualche altra lista di romanzi ambientati in epoca vittoriana: lo tenevo d’occhio da un po’, quando un giorno ho aperto la pagina del libro su Amazon chiedendomi di nuovo se acquistarlo, e ho notato con sorpresa che, rispetto alla visita precedente, il prezzo dell’ebook era sceso a 89 centesimi, una spesa che mi potevo ampiamente permettere.

Questo libro viene venduto come M/M Romance, ma in realtà questa etichetta è forse limitante: sembra più un mystery, le scene erotiche sono limitate o solo accennate, e i personaggi rispondono ben poco agli stereotipi del genere. Magari non è molto credibile, non tanto perché sono tutti gay, ma perché è un po’ bizzarro pensare a un gentiluomo colto e raffinato che è anche una specie di superboss della malavita londinese, con un giro d’affari che spazia dal commercio dell’oppio alla gestione di una rete di bordelli, temuto e rispettato da tutti, che è anche esperto di arti marziali orientali, che convive col suo amante ma è talmente discreto che nessuno sospetta che il giovane non sia semplicemente il suo segretario, e che però ha anche un animo romantico e innamorato. Per carità, io già lo adoro, però non sono mai riuscita a immaginarlo come una persona “vera” (a differenza del protagonista).

L’intreccio è assai complesso. Pure troppo, forse. Come sempre, per vedere gli spoiler, scritti con carattere bianco su fondo bianco, evidenziate le parti nascoste.
Londra, 1889. Il protagonista, Ira Adler, è un giovane che per anni si è guadagnato da vivere prostituendosi, finché il caso non l’ha fatto incontrare con Cain Goddard (certo che chiamarsi “Caino” non può che influenzare le tue scelte di vita), di giorno rispettabile studioso col rimpianto di aver dovuto rinunciare a una brillante carriera accademica a Cambridge a causa di un non precisato scandalo, di notte padrino della malavita londinese. Goddard l’ha preso in casa, ufficialmente come segretario personale, in realtà come amante, e ora lo mantiene nel lusso. Ira non sa quasi nulla dei dettagli degli affari del suo amante, né gli interessa fare troppe domande, contento com’è di godersi quella fortuna, al fianco di un uomo che, oltre tutto, non gli dispiace neanche come compagno. Ma questo è l’antefatto perché, quando il romanzo inizia, in realtà questa situazione ideale è già stata turbata da una serie di lettere anonime che Goddard riceve, che minacciano di rovinarlo rendendo pubblica la sua omosessualità. Sembra che, se Goddard tornasse in possesso di una statuetta di porcellana a forma di cane (il “porcelain dog” del titolo), sarebbe al sicuro, perché il ricattatore non avrebbe più armi contro di lui. Goddard chiede a Ira di andarla a rubare presso un banco dei pegni: il POV di noi lettori è quello di Ira (che narra in prima persona), perciò non ci viene detto perché sia importante questa statuetta, che cosa significhi. Naturalmente la missione di Ira non va a buon fine: riesce a introdursi nottetempo nel banco dei pegni, dove tra l’altro incontra anche il suo ex, il dottor Timothy Lazarus, anch’egli interessato alla stessa statuetta, ma il cane di porcellana poi gli viene subito “scippato” da una misteriosa donna. A questo punto, come si vede, è tutto già molto complicato. Purtroppo la trama si ingarbuglia esponenzialmente fino a comprendere un maggiordomo geloso di Ira e pericoloso, un complotto ordito alle spalle di Goddard dal suo socio in affari, terrificanti esperimenti medici scoperti da Lazarus quando combatteva in Afghanistan, cambi di identità, un traffico di bambini asiatici destinati a soddisfare le voglie di qualche potente non precisato… Da un certo punto in poi ho iniziato a capirci sempre meno. Oltre tutto, visto che il romanzo non ha 1000 pagine ma solo 288, le numerosissime sottotrame sono costrette a intrecciarsi in modo via via sempre più precipitoso, e non si “fondono” affatto bene l’una con l’altra: i personaggi, nei dialoghi, saltano di palo in frasca all’improvviso, per l’ansia di affrontare tutti gli aspetti della vicenda, anche quelli meno compatibili. Vedi ad esempio la caotica e sconcertante scena in cui, nella clinica per poveri che Lazarus gestisce, questi sta raccontando ad Ira del suo tragico passato in Afghanistan e della sua orripilante scoperta, e un attimo dopo i due passano a parlare, in tono quasi leggero e divertito, dei problemi di prurito alle parti basse di Ira, che teme una malattia venerea; ma qualche istante dopo viene portato precipitosamente in clinica un amico di Ira, Nate, gravemente ferito dopo un pestaggio, che muore davanti ai loro occhi nonostante le cure: alcune righe dopo però Ira e Lazarus, praticamente sopra al cadavere dell’amico, o almeno così immagino, visto che l’autrice non dice se nel frattempo si siano spostati da qualche altra parte, si mettono a discutere del famoso cane di porcellana. Insomma, tantissima carne al fuoco e tanta confusione. C’è il tentativo, molto all’acqua di rose, di replicare un po’ le atmosfere à la From Hell, soprattutto col personaggio del medico sadico intoccabile perché assai vicino ai potenti e con l’accenno ai circoli di aristocratici perversi e pedofili.

Comunque, subito dopo aver capito che non riuscivo più a seguire la trama, ho anche realizzato che non me ne importava poi molto: tanto, si legge un giallo-rosa come questo più che altro per vedere alla fine chi si mette con chi: e in questo senso sono riusciti tutto sommato a coinvolgermi i dubbi e le incertezze di Ira sui propri sentimenti per Goddard, dalla voglia di assecondare la sua “proposta di matrimonio”, anche per quieto vivere e per assicurarsi il tenore di vita che ha sempre sognato, al vago senso di colpa per non essere in grado di contraccambiare al 100% la sua passione, al crescente disagio verso aspetti della personalità del suo amante che fino a quel momento aveva scelto di non vedere, mentre ho apprezzato moltissimo il fatto che non si sia tirata troppo la corda col rischio “triangolo” con l’ex amante/cliente Lazarus (un brav’uomo, ma lagnoso in modo insopportabile, ancora col dente avvelenato dopo due anni per essere stato scaricato: amico, guarda che Ira si prostituiva, non è che foste fidanzati).

Nel frattempo l’autrice mi ha già fatto lo “scherzetto” di scrivere un seguito, quindi solo dopo aver iniziato The Affair of the Porcelain Dog ho scoperto che non è un romanzo a sé, ma il primo di una serie… Uffa. La cosa positiva è che non termina con un cliffhanger, ma ha una conclusione che può “funzionare” anche in modo definitivo, per cui sta a me decidere se proprio voglio continuare con la storia di questi personaggi, o se può bastare così.

Jess Faraday, The Affair of the Porcelain Dog, voto = 2,5/5

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L’ambasciatore di Marte alla corte della Regina Vittoria

Il genere fantascienza non mi è mai interessato granché: l’unica eccezione, per quanto ricordo, è stata la Guida galattica per autostoppisti e seguiti, che comunque considero abbastanza “sui generis” (oh già, e anche il Ciclo di Eymerich: anche lì tuttavia ad attirarmi da principio era stata l’ambientazione medievale). In ogni caso, è stato principalmente merito del titolo, bello e curioso, se ho deciso di dare una possibilità al libro di Alan K. Baker.

In realtà questo romanzo appartiene più al genere dello “steam punk”, e cioè (la definizione è ricavata dalle mie conoscenze con l’aiuto di Wikipedia) l’autore immagina un “passato alternativo” (generalmente l’epoca vittoriana) con corrispondenze con gli eventi realmente avvenuti ma in cui sono introdotte tecnologie simili a quelle odierne, realizzate con i materiali e le fonti di energia del tempo (del genere: computer che funzionano a vapore; steam significa infatti “vapore” in inglese).

Siamo nel 1899, a Londra: sono ormai sei anni che è stato stabilito un contatto fra la Terra e Marte, e le relazioni fra le due civiltà si sviluppano pacificamente. I marziani, immensamente più progrediti, hanno benevolmente condiviso le loro scoperte scientifiche e le loro strabilianti tecnologie con i terrestri. Ma questo stato di cose rischia di essere irrimediabilmente turbato dalla misteriosa morte dell’ambasciatore marziano a Londra, quasi sicuramente avvenuta per cause non naturali. Sulla vicenda viene chiamato a investigare Thomas Blackwood, dell’Ufficio Affari Clandestini di Sua Maestà, che deve cercare di capire se qualcuno non stia cercando di avvelenare i rapporti fra i due pianeti per scatenare una guerra galattica. Contemporaneamente, Londra è anche scossa da una serie di cruenti attacchi di un criminale noto come “Jack il Saltatore”, della cui natura, umana, aliena o demoniaca, nessuno sa capacitarsi, e sul quale indaga Lady Sophia Harrington, della Società sulle Indagini Psichiche (o qualcosa del genere).

Questo romanzo ha avuto la “sfortuna” di capitare in un periodo di “stanchezza”: il giorno in cui l’ho iniziato, avevo prima aperto e messo via insoddisfatta altri quattro libri. Prima di iniziare L’ambasciatore di Marte, inoltre, ero stata “turbata” da due elementi: ho scoperto, credo da qualche commento su Goodreads, che in effetti il romanzo è pensato per un pubblico di adolescenti (o Young Adults, per usare la terminologia in voga) e che è il primo di una serie. Ora, sicuramente il genere Young Adults comprende anche bellissimi titoli, che sono letti e apprezzati anche da adulti, ma a me non interessa; inoltre, il fatto che ormai sia quasi “obbligatorio” pensare ai libri in termine di serie e non di storie autoconcluse mi ha un po’ stufato. Insomma, tutto questo per dire che, già prima di cominciare, l’entusiasmo iniziale era diminuito di molto e sono partita un po’ prevenuta.

In effetti, qua e là si vede che è un romanzo “per ragazzi”, perché la prosa non è eccelsa: abbastanza piatta, semplice, si limita a illustrare gli eventi, non mostra grande originalità (per fare un esempio, la coprotagonista, Sophia, è “la donna più bella che [Thomas] avesse mai visto”: quante volte abbiamo letto questa frase?) e le spiegazioni sulla realtà alternativa in cui ci troviamo vengono inserite senza preoccuparsi troppo di evitare l’effetto infodump (ma, a ben pensarci, questo non è comunque un difetto solo dei romanzi Young Adults, anzi!), i dialoghi praticamente servono solo a rimpallarsi informazioni o a riassumere la situazione per il lettore. La trama contiene una nutrita serie di stereotipi narrativi, e qui di seguito elenco quelli che più mi hanno irritato (quelli che si configurano più apertamente come spoiler li nascondo, per visualizzarli evidenziate il testo): i due filoni di indagine che si incrociano quasi subito, lui & lei che si ritrovano a investigare insieme (e stavolta il pretesto è davvero molto tenue), lui & lei che si innamorano (e non si capisce perché, visto che l’unico argomento di cui parlano, o quasi, è il caso su cui stanno investigando; ma oh, attenzione, pur essendo evidente, il romanzo si conclude senza un’esplicita “dichiarazione”, perché, suppongo, c’è tutta una serie da tirare avanti su questa romantic tension), l’indagine che va avanti con una facilità estrema perché a ogni passo i protagonisti si trovano servito su un piatto d’argento l’indizio successivo (davvero, sarei riuscita a scoprirlo anch’io un “complotto” occultato così maldestramente), una serie di difficoltà apparentemente insormontabili che però vengono risolte all’istante dal deus ex machina (i nostri sono in pericolo? Ecco che il deus ex machina interviene a proteggerli. Il pericolo si fa più severo? Non c’è problema! Il deus ex machina attuerà una protezione più potente. Non c’è più modo di impedire che il cattivo porti a termine i suoi piani? Ma no, il deus ex machina qualcosa si inventa! Naturalmente, alla domanda “se il d.e.m. è così potente, perché non la risolve direttamente lui la faccenda?” viene risposto nel tipico modo usato per liquidare in fretta questa incongruenza narrativa: perché non vuole immischiarsi direttamente nelle faccende degli uomini, è bene che se la cavino da soli). L’autore forse ritiene il suo pubblico scarso di memoria perché, una volta capita la chiave del mistero, la natura e gli scopi del piano criminale, questi ci vengono ripetuti almeno tre volte (dall’investigatore protagonista, dal Parlamento marziano in riunione, nonché naturalmente dal supercattivo che come al solito si sente in dovere di illustrare tutte le sue mosse e il suo movente – che poi è terribilmente banale e indefinito: potere e ricchezze, wow – al personaggio che è caduto nelle sue mani). Oltre tutto, forse io avrò ormai sviluppato una certa forma mentis data dalla lettura di mystery e gialli, ma non capisco che gusto ci sia nel seguire un’indagine se a metà libro si sa già benissimo chi è il “cattivo”.

Inoltre, se non ho capito male le opere steampunk dovrebbero rappresentarci un mondo mai esistito ma comunque “plausibile”, in cui le differenze con la realtà storica hanno presupposti “scientifici”, senza elementi fantasy: invece qui alcune invenzioni sembravano quasi “magiche” (ad esempio: perché il cogitatore, che sarebbe, in modo piuttosto trasparente, l’equivalente ottocentesco del computer e della rete Internet, funziona perché al suo interno ci sono degli “omini”? Che provengono dal Reame Fatato? Non è troppo “fantastico” tutto ciò?). E, se c’è un genere che mi stuzzica anche meno della fantascienza, quello è il fantasy. (Per non dire nulla della bizzarra e allucinante “parentesi” che si apre più o meno all’80% del libro, una specie di trip psichedelico nel mondo delle fate che, ovviamente, vivono a contatto con la natura, gli alberi eccetera, che fosse almeno stimolante dal punto di vista immaginativo, invece l’autore la risolve con una serie di dichiarazioni su quanto sia ineffabile la magnificenza di tutto ciò, risparmiandosi la fatica di entrare nel dettaglio).

Soprattutto, a parte i riferimenti inevitabili come la regina Vittoria, Westminster o le carrozze, non si “avverte” che siamo nella Londra dell’800, sia pure in un universo alternativo: poteva anche essere un romanzo di fantascienza “classica”, ambientato nella New York del 2300, e poco sarebbe cambiato; d’accordo, in parte ciò sarà dovuto al fatto che l’autore vuole trattare temi attuali o universali (la corsa sfrenata al progresso che rischia di esaurire e distruggere le risorse del nostro mondo, la paura e la diffidenza di fronte a civiltà diverse), e quindi tende a sottolineare le somiglianze, più che le differenze con la nostra realtà: ma così si perde buona parte dell’originalità dell’ambientazione.

Insomma questo tono “semplicistico” e “giovanilistico” mi ha stancato presto, più che rendermi la lettura facile e divertente e poco impegnativa: purtroppo non potevo fare a meno di pensare “eh, se questo non fosse un romanzo ‘per ragazzi’ magari sarebbe scritto anche meglio, sarebbe più intrigante, meno scontato, più sottile, meno approssimativo…”. Faccio di tutta l’erba un fascio, probabilmente, e forse avrò beccato io un esempio non eccelso del genere Young Adults, o forse semplicemente non riesco a essere coinvolta da questo piacere della ricerca del temps perdu, per cui gli attuali lungometraggi della Walt Disney non mi suscitano lo stesso entusiasmo nostalgico dei miei coetanei, o per cui ricordo con tanto affetto i libretti della serie Vampiretto, e tuttora li conservo accanto al letto, ma non mi metterei mai a rileggerli ora… perché mi sembrano puerili, appunto. C’è a chi piace, non lo metto in dubbio: a me no.

Oltre tutto, annotazione secondaria: il traduttore non si è preso la briga di convertire le unità di misura nel nostro sistema; è una scelta effettivamente legittima, anzi leggo (su Wikipedia) che per le opere di narrativa è addirittura preferibile, per preservare la “cultura” dell’originale. Però io se sento parlare di lunghezze in “pollici” e in “piedi” non ci capisco niente, non riesco a immaginare nulla e mi indispongo.

Bella comunque la trovata della regina Vittoria che, nel 1899, quasi alla fine della sua vita (secondo la storia “normale”), riesce ad avere un aspetto sempre giovanile grazie a “droghe” marziane di cui finisce per essere dipendente (spunto che, peraltro, non viene sviluppato, o forse sarà sviluppato in un successivo romanzo della serie, a questo punto di sicuro senza la mia partecipazione); insomma, un’idea interessante e promettente che si risolve in un pasticcio incredibile, banalotto, scritto maluccio.

Alan K. Baker, L’ambasciatore di Marte alla corte della Regina Vittoria (trad. Marco Crosa), voto = 2/5
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Miami Blues

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Poiché fra i generi che leggo più di frequente metto anche thriller e noir, ho amato molto alcune opere di Manchette e Carlotto, per fare due nomi famosi, o anche Les Italiens di Pandiani, l’algoritmo che calcola i suggerimenti automatici di Goodreads mi proponeva questo libro. In genere trovo questi suggerimenti abbastanza azzeccati, e quando a ciò si è aggiunto il consiglio “umano” di un altro utente del social network, sembrava davvero arrivato il momento di mettere alla prova questo autore per me nuovo, Charles Willeford. Tuttavia devo ammettere che avevo qualche timore, proprio perché, avendone letti parecchi, ultimamente questo genere di romanzi non mi stava più riservando grandi sorprese, e ormai cominciava a farsi alto il rischio di “già sentito” (o, all’opposto, di una troppo esasperata ricerca dell’eccesso), tanto che alcuni degli ultimi esempi non mi avevano proprio entusiasmato (Lettera ai miei assassini, La notte del gatto nero, L’occhio privato di Denver, Chiamami Buio); insomma ho iniziato il libro convinta di sapere più o meno cosa aspettarmi… e con grande piacere ho invece scoperto di avere fra le mani finalmente qualcosa di diverso. Suona un po’ paradossale fare questo complimento a uno dei capostipiti del genere (Miami Blues è del 1984), o forse invece è proprio indice che, almeno per quanto mi riguarda, le “nuove leve” sono un po’ in crisi ed è necessario tornare “alle radici”.

Mi ha subito favorevolmente stupito proprio perché, al contrario di molti altri emuli… non sente la necessità di stupire e sconvolgere il lettore a ogni pagina: la scrittura, la trama, si dipanano con ritmi lenti e toni piani, senza fretta e senza concitazione.

Al solito, il poliziotto protagonista è il classico “rottame umano” (divorziato, senza soldi, beve, eccetera), però stavolta l’autore non tenta a tutti i costi di rendere “romantica” questa caratterizzazione, ce la mostra in modo schietto e onesto, senza risparmiare i dettagli squallidi e sgradevoli (o persino un po’ grotteschi, come i denti finti) e dolorosamente concreti (come i dettagli delle spese mediche). Soprattutto Hoke Moseley non sembra il classico tipo fascinoso che si incontra in questo genere di romanzi, ha i suoi lati negativi, come la generale avversione per l’ondata di immigrati di origine latina che sta invadendo Miami, sembra un buon poliziotto ma, in questo primo romanzo, è spesso in balìa degli eventi, senza capirci granché.

La trama stessa è bizzarra, poiché non c’è alcun “caso” da risolvere (o meglio uno ci sarebbe, il massacro nella villa dei trafficanti colombiani, ma è totalmente marginale alla vicenda dei protagonisti e risolto “fuori scena” in un attimo da altri personaggi!), tutto prende il via da un evento quasi risibile e paradossale, che innesca però una serie di conseguenze imprevedibili e fortuite in cui, appunto, il protagonista si trova coinvolto quasi senza volerlo.

Altro elemento “originale” sono le frequenti digressioni apparentemente estranee alla trama principale, dilatate in modo inusuale, come la lezione sulla poesia haiku cui assistono Freddy e Susan o il primo appuntamento fra i due, o i dettagli sulle ricette di Susan, o le frequenti ripetizioni di uno stesso concetto (il telefono dell’albergo in cui vive Hoke che deve squillare più e più volte prima che qualcuno si decida a rispondere). Sembra quasi che questi “strani” dialoghi di Willeford abbiano fatto da modello per quelli celebri e ugualmente “inconcludenti” dei film di Tarantino.

Su tutto emerge comunque la descrizione di una Miami soffocata da caldo e umidità e immersa nella violenza praticamente in ogni angolo di strada, colta in un momento delicatissimo della sua storia, all’indomani della massiccia immigrazione dei “Marielitos”.

Forse il voto finale è un po’ generoso, ma mi sono piaciuti ritmo e personaggi e penso che proseguirò la lettura della serie.

Charles Willeford, Miami Blues, voto = 4/5
Per acquistarlo on line (edizione italiana)

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Lumen

Nell’imbarazzo della scelta fra tutti i libri che ho in casa o sul Kindle, non sapevo che pesci pigliare, e così ecco che ho preso in mano uno degli ultimi acquisti, che aveva attirato la mia attenzione qualche mese fa quando se ne era parlato nel gruppo “Goodreads Italia”. Questo nonostante Lumen, di Ben Pastor, sia il primo di una serie di gialli, e io sono un po’ “stanca” di queste innumerevoli serie con detective/commissari/marescialli della più varia estrazione come protagonisti (poi magari, alla faccia della coerenza, le leggo e me ne innamoro, ma mi ha stufato “l’idea”), e non mi piace cominciarne una se non ho a portata di mano le puntate successive (nel caso non riesca più a fermarmi).

Ottobre 1939: all’indomani della fulminea conquista tedesca della Polonia, spartita con l’alleato sovietico, arriva a Cracovia il giovane capitano della Wehrmacht Martin Bora. La guerra, è evidente, non durerà ancora per molto, c’è solo da controllare quello che ora è il Governatorato generale, annientare le ultime disperate sacche di resistenza, nonché avviare altre operazioni più segrete di cui si occupano le SS e i Servizi di Sicurezza. Per Bora, se si dimostrerà efficiente e affidabile, quello potrà essere l’inizio di una brillante carriera.
Aristocratico (il nome sarebbe Martin von Bora, ma ha rinunciato alla particella nobiliare), algido, nobilmente composto e controllato, profondamente imbevuto dei valori di onore e senso del dovere propri della tradizione militare germanica, terribilmente innamorato della giovane moglie, che ha dovuto lasciare per il fronte pochi giorni dopo le nozze, per lui la prima sgradita sorpresa è scoprire che è alloggiato, in un appartamento requisito a una famiglia ebrea, assieme a un commilitone dal carattere totalmente opposto, il maggiore Richard Retz, volgare, bevitore, la cui unica preoccupazione è riallacciare i contatti con la sua antica amante, l’attrice polacca Ewa Kowalska, portandosi a letto anche altre donne, tra cui la stessa figlia di lei, Helenka. A Cracovia, nella Polonia profondamente cattolica, badessa del convento di Nostra Signora delle Sette Pene è Madre Kazimierza, personalità carismatica, che ha fama di avere doti mistiche e profetiche e gode di grande prestigio presso la popolazione: fra i suoi devoti, inaspettatamente, c’è anche il colonnello tedesco Hofer. Dal Vaticano, per indagare sul caso della suora, che pare abbia anche le stimmate, è stato mandato il padre Malecki, americano di origine polacca.
Bene, dunque questa è la situazione, quando avviene il fatto che mette in moto gli eventi: Madre Kazimierza viene uccisa. Da chi? Dai tedeschi, infastiditi da alcune sue profezie interpretabili in chiave politica? Dai partigiani polacchi? Ma perché? È proprio Martin Bora a dover indagare, assieme a padre Malecki. Sulla scena arriva anche il sostituto di Hofer, crollato dopo la morte della sua guida spirituale, il colonnello Schenck, uno dei personaggi più interessanti del romanzo: fanatico dell’eugenetica e della perpetuazione della razza, con i suoi assillanti consigli non richiesti a Bora sulla necessità di procreare e di non disperdere la propria energia sessuale, riesce ad apparire allo stesso tempo imbarazzante e ridicolo ma anche sinistramente inquietante (ma bella anche la figura del patrigno di Bora, che compare solo verso la fine, emblema di militare “vecchio stile”, conservatore e autoritario ma anche profondamente ostile a questa nuova classe dirigente fanatica, volgare ed efferata, che disprezza).
Ma l’indagine sulla suora (e quella su un’altra morte che avverrà dopo) è solo una parte dei doveri del protagonista: il giovane ufficiale è costretto ad immergersi in una guerra, e soprattutto nella “routine” dell’amministrazione dei territori occupati, le cui modalità gli risultano estranee e sempre più ripugnanti. Il suo spirito di osservazione e la sua coscienza lo portano a vedere cose di cui i suoi superiori nell’esercito preferiscono non occuparsi e che le SS e i servizi di sicurezza gli consigliano “caldamente” di lasciar stare, se ha a cuore la sua carriera. E Bora, schiacciato fra la sua coscienza di cattolico e il dovere dell’ubbidienza, ancora, a queste date, si piega, ma già avverte che la sua guerra e la sua “carriera” saranno molto diverse da come le aveva immaginate.

Mi sono dilungata fin troppo. Come spesso accade, la risoluzione del mistero (anzi, dei due misteri) conta meno della psicologia e dei tormenti del protagonista, e soprattutto, in questo caso, del tragico contesto in cui è ambientata la storia (tanto è vero che la scoperta di “chi è stato” avviene in modo assai poco coinvolgente e interessante). L’autrice, nell’appendice (scritta a distanza di anni dalla pubblicazione originaria del romanzo, datato 1999, in occasione di questa edizione uscita per Sellerio nel 2012), spiega che, se per la creazione del personaggio di Bora esistono modelli reali (il più ovvio è sicuramente Claus von Stauffenberg), ciò che le interessava era analizzare i conflitti fra le imposizioni e le aspettative delle figure autoritarie da cui Bora ha scelto di essere controllato (la sua famiglia, l’esercito, la Patria, la moglie distaccata e frivola, che in Lumen non compare mai ma che è ossessivamente presente nei suoi pensieri) e la sua coscienza interiore, il suo senso del bene e del male.

Attenzione agli spoiler (come sempre nascosti) in questo prossimo paragrafo. La mia “debolezza” è quella di affezionarmi troppo ai personaggi secondari: in questo caso, il maggiore Retz. Devo ammettere che non mi sarebbe dispiaciuto se la storia si fosse retta sull’incontro/scontro di queste personalità così diverse, il serio e diligente, soldato fin nel midollo, ma freddo Bora e il volgare e lascivo, ma vitalissimo, Retz. Se non amico e “aiutante”, ho sperato che quest’ultimo tornasse, anche nei romanzi seguenti, come personaggio ricorrente o “spalla”, pensavo che questo avrebbe fornito vari spunti (anche per episodi più “leggeri”); purtroppo invece a metà libro Retz muore e io, lo ammetto, non sono riuscita a “godermi” la seconda parte del romanzo nella stessa misura della prima, dopo che il mio “beniamino” era uscito di scena.

Come detto, questo è il primo romanzo di una serie che per ora conta nove puntate, anche se si fanno riferimenti (piuttosto precisi) a indagini precedenti di Martin Bora (durante il periodo in cui fu volontario in Spagna): saranno probabilmente spunti che l’autrice svilupperà in libri successivi (o ha rivisto e ampliato il romanzo per la ripubblicazione?).

Al solito, ora si pone il “dilemma”: andare avanti con la serie oppure no? In genere, quando parto con la prima puntata, tiro dritta come un treno fino alla fine, rischiando spesso “l’indigestione” (arrivata agli ultimi romanzi mi stanco, mi sembrano ripetitivi, mi viene voglia di qualcos’altro, mi “rovino” un po’ l’esperienza…): è successo più o meno così con Eymerich, con Brandstetter, con Cut & Run ecc. Forse vale la pena di proseguire con le indagini di Martin Bora (è un contesto che mi interessa, il personaggio e i comprimari non sono banali), però magari non subito: non è che, a differenza degli altri esempi citati, sia rimasta col desiderio impellente di ritrovare immediatamente il personaggio.

Ben Pastor, Lumen (trad. Paola Bonini), voto = 3,5/5
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