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Vita segreta di Maria Capasso

No, malgrado il titolo, che può suonare ammiccante, non è l’ennesimo esempio della schiera di romanzi porno-soft che sta dominando il mercato negli ultimi tempi. Siamo proprio in un altro genere, quello del noir: Maria Capasso è una bella quarantenne napoletana, sposata con Antonio, operaio, tre figli. Gente modesta, ma che tutto sommato, pur fra i problemi di tutti i giorni che non mancano mai, vive una vita familiare tranquilla e felice. Destinata a non durare, perché Antonio scopre di avere una malattia incurabile e muore. Maria, rimasta vedova coi figli, dimostra però di avere l’intraprendenza e la grinta necessaria per sopravvivere, e anzi prosperare, in un mondo che in caso contrario l’avrebbe stritolata. Il problema è che le opportunità, ormai, le offrono solo la camorra e il mondo dell’illegalità.

Un romanzo che insomma vorrebbe mostrare quanto sia facile, per una persona onesta, trovarsi all’improvviso a dover compiere scelte impensabili e fatali, e che vorrebbe far riflettere su quanto sia ipocrita tranciare giudizi, perché i dilemmi di Maria sarebbero anche i nostri. Nei fatti, non è che questo messaggio riesca a risuonare in modo tanto efficace.

Tutto il libro è narrato in prima persona da Maria, un’operazione che mi ha ricordato molto il racconto Niente, più niente al mondo, di Massimo Carlotto (anche lì protagonista femminile, anche lì un mondo di fatica, di ingiustizie, di gente che non ce la fa): lì però era più convincente, forse perché il testo era più breve, ma reggere per un intero romanzo riuscendo ad “annullarsi” (apparentemente) come scrittore dietro il tuo personaggio non è facile, richiede grande abilità e controllo. E invece la “voce” della protagonista Maria non è sempre credibile (per fare un esempio, i personaggi parlano sempre in perfetto italiano tranne che per qualche sporadica espressione in dialetto buttata qua e là, che quindi, invece di far aumentare la verosimiglianza dei dialoghi, ne sottolinea anzi l’artificiosità), e forse proprio per questo non mi è mai riuscito di provare quel coinvolgimento emotivo che sicuramente l’autore si proponeva di suscitare (il prologo si conclude con un lapidario “Questa storia parla anche di voi”), non mi sono mai ritrovata a “soffrire” con lei o per lei, né a “tifare” pro o contro di lei.

E quindi la storia si legge giusto per vedere “come va a finire”, e anche qui si rimane un po’ delusi perché purtroppo, nella seconda parte, non mancano sviluppi un po’ prevedibili (la tresca di Gennaro con la giovane Angela, e relativa “soluzione” al problema escogitata da Maria), nonché altri episodi buttati un po’ lì senza che ve ne fosse grande bisogno (la storia tra Maria e Gigino, l’incredibile vicenda di pedopornografia che viene archiviata e dimenticata in poche pagine).

Insomma un libro che si fa leggere ma nulla più, “fa numero” per le statistiche di fine anno, e scorre via senza infamia ma sicuramente anche senza lode.

Salvatore Piscicelli, Vita segreta di Maria Capasso, voto = 3/5

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The Way We Die Now

The Way We Die Now (uscito in Italia col titolo Come si muore oggi), pubblicato nel 1988, è l’ultimo romanzo della serie di Hoke Moseley: infatti, Charles Willeford morì poco dopo in quello stesso anno. Forse quindi non sarebbe stata questa la conclusione definitiva, se avesse fatto in tempo a scrivere ancora: intanto, questo romanzo, assieme a New Hope for the Dead, secondo me è il migliore, ad aumentare quindi ancora di più il rimpianto di non poterne leggere altri.*

Infatti qui, così come nel già citato secondo capitolo, e a differenza del terzo, Sideswipe (e del primo, Miami Blues, che comunque fa storia a sé), Hoke è costantemente al centro della scena, e stavolta la vicenda è più variegata che mai, con tanti subplot che fino all’ultimo non si capisce quando e se torneranno mai d’attualità, sembra quasi vengano persi e abbandonati, e invece l’autore li tiene tutti saldamente in pugno e, quando meno te lo aspetti, li ripropone e li risolve uno dopo l’altro, e magari accantona senza complimenti quello che fino a quel momento ti era sembrato il più importante, e si concentra su quello che pareva dapprima secondario. Per dire, stavolta Hoke deve “fronteggiare” il nuovo regolamento interno che proibisce di fumare all’interno della stazione di polizia, riesaminare un vecchio caso di qualche anno prima alla ricerca di nuovi indizi, capire che intenzioni ha un uomo che aveva aiutato a far condannare per omicidio e che ora, uscito di prigione, ha deciso di trasferirsi proprio di fronte a casa sua, andare in missione segreta solitaria e sotto copertura per sventare un traffico illegale di lavoratori clandestini, e poi deve, finalmente, ma non senza reticenze e forse un po’ troppo tardivamente, venire a patti coi sentimenti che prova per Ellita.

Ci si diverte parecchio (in questo episodio c’è anche più azione, e però la scena più adrenalinica non è, come si potrebbe pensare, quella finale), non manca la tensione e, alla fine, c’è posto anche per il romanticismo (e tutti i lettori che hanno imparato a voler bene a Hoke si riconosceranno nella struggente battuta finale di Aileen).

E però non è giusto che, con tutte le serie che vanno avanti inutilmente per anni e anni, questa si interrompa proprio sul più bello! 😦 Il finale, proprio perché ormai immodificabile, strappa caldi lacrimoni (e naturalmente è tanto più commovente quanto il tono resta sempre dimesso e non melodrammatico), ma non ci voglio credere che finisca così per Hoke ed Ellita. Tempo di mettere in moto l’immaginazione per inventarsi un seguito più “adatto”.

* In effetti, c’è una piccola curiosità, come ho appreso su Goodreads. Come avevo già notato, Miami Blues non era stato concepito per essere il primo romanzo di una serie: fu l’editore a voler convincere Willeford a continuare a scrivere romanzi con protagonista il detective Hoke Moseley. L’autore, da principio, non ne aveva alcuna intenzione, per cui scrisse un seguito, Grimhaven, volutamente cupo e violentissimo, che poi però non fu mai pubblicato e in cui agisce un Moseley molto diverso da come poi, per fortuna, divenne nella versione definitiva. Questo testo inedito si può trovare oggi in rete: quindi, in realtà, avrei ancora una possibilità di leggere qualcosa di nuovo, ma essendo appunto un’opera poi rifiutata e dalle caratteristiche diverse dal resto del ciclo, non so quanto mi converrebbe.

AGGIORNAMENTO: Ho potuto soddisfare la mia curiosità su Grimhaven grazie a questo articolo on line. Se pensate di leggerlo, ATTENZIONE, perché nel testo, verso la fine, viene svelato l’EVENTO FONDAMENTALE della trama, che riunisce quella che poi nella versione pubblicata sarà la materia di due romanzi, l’arrivo delle figlie di Hoke (New Hope for the Dead) e il suo esaurimento nervoso (Sideswipe). Da quanto vedo, mi sembra chiaro che questa versione allucinata e volutamente mostruosa di Hoke fosse una provocazione di Willeford nei confronti del suo editore, per citare l’articolo “the ultimate fuck-you to a publisher wanting a series character”: poiché l’autore stesso in seguito l’ha disconosciuta e né lui né i suoi eredi hanno mai voluto fosse pubblicata, la mia decisione definitiva è di non leggerlo, anche perché francamente non voglio che l’ultima immagine di questo personaggio nella mia mente sia (SEGUE ENORME SPOILER, evidenziare per leggerlo) Hoke che uccide le figlie.

Charles Willeford, The Way We Die Now, voto = 4/5

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Sideswipe

Com’era prevedibile, non ho resistito alla “tentazione” e ho proseguito subito (altro che “intervalliamo con altre letture per evitare il rischio saturazione”) con la puntata numero tre della serie di Hoke Moseley, Sideswipe (Tiro mancino nell’edizione italiana): ora non si accettano scommesse sull’eventualità che andrò avanti con la successiva, The Way We Die Now.

Impossibile annoiarsi, perché, se pure si pensava di aver ormai capito qualcosa sul personaggio o sullo stile della serie, ecco che il romanzo parte e prende subito (tempo una manciata di pagine) una piega totalmente inaspettata. Sono passati circa otto mesi dalla conclusione di New Hope for the Dead, Hoke è sempre a capo della divisione cold cases della polizia di Miami, che in pratica è dove i suoi colleghi detective scaricano casi neanche troppo arretrati ma semplicemente troppo complicati da risolvere. A casa lo aspettano le due figlie adolescenti che l’ex moglie gli ha mollato, Sue Ellen e Aileen, nonché la sua collega Ellita, in congedo maternità perché ormai sul punto di partorire. Insomma, in poche parole, lo stress accumulato è tale che, di punto in bianco, decide di mollare tutto, prendersi trenta giorni di malattia non pagati, partire con il segreto proposito di non tornare, e stabilirsi a Singer Island, un’isoletta proprio di fronte Miami dove abitano suo padre e la sua seconda moglie, con la ferma intenzione di non mettere mai più piede sulla terraferma. Frank Moseley è il proprietario di un residence, e Hoke comincia a lavorare per suo padre come custode e manager. La sua nuova parola d’ordine è “semplificarsi la vita”.

Beh, in una ventina di pagine insomma viene completamente (o quasi) azzerato lo status quo raggiunto nel libro precedente, e non ci resta che “rassegnarci” a leggere le strampalate vicende di Hoke nelle sue nuove vesti di eremita volontario, al quale comunque non riesce di sottrarsi del tutto ai suoi doveri di papà.

Nel frattempo, incontriamo il tranquillo pensionato Stanley Sinkiewicz, che, dopo una vita più che ordinaria (sintetizzata in pochi brillanti paragrafi) e l’agognato ritiro in Florida, naturalmente, stile “tutto in una notte”, in un crescendo di coincidenze e decisioni assurde, si ritrova a fare squadra col pericoloso criminale Troy Louden.

Naturalmente, queste storie parallele finiscono con lo scontrarsi nelle ultime pagine del romanzo, quando la banda capitanata da Troy assalta un supermercato, ferendo Ellita che casualmente si trovava a fare la spesa e aveva cercato di intervenire e lasciandosi dietro cinque cadaveri, costringendo così Hoke a uscire dalla sua beata solitudine per dare una mano nella caccia all’uomo. A quel punto, la conclusione arriva abbastanza in fretta, ma, come ormai sembra essere la regola, non è tanto la risoluzione del caso l’importante, quanto il build up, la lenta costruzione del contesto, la presentazione del bizzarro cast di personaggi, le numerose parentesi e digressioni. Lo ammetto però, stavolta la struttura, che prevedeva una rigida alternanza fra capitoli dedicati a Hoke e capitoli dedicati a Stanley e Troy, qua e là provocava un po’ di noia e la sensazione che si stesse girando a vuoto: inizio e fine ottimi, parte centrale più debole, per cui al momento è quello che mi è piaciuto di meno.

Charles Willeford, Sideswipe, voto = 3,5/5

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New Hope for the Dead

English version (Google Translate)

New Hope for the Dead, uscito nel 1985 (in Italia l’ha pubblicato Marcos y Marcos col titolo Tempi d’oro per i morti), di Charles Willeford, è la seconda puntata, dopo Miami Blues, delle avventure di Hoke Moseley, sergente della polizia di Miami con un’aura ben poco da “maledetto”, tutt’altro: i suoi guai sono molto meschini, prosaici, ma affrontati con uno spirito pratico che lascia poco spazio all’autocommiserazione o, appunto, al “fascino” dell’antieroe perdente e in lotta con la società.

Qui la storia inizia con Hoke che deve indagare su un caso abbastanza banale, la morte di un ragazzo che, a tutta prima, sembra essere solo un’overdose accidentale di eroina. Se non che il capo decide di scaricare su lui, la sua partner Ellita Sanchez e il collega Bill Henderson il compito di occuparsi dei cold cases irrisolti che potrebbero fruttargli una buona pubblicità e una promozione (non a Hoke, al capo). Nel frattempo l’ex moglie Patsy gli scarica senza tanti complimenti le due figlie adolescenti che non vede da una decina d’anni. Per giunta, si ritrova anche ad aiutare Ellita che, rimasta incinta, è stata buttata fuori di casa dai genitori. La notizia positiva però è che, incredibilmente, potrebbe aver fatto colpo sulla matrigna del ragazzo morto, per cui potrebbe anche riuscire a portarsela a letto.

Mi sembra di capire, da commenti letti su Internet, che questa serie sia nata quasi “per caso”: il fatto che io, nella mia recensione di Miami Blues, definissi Hoke il protagonista si spiega perché scrivevo col senno di poi di chi già sa che negli anni successivi sarebbero seguiti altri 4 romanzi con questo personaggio, ma in effetti in quel primo libro Hoke Moseley sembrava quasi un comprimario, come se all’epoca l’autore non avesse ancora deciso di fare di lui il suo “eroe”, lasciandolo in ombra rispetto alla figura del rapinatore e assassino Freddy, che dominava la scena.

Ora invece l’attenzione è decisamente puntata sull’“uomo Moseley”, e anche qui “il caso” è un po’ l’ultimo dei pensieri. Anzi, se ne accumulano, come detto, almeno tre (la morte per overdose del giovane Jerry Hickey, più i cold cases su cui la squadra di Hoke viene messa a lavorare), nessuno dei quali particolarmente eccitante o notevole o con astutissimi geni del male o efferati serial killer come antagonisti, dando anche bene l’idea della routine, dell’accavallarsi di incarichi e della quantità di arretrato presenti in un commissariato in una città come Miami. Alla fine comunque si arriva a una conclusione, ma così, en passant, e in un modo ben lontano dai vari confronti “all’ultimo respiro” ben noti ai lettori di thriller. Molto più interessanti i faticosi sforzi per trovare un posto dove abitare dentro Miami, i suoi impacciati, divertentissimi e però emozionanti tentativi di fare il papà, il rapporto con la collega Ellita Sanchez, la partner che gli è stata assegnata in Miami Blues e che all’inizio aveva accettato con molta diffidenza (una donna! e per di più di origini cubane, per lui che si rifiuta pervicacemente di imparare una parola di spagnolo), e per la quale invece ora si dimostra un vero amico (questi due li voglio troppo insieme! ♥), l’apparente e forse non del tutto limpida nonchalance con cui si serve del suo status di poliziotto per ottenere qualcosa, e allo stesso tempo la scrupolosità e l’impegno che non manca mai di mettere in tutte le imprese in cui si cimenta, fossero anche le più meschine (sono sempre bellissime le scene nel pidocchioso hotel in cui lavora da guardiano notturno in cambio di alloggio gratis, con il portiere e con la “comunità” di vecchietti soli che occupa le stanze). L’intuizione di Willeford di puntare sulla forza di questo personaggio e di elevarlo a protagonista si può dire dunque azzeccatissima, visto che questo New Hope for the Dead mi sembra anche migliore del suo predecessore (se non altro, pur nella sua struttura, come ho appena detto, volutamente erratica e apparentemente inconcludente, ha un “centro” maggiormente definito).

Neanche a dirlo, fondamentale, come nel primo libro, l’incombente e ingombrante presenza di Miami, del suo clima umido e soffocante, del suo sviluppo impetuoso, della sua popolazione sempre più numerosa, eterogenea e scarsamente integrata, della sua diffusa criminalità.

Insomma, una serie che si riconferma brillantemente e che di certo proseguirò, anzi, adesso non vedrei l’ora di iniziare il prossimo: so che rifarei il mio solito “errore” di buttarmi a capofitto su una serie col risultato di arrivare spesso un po’ “stanca” alla fine, ma dubito di poter “resistere”.

Charles Willeford, New Hope for the Dead, voto = 4/5

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Venere privata

Fra gli autori italiani ultimamente impazza il noir: se ci si fa caso, è uno dei generi più frequentati, e anzi ormai bisognerebbe dire “inflazionati”. Venere privata di Scerbanenco è stata allora una ventata di “aria fresca” in un panorama che ormai spesso rischia il “già sentito”. Sì, l’ironia è voluta, perché questo romanzo è uscito nel 1966, a dirla tutta è forse il capostipite del genere.

È anche il primo della serie dedicata a Duca Lamberti, personaggio con un’interessante storia alle spalle: medico, ha praticato l’eutanasia a una paziente in fase terminale, è stato arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere, oltre alla radiazione dall’Ordine dei medici. Come si vede, Scerbanenco non aveva paura di affrontare temi caldi, allora come oggi. All’inizio del romanzo, Duca ha scontato la pena e da pochi giorni è un uomo libero, ma nel frattempo ha perso tutto: il padre, un integerrimo “servitore dello Stato”, poliziotto in pensione, per il quale il figlio dottore era un grande motivo d’orgoglio, non ha retto al dolore ed è morto d’infarto poco tempo dopo la sua condanna, la sorella più giovane, rimasta sola, è stata ingannata da un uomo che l’ha sedotta e poi abbandonata incinta. Lorenza, questo il suo nome, e la nipotina Sara sono ora la sua famiglia, e l’unico desiderio di Duca ora è essere dimenticato e trovare un lavoro qualsiasi per mantenerle. Grazie all’intervento di un amico poliziotto, viene assunto da un ricco industriale milanese per un compito delicato e che richiede, appunto, una persona discreta: guarire dall’alcolismo suo figlio Davide, un giovane grande e grosso e in apparenza in perfetta salute, molto timido ma fino a qualche tempo fa normale e intelligente, che, da circa un anno, misteriosamente, è precipitato nel vizio e ora è diventato praticamente un vegetale, sempre ubriaco, istupidito, muto di fronte a ogni richiesta di spiegazioni, indifferente a qualsiasi tentativo di scuoterlo.

Un inizio che non mi aspettavo e che è forse la parte migliore del romanzo, quieto, calmo, così poco “scoppiettante” al confronto dei tanti emuli più recenti, in cui si leggono le riflessioni amare di Duca sul proprio passato, sulla propria “stupidità” per aver voluto seguire coerentemente i propri principî sapendo che non avrebbero mai pagato, i suoi tentativi di penetrare nel “muro di gomma” del silenzio del giovane che gli è stato affidato, ci si interroga su questo oscuro “male di vivere” dell’enigmatico rampollo, la cui solitudine, esattamente un anno prima, si era casualmente incrociata con quella di un’altra persona, la cui storia è narrata in una serie di intensi flashback. Ma ben presto arriva la trama gialla a mettere realmente in moto le cose, ma anche, forse, se posso dirlo, a far perdere un pizzico di fascino a una storia fino ad allora quasi “sospesa” e sussurrata e proprio per questo coinvolgente ed emozionante (solito avviso: per leggere gli spoiler nascosti, evidenziate il testo).

Infatti, più che il “mistero” in sé, che, finché non ci viene detto che effettivamente il suicidio di Alberta (la prostituta “a tempo perso” con cui Davide era stato poco prima che ella morisse, appunto apparentemente suicida, fatto di cui lui si sentiva responsabile: questo il trauma che l’aveva spinto a bere) presenta punti poco chiari, a essere sinceri non si capisce neanche quale sia (io fino ad allora vedevo solo transazioni fra adulti perfettamente consenzienti), è indagato con metodi alquanto inverosimili (diciamo che la polizia lascia fare al protagonista, che, a parte essere un ex carcerato, è un signor nessuno, senza alcuna autorità, un po’ quello che gli pare, l’indagine è cosa sua; inoltre, visto che negli anni sessanta non dovevano esserci ancora molte donne poliziotto, a un certo punto un compito delicatissimo viene affidato alla prima tizia che passava, o quasi) e poi “chiuso” con un bel “trionfo” per i nostri eroi (no, “trionfo” no, se si pensa al prezzo pagato da uno dei personaggi, ma insomma, sembra che in mezz’ora l’intera organizzazione venga sgominata, i romanzi di oggi non hanno più questa fiducia smisurata nella giustizia), sono i piccoli tocchi, le caratterizzazioni dei personaggi principali e di quelli minori, le scenette “di contorno” a rimanere impresse nella memoria: la Milano d’agosto in cui si crepa dal caldo, timide operaie che piegano la testa di fronte ai soprusi delle forze dell’ordine perché non hanno nemmeno coscienza dei loro diritti, distinti ma timidi signori che caricano in macchina le ragazze per un po’ di compagnia, commesse senza arte né parte che si ritrovano, spinte dal bisogno, senza neanche sapere bene come, sulla strada accanto alle “professioniste”, una sorella ingenua sedotta e abbandonata con una figlia illegittima, attaccatissima al fratello e ansiosa, un padre lontano e, si immagina, scarsamente affettuoso ma segretamente ammirato, e della cui morte ci si sente tristemente responsabili, un ragazzone tanto imponente fisicamente quanto fragile emotivamente, ricco e solo, e un genitore sconcertato e preoccupato fino al punto da arrivare a usare la violenza per scuoterlo. Insomma, una ricca umanità che sembra stare a cuore dall’autore.

Con un’eccezione però, a quanto pare. Mezzo voto in meno per la violenza con cui viene tratteggiato il personaggio del fotografo “invertito”: l’autore ce lo descrive attraverso lo sguardo pieno di pregiudizi degli altri personaggi, o sono parole sue? Nel dubbio, io lo punisco (sì, lo so che è un romanzo di cinquant’anni fa, ma sono frasi veramente pesanti), ma se qualcuno mi spiega che c’era da cogliere un’ironia che mi è sfuggita, tanto meglio.

Giorgio Scerbanenco, Venere privata, voto = 3,5/5

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I cani di via Lincoln

Solo pochi giorni fa, recensendo The Deputy di V. Gischler, scrivevo che il noir con tanti morti ammazzati non riusciva più ad appassionarmi come un tempo. Invece, si trattava solo di avere fiducia e trovarne uno che meritava, perché il genere è ancora in grado di darmi belle soddisfazioni.
Di Antonio Pagliaro, autore che ho conosciuto dapprima nelle vesti di “collega” lettore e recensore (suoi molti interessanti, e cattivi quando serve, commenti a vari libri, nei soliti social network dedicati alla lettura, aNobii, Goodreads, e nel suo blog), avevo letto finora solo il più recente lavoro, La notte del gatto nero (2012), che, a dire il vero, non mi aveva entusiasmato: ebbene, sono contenta di non aver completamente chiuso la porta a quest’autore, visto che, come si sarà capito, I cani di via Lincoln (2010) è stato invece una lettura notevole.

Palermo, 2007. Nella “solita” dinamica di lotta/convivenza/connivenza fra Stato e mafia, tra uomini delle forze dell’ordine ben poco “eroici” ma determinati, magistrati stanchi e spaventati ma rigorosi, politici e notabili corrotti, mafiosi e sicari colti nella loro tranquilla vita familiare, viene a inserirsi un elemento inedito che rischia di scompaginare meccanismi collaudatissimi e che toglie certezze a entrambe le parti in gioco: la sempre crescente comunità cinese, con i suoi codici, i suoi rituali, le sue chiusure e, anche, la sua libertà di manovra rispetto alle regole consolidate. Tutto ruota attorno a un ristorante cinese teatro di attività più e meno lecite e ad una strage, di matrice evidentemente mafiosa, che vi viene perpetrata. Da chi e perché? Cosa facevano i cinesi per scatenare quella reazione? E come si organizzerà Cosa Nostra per riparare ai danni fatti e comporre con soddisfazione di tutte le parti un incidente che rischia di avere conseguenze spiacevoli? Data l’intricata maglia di trame e complicità e affari (che l’autore rivela abilmente al lettore non a furia di colpi di scena o di coincidenze fortunose, ma facendola progressivamente dipanare dai suoi protagonisti, il tenente dei Carabinieri Cascioferro, il magistrato Elisa Rubicone, il giornalista Lo Coco, e altri, in un’indagine appassionante ma realisticamente resa), non riesco a farvi un riassunto molto più dettagliato, anche perché in questi casi più cose si svelano, più si rovina la lettura ad altri. Le indagini si impastano, come ho già accennato, con le vite quotidiane dei tanti personaggi, che, per contrasto, rendono tanto più sconvolgenti le improvvise esplosioni di violenza (un appunto però, solo uno: è mai possibile che in questi romanzi le donne siano tutte grandi gnocche?).

Intendiamoci, non è che Pagliaro si inventi grandi novità o rivoluzioni il genere, ma c’è il giusto equilibrio fra tensione e normalità, quasi “banalità”, del male, e “banale” e stanca e pur sempre coraggiosa opposizione delle forze dell’ordine, non ci sono la sufficienza e la ricerca del facile effetto che talvolta si annusano in altri prodotti simili (pensando che basti mettere insieme qualche generica denuncia della corruzione dilagante e qualche brutalità efferata per avere un noir “potente”, “duro”, “coraggioso”, e altri aggettivi che si usano in questi casi).

Se la mia recensione vi ha incuriosito, sappiate che questo romanzo, in versione ebook, si trova in offerta a solo 1,99€ su tutti i principali store digitali, fino al 7 gennaio.

Antonio Pagliaro, I cani di via Lincoln, voto = 4/5
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The Deputy

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Probabilmente anche Victor Gischler è un autore che ho fatto attendere troppo e il cui momento nel frattempo è ormai passato, come il Lansdale de Il lato oscuro dell’anima (anzi, forse è stato proprio Lansdale, in un’intervista letta chissà quanto tempo fa, a farmi scoprire Gischler mettendolo fra gli autori secondo lui da leggere assolutamente): fino a qualche anno fa noir duri, sporchi e anche ultra-violenti erano, se non proprio “il mio pane”, abbastanza frequenti fra le mie letture. Ora invece vedo che forse, per quanto mi riguarda, il filone è un po’ esausto: oltre al già citato caso di Lansdale, altre recenti mezze delusioni sono state La notte e la città, Le api randage, Il potere del cane , Chiamami Buio (naturalmente ci sono anche i casi positivi, vedi Miami Blues, vedi Brandstetter).

The Deputy (nell’edizione italiana, invece di tradurre semplicemente il titolo con “Il vice”, si è optato per un più pittoresco Notte di sangue a Coyote Crossing) è il resoconto, narrato in prima persona, della folle notte del giovane Toby Sawyer, poliziotto “part time” e ultima ruota del carro nella stazione di polizia di Coyote Crossing, Oklahoma, un buco dimenticato da Dio in mezzo alle praterie sconfinate. Il turno di notte inizia in modo inaspettato ma tutto sommato gestibile: Luke Jordan, un tipo poco raccomandabile, viene trovato morto ammazzato; mentre il capo si allontana per avvisare la famiglia, il giovane aiuto viene lasciato lì a fare la guardia al cadavere. Si prospettano lente ore di noia assoluta, ma l’incarico, per il resto, non pare impossibile da portare a termine. Ma Toby, per ammazzare il tempo, si concede qualche minuto a casa dell’amante e scopre, al suo ritorno, che il corpo è scomparso: si vede già cacciato a pedate e per lui, che deve mantenere moglie e figlio, è una pessima notizia. Ma quello è solo l’inizio, perché, nella sua totale inesperienza e ingenuità, senza volerlo ha intralciato i piani di una banda di criminali che trasporta immigrati clandestini dal Messico, che scatena una caccia all’uomo feroce contro il giovane (ma, man mano che la notte e la battaglia avanzano, sempre meno sprovveduto e sempre più consapevole di essere rimasto, lui che fino a quel momento ben poco rispetto aveva saputo suscitare nei suoi concittadini, l’unico vero “rappresentante della legge” nel vero senso della parola).

Non ci si aspetti grande verosimiglianza: l’azione si svolge frenetica tutta nello spazio di un’interminabile notte, un uomo solo o quasi ha ragione di un’intera banda scatenata contro di lui, c’è un massacro per le strade ma, in questo buco di poche anime, nessuno si accorge di niente e tutti restano tranquillamente a dormire, e il posto è talmente isolato e in mezzo al nulla che i telefoni cellulari, naturalmente, non funzionano… Ma la verosimiglianza non è certo la qualità per cui la narrativa pulp è famosa, e non è ciò che vi cerca il lettore, ma divertimento e adrenalina: cioè proprio le due componenti (la “battuta da film” sempre pronta, le continue sparatorie e scazzottate e inseguimenti in auto ad ogni capitolo) che, verso la metà del libro, hanno cominciato a stancarmi (ho già detto che la narrazione è in prima persona, pertanto non era neanche possibile essere troppo “in ansia” per la sorte del nostro protagonista, visto che in un modo o nell’altro se la sarebbe cavata!). Gli stereotipi vengono sparsi un po’ a piene mani, non manca neppure una strizzatina d’occhio al pubblico femminile: le donne ci fanno, tutto sommato, una figura migliore degli uomini (non sfuggono neanche loro, comunque, al rischio cliché, tipo la killer messicana; in generale nessun personaggio qui si fa particolarmente notare tranne il nostro eroe, stravolto, pesto, disorientato, incazzato, ma anche onesto e sempre fondamentalmente capace di agire, anche suo malgrado, anche se fa mostra di non crederci, secondo “giustizia”).

Comunque, nonostante questi difetti, è stata una lettura del tutto dimenticabile ma non sgradevole: merito soprattutto della prima metà, dei momenti precedenti allo scoppio del casino, e dell’epilogo, in cui si sente meglio il tono amaro e dolente della vita nella grande provincia americana: se non altro, l’autore riesce a dipingerti efficacemente davanti agli occhi lo scenario di Coyote Crossing, due strade, la stazione di polizia, un emporio e qualche casa sparsa e poi il buio infinito della notte. Questo postaccio infame che il protagonista, in passato, ha cercato invano di lasciarsi alle spalle e in cui ora invece si ritrova a vivere, alla fine mi è sembrato quasi attraente e davvero lo vedevo con gli occhi dell’immaginazione.

Un altro libro di Gischler, sempre stra-lodato e stra-raccomandato, che ho da anni in lista d’attesa (forse anche da prima di The Deputy) è The Pistol Poets (lo cito col titolo originale perché quello italiano è proprio scemo): a questo punto non sono poi così impaziente di leggerlo, visto che, a meno che Gischler non si dimostri capace di sorprendermi, mi aspetto un po’ lo stesso canovaccio che, evidentemente, ormai non riesce più a dirmi granché.

Victor Gischler, The Deputy, voto = 3/5
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La notte e la città

Più di dieci anni: tanto ha dovuto aspettare questo libro dal momento in cui ne lessi una recensione sul Corriere della Sera (maggio 2003) a quello in cui finalmente l’ho preso dallo scaffale e letto (ottobre 2013). Al punto che ormai questa edizione che ho è fuori commercio.

Londra, 1938. Harry Fabian è un delinquentello di mezza tacca, sempre alla ricerca di modi per far soldi che poi puntualmente scialacqua subito in alcol, scommesse, bei vestiti e spesucce varie, vive sfruttando i guadagni della fidanzata-prostituta Zoë, si atteggia a “duro” sul modello dei gangster americani, ma in realtà chi lo conosce bene ride di queste pose alle sue spalle. Sembra che il suo moto perpetuo, le sue chiacchiere incessanti e la sua ostentata spavalderia servano più che altro a lui stesso per impedirsi di contemplare la disperazione della sua esistenza. L’ultima sua trovata è aprire una sala per combattimenti di lotta libera, per cui serve trovare un socio, mettere insieme un capitale, rimediare un campione sul viale del tramonto che si occupi di allenare i lottatori… Accanto a questa vicenda principale si collocano anche altre figure che entrano in contatto col nostro protagonista.

Non è stata però una lettura che mi ha coinvolto molto (un altro libro che mi aveva attirato anni e anni fa e che poi delude: come, ma meno clamorosamente, Gli Schwartz): interessanti il protagonista, Harry Fabian, e gli squarci sui tanti espedienti che i vari personaggi, dal trafficone Joe Figler dalle mille risorse alle entraîneuse che spillano soldi ai clienti ubriachi nei pub, mettono in atto per tirare a campare, suggestivo anche il capitolo sul combattimento sul ring, ma molti dei personaggi secondari (Adam, Helen, Vi) non avevano altrettanta capacità di tenere desta l’attenzione, a tratti le loro vicende suonavano quasi come un riempitivo o una distrazione dalla trama principale, o apparivano troppo scopertamente moraleggianti (specie le “tirate” dell’aspirante scultore Adam). L’epopea dei “perdenti” e di coloro che popolano la Londra più buia, sporca e meno “rispettabile” è senz’altro interessante, e questa ambientazione non è usuale, ma lo svolgimento mi è sembrato privo di mordente e un po’ dispersivo.

Oltre tutto, ho l’impressione che questo romanzo nella traduzione abbia perso parecchio: se una delle caratteristiche del protagonista era atteggiarsi a gangster americano, probabilmente ciò si sarà riflesso anche in un suo uso esagerato e parodistico di slang ed espressioni diverse rispetto agli altri personaggi londinesi, cosa impossibile da rendere in modo adeguato in italiano (me lo fa pensare il fatto che spesso Fabian dica “O-kappa” al posto di OK). Purtroppo temo che questo libro, che ha atteso per tanti anni “il suo momento”, sarà invece dimenticato in fretta.

Gerald Kersh, La notte e la città (trad. Anna Martini), voto = 2,5/5
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Miami Blues

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Poiché fra i generi che leggo più di frequente metto anche thriller e noir, ho amato molto alcune opere di Manchette e Carlotto, per fare due nomi famosi, o anche Les Italiens di Pandiani, l’algoritmo che calcola i suggerimenti automatici di Goodreads mi proponeva questo libro. In genere trovo questi suggerimenti abbastanza azzeccati, e quando a ciò si è aggiunto il consiglio “umano” di un altro utente del social network, sembrava davvero arrivato il momento di mettere alla prova questo autore per me nuovo, Charles Willeford. Tuttavia devo ammettere che avevo qualche timore, proprio perché, avendone letti parecchi, ultimamente questo genere di romanzi non mi stava più riservando grandi sorprese, e ormai cominciava a farsi alto il rischio di “già sentito” (o, all’opposto, di una troppo esasperata ricerca dell’eccesso), tanto che alcuni degli ultimi esempi non mi avevano proprio entusiasmato (Lettera ai miei assassini, La notte del gatto nero, L’occhio privato di Denver, Chiamami Buio); insomma ho iniziato il libro convinta di sapere più o meno cosa aspettarmi… e con grande piacere ho invece scoperto di avere fra le mani finalmente qualcosa di diverso. Suona un po’ paradossale fare questo complimento a uno dei capostipiti del genere (Miami Blues è del 1984), o forse invece è proprio indice che, almeno per quanto mi riguarda, le “nuove leve” sono un po’ in crisi ed è necessario tornare “alle radici”.

Mi ha subito favorevolmente stupito proprio perché, al contrario di molti altri emuli… non sente la necessità di stupire e sconvolgere il lettore a ogni pagina: la scrittura, la trama, si dipanano con ritmi lenti e toni piani, senza fretta e senza concitazione.

Al solito, il poliziotto protagonista è il classico “rottame umano” (divorziato, senza soldi, beve, eccetera), però stavolta l’autore non tenta a tutti i costi di rendere “romantica” questa caratterizzazione, ce la mostra in modo schietto e onesto, senza risparmiare i dettagli squallidi e sgradevoli (o persino un po’ grotteschi, come i denti finti) e dolorosamente concreti (come i dettagli delle spese mediche). Soprattutto Hoke Moseley non sembra il classico tipo fascinoso che si incontra in questo genere di romanzi, ha i suoi lati negativi, come la generale avversione per l’ondata di immigrati di origine latina che sta invadendo Miami, sembra un buon poliziotto ma, in questo primo romanzo, è spesso in balìa degli eventi, senza capirci granché.

La trama stessa è bizzarra, poiché non c’è alcun “caso” da risolvere (o meglio uno ci sarebbe, il massacro nella villa dei trafficanti colombiani, ma è totalmente marginale alla vicenda dei protagonisti e risolto “fuori scena” in un attimo da altri personaggi!), tutto prende il via da un evento quasi risibile e paradossale, che innesca però una serie di conseguenze imprevedibili e fortuite in cui, appunto, il protagonista si trova coinvolto quasi senza volerlo.

Altro elemento “originale” sono le frequenti digressioni apparentemente estranee alla trama principale, dilatate in modo inusuale, come la lezione sulla poesia haiku cui assistono Freddy e Susan o il primo appuntamento fra i due, o i dettagli sulle ricette di Susan, o le frequenti ripetizioni di uno stesso concetto (il telefono dell’albergo in cui vive Hoke che deve squillare più e più volte prima che qualcuno si decida a rispondere). Sembra quasi che questi “strani” dialoghi di Willeford abbiano fatto da modello per quelli celebri e ugualmente “inconcludenti” dei film di Tarantino.

Su tutto emerge comunque la descrizione di una Miami soffocata da caldo e umidità e immersa nella violenza praticamente in ogni angolo di strada, colta in un momento delicatissimo della sua storia, all’indomani della massiccia immigrazione dei “Marielitos”.

Forse il voto finale è un po’ generoso, ma mi sono piaciuti ritmo e personaggi e penso che proseguirò la lettura della serie.

Charles Willeford, Miami Blues, voto = 4/5
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Principessa

Cosa si può leggere dopo un libro bellissimo e tristissimo come Quel che resta del giorno? Possibilmente uno che ti tiri un po’ su; sfortunatamente, ispezionando la libreria mi sono accorta che è un po’ carente di titoli allegri, perciò alla fine mi sono ritrovata fra le mani questo, arrivato fresco fresco, che mi incuriosiva molto, ma che tanto leggero e divertente proprio non è. Se non altro è di un genere totalmente diverso, per cui era almeno al riparo da impietosi confronti.

Di Principessa, di Gianfranco Calligarich, che proprio non conoscevo, lessi una recensione su “La Lettura” del 30 giugno 2013, e rimasi incuriosita dalla promessa di questo strano “ibrido” fra noir e rosa, per di più, bonus per me, in chiave omosessuale. Qualsiasi cosa che prometta di “rischiare” un po’ con i generi e le aspettative del pubblico mi suona bene.

La trama (anche se si può leggere anche dall’articolo sopra citato, senza rischio di eccessive anticipazioni). La voce narrante è un anonimo corriere della droga che da Dortmund si reca a Milano per consegnare della merce; qualcosa va storto ed egli, tra l’altro anche nei guai con degli strozzini a causa di debiti di gioco, riceve dal suo contatto il consiglio di starsene per un po’ tranquillo e nascosto, alloggiando in una stanza presa in subaffitto. Il tipo con cui si trova a dividere l’appartamento è un impiegato dalle abitudini assai regolari, riservatissimo, un po’ effeminato, amante dei vecchi film in bianco e nero e appassionato di oroscopi, con una madre tirannica alla Psyco che abita qualche piano più in su nello stesso palazzo e, soprattutto, un secondo lavoro: ogni notte, come il protagonista scopre incontrandolo per caso in ascensore, si trasforma in “Principessa”, un travestito. Ingolosito dalla possibilità che nella stanza di Principessa, sempre chiusa a chiave, possano trovarsi gli ingenti guadagni dell’attività notturna, il protagonista inizia allora una tattica per conquistarsi la fiducia del silenzioso, solitario ed enigmatico compagno d’appartamento, sedurlo e introdursi finalmente nella mitica “camera del tesoro”. Mentre Principessa soccombe al suo fascino abbastanza presto, non è altrettanto facile convincerlo ad abbassare la guardia, e contemporaneamente anche il protagonista comincia, suo malgrado, a essere intrigato dai comportamenti talvolta sconvolgenti e sempre “teatrali” del suo amante.

L’autore, per qualche motivo, ha un’avversione per i verbi e, al contrario, un amore smodato per l’anafora, perciò costruisce molte frasi in questo modo: “A tutti gli effetti non anonima come le solite camere d’affitto, la stanza” (p. 21), “Quello la sera il mio rientro al nido. Televisivo e inospitale” (p. 31), “Così le cose nel silenzio notturno dell’androne” (p. 36) “Perché nove probabilità su dieci, che nel nido potesse esserci un malloppo” (p. 37), “Problema da non sottovalutare, l’apertura della stanza” (ibidem), e via così. Lette anche varie volte nella stessa pagina, alla lunga risultano insopportabili: questo vezzo l’ho trovato irritante al massimo grado (è proprio una delle caratteristiche del libro che, nell’ultimo paragrafo della recensione, Ermanno Paccagnini loda di più, invece!) e non ho capito cosa cercasse di comunicare, forse un certo modo “spiccio” e brusco di parlare e pensare della voce narrante. Fatto sta che lo stile di questo libro è assolutamente respingente e fastidioso (forse, in fin dei conti, un certo confronto con quello elegante e dispiegato di Ishiguro l’ha subìto), sembra di leggere una serie di telegrammi, ma la trama “tira”, per cui si arriva in fondo.

Abbastanza fuori luogo, tanto da sembrarmi quasi incomprensibili, le digressioni in cui compaiono personaggi minori e macchiette come Santini e l’Ingegnere. A essere sincera, poi, non ho capito perché sia stato necessario inventarsi l’antefatto del corriere della droga rimasto bloccato a Milano, e il protagonista non potesse semplicemente essere un tizio qualunque, magari un disoccupato malato di Bingo o videopoker, che poteva ugualmente giustificarne l’avidità e il fatto che restava a casa tutto il giorno senza nulla da fare. In conclusione, se qualcuno volesse ri-scrivere la stessa storia in modo totalmente diverso, sarei felice di ri-comprare il libro.

Gianfranco Calligarich, Principessa, voto = 3/5
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