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Hell House

Un salto indietro nel tempo a quando leggevo molti più horror di adesso: questo classico del genere, datato 1971, è stato consigliato caldamente da un utente di Goodreads, che mi ha incuriosito definendolo “l’horror più horror che ho mai letto”. Questa recensione è piena di spoiler, vi avverto: è consigliabile leggerla dopo che avrete finito il libro, se il romanzo vi interessa. Gli spoiler sono visibili evidenziando col mouse il testo nascosto.

La “casa infernale” del titolo è Belasco House, nel Maine, che prende il nome dal suo costruttore, il misterioso e famigerato Emeric Belasco, eccentrico riccone vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo, personalità carismatica ma crudele e malefica, che progettò di rendere il palazzo un suo personalissimo “inferno” privato: vi ospitava numerose persone, che lasciava indulgere ai peggiori eccessi e alle più innominabili pratiche, finché costoro diventavano talmente “assuefatti” all’atmosfera allucinata della casa da non poterla più abbandonare. Belasco House, quindi, guadagnò ben presto la fama di dimora “maledetta”, in cui accadevano cose spaventose. Per due volte, dopo che il suo terribile proprietario un giorno sparì senza lasciare traccia, nel 1931 e nel 1940, gruppi di coraggiosi cercarono di venire a capo della “maledizione” della casa e di neutralizzarla: sono tutti morti orribilmente (tranne uno, vedi più avanti), e da allora la casa è stata abbandonata, rimanendo sigillata e inaccessibile. Fino al 1970, anno in cui si svolge la nostra storia, quando l’attuale proprietario, Deutsch, il classico milionario misantropo, fornisce il (tenue) pretesto perché i malcapitati di turno debbano rinchiudersi nella casa maledetta: costui, in punto di morte, affida a tre specialisti del paranormale l’incarico di fornirgli, in una settimana, prove certe del fatto che esista o meno un aldilà, in cambio di un bel mucchio di soldi: e sicuramente, per tentare comunicazioni con l’oltretomba, non c’è posto più adatto della sinistra Belasco House. Le persone prescelte per questo compito usano metodi e approcci diversi, per non trascurare nessuna possibilità. Il prof. Lionel Barrett è il sostenitore di una teoria “scientifica” dei fenomeni paranormali, anzi ritiene che la paccottiglia più “spiritualistica” sia stato ciò che ha fino ad allora impedito un serio studio del paranormale. La sensitiva Florence Tanner, al contrario, crede nella spiegazione “mistica” di tali fenomeni (le spiegazioni “scientifiche” nel libro sono piuttosto confuse, o a me sono sembrate tali, ma l’importante è che diano un’idea della contrapposizione di questi due personaggi: per capirci, Barrett ritiene che “i fantasmi” non esistano e gli eventi che si verificano nella casa siano spiegabili con l’azione di residui di “energia psichica” del suo antico proprietario, la Tanner crede invece nei “classici” spiriti dei morti). Il terzo “indagatore dell’occulto” è Benjamin Franklin Fischer: anch’egli da ragazzino è stato un medium molto potente, e anzi è l’unico sopravvissuto della spaventosa ecatombe verificatasi nella casa nel 1940; da quell’evento traumatico, ha smesso completamente di utilizzare il suo “dono”, non si è mai del tutto ripreso e vivacchia alla bell’e meglio. Accetta di ritornare nella casa, ma è apertamente scettico sulle possibilità dei suoi compagni di “liberarla”: dal canto suo, è fermamente intenzionato a non fare nulla, non “entrare in comunicazione” con nessuna presenza, superare indenne quei sette giorni e intascare i soldi. Completa il gruppo Edith Barrett, che non è né una studiosa né una sensitiva, ma partecipa al seguito del marito Lionel, che ha già assistito in passato in simili missioni. Spendo due parole in più su di lei perché la sua figura, nel complesso, mi è sembrata quella meglio riuscita: è un personaggio che probabilmente sembrerà poco “piacevole” alle lettrici odierne, abituate a eroine “fiere”, “indipendenti”, che “spaccano culi” (kick-ass) e senza macchia e senza paura, e tuttavia a me è sembrato molto “vero”. Traumatizzata da un padre violento e dall’educazione repressiva della madre, la donna crescendo ha sviluppato un autentico terrore del contatto fisico e del sesso. Il suo costante senso di paura e inadeguatezza è forse uno dei motivi che l’hanno portata al matrimonio con Barrett, un uomo molto più anziano di lei, sessualmente impotente a causa di una poliomelite infantile, una figura in qualche modo “paterna” e autorevole da cui Edith si lascia guidare totalmente. Il rapporto fra i due risulta in effetti fortemente sbilanciato, ma non per questo dalle pagine del libro sembra meno affettuoso o genuino, e questo evitare qualsiasi giudizio troppo netto o caratterizzazione troppo facile e “piaciona” mi ha favorevolemente colpita.

Pochi giorni prima del Natale 1970, dunque, il gruppetto si chiude nella casa, isolato e praticamente senza contatti con l’esterno. Ovvio che le apparizioni e i fatti inquietanti non tardano a verificarsi, la differenza è che stavolta i personaggi sono preparati, e si sforzano di interpretarli secondo i loro schemi: la Tanner crede che sia necessario “pacificare” gli spiriti della casa per consentire loro il passaggio all’altro mondo, Barrett si concentra piuttosto sulla costruzione di un misterioso macchinario che dovrebbe eliminare completamente il problema. Tuttavia poco a poco diventa evidente che la “forza” che presiede alla casa potrebbe essere troppo potente e sfuggente per i loro tentativi di comprenderla e ingabbiarla, le loro divisioni, che si accentuano sempre di più, potrebbero essere esacerbate e alimentate ad arte da qualcuno per indebolirli, e che le diverse “soluzioni” che i personaggi, in particolare Barrett e Tanner, si sforzano di adottare potrebbero in realtà rivelarsi inutili, e tutti loro essere solo pedine inconsapevoli di un piano diabolico.

Chi cerca un libro in cui si verifica un colpo di scena a pagina, è capitato bene: basta scorrere l’elenco che Barrett ha preparato, lungo pagine e pagine, di fenomeni rilevati a Belasco House in passato (l’elenco ha, credo, anche uno scopo lievemente comico: sono 105 voci, ve lo riporterei tutto perché merita, ma mi limito a citare qua e là: Apparitions … Automatic writing … Catalepsy … Divination … Ghosts … Glossolalia … Levitation … Possession … Psychic photography … Raps … Sonnambulism … Telekinesis … Voices eccetera eccetera) per verificare che nel libro ne incontreremo parecchi. E infatti l’ho letto in pochissimi giorni, e questo vuol pur dire qualcosa, ma la mia impressione è che, invece di partire col botto e accumulare un’apparizione spaventosa a capitolo, sarebbe stato meglio prendersela con più “calma” e dare il tempo alla tensione e alla paura di montare e crescere.

In alcuni passaggi il libro mostra i suoi anni, soprattutto nella caratterizzazione dei due personaggi femminili. Gran parte del “potere” della casa è, a quanto pare, riuscire a scatenare gli impulsi e i desideri, soprattutto di natura erotica, taciuti e repressi (così come Belasco appunto incoraggiava i suoi ospiti ad abbandonare qualsiasi freno inibitore): purtroppo a cadere vittime di questa suggestione sembra siano solo le due donne del gruppo, e ciò, a parte che l’abisso della perversione per entrambe sembra sia abbandonarsi alle loro tendenze omosessuali represse (ho l’impressione che al giorno d’oggi questo tema verrebbe trattato con una sensibilità differente), si traduce in varie scene, piuttosto simili, di tentativi di seduzione di Fischer. Come mai i due uomini invece mantengono costantemente il controllo e non sembrano affatto cadere preda di questo “incantesimo”? A dire il vero c’è, a un certo punto, uno spunto che si sarebbe potuto sfruttare assai meglio, in questo senso: una notte Edith, non completamente in sé, si mette a camminare nel sonno e così facendo esce dalla casa e rischia di annegare in una specie di palude nelle vicinanze. Non è la prima “stranezza” di cui si è resa protagonista, perché in precedenza, sempre preda di questa misteriosa possessione, aveva tentato di assalire sessualmente Fischer, per poi tornare bruscamente in sé, piena di vergogna, quando Barrett li aveva scoperti. L’episodio aveva causato qualche tensione nella coppia, visto che, inoltre, in precedenza Edith era stata “insolitamente” audace col marito, cercando di forzarlo ad avere un rapporto sessuale, cosa che l’uomo non era stato in grado di fare. È dunque per evitare altri incidenti che la notte seguente il marito, con naturalezza, suggerisce a Edith di farsi legare al letto… così non le sarà possibile alzarsi e andare in giro nel sonno. La donna accetta. La scena, che dura solo poche pagine, è forse una delle più autenticamente spaventose dell’intero romanzo, poiché (il punto di vista adottato è quello di Edith), così facendo, la donna si sente effettivamente più sicura e tranquilla, sdraiata accanto a un uomo di cui si fida ciecamente… tuttavia in un angolo della sua mente, e nel lettore, si insinua un vago senso di minaccia, come se, ora che l’ha immobilizzata, Lionel ne approfitterà per punirla delle ripetute umiliazioni che gli ha fatto subire, per tentare di sfogare istinti che, in situazioni normali (la moglie è terrorizzata dal sesso, lui stesso è impotente), non riesce a soddisfare. Purtroppo, come dicevo, è solo un breve excursus in un terreno meno spettacolare e più “psicologico”, sicuramente intenzionale ma cui non viene dato alcun seguito.

Appunto, è curioso come per tutto il libro sembra che si gettino le basi di sviluppi molto intriganti (e assai “moderni”), come l’esplorazione delle complesse dinamiche del matrimonio dei Barrett, la stessa (ri)scoperta del desiderio in Edith (parlo sempre e solo di questi due perché Fischer e la Tanner, al confronto, mi sono sembrati più banali e meno interessanti), che poi però… non vengono approfonditi, preferendo una conclusione più “chiassosa” e “tradizionale” che poi, esaurita la foga di arrivare alla fine (perché, devo essere onesta, il can can finale una certa fifa la mette pure), non lascia un segno duraturo (e non è neanche tanto chiara). E poi perché inserire quel dettaglio che tante delle precedenti ospiti della casa sono rimaste incinte, senza darvi seguito in alcun modo? La butto lì (e copro tutto perché la mia conclusione “alternativa” svela alcuni particolari della fine del romanzo): i Barrett, dopo il “successo” della macchina di Lionel, sono rimasti soli nella casa ora apparentemente calma mentre Fischer è andato in paese con l’auto per dare sepoltura a Florence. Tenere affettuosità poi Edith si addormenta e Lionel va al piano di sotto (fin qui tutto come nel libro). Edith si sveglia, torna Lionel e, sorpresa!, finalmente i due riescono ad avere un rapporto completo e soddisfacente, Edith supera la sua “innaturale” repulsione per il sesso e Lionel “miracolosamente”, forse galvanizzato dal trionfo, è in grado di avere un’erezione. Edith poi si riaddormenta di nuovo. Dopo un po’, Fischer torna, tutti fanno i bagagli e vanno via, felici e contenti… e mentre si stanno allontando dalla casa Edith pensa, stranamente ha avuto l’impressione che prima, in camera, Lionel non avesse bisogno del bastone per camminare… Nove mesi dopo nasce un bel bambino

Richard Matheson, Hell House, voto = 3,5/5

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Butcher’s Crossing

John Williams è uno scrittore che è stato riscoperto negli ultimi anni grazie al suo romanzo Stoner, vero caso editoriale amato e ammirato da moltissimi lettori: da allora è partita la pubblicazione del resto della sua bibliografia, che comprende anche questo romanzo storico ambientato nel vecchio West, di cui sentii parlare per la prima volta grazie a una recensione (manco a dirlo entusiasta) su “La Lettura”.

Siamo nel 1870 o giù di lì, Will Andrews è un giovane che, lasciata la casa paterna nella ricca e tranquilla Boston all’inseguimento di una vita più libera e avventurosa, giunge nel selvaggio West, e precisamente a Butcher’s Crossing, paesino sperduto ma, come indica il nome stesso, centro da cui partono regolarmente spedizioni di caccia ai bisonti, la cui pelle costituisce il principale commercio della zona. Avendo qualche soldo in tasca, si mette ben presto in società con un esperto cacciatore, Miller, che sostiene di aver scoperto un territorio, di difficile accesso e noto a lui solo, in cui i bisonti, già all’epoca sempre più scarsi, scorrazzano ancora in grande quantità. Miller e Andrews e altri due compagni partono per una battuta di caccia che, nei loro piani, deve durare solo qualche settimana e fruttare enormi guadagni.

Ultimamente sta nascendo in me un grande interesse per i romanzi western, ne ho già messo in fila qualcuno nella lista dei “da leggere” e, dal punto di vista degli elementi tipici del genere, quel gusto dell’avventura e dei grandi spazi e della natura selvaggia e della fatica e del fascino di una “scelta di vita” estrema in una terra ancora dura e difficile, il romanzo non delude: mi sono piaciuti la lentezza, i silenzi (o i dialoghi essenziali e bruschi), i gesti concreti descritti senza tanto romanticismo e che, si immagina, i personaggi svolgevano con perizia e naturalezza, persino la crudezza e l’efferatezza di certi passaggi, la crudeltà delle condizioni di vita e la potenza della natura.

Poco invece mi ha detto il romanzo visto come “parabola esistenziale” o “metafora” di non so cosa, tanto che, onestamente, il mio giudizio è positivo senza però scomodare il termine “capolavoro” cui Williams ultimamente sembra abbonato. Di Will Andrews possiamo tranquillamente evitare di parlare. Sì, in teoria è il protagonista, è lui che è impegnato in questa “ricerca di sé”, in procinto di compiere questo percorso di “iniziazione”, è il suo sguardo quello che “racconta” la vicenda… In realtà il fascino che questo personaggio esercita sul lettore è pari a zero virgola zero (secondo me!). Anche Stoner, il protagonista del romanzo eponimo dello stesso autore, non era un uomo dal carattere forte o dalla personalità magnetica, tutt’altro. Però almeno soffriva e faceva soffrire il lettore, Will Andrews… sta lì e, seppure la sua trasformazione da ragazzo a “uomo vero” sia presumibilmente il cuore del romanzo, non sembra mai di riuscire realmente a “vederla”: più che il protagonista, è una “zavorra” che ha pesato sull’intera riuscita del libro, per quanto mi riguarda.
Concentriamoci piuttosto sugli altri personaggi, Miller, l’esperto cacciatore di bisonti promotore dell’iniziativa, imperscrutabile nella sua calma sicurezza e irremovibile nei suoi propositi e per questo sempre oscillante, agli occhi dell’incerto lettore, fra la saggezza da leader e la monomania ossessiva, Fred Schneider, entrato a far parte del gruppo controvoglia e per questo inquieto e scettico sull’esito della missione, ma ciò nonostante ruvidamente affidabile, Charley Hoge, alcolizzato e traumatizzato in seguito a un incidente di caccia, legato da una fedeltà quasi canina a Miller.

Bastava la rivelazione finale che mesi e mesi di sofferenze e sacrifici non erano serviti a nulla (perché la domanda delle pelli di bisonte nel frattempo, durante la lunga assenza dei protagonisti, è improvvisamente crollata) per far passare il messaggio (avrò capito bene?) che la vita umana spesso è una “caccia” durissima, faticosa e pericolosa a un trofeo sognato per anni e, quando sembra di averlo finalmente raggiunto, non poi così prezioso come si immaginava: inutilmente “melodrammatica” ed enfatica la scena dell’incendio provocato da Miller al capannone di MacDonald. Per non parlare della vicenda assai stereotipata di Will e la prostituta Francine.

Insomma, non starei qui a spendere tante parole se l’autore non fosse quel Williams che ha fatto tanto parlare di sé con Stoner: di suo mi rimane ora da leggere solo Augustus (perché l’opera prima sembra valere davvero poca cosa, a vedere le recensioni).

John Williams, Butcher’s Crossing (trad. Stefano Tummolini), voto = 3/5

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The Jacket (Star-Rover)

The Star-Rover, o The Jacket (titolo con cui fu pubblicato in UK), in italiano Il vagabondo delle stelle, è innanzi tutto un libro che mi ha sorpreso. O meglio, mi ha sorpreso il suo autore, Jack London, che conoscevo solo di fama: pensando a libri celebri (ma che non ho letto) come Zanna Bianca o Il richiamo della foresta, lo associavo automaticamente a classici romanzi di avventura per ragazzi, con belle storie, buoni sentimenti, e via così. In realtà ho scoperto qui un autore molto più “adulto” e cupo, sicuramente da approfondire.

Siamo agli inizi del XX secolo (il libro fu pubblicato nel 1915) e protagonista, e voce narrante, è un professore di agronomia americano, Darrell Standing: costui si trova in prigione a San Quintino per aver commesso un delitto (le cui circostanze non saranno mai chiarite nel corso del libro, ma non sono importanti). A seguito di una serie di sfortunate e imprevedibili circostanze, troppo complicate da riassumere qui, il direttore della prigione si convince, a torto, che Standing, già di suo un prigioniero “difficile” perché capace di tener testa all’ottusa brutalità delle guardie, sia implicato in un piano di fuga e abbia nascosto da qualche parte all’interno del carcere della dinamite pronta a esplodere. Standing viene quindi rinchiuso in una cella di isolamento, e sottoposto a continui interrogatorî e torture per convincerlo a rivelare dove si trovi la (inesistente) dinamite. Il metodo di tortura più utilizzato è la “giacca” che dà il titolo al romanzo, una specie di camicia di forza avvolta attorno al corpo del prigioniero, in modo da immobilizzarlo totalmente e comprimergli il petto e gli arti, causandogli atroci sofferenze. Ma la violenza cieca e testarda del direttore del carcere e dei suoi sgherri non riesce ad avere ragione delle grandissime capacità di resistenza, forza di volontà e intelligenza di Standing. Al contrario, egli riesce a stringere una solida allenza con i due prigionieri altrettanto straordinari che si trovano nelle celle di isolamento accanto alla sua, Ed Morell (personaggio realmente esistito) e Jake Oppenheimer. È proprio Morell a suggerire a Standing il metodo per sopportare senza alcun danno le ore, a volte i giorni, di tortura imprigionato nella terribile “giacca”: il segreto sta nel riuscire, attraverso la sola forza di volontà, a far “morire” temporaneamente il proprio corpo, in modo da rendere la mente libera di uscire dalle pareti della prigione e di vagare dove più le piace.
Standing mette in pratica il consiglio, e scopre così una verità di cui fin da bambino sospettava: il suo corpo, nella sua accezione materiale, è un accidente senza importanza, ma la sua mente è immortale e invincibile, ha già vissuto innumerevoli vite prima di incarnarsi nell’entità Darrell Standing e molte altre ne vivrà una volta che “Standing” sarà morto. In queste sue esperienze di “pseudo-morte”, infatti, Standing riesce a rivivere le sue incarnazioni passate, che costituiscono l’oggetto di vari racconti più o meno lunghi.

Non proprio una storia “per ragazzi”, insomma: è una lettura cupa, specialmente nei primi capitoli, di sapore “lovecraftiano” (so bene che è un anacronismo, ma è utile per rendere l’idea) nella descrizione dei tormenti del protagonista chiuso nell’angusta e buia cella di isolamento, impegnato a trovare un sistema per non impazzire, è una denuncia nemmeno troppo velata delle condizioni di vita nelle carceri americane dell’inizio del XX secolo, e degli arbitrî agghiaccianti che potevano verificarsi all’interno delle loro mura, al riparo di qualsiasi controllo (evidentemente London non aveva paura di affrontare temi “scomodi”, perché è anche autore di un reportage sulla vita dei senzatetto, The People of the Abyss), e poi, naturalmente, è possibile anche solo gustarsela semplicemente come originalissima cornice a una serie di racconti avventurosi (le vite precedenti del protagonista). Spiccano il drammatico racconto del bambino Jesse, che viaggiava nella carovana che fu massacrata a Mountain Meadows in un attacco dei mormoni (tragico episodio realmente avvenuto nel 1857) e le avventure e le lunghe sofferenze del naufrago Adam Strang nella Corea del XVII secolo, ma altri racconti interessanti vedono protagonisti un santo eremita nel deserto nei primi secoli del Cristianesimo, un vichingo nella Palestina ai tempi di Gesù, un altro naufrago sopravvissuto per anni su un’isola deserta.

Jack London, The Jacket (Star-Rover), voto = 4/5

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Il falò delle vanità

Sempre più in ritardo queste recensioni, scritte con sempre più giorni di distanza dalla lettura del libro, e perciò sempre più approssimative… Va beh.

A posteriori, sono molto contenta che per lettura di gruppo di novembre di Goodreads Italia sia stato scelto, dopo una lunga battaglia con Possessione di A.S. Byatt, Il falò delle vanità, bestseller di Tom Wolfe del 1987.
Sì perché, mentre il libro della Byatt aveva già comunque un posto nella mia lista dei “da leggere” (prima o poi), chissà se avrei mai preso in considerazione quello di Wolfe, se non fosse stato per questa occasione. In effetti, quel che sapevo finora dell’autore è che è un signore molto elegante e che ha scritto un romanzo, Io sono Charlotte Simmons, uscito nel 2003, che all’epoca mi aveva incuriosito ma presentava giudizi talmente contrastanti, e alcune stroncature così nette, da farmi passare la voglia di approfondire. Inoltre, forse proprio l’immagine da “dandy” dell’autore mi aveva fatto arbitrariamente pensare che anche la sua scrittura fosse affettata, pretenziosa, pesante, eccessivamente “letteraria”. Fatto sta, comunque, che la trama de Il falò delle vanità era sufficientemente interessante da farmi accantonare queste riserve, anche di fronte alla mole del libro (più di 700 pagine)… e, come dicevo, il risultato è che ho visto con soddisfazione smentiti tutti i miei “timori” e pregiudizi, e mi sono goduta, anzi divorata, una bellissima lettura.

Il falò delle vanità riesce a essere un libro “simbolo” degli anni ’80 e allo stesso tempo sembra scritto ieri. New York è la vera protagonista (suggerisco di tenere a portata di mano una mappa della Grande Mela durante la lettura! Inutile dire quanto ho amato immaginare di ripercorrere di nuovo quelle strade), ma New York non è una città sola: qui c’è la New York di chi abita a Park Avenue, la strada più lussuosa del borough più ricco (Manhattan) della metropoli più importante della nazione più potente del mondo, e la New York di chi, solo a pochi chilometri di distanza, vive la realtà totalmente diversa e degradata del Bronx, di come la percezione di questi due poli opposti sia giunta a dominare, in positivo e in negativo, tutte le ambizioni e le paure di chi sta “in mezzo”, di come questi due mondi, che normalmente si fondano su un tacito patto di “non ingerenza”, finiscano per incontrarsi e di come le conseguenze di ciò siano molto più sfaccettate e meno univoche di quanto si potrebbe pensare.
Ancora una volta a colpire del “mito” di New York è il suo essere luogo aperto e chiuso allo stesso tempo, dove le persone più diverse e dalle più svariate provenienze sono contemporaneamente a stretto contatto e più lontane che mai. Al di là della retorica dell’integrazione e del “melting pot”, anche qui (è un’impressione che ho avuto anche guardando la serie TV Boardwalk Empire, che pure non è ambientata esclusivamente a New York e riguarda l’America degli anni Venti… eppure, a leggere il libro, pare che negli anni Ottanta la situazione non sia molto diversa) sembra di trovarsi di fronte a “tribù” (anzi “specie”, visto che addirittura nel romanzo c’è una vera e propria “bestializzazione” della popolazione di New York, che a sua volta è una “giungla” in cui tutti sono impegnati nella “lotta per la sopravvivenza”) che si spartiscono gli spazi, e se oltrepassi alcuni “confini” entri in un “territorio” totalmente diverso, popolato da “branchi” di uomini totalmente diversi da te, che rispondono a codici e leggi completamente diverse, e la cosa è universalmente nota, accettata e persino salvaguardata, perché aiuta a dare un minimo di “senso” alle dinamiche della metropoli. E quindi abbiamo i wasp protestanti, gli ebrei, gli italiani, gli irlandesi, i neri, i britannici ex colonizzatori e ora immigrati spocchiosi. Tutte queste categorie si scrutano, si riconoscono a vicenda, si tengono a debita distanza… fin quando, come avviene in questo romanzo, il caso non le costringe a fare i conti l’una con l’altra.

Sherman McCoy, giovane “broker” di Wall Street, si ritiene a buon diritto, e senza nessuna ironia, uno dei “Padroni dell’Universo”: guadagna un sacco di soldi, con una telefonata è in grado di spostare somme enormi di denaro, abita in uno degli appartamenti più sfarzosi di Park Avenue con moglie e figlia, ha un’amante giovane e bella, non gli manca nulla. Eppure, basta che una notte, al volante della sua Mercedes, prenda l’uscita sbagliata e si ritrovi, in compagnia dell’amante, perso fra le strade malfamate del Bronx, e basta che, in un incidente dalla dinamica molto confusa, la sua auto investa un giovane nero, perché un’esistenza pienamente sotto controllo gli sfugga totalmente di mano, la sua identità stessa venga fatta a pezzi e assuma, a seconda dei casi e dei destinatari, il conveniente ruolo di arma di ricatto (per l’ambiguo leader della comunità nera, pronto a fomentare gli animi), capro espiatorio (per il politico in cerca di voti), occasione di rivalsa e trampolino di lancio (per il giornalista fallito che dà la storia in pasto all’opinione pubblica e per l’ambizioso e frustrato procuratore distrettuale), pretesto per la “buona causa” del momento (tutti coloro che sfruttano a fini di visibilità la protesta degli abitanti del Bronx). D’altra parte uguale “disumanizzazione”, ma di opposto segno, tocca all’altro protagonista della tragedia, il giovane investito. Non è un caso che l’epilogo (segue spoiler), amarissimo praticamente per tutti i personaggi, veda invece, in stridente contrasto, il “trionfo” (di proporzioni talmente esagerata da dover essere necessariamente inteso in senso ironico) del giornalista pretenzioso e cinico che, con i suoi articoli trasudanti sentimentalismo d’accatto e disinvoltamente forcaioli, dai dettagli spesso aggiustati ad arte, ha scatenato la “caccia alle streghe”.

Attenzione, non si pensi però che tutti questi Grandi Temi che ho cercato (confusamente) di rilevare rendano la lettura impegnativa, pesante, difficoltosa: come dicevo prima, tutt’altro! Il romanzo scorre via che è un piacere malgrado il fatto che, tutto sommato, le parti di azione propriamente detta non siano molte, perché il precipitare, lento ma inesorabile, degli eventi tiene comunque avvinti alla vicenda. Soprattutto, è tutto molto meno “netto” e “categorico”, più “problematico” e meno “consolante” per il lettore di quanto una sintesi, compresa la mia, possa far pensare (seguono alcuni spoiler, per leggerli vanno evidenziati): Sherman e Maria, la sua amante, sono scappati senza fermarsi perché credevano di essere vittime di un tentativo di rapina, è così o no? Se no, perché l’altro ragazzo che era presente sulla scena non denuncia subito il fatto? È proprio vero, come sostengono la famiglia di Henry Lamb (il ragazzo investito), il reverendo Reginald Bacon, la stampa, che i medici siano stati negligenti nel trattare Henry, perché il paziente era un ragazzo nero del Bronx, e l’hanno colpevolmente mandato a casa dopo avergli semplicemente fasciato il polso… o è stato inspiegabilmente e assurdamente reticente Henry a non parlare subito dell’incidente? E perché non l’ha fatto? La Procura non ha aperto subito un fascicolo perché effettivamente la vita di un ragazzo nero non vale molto… oppure è anche vero che non vi erano oggettivamente elementi sufficienti per procedere? E si può continuare ancora, con i dubbi e le domande e le incertezze, con l’autore che spinge al massimo sul pedale dell’ambiguità soprattutto nel finale, per non dare al lettore nessun “appiglio” per formulare un giudizio “facile” e “comodo” (segue mega-spoiler sul finale): sì, era un tentativo di rapina, MA per finta… Sì, la verità viene a galla, MA la registrazione che la contiene è stata fatta e ottenuta in modo illegale, e Sherman è costretto a spergiurare per farla ammettere come prova.

Devo ringraziare la mia passione per la serie TV The Good Wife se ho potuto capire agevolmente le parti più strettamente legali della vicenda!

Tom Wolfe, Il falò delle vanità (trad. Ranieri Carano), voto = 4/5

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Vuoi star zitta, per favore?

Ci sono ancora, ma ultimamente “l’ispirazione” per scrivere queste (zoppicanti) “recensioni” si fa un po’ desiderare, perciò purtroppo ne vedrete ancora un paio (a partire da questa), relative a libri finiti ormai da qualche tempo, davvero “tirate via”.

Qui stiamo parlando della prima raccolta di racconti dello scrittore Raymond Carver, uscita nel 1976. Ho un’amica, su Goodreads, che ama molto questo scrittore, e vedo che nel recensirlo usa l’aggettivo perfetto; ci ho ripensato, e ciò mi fa riflettere, perché io invece se dovessi definire in poche parole questa lettura potrei dire: incredibilmente frustrante… Sono tante brevi, e meno brevi, “finestre” sulle vite di uomini e donne americani, spesso coppie, spesso affaticati e insoddisfatti, e li vediamo consumare le pagine a loro dedicate dall’autore… spesso ripetendo i soliti gesti di sempre, ma sempre con un senso di incombente… minaccia? No, non proprio, ma tensione, come se si fosse sempre più vicini a un’ipotetico “punto di rottura”. Però intanto le pagine stanno per esaurirsi, e tu sei lì che pensi “eh no, ti prego, non finire adesso!”… e invece 9 volte su 10 è come se andassero via le luci, calasse all’improvviso un sipario, lasciandoti davanti alla pagina nuova, quella mezza bianca col titolo del racconto successivo, a chiederti: “Ma che succede dopo? Sembrava proprio che stesse per succedere qualcosa… oppure niente…”.

Beh, allora mi fa un po’ sorridere pensare a questi racconti come “perfettamente compiuti”, quando io invece trovo che ci siano molte meno parole di quelle che avrei voluto… Che vorrà dire? A) io ci capisco poco (sì, questa risposta è sempre valida); B) questo effetto di brusca “rottura” era proprio quello che Carver voleva ottenere.
Mi viene in mente ora (ho finito il libro ormai da varie settimane, come dicevo) che, se ripenso ai personaggi di questi racconti, avrei voglia di incontrarli uno a uno per chiedere loro “beh, insomma come va ora? Ma senti, che è successo poi, quella volta in cui…?”, il che probabilmente è fare un complimento al libro.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore? (trad. Riccardo Duranti), voto = 3,5/5

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Rosemary’s Baby

Che allegria: dopo la straziante vicenda di Pierre Rivière, il celebre horror di Ira Levin. Ma il prossimo post sarà più divertente, prometto.

Avviso: la storia di questo libro è talmente nota, soprattutto grazie al film, che mi è sembrata superflua la cautela abituale sugli spoiler. Perciò, se vi fosse qualcuno che ancora non conosce per nulla la trama, è meglio che smetta di leggere se non vuole rovinarsi la sorpresa (e che sorpresa!). In ogni caso, mi è uscita una recensione piuttosto raffazzonata (ho lasciato passare troppi giorni dalla fine della lettura), per cui non è che ci siano molti dettagli.

Visto prima il film? Sì. Guy, un attore teatrale la cui carriera stenta a decollare, e Rosemary Woodhouse sono due giovani sposini, che riescono ad accaparrarsi uno splendido appartamento in un lussuoso condominio di Manhattan, appartenuto a una vecchia signora da poco deceduta. Di lì a poco i due fanno conoscenza con i vicini di pianerottolo, i coniugi Roman e Minnie Castevet, anziani signori gentili, forse un po’ invadenti ma tutto sommato gradevoli. La gentilezza dei Castevet aumenta quando Rosemary rimane incinta: allora tutta la banda di vecchietti del Bramford Building si prodiga in premure, fino a “soffocare” la povera ragazza, che inizia a sentirsi sempre più sola (Guy improvvisamente è riuscito ad ottenere una parte importante, ed è sempre più distante dalla moglie e intimo coi Castevet) e inquieta. La gravidanza procede tra qualche complicanza, e comincia a farsi strada, nella mente di Rosemary, il dubbio che i suoi vicini la osservino, e che vogliano fare del male al nascituro… In realtà, è vero proprio il contrario!

Chiaramente, se non sapessimo nulla, uno dei grandi punti di forza del romanzo sarebbe la costante incertezza in cui, fino all’ultimo, è tenuto il lettore: ma i dubbi e le inquietudini di Rosemary sono giustificati, o si sta immaginando tutto? Infatti, per tutto c’è una spiegazione “razionale”, in genere fornita dal marito Guy. Forse il libro riesce meglio del film a perpetuare questa atmosfera in cui tutto è ancora possibile (nel film, l’uso delle immagini, che sembrano più “vere”, soprattutto la sequenza del “sogno” e del concepimento del bambino, ci mettono subito all’erta sul fatto che ci sia effettivamente qualcosa che non va).
Visto però che, ormai, il 99% dei lettori già sa tutto, allora la lettura del romanzo è inquietante e intrigante per un altro motivo: soffriamo per la povera Rosemary, che, ignara, viene ingannata, manipolata, osservata, letteralmente venduta dall’orribile, orribile marito.

Comunque, sia che il film l’abbiate visto oppure no, questo libro, una volta iniziato, è difficile da mettere via: naturalmente, finita la lettura, sono andata subito a rivedere Rosemary’s Baby di Polanski, che è una trasposizione davvero molto fedele del romanzo (sono alcuni episodi minori sono tagliati o condensati), fino allo sconcertante finale. Perciò penso che questo sia uno dei rari casi in cui la “sfida” fra libro e film non abbia un vero vincitore e possa fare contenti tutti: chi ha visto prima il film, come me, avrà piacere leggendo nel rievocare alla mente le immagini, chi ha letto prima il libro troverà riprodotto fedelmente, fin nei dialoghi, il testo.

Ho appreso su Goodreads che esiste un seguito di Rosemary’s Baby, scritto da Levin a trent’anni di distanza: Son of Rosemary. L’opinione prevalente è che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere: il finale soprattutto ha fatto infuriare parecchi lettori. Se siete curiosi, ci sono varie recensioni su Goodreads che ne parlano. A parte questo, comunque, tutti i suoi romanzi sono classici (The Boys from Brazil, The Stepford Wives…) e sembrano interessanti.

Ira Levin, Rosemary’s Baby, voto = 4/5

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If It Ain’t Love

Tamara Allen (pseudonimo) è, o era (vedi più avanti), un’autrice di M/M Romance, con storie ambientate prevalentemente nel passato, un po’ atipica: pochi dettagli espliciti, molta atmosfera (che, in un historical romance, non mi sembra sbagliato). Apparentemente questo stile più delicato e non sensazionalistico non incontrava molto successo commerciale, per cui qualche mese fa annunciò che avrebbe smesso di scrivere (o, almeno, avrebbe abbandonato questo pseudonimo e/o questo genere), e contemporaneamente rese disponibili, per un periodo di tempo limitato, tutti i suoi titoli per il download gratuito. Mi dispiace che sia giunta a considerare questa sua esperienza un mezzo fallimento, anche se l’unico suo libro che avevo letto, The Only Gold, mi aveva soddisfatto solo in parte: prometteva molto bene fino a metà, ma poi era rovinato dal brutto finale troppo action-packed. Della sua produzione quindi mi rimanevano da leggere questo If It Ain’t Love, Whistling in the Dark e Downtime, che invece ha qualche elemento fantasy che, sulla carta, mi convince meno.

In If It Ain’t Love, siamo a New York, negli anni più neri della Grande Depressione. Whit è un bravo giornalista, ma da tempo non azzecca più la storia “giusta”, il direttore del suo giornale non lo paga e la passione per il suo lavoro lo sta abbandonando. Ormai, assieme a tanti altri poveri diavoli disoccupati e in ginocchio per la fame e la mancanza di speranze, è ridotto a dormire in una specie di alberghetto, poco più che un ricovero per senzatetto (il termine inglese è flophouse). Una notte accanto alla sua branda trova un ospite che sembra fuori posto in quel contesto: Peter, un giovane ben vestito, ma non meno disperato e isolato degli altri. Quando viene a sapere che Peter avrebbe in realtà un appartamento in cui però non vuole stare, riesce a convincerlo a farsi portare là per trascorrere la notte insieme: in fondo, pensa, per un letto comodo e un pasto decente può valere la pena ridursi a vendersi a uno sconosciuto. Naturalmente la semplice notte di sesso avrà impreviste conseguenze, visto che si scopre ben presto che Peter è il figlio di un noto affarista, morto suicida a seguito di uno scandalo finanziario, e Whit dovrebbe, se vuol tornare nelle grazie del direttore del giornale, scrivere un pezzo proprio su di lui. Eppure le cose non sono come sembrano, e inaspettatamente i due uomini, che si sono incontrati nel momento in cui entrambi avevano toccato il fondo, troveranno nell’altro un motivo di speranza e di rinascita.

Questo romanzo, o forse è meglio dire racconto, è piuttosto breve e tutto sembra avvenire molto in fretta e senza troppa “suspence”, comunque è una gradevole lettura. Tamara Allen si conferma capace di creare storie delicate, più ancorate alla realtà di molto altro romance in circolazione, romantiche pur senza dare eccessivo peso alle scene erotiche, e di costruire un’ambientazione attenta ai dettagli e alle atmosfere. If It Ain’t Love è scaricabile gratuitamente qui.

Tamara Allen, If It Ain’t Love, voto = 3/5

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Compagnia K

Progetto prima guerra mondiale: parte 3
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzione, I fogli del capitano Michel, Scritture di guerra, Ci rivediamo lassù, La paura

Spesso parlo con diffidenza dei consigli del critico letterario A. D’Orrico (in realtà penso che il suo “peccato originale” sia stato aver enfaticamente salutato Faletti come “il più grande scrittore italiano”. Lo so che l’autore è recentemente scomparso, ma non credo che rivedrò i miei pre-giudizi per questo. Da allora D’Orrico, per quanto mi riguarda, ha perso un po’ di credibilità), ma bisogna dire che qualche volta ci azzecca(va). Questo Compagnia K era infatti da lui consigliato dalle colonne del settimanale del Corriere della Sera come uno dei “libri per l’estate 2010”: curiosa definizione, perché, come si vedrà, non è esattamente una lettura da ombrellone, ma nulla da eccepire sulla qualità.

William March è un autore statunitense forse poco conosciuto da noi, ma discretamente noto in patria. Così come Chevallier, autore de La paura, era un reduce della prima guerra mondiale e, sempre per continuare coi parallelismi, anche Compagnia K, uscito nel 1933, inizialmente scandalizzò l’opinione pubblica per la violenza, l’antimilitarismo, il rifiuto di ogni retorica patriottarda. Col tempo, naturalmente, venne ampiamente rivalutato, fu un’importante ispirazione per il Vonnegut di Mattatoio n. 5 ed è in generale considerato uno dei capolavori della letteratura di guerra. Fu soprattutto, e si sente, un romanzo molto “sentito” e “sofferto” per il suo autore, che, come si legge nell’introduzione di Dario Morgante, non fu mai in grado di riprendersi totalmente dall’esperienza della guerra, che lo tormentò fino alla morte.

La struttura del libro è inusuale: protagonisti del romanzo sono gli uomini della Compagnia K dell’esercito americano, ma la storia si dipana in brevi o brevissimi capitoletti, quasi mini-monologhi, in cui a turno ciascun soldato o ufficiale prende la parola, in prima persona. Uno alla volta, “sfilano” davanti a noi il soldato semplice Edward Romano, il tenente Edward Bartelstone, il soldato semplice William Anderson, il soldato semplice Benjamin Hunzinger, il sergente Julius Pelton, il soldato semplice Richard Mundy, e tanti altri (sono in tutto 115, cioè l’intera compagnia), ciascuno per raccontare il proprio pezzetto di storia, chi è stremato per i turni di guardia in trincea di ore e ore e ore, chi ha dovuto sparare su dei prigionieri inermi, chi si è ritrovato in mezzo a un attacco col gas, chi è morto in mezzo alla terra di nessuno.

L’espediente di dare a ciascuno un nome e un cognome li rende più veri e “reali”, eppure, allo stesso tempo, non impedisce che la loro testimonianza diventi per così dire “universale” (specialmente perché, come detto, anche i defunti partecipano a questo “rito” collettivo). L’unica, significativa eccezione è “il soldato sconosciuto” (p. 167), che muore rifiutandosi di rivelare il proprio nome, perché non entri a far parte di nessun elenco degli “eroi caduti”. E dietro a ciascuno di questi nomi si può anche vedere un po’ dello stesso William March che tenta di esorcizzare e guarire le proprie ferite.

William March, Compagnia K (a cura di Dario Morgante, traduzione di Adriana Pellegrini), voto = 4/5

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The Way We Die Now

The Way We Die Now (uscito in Italia col titolo Come si muore oggi), pubblicato nel 1988, è l’ultimo romanzo della serie di Hoke Moseley: infatti, Charles Willeford morì poco dopo in quello stesso anno. Forse quindi non sarebbe stata questa la conclusione definitiva, se avesse fatto in tempo a scrivere ancora: intanto, questo romanzo, assieme a New Hope for the Dead, secondo me è il migliore, ad aumentare quindi ancora di più il rimpianto di non poterne leggere altri.*

Infatti qui, così come nel già citato secondo capitolo, e a differenza del terzo, Sideswipe (e del primo, Miami Blues, che comunque fa storia a sé), Hoke è costantemente al centro della scena, e stavolta la vicenda è più variegata che mai, con tanti subplot che fino all’ultimo non si capisce quando e se torneranno mai d’attualità, sembra quasi vengano persi e abbandonati, e invece l’autore li tiene tutti saldamente in pugno e, quando meno te lo aspetti, li ripropone e li risolve uno dopo l’altro, e magari accantona senza complimenti quello che fino a quel momento ti era sembrato il più importante, e si concentra su quello che pareva dapprima secondario. Per dire, stavolta Hoke deve “fronteggiare” il nuovo regolamento interno che proibisce di fumare all’interno della stazione di polizia, riesaminare un vecchio caso di qualche anno prima alla ricerca di nuovi indizi, capire che intenzioni ha un uomo che aveva aiutato a far condannare per omicidio e che ora, uscito di prigione, ha deciso di trasferirsi proprio di fronte a casa sua, andare in missione segreta solitaria e sotto copertura per sventare un traffico illegale di lavoratori clandestini, e poi deve, finalmente, ma non senza reticenze e forse un po’ troppo tardivamente, venire a patti coi sentimenti che prova per Ellita.

Ci si diverte parecchio (in questo episodio c’è anche più azione, e però la scena più adrenalinica non è, come si potrebbe pensare, quella finale), non manca la tensione e, alla fine, c’è posto anche per il romanticismo (e tutti i lettori che hanno imparato a voler bene a Hoke si riconosceranno nella struggente battuta finale di Aileen).

E però non è giusto che, con tutte le serie che vanno avanti inutilmente per anni e anni, questa si interrompa proprio sul più bello! 😦 Il finale, proprio perché ormai immodificabile, strappa caldi lacrimoni (e naturalmente è tanto più commovente quanto il tono resta sempre dimesso e non melodrammatico), ma non ci voglio credere che finisca così per Hoke ed Ellita. Tempo di mettere in moto l’immaginazione per inventarsi un seguito più “adatto”.

* In effetti, c’è una piccola curiosità, come ho appreso su Goodreads. Come avevo già notato, Miami Blues non era stato concepito per essere il primo romanzo di una serie: fu l’editore a voler convincere Willeford a continuare a scrivere romanzi con protagonista il detective Hoke Moseley. L’autore, da principio, non ne aveva alcuna intenzione, per cui scrisse un seguito, Grimhaven, volutamente cupo e violentissimo, che poi però non fu mai pubblicato e in cui agisce un Moseley molto diverso da come poi, per fortuna, divenne nella versione definitiva. Questo testo inedito si può trovare oggi in rete: quindi, in realtà, avrei ancora una possibilità di leggere qualcosa di nuovo, ma essendo appunto un’opera poi rifiutata e dalle caratteristiche diverse dal resto del ciclo, non so quanto mi converrebbe.

AGGIORNAMENTO: Ho potuto soddisfare la mia curiosità su Grimhaven grazie a questo articolo on line. Se pensate di leggerlo, ATTENZIONE, perché nel testo, verso la fine, viene svelato l’EVENTO FONDAMENTALE della trama, che riunisce quella che poi nella versione pubblicata sarà la materia di due romanzi, l’arrivo delle figlie di Hoke (New Hope for the Dead) e il suo esaurimento nervoso (Sideswipe). Da quanto vedo, mi sembra chiaro che questa versione allucinata e volutamente mostruosa di Hoke fosse una provocazione di Willeford nei confronti del suo editore, per citare l’articolo “the ultimate fuck-you to a publisher wanting a series character”: poiché l’autore stesso in seguito l’ha disconosciuta e né lui né i suoi eredi hanno mai voluto fosse pubblicata, la mia decisione definitiva è di non leggerlo, anche perché francamente non voglio che l’ultima immagine di questo personaggio nella mia mente sia (SEGUE ENORME SPOILER, evidenziare per leggerlo) Hoke che uccide le figlie.

Charles Willeford, The Way We Die Now, voto = 4/5

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Sideswipe

Com’era prevedibile, non ho resistito alla “tentazione” e ho proseguito subito (altro che “intervalliamo con altre letture per evitare il rischio saturazione”) con la puntata numero tre della serie di Hoke Moseley, Sideswipe (Tiro mancino nell’edizione italiana): ora non si accettano scommesse sull’eventualità che andrò avanti con la successiva, The Way We Die Now.

Impossibile annoiarsi, perché, se pure si pensava di aver ormai capito qualcosa sul personaggio o sullo stile della serie, ecco che il romanzo parte e prende subito (tempo una manciata di pagine) una piega totalmente inaspettata. Sono passati circa otto mesi dalla conclusione di New Hope for the Dead, Hoke è sempre a capo della divisione cold cases della polizia di Miami, che in pratica è dove i suoi colleghi detective scaricano casi neanche troppo arretrati ma semplicemente troppo complicati da risolvere. A casa lo aspettano le due figlie adolescenti che l’ex moglie gli ha mollato, Sue Ellen e Aileen, nonché la sua collega Ellita, in congedo maternità perché ormai sul punto di partorire. Insomma, in poche parole, lo stress accumulato è tale che, di punto in bianco, decide di mollare tutto, prendersi trenta giorni di malattia non pagati, partire con il segreto proposito di non tornare, e stabilirsi a Singer Island, un’isoletta proprio di fronte Miami dove abitano suo padre e la sua seconda moglie, con la ferma intenzione di non mettere mai più piede sulla terraferma. Frank Moseley è il proprietario di un residence, e Hoke comincia a lavorare per suo padre come custode e manager. La sua nuova parola d’ordine è “semplificarsi la vita”.

Beh, in una ventina di pagine insomma viene completamente (o quasi) azzerato lo status quo raggiunto nel libro precedente, e non ci resta che “rassegnarci” a leggere le strampalate vicende di Hoke nelle sue nuove vesti di eremita volontario, al quale comunque non riesce di sottrarsi del tutto ai suoi doveri di papà.

Nel frattempo, incontriamo il tranquillo pensionato Stanley Sinkiewicz, che, dopo una vita più che ordinaria (sintetizzata in pochi brillanti paragrafi) e l’agognato ritiro in Florida, naturalmente, stile “tutto in una notte”, in un crescendo di coincidenze e decisioni assurde, si ritrova a fare squadra col pericoloso criminale Troy Louden.

Naturalmente, queste storie parallele finiscono con lo scontrarsi nelle ultime pagine del romanzo, quando la banda capitanata da Troy assalta un supermercato, ferendo Ellita che casualmente si trovava a fare la spesa e aveva cercato di intervenire e lasciandosi dietro cinque cadaveri, costringendo così Hoke a uscire dalla sua beata solitudine per dare una mano nella caccia all’uomo. A quel punto, la conclusione arriva abbastanza in fretta, ma, come ormai sembra essere la regola, non è tanto la risoluzione del caso l’importante, quanto il build up, la lenta costruzione del contesto, la presentazione del bizzarro cast di personaggi, le numerose parentesi e digressioni. Lo ammetto però, stavolta la struttura, che prevedeva una rigida alternanza fra capitoli dedicati a Hoke e capitoli dedicati a Stanley e Troy, qua e là provocava un po’ di noia e la sensazione che si stesse girando a vuoto: inizio e fine ottimi, parte centrale più debole, per cui al momento è quello che mi è piaciuto di meno.

Charles Willeford, Sideswipe, voto = 3,5/5

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