Lettera ai miei assassini

Frégni, “l’erede di Manchette e Izzo”, per me ha ancora tanta strada da fare; posso fare confronti solo col primo, dato che non ho mai letto il secondo, ma qui non ci siamo.

Marsiglia. Pierre è uno scrittore, separato, fa una vita tranquilla e monotona e non trova l’ispirazione per il suo nuovo romanzo. All’improvviso (a pagina 1 del libro) gli piomba in casa un vecchio amico d’infanzia, Charlie, che nel frattempo è diventato un criminale, ferito e inseguito dalla polizia: prima di dileguarsi sui tetti gli lascia una cassetta misteriosa, pregandolo di nasconderla a tutti i costi, e un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza. Ed è così che la vita di Pierre viene sconvolta, poiché ora il tranquillo scrittore è costretto a fuggire, braccato dalla malavita per cui, evidentemente, quella misteriosa cassetta è preziosissima, la sua famiglia in pericolo, ecc.

Classica vicenda da “uomo tranquillo e onesto che, all’improvviso, si ritrova coinvolto, suo malgrado, in un affare pericolosissimo e intricato, e che, inaspettatamente, tira fuori gli artigli”, già vista tante volte, ad esempio proprio in un romanzo di uno dei maestri di Frégni, Piccolo blues di Manchette. All’inizio la storia procede senza grandi pretese di originalità ma anche senza infamia e senza lode; anzi, nella prima parte (la fuga a Nizza, quindi in Danimarca) c’è più lode che infamia, belli il senso di stralunato spaesamento del protagonista che da un giorno all’altro si ritrova senza più certezze, il senso di nostalgia e l’ansia per la figlia lontana e forse in pericolo, i rapidi cambi di scenario. Poi però non è che succeda più tanto, o più tanto di interessante: subentrano una certa inverosimiglianza nelle situazioni, il già visto, un po’ di fretta e indifferenza da parte del lettore (non so chi deve aver convinto gli scrittori che i capitoletti brevissimi aiuterebbero a mantenere alta la tensione: a me fanno solo l’effetto, sgraditissimo, di spezzettare la lettura e renderla meno fluida). Tutta la seconda parte ha un tono alla “Ocean’s Eleven” assolutamente fuori luogo e troppo lunga, poi Frégni deve essersi stancato di scrivere perché in dieci pagine arriva alla fine del romanzo senza che si sia capito bene perché tutti si agitassero attorno a questa cassetta, di cui anzi a un certo punto dimentichiamo proprio l’esistenza… Infatti a un certo punto il libro… finisce e, se la conclusione non è malvagia e consente quanto meno di dare un senso anche al titolo, la reazione tipica del lettore (la mia, se non altro) è: “… embè?! Abbiamo finito così?”.

Mi sembra inoltre che Frégni “si sforzi” un po’ troppo per riprodurre quel tono freddo, asciutto e tagliente, con improvvisi picchi di struggente intensità, che invece riusciva “naturale” a Manchette (non ho mai letto Izzo, quindi non so se fosse anche la sua cifra stilistica); aggiungiamo dei dialoghi non proprio felici (quale criminale direbbe mai “Prepara un caffè bello forte, gli eventi incalzano!”? Siamo a p. 133) e avremo un’altra lettura facilmente dimenticabile.

René Frégni, Lettera ai miei assassini (trad. Alessandra Maestrini), voto = 2,5/5
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