The Deputy

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Probabilmente anche Victor Gischler è un autore che ho fatto attendere troppo e il cui momento nel frattempo è ormai passato, come il Lansdale de Il lato oscuro dell’anima (anzi, forse è stato proprio Lansdale, in un’intervista letta chissà quanto tempo fa, a farmi scoprire Gischler mettendolo fra gli autori secondo lui da leggere assolutamente): fino a qualche anno fa noir duri, sporchi e anche ultra-violenti erano, se non proprio “il mio pane”, abbastanza frequenti fra le mie letture. Ora invece vedo che forse, per quanto mi riguarda, il filone è un po’ esausto: oltre al già citato caso di Lansdale, altre recenti mezze delusioni sono state La notte e la città, Le api randage, Il potere del cane , Chiamami Buio (naturalmente ci sono anche i casi positivi, vedi Miami Blues, vedi Brandstetter).

The Deputy (nell’edizione italiana, invece di tradurre semplicemente il titolo con “Il vice”, si è optato per un più pittoresco Notte di sangue a Coyote Crossing) è il resoconto, narrato in prima persona, della folle notte del giovane Toby Sawyer, poliziotto “part time” e ultima ruota del carro nella stazione di polizia di Coyote Crossing, Oklahoma, un buco dimenticato da Dio in mezzo alle praterie sconfinate. Il turno di notte inizia in modo inaspettato ma tutto sommato gestibile: Luke Jordan, un tipo poco raccomandabile, viene trovato morto ammazzato; mentre il capo si allontana per avvisare la famiglia, il giovane aiuto viene lasciato lì a fare la guardia al cadavere. Si prospettano lente ore di noia assoluta, ma l’incarico, per il resto, non pare impossibile da portare a termine. Ma Toby, per ammazzare il tempo, si concede qualche minuto a casa dell’amante e scopre, al suo ritorno, che il corpo è scomparso: si vede già cacciato a pedate e per lui, che deve mantenere moglie e figlio, è una pessima notizia. Ma quello è solo l’inizio, perché, nella sua totale inesperienza e ingenuità, senza volerlo ha intralciato i piani di una banda di criminali che trasporta immigrati clandestini dal Messico, che scatena una caccia all’uomo feroce contro il giovane (ma, man mano che la notte e la battaglia avanzano, sempre meno sprovveduto e sempre più consapevole di essere rimasto, lui che fino a quel momento ben poco rispetto aveva saputo suscitare nei suoi concittadini, l’unico vero “rappresentante della legge” nel vero senso della parola).

Non ci si aspetti grande verosimiglianza: l’azione si svolge frenetica tutta nello spazio di un’interminabile notte, un uomo solo o quasi ha ragione di un’intera banda scatenata contro di lui, c’è un massacro per le strade ma, in questo buco di poche anime, nessuno si accorge di niente e tutti restano tranquillamente a dormire, e il posto è talmente isolato e in mezzo al nulla che i telefoni cellulari, naturalmente, non funzionano… Ma la verosimiglianza non è certo la qualità per cui la narrativa pulp è famosa, e non è ciò che vi cerca il lettore, ma divertimento e adrenalina: cioè proprio le due componenti (la “battuta da film” sempre pronta, le continue sparatorie e scazzottate e inseguimenti in auto ad ogni capitolo) che, verso la metà del libro, hanno cominciato a stancarmi (ho già detto che la narrazione è in prima persona, pertanto non era neanche possibile essere troppo “in ansia” per la sorte del nostro protagonista, visto che in un modo o nell’altro se la sarebbe cavata!). Gli stereotipi vengono sparsi un po’ a piene mani, non manca neppure una strizzatina d’occhio al pubblico femminile: le donne ci fanno, tutto sommato, una figura migliore degli uomini (non sfuggono neanche loro, comunque, al rischio cliché, tipo la killer messicana; in generale nessun personaggio qui si fa particolarmente notare tranne il nostro eroe, stravolto, pesto, disorientato, incazzato, ma anche onesto e sempre fondamentalmente capace di agire, anche suo malgrado, anche se fa mostra di non crederci, secondo “giustizia”).

Comunque, nonostante questi difetti, è stata una lettura del tutto dimenticabile ma non sgradevole: merito soprattutto della prima metà, dei momenti precedenti allo scoppio del casino, e dell’epilogo, in cui si sente meglio il tono amaro e dolente della vita nella grande provincia americana: se non altro, l’autore riesce a dipingerti efficacemente davanti agli occhi lo scenario di Coyote Crossing, due strade, la stazione di polizia, un emporio e qualche casa sparsa e poi il buio infinito della notte. Questo postaccio infame che il protagonista, in passato, ha cercato invano di lasciarsi alle spalle e in cui ora invece si ritrova a vivere, alla fine mi è sembrato quasi attraente e davvero lo vedevo con gli occhi dell’immaginazione.

Un altro libro di Gischler, sempre stra-lodato e stra-raccomandato, che ho da anni in lista d’attesa (forse anche da prima di The Deputy) è The Pistol Poets (lo cito col titolo originale perché quello italiano è proprio scemo): a questo punto non sono poi così impaziente di leggerlo, visto che, a meno che Gischler non si dimostri capace di sorprendermi, mi aspetto un po’ lo stesso canovaccio che, evidentemente, ormai non riesce più a dirmi granché.

Victor Gischler, The Deputy, voto = 3/5
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