Niente, più niente al mondo

Beh, una serie di bizzarre circostanze ha fatto sì che ieri mi ritrovassi bloccata per circa 3 ore alla stazione Termini di Roma in attesa di un amico irreperibile, e quindi come passare il tempo se non alla libreria a leggere qualcosa?

Il racconto La lotteria di Shirley Jackson, notato per la prima volta girovagando su Goodreads, veniva descritto come un classico del terrore. E, in effetti, non delude: sebbene il lettore avvertito cominci, a un certo punto, a immaginare l’esito in cui precipiterà il resoconto di una tranquilla estrazione della tradizionale lotteria cui partecipano tutti gli abitanti di un idilliaco paesino di campagna, nelle ultime pagine mi tremavano letteralmente le mani, per l’abilità dell’autrice nel puntellare il racconto di dettagli innocui e distraenti che risultano incongrui, stonati, terrificanti nella loro impassibilità e normalità con il contesto via via più inquietante in cui sono calati. Il volumetto della Adelphi intitolato appunto La lotteria contiene anche altri racconti.

Di Massimo Carlotto, un autore da me molto apprezzato, ho letto il racconto lungo Niente, più niente al mondo. Anche qui il lettore viene trascinato in un incubo, ma la tecnica grazie alla quale vengono instillate la paura e l’inquietudine è ben diversa. Non più l’idillio bucolico che funge da cornice bizzarramente serena e placida a un evento di misteriosa e inspiegabile crudeltà, ma una lenta e “inesorabile” discesa nell’astio, nella vuota disillusione, nella stanchezza, nella frustrazione e nella rabbia lungamente repressa di una donna dei nostri giorni, che finisce per distruggere il proprio nucleo familiare. Qui, insomma, le cause sono squadernate con perfino troppa lucidità. Il racconto è un lungo monologo dell’anonima protagonista, è attraverso il suo punto di vista parziale e via via sempre più allucinato e scollegato dalla realtà che ascoltiamo l’antefatto e l’irrompere della tragedia, solo in poche pagine leggiamo il controcanto di un altro personaggio, che ancora di più ci illumina sull’incomunicabilità senza speranza e sui rancori che dominano nella famiglia. L’ossessione di questa donna sono i soldi, la loro mancanza, le fatiche, le rinunce, le privazioni, le innumerevoli fregature avute dalla vita, che hanno condannato lei e suo marito a un grigiore senza speranza e sempre uguale, avvelenato dal rimpianto e dall’invidia, con l’ansia costante di non arrivare alla fine del mese e la consapevolezza di essere destinati a osservare solo da lontano l’esistenza per loro completamente aliena di chi invece non ha tali preoccupazioni (con cui però, beffardamente e crudelmente, la protagonista entra quotidianamente in contatto nel suo mestiere di donna di servizio).

La donna desidererebbe che almeno tutti gli stremanti sacrifici di lei e suo marito servissero per assicurare un futuro migliore alla loro unica figlia, che però per lei, nella sua ristrettezza mentale (che d’altra parte è anche una condizione forzosa delle sue condizioni di vita, che non le concedono tempo e modo di pensare ad altro), coincide esclusivamente e ossessivamente col benessere materiale, con il potersi permettere quello che gli altri hanno, con i soldi. Non è in grado di entrare realmente in contatto con le aspirazioni e i sogni della ragazza (d’altra parte, anche le pagine del diario di quest’ultima sono, per certi versi, altrettanto intrise di egoismo) e, quando comprende che questi suoi progetti di rivalsa non hanno speranza di realizzarsi nemmeno attraverso di lei, basterà una scintilla per scatenare la tragedia.

Terrificante è scoprire però che tale esito non è inspiegabile, incomprensibile, imprevedibile, ovvero, lo è senz’altro, ma è anche preparato e reso possibile dall’affastellarsi di tante piccole e grandi sconfitte, di tante ingiustizie, di tante scelte inevitabili o subite, di cui spesso non ha colpa, di tante amarezze, al punto che, quasi, la donna non poteva che ritrovarsi prigioniera di quell’insoddisfazione. Spero di essere riuscita a far capire, insomma, le spietate leggi e i meccanismi che Carlotto intende mettere in luce e che hanno per così dire “pilotato” la protagonista, senza che ella avesse mai veramente una possibilità di scelta, verso il suo raptus di follia. Il nostro è un mondo che attua una vera e propria “selezione (in)naturale” e in cui la povertà, il ritrovarsi esclusi dalla cerchia chiusa e impenetrabile della “gente che sta bene”, ma anche e soprattutto la totale, desolante mancanza di prospettive, determinano una condizione pericolosissima da cui, secondo Carlotto, è un’utopia pensare di trovare un “riscatto”.

Massimo Carlotto, Niente, più niente al mondo, voto = 3,5/5
Per acquistarlo on line

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