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Brokeback Mountain

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Non che significhi granché, ma se avessi invertito le ultime due letture dell’anno e il 2013 fosse finito con La corda e la mannaia, sarebbe stata una delusione; invece, lo chiudo in bellezza grazie a Brokeback Mountain, ormai celebre racconto di Annie Proulx, uscito originariamente su una rivista, quindi nella raccolta Gente del Wyoming, e infine a sé stante dopo il film di successo che ne è stato tratto.

La storia è nota: Ennis del Mar e Jack Twist sono due giovanissimi cowboy del Wyoming, ragazzi semplici, educati al lavoro, alla fatica e alla vita dura, senza tante prospettive. Nell’estate del 1963, si ritrovano insieme a sorvegliare un gregge sui pascoli delle montagne. Tre mesi da soli, lontani da tutto e da tutti, in cui, improvvisa, ma bellissima, nasce fra i due una fortissima attrazione fisica, in una parentesi incantata e perfetta che purtroppo, una volta terminato il lavoro, non si ripeterà mai più. Sì, perché le vite dei due vanno avanti “come si conviene”: entrambi si sposano, fanno figli, cercano di tirare avanti lavorando e sforzandosi di non sentire troppo il rimpianto e il dolore per quello che non si sono accorti di aver avuto a portata di mano. La loro relazione, dopo un primo periodo di distacco totale, riprende, clandestina e a distanza, e i brevi e sporadici momenti insieme sono le uniche “isole” di felicità che i due uomini si concedono. Anni e anni di questa vita, insoddisfacente e frustrante ma unica alternativa possibile, fra il crescente, sotterraneo disprezzo di chi, alla fine, ha capito tutto, fino a un’improvvisa, crudele tragedia per cui non c’è rimedio. E allora, non rimane che ingoiarsi un dolore che non si può esprimere e di cui nessuno ci consolerà, e ripetersi, ancora una volta, come si è fatto per la vita intera, il proprio rassegnato motto, “if you can’t fix it you’ve got to stand it“.

Questo è un caso, non frequente, di opera letteraria letta dopo aver visto il film che ne è stato tratto: non riesco a fare confronti perché la visione del film risale a quando uscì nei cinema, anni e anni fa. Per quanto mi ricordo, mi piacque, e forse mi commosse altrettanto, ma non sono una grande cinefila: a differenza dei libri, è raro che un film, anche se bello, mi rimanga tanto impresso nella memoria. Durante la lettura ho cercato comunque di togliermi dalla mente le immagini dei due attori protagonisti, volevo ricrearmi due Ennis e Jack meno “carini”, più sporchi, più rozzi. Essenziale, rude, ma lirico, tristissimo ma, pur nella sua brevità, l’ultima grande lettura dell’anno.

Annie Proulx, Brokeback Mountain, voto = 4,5/5
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Quel che resta del giorno

Altre volte mi sono “preoccupata” (tra il serio e il faceto) di leggere solo “romanzacci”, di non leggere gli autori seri, colti, che fanno letteratura o “Literary Fiction”; è quindi un “sollievo” vedere che, invece, so apprezzare anche questo tipo di opere più impegnative, e anche molto.
Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro (autore dal nome giapponese, ma inglesissimo) viene da molti considerato un capolavoro, e io, da ieri, sono fra quelli.

La storia, anche grazie al film che ne è stato tratto, sarà forse già nota ai più: siamo negli anni Cinquanta (circa: o comunque poco dopo la guerra), in Inghilterra. Mr Stevens è l’irreprensibile, inappuntabile, affidabile e insostituibile maggiordomo della prestigiosa Darlington Hall. Il suo, più che un lavoro, è una missione: vive perché nella casa tutto si svolga secondo un meccanismo preciso come un orologio, è convinto che, con la sua specchiata professionalità, sta portando, nel suo piccolo, un importante contributo alla società, e ha dedicato molti dei suoi anni di servizio al precedente proprietario della magione, Lord Darlington appunto, che ancora ricorda con venerazione. Ma tante cose, ora, stanno cambiando: la dimora, dopo la guerra, è stata acquistata da un facoltoso americano, e non è facile, per Stevens, adattarsi subito alle sue “strane” esigenze (forse ci si aspetta persino che scambi qualche battuta scherzosa col suo padrone!), il personale si è molto ridotto, quasi tutto il carico di lavoro grava sulle spalle del nostro maggiordomo, che si accorge di compiere sempre più spesso inusuali, piccole distrazioni, mentre, sullo sfondo, dapprima in modo alquanto nebuloso e reticente, iniziano ad emergere due “grandi assenti” da tempo cui però il pensiero del protagonista continua curiosamente a tornare, il già citato Lord Darlington, e alcuni particolari non proprio chiari che lo riguardano, e soprattutto Miss Kenton, la ex governante di Darlington Hall…
Mr Stevens ha bisogno insomma di una piccola vacanza, gentilmente concessagli dal suo affabile padrone: quale modo migliore, allora, di sfruttare quei giorni liberi se non per far visita a Miss Kenton, ora Mrs Benn, con la quale, è bene ricordarlo, i rapporti sono sempre stati squisitamente professionali e che si è recentemente rifatta viva con lui per lettera, e chiederle se non voglia riprendere il suo posto, risolvendo così il piccolo problema dell’attuale carenza di personale?

Comincia così un viaggio di piacere verso la Cornovaglia, narrato in prima persona da Mr Stevens, in cui alle esperienze del giorno si sommano i tanti ricordi della vita passata a Darlington Hall, delle tante incombenze affrontate con meticolosità e rigore, di Lord Darlington e delle sue frequentazioni, e soprattutto di Miss Kenton, grazie ai quali affiorano sempre più alla superficie i tanti pezzi della personalità di questo personaggio, così chiuso, così imperscrutabile, così attento ad iper-analizzare ogni minimo dettaglio e a cogliere cosa ci si potrebbe aspettare da lui, ma anche così rigidamente imbevuto di autocontrollo e autodisciplina da non concedersi mai di far trapelare i suoi sentimenti e così tragicamente incapace di cogliere quelli di chi gli sta vicino. Questa figura, comunque, pur distante e spesso incomprensibile nel suo modo di pensare e di reagire, non diventa mai ridicola, una caricatura (pur essendoci comunque brani anche ironici e arguti, come l’esilarante incarico di spiegare al giovane Mr Carnaval “i fatti della vita”, o le elucubrazioni di Stevens sulla “questione battute spiritose”, se farle, quando farle, come farle).

Il viaggio, quindi, apre delle crepe nella calma e nella imperturbabilità di Stevens, che all’inizio sembravano inscalfibili, e rivela un uomo al centro di una “crisi” sia professionale sia personale, in cui molte delle sue certezze sono scosse, e forse è proprio la lontananza dalla “prigione” auto-imposta che per la prima volta lo rende in grado di riflettere in un modo che fino a quel momento non si era mai concesso.
Questa rivelazione comunque non avviene all’improvviso, la personalità viene disvelata in modo impercettibile e graduale, ed emerge soprattutto dalla scrittura dell’autore, che ne cesella il modo di parlare, sempre compìto e rigidamente elegante, ma anche sempre attento a costruire le frasi in modo circospetto, guardingo, cauto, preoccupato di non “esporsi” troppo, di non far trapelare più del necessario… Eppure, in modo obliquo, tra le righe, ogni tanto qualcosa scivola, qualcosa si lascia intuire, sfugge all’autocensura del finto scrivente, e si crede di cogliere il significato “vero” delle parole, ma l’io narrante è subito pronto a “mascherarlo”, a se stesso prima che ad altri, riferendole apparentemente ad altro, ad oggetti, attribuendo certi pensieri e certe sensazioni ad altri personaggi… E, mentre si avvicina il giorno dell’incontro con Miss Kenton e Stevens legge e rilegge la lettera della donna per sincerarsi che davvero vi sia scritto tutto quello che lui crede di avervi colto (e continua questo tema della comunicazione implicita, non detta, obliqua), questi involontari squarci si fanno più frequenti, e più dolorose e rivelatrici, meno “innocenti”, le memorie degli ultimi anni a Darlington Hall prima della guerra…

Preparatevi a piangere come fontane, come ho fatto io, perché la fine è straziante, anche se, per Stevens, dopo tutto “il giorno” non è ancora terminato e, anche se si realizza troppo tardi che tante occasioni sono ormai sfumate, si è sempre in tempo a sfruttarlo fino in fondo, per “quel che resta”.

Non “riesco” a dare 5/5 solo perché il massimo dei voti deve essere riservato a libri più unici che rari, da cui a malapena riesco a staccarmi, ma diciamo che, con questo capolavoro, più che a 4,5/5 siamo vicini a… 4,8, 4,9!

Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno (trad. Maria Antonietta Saracino), voto = 4,5/5
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P.S. Per questo bellissimo libro sono venuta meno alla mia regola di “buon senso” meglio non vedere il film se ti è piaciuto il libro. Il fatto che, prima di leggerlo, mi fosse già nota (attraverso varie immagini) la trasposizione cinematografica e che i volti dei due famosi attori che interpretano i protagonisti, Anthony Hopkins (Mr Stevens) ed Emma Thompson (Miss Kenton), campeggiassero anche sulla copertina mi ha facilitato le cose, perché già durante la lettura avevo in mente loro nei panni dei due personaggi.
Devo dire, comunque, che il film (del 1993, regia di James Ivory) è sicuramente ben fatto e gli attori fantastici… ma il libro è un’altra cosa! 🙂 Vi sono alcuni tagli, alcune modifiche non minori ma tutto sommato accettabili, penso per “semplificare” la storia (ad es. vengono “fuse” in un’unica persona due figure che nel libro sono distinte, Mr Lewis e Mr Faraday), ma anche qualche cambiamento più importante che non approvo (dopo la prima lettera, Miss Kenton scrive ancora, mentre nel libro Mr Stevens era nell’incertezza più totale se il suo arrivo le avrebbe fatto piacere oppure no… Mr Stevens entra nella stanza di lei e la vede piangere, mentre nel libro rimane nel corridoio e per alcuni tesissimi secondi si chiede se entrare o no, poi rinuncia… e il finale è piuttosto diverso, meno “essenziale”, allungato con episodi trascurabili come il colloquio fra M.K. e il marito, e mi sembra molto più disperato e pessimista che nel libro), ma soprattutto si perde la prospettiva “centrata” su Stevens, è tutto molto “mostrato” e veloce, mentre nel libro il piacere stava nel vedere le cose esclusivamente attraverso i suoi occhi e riuscire a capire, “scavando” fra le sue parole, quello che c’era sotto, quello che non diceva. Sicuramente il linguaggio cinematografico ha alcune limitazioni rispetto al libro, questo poi era sicuramente difficile da tradurre in immagini, senza la “voce” del narratore, che era l’elemento fondamentale.

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Maurice

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Altro titolo che mi ricorda New York: Maurice di E.M. Forster è stata una “lettura collettiva” del gruppo M/M Italia su Goodreads, cui non partecipai, ma fu così che per la prima volta ne sentii parlare. Esplorando lo Strand Book Store (l’ho già ricordato, bellissima libreria dell’usato di Manhattan da cui sono uscita carica di volumi), nella sezione LGBT, me lo sono ritrovato esposto in bella vista, con un simpatico sconto del 50%, e così è stato incluso nell’acquisto.

Un caso di libro “imprevisto”, che prendi assolutamente a caso, leggi e poi ti sorprende, rivelandosi bellissimo.
Ultimamente, frequentando social network letterari come appunto Goodreads e spulciando varie discussioni, mi sono resa conto di essere una lettrice “forte”, ma forse non troppo “colta”. Non è una “colpa”, non ho intenzione di cambiare radicalmente le mie abitudini, intendo solo dire che è un fatto, leggo principalmente romanzi moderni, molta letteratura di genere, mentre frequento poco i “classiconi” e quasi per nulla i libri più sperimentali e d’avanguardia. Nella mia mente Forster era legato al primo gruppo, lo conoscevo come autore di libri quali Casa Howard o Camera con vista, romanzi che classificavo sbrigativamente con l’etichetta “ambientazione rigidamente ‘british’, bellissimo stile, tante pagine, ma non succede niente” (tutti inorridiranno per la mia “pochezza” intellettuale). Insomma, massima “stima” per lo scrittore, ma non mi attirava, non l’avevo mai preso in considerazione: però questo Maurice sembrava molto promettente.

Il protagonista, come da titolo, è Maurice Hall, un rampollo di una buona famiglia borghese, orfano di padre, con due sorelle minori e una madre che lo adora. All’inizio del romanzo ha 14 anni. È un ragazzo assolutamente nella media, non è particolarmente brillante né spiritualmente sensibile, è di bell’aspetto e ha di fronte a sé una carriera già più o meno segnata e di sicuro successo sulle orme del genitore defunto. La “scossa” che segna la sua esistenza e che al principio lo destabilizza è l’incontro con un collega studente a Cambridge, il giovane Clive Durham: colto, sensibile, ammiratore della civiltà greca, tra questi e Maurice nasce una forte amicizia, in cui il protagonista è anche stimolato intellettualmente (è Clive a portarlo a riflettere su quanto sia effettivamente solida la sua fede cristiana che gli è stata inculcata fin dall’infanzia), finché Clive non rivela all’altro di essere innamorato di lui. La prima reazione di Maurice è di disgusto e rifiuto, ma poi, superate le incertezze (sto davvero sintetizzando e banalizzando!), anche Maurice dichiara a Clive il proprio amore: è una relazione che comunque rimane casta, essendo Clive convinto, dopo essersi a lungo tormentato in gioventù sulla liceità delle sue inclinazioni, che quello sia il modo più giusto e “puro” di vivere la propria omosessualità. È chiaro che il rapporto non è del tutto paritario, essendo la personalità di Clive dominante rispetto a quella più “plasmabile” di Maurice, pertanto è questi a dettare regole e confini e a tenere le redini della relazione. Passano tre anni molto felici, vissuti in clandestinità, ma con la sensazione, per Maurice, di avere finalmente “qualcuno” che gli appartiene e cui appartiene. Esteriormente Maurice è l’esempio perfetto di “uomo di successo”, tutto quello che in epoca edoardiana si richiede a un “capofamiglia”, si occupa dell’andamento della casa e comanda a bacchetta la madre e le sorelle, ha un buon fiuto per gli affari, si occupa delle cause “giuste” e ha ottime frequentazioni: questa energia positiva deriva naturalmente dalla serenità della sua vita sentimentale, che scorre placida e tranquilla, totalmente affidata alle mani di Clive. Tutto però finisce all’improvviso quando quest’ultimo comincia a sentirsi attratto dalle donne: con una freddezza quasi “raggelante” e una razionalità quasi sovrumana, semplicemente decide che una fase della sua vita si è conclusa, rientra “nei ranghi” e si conforma docilmente al suo ruolo nella società: sposa una ragazza, diventa amministratore del patrimonio familiare (anch’egli era orfano di padre, ma sotto la tutela della madre fino alla maggiore età), entra in politica. Per Maurice, abbandonato dall’amante (per lettera!), le cose non sono così semplici: la sua scelta di vita non è “un interruttore” da accendere e spegnere a piacimento. È a questo punto che egli comincia a sentirsi, oltre che tremendamente solo e distante dal resto della famiglia, che lo rispetta ma non lo ama, anche “sbagliato”: perché non riesce, come ha fatto Clive, a “guarire”? Sono le pagine più dolorose del romanzo, quando Maurice si riduce a consultare un medico amico di famiglia, che tronca bruscamente il discorso non appena il giovane accenna al suo “problema”, e addirittura a sottoporsi all’ipnosi, nella speranza di estirpare una volta per tutte questa sua tendenza “perversa” e ritrovare la “pace”, come gli augura anche Clive, che si ostina a volergli essere amico (incurante, o forse semplicemente bellamente ignaro di quanto sia doloroso per Maurice continuare a frequentarlo; come noterà anche lo stesso Forster analizzando la sua opera, il personaggio di Clive, da forza “positiva” e “rivelatrice” per il protagonista, si trasforma poi in un’emblema dell’ipocrisia e del perbenismo)… Il suo sentirsi interiormente “diverso” fa sì che Maurice si riveli insofferente anche ad aspetti della società a lui contemporanea che invece si riflettono nella sfera pubblica, come se, una volta superato un confine invisibile, fosse in grado di aprire gli occhi su tutto un mondo di convenzioni e ingiustizie (da cui anche alcuni accenni alla politica e al socialismo: questi li ho compresi meno, ammetto la mia ignoranza sulla vita politica inglese di inizio ‘900)… L’impasse viene superata in modo inaspettato, grazie a un nuovo incontro e a una nuova passione improvvisa, stavolta anche pienamente fisica, che all’inizio sembra non priva di ostacoli (un elemento di suspence è dato dall’incertezza se il nuovo amante di Maurice non abbia in mente in realtà di ricattarlo: la scena dell’incontro fra Maurice e Alec al British Museum è, proprio per questa ambiguità e oscillazione fra diffidenza e desiderio, intensamente erotica). A questo punto, Maurice abbraccia pienamente il suo modo di essere, dichiarandosi pronto ad affrontare i sacrifici che questa scelta richiederà, a differenza di Clive, che aveva deciso di tirarsi indietro.

Scritto da Forster nel 1913-14, questo romanzo rimase però inedito fino alla sua morte (Forster lo fece leggere solo a pochi amici intimi), e uscì postumo nel 1971: facile capire il motivo leggendolo (l’omosessualità era un reato all’epoca in Gran Bretagna, vedi anche il post su Una camera a Chelsea, e la rappresentazione di un amore omosessuale felice inaccettabile), ed effettivamente sono rimasta stupita dall’audacia e dalla franchezza con cui si affronta la presa di coscienza di Maurice, i suoi desideri, le sue ansie, infine la sua “liberazione”. Mi sembra quasi superfluo addentrarmi in una “analisi” del significato del romanzo (e sto faticando parecchio a tirar fuori queste quattro frasette stiracchiate!), perché l’ha già fatta Forster stesso in una postilla scritta decenni dopo la stesura dell’opera (ma quando il libro era ancora inedito), che è molto interessante poiché ci dà la possibilità di vederlo all’opera, di sapere le ragioni di alcune scelte dell’autore, i suoi intenti, certi suoi ripensamenti, le sue fonti di ispirazione (persone di sua conoscenza, ma anche la sua stessa esperienza: la spinta a iniziare il romanzo gli venne anzi dall’incontro con Edward Carpenter), il modo in cui sono stati concepiti e introdotti certi personaggi, la difficoltà nel trovare il finale giusto e poi la decisione definitiva, la scelta di non pubblicare il manoscritto…

Forster insiste molto sul fatto che Maurice non abbia nulla di “speciale”, sia una persona comune, semplice, “normale”, poco interessata ad addentrarsi in complicate analisi di sé (al contrario di Clive, intellettuale e riflessivo, egli predilige l’azione, è magari più lento nel giungere alle conclusioni, ma poi si muove con maggiore determinazione), e su quello che per lui è l’elemento chiave dell’opera, la “felicità”, ed è anche per questo che poi si arriva a un lieto fine forse poco verosimile ma “necessario”: per il “messaggio” che Forster intendeva trasmettere, era essenziale non concludere con la visione di Maurice solo, disperato e disgustato da se stesso, ma dare un’immagine di speranza e autoaffermazione per quei tempi “scandalosa” (anche se poi all’autore mancò il coraggio di darla in pasto al pubblico).

Quindi, insomma, se devo tornare al mio “pregiudizio” verso Forster per vedere se è il caso di correggerlo o meno, sicuramente ho apprezzato l’eleganza dello stile e l’acutezza psicologica, anche se la lettura è stata a tratti faticosa (non solo per i termini inglesi che mi sono sembrati un po’ antiquati, o cui comunque non ero abituata, ma anche perché spesso molte cose vengono solo accennate, con allusioni, frasi sibilline… non sto parlando di passaggi “scabrosi”, certo, quelli sono trattati con molta discrezione, ma anche spiegazioni e sviluppi che spesso vengono lasciati intendere “fra le righe”): ma, più che apprezzamento “esteriore”, devo dire che mi sono proprio emozionata, l’ho trovato tutt’altro che freddo e compìto, come credevo. Non so se questo libro, rispetto agli altri dell’autore, aveva il “vantaggio” del tema scottante, per cui è riuscito ad appassionarmi di più: se non altro ora posso dire di avere una lacuna in meno.

E.M. Forster, Maurice, voto = 4,5/5
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Cherudek

Prosegue l’affascinante saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich, con il titolo forse migliore finora, Cherudek. Quest’ultimo episodio presenta qualche differenza, rispetto ai suoi predecessori: intanto è molto più lungo (quasi 500 pagine, che però scorrono velocissime), e poi l’atmosfera qui abbandona un po’ i territori della fantascienza e della fantapolitica cui eravamo abituati per tingersi decisamente di horror (un genere che, specialmente in passato, ho amato molto).

Siamo nel 1360, nella Francia devastata dalla guerra dei Cent’anni ma prossima a firmare una tregua con l’Inghilterra. Qualcuno vuole però sabotare quest’accordo, qualcuno che, a quanto pare, ha al suo servizio un esercito di morti viventi, cavalieri caduti in battaglia che però risorgono, i corpi squarciati e straziati dalle ferite. Le campagne vivono nel terrore delle bande di mercenari inglesi che imperversano, mentre si diffonde a macchia d’olio l’eresia spiritualista, che indica la corrotta Chiesa di Avignone come la nuova Babilonia e annuncia come prossima la battaglia finale contro l’Anticristo. Nicolas Eymerich, la cui straordinaria abilità come inquisitore è ormai nota al papa, viene mandato ad indagare: al suo fianco ritrova padre Jacinto Corona, con cui due anni prima aveva debellato l’eresia catara a Castres, facendo una strage (Il corpo e il sangue di Eymerich).
Solo che, come sappiamo da Le catene di Eymerich, il buon Corona, al termine della loro ultima avventura insieme, si è bagnato nelle acque di Betesdà ed è divenuto praticamente immortale, anche se ormai ha perduto la memoria. Lo ritroviamo infatti, vestito non più con l’abito domenicano ma con quello dei gesuiti, ai giorni nostri, in compagnia di due confratelli, in un’imprecisata cittadina italiana, che si scoprirà poi essere in Friuli. La città, perennemente invasa da una nebbia fitta e opprimente, è immersa in un’atmosfera cupa e inquietante, sinistra, gli abitanti somigliano a tanti zombie, dagli sguardi fissi nel vuoto e dai gesti sempre uguali, dovunque, anche nello stesso reticolo stradale, è ripetuto un elaborato segno di croce, e pullulano insetti disgustosi che, se schiacciati, perdono sangue umano. I tre gesuiti sono là per compiere una missione, che in qualche modo riguarda anche una ragazza, giunta in città con la sua piccola sorellastra, e lo stesso Eymerich, la cui presenza è testimoniata da strane apparizioni e che sembra in contatto con la bambina, e che, secoli prima, deve essere passato per quella città, visto che un affresco nel campanile della chiesa lo identifica come San Malvasio, o San Malvagio, come viene frequentemente storpiato (soprannome che, in provenzale, gli era stato affibbiato dai catari da lui perseguitati).
Tutto questo però potrebbe anche essere una creazione della fantasia dello stesso Eymerich, un non-luogo modellato sulle sue personali credenze fanatiche, paure, ossessioni, fobie (gli insetti) e da lui eretto a suo personale tribunale dell’Inquisizione, da cui giudicare le anime del purgatorio, di tutti i luoghi e di tutti i tempi, ma di cui ha finito per essere lui stesso prigioniero. Insomma, una proiezione del suo inconscio, di cui avrà una confusa visione solo alla fine di questa avventura.

Pur nella sua complessità, la trama, specialmente nella prima parte e nel segmento di storia che riguarda il viaggio in incognito di Eymerich e Corona verso il luogo dell’indagine, è ricchissima di avventure e colpi di scena e anche, qua e là, di un pizzico di humor. I capitoli ambientati nella misteriosa città da incubo, invece, sono realmente terrificanti e angosciosi, ricchi di immagini e trovate suggestive ed evocative. Evangelisti riesce a costruire magnificamente la tensione, anche se, ripeto, non è sempre facilissimo seguirlo. Come spesso avviene, la parte finale, dove bisogna tirare le fila di tutti questi misteri, rischia di apparire poco convincente, o forzata, o deludente e ridicola dopo la grande attesa, o affrettata: l’autore qui se la cava bene, tutto sommato, ma tanto quello che più ha orientato il giudizio verso un voto più che positivo, per me, sono state le avvincenti pagine precedenti. Bello, bellissimo.
Io, naturalmente, un po’ come era avvenuto per il maggiore Albertis ne I sentieri del cielo, sono già pazza di Eymerich. Purtroppo ora pausa forzata perché il prossimo volume, Picatrix, è in ordine presso IBS.
Ho trovato una colonna sonora molto adatta per la lettura di Cherudek (e in generale dei romanzi della serie): gli album Mezzanine dei Massive Attack e Anima Animus dei Creatures.

Valerio Evangelisti, Cherudek, voto = 4,5/5
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Bollettino di guerra

Bollettino di guerra, di Edlef Köppen, è un romanzo uscito nel 1930 ma andato colpevolmente dimenticato, anche a causa della condanna che gli riservarono i nazisti, e rimasto finora inedito in Italia. Ne lessi una recensione sul Corriere della Sera a marzo.
Un giovane volontario tedesco, Adolf Reisiger, parte per il fronte nell’estate del 1914: finirà rinchiuso in un manicomio nel 1918 per aver sperimentato sulla sua pelle quei quattro anni di orrori e aver deciso infine di chiamarsi fuori:

“… ho dichiarato con tutto l’ardore, a tutti i medici: signori, posso loro giurare che non sono pazzo. E che nemmeno faccio finta di essere pazzo. – Io dichiaro loro, sulla mia stessa vita: so quel che dico e quel che faccio: non si tratta nient’altro che di dire: io, io, io non ci sto più a fare la guerra. Non ci sto più a fare la guerra. […] Io continuo a consigliare loro: mi si fucili. Applichino su di me le loro ridicole leggi di guerra, e mi si fucili, una buona volta. Ma io non ci sto più. Non voglio più essere complice. Ne va di più che della vittoria, alla quale peraltro anche loro ormai credono poco. Si tratta del fatto che in ogni istante vengono ancora ammazzate, e massacrate, e mutilate delle persone – e per quale motivo? Per un’assurdità, perché non possiamo più vincere. Là fuori ci siamo battuti per anni come nessun altro esercito al mondo, abbiamo creduto a tutto, anche quando dicevamo di no. Adesso però basta. Io non ci sto più. Io non ci sto più.” (pp. 389-390, sono le pagine finali del libro).

In realtà, dietro la vicenda di Adolf Reisiger è da vedere quella dello stesso Edlef Köppen (1893-1939), perché il romanzo è fortemente autobiografico: leggendo la postfazione all’opera di Jens Malte Fischer, ho provato una grande ammirazione e fascinazione per questa grande personalità, e mi sono affrettata a crearne la voce su Wikipedia.
Leggete questo libro perché è veramente criminale che un capolavoro simile rimanga ancora sconosciuto a quasi 80 anni dalla sua pubblicazione. Uno dei suoi pregi è fondere pagine di azione narrativa con documenti, bollettini del comando, articoli di giornale dell’epoca, che il più delle volte fanno uno stridente ed eloquente contrasto con l’orribile realtà di fronte agli occhi di Reisiger/Köppen. Lo stile è asciutto, duro, toccante senza mai ricorrere al sentimentalismo o alla retorica.

Sarebbero parecchie le citazioni meritevoli, ma ho scelto questa, molto bella (p. 201):

ANNOTAZIONE DAL DIARIO DEL SOTTUFFICIALE REISIGER



Nella notte fra il 31.12 e l’1.1.’16, alle dodici in punto, tutte le batterie tedesche, per quanto potei sentire, hanno sparato tre scariche contro il nemico. – Il nemico non ha risposto.

Vorrei sapere chi ha dato quell’ordine. Nella batteria c’è una tale rabbia verso quel miserabile, come non ne avevo mai vista prima. È una pura e semplice schifezza. Avevamo le lacrime agli occhi. Pian piano abbiamo smesso di essere bambini piccoli, e sparare è senza dubbio il nostro mestiere, poiché siamo in guerra. Ma che ci toccasse di iniziare così il nuovo anno è stato crudele. Perché abbiamo fatto fuoco? Contro chi, per l’amor di Dio? Se andiamo avanti così, a sparare semplicemente per il puro desiderio dei botti, senza un obiettivo, senza “nemico”, senza (dovrei vergognarmi, di dire “legittimazione”?)… perché qualche imboscato si è inventato questo saluto di buon anno particolarmente originale – allora la cosa prima o poi arriverà a una conclusione che non ci piacerà affatto. – Ma sono un soldato, e devo tenere la bocca chiusa.

Edlef Köppen, Bollettino di guerra (trad. Luca Vitali), voto = 4,5/5
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La persecuzione del rigorista

È sempre una soddisfazione immensa finire di leggere un libro con la sensazione che sì, hai scelto bene, era veramente bello! Non è solo per i soldi che hai speso, sebbene, data la mia avarizia, anche questa considerazione sia importante, è perché in quel momento puoi dirti che non hai sprecato tempo appassionandoti a vicende, personaggi, intrecci che si sono rivelati, alla fine, una delusione, non hai dedicato loro invano la tua totale partecipazione, emotiva e “fisica” (perché, quando leggo un romanzo, io lo “vivo”, lo “interpreto”, lo “mimo”, lo “recito”, infatti preferisco essere sempre da sola).

La persecuzione del rigorista, di Luca Ricci, di cui parlavo qualche post fa, è veramente un bel libro: l’ho iniziato la notte fra il 21 e il 22 maggio e l’ho finito durante il viaggio di ritorno da Roma in treno.
Come dissi (a F), io non ho una mente granché speculativa, ma ho capito questo: il protagonista, il prete, poiché dentro di sé l’ha negato, non riesce ad accettare il fatto che esista ancora qualcosa di puro, inviolato, “trascendente”, “perfetto”, che si incarna, nella metafora, nel contadino che non sbaglia mai un rigore. E si impegna per rovinare, “sporcare” questa realtà, per rendere il mondo non “come dovrebbe essere”, ma “come è”, come conclude alla fine soddisfatto, credendo, a torto, di essere riuscito nel suo intento.

Comunque le parti più “belle” sono dove viene tracciata l’atmosfera, la materia umana così desolatamente squallida, gretta, che abita il paesino teatro degli avvenimenti. Non esistono personaggi positivi (forse solo il contadino-calciatore), e il prete cavalca tutte le loro insoddisfazioni. A me, naturalmente, stanno mille volte più “simpatici” questi personaggi “negativi” che gli eroi.
Alle volte si rimane quasi “disgustati” dal cinismo, dal disprezzo che il protagonista mostra per i suoi simili, e questa è una reazione buona (vuol dire che l’autore ha colpito nel segno, no?). Alcuni punti, alcune motivazioni che si svelano poco a poco, e vengono buttati lì quasi per caso, incidentalmente, dal prete (che narra in prima persona), ti fanno letteralmente sobbalzare e rileggere quelle righe per vedere se hai proprio capito bene (mi riferisco alla storia del chierichetto*). Bello, bello, bello.

Luca Ricci, La persecuzione del rigorista, voto = 4,5/5
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*(anticipazione) A margine, forse un po’ abusata la trovata del vecchio prete pedofilo, ma gliela perdono: contribuisce a rendere questa discesa all’inferno collettiva e quasi “inevitabile”.

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