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La vera storia del pirata Long John Silver

Commentando Treasure Island, annunciavo la mia intenzione di leggere a breve questo romanzo dell’autore svedese Björn Larsson: è stato anzi questo il motivo per cui ho preso in mano il classico di Stevenson, senza grandi aspettative, perché lo reputavo un libro per ragazzi, ma più “per dovere”, volevo affrontare Larsson, che si appropria qui del personaggio del celebre pirata Long John Silver e crea una narrazione parallela, conoscendo “l’originale”. E invece L’isola del tesoro si è rivelato assai piacevole di per sé, mentre questo, di cui su Internet si parla assai bene, tutto sommato ha un po’ deluso.

Per chi non ha ancora letto Stevenson: nelle righe seguenti (scritte in bianco per renderle invisibili, da evidenziare) c’è il finale. In Treasure Island si legge che, recuperato il tesoro, Jim e i suoi, assieme a Long John Silver che, visto fallire il suo piano, ha prontamente voltato le spalle ai suoi ex complici, raggiungono le coste del Sudamerica. Qui il temibile pirata si dilegua con la sua parte del bottino, e Jim, che è l’io narrante del romanzo, ignora quale sia stata la sua sorte: forse è ancora vivo, da qualche parte, a godersi la sua fortuna. Larsson riparte da qui, e immagina che Silver prenda a sua volta in mano la penna per narrare la “sua” versione degli eventi, ma soprattutto la sua vita dall’infanzia al momento in cui Jim lo incontra per la prima volta a Bristol: quando ha deciso di intraprendere la via del mare, dove lo hanno portato i suoi viaggi, perché è diventato un pirata, quali sono state le sue imprese e come sono stati i suoi ultimi anni, nel suo rifugio segreto in Madagascar.

Quest’idea promettente però si risolve, secondo me, in un’occasione sprecata: tutte le peregrinazioni del Silver “pre-Isola del Tesoro” non scaldano più di tanto e alla lunga stancano un po’, scollegate come sono dal “cuore” della vicenda. Sì perché, se vuoi “sfruttare” un nome mitico come quello di Long John Silver, tieniti agganciato alle vicende del tuo celebre antecedente, riscrivile da una prospettiva diversa, dicci cosa succede dopo… non “ignorarle” per buona parte del tempo. Questo mi sarei aspettata: altrimenti, se vuoi fargli fare altro per tre quarti del libro, prendi un qualsiasi pirata di tua invenzione, tanto è uguale.

Tutto il pezzo del protagonista a bordo della nave negriera deve moltissimo a Thorkild Hansen e al suo Le navi degli schiavi, così come il periodo passato da Silver al lavoro nelle piantagioni dei Fratelli Boemi di Zinzendorf trae chiaramente spunto dal cap. IV di Le isole degli schiavi, dello stesso autore (naturalmente, stando anche a quanto dice Larsson nell’appendice, Hansen non è l’unica fonte utilizzata, ma è l’unica che sono riuscita a individuare, a parte quelle ovvie di Stevenson e Defoe). Tuttavia, la versione romanzesca non si avvicina minimamente alla potenza che il saggio, senza inventare nulla ma mettendo insieme episodi reali e documenti storici, raggiungeva: qui suona tutto, per chi ha letto quei libri, molto derivativo, appunto.

Il “pezzo forte” arriva naturalmente quando Silver, nel suo “manoscritto”, arriva a raccontare dal suo punto di vista gli eventi che nell’Isola del Tesoro venivano narrati dalla penna di Jim Hawkins: così, Long John Silver, che già, nella finzione del romanzo, avrebbe ispirato un’altra opera letteraria, A General History of the Pyrates di Daniel Defoe (1724), ora si mette “in competizione” con un altro narratore fittizio o scrittore immaginario, il protagonista del classico di Stevenson, in un gioco di specchi letterario che diverte il lettore (e che mi fa pensare che no, anche se l’intreccio può risultare comunque gradevole per chiunque, non si può veramente prescindere dalla lettura di Treasure Island se si vuole apprezzare a fondo questo romanzo, non fosse altro perché alcuni eventi che in esso sono esposti dettagliatamente qui sono solo accennati). Peccato però che ci si arrivi troppo tardi, e che la narrazione diventi affrettata: perché non ci viene detto più dettagliatamente cosa succede quando Flint si inoltra nell’isola per seppellire il tesoro con sei uomini, e ritorna da solo perché li ha uccisi tutti per mantenere il segreto? Perché, Larsson, non inventi qualcosa sul motivo per cui Ben Gunn è stato lasciato sull’isola? Insomma, alla fine, detto un po’ brutalmente, cosa ci “importa” di leggere per filo e per segno tutte le peripezie del John Silver “larssoniano”, se poi rimane in ombra quello “stevensoniano”, quello che in fin dei conti è assurto a personaggio celebre del romanzo d’avventura?

Comunque, Larsson riesce abbastanza bene nell’impresa di interessare il lettore a una storia che ha un protagonista assai sgradevole, col quale è difficile entrare in sintonia: Long John Silver infatti non ha molto dell’aura “romantica” del pirata, gentiluomo dei mari sempre a caccia di nuove avventure. Sì, spesso nei suoi discorsi entrano motivazioni come il desiderio di non morire senza prima aver vissuto, di non essere agli ordini di nessuno, fa un gran parlare di “libertà”, però sostanzialmente emerge come una persona che pensa solo a se stessa (come appunto gli dice, verso la fine del romanzo, Jack, lo schiavo nero da lui liberato), opportunista, una sorta di “eminenza grigia” accanto alle varie figure con cui si trova a traversare i mari, sempre attento a non esporsi troppo e a rimanere nell’ombra, mantenendosi sempre aperta una via d’uscita. Attenzione, però: questo non è affatto un “difetto” del libro, anzi, è forse il suo maggior punto di forza, perché mi sembra perfettamente in linea con la caratterizzazione “originale” del personaggio fatta da Stevenson. Già in Treasure Island, infatti, Silver era così, subdolo, calcolatore, falso (quando Jim lo conosce gli si presenta con le fattezze gentili e cordiali di un locandiere, si imbarca con l’umile mansione di cuoco, è sempre pronto a dare una mano, ma non è mai in prima fila…), che, a differenza dei suoi compagni, energumeni spesso disperati o senza nulla da perdere, ha addirittura il “buon senso” di investire in banca i suoi guadagni di una vita nella pirateria, e che non a caso non esce di scena con una morte “spettacolare” da supercattivo impenitente e tragico, ma sparendo all’improvviso con la sua parte di tesoro dopo aver freddamente voltato le spalle ai suoi ex compagni, una volta compreso che la loro missione era destinata al fallimento.

Però, in due parole: troppo lungo.

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver (trad. Katia De Marco), voto = 3/5
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Arabia Felix

Domenica scorsa, quando ho iniziato questo libro, ero entrata ormai nel “panico” perché volevo leggere, ho la casa piena di libri, eppure prima di Arabia Felix di Thorkild Hansen avevo preso in mano già tre (tre!) volumi, abbandonati poi dopo poche pagine. La sensazione di attanagliante e paralizzante “imbarazzo della scelta del lettore” è stata fortunatamente spazzata via, poiché questo bel saggio mi ha conquistata fin da subito.

Di T. Hansen ho già parlato a proposito della sua trilogia La costa degli schiaviLe navi degli schiaviLe isole degli schiavi, con cui, concentrandosi via via su alcuni personaggi, più o meno oscuri ma a modo loro emblematici, e facendo parlare documenti come lettere, diari, giornali di bordo, ricostruiva la storia del commercio degli schiavi nelle colonie danesi in Africa e in America fra XVII e XIX secolo. Anche qui Hansen sceglie la storia quale spunto per la sua opera, l’ambiziosa ma ormai dimenticata spedizione nell’“Arabia Felice” (l’odierno Yemen) voluta e finanziata dalla corona danese nel 1761, che vide impegnati cinque studiosi inviati a indagarne la lingua, le tracce di antiche civiltà, i costumi, la flora, la geografia… Non è fra gli obiettivi espliciti del viaggio, ma Hansen non può fare a meno di immaginare che nelle menti di tutti ci sia anche questo pensiero: perché l’Arabia Felice si chiama così? qual è il segreto di questa “felicità”?

Per rispondere a queste domande viene reclutata una squadra di cinque studiosi che più male assemblata non si può, tutti giovani sulla trentina, due danesi, due tedeschi e uno svedese: un filologo, Friedrich Christian von Haven, un botanico, Peter Forsskål, un matematico e agrimensore, Carsten Niebuhr, un pittore e incisore, Georg Wilhelm Baurenfeind, e un medico, Christian Karl Kramer. Fra ritardi più o meno voluti, preparativi travagliati, rivalità e invidie, viaggi avventurosi e innumerevoli incidenti dalle conseguenze più o meno tragiche, Hansen, affidandosi soprattutto alle fonti costituite dai diari di Niebuhr e Forsskål, accompagna i cinque attraverso i lunghi anni di durata della spedizione, che da Copenhagen giunge in nave a Marsiglia e a Costantinopoli, procede fino al Cairo e da lì, lungo il Mar Rosso, finalmente nello Yemen. Mentre loro scoprono terre e popoli nuovi, noi conosciamo sempre meglio le loro contrapposte personalità: il vanitoso ma pigro, inconcludente e rancoroso von Haven, il brillante, caparbio ed energico Forsskål, il buon Baurenfeind e l’inetto e anonimo Kramer, ma soprattutto l’umile, curioso e infaticabile Niebuhr, l’unico che, dopo quasi sette lunghi anni e un bellissimo, avventuroso e “impossibile” viaggio di ritorno in solitaria, tornerà vivo da quella che lentamente si era tramutata in una spaventosa ordalia.

Sì, perché è in fondo il resoconto di un totale fallimento quello che ci propone Hansen: quattro su cinque dei membri della spedizione morti tragicamente a migliaia di chilometri da casa, tanti propositi di ricerca non portati a termine oppure, quando anche, come nel caso di Forsskål e Niebuhr, ci si era dedicati con passione ed energia, risultati andati perduti durante il viaggio o sfruttati poco e male o con ritardo, persino l’inespressa ma ben presente illusione di trovare il segreto della felicità, ci spiega Hansen con amara ironia, non è altro che un equivoco generato dalla cattiva traduzione dell’antico nome dello Yemen…
Eppure, di fronte alla commovente testimonianza della curiosità verso ogni aspetto del mondo che li circondava, della sete di conoscenza e della tensione fiduciosa che li animava, si può anche credere che uomini come Niebuhr, come Forsskål abbiano raggiunto la loro personale “Arabia felice” nell’esperienza stessa della ricerca, della scoperta e del viaggio, della spinta verso l’ignoto che si può contribuire, nel nostro piccolo, a spiegare, misurare, capire sempre di più, anche se l’uno non ne ricaverà nessun vantaggio (senza, del resto, averli mai neppure inseguiti) e l’altro finirà per sacrificarvi addirittura la vita.

Un’ultima, curiosa annotazione. Il viaggio della spedizione danese avviene negli anni immediatamente precedenti agli avvenimenti narrati in Il medico di corte di Enquist, e l’ultimo capitolo, quando finalmente Niebuhr fa ritorno a Copenhagen, vede ricomparire alcune facce note: il re Cristiano VII, Struensee, Guldberg. Interessante come, qui, questi personaggi siano presentati in modo molto diverso rispetto al romanzo (il sovrano è un pazzo, Struensee è definito un “ciarlatano”), a sottolineare una volta di più quanto sia arduo giungere a un’interpretazione univoca dei fatti storici. Certo non è possibile attribuire questi giudizi a una sorta di orgoglio nazionalista, di “risentimento” per una parentesi poco gradita e poco “gloriosa” della storia patria, cui il danese Hansen, a differenza dello svedese Enquist, non sarebbe immune; infatti, così come nella “Trilogia degli schiavi”, Hansen non è affatto tenero con la sua Danimarca: sottolinea alcune scelte maldestre nell’organizzazione del viaggio, l’apporto quasi nullo fornito dai due componenti danesi della spedizione (von Haven e Kramer), la negligenza criminale con cui le scoperte e i reperti inviati da Forsskål e Niebuhr a Copenhagen furono trattati.

Anzi no, non era questa l’ultima annotazione, eccone un’ultimissima: dall’Iperborea questi E’ al posto di È non me li aspettavo.

Thorkild Hansen, Arabia Felix (trad. Doriana Unfer), voto = 4/5
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Le isole degli schiavi

L’ultimo capitolo della “Trilogia degli schiavi” di Thorkild Hansen si apre, significativamente, con una frase quasi identica a quella con cui iniziava il primo, La costa degli schiavi: “Avevamo un forte in Africa”. Il ciclo continua, così come nei secoli passati la “rotta triangolare” (Copenhagen-Guinea-Indie occidentali) veniva percorsa incessantemente avanti e indietro rinnovando ogni volta lo strazio delle sue vittime: “Avevamo un forte a Saint Thomas”.

L’atmosfera, nelle isole coloniali danesi (le attuali Isole Vergini americane), è però diversa da quella incontrata sulle coste della Guinea o a bordo delle navi negriere: là trovavamo spesso avventurieri, rozzi e bruschi soldati, finiti a migliaia di chilometri da casa in una terra ostile o nel mezzo dell’oceano. Qua invece vi sono un paese ameno e fertile e la ricchezza e lo sfarzo degli “utilizzatori finali” della manodopera nera, i grandi proprietari delle piantagioni di zucchero e i governatori delle colonie. Questi “paradisi naturali” fanno da sfondo all’ultimo atto del dramma, che non è comunque meno brutale, anzi. È questo il punto della rotta triangolare in cui, come dice efficacemente Hansen, l’“amaro” della tratta degli schiavi si converte, grazie alla loro forza lavoro gratuita, nel “dolce” dello zucchero coltivato nelle enormi piantagioni e nei milioni di corone che i piantatori ne ricavavano come profitto dalle vendite in Danimarca. Continua a leggere…

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Le navi degli schiavi

Dopo La costa degli schiavi, sulla vita nei possedimenti danesi in Guinea (Ghana) e le operazioni di compravendita di cui erano vittime inermi le popolazioni dell’entroterra africano, questo è il secondo libro della “Trilogia degli schiavi” di Thorkild Hansen, dedicato al “passaggio di mezzo”, il viaggio travagliato delle navi negriere, con il loro equipaggio e il loro carico di prigionieri, dall’Africa attraverso l’Atlantico fino alle isole delle Indie occidentali danesi, Saint Thomas, Saint John e Saint Croix (anche non vengono trascurati neppure gli altri due lati della redditizia “rotta triangolare”, con i loro pericoli, le loro insidie e le loro storie, da Copenhagen alla Guinea e dall’America al punto di partenza).

Anche qui il metodo adottato è di narrare alcuni episodi significativi facendo innanzi tutto parlare le fonti (giornali di bordo, diari, atti giudiziari) e caricando poi le vicende della giusta dose di pathos romanzesco: senza mai arrivare all’esagerazione tanto da permetterci di abbandonarci troppo al piacere della lettura e dimenticare che le atrocità raccontate avvennero realmente. Ritroviamo alcune vecchie conoscenze incontrate in La costa degli schiavi, il mercante Rømer, i pastori Monrad e Rask, il contabile Wulff e il governatore Kiøge, ma soprattutto si affacciano sulla scena anche nuovi protagonisti, uomini di mare come Johansen, imbarcatosi ragazzino come mozzo e arrivato nel tempo al grado di capitano, Johan Frantzen Ferentz, alle prese con la rivolta degli schiavi trasportati nella sua Christiansborg, Bernt Jensen Mørch, capitano di navi negriere ma anche, a Copenhagen, rispettabile capo di famiglia e stimato cittadino, Gottfried Adolf Wichmann, il medico di bordo della nave Ada costretto ad assistere quasi impotente all’ecatombe di decine di schiavi vittime, durante il viaggio, dei maltrattamenti e delle malattie.

Questo libro è, se possibile, ancora più duro del primo, anche perché l’autore spesso assume volutamente un tono gelido e distaccato, quasi adottasse il punto di vista dei capitani e dei marinai delle navi negriere: in particolare, molto crudi e pesanti sono il primo e il secondo capitolo, dove, rispettivamente, viene illustrata la struttura di una tipica nave negriera, anche grazie all’ausilio di utili e spaventose illustrazioni (qui utili, ma altrove, per inciso, troppo piccole e scure per essere leggibili), e viene ripercorsa l’intera rotta, da Copenhagen alla Guinea alle Antille danesi e ritorno, descrivendo le condizioni di equipaggio e prigionieri.

Come avveniva nel primo libro, Thorkild Hansen segue di persona le tracce degli uomini e delle donne in viaggio su quelle rotte: a bordo della nave Siena, offre le sue riflessioni e le sue emozioni di danese e uomo bianco del XX secolo di fronte alle responsabilità del passato.

A un livello più superficiale, e sperando di non sminuirne il valore di testimonianza e di denuncia trattando quest’opera come semplice “romanzo d’avventura”, cosa che non è, anche in Le navi degli schiavi ci si imbatte in brani di grande energia e potenza narrativa, come era ad esempio l’episodio della guerra tra il governatore Kiøge e la tribù degli Akwuna in La costa degli schiavi: penso al racconto delle traversate della “nave del malaugurio”, la Christianus Quintus, o i drammatici eventi delle rivolte degli schiavi scoppiate a bordo; così come era accaduto per il precedente Il cimitero del Batavia le vicissitudini di questi gruppi di uomini costretti insieme per lunghi mesi in condizioni durissime e in mezzo a immense distese di acqua mi hanno come al solito affascinato (da questo punto di vista, anche la serie di Jack Aubrey potrebbe essere interessante).

Avvistate le isole delle Indie occidentali danesi, si può sbarcare e prepararsi all’ultima tappa di questo terrificante reportage: la vita nelle grandi piantagioni nelle quali erano impiegati i neri strappati alla loro terra e alle loro famiglie, che sarà oggetto del terzo libro, Le isole degli schiavi.

Thorkild Hansen, Le navi degli schiavi (trad. Maria Valeria D’Avino), voto = 4/5
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La costa degli schiavi

Quando, a novembre 2010, passai qualche giorno a La Spezia per partecipare a un concorso, passeggiando con un’amica in una libreria del centro notai i tre volumi della cosiddetta “Trilogia degli schiavi” dello scrittore danese Thorkild Hansen: La costa degli schiavi, Le navi degli schiavi e Le isole degli schiavi. Sulla quarta di copertina si poteva leggere che, mischiando sapientemente fonti d’archivio e narrazione, erano fra i primi esempi del genere del “romanzo documentario” e “uniscono accuratezza storica, avventura e una meditazione sulla condizione umana”. Non li acquistai subito, ma mi ripromisi di farlo in un successivo ordine on line.

Scritta alla fine degli anni sessanta, la Trilogia, come è intuibile fin dai titoli dei libri, dà un’esaustiva panoramica di tutte le fasi del fiorente traffico di uomini che vide protagoniste le navi negriere danesi dalla fine del XVII secolo alla metà del XIX: l’acquisto della “merce” dai possedimenti della Guinea (l’attuale Ghana), la traversata oceanica e infine l’impiego degli schiavi nelle piantagioni delle isole americane di proprietà danese.

Thorkild Hansen (1927-1989) ebbe la prima ispirazione per la stesura di quest’opera dopo una visita ad Auschwitz; la lettura dei suoi libri fu un violento schiaffo per il pubblico danese che, fino a quel momento, aveva vissuto nella consolatoria convinzione di essere stato il primo popolo a vietare la tratta degli schiavi, nel 1792, in un certo senso auto-assolvendosi o limitando le proprie responsabilità: leggendo i testi di Hansen, però, si scopre che le cose sono più complicate, che il divieto fu applicato in ritardo e con molti limiti, e che soprattutto farlo rispettare non fu sempre facile o sentito come una priorità. Ma andiamo con ordine.

Forse sarebbe più giusto dare una recensione globale dell’intera trilogia, tanto i tre libri sono intimamente legati fra loro, ma intanto ecco quella del primo volume, La costa degli schiavi (e mettiamo in conto di dover essere costretti ad alcune ripetizioni nei post successivi). Al centro dell’attenzione vi sono qui i traffici che si svolgevano nei forti danesi dislocati lungo la riva dell’oceano, e soprattutto gli uomini che li ponevano in essere. Sulla costa arrivavano le colonne di prigionieri provenienti dalle zone dell’interno, qui venivano ispezionati, selezionati ed eventualmente acquistati, qui attendevano rinchiusi di essere di nuovo rivenduti e caricati sulle navi per le Americhe. Qui sbarcavano i funzionari inviati da Copenhagen o gli avventurieri in cerca di fortuna, qui si svolgevano le battaglie che periodicamente vedevano contrapposti lo sparuto numero di colonizzatori bianchi di stanza nei forti e le tribù dell’interno con le quali non stavano al momento facendo lucrosi affari.

Il libro scorre su un doppio binario: da una parte vi è il resoconto del viaggio che Hansen fa in prima persona attraverso i luoghi che secoli prima hanno assistito a questa tragedia, forti abbandonati e in rovina o convertiti ad altri usi, abitazioni più o meno intatte, strade che si inoltrano nella foresta tropicale, villaggi, vecchi cimiteri, e dei suoi colloqui con gli abitanti del Ghana attuale. Dall’altra, l’autore, recuperando diari, lettere, relazioni ufficiali, registri contabili, libri di memorie, fa parlare i protagonisti del passato: pastori della missione danese, mercanti di schiavi, soldati, medici, funzionari, governatori della colonia, ciascuno di loro, per momenti diversi della secolare storia della presenza danese in Guinea, dagli inizi all’abbandono dei territori, fornisce il proprio contributo per la ricostruzione dell’intero quadro. Solo le migliaia di prigionieri neri erano, e sono rimaste, senza voce.
A volte i due binari della narrazione si incrociano in modo inaspettato, in una sorta di impossibile annullamento delle barriere del tempo, come in un bel brano quando, seduto da solo a fumare fra le rovine di un vecchio forte nella foresta, Hansen immagina di vedersi venire incontro il mercante di schiavi settecentesco Ludewig Ferdinand Rømer, col quale inizia una specie di intervista/colloquio. Generalmente però prevale il metodo di citare direttamente la fonte; ciascun capitolo è dedicato grosso modo a un diverso personaggio: “Gente comune. Buona e cattiva, ma per lo più buona. Forte e debole, ma per lo più debole. Nessuno si è mai interessato alle loro storie, ma loro hanno visto tutto” (p. 30). Di costoro l’autore, concedendosi qualche licenza poetica, cerca di far emergere anche le emozioni, i pensieri, le aspirazioni, le motivazioni che li hanno spinti a raggiungere quella terra lontana, le riflessioni che quanto avveniva davanti ai loro occhi suscitava, o non suscitava, loro, le giustificazioni che pensavano di darsi, le ribellioni che potevano, o no, nascere nel loro animo.

La parabola della presenza danese in Guinea e del relativo traffico umano da essa promosso, dagli inizi disorganizzati e in mano all’iniziativa privata all’intervento statale e alla cosiddetta “epoca d’oro”, dal divieto del 1792 e la farsa della sua non-applicazione al progressivo disinteresse della madrepatria nel XIX secolo fino alla vendita dei territori agli inglesi nel 1850, è spiegata con molta chiarezza (i riferimenti alle fonti e ai testi citati avrebbero potuto essere più precisi, ma d’altronde Hansen non era uno storico), il contesto ben illustrato e i numerosi fattori che entravano in gioco in questo colossale giro d’affari ben presentati. Interessante l’esposizione di aspetti meno noti della questione, come il fatto che erano gli stessi africani a partecipare attivamente alla compravendita dei loro consimili, in cambio di armi usate negli innumerevoli conflitti tribali, vincendo i quali era possibile assicurarsi un bottino di prigionieri da scambiare con altre armi, che servivano a procurarsi ancora prigionieri… e così via in un circolo vizioso senza fine.

Come detto, però, questo non è un saggio storico vero e proprio, ma una riflessione sulla malvagità umana e un romanzo costruito sui documenti, e alcuni passi, come la battaglia contro gli Awuna, sono appassionanti proprio al pari di un romanzo grazie al pathos e al coinvolgimento che le vicende individuali conferiscono alla lettura: bella e tragica infatti la storia della strana amicizia tra due uomini tanto diversi come l’energico e carismatico governatore Jens Adolf Kiøge (1746-1789), che con la sua azione riuscì a conquistare un importante territorio e a creare le basi per il periodo più fiorente del commercio di schiavi, e il mite dottore Paul Erdmann Isert (1756-1789), uomo di scienza e ammiratore di Rousseau, che invece fu il primo ad impegnarsi in una lotta senza speranze per abolire la schiavitù e promuovere una pacifica convivenza tra le comunità bianca e nera. O la storia dell’ultimo governatore della Guinea Danese, Edward Castensen (1815-1898), impegnato, negli anni quaranta del XIX secolo, a far rispettare il divieto contro il traffico degli schiavi e a cercare di convincere il governo di Copenhagen che la presenza dei bianchi laggiù poteva ormai avere ancora senso solo se si fossero adoperati per avviare sul serio un processo di acculturazione e crescita delle popolazioni locali, sforzi anche questi non compresi dai suoi compatrioti o boicottati dagli stessi capi indigeni. E infine, mentre della moltitudine anonima vittima di quel traffico non avremo mai una testimonianza diretta, sembra simbolicamente appropriato chiudere il libro con la vicenda degli unici due schiavi saliti a bordo delle navi danesi di cui si sappiano il nome e il destino finale, e che furono poi anche gli ultimi, il capo Adum e il suo consigliere Sebah Akim: arrestati per ordine di Carstensen per il barbaro assassinio dei figli di un capo rivale, la condanna a morte venne poi commutata in deportazione con gli altri schiavi nelle colonie americane; giunti lì, però, si ritenne più prudente spedirli in Danimarca per far loro scontare l’ergastolo: e così, i due africani si ritrovarono nella fredda Copenhagen, oggetto di grande curiosità, fino a quando non fu lo stesso Carstensen, quando la Danimarca stava ormai smobilitando i suoi possedimenti africani per far posto ai nuovi proprietari inglesi, a premere perché ottenessero la grazia e potessero far ritorno al loro paese, dove vissero ancora molti anni.

L’edizione Iperborea è molto elegante (anche se nell’Indice in fondo al volume viene saltato completamente un capitolo) e arricchita da illustrazioni dei luoghi toccati nel viaggio eseguite dalla prima moglie dell’autore, Birte Lund, e da una postfazione con qualche informazione sull’opera di Hansen firmata da Maria Valeria D’Avino (che è anche la traduttrice). Utilissima la mappa alle pp. 32-33 (rimasta nell’originale danese, ma comunque comprensibile).

Thorkild Hansen, La costa degli schiavi (trad. Maria Valeria D’Avino), voto = 4/5
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