Archivi tag: ed_Garzanti

Anna Karenina

Ecco un libro che in tanti pensiamo di “dover” leggere, prima o poi, e però abbiamo un po’ di timore a iniziare realmente. Ebbene, non è più così per me: io ce l’ho fatta. Certo, mi ha aiutato a trovare la “spinta” a decidersi la coincidenza che fosse il libro del mese per il gruppo di lettura di aprile di Goodreads Italia. Visto che la lettura è stata già un’impresa, mi si perdonerà se invece la recensione sarà stringata! Tanto più che ho trascurato a lungo il blog e ora ho circa una decina di recensioni “arretrate”…

Ma quest’esordio un po’ “spiritoso” non tragga in inganno: lettura lunga e impegnativa sì, ma bella, affascinante. Torniamo seri.

Chi non conosce il celebre incipit? “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Anch’io, come forse molti altri, vedevo in questa frase un riferimento alla protagonista femminile, infelicemente sposata e quindi preda di una passione adulterina che la porta alla rovina. In realtà, il grande mistero di Anna Karenina è il suo titolo: ho sempre immaginato questo romanzo come la grande, tragica storia di un’eroina divenuta ormai leggendaria, un’icona, fulcro di tutte le 900 pagine circa del “mattone”. Ma la vicenda di Anna, del marito Karenin, di Vronskij, non occupa in realtà uno spazio preponderante nell’economia dell’opera. No, sono molti di più i personaggi e sono di molte di più, dunque, anche le “famiglie infelici”, le storie. Ho letto da qualche parte che il romanzo in effetti è quasi un “trattato sul matrimonio”.

Continuando sul tema “miti e leggende metropolitane su questo libro vs realtà”, una cosa cui pensavo sempre con “terrore” erano le famose “digressioni della morte”, quelle cose tipo pagine e pagine e pagine sulle condizioni di vita del contadino russo… Quale lettore non le ha mai portate ad esempio “tipico” del “classico bello ma mattone”? Ebbene, anche stavolta devo dire che la mia esperienza (alcuni lettori del gruppo non sono stati d’accordo!) è stata molto più agevole del previsto: sì, le digressioni, le conversazioni su questo e quell’argomento ci sono, sono lunghe e a volte non si capisce subito dove vogliano andare a parare… eppure ormai ti senti talmente parte di quel “mondo” che ti sembra di assistere a una conversazione di amici, vuoi sentirli parlare, anche se sembra che l’argomento non abbia nulla a che fare con “la storia”.

Altra sorpresa? È un libro (anche) divertente. Va beh, non arrivo a dire che fa sbellicare dalle risate. E la scena del (spoiler ovvio, ma pur sempre spoiler) suicidio di Anna è una delle cose più terrificanti che abbia mai letto in vita mia. Però, se pensavo ai Grandi Autori della Letteratura Russa dell’Ottocento, immagino pagine dense di meditazioni su vita, morte, colpa, destino, redenzione, eccetera. Certo, sono tutti preconcetti miei, e infatti qui ho scoperto che lo stile di Tolstoj può rivelarsi anche, in alcuni brani, deliziosamente ironico e pungente.

Insomma, non può esserci dimostrazione migliore del fatto che Anna Karenina mi sia piaciuto di questo: ora non vedo poi così remota la possibilità di affrontare Guerra e pace, e l’impresa mi fa molta meno “paura” di prima.

Sicuramente questa mia “recensione” non è la più illuminante e profonda che sia stata scritta su Anna Karenina, ma sfata alcuni “falsi miti” su questo romanzo che davo quasi per scontati e che finora mi avevano un po’ frenato dall’affrontarlo: magari leggendola ne sarete meno “intimoriti” anche voi.

Lev Tolstoj, Anna Karenina (trad. Pietro Zveteremich), voto = 4/5

Annunci

3 commenti

Archiviato in Classici, Libri, Narrativa, Narrativa russa

Venere privata

Fra gli autori italiani ultimamente impazza il noir: se ci si fa caso, è uno dei generi più frequentati, e anzi ormai bisognerebbe dire “inflazionati”. Venere privata di Scerbanenco è stata allora una ventata di “aria fresca” in un panorama che ormai spesso rischia il “già sentito”. Sì, l’ironia è voluta, perché questo romanzo è uscito nel 1966, a dirla tutta è forse il capostipite del genere.

È anche il primo della serie dedicata a Duca Lamberti, personaggio con un’interessante storia alle spalle: medico, ha praticato l’eutanasia a una paziente in fase terminale, è stato arrestato, processato e condannato a tre anni di carcere, oltre alla radiazione dall’Ordine dei medici. Come si vede, Scerbanenco non aveva paura di affrontare temi caldi, allora come oggi. All’inizio del romanzo, Duca ha scontato la pena e da pochi giorni è un uomo libero, ma nel frattempo ha perso tutto: il padre, un integerrimo “servitore dello Stato”, poliziotto in pensione, per il quale il figlio dottore era un grande motivo d’orgoglio, non ha retto al dolore ed è morto d’infarto poco tempo dopo la sua condanna, la sorella più giovane, rimasta sola, è stata ingannata da un uomo che l’ha sedotta e poi abbandonata incinta. Lorenza, questo il suo nome, e la nipotina Sara sono ora la sua famiglia, e l’unico desiderio di Duca ora è essere dimenticato e trovare un lavoro qualsiasi per mantenerle. Grazie all’intervento di un amico poliziotto, viene assunto da un ricco industriale milanese per un compito delicato e che richiede, appunto, una persona discreta: guarire dall’alcolismo suo figlio Davide, un giovane grande e grosso e in apparenza in perfetta salute, molto timido ma fino a qualche tempo fa normale e intelligente, che, da circa un anno, misteriosamente, è precipitato nel vizio e ora è diventato praticamente un vegetale, sempre ubriaco, istupidito, muto di fronte a ogni richiesta di spiegazioni, indifferente a qualsiasi tentativo di scuoterlo.

Un inizio che non mi aspettavo e che è forse la parte migliore del romanzo, quieto, calmo, così poco “scoppiettante” al confronto dei tanti emuli più recenti, in cui si leggono le riflessioni amare di Duca sul proprio passato, sulla propria “stupidità” per aver voluto seguire coerentemente i propri principî sapendo che non avrebbero mai pagato, i suoi tentativi di penetrare nel “muro di gomma” del silenzio del giovane che gli è stato affidato, ci si interroga su questo oscuro “male di vivere” dell’enigmatico rampollo, la cui solitudine, esattamente un anno prima, si era casualmente incrociata con quella di un’altra persona, la cui storia è narrata in una serie di intensi flashback. Ma ben presto arriva la trama gialla a mettere realmente in moto le cose, ma anche, forse, se posso dirlo, a far perdere un pizzico di fascino a una storia fino ad allora quasi “sospesa” e sussurrata e proprio per questo coinvolgente ed emozionante (solito avviso: per leggere gli spoiler nascosti, evidenziate il testo).

Infatti, più che il “mistero” in sé, che, finché non ci viene detto che effettivamente il suicidio di Alberta (la prostituta “a tempo perso” con cui Davide era stato poco prima che ella morisse, appunto apparentemente suicida, fatto di cui lui si sentiva responsabile: questo il trauma che l’aveva spinto a bere) presenta punti poco chiari, a essere sinceri non si capisce neanche quale sia (io fino ad allora vedevo solo transazioni fra adulti perfettamente consenzienti), è indagato con metodi alquanto inverosimili (diciamo che la polizia lascia fare al protagonista, che, a parte essere un ex carcerato, è un signor nessuno, senza alcuna autorità, un po’ quello che gli pare, l’indagine è cosa sua; inoltre, visto che negli anni sessanta non dovevano esserci ancora molte donne poliziotto, a un certo punto un compito delicatissimo viene affidato alla prima tizia che passava, o quasi) e poi “chiuso” con un bel “trionfo” per i nostri eroi (no, “trionfo” no, se si pensa al prezzo pagato da uno dei personaggi, ma insomma, sembra che in mezz’ora l’intera organizzazione venga sgominata, i romanzi di oggi non hanno più questa fiducia smisurata nella giustizia), sono i piccoli tocchi, le caratterizzazioni dei personaggi principali e di quelli minori, le scenette “di contorno” a rimanere impresse nella memoria: la Milano d’agosto in cui si crepa dal caldo, timide operaie che piegano la testa di fronte ai soprusi delle forze dell’ordine perché non hanno nemmeno coscienza dei loro diritti, distinti ma timidi signori che caricano in macchina le ragazze per un po’ di compagnia, commesse senza arte né parte che si ritrovano, spinte dal bisogno, senza neanche sapere bene come, sulla strada accanto alle “professioniste”, una sorella ingenua sedotta e abbandonata con una figlia illegittima, attaccatissima al fratello e ansiosa, un padre lontano e, si immagina, scarsamente affettuoso ma segretamente ammirato, e della cui morte ci si sente tristemente responsabili, un ragazzone tanto imponente fisicamente quanto fragile emotivamente, ricco e solo, e un genitore sconcertato e preoccupato fino al punto da arrivare a usare la violenza per scuoterlo. Insomma, una ricca umanità che sembra stare a cuore dall’autore.

Con un’eccezione però, a quanto pare. Mezzo voto in meno per la violenza con cui viene tratteggiato il personaggio del fotografo “invertito”: l’autore ce lo descrive attraverso lo sguardo pieno di pregiudizi degli altri personaggi, o sono parole sue? Nel dubbio, io lo punisco (sì, lo so che è un romanzo di cinquant’anni fa, ma sono frasi veramente pesanti), ma se qualcuno mi spiega che c’era da cogliere un’ironia che mi è sfuggita, tanto meglio.

Giorgio Scerbanenco, Venere privata, voto = 3,5/5

1 Commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

Così parlò Ménétra

Io e Jacques-Louis Ménétra, un vetraio parigino vissuto nel XVIII secolo, ci siamo incontrati per la prima volta nel 2001, sulle pagine del terzo volume dell’opera Vita privata: quel libro l’ho letto dall’inizio alla fine solo nel 2010, ma già subito dopo l’acquisto ero talmente “innamorata” di quei volumetti dal ricco apparato di immagini e che promettevano di essere tanto interessanti, che ero solita sfogliarli e leggiucchiarvi qua e là. Insomma è da lì che ho sentito parlare per la prima volta di Samuel Pepys e, appunto, di Ménétra*, perché entrambi furono autori di due diari intimi (ecco perché la loro presenza in un saggio dedicato alla storia della vita privata): disperavo di trovare mai un’edizione italiana del suo Diario, e invece l’ho acquistata qualche anno fa per corrispondenza dalla Libreria Chiari di Firenze (vende libri rari ed esauriti, una volta avevano anche un sito, ora non riesco più ad aprirlo e questo mi lascia un po’ inquieta sulla sorte di questa libreria).

Se quello di Pepys è molto più famoso, il Diario dell’oscuro vetraio di Parigi è molto più “straordinario”, perché scritto da un esponente di una categoria, quella degli artigiani e del popolo minuto, che raramente prendeva la penna in mano, e mai per raccontarsi. E invece Ménétra, verso la fine della sua vita (nel 1802?), non si capisce bene per quale pubblico, mette nero su bianco, pagina dopo pagina (a quanto pare, deve essere stata un’impresa decifrare il manoscritto, col testo tutto di seguito, non sempre in un francese corretto, senza paragrafi e senza punteggiatura!), la sua vita, le sue esperienze, i suoi viaggi in giro per la Francia ad imparare il mestiere, i suoi amori, il suo matrimonio, la sua famiglia.

Insomma, la sua biografia per mille aspetti non ha nulla di eccezionale, ma Ménétra un po’ “speciale” lo è davvero, per questo documento particolarissimo che ci ha lasciato, così come tanti altri suoi abbozzi di scritti/trattati/riflessioni su vari argomenti, ritrovati fortunosamente dallo storico Daniel Roche. Come quest’ultimo dice nell’Introduzione, all’epoca non doveva essere un gesto banale, per questa categoria di persone, anche dal punto di vista strettamente materiale, prendersi così tanto tempo per sé, per questo lavoro di memoria e autoanalisi, e per l’impresa non indifferente di metterlo per iscritto con ammirabile costanza. Di nuovo si affaccia il grande dubbio insolubile dello storico: quella di Ménétra è l’eccezione fortunosamente giunta fino a noi, o la punta di un iceberg di chissà quante altre testimonianze andate irrimediabilmente perdute?

In questo volume si trova l’edizione integrale del solo Diario, non degli altri scritti sulla religione, sulla Rivoluzione, sulla politica, eccetera. Non dirò che si tratta di una lettura “scorrevole” perché in effetti gli episodi e gli aneddoti narrati da Ménétra sono affastellati uno dietro l’altro, non connessi fra loro, inconcludenti o scritti in modo talmente ellittico da essere talvolta incomprensibili, e quindi il piacere “superficiale” che si ricava da questo libro, più che il gusto della narrazione di “una vita”, sono questi rapidissimi quadretti o scenette, di volta in volta ironici, divertenti o oltraggiosi: è consigliabile leggere un po’, fermarsi e poi riprendere, altrimenti si rischia di non cogliere nulla in mezzo a un guazzabuglio da cui si esce sopraffatti. Confesso che, stuzzicata dai passi antologizzati nel volume sulla vita privata, mi aspettavo un “racconto” più accattivante, e non una lunga carrellata di scappatelle e avventure erotiche spesso fra loro sempre uguali e un po’ confuse; non è neppure che Ménétra ne esca sempre in un’ottima luce (si fa voler bene e sa sedurre il suo pubblico, è una natura vitalissima, allegro, sempre attivo, non sta mai fermo, curioso, intelligente, ma ad esempio tratta le sue numerose donne in modo orribile: le inganna, le abbandona, le prende, qualcuna anche a forza e le getta via). Insomma, Jacques-Louis non è granché come scrittore, ma come sempre in questo tipo di letture è più affascinante, almeno per lo storico, cogliere il “contorno” e il non detto, più il significato palese dei testi. Ad esempio, quello che colpisce, al di là delle onnipresenti avventure erotiche, è la sensazione di una certa “brutalità” nei rapporti interpersonali, anche fra familiari e parenti prossimi; oppure un aspetto che non credevo mi avrebbe tanto interessanto, e cioè il mondo del lavoro e delle corporazioni artigiane e le loro regole; si colgono qua e là importanti segnali sulla cultura di Ménétra, sui testi su cui si è fondata la sua formazione, ma anche sulla sua insospettabile indipendenza di pensiero, sulla sua religiosità personale e la sua visione del mondo. Interessanti, infine, le pagine dedicate al periodo della Rivoluzione, non tanto per gli eventi narrati, per me confusissimi, quanto per l’atmosfera di costante tensione e agitazione che lasciano trasparire, specie negli anni del Terrore.

Dopo la lettura interessante ma difficoltosa del Diario vero e proprio, contavo molto sul saggio conclusivo del curatore, Daniel Roche, per avere un aiuto nell’analisi: ebbene, purtroppo sono rimasta un po’ delusa (se si escludono i passi dedicati ai temi che accennavo sopra). Tanto fumo e poco arrosto, per sintetizzare tutto con un’espressione sbrigativa. Così come l’introduzione, lo stile mi è sembrato ellittico, poco chiaro, “impressionistico”, forniva qua e là delle pennellate di colore ma poca “sostanza”. Dall’alto della mia autorità, pari allo zero assoluto, mi azzardo a criticare Roche, che sicuramente sarà un accademico rispettatissimo in Francia, dicendo che, come sempre in questo tipo di fonti, c’è il rischio di “assolutizzare” una testimonianza che è a suo modo unica e “speciale”, o al contrario di limitarsi a trovarvi semplicemente conferme di notizie ricavate altrimenti e che, bene o male, come dire, si sapevano. Inoltre, ma di questo non posso “incolpare” Roche, o non solo lui, i riferimenti ai passi del Diario in nota rimandavano alle carte del manoscritto, non ai numeri di pagina dell’edizione: a che serve? Se voglio ritrovare il brano che viene citato, oltre tutto in un testo come questo, senza divisione in capitoli o paragrafi, non è che posso ogni volta andare a Parigi a consultare l’originale (come mi disse il professore al momento di pubblicare la mia tesi, che era anch’essa l’edizione di un manoscritto, perché avevo fatto proprio quest’errore, “allora che la facciamo a fare, l’edizione?”).

Così parlò Ménétra, a cura di Daniel Roche (trad. Lorenzo Bianchi), voto = 3/5
Per acquistarlo on line

* Ero più che convinta, poi, che il nome di Ménétra ricomparisse in un passo di un bel libro di Giovanni Ricci, Il principe e la morte (il Mulino, 1998), quando parla dell’esumazione delle salme dei re di Francia sepolti a Saint-Denis da parte del popolo parigino nel 1793 (pp. 65-66), ma ho ricontrollato in questi giorni e ho scoperto che invece ricordavo male.

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

La voce dell’acqua

Dico la verità, non mi aspettavo grandi cose da questo romanzo. Non ce l’ho con l’autrice, che non conoscevo proprio: è la letteratura sudamericana che non mi ha mai convinto, la trovo distante dai miei gusti. Oltre tutto, leggendo la quarta di copertina, temevo che la storia di Malinche e Cortés venisse ridotta a romanzetto rosa. Ma l’argomento mi interessava (vedi anche la recensione a Le parole di Malinche), e non è facile trovare opere di fantasia su questa donna, proprio perché tanto poco si sa su colei che fu prima schiava, poi interprete di Cortés, pedina fondamentale nel successo dell’impresa della Conquista del Messico e della distruzione dell’impero azteca.

Quindi, proprio per desiderio di leggere quanto più possibile sull’argomento, e con un approccio diverso da quello di un saggio, ho messo a tacere i dubbi e l’ho comprato: in fondo, scontato, costava pure poco. Ma tanto lo sapevo che sarebbe finita così.

Il titolo poteva subito mettere in guardia verso un certo misticismo New Age, ma quello in realtà non era dovuto all’autrice (in originale il romanzo si intitola semplicemente Malinche; è tipico della casa editrice Garzanti stravolgere, spesso senza alcun motivo apparente, i titoli in sede di traduzione, ma forse stavolta il timore che il nome dicesse ben poco al pubblico italiano era fondato). Come dicevo, ci sono naturalmente varie fonti per la storia della spedizione di Cortés, ma pochi dati certi su Malinche, che rimane una figura misteriosa (e proprio per questo ancor più affascinante), e certamente non abbiamo le sue “memorie”. Quindi ok, mi va benissimo se per narrare la sua storia ci metti anche una buona dose di fantasia, lo capisco: anzi, scelgo di leggere un romanzo proprio per avere una versione più libera, “emozionale”, degli eventi. Passi anche, allora, fino a un certo punto, la favola sulla “passione forte e carnale” fra Malinche e Cortés, la cui “sete di conquista” rischierebbe però di distruggere “il loro amore” (ma qui forse è stato chi ha scritto la quarta di copertina che si è lasciato un po’ andare): ripeto, è un romanzo, lo leggo per divertirmi, non prendo per oro colato tutto quel che c’è scritto.

Però, però… la fuffa New Age non la digerisco: si comincia subito con la nonna buona e saggia della protagonista che fa dei pipponi solo parzialmente comprensibili su vento, acqua, fuoco, natura, cosmo ecc., sempre come se leggesse da un libro stampato. Ora, a qualcuno può anche piacere questo linguaggio così “alato”, quest’antica saggezza ancestrale… Non voglio sembrare irrispettosa. Magari sarebbero riusciti a “illuminare” anche me, se non avessero costituito i tre quarti abbondanti del libro: ma dopo un po’ stufano, le frasi mi si confondono davanti agli occhi, mi dicono tutto e niente. Il problema è che, dove non c’era la poesia della natura e del vento e dell’acqua, c’erano gli inserti saggistici malamente mascherati da romanzo. Quindi, o brani per me incomprensibili e alla lunga stancanti sull’armonia del cosmo e dentro di noi, o aridi bollettini di avvenimenti che potevo benissimo leggermi su un libro di storia. Zero battaglie, zero spedizioni, zero descrizioni, zero ricostruzioni, zero “romanzo storico”. Pochissimo sulla funzione di mediatrice culturale e linguistica di Malinche (perché così poco spazio ai dialoghi quando è proprio per la sua capacità di parlare e tradurre che è entrata nella storia?), pochissimo sull’impatto suo e degli indigeni con l’Altro (anche meno sulle reazioni degli spagnoli all’Altro: e non è che non ce ne fosse il modo, visto che, soprattutto all’inizio, il POV si alterna fra Malinche e Cortés), pochissimo anche su ‘sto benedetto rapporto con Cortés, e allora manco la soddisfazione di leggere un romanzo rosa come si deve, ci tocca!

Quanto meno, si evita l’errore di considerare gli indigeni come un blocco compatto e inerme spazzato via dalla furia dei conquistadores, mentre invece l’avanzata spagnola sfruttò le divisioni interne alle popolazioni locali e fu favorita dalle alleanze strette con questa o quella etnia che avevano interesse a far crollare l’odiato dominio azteco.

Il libro è illustrato da alcuni bei disegni che raffigurano scene del romanzo e che nello stile si ispirano ai codici aztechi, opera dell’artista Jordi Castells, nipote dell’autrice (mezzo voto in più grazie a lui).

Laura Esquivel, La voce dell’acqua (trad. Stefania Cherchi), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

1 Commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa in lingua spagnola

Le api randage

Probabilmente l’ho già citato più e più volte, ma lo ribadisco: se devo indicare qualche titolo di libro che negli anni recenti ho amato alla follia, non manca mai La città perfetta di Angelo Petrella. Un volumone di 500 pagine che, se non ricordo male, presi in mano domenica 5 ottobre 2008 alle 14 e non riuscii a posare fino a che non ne ebbi girata l’ultima pagina, verso le 5 del mattino seguente.

Perciò quando, all’inizio di questo mese, aggirandomi pigramente in libreria senza l’intenzione di comprare nulla in particolare, ho visto casualmente questo nome sulla copertina di un libro posato in bella mostra su uno scaffale, non c’è stato tanto da riflettere: il nuovo romanzo di Petrella (che è del 2012, all’epoca mi era completamente sfuggito e magari correvo il rischio di non scoprirlo mai!) lo dovevo avere, senza se e senza ma. L’ho iniziato due giorni fa, di pomeriggio, curiosa anche di vedere se si ripeteva il “miracolo” della “sospensione del tempo” verificatosi col suo predecessore…

Diciamolo subito: no. Le api randage non è altrettanto bello e, inutile negarlo, un pizzico di delusione c’è, ma certo anch’io avevo aspettative altissime; e invece può esserci una sola Città perfetta. È sempre interessante l’intreccio fra camorra, affari e politica che Petrella riesce a creare e dipanare, ma qui tutto è più caricato e melodrammatico, “sensazionalistico” e “d’effetto”, a partire dai dialoghi, davvero poco credibili (chi mai, per rispondere “sì”, dice “quant’è vero che mi chiamo Matteo Malatesta!”?), per passare alla ricca famiglia dilaniata da rancori e conflitti, alla mania degli oggetti caricati di simbolismo (dall’orologio al rosario, dalla pietra lunare alla fotografia), fino alla morte “spettacolare” ed “esemplare” del cattivo, che fa molto telenovela.

Piccola curiosità: la mia copia è di seconda mano, e il precedente lettore ha fatto alcune sottolineature e annotazioni a margine a matita nella prima parte. Le sottolineature erano un mistero, per me erano frasi assolutamente insignificanti, perciò a un certo punto al piacere della lettura si è affiancato quello di capirne il motivo. Quanto alle annotazioni, il libro non deve essergli piaciuto molto, poiché ho trovato scritto “assurdo”, “perché?”, “boh!”, e via così. Non mi ha dato fastidio, anzi, è stato divertente scovare questi “ammonimenti” (ad es. cercavo di capire, “hmm, perché questo pezzo lo trova assurdo?”). Poi deve aver definitivamente abbandonato il libro, perché la seconda metà è intonsa!

Insomma, man mano che andavo avanti la delusione aumentava! Peccato…

Angelo Petrella, Le api randage, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

I Luigi di Francia

Questo libro, visto nella libreria di un’amica di Goodreads, fa parte della produzione “minore” di Gadda, scrittore di cui ho molto sentito parlare, ma che non avevo mai letto finora.

In questa operetta (pubblicata nel 1965) sono narrate brevemente le gesta di tre fra i più famosi sovrani francesi di nome Luigi, e cioè Luigi XIII (1610-1643), Luigi XIV (1643-1715) e Luigi XV (1715-1774), e naturalmente accanto a loro tutta una serie di regine, ministri, principi, amanti, cortigiani, da Maria de’ Medici ad Anna d’Austria, da Richelieu a Mazzarino, dalla Montespan alla Pompadour.

Spesso Gadda fa parlare storici e memorialisti, come Michelet o Saint-Simon, intervenendo solo per fare brevi commenti, ma prende anche in mano il filo della narrazione, utilizzando un tono via via fintamente serioso e sentenzioso, o viceversa apertamente ironico, gustosissimo da leggere anche grazie a trovate linguistiche che (mi dicono) dovrebbero essere proprie di quest’autore, che amava sperimentare con l’italiano (se non sbaglio?).

In questa sequela di aneddoti e scenette, spesso ridicole, eccessive, crudeli, sembra che teste coronate e principi del sangue siano tanti burattini su un palcoscenico, appartenenti a un mondo irreale e strano. Forse è per questo che fra tutte spicca quella che meno si presta allo scherzo, la descrizione dell’agonia di Luigi XIII, perché vediamo finalmente una persona spogliata dalla regalità, sola, più “comprensibile” e “vicina”. Si legge in fretta e, per chi ama immaginarsi la vita freneticamente inoperosa di Versailles, è molto gradevole.

Carlo Emilio Gadda, I Luigi di Francia, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

Monsieur d’Eon è una donna

Un aprile ben misero, in quanto a letture: sono stata distratta da questo e da quello, e ho impiegato un mese per finire “appena” due libri, e temo anche di non aver dedicato loro la dovuta concentrazione.

Non so ricostruire il percorso che mi ha portato alla lettura di questo saggio, sicuramente ho appreso la curiosa e affascinante vicenda del Cavaliere d’Eon da una pagina di Wikipedia, ma non ricordo se vi ero giunta per caso o per altri collegamenti. La biografia scritta da Gary Kates è stata acquistata in un maxi-ordine on line del 2010 su IBS, forse il mio maggior “colpo”: fatto approfittando di una di quelle promozioni sui Remainders, libri che quasi ti tirano dietro, per cui più ne acquistavi più aumentava lo sconto, e questo l’avrò preso con lo sconto dell’80% o giù di lì. Poi è rimasto a prendere polvere per anni, ma la sfida della “parola del mese” su Goodreads Italia (viene scelta una parola, bisogna leggere entro il mese un libro che la contenga nel titolo) l’ha riportato alla ribalta (la parola era “donna”).

La storia del cavaliere D’Eon fu uno dei più chiacchierati “scoop” del XVIII secolo; D’Eon, proveniente da una famiglia della piccola nobità della Borgogna, ufficiale dell’esercito francese, distintosi per coraggio e abilità nella guerra dei sette anni, fu per lunghi anni una spia al servizio di Luigi XV, dapprima in Russia, quindi a Londra. Negli anni sessanta del Settecento, a causa di complicate congiunture politiche, si ritrovò improvvisamente in disgrazia col suo Ministero degli Esteri, sospettato di tradimento e praticamente in esilio in Inghilterra. Proprio mentre questa situazione si andava lentamente e faticosamente ricomponendo, si fece sempre più strada, fino ad acquistare la parvenza della verità, quello che all’inizio era un pettegolezzo di incerta origine (ma probabilmente messo in circolo da D’Eon stesso), e cioè che egli fosse in realtà una donna, allevata fin dall’infanzia come un maschio. Nel 1776, infine, fu lo stesso Luigi XVI a sancire che sì, D’Eon era effettivamente una donna. Riabilitato dal suo governo, D’Eon poté tornare in patria, smise gli abiti da uomo e visse tutti gli ultimi anni della sua vita come una donna. Ma quando morì, nel 1810, di nuovo a Londra dove aveva trascorso gli ultimi anni quasi in miseria, ecco la sconcertante scoperta che sparigliò nuovamente le carte in tavola: D’Eon era, invece, senza ombra di dubbio un maschio.

Di donne che si travestirono da uomini, generalmente per sfuggire alle limitazioni imposte alla loro condizione e/o perseguire carriere politiche o militari, la Storia è piuttosto prodiga di esempi, ci dice l’autore. Il caso di un uomo che consapevolmente sceglie di “trasformarsi” in una donna è, invece, più unico che raro: Kates indaga quindi su cosa possa aver spinto D’Eon a intraprendere questa decisione radicale.
Chi si aspettava una storia piccante (e, lo ammetto, nel gruppo c’ero anch’io) rimane però sorpreso, anche perché Kates mette subito le cose in chiaro: nella scelta di D’Eon non hanno influito le preferenze sessuali (anzi, al riguardo D’Eon sembra essere stato per nulla interessato al sesso, vergine o comunque castissimo), non fu un travestito (non risulta che avesse mai avvertito, prima della “trasformazione”, l’esigenza di vestirsi da donna e anzi, anche dopo che venne dichiarato “ufficialmente” tale, resistette a lungo prima di abbandonare a malincuore l’amata uniforme del corpo dei Dragoni) né un transessuale.

La crisi personale che D’Eon visse negli anni sessanta (gli intrighi politici sono piuttosto complessi, ma, per quanto ho capito io, le cose andarono così: esisteva in Francia una rete di ambasciatori e diplomatici “ufficiali” che faceva capo al re e al Ministero degli Esteri… e contemporaneamente anche un’altra di spie e agenti segreti selezionatissimi, chiamata appunto il “Segreto”, che faceva capo direttamente al re Luigi XV e al potente Principe di Conti, che spesso e volentieri perseguiva obiettivi anche in contrasto con la politica “ufficiale”: in questa situazione abbastanza paradossale, D’Eon si trovava in Inghilterra in veste duplice di funzionario del ministro degli Esteri e agente del Segreto… da ciò la sua difficoltà nel districarsi fra ordini contraddittori e istruzioni riservate, e il suo apparentemente “inspiegabile” rifiuto di ubbidire al Ministro degli Esteri quando questi, inconsapevolmente, si metteva contro le direttive del Segreto… Lo so, non si capisce, Kates ha a disposizione pagine e pagine per spiegarlo, io solo poche righe), la sua condizione di “traditore della patria” (mentre il re sapeva benissimo il motivo della sua apparente “insubordinazione”!), gli intrighi dei suoi tanti nemici a corte contribuirono ad alimentare in lui una profonda disillusione e disaffezione verso la politica dell’ancien régime. A un certo punto dovette sembrargli che l’unica possibilità per “ripartire da zero”, ricostruirsi una reputazione immacolata e venire riaccolto in patria fosse cancellare definitivamente la sua identità precedente, sviare l’attenzione e “rinascere” come donna: da figura ambigua e sospetta a singolarissima eroina che per anni aveva servito il proprio sovrano in mezzo ai pericoli di un mondo dominato dagli uomini. Nel testo si afferma che tutti i tentativi di D’Eon di mistificare le sue origini, raccontando, nei tanti scritti autobiografici che lasciò, di essere nato femmina ma di essere stato educato come un maschio per volere del padre, sono assolute falsità, il cavaliere stesso si costruì il suo “mito”.
Tuttavia, la motivazione per il “cambio di sesso” può essere stata contingente… ma dall’analisi di Kates emerge che il cavaliere non vi arrivò “per caso”, e che anzi da tempo le sue riflessioni e i suoi studi (egli non fu solo un militare e un diplomatico, ma anche un uomo di lettere) vertevano sulla questione femminile, sul ruolo delle donne nella società.

La vicenda si colloca in un momento, il Settecento, in cui l’influenza delle donne nella politica e negli affari di Stato raggiunse forse il culmine, e in cui anche lo stesso mondo maschile (si parla, naturalmente, sempre e solo delle classi più alte) stava andando incontro a un processo di “femminilizzazione”; sono tanti gli esempi possibili, dalle organizzatrici dei salotti in cui si riuniva il fiore dell’intellighenzia del tempo, alle celebri figure di sovrane come Caterina II e Maria Teresa: il caso più vicino alla vicenda di D’Eon, anche perché i rapporti con quella che egli considerava sua acerrima nemica furono fondamentali nel determinare gli eventi della sua vita, è naturalmente quello di Madame de Pompadour, amante e consigliera di Luigi XV, per lunghi anni arbitra della politica francese e delle fortune e sfortune di ministri e funzionari a lei graditi o meno. Paradossalmente, i maggiori critici di questa situazione sono proprio coloro che meno ci saremmo aspettati, i philosophes illuministi (Rousseau ad esempio, anche se il suo pensiero in alcuni punti è ambiguo) e, più tardi, la Rivoluzione francese, che, almeno in alcune delle sue fasi, giocò un ruolo importante nel propagandare gli ideali di domesticità, mitezza e confinamento nella sfera privata della donna che poi sarebbero stati dominanti nel XIX secolo.

Analizzando l’enorme biblioteca di D’Eon, Kates scopre quindi che le riflessioni sulla condizione femminile, la cosiddetta Querelle des femmes che impegnava molti intellettuali francesi fin dai tempi di Christine de Pizan nel XV secolo, appassionavano molto il cavaliere. Molti scrittori, uomini e donne, nel corso del tempo avevano preso la penna in mano per sostenere che la donna non era in alcun modo inferiore per virtù all’uomo, e che, se non riusciva ad ottenere gli stessi risultati nella sfera pubblica, ciò era dovuto non all’incapacità ma alla situazione di oggettivo svantaggio, in termini di istruzione e opportunità, in cui era posta dalla società tradizionale. In Francia, poi, un modello importante cui appoggiarsi, e cui sicuramente D’Eon si ispirò per adattare (a posteriori, quando aveva già deciso di far credere di essere nata donna) la propria biografia, fu quello della celebre eroina nazionale, Giovanna d’Arco, giovane donna, vergine, che indossò l’armatura e combatté come un uomo per servire il proprio re e il proprio paese.

Quello che è interessante è che D’Eon, anche se la decisione di farsi considerare una donna fu forse, almeno in parte, un espediente per venir fuori da una situazione personale senza via sbocchi, non per questo considerò a quel punto chiusa la sua carriera: per anni continuò a rivendicare, senza successo, lo stesso ruolo nella diplomazia e anche nell’esercito francese che aveva avuto fin quando era stato considerato un uomo, sostenendo di non capire perché non potesse continuare a servire il suo Paese anche in quanto donna (anche alla luce di ciò, secondo Kates, va interpretata la sua estrema riluttanza a decidersi a rinunciare all’uniforme dei Dragoni e a indossare in modo definitivo abiti femminili, che avrebbero sancito anche esteriormente la sua uscita di scena dal palcoscenico della vita pubblica).

Nell’ammirazione di D’Eon per il sesso femminile ebbero una parte importante anche la sua interpretazione della fede cristiana, che abbracciò con slancio in tarda età, e la sua lettura di alcuni passi di Agostino e san Paolo; nella sua visione (non pienamente sistematica, poiché non era un filosofo, e le sue riflessioni erano anche in parte un modo per razionalizzare la propria singolarissima vicenda biografica) Dio aveva creato l’umanità senza distinzione di sesso, ma era stato in particolare il genere maschile ad allontanarsi maggiormente dalla volontà divina, mentre le donne avevano meglio coltivato le virtù cristiane e l’ideale di purezza e alta spiritualità di questo essere umano “prima della Caduta”.

Per tornare a un livello più terra terra, molte pagine sono dedicate agli anni di “incertezza”, quando le voci sul cavaliere sono ormai l’argomento di conversazione più succulento fra Londra e Parigi e nell’Europa intera. L’enorme curiosità suscitata dalla sua vicenda attirò ovviamente su D’Eon l’interesse quasi “morboso” dell’opinione pubblica e della stampa, che prese a perseguitarlo in tutti i modi: naturalmente a Londra fiorirono le scommesse sul suo sesso, le stampe, gli opuscoli osceni, le canzonature, le intrusioni nella sua privacy da parte di persone interessate a scoprire il suo segreto, ma anche si profilarono scenari ben più inquietanti come il rischio di essere rapito o addirittura ucciso (da emissari del suo governo decisi a recuperare i documenti riservati in suo possesso, da scommettitori che volevano accertare in modo definitivo se fosse uomo o donna)… e, insomma, in queste pagine, dopo aver letto in lungo e in largo dei mille intrighi della diplomazia, tocchiamo con mano anche il lato più umano e privato della vicenda: dal libro e dai brani delle sue lettere si avverte chiaramente che, per un uomo così riservato e anche intriso di una alta opinione di sé e della propria dignità, dovettero essere anni molto sofferti e umilianti.

Ultima nota a margine nella lettura è l’interessante contrasto fra il sistema politico inglese, avanzatissimo per l’epoca e già garante di numerosi diritti del cittadino, e quello francese: si veda lo stupore in Francia per il fatto che il re inglese non potesse semplicemente a suo arbitrio far arrestare D’Eon ed estradarlo oltre Manica, visto che… non aveva violato alcuna legge.

Un libro che, come dicevo all’inizio, ho trascinato più a lungo del previsto, che ha sorpreso le mie aspettative, in parte positivamente (gli spunti interessanti annotati qua sopra), in parte no (a onor del vero le macchinazioni politiche e gli intrighi dietro alla caduta in disgrazia di D’Eon, dopo un po’, sono diventati piuttosto indigesti): spero di averlo riassunto e analizzato in modo quanto meno comprensibile, perché a volte alcuni passaggi sono apparsi poco chiari anche a me.

Gary Kates, Monsieur d’Eon è una donna (trad. Sergio Minucci), voto = 3/5

3 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

Almeno il cappello

Avvertenza: questa è una delle recensioni più prevenute che io abbia mai scritto: il primo romanzo di Vitali, La signorina Tecla Manzi, mi aveva piuttosto deluso, e mi ritrovavo sul groppone quest’altro suo libro da cui (prima di aver letto il precedente) mi ero lasciata irretire per la simpatia che poteva suscitare la trama: gli eventi tragicomici che accompagnano la nascita e la (breve) vita del Corpo Musicale di Bellano, sul lago di Como. Dopo la signorina Tecla, ho subito cominciato a pentirmi dell’acquisto di Almeno il cappello, fino a che non ho deciso di levarmelo finalmente di torno, tanto per capire se poteva finire tra i “cedibili” come l’altro. Insomma, questo è stato lo spirito con cui ho intrapreso la lettura.

La furbata dell’autore, da sempre, è puntare sull’effetto “nostalgia del tempo dei nostri nonni”: Vitali imbastisce il solito teatrino da operetta con le varie macchiette (il podestà, il ragioniere musicista, il marito tiranneggiato dalla moglie manesca, la bella del paese dal grande cuore, i carabinieri, la perpetua che è una diretta discendente* di quella, mitica, manzoniana) che fanno tanta tenerezza, i soliti nomi dal sapore rustico che fanno tanto “piccolo mondo antico”, e assume il solito tono da compare del villaggio che sta seduto su una panchina della piazza principale e osserva bonario e divertito l’agitarsi dei suoi concittadini e, con una mano posata sulla tua spalla, ti riferisce le loro piccole grandi disavventure. Il tono parlato e colloquiale, infatti, è la cifra stilistica dell’autore, tanto che non ci si solleva quasi mai dalla semplice registrazione dei dialoghi, sia pure freschi e vivaci e ben orchestrati. Insomma, leggere un romanzo di Vitali è come avere di fianco uno che ti chiacchiera incessantemente nelle orecchie.

Siccome la fantasia, bisogna dirlo, ce l’ha, Vitali tiene a farcelo vedere inventandosi una (per lo più superflua, ma generalmente non sgradevole) back-story per ogni singolo personaggio, che, ovviamente, va citato con Nome e Cognome, creando quell’affollamento, tipico nelle opere dell’autore, di nomi “pittoreschi” e dal “sapore antico” di cui sopra e che piacciono tanto ai suoi ammiratori ma… che sono anche impossibili da ricordare! Non ero ancora arrivata a pagina 40 e già c’era stato l’appello di qualche decina degli abitanti del paesotto.
Ma l’aspetto più irritante della scrittura di Vitali, comunque, è un altro, e da questo punto di vista non abbiamo fatto molti passi avanti rispetto alla Tecla Manzispezzettiamo la stessa scena inutilmente in almeno cinque, brevissimi, capitoletti… così, con tutti questi spazi bianchi, arriviamo prima a 400 pagine e il nostro librone cartonato con sovraccoperta possiamo benissimo farlo costare più di 17 euro.

La storia è carina, comunque. Almeno il cappello è sicuramente più riuscito dell’opera prima; per lo meno non ci si rifugia più nell’immancabile trama gialla, che ormai è obbligatoria in qualsiasi cosa si pubblichi in Italia. Non sono neanche richiesti al lettore grandi sforzi di immaginazione, poiché Vitali ci dice, subito, vita morte e miracoli dei personaggi. Il narratore è onnisciente che più onnisciente non si può, e non ci risparmia nulla. Insomma, se serve l’equivalente libresco di una fiction di Raiuno, prendete Vitali (solo raramente l’autore ci fa intravedere, accanto al lato da operetta e alla Fascisti su Marte, qualche accenno fugace, e perciò tanto più inquietante, come un’ombra che passa veloce su questo paesaggio di acque lacustri, parrocchie e osterie, ai lati più oscuri della vita nella Bellano del Ventennio, come le pagine dedicate al referendum del 1929).

Il libro comunque, per il momento, non finisce nella lista di quelli in vendita.

Andrea Vitali, Almeno il cappello, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

* forse diretta discendente no, povera Perpetua, che aveva rifiutato tutti i suoi spasimanti, o che nessuno aveva voluto, come diceva l’Agnese!

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

La religione dei poveri

Un libro sulle missioni religiose tra XVI e XIX secolo nelle campagne europee, che però si è rivelato una parziale delusione. Mi aspettavo più dettagli sulle concrete modalità di preparazione e sulle tecniche (quasi “pubblicitarie”!) adottate, ma il più delle volte ci si limitava a tanti, troppi rapidi flash da quella o da quell’altra parte d’Europa: una moltitudine di informazioni che talvolta apparivano ridondanti, spesso scollegate fra loro, e che era estremamente facile confondere o affastellare sbrigativamente in mente nel corso di una lettura inevitabilmente distratta senza conservarne un vero ricordo. Forse un campo di indagine meno vasto avrebbe aiutato a concentrare maggiormente l’attenzione sui particolari e a dare maggior vivacità e colore al contenuto.

Non totalmente da buttare, tuttavia, perché alcune osservazioni sono interessanti e azzeccate: soprattutto, il merito maggiore che va riconosciuto a questo saggio è che, pur poco chiaro e dispersivo nella presentazione dei materiali e delle testimonianze, riesce invece in modo estremamente preciso e coerente a far emergere la linea evolutiva che intende proporre.

In sostanza, a una fase più aggressiva e in alcuni casi apertamente violenta subito successiva allo shock della Riforma, volta a riconquistare le popolazioni e i territori neoconvertiti al luteranesimo, le gerarchie, e il clero regolare più di tutti, volgono lo sguardo alle popolazioni rurali nominalmente cattoliche da sempre, ma che, forse, non hanno meno bisogno di “conversione”. Le missioni si caratterizzano quindi inizialmente come spedizioni rapide, affidate a veri e propri specialisti, che per un periodo di tempo in genere non molto lungo stravolgono e sconvolgono la vita del villaggio, coinvolgendolo nel loro apparato teatrale e altamente emotivo: è la fase più barocca, caratterizzata dagli apparati, dall’uso delle scenografie e delle tecniche teatrali (questo speravo di cogliere maggiormente nel testo), delle prediche studiate a tavolino dagli oratori più famosi. Ma poco a poco fa seguito un altro momento di riflessione: il sistema “toccata e fuga” forse non dà i frutti duraturi sperati e, più che terrorizzare il gregge spingendolo alla penitenza, è necessario soprattutto istruirlo con la dolcezza e l’esempio; è l’idea di Alfonso da’ Liguori e dei Redentoristi. La missione si fa più stanziale, più aperta ai laici, l’attenzione si focalizza sul catechismo.

Pur essendo il XVIII secolo il secolo forse più ricco di missioni, è anche però il periodo in cui iniziano le prime forti critiche, e proprio, accanto a quelle più ovvie dei giansenisti, da dove meno le si attenderebbe: dagli stessi ambienti della Chiesa, soprattutto dai vescovi e dal clero secolare, forse timorosi delle interferenze degli ordini e di religiosi “estranei” nella loro cura d’anime. Si criticano i metodi, definiti da guitti, troppo spettacolari, si punta, più che alla folla, ad arrivare al singolo individuo, e non per impressionarlo con gli effetti speciali, ma con la forza della ragione.

La Rivoluzione e la restaurazione successiva imprimono una nuova svolta: le missioni recuperano il gusto teatrale, macabro di un tempo, ma spesso, soprattutto in Francia (Paese su cui Châtellier finisce per concentrarsi maggiormente) si caricano anche di valenze politiche. La fede cattolica e la sua aperta manifestazione (partecipare alle missioni diventa un fatto quasi obbligatorio e costrittivo) sono anche attestati di fedeltà al sovrano legittimo. Ma l’effetto forse più durevole è che, ora, le manifestazioni più sentimentali, più teatrali, che più rischierebbero di essere bollate come “superstizioni”, non sono più, tendenzialmente, osteggiate o frenate dalla Chiesa ufficiale, come avveniva nel Settecento. La “religione dei poveri”, fatta di devozioni particolari, di culti relativamente nuovi come quello del Sacro Cuore, di pellegrinaggi e di attese miracolistiche, di visioni mistiche come le apparizioni di Lourdes, diventa la religione di tutti e trova accoglienza a Roma. Si afferma, cioè, un cattolicesimo che tende a essere più sentimentale (in un altro libro, Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, veniva usata la parola “femminilizzato”, che mi pare calzante), “irrazionale”, ma anche, allo stesso tempo, più politico.

Louis Châtellier, La religione dei poveri (trad. Idolina Landolfi), voto = 2,5/5

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

La signorina Tecla Manzi

Ti interessa questo libro? Te lo vendo io! Vedi qui.

Recensioni arretrate 5/5.

Un’altra (parziale) delusione da imputare a D’Orrico, che esalta fino all’eccesso autori che poi non mi sembrano mai granché (ricordo una sola eccezione). Ormai da parecchio tempo nella mia libreria mi aspettava al varco questo libro, che in effetti partiva da uno spunto simpatico e originale: siamo nel settembre 1935 e nel sonnacchioso paesello di Bellano, sul lago di Como, l’arcigna zitella Tecla Manzi si rivolge ai carabinieri per denunciare la scomparsa del quadretto col Sacro Cuore di Gesù che era appeso in casa sua. Naturalmente, da questo avvio apparentemente insignificante si sviluppa una storia molto più complessa, che porta alla luce misteri ben più inquietanti legati a un episodio che ha scosso il paese tanti anni prima…

Trama che ci si poteva attendere non convenzionale e piacevolmente intrisa di un tono tra giallo e commediola leggera. Lo svolgimento invece è stato piuttosto deludente, soprattutto dal punto di vista dello stile. I capitoletti brevissimi, le frasi secche e gli a capo frequenti sono alquanto irritanti (se non altro perché sono espedienti abusati): sembra davvero di guardare una fiction televisiva e i suoi numerosi cambi di scena, gli avanti e indietro da un set all’altro. In qualche pagina, poi, il continuo andirivieni genera persino confusione su quale segmento della trama si stia seguendo al momento, tanto che si avrebbe la tentazione di leggersi in blocco tutti i capitoli dispari, poi quelli pari, per avere un quadro continuo e lineare di ciò che fa questo o quel personaggio, senza dover “staccare” ogni trenta secondi. Queste frequentissime interruzioni di capitolo, che spesso tentano anche di chiudersi su fiacchi cliffhanger, non hanno in effetti alcuna vera ragion d’essere se non quella di evitare all’autore l’improba fatica di raccordare fra loro le scene. Aggiungiamoci un certo tono “piacione” e continuamente colloquiale che alla lunga perdeva la sua carica di simpatia. Dal punto di vista della struttura giallistica, non sono ben chiari certi passaggi e c’è qualche incongruenza, come quando, nel racconto di un episodio del passato, riferito dal personaggio A, si passa all’improvviso al punto di vista del personaggio B, e non è chiaro se anche i pensieri di questi vengono riferiti, e in effetti come facesse A a conoscerli. Soprattutto, difetto grave, alla soluzione conclusiva si giunge in modo alquanto bislacco e forzato.

Il protagonista è il brigadiere sardo Mannu, delle cui pene d’amore non ci può importare di meno, e che invece ci vengono ricordate a ogni pie’ sospinto con una scelta di parole scarsamente variegata e con un’insistenza degna di miglior causa: d’altronde, è anche l’unica nota di caratterizzazione che si tenta di dare al personaggio, che altrimenti appare, al confronto con gli altri (la signorina Tecla Manzi, l’appuntato siciliano Misfatti, il giovane carabiniere Locatelli, tutti ben tratteggiati), totalmente anonimo e noioso. Sarebbe stato interessante vedere una maggiore interazione tra lui e la sua “spalla” Misfatti (tra i due si svolgono solo alcuni siparietti più o meno comici nella prima parte: perché invece non mostrarli costretti a superare la reciproca antipatia e a mettersi a lavorare al caso insieme?), ma invece le loro storie corrono per lo più in parallelo, e al dunque la sottotrama che vede protagonista Misfatti, che avrebbe potuto fornire spunti godibili, non approda proprio a nulla e viene lasciata cadere bruscamente.

La storia principale è comunque interessante: intrigante osservare come da un esordio da commediola all’italiana si scivoli gradualmente alla descrizione di un quadro familiare di cupa desolazione. Peccato per quegli inserti macchiettistici a volte scontati, a volte poco convinti, e quelle cavolatine alla “Don Matteo” che spuntano qua e là.

In sostanza, secondo me è un libro scritto male nel quale comunque è possibile apprezzare una certa abilità nel ricreare un paesaggio umano vivissimo e un’atmosfera antica: il sospetto è che su questa abilità Vitali ci stia costruendo un po’ tutti i suoi libri. Ne ho un altro da leggere, più recente, si intitola Almeno il cappello: so che nei suoi libri l’autore usa sempre l’ambientazione prediletta della Bellano degli anni Trenta, spero che non sia caduto anche lui nel “vizio” di riproporre la sua coppia di investigatori (ormai pare che i libri funzionino solo a serie, avuta un’idea buona è necessario riciclarla di continuo) e che nel frattempo il suo periodare si sia fatto più elaborato.

Andrea Vitali, La signorina Tecla Manzi, voto = 2,5/5
Per acquistarlo su amazon.it, ibs.it o libreriauniversitaria.it

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana