Almeno il cappello

Avvertenza: questa è una delle recensioni più prevenute che io abbia mai scritto: il primo romanzo di Vitali, La signorina Tecla Manzi, mi aveva piuttosto deluso, e mi ritrovavo sul groppone quest’altro suo libro da cui (prima di aver letto il precedente) mi ero lasciata irretire per la simpatia che poteva suscitare la trama: gli eventi tragicomici che accompagnano la nascita e la (breve) vita del Corpo Musicale di Bellano, sul lago di Como. Dopo la signorina Tecla, ho subito cominciato a pentirmi dell’acquisto di Almeno il cappello, fino a che non ho deciso di levarmelo finalmente di torno, tanto per capire se poteva finire tra i “cedibili” come l’altro. Insomma, questo è stato lo spirito con cui ho intrapreso la lettura.

La furbata dell’autore, da sempre, è puntare sull’effetto “nostalgia del tempo dei nostri nonni”: Vitali imbastisce il solito teatrino da operetta con le varie macchiette (il podestà, il ragioniere musicista, il marito tiranneggiato dalla moglie manesca, la bella del paese dal grande cuore, i carabinieri, la perpetua che è una diretta discendente* di quella, mitica, manzoniana) che fanno tanta tenerezza, i soliti nomi dal sapore rustico che fanno tanto “piccolo mondo antico”, e assume il solito tono da compare del villaggio che sta seduto su una panchina della piazza principale e osserva bonario e divertito l’agitarsi dei suoi concittadini e, con una mano posata sulla tua spalla, ti riferisce le loro piccole grandi disavventure. Il tono parlato e colloquiale, infatti, è la cifra stilistica dell’autore, tanto che non ci si solleva quasi mai dalla semplice registrazione dei dialoghi, sia pure freschi e vivaci e ben orchestrati. Insomma, leggere un romanzo di Vitali è come avere di fianco uno che ti chiacchiera incessantemente nelle orecchie.

Siccome la fantasia, bisogna dirlo, ce l’ha, Vitali tiene a farcelo vedere inventandosi una (per lo più superflua, ma generalmente non sgradevole) back-story per ogni singolo personaggio, che, ovviamente, va citato con Nome e Cognome, creando quell’affollamento, tipico nelle opere dell’autore, di nomi “pittoreschi” e dal “sapore antico” di cui sopra e che piacciono tanto ai suoi ammiratori ma… che sono anche impossibili da ricordare! Non ero ancora arrivata a pagina 40 e già c’era stato l’appello di qualche decina degli abitanti del paesotto.
Ma l’aspetto più irritante della scrittura di Vitali, comunque, è un altro, e da questo punto di vista non abbiamo fatto molti passi avanti rispetto alla Tecla Manzispezzettiamo la stessa scena inutilmente in almeno cinque, brevissimi, capitoletti… così, con tutti questi spazi bianchi, arriviamo prima a 400 pagine e il nostro librone cartonato con sovraccoperta possiamo benissimo farlo costare più di 17 euro.

La storia è carina, comunque. Almeno il cappello è sicuramente più riuscito dell’opera prima; per lo meno non ci si rifugia più nell’immancabile trama gialla, che ormai è obbligatoria in qualsiasi cosa si pubblichi in Italia. Non sono neanche richiesti al lettore grandi sforzi di immaginazione, poiché Vitali ci dice, subito, vita morte e miracoli dei personaggi. Il narratore è onnisciente che più onnisciente non si può, e non ci risparmia nulla. Insomma, se serve l’equivalente libresco di una fiction di Raiuno, prendete Vitali (solo raramente l’autore ci fa intravedere, accanto al lato da operetta e alla Fascisti su Marte, qualche accenno fugace, e perciò tanto più inquietante, come un’ombra che passa veloce su questo paesaggio di acque lacustri, parrocchie e osterie, ai lati più oscuri della vita nella Bellano del Ventennio, come le pagine dedicate al referendum del 1929).

Il libro comunque, per il momento, non finisce nella lista di quelli in vendita.

Andrea Vitali, Almeno il cappello, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

* forse diretta discendente no, povera Perpetua, che aveva rifiutato tutti i suoi spasimanti, o che nessuno aveva voluto, come diceva l’Agnese!

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