Finzione e santità tra medioevo ed età moderna

Con grande ritardo compio finalmente il mio “dovere” e scrivo le recensioni di due libri terminati qualche settimana fa. La ragione di questo indugio è che nessuno dei due mi ha particolarmente colpita, e quindi non ho molto da dire.

Nel primo, Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, a cura di Gabriella Zarri, che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi nel lontano 1991, e che sorprendentemente trovai chissà come nello scaffale della libreria, la serie di saggi a firma di vari studiosi affronta il tema del cambiamento della percezione dell’ideale di santità cristiana in un periodo “critico” quale il passaggio dalla fine dell’età medievale alla prima età moderna. A una santità che l'”autunno del Medioevo” voleva caratterizzata da fenomeni “visibili” e aspetti visionari e profetici, di valenza anche fortemente politica, si sostituisce, a partire dal XVI secolo, certamente rispondendo anche alle critiche della Riforma e al rinnovamento avviato con il Concilio di Trento, un ideale caratterizzato dall’esercizio delle virtù in misura eroica. Alla relativa “spontaneità” dei culti precedenti si impone una verifica più attenta e “scientifica” e, ovviamente, più strettamente controllata, il cui esito è avocato a sé dall’autorità centrale (da cui lo svilupparsi delle complesse procedure della Congregazione dei Riti creata allo scopo).

E per chi si “attardava”, più o meno in buona fede, a incarnare modelli non più rispondenti ai canoni del momento era molto facile cadere nell’accusa di “finzione” e “simulata santità”, che è poi il punto centrale del volume. Più degli uomini, furono le donne a impersonare (accanto a casi di truffe conclamate, o di più o meno tristi desideri spasmodici di emergere dall’anonimato e dal silenzio di un convento per accedere alle luci della ribalta: in queste situazioni è interessantissimo constatare l’acume psicologico di trattatisti, confessori, inquisitori che queste situazioni le affrontavano concretamente) questi modelli di santità ancora imperniata su prove miracolose, profezie, slanci mistici e pericolose e sospette affermazioni di autonomia dalla gerarchia costituita: ed è interessante verificare come tali figure di “santi” “arcaici” rispondessero ancora perfettamente alle aspettative dei piccoli o grandi seguiti che si conquistavano, su cui evidentemente il nuovo modello ha faticato a imporsi. Curiosamente, questo approccio più “scettico” (con molte virgolette) della gerarchia alla santità ha toccato l’apice nel XVIII secolo per poi venire parzialmente corretto nel corso dell’Ottocento, quando torna di nuovo in auge una religiosità meno razionale e più sentimentale, miracolistica, visionaria, “femminilizzata”.

Il contributo più interessante mi è sembrato quello relativo al complesso rapporto tra queste “madri” spirituali (come detto, si tratta per lo più di donne) e i loro confessori (non ricordo titolo e autore del saggio, né al momento posso verificarli): il confessore poteva essere il primo a lasciarsi conquistare e guidare con totale abbandono dal carisma e dalla personalità dominante della sua protetta, fino a divenire il propagandatore più convinto della sua presunta santità (e spesso a essere processato e talvolta condannato con lei), o poteva esserne l’occulto ispiratore, o all’inverso poteva essere un mezzo adottato dal potere ecclesiastico per insinuarsi nella fiducia della penitente, indagare, verificare ed eventualmente smascherare casi di impostura o di eresia. Tutti questi possibili modi di rapportarsi tra queste due figure, e altre mille sfumature, sono esemplificati da casi tratti dai tanti processi inquisitoriali celebrati in varie corti, che contribuiscono a rendere più piacevole la lettura di un volume altrimenti piuttosto pesante.

Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, a cura di Gabriella Zarri, voto = 3/5

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