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Le quattro casalinghe di Tokyo

Questo libro l’ho visto per la prima volta nella “torre” della Biblioteca Augusta: la “torre” è il deposito dove sono conservate le collezioni, e andandovi un giorno per ricollocare a posto un volume, ho notato questa copertina; dopo questo primo incontro poco significativo, è ricomparso davanti ai miei occhi un paio di volte nella libreria dell’usato, ma senza che mai mi decidessi a comprarlo, e infine ho ceduto solo pochi mesi fa. Letto e commentato assieme ad altri utenti del gruppo Goodreads Italia nel Gruppo di Lettura di giugno, riporto alcune impressioni, che forse appariranno più sconclusionate delle abituali recensioni: il problema è che, pur avendolo finito ormai da giorni, non riesco a farmi un’idea definitiva di questo romanzo. Come si vedrà nei post più recenti, anche le successive letture del mese mi hanno dato questo senso di vaga insoddisfazione e incertezza, per cui non so se è proprio colpa dei libri o se in questo periodo sto leggendo in modo più distratto o svogliato, o se è ancora l’onda lunga dello choc per la separazione “traumatica” da un’opera che avrei voluto non finisse più (Madison Smartt Bell) e che non ha ancora trovato chi la rimpiazzi degnamente.

Il titolo scelto per l’edizione italiana di Out di Natsuo Kirino mi ha sempre dato sui nervi, mi sembrava tanto un calco di Desperate Housewives: anzi, pensavo proprio che il riferimento al telefilm fosse “furbetto” e voluto, e invece ho visto che la prima edizione italiana è del 2003, quando ancora il telefilm non esisteva.
Le quattro protagoniste della storia, Masako, Yayoi, Yoshie e Kuniko, sono operaie part-time in uno stabilimento di Tokyo che produce pasti preconfezionati. Lavorano nel turno di notte, che le costringe a ritmi massacranti e sfalsati, ma in compenso è più remunerativo. Tre di loro hanno anche l’incombenza di una famiglia, marito e figli piccoli o adolescenti, anziane suocere malate, da cui ricevono ben poco sostegno e apprezzamento, anzi. La più giovane, Kuniko, ha una trentina d’anni, la più anziana, Yoshie, una cinquantina. Indugio molto su questi dettagli “pratici” perché le componenti del denaro e del lavoro sono importanti nelle motivazioni e nelle scelte dei protagonisti: nel romanzo c’è ben poco spazio per svolazzi sentimentali, le “basse” preoccupazioni quotidiane non consentono a queste donne di andare oltre il qui e ora dei loro bisogni e necessità (che per alcune sono dolorosamente reali, per altre sono in effetti nulla più che frivolezze di cui però finiscono per essere dipendenti: è il caso di Kuniko, che si indebita fino al collo a causa della sua insensata e ridicola mania per gli abiti e gli accessori più costosi) o di soffermarsi sui loro sogni e sulle loro aspirazioni (e questo si riflette anche nello stile di scrittura, secco, brusco, che sembra voler appositamente smentire una certa idea di “delicatezza” che magari associamo alla nostra concezione stereotipata del Giappone).

L’evento scatenante della vicenda è il raptus omicida che si impossessa della dolce e bella Yayoi, che una notte, esasperata, strangola il marito, che la umilia con i continui tradimenti e, per di più, dilapida i loro soldi col gioco d’azzardo. La donna ricorre all’aiuto di quella che è la figura con maggiore autorità fra le colleghe con cui ha più confidenza, la fredda, impenetrabile e razionale Masako, la quale coinvolge le altre due nell’impresa di sbarazzarsi del cadavere.

Da queste righe sembrerebbe che ora cominci una storia di solidarietà e complicità “femminili”, in cui quattro “amiche” formano, nonostante la distorsione grottesca e paradossale data dall’enormità dell’evento, una sorta di “rete”, di “società”, cementata dall’amicizia, dall’affetto, dal reciproco aiuto e dalla comunanza delle esperienze vissute, delle sofferenze ingoiate e dalla comprensione, di improbabili “criminali” in contrapposizione polemica con un mondo che le vuole invece solo “vittime” sottomesse, condita con un’abbondante dose di umorismo nero. Niente di più lontano dall’effettivo svolgimento del romanzo. Le protagoniste non formano mai un “gruppo” se non per il fatto di essere a parte del medesimo, sconvolgente segreto, ma per il resto si muovono in autonomia e in generale hanno ben poca simpatia l’una per l’altra. E la scelta del titolo italiano, tecnicamente forse non del tutto errata (le quattro, pur lavorando in fabbrica, in effetti continuano a essere considerate dagli altri più che altro casalinghe che occasionalmente lavorano), è però più che altro banale e poco significativa (non fa che “indicare” i personaggi presenti più tempo sulla scena) e soprattutto fuorviante, perché dà appunto l’idea di una vicinanza, una coesione che in realtà non esiste. Sebbene inevitabilmente i loro destini finiscano per saldarsi (ovviamente, ci saranno complicazioni, indagini e sviluppi inaspettati), ciascuna delle protagoniste agisce seguendo esclusivamente un proprio egoistico interesse, spesso spinta dalla molla del denaro oppure, come nel caso di Masako, dal desiderio di spingersi oltre la vita grigia in cui era stata costretta.

Da ogni pagina del romanzo trasudano infatti in modo quasi insopportabile la stanchezza, la rabbia, la fatica, l’esasperazione di queste donne: questo contribuisce a caratterizzare fortemente la storia e a darle un apprezzabile sapore crudo, vivo, adeguatamente cattivo, anti-retorico e non sdolcinato (un po’ un rischio sempre in agguato quando si tratta di romanzi “di donne”), ma, alla lunga, rende il tutto un po’… “monocorde”, nel senso che i personaggi sono “fissati” in un atteggiamento/psicologia definita e non si discostano quasi mai da quella tipizzazione. Ciascuno di essi rimugina sempre e solo sugli stessi pensieri, ossessioni, preoccupazioni e, se questo riesce bene a dare l’idea delle loro frustrazioni e insoddisfazioni, e anzi, come detto, forse è proprio intenzionale, mi è sembrato anche ripetitivo e pesante.

Torniamo quindi alla questione del titolo originale, “Out”, e del suo perché, che forse, finalmente, è più chiaro: le protagoniste sono “fuori” rispetto alla quotidianità e ai ritmi “normali” (si svegliano alla sera e vanno a dormire al mattino), sono “fuori”, distanti, anche nei rapporti con le loro famiglie, sono infine “fuori” per la loro scelta di oltrepassare un confine (espressione che nel romanzo ricorre spesso) tra bene e male, di rompere totalmente con i soliti, soffocanti schemi tradizionali, quando decidono l’una di uccidere e le altre di diventare complici nel delitto.

Come notava anche qualcun altro, non è forse un caso che il coinvolgimento di queste donne nel delitto rimanga del tutto sconosciuto agli esponenti più “integrati” della società (le rispettive famiglie, innanzi tutto, ma anche la polizia), e sia invece scoperto da elementi più “marginali” o decisamente anti-establishment, come se la presenza “insignificante” e “invisibile” della donna potesse essere notata solo da chi si trova in una posizione altrettanto lontana dal centro. (Segue spoiler “nascosto”, da evidenziare) In questo senso va inteso anche il fatto che, alla fine, l’unione, anche fisica, fra Masako e Satake li consacri quale “anime gemelle”, brutta scelta di termini, ma che mi sembra renda l’idea di individui uniti e simili, non nel senso quotidiano e “romantico” del termine, piuttosto in quello di personalità fuori dal comune, ormai indifferenti ai codici morali usuali e per questo simili. (Fine spoiler)

Questo per tentare di dare un’idea dei “temi” che, forse, l’autrice ha voluto affrontare, del disagio che ha voluto sottolineare. Ma questi cambi di direzione e queste deviazioni dalle aspettative del lettore rendono il romanzo piuttosto difficile da “assorbire”: non è un problema di trovarlo ostico o non sufficientemente interessante, poiché la trama si mantiene appassionante, la curiosità di scoprirne gli sviluppi rimane sempre viva e le pagine scorrono velocemente, ma di riuscire a capire dove voglia andare a parare il tutto… e, quando ormai pensi di averlo compreso, inizia tutta un’altra storia! Mi riferisco ovviamente all’ultima parte del romanzo, in cui emerge all’improvviso una trama thriller, che suona quasi, a quel punto, incongrua con quanto precede, “facile”, e che poi viene nuovamente ribaltata in qualcos’altro di più complesso e misterioso, in una girandola un po’ destabilizzante per il lettore.

Insomma, non so bene neppure io perché non mi senta di dare un giudizio estremamente positivo su quest’opera come tanti altri hanno fatto, e mi fermi invece a un più moderato “3/5”… Un cambio di direzione troppo brusco verso la fine? Un improvviso tono troppo “immaginifico” nella scena finale, che stride con la secchezza del resto?

Vorrei segnalare però anche aspetti decisamente positivi: mi è piaciuta moltissimo (spoiler) l’uscita di scena, silenziosa e senza rumore come è stato sempre questo personaggio, di Yoshie (forse quella con cui era più facile empatizzare), che accoglie gelida e senza commenti la notizia che la sua casa è in fiamme e se ne va in bicicletta (dando a intendere, naturalmente, che tutto ciò non la colga affatto di sorpresa), un’immagine che, breve e senza eccessivo clamore né violenza esplicita, tanto più risulta terrificante. (Fine spoiler)

Perfettamente convincente e dolorosamente riuscita è poi, secondo me, la descrizione del rapporto, o meglio non-rapporto, tra il giovane Nobuki e i suoi genitori, Masako e Yoshiki. Spesso ci viene detto che è da circa un anno che la madre non lo sente più dire una parola, e non sa nulla della sua vita (anzi, i momenti di nostalgia verso il periodo in cui il figlio era ancora bambino sono anche gli unici in cui la dura e fredda Masako si intenerisce un po’); mi ha ricordato quel che ho letto su un atteggiamento che, a quanto sembra, dimostrerebbe una certa percentuale di adolescenti giapponesi, che si isolano totalmente dal mondo, spesso riducendosi a vivere chiusi nelle proprie stanze. Non è proprio il caso del personaggio Nobuki, che invece esce e ha un lavoro, e poi mi sembra che il romanzo sia stato scritto prima che venisse studiata questa forma di disagio giovanile (o almeno prima che se ne sapesse qualcosa da noi), però comunque vi ho visto delle somiglianze. Tali giovani vengono definiti “Hikikomori”, c’è una voce su Wikipedia al riguardo.

Natsuo Kirino, Le quattro casalinghe di Tokyo, voto = 3/5
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Il marchese di Montespan

Forse la più celebre delle innumerevoli amanti di Luigi XIV, Françoise-Athénaïs de Rochechouart de Mortemart, marchesa di Montespan, fu una donna bellissima e affascinante che, dal 1667 al 1691 circa (tanto durò la sua relazione col Re Sole, cui diede ben sette figli), dettò legge a Versailles, fu adulata e blandita da schiere di cortigiani, visse nel lusso più sfrenato vedendo soddisfatto ogni suo capriccio, per poi cadere rovinosamente in disgrazia ed essere soppiantata dalla nuova favorita, e morire dimenticata ed evitata da tutti. Sono vicende molto note e narrate dai memorialisti più salaci del tempo, Saint-Simon, Madame de Sévigné, de Bussy-Radulin, ecc.

Questo romanzo (?) di Jean Teulé, invece, sceglie di non concentrarsi direttamente su splendori, scandali e intrighi della corte, ma di guardare alla vicenda dalla prospettiva del terzo lato del triangolo, ovvero del legittimo marito dell’amante reale, il marchese di Montespan.
Louis Henri de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, fu una figura alquanto singolare per quei tempi: innamoratissimo della moglie, invece di fare come tutti e abbozzare o godersi quel che poteva ricavare, in denaro, titoli e favori, dalla sua condizione di marito cornuto, osò protestare pubblicamente e anche pittorescamente e platealmente contro l’abuso e la prepotenza del sovrano, mettendo in scena piazzate clamorose e non prive di originalità, come la volta memorabile in cui si presentò a corte in una carrozza sormontata da grosse corna, vestito completamente a lutto perché, come non ebbe timore di dire in faccia al re, il suo amore era stato “ucciso da una canaglia”.
Eppure, nonostante i continui dileggi di cui era vittima (Molière si fece beffe di lui nella commedia Anfitrione), le persecuzioni e i tentativi di rovinarlo, come anche, di contro, le continue offerte di denaro e titoli per metterlo a tacere, egli, dai suoi isolati possedimenti sui Pirenei dove si era ritirato con i figli, non smise mai, mai, mai di amare teneramente la moglie, di aspettare fiducioso il suo ritorno, di giustificarla e difenderla in tutti i modi.

A questa figura donchisciottesca di nobile (in senso proprio e figurato) “perdente”, malato d’amore, nel suo piccolo ribelle, che osò pensare di mettere in dubbio l’autorità assoluta del sovrano sulla vita pubblica e privata dei suoi sudditi, portatore di valori diametralmente opposti a quelli imperanti all’epoca, è dedicato appunto questo libro. La prima parte racconta l’incontro, il colpo di fulmine e le nozze-lampo tra Louis-Henri e Françoise, la vita dei due sposini, squattrinati e indebitati ma innamoratissimi, la nascita dei due figli. Finché, di ritorno da una spedizione militare che l’ha tenuto lontano da casa molti mesi, Louis-Henri ritrova la moglie incinta per la terza volta, stavolta però di un uomo che non può essere lui. Mentre a questo punto Françoise scompare dalla scena, “risucchiata” da quell’“universo parallelo” completamente avulso dalla realtà del resto della Francia (e dei suoi abitanti ridotti allo stremo e alla fame) che è Versailles, e di lei veniamo a sapere solo attraverso gli innumerevoli pettegolezzi piccanti che giungono alle orecchie del marito, Montespan inizia le sue peripezie, fra ribellione aperta, gesti eclatanti, tragicomiche e fallimentari incursioni a corte per riprendersi la moglie, incarcerazione, fughe in Spagna, tremendi lutti come la morte della primogenita, disperata per la lontananza della mamma, e infine ritiro nel suo cadente castello sulle montagne assieme alla piccola “corte” di povera gente che non l’ha mai abbandonato, la cuoca, la domestica, il custode.

Insomma, il soggetto e lo spunto e i personaggi erano estremamente interessanti, peccato che qui tutto sia rovinato da un’esecuzione penosa: uso del presente indicativo che conferisce alla lettura un’“ansia” e una fretta spiacevoli, dialoghi ridicoli, con i personaggi che si istruiscono l’un l’altro sui costumi di corte e sugli ultimi anni della storia francese (un esempio lampante in queste imbarazzanti righe di p. 220: “[…] Ci aspettano anni bui… La nuova persecuzione dei protestanti, la degradazione del clima, le ripercussioni dirette sui raccolti, il popolo schiacciato dalle tasse e dalla miseria, le guerre disastrose scoppiate ovunque alle frontiere”… e a parlare è il nobile duca di Lauzun!), una fin troppo evidente intenzione simbolica e moralistica. Volutamente (e in modo abbastanza insistito e ostentato) Teulé indugia, nella raffigurazione degli esponenti delle classi nobiliari, per sottolineare il contrasto fra apparenza/sostanza, corruzione-marciume/genuinità, sugli aspetti più vomitevoli, ripugnanti, volgari, o più ridicoli, legati soprattutto alle funzioni corporali e scatologiche, o alle condizioni igieniche o di salute o alle tare fisiche e mentali che questi “illustri” personaggi di sangue blu tentano invano di coprire, nascondere, attenuare sotto strati di tessuti preziosi, trucco, profumi, ecc. È evidente insomma che, oltre all’aspetto comico, il continuo insistere su pustole, denti marci, scorregge, piscio, cazzi piccoli, zoppie, ecc. va inteso in senso simbolico, come indice di marciume e sporcizia “interiori”. Come detto, però, la metafora è fin troppo elementare (Teulé crede forse che i contadini e la povera gente fossero al contrario tutti puliti e profumati?) e ossessivamente ripetuta, e alla fine si riduce in uno stancante catalogo di schifi e volgarità assortite.

Qua e là vi è anche qualche illustrazione, ma mancano le didascalie: spesso il soggetto è intuibile, perché se ne sta parlando nel testo, come il quadro che raffigura la Montespan con i figli, bastardi del re, ma altre volte no (nelle ultime pagine c’è il ritratto di un uomo che poteva benissimo essere preso per lo stesso Montespan, in mancanza di altra indicazione: invece ho scoperto che era il figlio, il duca d’Antin).

Jean Teulé, Il marchese di Montespan (trad. Riccardo Fedriga), voto = 2,5/5
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I Gillespie

Ci sono ancora, ma questa recensione si è rivelata più difficile del previsto. È difficile esprimere un giudizio su questo libro senza fare troppi riferimenti alla trama, quindi segnalerò il punto in cui chi vuole leggere il romanzo senza rovinarsi la sorpresa dovrà interrompere.

Londra, 1933. L’anziana Harriet Baxter, assistita dalla domestica Sarah, si mette alla scrivania per scrivere un memoriale, la sua versione di alcuni fatti accaduti molti anni prima…

Glasgow, primavera 1888. Harriet Baxter, inglese, 35 anni, nubile, è arrivata in città per visitare l’Esposizione Universale e per ritemprarsi dalle fatiche (per mesi ha dovuto accudire una vecchia zia, da poco deceduto). La sua strada incrocia casualmente quella della variopinta, chiassosa ma in fin dei conti unita famiglia Gillespie: l’anziana ed esuberante matrona Elspeth, i suoi figli Mabel e Kenneth, la nuora, la dolce Annie, le bambine, la pestifera Sybil e la piccola Rose, e soprattutto lui, Ned Gillespie (figlio di Elspeth e marito di Annie), il perno attorno cui ruotano tutti, talentuoso pittore dall’animo gentile e sereno. Harriet prende ben presto a cuore la sorte di costui, diventato suo buon amico, e si sforza di fare il possibile perché i suoi quadri vengano sempre più conosciuti e apprezzati.

Che cosa succede dopo? Beh, è impossibile dilungarsi oltre sulla trama senza rovinare la sorpresa ai lettori. Dirò solo che la svolta nella vicenda, pur ampiamente anticipata qua e là da alcune frasi sibilline del narratore (che, come detto, è la stessa Harriet che scrive a distanza di anni) e non del tutto imprevedibile, conduce il romanzo lungo una direzione totalmente diversa da quella che si pensava avrebbe intrapreso, tanto che leggere la seconda metà de I Gillespie è quasi come leggere un altro libro. E a chi non vuol sapere altro consiglio di fermarsi qui.

Della Harris avevo letto, anni fa, il romanzo Le osservazioni: non me lo ricordo quasi, e già questo fa capire che non dovette piacermi tanto. Mi pare però fosse pervaso della stessa atmosfera di incertezza, ambiguità e, in conclusione, “incompiutezza” di questo secondo libro. Sì, perché, nonostante il processo, non sapremo mai con certezza chi sia il colpevole della disgrazia abbattutasi sulla famiglia Gillespie, e cioè il rapimento e l’omicidio della piccola Rose: del crimine vengono accusati proprio Harriet e due suoi presunti complici, e noi ascoltiamo la versione dei fatti della protagonista, senza però poter fare a meno di interrogarci… Ci siamo mai potuti fidare delle parole di Harriet? Il lettore prosegue, pagina dopo pagina, pensando che prima o poi arriverà a una risposta o che una qualche allusione, un qualche indizio, lo aiuteranno a sciogliere il dilemma. E invece tutto rimane sospeso, “per insufficienza di prove”, come è costretta a sentenziare anche la giuria che, alla fine, assolve Harriet dalle accuse. E noi rimaniamo con il dubbio: abbiamo letto un cumulo di menzogne, i vaneggiamenti di una pazza, o i ricordi di una donna ingiustamente calunniata? Non lo sapremo mai (anche se una luce sinistra sulle parole della Baxter la getta la vicenda che si svolge, in parallelo, nel 1933, con la protagonista ormai vecchia che scruta con crescente paranoia gli atteggiamenti della sua domestica, Sarah, convinta che si tratti della stessa Sybil Gillespie, tornata per vendicarsi). L’unica, triste certezza è che arrivare a una spiegazione non avrebbe in fondo mutato la realtà delle cose, la solitudine di Harriet, il dolore di Ned e della sua famiglia distrutta.

Uno degli aspetti più oscuri e (volutamente?) sottaciuti della vicenda è il rapporto fra Harriet e il suo patrigno, ex marito di sua madre: l’autrice è brava a far passare sempre in secondo piano gli accenni a questo personaggio, che rimane in ombra, nel panorama mentale della protagonista, rispetto alla famiglia Gillespie, che domina la scena… O per Harriet, che narra in prima persona, si tratta di un argomento rimosso? In effetti è strano, ma, pur comparendo egli in scena molto poco, nelle scene tra Harriet e il patrigno aleggia quasi un’atmosfera di non detto, di inespresso, che forse è la chiave di tutta la vicenda, ed è quasi doloroso vedere gli sforzi inconsci di Harriet per stabilire un legame con quest’uomo distante e distratto per cui lei prova un profondo affetto, che è la “sua” famiglia, senza mai riuscire (a me è sembrato particolarmente significativo questa battuta in un dialogo fra i due, con un lapsus quasi “casuale” della protagonista, che leggendo distrattamente può quasi rischiare di sfuggire, a p. 160: “[…] Ora perché non entrate un momento per me… Voglio dire, per un tè… Sì… un tè… Gradite una tazza di tè?”), e allora… forse… è per questo che tenta così ostinatamente di entrare nella famiglia di qualcun altro, di rendersi indispensabile? Per essere finalmente accettata da qualcuno?

Comunque, nonostante tutto il fascino di quest’atmosfera di dubbio e mistero, alla fine della lettura si rimane piuttosto interdetti e insoddisfatti. Per questo è stato difficile dare un voto e scrivere qualche riga di recensione: sono rimasta “catturata” da questa inquietante storia o mi sento presa in giro dalla Harris? Boh!

Jane Harris, I Gillespie (trad. Massimo Ortelio), voto = 3,5/5
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Cane bianco

Visto casualmente in libreria (una libreria fisica, tanto per cambiare) e notato per via della copertina, acquistato solo molto tempo dopo, Cane bianco è un reportage di Romain Gary, poliedrica personalità di esule, soldato, diplomatico, scrittore, sceneggiatore, bon vivant e, soprattutto, acuto osservatore.

Los Angeles, 1968. Romain Gary e la moglie, l’attrice Jean Seberg (con lui nella foto di copertina), vivono a Beverly Hills con il loro piccolo zoo di cani, gatti, pitoni (!) ecc. Adottano il bel cane lupo Baksa, comparso un giorno sulla soglia della loro casa ed evidentemente smarrito dai precedenti padroni; è un cane dolcissimo, ma ben presto i suoi due nuovi padroni si rendono conto di un odioso inconveniente: non appena vede persone di colore, Baksa diventa improvvisamente feroce e aggressivo. È un cosiddetto “cane bianco”, white dog, allevato nel Sud degli Stati Uniti e addestrato a scagliarsi contro i neri. Dal momento della scoperta, Romain Gary non si darà pace finché non riuscirà a rieducarlo, a curarlo dall’addestramento ricevuto, convinto che dall’odio si possa tornare indietro. Ovviamente il percorso di “riabilitazione” del cane, affidato a un addestratore di colore di nome Keys, diventa simbolico dei contemporanei travagli e sconvolgimenti che la società americana sta attraversando proprio in quel periodo, che Gary osserva con la sua prospettiva a volte disincantata, a volte pungente, a volte indignata da intellettuale della vecchia Europa, ridicolizzando i “complessi di colpa dell’uomo bianco” o l’esibizionismo liberal di alcune star hollywoodiane, guardando con un misto di scetticismo e di ammirazione all’attivismo della giovane moglie, sempre impegnata a sostenere con slancio e ingenuità mille cause umanitarie e sociali, ma anche condannando gli estremismi e le violenze controproducenti della protesta nera, le lotte intestine al movimento, le derive di odio senza uscita.

Ma le pagine migliori e più toccanti sono senz’altro quelle dedicate al rapporto con Baksa, alla dedizione incondizionata dell’animale, al suo smarrimento pieno di incomprensione al vedersi improvvisamente disapprovato per le stesse azioni che ha sempre compiuto in obbedienza agli insegnamenti ricevuti, alla sua faticosa e apparentemente quasi impossibile rieducazione, fino all’amaro finale in cui, ancora una volta, sembra che le logiche umane dell’odio e della vendetta, tristemente ben più “bestiali” di quelle degli animali, siano destinate a prevalere.

Romain Gary, Cane bianco (trad. Riccardo Fedriga), voto = 3,5/5
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Quelli che ci salvarono

L’anno è iniziato all’insegna di romanzi ambientati nel periodo del nazismo: dopo Destinatario sconosciuto, un romanzo scoperto per caso girovagando fra le pagine di Goodreads e acquistato usato sul sito Libraccio.it. In comune con il racconto di Kressmann Taylor aveva, in teoria, l’approccio poco convenzionale al tema, lo sguardo rivolto alla zona “grigia” fra la tradizionale dicotomia vittime/carnefici, bene/male.

Weimar, 1939. La giovane protagonista, Anna, orfana di madre e con un padre quasi fanatico nazista, cresce miracolosamente immune (o, meglio, indifferente) all’ideologia hitleriana, e non è molto chiaro come ciò sia possibile (forse viene spiegato col fatto che, dalla morte della madre, rimane per lo più in casa a sbrigare le faccende o ad accudire ai bisogni del padre, senza quasi altre amicizie e frequentazioni). Conosce casualmente il dottor Max Stern, ebreo, e i due diventano prima amici e poi, dopo che Anna, all’insaputa del padre, l’ha nascosto in casa sua, amanti. Il personaggio di Max è piuttosto sfocato ed evanescente, praticamente gli unici due aggettivi usati per descriverlo sono “buono” e “gentile”, non si capisce cosa, oltre all’attrazione fisica, lo leghi alla protagonista: ci viene detto però che i due sono molto innamorati, e allora ok, ci fidiamo. D’altra parte, il dottore esce di scena molto presto: il padre di Anna, scoperto l’ebreo nascosto in casa, lo consegna alla Gestapo. La scena del successivo, drammatico confronto fra padre e figlia è ridicolmente breve e tirata via: e anche il personaggio del padre non è nulla più di uno stereotipo, dispotico e ubriacone (che naturalmente, essendo nazista, ascolta Wagner a tutto spiano!).

Insomma, tutta la prima parte è molto affrettata, ma, in fondo, ciò è anche comprensibile e non dà così fastidio, perché la verità è che riveste la funzione di un lungo antefatto: il cuore vero del romanzo (e l’interesse dell’autrice) è altrove, nel rapporto fra Anna e Mathilde e, soprattutto, fra Anna e l’Obersturmführer delle SS Horst. Infatti, a questo punto la ragazza, ormai incinta di Max, scappa di casa e si rifugia presso la fornaia Mathilde Staudt che, come ha saputo dall’amante, segretamente collabora con la Resistenza e aiuta come può i prigionieri del vicino campo di Buchenwald. Nascosta da Mathilde, alla fine del 1940 dà alla luce una bambina, Gertrud detta Trudie. Ma la fornaia viene scoperta e uccisa, mentre nella vita di Anna entra il temibile ufficiale delle SS, che la prende come amante e al quale la ragazza non può far altro che affidare le uniche speranze sue e della bambina di sopravvivere alla guerra. Ma, veniva insinuato nel risvolto di copertina, “non si finisce forse con l’amare sempre coloro che ci salvano?”. Cosa sottintendeva questa domanda? Che anche in un individuo del genere si poteva forse sperare, incredibilmente, di trovare un barlume di umanità? O che, al contrario, uno strano, perverso legame finiva per unire Anna a colui che avrebbe dovuto soltanto odiare come feroce nemico?

Pareva insomma che il loro rapporto sarebbe stato trattato in modo non convenzionale, che quella di lui si sarebbe rivelata una personalità insospettabilmente complessa, o che il ruolo di povera vittima della ragazza avrebbe dovuto essere in qualche modo corretto: Booklist dal retro della copertina diceva che “Jenna Blum ritrae in maniera sottile l’ufficiale nazista, ne mostra la sordida crudeltà ma anche i delicati aspetti della personalità”… La verità però è che per tutto il tempo in cui compare il personaggio si comporta come un inquietante alieno: la personalità complessa e i suoi aspetti “delicati” li ho visti poco (è evidente, anzi, che l’autrice tenda a spersonalizzarlo, visto che è l’unico personaggio che solo molto raramente viene chiamato per nome, Horst, è quasi sempre solo e soltanto “l’Obersturmführer”), in compenso il riflettore era puntato sulla paura di Anna, la costrizione ma anche la rassegnazione con cui accetta quel rapporto che, a fronte di un continuo terrore, umiliazioni e violenze, può però offrire a lei e a sua figlia l’unica possibilità di sopravvivere agli stenti della guerra. Interessante anche quella prospettiva, ma, scusate se sembrerò irrispettosa, già vista.

Parallelamente a queste vicende ambientate nel passato, seguiamo anche Trudy, ormai adulta (siamo alla fine degli anni ’90), e sua madre anziana, trasferitesi negli Stati Uniti già dalla fine della guerra al seguito del soldato americano Jack, divenuto il marito di Anna. Trudy è ora una professoressa universitaria di storia e desidera sapere qualcosa di più sul passato della madre, specialmente dell’ufficiale nazista con cui è ritratta in una vecchia foto. Ma la madre mantiene da anni un ostinato silenzio, e allora, a mo’ di compensazione, Trudy, nell’ambito di un progetto di ricerca, intervista anziani tedeschi per sapere le loro esperienze durante il nazismo e la guerra. Devo dire che non mi dispiaceva affatto la caratterizzazione di questa donna di mezza età, divorziata, sola, un po’ rude, dalla vita grigia, ma indipendente, intellettuale (non male i brani sulle sue lezioni), vogliosa di scoprire il mistero della sua infanzia: era un’immagine triste, ma non scontata, anzi, dolorosamente e acutamente verosimile. Poi però lei va a letto con un anziano vedovo appena conosciuto, non è chiaro perché (perché entrambi hanno avuto un’infanzia traumatica?): perché non è concepibile, in un romanzo, un personaggio femminile che cerchi di trovare la propria strada senza un uomo al suo fianco, una donna single, una, mio Dio!, zitella. Quindi per una ventina di pagine c’è questa noiosissima storia d’amore che sembra ficcata dentro veramente a forza, a 100 pagine dalla conclusione quando, diciamolo, non ci serviva un’ulteriore complicazione della vicenda, condita di brusca (ma, neanche a dirlo, temporanea) separazione perché lui sostiene che “non merito di essere così felice”.

Un libro che mi ha dato una spiacevole sensazione di “vorrei ma non posso”, “voglio parlare di temi scomodi ma senza realmente scontentare nessuno, anzi, concludendo con un finale maldestramente mieloso”. Mah: 3 stellette perché non prevedo il voto “2,75”, ma parte iniziale moscia, parte finale ancora più moscia, parte centrale che suscitava grandi aspettative ma, alla prova dei fatti, incompiuta.

Le condizioni di vita dei tedeschi durante la guerra vengono descritte già molto dure nel periodo 1939-1940 (tessere del razionamento, difficoltà nel procurarsi cibo, provviste, benzina, altri beni necessari): senza poter far valere una sicura conoscenza delle fonti, ho avuto però l’impressione che, in una fase tanto precoce e positiva per il Reich della guerra, questa fosse un’esagerazione. Cos’ha Jenna Blum contro le lineette che indicano i dialoghi? Perché in tutto il suo romanzo sono state abolite? Sgradevoli imprecisioni nell’originale e/o nella traduzione: il Völkischer Beobachter non era il “giornale locale” di Weimar (p. 71) ma il giornale ufficiale del partito nazista, il saggio “I carnefici volontari di Hitler” che viene citato (p. 259: è uno dei testi che Trudy assegna ai suoi studenti) suppongo che sia in realtà I volenterosi carnefici di Hitler di Daniel J. Goldhagen.

Jenna Blum, Quelli che ci salvarono (trad. Giovanna Scocchera), voto = 3/5
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