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Vuoi star zitta, per favore?

Ci sono ancora, ma ultimamente “l’ispirazione” per scrivere queste (zoppicanti) “recensioni” si fa un po’ desiderare, perciò purtroppo ne vedrete ancora un paio (a partire da questa), relative a libri finiti ormai da qualche tempo, davvero “tirate via”.

Qui stiamo parlando della prima raccolta di racconti dello scrittore Raymond Carver, uscita nel 1976. Ho un’amica, su Goodreads, che ama molto questo scrittore, e vedo che nel recensirlo usa l’aggettivo perfetto; ci ho ripensato, e ciò mi fa riflettere, perché io invece se dovessi definire in poche parole questa lettura potrei dire: incredibilmente frustrante… Sono tante brevi, e meno brevi, “finestre” sulle vite di uomini e donne americani, spesso coppie, spesso affaticati e insoddisfatti, e li vediamo consumare le pagine a loro dedicate dall’autore… spesso ripetendo i soliti gesti di sempre, ma sempre con un senso di incombente… minaccia? No, non proprio, ma tensione, come se si fosse sempre più vicini a un’ipotetico “punto di rottura”. Però intanto le pagine stanno per esaurirsi, e tu sei lì che pensi “eh no, ti prego, non finire adesso!”… e invece 9 volte su 10 è come se andassero via le luci, calasse all’improvviso un sipario, lasciandoti davanti alla pagina nuova, quella mezza bianca col titolo del racconto successivo, a chiederti: “Ma che succede dopo? Sembrava proprio che stesse per succedere qualcosa… oppure niente…”.

Beh, allora mi fa un po’ sorridere pensare a questi racconti come “perfettamente compiuti”, quando io invece trovo che ci siano molte meno parole di quelle che avrei voluto… Che vorrà dire? A) io ci capisco poco (sì, questa risposta è sempre valida); B) questo effetto di brusca “rottura” era proprio quello che Carver voleva ottenere.
Mi viene in mente ora (ho finito il libro ormai da varie settimane, come dicevo) che, se ripenso ai personaggi di questi racconti, avrei voglia di incontrarli uno a uno per chiedere loro “beh, insomma come va ora? Ma senti, che è successo poi, quella volta in cui…?”, il che probabilmente è fare un complimento al libro.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore? (trad. Riccardo Duranti), voto = 3,5/5

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I funeracconti

Siccome, dopo Machine of Death, non ne avevo avuto abbastanza di Morte, ecco ora I funeracconti, di Benedetta Palmieri! Qui comunque il trapasso è già avvenuto, e ci si concentra sul dopo, il rituale delle esequie, di volta in volta mesto, venato di nostalgia e affetto, straziante, surreale, delicato, pacchiano, oppure all’opposto vissuto con semplicità, praticità ed “efficienza”, e tutto il sottobosco o microcosmo che vi ruota attorno, direi quasi il “business”, se la parola non rischiasse di suonare fin troppo irriguardosa, vista la creatività dispiegata in questi racconti nell’inventarsi “mestieri” e “servizi” per affrontare qualsiasi aspetto, anche quelli meno ufficiali e comuni, della questione.

I racconti sono più che altro quadretti, perché succede ben poco, schizzi di personaggi tipici o meno tipici, dal “presenzialista di funerali” (funerali di sconosciuti, s’intende), discreto e con il suo “codice deontologico”, agli impresari di pompe funebri Maria Addolorata, che ha fatto del suo mestiere un’arte, Gaeta’, che ancora lo vive con passione, e quello specializzato in funerali per gli animaletti domestici (racconto che naturalmente mi ha fatto commuovere), alla “dama di compagnia” per persone in lutto, al parco giochi a tema sui funerali (decisamente il racconto più bizzarro e paradossale!) e infine, naturalmente, arriva anche il momento del vero protagonista del funerale, del morto.

L’ambiente in cui si muovono questi personaggi bizzarri ma teneri è Napoli, città che nel sentire comune è invariabilmente associata agli aspetti più teatrali e “barocchi” della morte, in uno strano miscuglio di ostentazione e paura, tra scongiuri, ironie esorcizzanti e superstizioni, ma allo stesso tempo viene celebrata per l’umanità e il calore dei suoi abitanti. Un libro che cerca di affrontare con leggerezza e grazia un tema “sensibile” e che talvolta mette a disagio, su cui non è poi così infrequente lo scherzo e l’umorismo “nero”, ma che invece raramente viene trattato con affetto e semplicità.

Benedetta Palmieri, I funeracconti, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

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Machine of Death

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Tutto comincia con una striscia a fumetti della serie Dinosaur Comics, creata da Ryan North, questa, in cui il tirannosauro annunciava di aver avuto un’idea geniale per un libro: è stata inventata una macchina in grado di prevedere come una persona morirà, ma senza specificare quando e i dettagli precisi. La persona che si sottopone al test vivrà quindi per il resto dei suoi giorni con questa certezza inevitabile: sarà per questo più libero? sprecherà il suo tempo prezioso tentando di sfuggire a qualcosa che prima o poi semplicemente accadrà? Era il 2005; a un certo punto, l’autore del fumetto e altri suoi amici (tra cui David Malki!, che è l’autore di un altro bellissimo webcomic, Wondermark; col tempo ho smesso di seguirli, dovrei riprendere) si sono detti, “Perché non scriverlo davvero, il libro?”. Hanno lanciato la proposta e ricevuto racconti da numerosi scrittori, di mestiere o semplici dilettanti, e i migliori sono stati selezionati per questo volume, schizzato in testa alle classifiche di Amazon (una dimostrazione della popolarità e del seguito di certe superstar di Internet).

La premessa di tutti questi racconti (e delle centinaia di altri che i curatori avranno dovuto escludere) è quindi sempre la stessa: la Macchina della Morte, grazie a un campione del sangue del soggetto, dà il suo responso sul modo in cui la persona morirà, è infallibile, ma non dà mai la data o le circostanze dettagliate, e spesso il risultato è ironicamente sibillino (“OLD AGE” potrebbe voler dire che si morirà di vecchiaia… oppure accoltellati da un vecchio!). Da qui gli autori partono per dare la loro personale interpretazione del tema. Al volume hanno collaborato anche vari disegnatori, e ciascuno ha realizzato la “copertina” di un racconto. Tutti i racconti hanno per titolo un possibile risultato del test della Macchina. Alcuni esempi? “Cancro”, “fuoco amico”, “fame”, “annegamento”, ma anche “fatto a pezzi e divorato dai leoni”, e così via, in un “angosciante” e paradossalmente divertente catalogo.

L’avevo detto, dopo tre libri “seri” o comunque impegnativi (va beh, Il libro nero dei puffi voleva essere anche in parte scherzoso, ma comunque trattava pur sempre di teoria politica), avevo intenzione di scegliere qualcosa di leggero. È curioso come sia giunta a pensare che potesse essere “leggero” un libro che parla ossessivamente di morte! Battute a parte, in realtà mi aspettavo, visti gli ideatori del progetto, qualcosa di più stralunato e spiritoso, con racconti su morti bizzarre e situazioni paradossali (ci sono anche racconti di questo tipo, ma sono nettamente la minoranza); invece mi sono stupita di come i racconti abbiano un tono al massimo ironicamente cinico, ma sappiano essere anche pacati e riflessivi e profondamente dolenti. Siamo nel territorio della fantascienza distopica e, come sottolineano gli stessi curatori nell’introduzione, è notevole come i tanti autori abbiano saputo guardare al tema loro imposto da tante diverse angolature, ponendo interrogativi sempre diversi (sono poche le ripetizioni, sicuramente anche grazie alla selezione operata fra i tanti testi ricevuti); vista la moltitudine degli autori e il fatto che i racconti sono stati assemblati a posteriori, l’universo che ne risulta, pur abbastanza coerente, presenta qualche inconsistenza (ad es. ci sono vari racconti sulla creazione e sulla prima diffusione della Macchina, chiaramente diversi), ma non è poi così importante.

Nonostante la notevole fantasia dispiegata e l’attenta selezione, naturalmente dopo un po’ il rischio, con un’antologia in cui tutti i racconti partono dallo stesso spunto, è la saturazione: così, ironicamente, il mio racconto preferito, “Cocaine and Painkillers”, di David Malki!, è uno in cui la Macchina della Morte è quasi una presenza marginale, un apparecchio ancora sconosciuto che non si capisce neppure bene cosa faccia e se funzioni. O anche altri, che descrivono mondi in cui la realtà della Macchina della Morte è entrata a far parte in modo così profondo della vita quotidiana da aver plasmato abitudini, modi di pensare, mode, eccetera, e da poter essere trattata con un’ironia “straniante” e proprio per questo ancora più azzeccata (“Aneurysm”, “Flaming Marshmallow”, “After Many Years, Stops Breathing, While Asleep, With Smile on Face”, “Prison Knife Fight”, “Almond”). Tuttavia, non mi sono dispiaciuti anche racconti più poetici e amari (“Fudge”, “Miscarriage”) o apertamente drammatici (“Despair”).

Divertenti le biografie strampalate degli autori dei racconti e delle illustrazioni alla fine.

Machine of Death: A Collection of Stories About People Who Know How They Will Die, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki!, voto = 3,5/5
Per acquistarlo on line (oppure nell’edizione italiana)

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Knockemstiff

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Curiosamente, questo libro l’avevo già “puntato” tempo fa e messo nella chilometrica lista desideri, ma poi l’avevo un po’ dimenticato; è stato messo però fra le proposte del “pozzo letterario” di ottobre di Goodreads Italia (“gioco di società” in cui si consigliano agli altri partecipanti un paio di libri, se ne sceglie uno fra quelli presentati dagli altri), e allora la mia scelta è stata quasi “obbligata”, o meglio facilitata!

Con questa raccolta di racconti l’autore, Donald Ray Pollock, nativo dell’Ohio, ci porta ad esplorare uno dei suoi angoli più sordidi, dimenticati e popolato da un’umanità svuotata o insoddisfatta: la cittadina di Knockemstiff (che io credevo frutto dell’invenzione letteraria, e invece esiste realmente: nei Ringraziamenti l’autore precisa che i suoi abitanti non sono poi così terribili come lui li dipinge nel libro, e anzi che ha bei ricordi della sua infanzia trascorsa là!), della quale nelle prime pagine si può vedere anche una mappa (in realtà non sono molte, o non sono fondamentali per la comprensione della trama, le occorrenze in cui ritornano personaggi e luoghi già visti, perciò la mappa è carina ma non è strettamente necessaria: questa cosa anzi mi ha un po’ deluso, speravo in una maggiore “coesione” dei racconti fra loro, come avveniva ad esempio in Ruggine e ossa). Le storie lì ambientate coprono un periodo che va dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, e mostrano un paesaggio con pochi veri cambiamenti e vite intrappolate e con poche prospettive.

C’è chi non riuscirebbe mai a immaginare la sua vita in un luogo diverso e chi invece non vede l’ora di fuggire, realmente o solo col pensiero: e in genere, quell’unica esperienza di “fuga” o di evasione o di breve deviazione dal binario consueto dell’esistenza rimane poi a tormentare, con le sue conseguenze nefaste, o ad alleviare e riempire di nostalgia con la dolcezza del ricordo, il resto delle esistenze dei vari protagonisti. Cito rapidamente i racconti che ho più apprezzato: Knockemstiff, uno dei più teneri, in cui il protagonista ha un ultimo, segreto momento di intimità con la donna che ama prima che questa parta per sempre; Schott’s Bridge, in cui ci illudiamo brevemente che due esistenze solitarie possano finalmente incontrarsi in un’improbabile amicizia, per poi venire brutalmente delusi; Assailants, uno dei pochi in cui torna lo stesso protagonista di un racconto precedente, di cui seguiamo l’evoluzione del suo matrimonio; I Start Over, sull’improvviso e liberatorio scatto di rabbia di un uomo deluso dalla vita.

Letto in lingua originale, devo dire che per una volta forse non è stata la scelta migliore: l’inglese si è rivelato abbastanza difficoltoso per me, ricco di termini gergali e frasi idiomatiche; il senso complessivo dei periodi era comprensibile, ma qualche parola qua e là mi sfuggiva (per chi è interessato, esiste una traduzione italiana edita da Elliot). Forse però il senso di stanchezza e la difficoltà a concentrarmi che verso la metà del libro mi hanno fatto rallentare sono stati dovuti anche alla scomodità della lettura sullo schermo del computer: questo libro è stato infatti importante anche per motivi “esteriori”, avendo finalmente segnato il passaggio radicale da questa modalità di lettura a quella tramite un e-book reader (gli ultimi 2-3 racconti), decisamente più agevole.

Ma a Knockemstiff devo anche impressioni e sensazioni decisamente più gradevoli, a dispetto del contenuto spesso amaro e desolante: durante la lettura, infatti, scorrevano inevitabilmente nella mia mente immagini del viaggio in macchina lungo le strade di Nevada, Arizona e Utah; Knockemstiff si trova in effetti nell’Ohio, eppure me la sono raffigurata come quegli sparuti ammassi di case e abitazioni mobili piazzati in mezzo al deserto sotto un cielo immenso che incontravamo qua e là (in questi giorni sto anche guardando la serie Breaking Bad, con quei pazzeschi paesaggi del New Mexico).

Donald Ray Pollock, Knockemstiff, voto = 3/5
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Niente da capire

Dal blog dello scrittore Antonio Pagliaro è arrivata la segnalazione di questo libro di racconti di Luigi Bernardi, Niente da capire, acquistato usato su Libraccio.it.

L’impostazione dell’autore mi era parsa nuova, franca, condivisibile, quasi provocatoria nell’enunciare delle storie “senza trama” (come anche onesto e disarmante è il sottotitolo, “Tredici storie senza mistero”): “Mi sono accorto che nella cronaca nera è sempre fortissima la tentazione del movente, ma nella realtà sono pochi i casi in cui esiste davvero un perché” (citazione presa dall’articolo di cui sopra). Sono tredici “casi” del magistrato inquirente Antonia Monanni, una donna in gamba, ma resa cinica e stanca dal suo mestiere.

Ripassando alcuni dei titoli letti ultimamente, da Dalia Nera di Ellroy a Chiamami Buio di Rainer o Les italiens di Pandiani, si vede che in tutti non mancano moventi nascosti, trame occulte da decifrare, poteri forti che fanno il loro sporco gioco nell’ombra, colpi di scena imprevedibili, matasse ingarbugliatissime da dipanare, colpevoli misteriosi e insospettabili… Qui, invece, niente di tutto ciò. Antonia Monanni sa bene che i romanzi gialli sono, con rare eccezioni, un cumulo di idiozie, fra sciocchezze procedurali e inutili ricerche di “senso”. L’assassino è noto fin da subito, o si scopre ben presto che si tratta, come spesso succede, del sospettato più ovvio, quello su cui avevano immediatamente puntato gli inquirenti. I “moventi” non esistono, o sono tragicamente sproporzionati, o sono dettati dall’esasperazione, o rimarranno per sempre ignoti; e francamente, come ormai ha imparato, la protagonista non si illude neanche più di ricavare una morale dalle tragedie cui è costretta ad assistere, non ha neppure voglia di sforzarsi di comprendere o di indignarsi: non c’è proprio “niente da capire”, appunto, sono storie “senza mistero” destinate a ripetersi all’infinito. Anche la sua vita privata, nota Antonia, finisce per essere risucchiata in questa spirale di fredda indifferenza a tutto, con storie che sempre meno la soddisfano o la tentano, strozzate dai suoi ritmi di lavoro.

Fra le ispirazioni per i tredici casi di cronaca nera, si riconoscono i delitti di Erba e di Perugia; alcuni dei racconti erano già stati pubblicati altrove. Non una lettura divertente, di sicuro, ma uno spietato resoconto su alcune verità che ci piacerebbe immaginare diverse e un ritratto intenso di una anti-eroina.

Luigi Bernardi, Niente da capire, voto = 3/5
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Dove sono andati a finire i soldi

… è quello che ci stiamo chiedendo tutti. Scherzi a parte, è anche il titolo di una raccolta di racconti dello scrittore americano Kevin Canty. Non so nulla di lui, né l’avevo mai letto prima: di questo libretto sono venuta a sapere non più di tre settimane fa dal sito della casa editrice, minimum fax. Leggendone la scheda, mi incuriosiva la vantata capacità di “elevare il quotidiano dal banale”, di “creare storie di impianto tradizionale dalla trama finemente congegnata”, soprattutto di “rappresentare il mondo emotivo maschile con straordinaria potenza ed eleganza, di rivelarne la delicatezza nascosta dietro l’apparente solidità”.

Queste nove storie sono frammenti di vita abbastanza ordinari, non avvengono grandi cose, e non vi sono neppure conclusioni a sorpresa, o fulminanti, o destabilizzanti. È come se a un certo punto le luci puntate sul protagonista di turno di un determinato racconto si abbassassero pian piano, mentre egli sta ancora muovendosi sulla scena, e si passasse in questo modo “soffuso” alla nuova vicenda, lasciandoci per sempre all’oscuro di come le vite dei personaggi della vecchia, di cui abbiamo intravisto uno squarcio, proseguiranno. Si resta “in sospeso”, ma allo stesso tempo coinvolti da queste storie malinconiche di incomprensioni, tentativi falliti o inaspettatamente riusciti, piccoli gesti, riflessioni amare o nuove opportunità che si aprono. Forse il mio preferito fra i racconti è stato “La bella addormentata” (per una certa affinità col protagonista), bello (appassionante anche nella sua asciuttezza) “Ponti tagliati, vetri infranti”, riuscito anche “Non c’è posto per te in questo mondo”.

Kevin Canty, Dove sono andati a finire i soldi (trad. Simona Garavelli), voto = 3/5
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Ruggine e ossa

Altra lettura suggerita dal Corriere della Sera, Ruggine e ossa è l’esordio (ormai datato 2005) del giovane scrittore canadese Craig Davidson: non è un romanzo ma una raccolta di racconti. Avevo già provato a iniziarlo qualche tempo fa, ma non ero riuscita ad andare oltre il primo, non mi aveva “preso”; stavolta finalmente sono arrivata in fondo.

I protagonisti di queste brevi storie compongono una carrellata di sconfitti, nel corpo (la malattia, le ferite, le menomazioni sono un tema ricorrente) e nell’anima, che però, nonostante tutto, forse riescono a trovare un personale, a volte bizzarro, non convenzionale, a volte toccante modo di andare avanti nell’incontro con altre figure di perdenti simili a loro. Quasi tutti i racconti si interrompono sempre sulla soglia di questa possibilità di futuro, lasciando a noi il compito di immaginare il destino di riscatto o di rinuncia che seguirà.
A sottolineare ancora di più questo senso di comunione che lega i personaggi, quest’unica atmosfera che pervade l’intero libro, quasi tutte le storie sono ambientate nella stessa città canadese, St. Catharines, e hanno elementi che ricorrono o si richiamano a vicenda: personaggi che ritornano, luoghi, situazioni già viste, episodi che vengono rievocati da punti di vista differenti.

A prescindere da questa malinconica “musica di sottofondo” o “colonna sonora”, la qualità dei singoli racconti varia: il migliore per me è “Il franco tiratore” (la patetica illusione di un padre di avere ancora un rapporto col figlio che la sua passata brutalità ha irrimediabilmente allontanato), ma belli anche “Un misero servizio” (un uomo sfoga il suo senso di impotenza e frustrazione nella passione per i combattimenti fra cani), “La vita nella carne” e “Ruggine e ossa” (entrambi dedicati al mondo della boxe, o meglio al suo sottobosco meno sfavillante e più sporco e disperato), mentre meno riusciti ma comunque godibili “Rocket Ride”, “Su strade insonni” e “Attrito”; l’ultimo, “La moderna guida dell’apprendista mago”, mi è sembrato invece piuttosto bruttino e prevedibile.

Craig Davidson, Ruggine e ossa (trad. Paola Brusasco), voto = 3/5
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L’amore e altre forme d’odio

E questo è l’ultimo libro di Luca Ricci, cioè il terzo in ordine di pubblicazione (a me manca solo la sua opera prima, Duepigrecoerre d’amore). Si tratta a tutti gli effetti di una prosecuzione di Il piede nel letto, stessa tematica (la coppia, la famiglia), stessa struttura (racconti molto brevi), stesso stile (personaggi senza nome tali da apparire quasi come dei “modelli”, anche se qui tutte le storie sono narrate in prima persona, e più che il grottesco dominano il pessimismo, l’amarezza, una certa cupa rassegnazione), tanto è vero che vengono qui riproposti tre racconti della prima raccolta (Cacche di Dio, Complicazione e Ultimi fuochi), non più, per fortuna, altrimenti sarebbe stato assai seccante. Insomma, non ho molto da aggiungere a quanto detto nel post precedente, se non che l’Einaudi ti fa pagare un libretto di 137 pagine la bellezza di 11 euro… meno male che questo e il precedente me li sono presi con l’offerta 3×2 di Bol.it.

Luca Ricci, L’amore e altre forme d’odio, voto = 3/5
Per acquistarlo su libreriauniversitaria.it o amazon.it

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Il piede nel letto

Luca Ricci è un autore che mi si è rivelato nel 2008 con il bellissimo La persecuzione del rigorista, che mi ha spinto ad acquistarne l’opera omnia, o quasi. Dopo Come scrivere un best seller in 57 giorni (2010), più cervellotico del precedente, riparto così dalle sue raccolte di racconti più “antiche”, Il piede nel letto (2005) e L’amore e altre forme d’odio (2006). In entrambe al centro dell’attenzione dello scrittore vi sono le molteplici sfumature del rapporto di coppia, colte, copio dalla quarta di copertina, con lo sguardo “distaccato dell’entomologo”, sezionate come con un “bisturi” e scrutate al “microscopio”. In questo Il piede nel letto, i racconti sono brevissimi, poche pagine, con protagonisti che non hanno mai nome e in genere si riducono a un Lui, una Lei, e poche figure di contorno. Le istantanee che l’autore sceglie di presentarci possono coglierli nei gesti consuetudinari di una giornata qualunque, gli stanchi riti delle cene tra amici, delle faccende di casa, della routine quotidiana, rassicurante e/o squallida, e vedono sfilarci davanti agli occhi coppie felici e armoniose o insoddisfatte e rancorose, fedeli o fedifraghe… In tutti i racconti, però, a un certo punto, irrompe improvvisamente l’inaspettato, la svolta imprevedibile, il dettaglio inquietante o assurdo, la rivelazione che getta una luce grottesca o sinistra su quanto abbiamo letto fino a quel momento, che ribalta la prospettiva, che l’abilità dell’autore ha però il merito di insinuare quasi come se fosse perfettamente “normale” in quel contesto, tanto che poi l’elemento bizzarro viene rapidamente assorbito tra la serie di informazioni banali e di esperienze comunissime elencate, solo che oramai niente è più lo stesso. Alcuni esempi sono Lui e Lei che fondano il loro matrimonio su un morboso “patto” di astinenza forzata nel racconto C’è, eccome, lo strano scambio di ruoli, in bilico tra realtà e fantasia, di moglie/amante in Complicazione, il rapporto di reciproca “dipendenza” artificiosamente costruito di Piccola certezza, il finale a sorpresa di L’eclissi, l’apparizione di Ultimi fuochi, l’ironia cocente di Ritorno di fiamma, o quella amara di Posti prenotati e Bambini, la perversione di Qualche sacrificio. Ne cito solo alcuni, ma quasi in tutti è costante la comparsa di un elemento destabilizzante, o che, meglio, sposta l’equilibrio della situazione su basi totalmente diverse e assurde, stranianti, “malate”.

Così come in La persecuzione del rigorista, rifulgono qua la perfidia e la bravura nell’indagine psicologica di Ricci, che riesce a farsi apprezzare pur nella brevità dei racconti, con sapienti ed eloquenti accenni più che con esplicite descrizioni, e identico è il senso di inquietudine e “malessere” che coglie il lettore, messo di fronte ai tanti sottintesi, inganni, alle autoillusioni, meschinità, delusioni, sottili perversioni che costellano le esistenze di questi personaggi, e forse, sotto sotto, anche la sua.

Luca Ricci, Il piede nel letto, voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Ultimi vampiri

Prima di Ultimi vampiri, una rarità: un caso di libro abbandonato.

In questi ultimi giorni, in biblioteca, mi aveva molto colpito, nella vetrina delle ultime acquisizioni, un romanzone dalla bella copertina e dal bellissimo titolo, Dio ha misurato il tuo regno, di Miklós Bánffy. Visto che veniva molto lodato (vedi le recensioni generalmente positive dei lettori su aNobii) e che sembrava intrigante, l’ho preso in prestito e iniziato questo lunedì. Ho smesso a pagina 80 circa e sono uscita col cane. Non era scattato nulla, la scrittura non mi era parsa poi così notevole, anzi, mi stava facendo due palle così, per cui mi sono detta: “Ho davvero voglia di andare avanti per altre 790 pagine? No”. Con i mattoni ambientati nel morente impero austro-ungarico ho già dato con I cospiratori di Bernstein. E quindi forse mi sono persa l’occasione di leggere un capolavoro a lungo dimenticato e ora ritrovato del «Tolstoj della Transilvania», come si dice sulla copertina. In compenso ho letto l’inquietante passo del Libro di Daniele citato nel titolo (Dn 5, 1-31).

Su Ultimi vampiri. Meh. Lettura un po’ “obbligata”, perché vorrei fare un ordine a breve su IBS e l’autore, Gianfranco Manfredi, mi incuriosiva per le trame, apparentemente originali e allettanti, dei suoi romanzi (in particolare mi interessavano Il piccolo diavolo nero, Cromantica e Ho freddo). Ma preferivo prima “testarlo” col titolo che già avevo in libreria, Ultimi vampiri, appunto. In questo periodo di inflazione incontrollata di vampiri “ripensati” per un pubblico di ragazzine, di questo libro veniva detto che aveva il merito di presentare Dracula e i suoi compari nella buona vecchia maniera di un tempo, quando i vampiri ancora non andavano al liceo e vivevano zuccherose storie d’amore, ma dormivano nelle bare, uscivano solo di notte e succhiavano il sangue agli umani. Neanche si poteva accusare Manfredi di approfittare del trend del mercato, perché in realtà il libro, una raccolta di racconti, risale al 1987, periodo non sospetto (al titolo è stata aggiunta la dicitura Extended Version perché, in occasione della riedizione, nel 2009, per i tipi della Gargoyle Books, l’autore vi ha inserito un inedito racconto lungo, o romanzo breve, Summer of Love). Oltre tutto, i racconti erano accomunati dal fatto di essere ambientati nei secoli passati, dalla Spagna dell’Inquisizione alla Francia del Re Sole, e le ambientazioni, a quanto pareva, erano accurate; le stesse figure dei vampiri protagonisti, che narravano le loro vicende in prima persona, erano inoltre prese a pretesto per indagare, con l’uso della metafora, i meccanismi di emarginazione ed esclusione sociale (i vampiri come “diversi”, per una volta non solo mostri succhiasangue ma anche vittime delle “pulizie etniche” degli umani).

Insomma, qualche presupposto per una lettura piacevole c’era, anche se era da un po’ che non tornavo al genere horror, tanto frequentato nell’adolescenza.

Già però la prefazione, a firma di Tullio Avoledo, gettava qualche ombra e metteva di malumore. Nel poco spazio concessogli, Avoledo riusciva nell’impresa di parlare molto più di e del suo libro (che, vista l’antipatia dell’autore, sicuramente non leggerò mai) che di Manfredi e della sua opera.

Veniamo ai racconti: una generale delusione. Effettivamente Manfredi sembra in possesso di una solida cultura storica, e va bene. Evita anche i facili luoghi comuni, e va bene (in questo senso apprezzabile il racconto Limpieza, ambientato nella Spagna del XVII secolo). Ma tutto viene appesantito da uno stile ampolloso ed eccessivamente ricercato, che contribuisce a rendere le trame confuse, a non far capire, a volte, alcuni passaggi logici, perché i personaggi saltino a certe conclusioni, compiano certe azioni, fino a dare l’impressione di concludere i singoli racconti senza aver realmente capito granché di quel che sia successo. Alcuni di essi, comunque, si salvano, vale a dire che, pur non essendo lo stesso un granché, sono meno pretenziosi e inconsistenti degli altri (ad es., in parte, Il pipistrello di Versailles, che ha una buonissima premessa e poi scivola in un finale ridicolo, o Fratello blu, o Hanno rubato la testa dell’Arcivampiro, grottesco e volutamente autoironico fin dal titolo, ma che almeno si distingue grazie al suo humor nero).

Tuttavia, meglio comunque l’ampollosità, la ricerca esasperata e sforzata del linguaggio elegante ed “evocativo” riscontrate in questi racconti più vecchi, che il registro sguaiato, finto sporco, pallida imitazione del genere pulp adottato nell’ultimo e più recente, e ahimè anche il più lungo, Summer of Love, ambientato ovviamente nella San Francisco degli anni Sessanta del XX secolo. Sciocco, pasticciato, illogico, noioso, inconcludente, infarcito di note, in gran parte inutili e assolutamente irritanti (l’autore ci crede tutti dei cretini profondamente ignoranti che non hanno idea di chi fossero James Dean e Janis Joplin??? Che, se un personaggio canticchia “like a rolling stone…”, hanno bisogno che sia loro spiegato che è un verso della famosa canzone di Bob Dylan??? E via così), per il resto messe lì per consentire a Manfredi di dare sfoggio della sua profonda conoscenza della cultura giovanile dei favolosi ’60. Centocinquanta pagine circa totalmente stonate rispetto al resto del libro, scritte in modo così maldestro che, addirittura, a poche pagine dalla fine, un personaggio di nome Mark diventa, per ben tre volte… Mike! Mai vista una cosa talmente imbarazzante, un pressapochismo del genere, sembrava una copia di Atlanta Nights. In poche parole, questo racconto entra di diritto fra le cose più brutte che abbia mai letto.

Concludono la raccolta tre brevi saggi sul vampirismo abbastanza insipidi (mettile qui le note allora, no?? non prima!) ma che, al confronto, fanno un figurone, anche se, arrivati alla fine di Summer of Love, si avrebbe solo voglia di gettare il libro contro la parete. Decisamente, risparmierò i soldi degli altri tre romanzi.

Gianfranco Manfredi, Ultimi vampiri. Extended Version, voto = 2,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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