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Le carte piene di sogni

Questo libro aveva, fino a qualche mese fa, un curioso “primato”: il più “iniziato e subito abbandonato”. Avrò provato a cominciarlo almeno tre volte in passato, e sempre mi sono bloccata più o meno a pagina 3. Non che ci fosse qualcosa di terribilmente ripugnante a pagina 3, solo che, vai a capire, mi si chiudevano gli occhi. Ancora una volta è giunto “in soccorso” il gioco della Parola del mese di Goodreads Italia, che a giugno proponeva la parola “sogno”; in realtà è un non-gioco, non si vince nulla, ma per me e per altri è un modo come un altro per scegliere il prossimo libro da leggere e magari, appunto, smaltire cumuli e cumuli di “arretrati”.

Argomento del saggio sono le varie “strategie” (adattamenti, riduzioni, rimaneggiamenti, letture pubbliche, performance dei cantastorie, ecc.) con cui, in epoca moderna, i ceti più umili o le categorie considerate più “a rischio” di rimanere influenzate o “corrotte”, e di conseguenza quelle cui più si cercava di tenere lontane dalla lettura (ad esempio donne e bambini), riuscivano comunque a venire a contatto con i libri, e non solo prodotti dichiaratamente “popolari”, ma anche capolavori che oggi siamo abituati a ritenere letture di nicchia e che invece un tempo godevano di una amplissima fortuna (Ariosto e Tasso su tutti). Interessante, se non forse un po’ ripetitivo, e concentrato quasi esclusivamente sul genere del poema cavalleresco (il generico sottotitolo “Testi e lettori in età moderna” faceva pensare a uno spettro di indagine più vasto): a me invece non sarebbe dispiaciuto un maggiore approfondimento del primo capitolo (“Censure e letture”), sui testi di carattere sacro semplificati e “approvati” per il volgo, così come dei mezzi di insegnamento, trasmissione e diffusione di questo genere di libri, libretti e stampe. Ma sarà materia di un altro saggio.

Marina Roggero, Le carte piene di sogni, voto = 3/5

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Viaggi in corso

Non sono una grande viaggiatrice, ma mi piace leggere di viaggi altrui (ho anche uno scaffale su Goodreads appositamente dedicato all’argomento), e specialmente dei viaggi di una volta: di quando talvolta si partiva senza avere idea di cosa si sarebbe trovato, dei primi contatti con altre terre, culture, persone, di esplorazioni e spedizioni, anche di conquista, delle difficoltà spesso enormi e delle distanze, fisiche, mentali, per noi ormai inimmaginabili, e delle peripezie e tragedie e incidenti e scoperte, per il puro gusto dell’esotico o dell’avventura.

Questo gradevole e veloce libretto, scritto da uno specialista in materia come Attilio Brilli, non si occupa però di questi temi “epici”, ma tratta degli aspetti più “terra terra” del viaggio (in particolare il classico viaggio in Italia, ma non solo) tra XVII e XIX secolo; l’ho preso proprio perché offriva questo taglio più insolito e da me finora trascurato.
Attraverso brani di diari e lettere di viaggiatori celebri e meno celebri, da Goethe in giù, manuali e guide, scopriamo suggerimenti su quali precauzioni prendere prima di partire, quali guide procurarsi, come vestirsi, cosa portarsi dietro (a partire dall’imprescindibile nécessaire de voyage, vero e proprio status-symbol ante litteram), quale mezzo scegliere, dove dormire, gli imprevisti possibili e come fronteggiarli. Interessanti brani di storia materiale illustrano la struttura e i tipi di carrozza, o il kit del viaggiatore alla moda, con lo scrittoio portatile e il Claude glass. Non troveremo qui gli aspetti più “romantici” delle memorie di viaggio, spesso pensate per la pubblicazione e raramente attente a questi dettagli più prosaici e materiali, e tuttavia emerge lo stesso il fascino di un’esperienza che in passato, a differenza di oggi, era spesso unica e irripetibile nella vita delle persone.

Attilio Brilli, Viaggi in corso, voto = 3,5/5

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La Conquista del Messico

Questo è un argomento su cui non mi stancherò mai di leggere: riunisce insieme così tanti aspetti affascinanti (viaggi, avventura, ignoto, incontro con l’altro, gusto del romanzesco, passione, caso, tragedia) da essere irresistibile. La mia collezione di libri è ancora piccola, ma sta crescendo.

Una delle aggiunte più “preziose” è questo La Conquista del Messico dello storico americano William H. Prescott (1796-1859), che forse compariva nella bibliografia dei saggi di Levy o di Miralles sullo stesso argomento. Se dovessi recensirlo in poche parole, direi che è tutto ciò che Cortés di Miralles non era: tanto quel libro era sì dottissimo ma arido, pedantesco e faticosissimo da leggere, quanto questo è una goduria per il lettore. Prima di acquistare o mettere in lista un libro, controllo sempre qualche recensione su Goodreads… In questo caso, per un saggio di quasi 1000 pagine scritto nel 1843, sono rimasta stupita di fronte al livello di entusiasmo dei lettori (per citare un po’ qua e là: “Insanely good. The most impossible-to-put-down history book I’ve ever held in my hot little hands. And it’s over 100 years old.”, “This is the absolute best! What an exciting story.”, “This book is astounding!”, “Shakespearean. Biblical.”, “This was written in *sit yourself down* eighteenfortythree and it reads brilliantly.”). Diciamo quindi che i pareri erano molto incoraggianti… e, ho potuto verificare, assolutamente veritieri. Davvero, se volete far appassionare qualcuno alla lettura di saggi storici, dategli questo libro: 881 pagine che scorrono in un lampo (magari ditegli di saltare l’introduzione con la biografia dell’autore: è interessante pure quella, eh, ma meglio non esagerare, come prima volta!).

Chiaramente, non è in un saggio del 1843 che si cercano le ultime novità in fatto di interpretazione storiografica dell’avvenimento. Non aspettiamoci da Prescott una lettura “terzomondista” o “antimperialista” della conquista del Messico. Il suo presupposto di partenza è che la storia sia un continuo progresso, e che le civiltà più evolute soppiantino “naturalmente” quelle rimaste a un grado inferiore di civiltà. Oltre tutto la civiltà azteca è stata, secondo lui, “giustamente” sconfitta e cancellata dalla storia per l’abominio imperdonabile dei sacrifici umani… Tuttavia egli non è mai del tutto indifferente di fronte alle conseguenze devastanti della Conquista di lì a venire per la popolazione americana, come non è privo di ammirazione verso le vette della civiltà azteca e il coraggio e l’irriducibilità degli ultimi resistenti (ad esempio l’ultimo imperatore Cuauhtémoc) e non nasconde, a parte l’evidente fascino per il protagonista della sua epopea, Cortés, gli eccessi più violenti dei conquistadores (d’altra parte neanche la cattolica Spagna era per lui, anglosassone e protestante, la vetta della civiltà, sebbene sia il paese che, da storico, più l’interessò), mentre stigmatizza con ironia gli eccessi trionfalistici e nazionalistici, o ultra-apologetici e agiografici, degli storici, soprattutto spagnoli, che l’hanno preceduto (accanto alle pagine piene d’azione e, come si dice, “appassionanti come un romanzo”, non mancano approfondimenti sulle fonti consultate, criticamente vagliate, e schede biografiche degli autori).

Insomma, bellissimo e, inutile dirlo, subito messi in lista anche History of the Conquest of Peru, dello stesso autore, e, perché no?, anche il suo History of the Reign of Philip the Second, King of Spain (si trovano tutti gratuitamente in lingua originale, in ebook).

William H. Prescott, La Conquista del Messico (trad. Piero Jahier e Maria Vittoria Malvano), voto = 4/5

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Anche il Re Sole sorge al mattino

In realtà io volevo comprare La giornata di Luigi XIV, di Béatrix Saule (Sellerio), ma non si trovava. Allora ho preso questo, perché “sarà uguale”, mi sono detta. Beh, non proprio, perché mentre il libro della Saule descrive, momento per momento, una giornata in particolare della vita del sovrano, e precisamente il 16 novembre 1700, qui ci viene presentata la sua “giornata-tipo”, quindi tutte e nessuna.

Fino a qualche tempo, non mancavo mai di visitare, ove ve ne fosse una, le “reggie”: e così ho visto Versailles, Sans-Souci (Potsdam), la Residenz (Monaco), lo Schönbrunn (Vienna), Holyrood (Edimburgo), e forse qualche altro che non ricordo. Tempo fa qualcuno (mia madre? mio fratello?) mi ha fatto notare che alla fine si somigliano tutte. In effetti, non è un’osservazione del tutto sbagliata: molto spesso si finisce per vedere una serie di stanze per lo più semivuote, e non è facile farsi un’idea di come dovevano essere quelle stanze vissute e abitate e animate dalla folla di gente della corte. Naturalmente, si potrebbero fare tanti esempi di opere di finzione ambientate negli ambienti di corte, che riportano dunque quelle stanze “alla vita”: visto l’argomento di questo libro, mi viene in mente quello del film Vatel (2000): lo andai a vedere principalmente per Tim Roth, tutti lo stroncarono e probabilmente a ragione (forse aveva un tono “moralisteggiante” e antistorico), ricordo però che a me piacquero le scene della “vita di corte” (c’era Luigi XIV, ma non era Versailles). Spesso però le ricostruzioni sono belle da vedere ma trascurano, per semplicità ed esigenze di copione, tanti dettagli, non riescono a dare un’idea delle formalità e delle etichette. Questo breve libro, molto gradevole da leggere, ne dà invece un’idea: dalle sette di mattina fino a mezzanotte, assistiamo al lever del Re Sole, scena ormai famosissima, la vestizione, la rasatura e la pettinatura, con la posa dell’inconfondibile parrucca, la Messa quotidiana, il pranzo, la caccia, il ballo o gli altri divertimenti serali, la buonanotte.

Ancora una volta si può constatare quanto il XVIII secolo abbia costituito un punto di cesura e quanto del nostro gusto e dei nostri schemi mentali risalga a quell’epoca. Tante delle cose che il XVII secolo accettava come ovvie, siamo oggi portati a considerarle assurde o quanto meno incomprensibili se applichiamo la nostra scala di valori: l’indeterminatezza del confine tra privato e pubblico, l’affettazione come qualità e non come difetto, la “rappresentazione” di se stessi, il diverso concetto dell’individuo e dell’individualità in una società che invece valorizzava di più l’appartenenza a una categoria, a una discendenza ben definita (l’essere “figlio di”: figlio di re, e “nato per esserlo”, come si autodefinisce lo stesso Luigi XIV nelle sue memorie, ma anche figlio del Primo cameriere e, per certi versi, ugualmente “nato per esserlo”, visto che la mansione spesso veniva tramandata di generazione in generazione). Vengono smontati alcuni luoghi comuni o immagini cristallizzate, come l’associazione “automatica” della figura di Luigi XIV a Versailles: in realtà il re visse stabilmente in quella reggia solo nell’ultimo periodo del suo lungo regno, e a lungo proseguì la secolare tradizione dei sovrani francesi di tenere una corte itinerante e quasi sempre in viaggio. L’autore “tradisce” il suo interesse accademico per il teatro di prosa e il teatro musicale con l’ampio spazio dedicato alla figura di Molière (che fu, oltre che drammaturgo, cameriere-tappezziere del re: cioè rifaceva il letto del re ogni mattina), ai paralleli fra i personaggi e le scene della corte e alcuni passaggi delle sue opere, ai balli di corte e al ruolo che Luigi XIV vi svolgeva. Bella anche la Prefazione di Giuliano Ferrara.

Interessanti i paragoni (già notati all’epoca: anzi, il paragone lo fa proprio Luigi nelle sue memorie) tra due diverse concezioni dell’autorità regia: ad alcuni paesi (sottinteso chiaramente la Spagna) in cui l’autorità del re è tanto più grande e “terribile” quanto meno egli si mostra ai suoi sudditi, si contrappone la Francia, in cui invece il re è accessibile, esposto quotidianamente (e quasi costantemente) allo sguardo dei suoi sudditi, e teoricamente tutti possono avvicinarlo (quando il re rientrava al Louvre dopo aver assistito alla messa nell’adiacente chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois, quello era il momento in cui chiunque poteva fermarlo con richieste, petizioni, ecc.).

Purtroppo verso la fine l’autore si “distrae” e abbandona un po’ la struttura a mo’ di cronaca ora per ora della giornata-tipo del re, per mettersi a parlare (ancora!) della celebre sequenza di amanti reali (La Vallière-Montespan-Maintenon) che è già vista e rivista. Di conseguenza le ore serali sono trattate in modo un po’ affrettato (ma d’altra parte sono anche quelle più libere e meno regolamentate). Meno dettagliate anche le ore della mattina dedicate alle riunioni del re con i ministri: facile capire perché, avvenivano a porte chiuse e quindi non sono molti i resoconti, peccato, potevano essere utili a correggere un’immagine un po’ “frivola” che potremmo essere tentati di associare a Luigi XIV.

Philippe Beaussant, Anche il Re Sole sorge al mattino (trad. Laura Pugno), voto = 3,5/5

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The Fatal Shore

Mi piacciono i libri che hanno per tema viaggi, avventure per mare, scoperte, incontri (e spesso scontri) con culture diverse e sconosciute, ambientazioni per noi “esotiche”: alcuni esempi (fra le letture migliori) sono la “trilogia degli schiavi” di Hansen, la “trilogia di Haiti” di Bell, Il cimitero del Batavia di Dash, i saggi e i romanzi sulla conquista del Messico.
Anche questo saggio di Robert Hughes, The Fatal Shore (pubblicato in Italia da Adelphi col titolo La riva fatale), ha per argomento la storia del continente ignoto per eccellenza, la mitica “terra australis” cercata per secoli e variamente collocata e immaginata, che ancora oggi per molti simboleggia l’altrove, la lontananza più assoluta: l’Australia, appunto.

Pubblicato, significativamente, nel 1987, cioè nell’anno precedente al bicentenario del primo insediamento occidentale in Australia, questo saggio però è tutt’altro che celebrativo delle “glorie passate”. Nell’introduzione, infatti, l’autore ricorda la grande “rimozione” attuata dalla storiografia e dalla società australiane sulle origini della nazione, e cioè la sua nascita come colonia penale dell’impero britannico. Sembra infatti, secondo quanto dice Hughes, che, almeno fino agli anni sessanta del XX secolo, quest’argomento fosse quasi tabù, vi si accennasse solo velatamente e senza indugiarvi, tanta era la “vergogna” degli australiani nel ricordare di essere “discendenti di criminali”. D’altra parte, il rischio opposto era l’eccessiva “romanticizzazione” di tale passato, con la convinzione consolante ma illusoria che tutti i deportati in Australia fossero perseguitati politici, combattenti per la libertà, piccoli proprietari che costituivano la “parte sana” della società britannica, o che i “bushrangers“, figura mitica della cultura popolare australiana, prigionieri evasi e riuniti in bande nascoste nello sterminato e inesplorato entroterra, incarnassero l’archetipo del “romantico brigante”, del Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
La realtà fu diversa, non serve nasconderla né abbellirla, e Hughes, nel suo ponderoso volume, procede ad abbattere un bel po’ di “falsi miti”.

Si parte con un’analisi della società britannica in epoca georgiana, un po’ più cruda dell’immagine rosata dei romanzi austeniani, in cui le classi dominanti assunsero un atteggiamento sempre più repressivo verso i reati contro la proprietà, applicando pene draconiane (spesso anche la pena capitale) per reati che oggi considereremmo “minori” (furti, anche di assai lieve entità, truffe). Vero è che questa terribile severità veniva attenuata dalla prerogativa sovrana di concedere la grazia, ma l’enorme numero di criminali condannati dava luogo al grave problema delle prigioni, che, alla fine del Settecento, erano ormai troppo poche, sovraffollate, ingestibili. La “soluzione” praticata fino a quel momento, e cioè la deportazione di parte dei detenuti nelle colonie americane, era diventata ormai, dopo l’indipendenza degli Stati Uniti, improponibile. Per una coincidenza, provvidenziale per il governo di Sua Maestà, proprio nello stesso torno di anni (1770) la spedizione capitanata da James Cook aveva finalmente scoperto la mitica terra australis, il continente australiano…
L’idea di alleggerire le prigioni spedendo i criminali letteralmente in capo al mondo sembra, sulla carta, una pazzia, e infatti si iniziò a considerarla seriamente solo dopo alcuni anni di “emergenza carceri”. Ufficialmente, la Prima Flotta partita dall’Inghilterra nel 1787 (e arrivata a Botany Bay, dove sorgerà la futura Sydney, all’inizio del 1788) aveva anche altri scopi, oltre a scaricare il primo gruppo di detenuti, uomini e donne: recupero di materie prime per la costruzione di navi, conquista di una posizione strategica nello scacchiere mondiale. In realtà, divenne ben presto chiaro che la neonata colonia del Nuovo Galles del Sud (New South Wales) non sarebbe stata di nessuna utilità per la madrepatria se non, appunto, come “discarica” in cui gettare gli elementi indesiderati.

Inizia così la storia dell’Australia, a lungo non più di una immensa prigione, popolata solo da detenuti e guardie (e poi ex detenuti), in cui i criminali condannati scontavano gli anni di pena ai lavori forzati e potevano poi scegliere se tornare a casa o cominciare una nuova vita dall’altra parte del mondo. Solo in seguito la Corona iniziò a favorire progetti di colonizzazione di sudditi liberi, cui venivano “assegnati” come lavoranti alcuni detenuti, che in tal modo scontavano la loro pena.

Ho tracciato a grandi linee il contesto in tono molto “neutro” e distaccato, ma in realtà il bel saggio di Hughes, ormai un classico, è un lungo e straziante catalogo di atrocità. Per cominciare, quelle sui detenuti, strappati brutalmente e spesso definitivamente dal loro mondo di affetti, “gettati” in una terra completamente incognita, spesso ostile. L’idea che la pena dovesse servire non solo a punire ma anche a rieducare era di là da venire: no, la deportazione, in concreto, serviva a sbarazzarsi dei detenuti in eccesso per evitare di doverci pensare più, ma anche, e forse soprattutto, come deterrente per i “potenziali” criminali rimasti in patria. Perché la prospettiva di essere spediti in Australia ispirasse l’auspicato terrore, era necessario che il trattamento dei detenuti fosse estremamente severo e disumano, e difatti queste furono a lungo le istruzioni impartite da Londra ai governatori della colonia, tanto che si rese “necessario” creare dei luoghi di reclusione di massima sicurezza, dei gulag ante litteram, destinati ai recidivi e ai prigionieri più incorreggibili, dalla fama sinistra e tremenda, quali Van Diemen’s Land (l’attuale Tasmania) e soprattutto Norfolk Island, una piccola isola dell’Oceano Pacifico, l’ultimo gradino nella scala delle crudeltà e delle umiliazioni riservate ai prigionieri.
Personaggi come Alexander Maconochie, che per alcuni anni governò proprio l’isola-prigione di Norfolk Island e che fu tra i primi a credere fortemente che fra i suoi compiti vi fosse anche quello di riabilitare i detenuti, furono rari (Maconochie era troppo avanti sui tempi e venne allontanato e dimenticato: giustamente Hughes gli dedica un ampio ritratto).
Ciò nonostante, l’autore non tralascia di ricordare le insperate opportunità che si aprivano a chi, finito di scontare la pena, decideva di stabilirsi per sempre in quel nuovo continente: intanto, non sempre i detenuti venivano messi nelle mani di sadici aguzzini, e poi vi era a disposizione una terra ancora vergine e inesplorata, a buon mercato, e il costo del lavoro era notevolmente più alto che in Inghilterra. Per cui, non furono pochi quelli che, nelle lettere a casa, arrivano a considerare una “fortuna” la deportazione, e invitano i familiari a raggiungerli.

Al “catalogo delle atrocità” di cui sopra vanno aggiunte anche quelle contro le popolazioni aborigene e (trattate meno approfonditamente) contro l’ecosistema originario australiano. Le tribù nomadi locali, sparse nell’immensità dei territori, sorpresero i primi europei per la loro cultura radicalmente diversa, che praticamente non conosceva il concetto di proprietà. Di conseguenza, all’inizio, gli aborigeni reagirono quasi con “indifferenza” di fronte alla lentissima ma costante avanzata dei colonizzatori che, metro dopo metro, si impossessavano del territorio: quando poi iniziarono a contrattaccare, era ormai troppo tardi. In verità, l’atteggiamento ufficiale del governo della colonia era improntato al massimo rispetto verso gli aborigeni: per la prima comunità, così esigua, era naturalmente conveniente avere gli aborigeni come alleati piuttosto che inimicarseli. Furono più che altro i coloni, i proprietari, di estrazione libera o ex detenuti, specialmente quelli delle zone più periferiche che più direttamente entravano in contatto con le popolazioni locali, e i detenuti ad assumere un atteggiamento ostile o violento (spesso infatti gli aborigeni, forti della loro conoscenza del territorio superiore a qualsiasi occidentale, collaboravano con le autorità per ricatturare i fuggitivi, da cui l’odio con cui erano visti dai prigionieri: Hughes fa a pezzi così un altro falso mito di una sorta di “vicinanza” fra gli “oppressi”).

Ricordo solo brevemente alcuni dei tantissimi aspetti del “transportation system” che l’autore tocca: dalle analisi statistiche sui reati e sull’estrazione sociale dei detenuti, ai racconti delle traversate oceaniche in condizioni spesso disumane; dalla storia del primo insediamento, con i durissimi problemi di carestia affrontati, a quella dell’unica minoranza socialmente e politicamente rilevante che venne deportata in Australia, gli Irlandesi; dalle storie epiche e spesso violente e tragiche dei tentativi di fuga dei più indomabili, allo strisciante “senso di inferiorità” della buona società australiana, preoccupata di conservare scrupolosamente e ossessivamente tutte le convenzioni dell’etichetta, per apparire “più inglese degli inglesi”.

Insomma, una lettura che ha richiesto molto tempo, ma interessantissima e piena di vite, di storie, di persone, di sofferenze e di riscatti.

Robert Hughes, The Fatal Shore, voto = 4/5

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La corda e la mannaia

E, dopo Camilleri e Pagliaro, rimaniamo ancora in Sicilia.

Ideale seguito di un libro dello stesso La Duca del 1970, I veleni di Palermo, in cui venivano presentati i casi di delitti “occulti” e perpetrati con la massima discrezione possibile, questo La corda e la mannaia vuole ricordare invece quelli che più fecero “rumore”, in cui l’assassino non si preoccupò di nascondere le sue tracce, e soprattutto l’esemplare castigo della legge, applicato appunto con i due strumenti del titolo, la corda (l’impiccagione) per i rei di basso ceto, la mannaia (la decapitazione) per i nobili, quale segno di distinzione. È un’opera postuma, perché l’autore morì nel 2008, quando l’aveva praticamente ultimata, e il curatore, trovato il file nel computer, non ha fatto altro che prepararlo per la stampa.

In pratica non è altro che un catalogo di delitti e relative esecuzioni dei colpevoli avvenuti in Sicilia, e prevalentemente a Palermo, dall’inizio del XVI secolo alla fine del XVIII, tratti da alcune storie o cronache di autori locali. Dal resoconto nudo e crudo dell’evento non parte alcuno spunto per l’indagine storica, alcun interrogativo, anche il contesto è, talvolta, tutt’al più solo abbozzato, e l’autore interviene solo di tanto in tanto con commenti che sono però di tono moraleggiante o arguto o ironico. Oltre tutto, per un buon numero di questi delitti non si conosce, perché le fonti non lo riportano, neppure il movente, e quindi il resoconto si riduce più o meno a “il giorno tale X uccide Y, viene arrestato e condannato a morte, la sentenza viene eseguita nel luogo Z il giorno tal altro per impiccagione/decapitazione, assistettero il condannato i due confratelli della Compagnia dei Bianchi Tizio e Caio”: un po’ poco per avere, almeno, il brivido di leggere un po’ di true crime “ante litteram”. Insomma, una semplice compilazione, uno sfoggio di erudizione, che forse può servire a qualche futuro storico, che potrà comodamente trovarvi riuniti i dati sull’applicazione della giustizia nell’isola in epoca moderna invece che andarseli a raccogliere su quella o quell’altra fonte.

D’altra parte l’autore, Rosario La Duca, è lo stesso che aveva curato le note nel romanzo I Beati Paoli, in cui si trovavano praticamente solo informazioni minuziosissime (ma anche, francamente, poco interessanti per un lettore non palermitano) su come si chiama oggi quella tale o tal altra via di Palermo citata nel libro: insomma, si conferma che egli era un erudito espertissimo di storia locale e setacciatore di fonti e paziente catalogatore dei dati più svariati, ma forse senza l’ampiezza di vedute dello storico (ma in realtà non conosco tutta la sua produzione, non dovrei dare giudizi affrettati).

Mah, a posteriori non so mica perché ho comprato questo libretto: doveva essermi sembrato interessante, quando lo vidi per la prima volta sul sito della casa editrice Sellerio. Almeno l’ho preso usato con lo sconto del 50%, e non a prezzo pieno (12 euro!).

Rosario La Duca, La corda e la mannaia (a cura di Francesco Armetta), voto = 2/5
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Così parlò Ménétra

Io e Jacques-Louis Ménétra, un vetraio parigino vissuto nel XVIII secolo, ci siamo incontrati per la prima volta nel 2001, sulle pagine del terzo volume dell’opera Vita privata: quel libro l’ho letto dall’inizio alla fine solo nel 2010, ma già subito dopo l’acquisto ero talmente “innamorata” di quei volumetti dal ricco apparato di immagini e che promettevano di essere tanto interessanti, che ero solita sfogliarli e leggiucchiarvi qua e là. Insomma è da lì che ho sentito parlare per la prima volta di Samuel Pepys e, appunto, di Ménétra*, perché entrambi furono autori di due diari intimi (ecco perché la loro presenza in un saggio dedicato alla storia della vita privata): disperavo di trovare mai un’edizione italiana del suo Diario, e invece l’ho acquistata qualche anno fa per corrispondenza dalla Libreria Chiari di Firenze (vende libri rari ed esauriti, una volta avevano anche un sito, ora non riesco più ad aprirlo e questo mi lascia un po’ inquieta sulla sorte di questa libreria).

Se quello di Pepys è molto più famoso, il Diario dell’oscuro vetraio di Parigi è molto più “straordinario”, perché scritto da un esponente di una categoria, quella degli artigiani e del popolo minuto, che raramente prendeva la penna in mano, e mai per raccontarsi. E invece Ménétra, verso la fine della sua vita (nel 1802?), non si capisce bene per quale pubblico, mette nero su bianco, pagina dopo pagina (a quanto pare, deve essere stata un’impresa decifrare il manoscritto, col testo tutto di seguito, non sempre in un francese corretto, senza paragrafi e senza punteggiatura!), la sua vita, le sue esperienze, i suoi viaggi in giro per la Francia ad imparare il mestiere, i suoi amori, il suo matrimonio, la sua famiglia.

Insomma, la sua biografia per mille aspetti non ha nulla di eccezionale, ma Ménétra un po’ “speciale” lo è davvero, per questo documento particolarissimo che ci ha lasciato, così come tanti altri suoi abbozzi di scritti/trattati/riflessioni su vari argomenti, ritrovati fortunosamente dallo storico Daniel Roche. Come quest’ultimo dice nell’Introduzione, all’epoca non doveva essere un gesto banale, per questa categoria di persone, anche dal punto di vista strettamente materiale, prendersi così tanto tempo per sé, per questo lavoro di memoria e autoanalisi, e per l’impresa non indifferente di metterlo per iscritto con ammirabile costanza. Di nuovo si affaccia il grande dubbio insolubile dello storico: quella di Ménétra è l’eccezione fortunosamente giunta fino a noi, o la punta di un iceberg di chissà quante altre testimonianze andate irrimediabilmente perdute?

In questo volume si trova l’edizione integrale del solo Diario, non degli altri scritti sulla religione, sulla Rivoluzione, sulla politica, eccetera. Non dirò che si tratta di una lettura “scorrevole” perché in effetti gli episodi e gli aneddoti narrati da Ménétra sono affastellati uno dietro l’altro, non connessi fra loro, inconcludenti o scritti in modo talmente ellittico da essere talvolta incomprensibili, e quindi il piacere “superficiale” che si ricava da questo libro, più che il gusto della narrazione di “una vita”, sono questi rapidissimi quadretti o scenette, di volta in volta ironici, divertenti o oltraggiosi: è consigliabile leggere un po’, fermarsi e poi riprendere, altrimenti si rischia di non cogliere nulla in mezzo a un guazzabuglio da cui si esce sopraffatti. Confesso che, stuzzicata dai passi antologizzati nel volume sulla vita privata, mi aspettavo un “racconto” più accattivante, e non una lunga carrellata di scappatelle e avventure erotiche spesso fra loro sempre uguali e un po’ confuse; non è neppure che Ménétra ne esca sempre in un’ottima luce (si fa voler bene e sa sedurre il suo pubblico, è una natura vitalissima, allegro, sempre attivo, non sta mai fermo, curioso, intelligente, ma ad esempio tratta le sue numerose donne in modo orribile: le inganna, le abbandona, le prende, qualcuna anche a forza e le getta via). Insomma, Jacques-Louis non è granché come scrittore, ma come sempre in questo tipo di letture è più affascinante, almeno per lo storico, cogliere il “contorno” e il non detto, più il significato palese dei testi. Ad esempio, quello che colpisce, al di là delle onnipresenti avventure erotiche, è la sensazione di una certa “brutalità” nei rapporti interpersonali, anche fra familiari e parenti prossimi; oppure un aspetto che non credevo mi avrebbe tanto interessanto, e cioè il mondo del lavoro e delle corporazioni artigiane e le loro regole; si colgono qua e là importanti segnali sulla cultura di Ménétra, sui testi su cui si è fondata la sua formazione, ma anche sulla sua insospettabile indipendenza di pensiero, sulla sua religiosità personale e la sua visione del mondo. Interessanti, infine, le pagine dedicate al periodo della Rivoluzione, non tanto per gli eventi narrati, per me confusissimi, quanto per l’atmosfera di costante tensione e agitazione che lasciano trasparire, specie negli anni del Terrore.

Dopo la lettura interessante ma difficoltosa del Diario vero e proprio, contavo molto sul saggio conclusivo del curatore, Daniel Roche, per avere un aiuto nell’analisi: ebbene, purtroppo sono rimasta un po’ delusa (se si escludono i passi dedicati ai temi che accennavo sopra). Tanto fumo e poco arrosto, per sintetizzare tutto con un’espressione sbrigativa. Così come l’introduzione, lo stile mi è sembrato ellittico, poco chiaro, “impressionistico”, forniva qua e là delle pennellate di colore ma poca “sostanza”. Dall’alto della mia autorità, pari allo zero assoluto, mi azzardo a criticare Roche, che sicuramente sarà un accademico rispettatissimo in Francia, dicendo che, come sempre in questo tipo di fonti, c’è il rischio di “assolutizzare” una testimonianza che è a suo modo unica e “speciale”, o al contrario di limitarsi a trovarvi semplicemente conferme di notizie ricavate altrimenti e che, bene o male, come dire, si sapevano. Inoltre, ma di questo non posso “incolpare” Roche, o non solo lui, i riferimenti ai passi del Diario in nota rimandavano alle carte del manoscritto, non ai numeri di pagina dell’edizione: a che serve? Se voglio ritrovare il brano che viene citato, oltre tutto in un testo come questo, senza divisione in capitoli o paragrafi, non è che posso ogni volta andare a Parigi a consultare l’originale (come mi disse il professore al momento di pubblicare la mia tesi, che era anch’essa l’edizione di un manoscritto, perché avevo fatto proprio quest’errore, “allora che la facciamo a fare, l’edizione?”).

Così parlò Ménétra, a cura di Daniel Roche (trad. Lorenzo Bianchi), voto = 3/5
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* Ero più che convinta, poi, che il nome di Ménétra ricomparisse in un passo di un bel libro di Giovanni Ricci, Il principe e la morte (il Mulino, 1998), quando parla dell’esumazione delle salme dei re di Francia sepolti a Saint-Denis da parte del popolo parigino nel 1793 (pp. 65-66), ma ho ricontrollato in questi giorni e ho scoperto che invece ricordavo male.

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Conquistador

Questo, almeno per ora, sarà l’ultimo libro della serie incentrata sulla conquista del Messico (cominciata con La voce dell’acqua, proseguita poi con Goddess of GrassCortés), perché al momento ne ho abbastanza. Devo dire però che, anche senza volerlo, ho scelto libri con taglio fra loro diverso, non mi sono capitati quattro doppioni (poi il gradimento è stato variabile, ma è un altro discorso).

Sarei tentata di sbrigarmela con poche parole anche con questa recensione, non tanto perché Conquistador, di Buddy Levy, non meriti considerazione, quanto perché dovrei ripetere un po’ sempre le stesse cose. Visto sul sito della casa editrice Bruno Mondadori, a conti fatti questo mi è sembrato il “vero” libro per il grande pubblico che Cortés, in modo abbastanza improbabile, dichiarava di voler essere; infatti, devo dire che è stato soprattutto il nome della collana di cui fa parte, “La storia narrata”, a convincermi all’acquisto: volevo una lettura appassionante, che si concedesse anche un po’ il gusto della narrazione e dell’avventura, certo senza comunque sacrificare troppo al rigore scientifico.

E il testo va proprio in questa direzione: è (quasi) tutto azione e poca politica, non più gli interminabili resoconti sulle manovre e i maneggi di Cortés che si leggevano in Miralles, e soprattutto molte meno digressioni per spiegare antefatti e retroscena, o presentare innumerevoli figure di contorno, o esaminare criticamente i passaggi controversi delle fonti. Qui, con un taglio quasi “cinematografico”, si entra subito nel vivo con Cortés a bordo della nave che da Cuba lo sta portando nello Yucatán, e non si lascia mai il palcoscenico degli avvenimenti principali.

A differenza di quanto faceva Miralles, la disamina delle fonti è molto più sbrigativa, l’autore non riporta nel testo tutte le versioni degli avvenimenti (solo in nota, talvolta) e in genere ne accetta una senza però spiegare sempre bene perché. C’è sempre un po’ il rischio, la tentazione, di cadere nel “pittoresco” o nel “romantico” (accentuato nel sottotitolo originale), ma d’altra parte non posso criticare l’eccessiva aridità dei precedenti volumi e poi storcere il naso se qui invece i toni sono più carichi di pathos, sarebbe un controsenso.

Insomma, in breve, non è un saggio memorabile e imprescindibile su Cortés e Montezuma, allo specialista magari sembrerà in qualche punto impreciso o con semplificazioni eccessive, comunque per me è stata una lettura tutto sommato gradevole e senz’altro molto più scorrevole e avvincente di quelle sullo stesso argomento che l’hanno preceduta.

Buddy Levy, Conquistador: Cortés, Montezuma e la caduta dell’impero azteco (trad. Luna Orlando), voto = 3/5
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Cortés

Era arrivato il momento di affrontare questa corposa biografia di Cortés, continuando un filone cominciato ormai qualche settimana fa sul tema “conquista del Messico”: ci avevo già provato qualche tempo fa, ma confesso che avevo resistito solo poche pagine. Stavolta forse la “spinta” dei due libri precedenti, La voce dell’acqua e Goddess of Grass, grazie ai quali se non altro avevo già fatto un “ripasso” dell’argomento, è stata utile.

Questo libro è un caso in cui all’interesse per il contenuto si somma la bellissima copertina che ti strega, creando una combinazione irresistibile: infatti è stato in libreria che il fascinoso volto di Cortés ha attirato il mio sguardo; la prima edizione del volume incuteva però un certo “timore”, visto che era un mattone con copertina rigida di più di 500 pagine e costava 36 euro… L’edizione economica nella collana Oscar storia era decisamente più abbordabile, l’inconveniente però è probabilmente le ridotte dimensioni della pagina fanno sì che il testo sia scritto piccolo piccolo (quando ti abitui a leggere i caratteri giganti del Kindle, poi sulle prime è dura pensare di non poterli più ingrandire!).

Penso che uno dei motivi per cui mi interessa tanto l’epoca dei viaggi e delle conquiste sia che si trattò, per entrambi i fronti, di un incontro tanto impensabile e imprevedibile con l’ignoto assoluto, incomprensibile. Queste persone che scelsero di mettersi in viaggio verso luoghi totalmente estranei e sconosciuti, spesso con la quasi certezza che non avrebbero più potuto tornare indietro… ormai, nel mondo attuale, non riesco nemmeno più a trovare un termine di paragone adatto. Forse la loro esperienza, la molla del loro agire, le loro paure e il loro stupore sono assimilabili, ormai, solo a quello che oggi si trovano ad affrontare gli astronauti, gli unici, per quanto ne so, che letteralmente non sanno e non possono immaginare cosa li attenderà all’arrivo.

Qui però non c’era molto su questo aspetto dell’epopea dei viaggi e delle esplorazioni, l’attenzione dell’autore era concentrata su battaglie, trattative, contratti (visto che non ho ancora abbastanza libri da leggere, e se ritornassi lì dove avevo giusto trovato questo, che avevo scartato, anche perché tutto sottolineato?).

Nella Premessa l’autore dichiara di rivolgersi principalmente a un pubblico di non specialisti, ma francamente il tono di questo libro mi sembra tutt’altro che divulgativo: sì, vi sono spiegazioni che normalmente non sono necessarie agli addetti ai lavori, ma anche una miriade di nomi di persone e di luoghi e di avvenimenti, e collazioni fra le diverse fonti, e mini-biografie di questo e quello, che alla lunga danno alla testa. La conquista e i suoi protagonisti, come ci informa Miralles, furono, fin dall’inizio, raccontata in mille modi diversi, sottoposta a manipolazioni, fraintendimenti, abbellimenti o omissioni, perciò la caratteristica principale del libro è mettere fianco a fianco le varie versioni dei vari cronisti, per cogliere in ognuna di esse punti di forza, contraddizioni, errori, elementi aggiuntivi. Questo metodo assai scrupoloso fa sì però che spesso un singolo episodio sia narrato in più modi diversi, commentato, criticato, eccetera, rendendo la lettura assai pesante e lenta.

Nonostante la parola conquistador possa evocare alla mente uomini bellicosi, irruenti e assetati di sangue e oro, il ritratto di Cortés che emerge da questo libro è molto diverso: calmo, freddo, controllato, paziente. Tuttavia, più che Cortés, emergono forse con ancora più forza e in modo molto più tragico le personalità molto diverse di Montezuma (uso la grafia più nota, anche se più antiquata e forse meno corretta) e Cuauhtémoc, l’ultimo sovrano mexica “indipendente”: il primo spogliato dall’aura suggestiva ma anche un po’ caricaturale del sovrano superstizioso, terrorizzato dalla profezia che annuncia la fine del suo regno, paralizzato dall’indecisione, e descritto invece come prudente, diplomatico, realista, impegnato (vanamente) nel regolare la transizione dei poteri nel modo meno traumatico e cruento per il suo popolo, il secondo quasi eroe tragico, votato fino all’ultimo a un’impossibile e “assurda” resistenza.

A differenza dei due libri precedenti, questa biografia non si ferma alla conquista di Tenochtitlán, ma si occupa anche degli anni successivi della vita di Cortés… non esattamente allegri o altrettanto avvincenti per il lettore, visto che furono avvelenati da innumerevoli liti e contrasti e cause, di cui l’autore, al solito, ci informa nel dettaglio (e mica gliene faccio una colpa!)… senza che, comunque, la voglia di Cortés di viaggiare ed esplorare si spenga del tutto, anche se i suoi progetti divennero sempre più velleitari o fallimentari, e sempre meno gli uomini disposti a seguirlo. Paradossalmente, però, è in questa fase meno nota e meno avventurosa che emerge un ritratto di Cortés, invecchiato, solo, amareggiato, stanco, più coinvolgente e partecipato.

Un libro insomma alquanto dotto e denso di informazioni, ma pesantissimo: con meno parole ha detto meglio di me un utente aNobii (che pure dà un giudizio positivo): “Ci sono libri storici, soprattutto quando si parla di biografie, che si leggono come romanzi. Scorrevoli, accattivanti, ti fanno immediatamente immergere nella storia e nelle vicende dei personaggi. Bene, questo NON è uno di quei libri”.

Juan Miralles, Cortés. L’inventore del Messico (trad. Alessandra Benabbi e Cristiana Spitali), voto = 2,5/5
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I Luigi di Francia

Questo libro, visto nella libreria di un’amica di Goodreads, fa parte della produzione “minore” di Gadda, scrittore di cui ho molto sentito parlare, ma che non avevo mai letto finora.

In questa operetta (pubblicata nel 1965) sono narrate brevemente le gesta di tre fra i più famosi sovrani francesi di nome Luigi, e cioè Luigi XIII (1610-1643), Luigi XIV (1643-1715) e Luigi XV (1715-1774), e naturalmente accanto a loro tutta una serie di regine, ministri, principi, amanti, cortigiani, da Maria de’ Medici ad Anna d’Austria, da Richelieu a Mazzarino, dalla Montespan alla Pompadour.

Spesso Gadda fa parlare storici e memorialisti, come Michelet o Saint-Simon, intervenendo solo per fare brevi commenti, ma prende anche in mano il filo della narrazione, utilizzando un tono via via fintamente serioso e sentenzioso, o viceversa apertamente ironico, gustosissimo da leggere anche grazie a trovate linguistiche che (mi dicono) dovrebbero essere proprie di quest’autore, che amava sperimentare con l’italiano (se non sbaglio?).

In questa sequela di aneddoti e scenette, spesso ridicole, eccessive, crudeli, sembra che teste coronate e principi del sangue siano tanti burattini su un palcoscenico, appartenenti a un mondo irreale e strano. Forse è per questo che fra tutte spicca quella che meno si presta allo scherzo, la descrizione dell’agonia di Luigi XIII, perché vediamo finalmente una persona spogliata dalla regalità, sola, più “comprensibile” e “vicina”. Si legge in fretta e, per chi ama immaginarsi la vita freneticamente inoperosa di Versailles, è molto gradevole.

Carlo Emilio Gadda, I Luigi di Francia, voto = 3/5
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