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Le parole di Malinche

8 marzo, invece di andare a vedere lo spogliarello maschile ho deciso di iniziare la biografia di una celebre donna della storia, “celebre” e allo stesso tempo anche “misteriosa”: Malinche, la donna maya che fu interprete e amante di Hernán Cortés durante la sua conquista del Messico.

Non propriamente su questo libro ma sulla figura di Malinche lessi questo articolo su un Corriere della Sera di qualche anno fa che mi interessò all’argomento, mentre questo volumetto proviene dal bottino di un fortunato e fruttoso “setaccio” di qualche anno fa della sezione Remainders del sito IBS. Un’impresa forse disperata, scrivere la biografia di una persona su cui sono più le leggende e le voci delle notizie certe, di cui sono ignote data di nascita e data di morte e di cui, soprattutto, pur essendo passata alla Storia per la sua voce di interprete e traduttrice, non esiste neppure una registrazione di prima mano delle sue parole.

In realtà, infatti, per molte pagine il libro tratta dei viaggi dell’autrice in Messico sulle tracce di Malinche, tracce materiali che, necessariamente, non possono che essere estremamente labili e poco significative (il nome di un fiume, un giardino, una casa in cui, forse, abitò alcuni anni e che quando l’autrice la visita appare ormai radicalmente modificata), mentre più presenti le tracce nell’immaginario collettivo, che emergono dai dialoghi e dalle domande, a volte anche un po’ ingenue, che Lanyon pone ad alcuni cittadini messicani, spesso sconosciuti incontrati casualmente, in merito a questa donna. I capitoli più specificamente biografici si fondano quasi esclusivamente sui resoconti del compagno di Cortés Bernal Díaz, e comunque le fonti non sono mai citate in modo esaustivo; alle fonti di archivio si ricorre come “ultima risorsa”, di fretta (e, ormai non vale neanche più la pena di sottolinearlo, chi lavora in un archivio è indifferentemente “archivista” o “bibliotecario”). Insomma, per avere un quadro un po’ meno “impressionistico” della vicenda forse farei meglio a leggere un altro libro, magari questo (già acquistato). Ma, come primo approccio “light”, il testo della Lanyon può andare.

Più originali e interessanti sono invece le riflessioni sul ruolo “postumo” di Malinche, sull’etichetta di “traditrice” del popolo messicano che le è stata appiccicata, e perché, e sulla sua persistenza come figura importante nelle credenze popolari e nella mitologia della giovane nazione messicana. La Lanyon, dopo aver facilmente smontato l’accusa di “tradimento” (non esisteva allora alcuna identità nazionale o culturale “messicana” da proteggere, e l’odierno Messico era diviso in tanti regni: in questo senso Malinche non è più “traditrice” delle popolazioni nemiche dei culua-mexico, che sarebbe il nome corretto del popolo azteco, di Tenochtitlan che si allearono con gli spagnoli di Cortés per sconfiggere i loro rivali di sempre), sottolinea anche il periodo in cui, non casualmente, iniziò a circolare, e cioè nel periodo delle lotte indipendentiste e nazionaliste contro il dominio spagnolo, nel XIX secolo, quando era ovviamente più conveniente politicamente richiamarsi alla tradizione pre-Conquista. Interessante anche l’osservazione che l’esperienza di Malinche sarebbe stata il “prototipo” del modello di colonizzazione spagnolo, che puntò fin da subito sulla mescolanza, sul meticciato, sui matrimoni misti, differenziandosi ad es. da altri casi, come il Nordamerica dei coloni britannici e francesi, in cui invece fin dall’inizio si scelse e si praticò una netta separazione dalle popolazioni autoctone.

Qua e là spuntano dei misteriosi “francescani evangelici”, o “evangelici francescani”, e, dopo averci riflettutto, ritengo che debba trattarsi di “evangelizzatori”, altrimenti il discorso è incomprensibile. A p. 195 papa Clemente VII diventa erroneamente Clemente VIII.

Anna Lanyon, Le parole di Maliche (trad. Ira Rubini), voto = 3/5
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Il mistero della locanda Serny

Ambivalente il giudizio su questo romanzo di Marco Fabio Apolloni, Il mistero della locanda Serny, giudicato in modo molto lusinghiero in una recensione ma che ha dovuto aspettare un bel po’ di anni (è uscito nel 2003) prima che mi decidessi, abbastanza inaspettatamente, a prenderlo in prestito in biblioteca.

Ambientato a Roma nel 1839 in clima di Restaurazione e congiure carbonare, si svolge prevalentemente all’interno della locanda Serny, dove si incrociano, in modo apparentemente casuale (ma in realtà non è affatto una coincidenza), quattro personaggi, di cui due vengono identificati quasi subito (si tratta dell’illusionista Bartolomeo Bosco e della cantante Giuditta Grisi), mentre gli altri, un diplomatico francese e un letterato russo, rimangono senza nome fino alla rivelazione finale, e quindi non li starò a dire io ora (sono riuscita, un po’ a intuito, a indovinare chi fosse il francese, mentre col russo mi sono dovuta arrendere).

Giudizio ambivalente, dicevo. Prima i pregi. La ricostruzione degli ambienti e del linguaggio è praticamente perfetta: dialoghi cesellati con un’eleganza unica e informazioni storiche che vengono trasmesse senza pesantezza, pedanteria, senza far capire che sono messe là per far vedere che l’autore “ha studiato”. All’inizio non è facilissimo farsi coinvolgere nella storia, ma poi, con un po’ di pazienza, la prima parte del romanzo ripaga ampiamente della fatica: è un caleidoscopio di storie, racconti e invenzioni, che virano sul gotico, narrate a turno dai vari personaggi, che dimostrano un grande estro inventivo dell’autore e una grande capacità mimetica nel fingersi autenticamente “antiche”, che si intersecano meravigliosamente tra loro e riaffiorano, nel corso della narrazione, in modi inaspettati. C’è anche una godibilissima digressione ambientata nel mondo dell’opera dell’Ottocento, tra cantanti, impresari, rivalità e gelosie. Bellissima anche la storia ambientata nel Seicento, tra leggende agiografiche apocrife, potenti cardinali della famiglia Barberini, miracoli e fantasmi.

Peccato però che il piacere della lettura sia in qualche modo “rovinato” col prosieguo del libro. Intanto, bisogna dire che tutto il romanzo è costruito sulle voci, sui discorsi diretti e sui pensieri dei quattro protagonisti: questo vuol dire che manca totalmente la figura del narratore. Questo è simpatico per pochi capitoli, diventa estremamente stancante se la cosa si protrae per 281 pagine. Ma, poi, l’autore esagera nel mettere in bocca ai suoi eroi “profezie” sulla storia europea di là da venire, fino al delirio finale che non posso rivelare. Inoltre, tra spionaggio internazionale, congiure, doppi giochi, manovre finanziarie, il problema vero è che la soluzione del “mistero” mi è riuscita pressocché incomprensibile, e quindi, visto che non ci capivo nulla, è stata una pena trascinarmi per le ultime, irritanti, pagine. Peccato.

Marco Fabio Apolloni, Il mistero della locanda Serny, voto = 3/5*
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

* Voto aumentato da 2,5 a 3: vedere qui perché (il post scriptum)

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