I Beati Paoli

Quest’oggi ho finito di leggere il feuilleton I Beati Paoli, di Luigi Natoli, che per la prima volta aveva attirato la mia attenzione nel 2004 grazie a un invitante articolo apparso sul Corriere della Sera. Ho resistito a lungo, mi dicevo che a me, che detesto le storie scontate e stereotipate, non sarebbe mai piaciuto un romanzone d’appendice con i “buoni” contro i “cattivi”, poi però ho ceduto, complice anche il fatto che l’ho trovato in offerta su IBS. Uno dei pochi libri che ho letto pochi giorni dopo averlo acquistato.

Si è rivelata una lettura assolutamente affascinante: più di 800 pagine, e scritte a caratteri piccoli piccoli, ma quasi non si riesce a interrompere, una volta iniziato! E anzi, dirò di più, questo è uno dei pochi romanzi che abbia letto in cui vai avanti e ti dici “oh, sono già a pagina 400? Fra solo altre 400 pagine finisce!!”. Impossibile, ora, riassumere qui la trama! Se siete interessati, leggete la voce di Wikipedia che ho creato io: ci metterete un po’, ma merita.
Intendiamoci, è un romanzo d’appendice, non un capolavoro della nostra letteratura, le psicologie sono per lo più tagliate con l’accetta, l’eroe, buono, bello e valoroso, arriva sempre casualmente giusto in tempo per salvare la fanciulla in pericolo, le eroine sono sempre “bellissime”, gli amori scoccano al primo sguardo e sono travolgenti e assoluti, alcune evoluzioni nella caratterizzazione dei personaggi sono a dir poco incoerenti e bizzarre (vedi alla voce “Emanuele”), ma è talmente alto il ritmo (ma non affrettato, come invece era il caso del brutto Tortuga: e ti credo comunque, con più di 800 pagine a disposizione!), le situazioni sono così varie e appassionanti, i personaggi così numerosi e, soprattutto, i dettagli e il contesto storico tratteggiati con tale cura, che si è disposti a chiudere un occhio sulle ingenuità e a lasciarsi trasportare dalla storia. D’altronde, non vai a cercare la sottigliezza psicologica in questo tipo di romanzi, sai in partenza quello che ti possono offrire, e cioè divertimento “puro”. È un po’ il piacere “inconfessabile” ma in fondo innocente di guardarsi avidamente le telenovele più sceme.

Come avviene sempre, almeno per quanto mi riguarda, ma specialmente in queste opere in cui i buoni sono veramente e indiscutibilmente buoni, e i cattivi al 100% cattivi, questi ultimi sono molto più fascinosi e interessanti. Infatti, più che Blasco da Castiglione, bellissimo, buono, onesto, coraggioso, virile, fortissimo, abilissimo (nei combattimenti, da solo contro 3, 4, 5 avversari, ha sempre la meglio lui!) e chi più ne ha più ne metta, o l’insopportabile Violante, bellissima, buonissima, innocente, pura, un angelo in terra, molto meglio quella matta isterica e gelosa di Gabriella ma, soprattutto, i miei idoli erano il duca Raimondo della Motta e lo sbirro Matteo Lo Vecchio. Psicologicamente, non è che fossero caratterizzati molto meglio dell’eroe: cattivi, cattivissimi, neanche uno sprazzo di bontà fino all’ultimo, o quasi, ma vuoi mettere quanto erano più sexy e divertenti da leggere? A dire il vero, neanche il povero Blasco si può definire odioso, ma era troppo programmaticamente perfetto per riuscirmi simpatico. SPOILER!!!! Non c’è bisogno di aggiungere che tutti i personaggi che mi piacevano hanno fatto una brutta fine. FINE SPOILER

Non do il massimo dei voti perché la quarta e ultima parte del romanzo non è all’altezza delle precedenti (e per forza! dopo l’uscita di scena di ***), la tiritera del triangolo amoroso (lui combattuto fra le due donne diversissime fra loro, l’una angelica e pura, l’altra passionale e sensuale) e dell’eroe che rinuncia nobilmente al grande amore che però non riesce mai a dimenticare aveva veramente stancato, e la necessità di trovare alla bell’e meglio un sostituto per il cattivo ha portato a un’evoluzione di un personaggio abbastanza ridicola.

Precedono il romanzo due saggi introduttivi, l’uno di Umberto Eco, l’altro di Rosario La Duca: quello di Eco è interessante, ma ho fatto bene a leggerlo solo alla fine, perché, sebbene non molto, qualcosa della trama lo svela. Ciò che appesantisce un po’ la lettura sono le note al testo, che nel 90% dei casi si riferiscono alla toponomastica di Palermo, ai luoghi nominati nel romanzo, al nome o alla destinazione attuale di vie, piazze, palazzi, ex conventi, etc., tutte cose buone e giuste, per carità, e che dimostrano un grande lavoro di ricerca erudita di autore e curatori, ma che magari non mi interessavano granché e mi costringevano a interrompere la lettura con una certa frequenza.

Luigi Natoli, I Beati Paoli, voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

1 Commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana, Wikipedia

Una risposta a “I Beati Paoli

  1. Ho imparato una cosa che non sapevo, e cioè che Matteo Lo Vecchio non è un personaggio di fantasia ma è realmente esistito, così come vero è il racconto della sua terribile fine. Mi aveva incuriosita il già citato articolo del Corsera e sono andata a leggermi il mini saggio di L. Sciascia Una rosa per Matteo Lo Vecchio, contenuto in La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Adelphi, 1991, pp. 66-70.

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