Archivi tag: sogg_storia francese

Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…

Preso in biblioteca, dove ero andata per cercare Ossa nel deserto, d’impulso, naturalmente attirata dal titolo choc.
Il saggio ha per oggetto un caso giudiziario ritrovato negli archivi, un caso clamoroso per la ricchezza e la completezza della documentazione ma che, tutto sommato, attirò l’opinione pubblica solo brevemente, e finì dimenticato. Michel Foucault lo usò per un seminario al Collège de France nel 1973, il cui risultato è questo libro, diviso in due parti: la prima è l’edizione di tutti i documenti del processo, la seconda contiene dei brevi saggi di analisi di Foucault e dei suoi allievi.

Siamo nel Calvados, nella Francia del nord, nel giugno 1835: Pierre Rivière, contadino, vent’anni, massacra a coltellate la madre, la sorella diciottenne e il fratello di soli sette anni, affermando di voler “liberare il padre”, e fugge nei boschi. Viene aperta un’inchiesta, vengono ascoltati i primi testimoni, che subito riferiscono del carattere cupo e solitario del giovane, delle sue presunte “stranezze”, della sua generale fama di “idiota”, mentre si cerca in ogni dove il fuggitivo. Circa un mese dopo, Rivière viene identificato e arrestato; in un primo momento, risponde agli interrogatori in modo delirante, affermando di aver ucciso i familiari perché gliel’ha ordinato Dio in una visione. Successivamente, però, prende la penna e realizza una lunghissima, dettagliatissima memoria (le cui primissime righe, “Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…”, sono proprio il titolo del libro), sorprendente per un contadino che afferma di sapere appena leggere e scrivere e che era da tutti considerato scemo o mezzo matto, in cui racconta nel dettaglio le sue motivazioni. Racconta di una situazione familiare disastrata, del padre che, a suo dire, da anni era ingiustamente vessato e perseguitato dalla moglie, madre di Pierre, donna cattiva, egoista, meschina, avida e prepotente. Un racconto penoso, fra liti per motivi economici, la morte di un altro fratellino, riportato con estrema vivezza (i curatori dell’edizione hanno mantenuto la struttura, l’ortografia e la punteggiatura dell’originale, e allo stesso criterio si sono conformati i traduttori italiani) e stupefacente precisione di dettagli, in cui protagonista, più che Pierre testimone della rovina della sua famiglia, emerge suo padre, una specie di Giobbe ignaro che sta per accadergli ben di peggio. Affezionatissimo al padre, Pierre finisce per convinversi di doverlo liberare della donna che gli sta rovinando la vita, della sorella, sua alleata, e nel suo delirio progetta di uccidere anche il fratellino, perché amava la mamma e perché, poiché il padre lo aveva caro, ucciderlo avrebbe spento qualsiasi residuo di amore che il genitore poteva provare per lui, Pierre, e quindi evitare che soffrisse quando Pierre, votato al martirio per lui, sarebbe stato condannato a morte per il crimine compiuto. Il massacro in sé è trattato da Pierre in poche righe, e segue il racconto del suo peregrinare nei boschi, la realizzazione di quel che ha fatto, la disperazione, i tentativi di suicidio, i propositi di consegnarsi alla giustizia, l’indecisione, i tentativi di farsi passare per pazzo una volta arrestato.
Seguono, nel dossier, gli atti del processo, in cui la questione centrale fu stabilire se Pierre Rivière fosse sano di mente o pazzo, e quindi potesse essere responsabile delle sue azioni o no. Solo da pochi anni, infatti, in Francia erano state introdotte le circostanze attenuanti e la valutazione sullo stato mentale dell’imputato: al caso si interessarono dunque i più eminenti specialisti del tempo di una branca della medicina relativamente nuova, la psichiatria: chiaramente la memoria di Rivière e le testimonianze vennero usate per giungere a interpretazioni diametralmente opposte: i giudici cercarono di trovarvi la prova della sua normalità, i medici della sua follia. Il processo si concluse con una condanna a morte (novembre 1835), anche se nella sentenza la giuria non poté trattenersi dall’esprimere qualche dubbio: decisivo fu l’intervento di un gruppo di eminenti e influenti medici, che portarono alla concessione della grazia e alla commutazione della pena nel carcere a vita. La conclusione di questa cupa vicenda è però altrettanto dolorosa: Pierre Rivière si suicidò nella sua cella nel 1840.

Come “confessano” anche i curatori, gli atti del processo e soprattutto, naturalmente, la Memoria hanno una “bellezza” sinistra talmente potente, un “gusto” narrativo che la lettura scorre rapida, come un romanzo nero che precipita inesorabile nella catastrofe. Come ho già detto, per tutto il tempo nella mia mente non c’era tanto Pierre Rivière, sebbene fin dal titolo (“Io, Pierre Rivière…”) i curatori vogliano metterlo con forza al centro del discorso, quanto suo padre. Ma non è solo la memoria, che pure è il documento più sconvolgente, a stregare il lettore contemporaneo, anche le testimonianze degli abitanti del villaggio, con i loro racconti terrorizzati, malevoli, dubbiosi, sconvolti, i ritagli di stampa, il dossier con le differenti ipotesi sulla follia o sulla lucidità dell’imputato contribuiscono a creare questo “miracolo” archivistico. Proprio una “bella” (bella? Tragica, emozionante, dolorosa, spaventosa) lettura, nella prima parte. E la seconda parte?

La seconda parte, con i saggi di Michel Foucault e dei suoi allievi, è incomprensibile. Forse due contributi si salvano, quello di Blandine Barret-Kriegel sull’accostamento parricidio-regicidio e quello di Robert Castel sulle diverse conclusioni tratte dalla Memoria dai giudici e dai medici. Del resto, non c’ho capito niente. E dire che non vedevo l’ora di leggere la ricchezza delle interpretazioni e delle suggestioni che un documento tanto originale e tanto prezioso poteva donare. Delusione tremenda, tanto più che il documento che precedeva offriva tantissimi spunti all’analisi. Questo mi preoccupa perché avevo intenzione di leggere un altro libro di Foucault, Sorvegliare e punire: se è scritto allo stesso modo, sarà una fatica sprecata.

Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, a cura di Michel Foucault (trad. Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino), voto = 2,5/5

Annunci

3 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia contemporanea

Anche il Re Sole sorge al mattino

In realtà io volevo comprare La giornata di Luigi XIV, di Béatrix Saule (Sellerio), ma non si trovava. Allora ho preso questo, perché “sarà uguale”, mi sono detta. Beh, non proprio, perché mentre il libro della Saule descrive, momento per momento, una giornata in particolare della vita del sovrano, e precisamente il 16 novembre 1700, qui ci viene presentata la sua “giornata-tipo”, quindi tutte e nessuna.

Fino a qualche tempo, non mancavo mai di visitare, ove ve ne fosse una, le “reggie”: e così ho visto Versailles, Sans-Souci (Potsdam), la Residenz (Monaco), lo Schönbrunn (Vienna), Holyrood (Edimburgo), e forse qualche altro che non ricordo. Tempo fa qualcuno (mia madre? mio fratello?) mi ha fatto notare che alla fine si somigliano tutte. In effetti, non è un’osservazione del tutto sbagliata: molto spesso si finisce per vedere una serie di stanze per lo più semivuote, e non è facile farsi un’idea di come dovevano essere quelle stanze vissute e abitate e animate dalla folla di gente della corte. Naturalmente, si potrebbero fare tanti esempi di opere di finzione ambientate negli ambienti di corte, che riportano dunque quelle stanze “alla vita”: visto l’argomento di questo libro, mi viene in mente quello del film Vatel (2000): lo andai a vedere principalmente per Tim Roth, tutti lo stroncarono e probabilmente a ragione (forse aveva un tono “moralisteggiante” e antistorico), ricordo però che a me piacquero le scene della “vita di corte” (c’era Luigi XIV, ma non era Versailles). Spesso però le ricostruzioni sono belle da vedere ma trascurano, per semplicità ed esigenze di copione, tanti dettagli, non riescono a dare un’idea delle formalità e delle etichette. Questo breve libro, molto gradevole da leggere, ne dà invece un’idea: dalle sette di mattina fino a mezzanotte, assistiamo al lever del Re Sole, scena ormai famosissima, la vestizione, la rasatura e la pettinatura, con la posa dell’inconfondibile parrucca, la Messa quotidiana, il pranzo, la caccia, il ballo o gli altri divertimenti serali, la buonanotte.

Ancora una volta si può constatare quanto il XVIII secolo abbia costituito un punto di cesura e quanto del nostro gusto e dei nostri schemi mentali risalga a quell’epoca. Tante delle cose che il XVII secolo accettava come ovvie, siamo oggi portati a considerarle assurde o quanto meno incomprensibili se applichiamo la nostra scala di valori: l’indeterminatezza del confine tra privato e pubblico, l’affettazione come qualità e non come difetto, la “rappresentazione” di se stessi, il diverso concetto dell’individuo e dell’individualità in una società che invece valorizzava di più l’appartenenza a una categoria, a una discendenza ben definita (l’essere “figlio di”: figlio di re, e “nato per esserlo”, come si autodefinisce lo stesso Luigi XIV nelle sue memorie, ma anche figlio del Primo cameriere e, per certi versi, ugualmente “nato per esserlo”, visto che la mansione spesso veniva tramandata di generazione in generazione). Vengono smontati alcuni luoghi comuni o immagini cristallizzate, come l’associazione “automatica” della figura di Luigi XIV a Versailles: in realtà il re visse stabilmente in quella reggia solo nell’ultimo periodo del suo lungo regno, e a lungo proseguì la secolare tradizione dei sovrani francesi di tenere una corte itinerante e quasi sempre in viaggio. L’autore “tradisce” il suo interesse accademico per il teatro di prosa e il teatro musicale con l’ampio spazio dedicato alla figura di Molière (che fu, oltre che drammaturgo, cameriere-tappezziere del re: cioè rifaceva il letto del re ogni mattina), ai paralleli fra i personaggi e le scene della corte e alcuni passaggi delle sue opere, ai balli di corte e al ruolo che Luigi XIV vi svolgeva. Bella anche la Prefazione di Giuliano Ferrara.

Interessanti i paragoni (già notati all’epoca: anzi, il paragone lo fa proprio Luigi nelle sue memorie) tra due diverse concezioni dell’autorità regia: ad alcuni paesi (sottinteso chiaramente la Spagna) in cui l’autorità del re è tanto più grande e “terribile” quanto meno egli si mostra ai suoi sudditi, si contrappone la Francia, in cui invece il re è accessibile, esposto quotidianamente (e quasi costantemente) allo sguardo dei suoi sudditi, e teoricamente tutti possono avvicinarlo (quando il re rientrava al Louvre dopo aver assistito alla messa nell’adiacente chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois, quello era il momento in cui chiunque poteva fermarlo con richieste, petizioni, ecc.).

Purtroppo verso la fine l’autore si “distrae” e abbandona un po’ la struttura a mo’ di cronaca ora per ora della giornata-tipo del re, per mettersi a parlare (ancora!) della celebre sequenza di amanti reali (La Vallière-Montespan-Maintenon) che è già vista e rivista. Di conseguenza le ore serali sono trattate in modo un po’ affrettato (ma d’altra parte sono anche quelle più libere e meno regolamentate). Meno dettagliate anche le ore della mattina dedicate alle riunioni del re con i ministri: facile capire perché, avvenivano a porte chiuse e quindi non sono molti i resoconti, peccato, potevano essere utili a correggere un’immagine un po’ “frivola” che potremmo essere tentati di associare a Luigi XIV.

Philippe Beaussant, Anche il Re Sole sorge al mattino (trad. Laura Pugno), voto = 3,5/5

3 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

Ci rivediamo lassù

Progetto prima guerra mondiale: parte 1
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzioneI fogli del capitano Michel, Scritture di guerra

Ho scoperto questo romanzo mesi prima che uscisse in Italia, grazie a questo articolo del Corriere della Sera del 5 novembre 2013, che riferiva della sua vittoria al Prix Goncourt: mi incuriosì subito, e da allora aspettai impaziente la data della pubblicazione nel nostro paese, 28 gennaio, nonché il momento in cui l’avrei trovato disponibile usato (non so quanti ordini sul sito Libraccio andati a vuoto ho fatto, prima di trovare finalmente un venditore su Comprovendolibri.com!). Insomma, un altro libro che desideravo tantissimo, e mi accorgo che, quando inizio una recensione così, in genere la conclusione è sempre che le attese sono andate deluse (un esempio estremo? La svastica sul sole). Per fortuna, stavolta è andata diversamente. (Tra parentesi, segnalo anche, sempre sul Corriere della Sera, la recensione apparsa il 24 gennaio 2014).

In effetti, pur essendo la prima “puntata” del “progetto prima guerra mondiale”, si comincia dalla fine, perché questo romanzo prende avvio nei primissimi giorni del novembre 1918, con l’armistizio ormai alle porte, e affronta più che altro le conseguenze della guerra e i suoi effetti crudelissimi e diversissimi sui destini individuali.

Durante un insensato attacco a una posizione assolutamente inutile per le sorti complessive del conflitto, che serve solo a far guadagnare una promozione in extremis all’ufficiale di comando, tre uomini diversissimi sono protagonisti di un episodio che cambia per sempre le loro vite: Henri d’Aulnay-Pradelle è il tenente che ha ordinato l’attacco, approfittando di un pretesto che non ha esitato a creare ad arte; il soldato Albert Maillard lo scopre, ma rischia di venire eliminato in modo orribile quale scomodo testimone, se non fosse per l’intervento del commilitone Édouard Péricourt, che però, proprio per essere intervenuto generosamente a salvare Maillard, viene colpito e rimane orrendamente sfigurato.

Seguono l’armistizio, la smobilitazione, il trionfo personale e l’ascesa sociale dello spudorato e fortunato Pradelle, da un lato, lo stringersi di un profondo legame fra i due soldati, la straziante riabilitazione di Édouard e il ritorno alla “vita” civile (Édouard, in rotta col padre, e ormai convinto di non poter mai più condurre un’esistenza normale a causa della sua condizione, con l’aiuto di Albert assume l’identità di un soldato morto), il trauma che ha scavato una traccia indelebile nella psiche di Albert, la disoccupazione e la povertà e il senso di abbandono, dall’altro.

Sapevo naturalmente del disastro totale in cui piombò la Germania sconfitta, il senso di umiliazione e frustrazione, la “pugnalata alle spalle”, l’economia a pezzi, l’estremismo che cominciò a farsi strada nella vita politica. Questo libro fa vedere che anche nella Francia vittoriosa le cose, per i reduci, non andarono affatto meglio, con la beffa aggiuntiva della retorica parolaia dell’eterna gratitudine della Patria per i suoi “eroi”: invece, gli “eroi” finiscono per essere considerati ben presto un peso e faticano a ricostruirsi una vita.

Imprevedibilmente, le vite dei tre personaggi principali, e di altri a loro legati, rimangono connesse anche dopo la guerra, anche se per lo più a distanza. Édouard, che ha sempre avuto un temperamento più eccentrico e da “artista”, cui ora aggiunge un desiderio di rivalsa verso l’establishment che ha causato la guerra, e il più timido e riluttante Albert architettano un’elaborata truffa, mettendo su una società fantasma per vedere finti monumenti commemorativi ai comuni francesi: uno di questi verrà finanziato proprio dal padre di Édouard! Ma siamo già a metà romanzo, e intanto la parte più interessante del libro, secondo me, era già in moto da tempo: si tratta infatti dell’apparentemente inarrestabile corsa verso il successo e la ricchezza del personaggio di Pradelle, il quale, sfruttando i legami familiari, una pratica sistematica di intimidazione e corruzione, il proprio carisma personale e la propria ambizione quasi “ferina”, ostendando una scandalosa indifferenza verso qualsiasi legge dello Stato o senso del pudore e il convincimento pacifico della propria impunità e inattaccabilità, si è aggiudicato l’enorme business, finanziato dallo Stato, della riesumazione delle centinaia di migliaia di corpi di soldati francesi caduti nei vari teatri di guerra e la costruzione di imponenti cimiteri militari. Compito che egli, ovviamente, esegue e fa eseguire avendo come unico scopo la massimizzazione dei guadagni, e quindi scegliendo il legno più scadente per le bare, che per risparmiare vengono costruite di misura troppo piccola, riesumazioni fatte con la più scandalosa fretta e noncuranza, senza alcuna cura nel tentare di identificare i cadaveri… e così via, in una girandola di scene sempre più macabre e sconcertanti. Questo personaggio, sostanzialmente, incarna il peggio del peggio, quasi con voluttà e senza alcuna sfumatura, e tuttavia, pur riuscendo talvolta esagerato e parossistico, forse proprio per questo è efficace nel rendere non tanto una psicologia individuale, quanto un generale “tipo” che pure vediamo in azione direi quotidianamente anche oggi (è uno dei motivi per cui il suo crollo finale e la sua sconfitta rovinosa mi sono sembrati troppo “perfetti”, quasi un voler compensare con la fantasia ciò che nella realtà avviene di rado). Tra l’altro, mentre la truffa dei monumenti ideata da Édouard e Albert è inventata, lo scandalo delle speculazioni selvagge nell’appalto governativo per i cimiteri militari di cui è al centro Pradelle si basa su fatti realmente accaduti.

Il libro non si esaurisce, comunque, col racconto di questa colossale impresa criminosa: molto belle le pagine dedicate alla coppia di amici, uniti da un legame intensissimo e allo stesso tempo vissuto talvolta come una catena o una condanna (infatti, se Édouard non può impedirsi di pensare che salvare la vita ad Albert è stato la causa della sua disgrazia, anche Albert ora si ritrova a doversi occupare di un invalido permanente, dipendente dalla morfina, praticamente uscito di senno), ma comunque sincero e unica vera ancora di salvezza per entrambi, insomma tante componenti che si intrecciano l’una all’altra e rendono questa amicizia profondamente toccante, così come le pagine che analizzano il dolore tutto privato e “nascosto” di un uomo apparentemente tanto severo e insensibile come il padre di Édouard (che, ricordo, è convinto che il figlio sia morto).

Soprattutto nei primi capitoli, la voce del narratore ricorda un po’ quella di… abbiate pazienza, Faber (sì, sto ancora citando Il petalo cremisi e il bianco: da quando ho spostato il blog su WordPress, ho preso l’abitudine di cancellare i “pingback” a precedenti post, quando si trattava di collegamenti interni messi da me: non so perché poi, mi erano sembrati inutili, e invece sono preziosi per seguire tutti i rimandi e le autocitazioni nel blog… Comunque, se non li avessi cancellati, quel post ne avrebbe decine!). La ricorda per il suo “coinvolgimento” diretto e quella sensazione che stia parlando proprio a te. Non ha, naturalmente, la finezza dell’originale, e rischia spesso di apparire verboso, dà una marea di informazioni, pure troppe, e tutte insieme, sulla backstory dei personaggi. Questa impostazione però man mano diventa più sfumata, fino ad arrivare a un più “classico” narratore onnisciente, e forse è un bene.

Fino a 30 pagine dalla fine gli avrei dato 4 “stelle” sicure: peccato il finale, mi è sembrato un po’ “moscio”, un po’ troppo “pulito”, “lineare”, il che, in una storia di truffe e imbrogli, mi ha lasciato un po’ perplessa: che fine ha fatto la cattiveria del resto del romanzo (vedi anche ciò che dico più sopra a proposito del personaggio di Pradelle)? Credevo che si stesse via via preparando il terreno per far convergere tutti i protagonisti in un unico posto per il confronto finale, e invece no; forse sono “vittima” del gusto per i finali “esplosivi” di film/telefilm: d’altra parte Lemaitre è autore anche di un popolare thriller, Alex, quindi non dovrebbe neanche “schifare” a priori il buon vecchio finale “a sorpresa”/”col botto”. E poi in generale non amo molto quel tipo di epilogo in cui l’autore traccia tutta la storia futura dei suoi personaggi (“Tizio fece questo e questo … morì nel 1961 … Caio si sposò etc etc … morì nel 1952”, quelle cose così), mi rovinano la possibilità di immaginare un mio “futuro alternativo” (poi lo faccio lo stesso, ovvio, ma ho più l’impressione di “barare”).

Non capisco molto la scelta dell’immagine per la copertina italiana, con i due uomini stravaccati ai giardini: è una foto di Herbert Tobias, Untitled (Jardin du Luxembourg), 1952. Sì, raffigura due uomini, forse due amici, è l’unico collegamento (oltre a Parigi) che riesco a trovare col libro: ma, a parte che è appunto una fotografia molto più tarda, mi sembra che dia un’idea di serenità, relax e riposo che è alquanto lontana dall’atmosfera di questo romanzo.

Sul tema dei cimiteri militari, dei monumenti commemorativi e del culto dei caduti, posso consigliare il saggio Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, di George L. Mosse (Laterza): lo studiai per l’esame di storia contemporanea, ora il ricordo è un po’… vago, ma era interessante (però, bel consiglio!).

Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù (trad. Stefania Ricciardi), voto = 3,5/5

4 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa in lingua francese

Così parlò Ménétra

Io e Jacques-Louis Ménétra, un vetraio parigino vissuto nel XVIII secolo, ci siamo incontrati per la prima volta nel 2001, sulle pagine del terzo volume dell’opera Vita privata: quel libro l’ho letto dall’inizio alla fine solo nel 2010, ma già subito dopo l’acquisto ero talmente “innamorata” di quei volumetti dal ricco apparato di immagini e che promettevano di essere tanto interessanti, che ero solita sfogliarli e leggiucchiarvi qua e là. Insomma è da lì che ho sentito parlare per la prima volta di Samuel Pepys e, appunto, di Ménétra*, perché entrambi furono autori di due diari intimi (ecco perché la loro presenza in un saggio dedicato alla storia della vita privata): disperavo di trovare mai un’edizione italiana del suo Diario, e invece l’ho acquistata qualche anno fa per corrispondenza dalla Libreria Chiari di Firenze (vende libri rari ed esauriti, una volta avevano anche un sito, ora non riesco più ad aprirlo e questo mi lascia un po’ inquieta sulla sorte di questa libreria).

Se quello di Pepys è molto più famoso, il Diario dell’oscuro vetraio di Parigi è molto più “straordinario”, perché scritto da un esponente di una categoria, quella degli artigiani e del popolo minuto, che raramente prendeva la penna in mano, e mai per raccontarsi. E invece Ménétra, verso la fine della sua vita (nel 1802?), non si capisce bene per quale pubblico, mette nero su bianco, pagina dopo pagina (a quanto pare, deve essere stata un’impresa decifrare il manoscritto, col testo tutto di seguito, non sempre in un francese corretto, senza paragrafi e senza punteggiatura!), la sua vita, le sue esperienze, i suoi viaggi in giro per la Francia ad imparare il mestiere, i suoi amori, il suo matrimonio, la sua famiglia.

Insomma, la sua biografia per mille aspetti non ha nulla di eccezionale, ma Ménétra un po’ “speciale” lo è davvero, per questo documento particolarissimo che ci ha lasciato, così come tanti altri suoi abbozzi di scritti/trattati/riflessioni su vari argomenti, ritrovati fortunosamente dallo storico Daniel Roche. Come quest’ultimo dice nell’Introduzione, all’epoca non doveva essere un gesto banale, per questa categoria di persone, anche dal punto di vista strettamente materiale, prendersi così tanto tempo per sé, per questo lavoro di memoria e autoanalisi, e per l’impresa non indifferente di metterlo per iscritto con ammirabile costanza. Di nuovo si affaccia il grande dubbio insolubile dello storico: quella di Ménétra è l’eccezione fortunosamente giunta fino a noi, o la punta di un iceberg di chissà quante altre testimonianze andate irrimediabilmente perdute?

In questo volume si trova l’edizione integrale del solo Diario, non degli altri scritti sulla religione, sulla Rivoluzione, sulla politica, eccetera. Non dirò che si tratta di una lettura “scorrevole” perché in effetti gli episodi e gli aneddoti narrati da Ménétra sono affastellati uno dietro l’altro, non connessi fra loro, inconcludenti o scritti in modo talmente ellittico da essere talvolta incomprensibili, e quindi il piacere “superficiale” che si ricava da questo libro, più che il gusto della narrazione di “una vita”, sono questi rapidissimi quadretti o scenette, di volta in volta ironici, divertenti o oltraggiosi: è consigliabile leggere un po’, fermarsi e poi riprendere, altrimenti si rischia di non cogliere nulla in mezzo a un guazzabuglio da cui si esce sopraffatti. Confesso che, stuzzicata dai passi antologizzati nel volume sulla vita privata, mi aspettavo un “racconto” più accattivante, e non una lunga carrellata di scappatelle e avventure erotiche spesso fra loro sempre uguali e un po’ confuse; non è neppure che Ménétra ne esca sempre in un’ottima luce (si fa voler bene e sa sedurre il suo pubblico, è una natura vitalissima, allegro, sempre attivo, non sta mai fermo, curioso, intelligente, ma ad esempio tratta le sue numerose donne in modo orribile: le inganna, le abbandona, le prende, qualcuna anche a forza e le getta via). Insomma, Jacques-Louis non è granché come scrittore, ma come sempre in questo tipo di letture è più affascinante, almeno per lo storico, cogliere il “contorno” e il non detto, più il significato palese dei testi. Ad esempio, quello che colpisce, al di là delle onnipresenti avventure erotiche, è la sensazione di una certa “brutalità” nei rapporti interpersonali, anche fra familiari e parenti prossimi; oppure un aspetto che non credevo mi avrebbe tanto interessanto, e cioè il mondo del lavoro e delle corporazioni artigiane e le loro regole; si colgono qua e là importanti segnali sulla cultura di Ménétra, sui testi su cui si è fondata la sua formazione, ma anche sulla sua insospettabile indipendenza di pensiero, sulla sua religiosità personale e la sua visione del mondo. Interessanti, infine, le pagine dedicate al periodo della Rivoluzione, non tanto per gli eventi narrati, per me confusissimi, quanto per l’atmosfera di costante tensione e agitazione che lasciano trasparire, specie negli anni del Terrore.

Dopo la lettura interessante ma difficoltosa del Diario vero e proprio, contavo molto sul saggio conclusivo del curatore, Daniel Roche, per avere un aiuto nell’analisi: ebbene, purtroppo sono rimasta un po’ delusa (se si escludono i passi dedicati ai temi che accennavo sopra). Tanto fumo e poco arrosto, per sintetizzare tutto con un’espressione sbrigativa. Così come l’introduzione, lo stile mi è sembrato ellittico, poco chiaro, “impressionistico”, forniva qua e là delle pennellate di colore ma poca “sostanza”. Dall’alto della mia autorità, pari allo zero assoluto, mi azzardo a criticare Roche, che sicuramente sarà un accademico rispettatissimo in Francia, dicendo che, come sempre in questo tipo di fonti, c’è il rischio di “assolutizzare” una testimonianza che è a suo modo unica e “speciale”, o al contrario di limitarsi a trovarvi semplicemente conferme di notizie ricavate altrimenti e che, bene o male, come dire, si sapevano. Inoltre, ma di questo non posso “incolpare” Roche, o non solo lui, i riferimenti ai passi del Diario in nota rimandavano alle carte del manoscritto, non ai numeri di pagina dell’edizione: a che serve? Se voglio ritrovare il brano che viene citato, oltre tutto in un testo come questo, senza divisione in capitoli o paragrafi, non è che posso ogni volta andare a Parigi a consultare l’originale (come mi disse il professore al momento di pubblicare la mia tesi, che era anch’essa l’edizione di un manoscritto, perché avevo fatto proprio quest’errore, “allora che la facciamo a fare, l’edizione?”).

Così parlò Ménétra, a cura di Daniel Roche (trad. Lorenzo Bianchi), voto = 3/5
Per acquistarlo on line

* Ero più che convinta, poi, che il nome di Ménétra ricomparisse in un passo di un bel libro di Giovanni Ricci, Il principe e la morte (il Mulino, 1998), quando parla dell’esumazione delle salme dei re di Francia sepolti a Saint-Denis da parte del popolo parigino nel 1793 (pp. 65-66), ma ho ricontrollato in questi giorni e ho scoperto che invece ricordavo male.

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

I Luigi di Francia

Questo libro, visto nella libreria di un’amica di Goodreads, fa parte della produzione “minore” di Gadda, scrittore di cui ho molto sentito parlare, ma che non avevo mai letto finora.

In questa operetta (pubblicata nel 1965) sono narrate brevemente le gesta di tre fra i più famosi sovrani francesi di nome Luigi, e cioè Luigi XIII (1610-1643), Luigi XIV (1643-1715) e Luigi XV (1715-1774), e naturalmente accanto a loro tutta una serie di regine, ministri, principi, amanti, cortigiani, da Maria de’ Medici ad Anna d’Austria, da Richelieu a Mazzarino, dalla Montespan alla Pompadour.

Spesso Gadda fa parlare storici e memorialisti, come Michelet o Saint-Simon, intervenendo solo per fare brevi commenti, ma prende anche in mano il filo della narrazione, utilizzando un tono via via fintamente serioso e sentenzioso, o viceversa apertamente ironico, gustosissimo da leggere anche grazie a trovate linguistiche che (mi dicono) dovrebbero essere proprie di quest’autore, che amava sperimentare con l’italiano (se non sbaglio?).

In questa sequela di aneddoti e scenette, spesso ridicole, eccessive, crudeli, sembra che teste coronate e principi del sangue siano tanti burattini su un palcoscenico, appartenenti a un mondo irreale e strano. Forse è per questo che fra tutte spicca quella che meno si presta allo scherzo, la descrizione dell’agonia di Luigi XIII, perché vediamo finalmente una persona spogliata dalla regalità, sola, più “comprensibile” e “vicina”. Si legge in fretta e, per chi ama immaginarsi la vita freneticamente inoperosa di Versailles, è molto gradevole.

Carlo Emilio Gadda, I Luigi di Francia, voto = 3/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

Monsieur d’Eon è una donna

Un aprile ben misero, in quanto a letture: sono stata distratta da questo e da quello, e ho impiegato un mese per finire “appena” due libri, e temo anche di non aver dedicato loro la dovuta concentrazione.

Non so ricostruire il percorso che mi ha portato alla lettura di questo saggio, sicuramente ho appreso la curiosa e affascinante vicenda del Cavaliere d’Eon da una pagina di Wikipedia, ma non ricordo se vi ero giunta per caso o per altri collegamenti. La biografia scritta da Gary Kates è stata acquistata in un maxi-ordine on line del 2010 su IBS, forse il mio maggior “colpo”: fatto approfittando di una di quelle promozioni sui Remainders, libri che quasi ti tirano dietro, per cui più ne acquistavi più aumentava lo sconto, e questo l’avrò preso con lo sconto dell’80% o giù di lì. Poi è rimasto a prendere polvere per anni, ma la sfida della “parola del mese” su Goodreads Italia (viene scelta una parola, bisogna leggere entro il mese un libro che la contenga nel titolo) l’ha riportato alla ribalta (la parola era “donna”).

La storia del cavaliere D’Eon fu uno dei più chiacchierati “scoop” del XVIII secolo; D’Eon, proveniente da una famiglia della piccola nobità della Borgogna, ufficiale dell’esercito francese, distintosi per coraggio e abilità nella guerra dei sette anni, fu per lunghi anni una spia al servizio di Luigi XV, dapprima in Russia, quindi a Londra. Negli anni sessanta del Settecento, a causa di complicate congiunture politiche, si ritrovò improvvisamente in disgrazia col suo Ministero degli Esteri, sospettato di tradimento e praticamente in esilio in Inghilterra. Proprio mentre questa situazione si andava lentamente e faticosamente ricomponendo, si fece sempre più strada, fino ad acquistare la parvenza della verità, quello che all’inizio era un pettegolezzo di incerta origine (ma probabilmente messo in circolo da D’Eon stesso), e cioè che egli fosse in realtà una donna, allevata fin dall’infanzia come un maschio. Nel 1776, infine, fu lo stesso Luigi XVI a sancire che sì, D’Eon era effettivamente una donna. Riabilitato dal suo governo, D’Eon poté tornare in patria, smise gli abiti da uomo e visse tutti gli ultimi anni della sua vita come una donna. Ma quando morì, nel 1810, di nuovo a Londra dove aveva trascorso gli ultimi anni quasi in miseria, ecco la sconcertante scoperta che sparigliò nuovamente le carte in tavola: D’Eon era, invece, senza ombra di dubbio un maschio.

Di donne che si travestirono da uomini, generalmente per sfuggire alle limitazioni imposte alla loro condizione e/o perseguire carriere politiche o militari, la Storia è piuttosto prodiga di esempi, ci dice l’autore. Il caso di un uomo che consapevolmente sceglie di “trasformarsi” in una donna è, invece, più unico che raro: Kates indaga quindi su cosa possa aver spinto D’Eon a intraprendere questa decisione radicale.
Chi si aspettava una storia piccante (e, lo ammetto, nel gruppo c’ero anch’io) rimane però sorpreso, anche perché Kates mette subito le cose in chiaro: nella scelta di D’Eon non hanno influito le preferenze sessuali (anzi, al riguardo D’Eon sembra essere stato per nulla interessato al sesso, vergine o comunque castissimo), non fu un travestito (non risulta che avesse mai avvertito, prima della “trasformazione”, l’esigenza di vestirsi da donna e anzi, anche dopo che venne dichiarato “ufficialmente” tale, resistette a lungo prima di abbandonare a malincuore l’amata uniforme del corpo dei Dragoni) né un transessuale.

La crisi personale che D’Eon visse negli anni sessanta (gli intrighi politici sono piuttosto complessi, ma, per quanto ho capito io, le cose andarono così: esisteva in Francia una rete di ambasciatori e diplomatici “ufficiali” che faceva capo al re e al Ministero degli Esteri… e contemporaneamente anche un’altra di spie e agenti segreti selezionatissimi, chiamata appunto il “Segreto”, che faceva capo direttamente al re Luigi XV e al potente Principe di Conti, che spesso e volentieri perseguiva obiettivi anche in contrasto con la politica “ufficiale”: in questa situazione abbastanza paradossale, D’Eon si trovava in Inghilterra in veste duplice di funzionario del ministro degli Esteri e agente del Segreto… da ciò la sua difficoltà nel districarsi fra ordini contraddittori e istruzioni riservate, e il suo apparentemente “inspiegabile” rifiuto di ubbidire al Ministro degli Esteri quando questi, inconsapevolmente, si metteva contro le direttive del Segreto… Lo so, non si capisce, Kates ha a disposizione pagine e pagine per spiegarlo, io solo poche righe), la sua condizione di “traditore della patria” (mentre il re sapeva benissimo il motivo della sua apparente “insubordinazione”!), gli intrighi dei suoi tanti nemici a corte contribuirono ad alimentare in lui una profonda disillusione e disaffezione verso la politica dell’ancien régime. A un certo punto dovette sembrargli che l’unica possibilità per “ripartire da zero”, ricostruirsi una reputazione immacolata e venire riaccolto in patria fosse cancellare definitivamente la sua identità precedente, sviare l’attenzione e “rinascere” come donna: da figura ambigua e sospetta a singolarissima eroina che per anni aveva servito il proprio sovrano in mezzo ai pericoli di un mondo dominato dagli uomini. Nel testo si afferma che tutti i tentativi di D’Eon di mistificare le sue origini, raccontando, nei tanti scritti autobiografici che lasciò, di essere nato femmina ma di essere stato educato come un maschio per volere del padre, sono assolute falsità, il cavaliere stesso si costruì il suo “mito”.
Tuttavia, la motivazione per il “cambio di sesso” può essere stata contingente… ma dall’analisi di Kates emerge che il cavaliere non vi arrivò “per caso”, e che anzi da tempo le sue riflessioni e i suoi studi (egli non fu solo un militare e un diplomatico, ma anche un uomo di lettere) vertevano sulla questione femminile, sul ruolo delle donne nella società.

La vicenda si colloca in un momento, il Settecento, in cui l’influenza delle donne nella politica e negli affari di Stato raggiunse forse il culmine, e in cui anche lo stesso mondo maschile (si parla, naturalmente, sempre e solo delle classi più alte) stava andando incontro a un processo di “femminilizzazione”; sono tanti gli esempi possibili, dalle organizzatrici dei salotti in cui si riuniva il fiore dell’intellighenzia del tempo, alle celebri figure di sovrane come Caterina II e Maria Teresa: il caso più vicino alla vicenda di D’Eon, anche perché i rapporti con quella che egli considerava sua acerrima nemica furono fondamentali nel determinare gli eventi della sua vita, è naturalmente quello di Madame de Pompadour, amante e consigliera di Luigi XV, per lunghi anni arbitra della politica francese e delle fortune e sfortune di ministri e funzionari a lei graditi o meno. Paradossalmente, i maggiori critici di questa situazione sono proprio coloro che meno ci saremmo aspettati, i philosophes illuministi (Rousseau ad esempio, anche se il suo pensiero in alcuni punti è ambiguo) e, più tardi, la Rivoluzione francese, che, almeno in alcune delle sue fasi, giocò un ruolo importante nel propagandare gli ideali di domesticità, mitezza e confinamento nella sfera privata della donna che poi sarebbero stati dominanti nel XIX secolo.

Analizzando l’enorme biblioteca di D’Eon, Kates scopre quindi che le riflessioni sulla condizione femminile, la cosiddetta Querelle des femmes che impegnava molti intellettuali francesi fin dai tempi di Christine de Pizan nel XV secolo, appassionavano molto il cavaliere. Molti scrittori, uomini e donne, nel corso del tempo avevano preso la penna in mano per sostenere che la donna non era in alcun modo inferiore per virtù all’uomo, e che, se non riusciva ad ottenere gli stessi risultati nella sfera pubblica, ciò era dovuto non all’incapacità ma alla situazione di oggettivo svantaggio, in termini di istruzione e opportunità, in cui era posta dalla società tradizionale. In Francia, poi, un modello importante cui appoggiarsi, e cui sicuramente D’Eon si ispirò per adattare (a posteriori, quando aveva già deciso di far credere di essere nata donna) la propria biografia, fu quello della celebre eroina nazionale, Giovanna d’Arco, giovane donna, vergine, che indossò l’armatura e combatté come un uomo per servire il proprio re e il proprio paese.

Quello che è interessante è che D’Eon, anche se la decisione di farsi considerare una donna fu forse, almeno in parte, un espediente per venir fuori da una situazione personale senza via sbocchi, non per questo considerò a quel punto chiusa la sua carriera: per anni continuò a rivendicare, senza successo, lo stesso ruolo nella diplomazia e anche nell’esercito francese che aveva avuto fin quando era stato considerato un uomo, sostenendo di non capire perché non potesse continuare a servire il suo Paese anche in quanto donna (anche alla luce di ciò, secondo Kates, va interpretata la sua estrema riluttanza a decidersi a rinunciare all’uniforme dei Dragoni e a indossare in modo definitivo abiti femminili, che avrebbero sancito anche esteriormente la sua uscita di scena dal palcoscenico della vita pubblica).

Nell’ammirazione di D’Eon per il sesso femminile ebbero una parte importante anche la sua interpretazione della fede cristiana, che abbracciò con slancio in tarda età, e la sua lettura di alcuni passi di Agostino e san Paolo; nella sua visione (non pienamente sistematica, poiché non era un filosofo, e le sue riflessioni erano anche in parte un modo per razionalizzare la propria singolarissima vicenda biografica) Dio aveva creato l’umanità senza distinzione di sesso, ma era stato in particolare il genere maschile ad allontanarsi maggiormente dalla volontà divina, mentre le donne avevano meglio coltivato le virtù cristiane e l’ideale di purezza e alta spiritualità di questo essere umano “prima della Caduta”.

Per tornare a un livello più terra terra, molte pagine sono dedicate agli anni di “incertezza”, quando le voci sul cavaliere sono ormai l’argomento di conversazione più succulento fra Londra e Parigi e nell’Europa intera. L’enorme curiosità suscitata dalla sua vicenda attirò ovviamente su D’Eon l’interesse quasi “morboso” dell’opinione pubblica e della stampa, che prese a perseguitarlo in tutti i modi: naturalmente a Londra fiorirono le scommesse sul suo sesso, le stampe, gli opuscoli osceni, le canzonature, le intrusioni nella sua privacy da parte di persone interessate a scoprire il suo segreto, ma anche si profilarono scenari ben più inquietanti come il rischio di essere rapito o addirittura ucciso (da emissari del suo governo decisi a recuperare i documenti riservati in suo possesso, da scommettitori che volevano accertare in modo definitivo se fosse uomo o donna)… e, insomma, in queste pagine, dopo aver letto in lungo e in largo dei mille intrighi della diplomazia, tocchiamo con mano anche il lato più umano e privato della vicenda: dal libro e dai brani delle sue lettere si avverte chiaramente che, per un uomo così riservato e anche intriso di una alta opinione di sé e della propria dignità, dovettero essere anni molto sofferti e umilianti.

Ultima nota a margine nella lettura è l’interessante contrasto fra il sistema politico inglese, avanzatissimo per l’epoca e già garante di numerosi diritti del cittadino, e quello francese: si veda lo stupore in Francia per il fatto che il re inglese non potesse semplicemente a suo arbitrio far arrestare D’Eon ed estradarlo oltre Manica, visto che… non aveva violato alcuna legge.

Un libro che, come dicevo all’inizio, ho trascinato più a lungo del previsto, che ha sorpreso le mie aspettative, in parte positivamente (gli spunti interessanti annotati qua sopra), in parte no (a onor del vero le macchinazioni politiche e gli intrighi dietro alla caduta in disgrazia di D’Eon, dopo un po’, sono diventati piuttosto indigesti): spero di averlo riassunto e analizzato in modo quanto meno comprensibile, perché a volte alcuni passaggi sono apparsi poco chiari anche a me.

Gary Kates, Monsieur d’Eon è una donna (trad. Sergio Minucci), voto = 3/5

3 commenti

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

La vita degli uomini infami

Libretto piccolo piccolo, visto per caso nella libreria di un utente Goodreads, che l’editore ha tentato in tutti i modi di “allargare” (corpo enorme, spazi bianchi, ecc.), e che a prezzo pieno costava 9 euro (!).

Si tratta della prefazione di un’opera che poi Foucault non scrisse mai, La vita degli uomini infami, appunto, che voleva essere un’antologia, senza pretese di completezza, sistematicità e obiettività, di “frammenti” di biografie, lampi brevissimi, di poche righe, sulle esistenze degli oscuri personaggi che, per tanti motivi, nelle loro sfortunate esistenze erano finiti sotto l’occhio severo della Giustizia e del Potere del sovrano, individui giudicati criminali ed esecrabili come tantissimi altri ma che, a differenza di questi, avevano lasciato una labilissima traccia del loro passaggio, in cui lo studioso si era imbattuto casualmente nel corso dei suoi studi e che lo aveva colpito al punto da volerla diffondere. La selezione di queste rapporti di polizia, denunce, annotazioni in registri di ospedali o manicomi è quindi, avvisa Foucault, totalmente arbitraria, basata sul suo gusto e sull’intensità dell’emozione che queste parole, a volte secche, a volte comicamente altisonanti e sproporzionate all’entità del “crimine”, a volte tragicamente rabbiose, gli avevano suscitato. Racconta che la prima idea di questo progetto gli venne quando, un giorno, consultava un registro di internamento dell’inizio del XVIII secolo, e si imbatté in queste due annotazioni:

Mathurin Milan, messo nell’ospedale di Charenton il 31 agosto 1707: «La sua pazzia è sempre stata quella di nascondersi alla famiglia, di condurre in campagna una vita oscura, di subire dei processi, di concedere dei prestiti a usura e a fondo perduto, di portare a spasso il suo povero spirito per strade sconosciute, e di credersi capace delle imprese più grandi».
Jean Antoine Touzard, rinchiuso nel castello di Bicêtre il 21 aprile 1701: «Francescano apostata, sedizioso, capace dei peggiori crimini, sodomita, ateo, se lo si può essere; è un vero mostro d’abominio che sarebbe più conveniente soffocare che lasciar libero» (pp. 9-10).

Continua l’autore: “Sarei in imbarazzo a dire quel che ho provato esattamente a leggere questi frammenti e molti altri analoghi. […] Confesso che questi «racconti» che riemergevano all’improvviso, dopo aver attraversato due secoli e mezzo di silenzio, hanno scosso in me più fibre di quante ne solleciti quella che normalmente chiamiamo letteratura, senza che io possa ancor oggi dire se mi ha commosso maggiormente la bellezza dello stile classico, […] o invece gli eccessi, la mescolanza di oscura ostinazione e di scelleratezza di queste vite, di cui si percepisce, sotto parole lisce come pietra, la disfatta e l’accanimento. Molto tempo fa ho utilizzato documenti simili per un libro. […] Il sogno sarebbe stato quello di restituirne l’intensità attraverso l’analisi. In mancanza del talento letterario, ho a lungo rimuginato soltanto sull’analisi: ho preso i testi nella loro asciuttezza; ho ricercato la loro ragion d’essere […]; ho cercato di capire perché fosse stato così importante in una società come la nostra che fossero «soffocati» (come si soffoca un grido, un incendio o un animale) un monaco scandaloso o un usuraio strambo e sconclusionato: ho cercato la ragione per cui si era voluto impedire con tanto zelo a quei poveri esseri di vagare per strade sconosciute. Ma le emozioni intense di quei primi momenti che mi avevano motivato rimanevano al di fuori. E dato che […] il mio discorso era incapace di restituirle come sarebbe stato necessario, non era forse meglio lasciare i testi nella stessa forma che me le aveva suscitate?” (pp. 10-12).

Come detto, però, quest’antologia non vide mai la luce, e Foucault utilizzò parte di questo materiale per altri suoi studi. C’è di che dolersene, perché le riflessioni che seguono, su queste vite che assumono i contorni della “leggenda” per il loro essere per sempre bloccate in un attimo “esemplare”, o sul fatto che sia stato solo l’intervento del potere a gettare un fascio di luce su quella particolare vicenda che altrimenti si sarebbe persa, come milioni di altre simili, nelle nebbie del tempo, sono molto interessanti, come d’altronde emerge, e si vede anche dal brano citato prima, il grande valore “sentimentale” che ha avuto per l’autore questa paziente ricerca e cernita. Forse solo chi ha vissuto l’esperienza della ricerca d’archivio riesce a capire appieno le emozioni che stanno dietro certe frasi, certe scoperte casuali, certi sprazzi di inaspettato in mezzo alle parole dei formulari o della burocrazia, quando ti accosti a scritture vecchie di secoli e ti senti di colpo vicino, proprio fisicamente, ai nomi che incontri e vedi agire, ma anche a chi tanto tempo prima di te ha toccato quella carta, ha scritto quelle parole, ha sfogliato quelle pagine, vi ha apposto un segno qui, un’annotazione là… Il modo più efficace che mi viene in mente per descriverle in poche parole è il vecchio motto terenziano “Homo sum, humani a me nihil alienum puto“.

Mi ha suscitato qualche perplessità l’accostamento che l’autore fa tra denunce, suppliche, rapporti di polizia ecc. e la pratica della confessione (che cioè quelle siano la prosecuzione, spostata sul piano del potere politico, di questa): è vero che in entrambe vi è un’elencazione di “colpe” e misfatti dell’individuo, ma io vi vedo più differenze che somiglianze. Nella confessione è lo stesso “penitente” che, in prima persona, fa un’auto-analisi e si auto-denuncia, nelle lettres de cachet, nelle denunce, ecc. sono gli altri a darne un ritratto fosco, non si sa poi quanto veritiero, di degenerato, criminale, “infame”; la confessione si mantiene nell’intimità, a volte soffocante e costrittiva ma pur sempre “privata”, del rapporto penitente-confessore, mentre la denuncia mira ovviamente alla pubblicità, ad avere effetti visibili ed eclatanti quali l’incarcerazione o l’internamento; infine, la confessione assolve dalle colpe e le cancella, la denuncia (e la conseguente azione sovrana di risposta) le punisce.

L’unico difetto di quest’operetta è che… è, appunto, incompiuta, una prefazione a un testo che poi non è mai stato scritto: Foucault ci fa venire l’acquolina in bocca per queste mille voci che ha avuto il privilegio di scoprire, ascoltare e recuperare, non vedi l’ora di tuffarti anche tu in mezzo a questa folla di pericolosi o sfortunati soggetti, a questi squarci, dolorosi, rabbiosi, patetici, di vite ingloriose, che però non arrivano mai (viene riportato solo il testo di 4-5 di questi frammenti), come se questi spettri del passato fossero stati per un attimo così vicini e poi si perdessero di nuovo per sempre…

Michel Foucault, La vita degli uomini infami (trad. Graziella Zattoni Nesi), voto = 4/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Saggistica, Storia, Storia moderna

Il marchese di Montespan

Forse la più celebre delle innumerevoli amanti di Luigi XIV, Françoise-Athénaïs de Rochechouart de Mortemart, marchesa di Montespan, fu una donna bellissima e affascinante che, dal 1667 al 1691 circa (tanto durò la sua relazione col Re Sole, cui diede ben sette figli), dettò legge a Versailles, fu adulata e blandita da schiere di cortigiani, visse nel lusso più sfrenato vedendo soddisfatto ogni suo capriccio, per poi cadere rovinosamente in disgrazia ed essere soppiantata dalla nuova favorita, e morire dimenticata ed evitata da tutti. Sono vicende molto note e narrate dai memorialisti più salaci del tempo, Saint-Simon, Madame de Sévigné, de Bussy-Radulin, ecc.

Questo romanzo (?) di Jean Teulé, invece, sceglie di non concentrarsi direttamente su splendori, scandali e intrighi della corte, ma di guardare alla vicenda dalla prospettiva del terzo lato del triangolo, ovvero del legittimo marito dell’amante reale, il marchese di Montespan.
Louis Henri de Pardaillan de Gondrin, marchese di Montespan, fu una figura alquanto singolare per quei tempi: innamoratissimo della moglie, invece di fare come tutti e abbozzare o godersi quel che poteva ricavare, in denaro, titoli e favori, dalla sua condizione di marito cornuto, osò protestare pubblicamente e anche pittorescamente e platealmente contro l’abuso e la prepotenza del sovrano, mettendo in scena piazzate clamorose e non prive di originalità, come la volta memorabile in cui si presentò a corte in una carrozza sormontata da grosse corna, vestito completamente a lutto perché, come non ebbe timore di dire in faccia al re, il suo amore era stato “ucciso da una canaglia”.
Eppure, nonostante i continui dileggi di cui era vittima (Molière si fece beffe di lui nella commedia Anfitrione), le persecuzioni e i tentativi di rovinarlo, come anche, di contro, le continue offerte di denaro e titoli per metterlo a tacere, egli, dai suoi isolati possedimenti sui Pirenei dove si era ritirato con i figli, non smise mai, mai, mai di amare teneramente la moglie, di aspettare fiducioso il suo ritorno, di giustificarla e difenderla in tutti i modi.

A questa figura donchisciottesca di nobile (in senso proprio e figurato) “perdente”, malato d’amore, nel suo piccolo ribelle, che osò pensare di mettere in dubbio l’autorità assoluta del sovrano sulla vita pubblica e privata dei suoi sudditi, portatore di valori diametralmente opposti a quelli imperanti all’epoca, è dedicato appunto questo libro. La prima parte racconta l’incontro, il colpo di fulmine e le nozze-lampo tra Louis-Henri e Françoise, la vita dei due sposini, squattrinati e indebitati ma innamoratissimi, la nascita dei due figli. Finché, di ritorno da una spedizione militare che l’ha tenuto lontano da casa molti mesi, Louis-Henri ritrova la moglie incinta per la terza volta, stavolta però di un uomo che non può essere lui. Mentre a questo punto Françoise scompare dalla scena, “risucchiata” da quell’“universo parallelo” completamente avulso dalla realtà del resto della Francia (e dei suoi abitanti ridotti allo stremo e alla fame) che è Versailles, e di lei veniamo a sapere solo attraverso gli innumerevoli pettegolezzi piccanti che giungono alle orecchie del marito, Montespan inizia le sue peripezie, fra ribellione aperta, gesti eclatanti, tragicomiche e fallimentari incursioni a corte per riprendersi la moglie, incarcerazione, fughe in Spagna, tremendi lutti come la morte della primogenita, disperata per la lontananza della mamma, e infine ritiro nel suo cadente castello sulle montagne assieme alla piccola “corte” di povera gente che non l’ha mai abbandonato, la cuoca, la domestica, il custode.

Insomma, il soggetto e lo spunto e i personaggi erano estremamente interessanti, peccato che qui tutto sia rovinato da un’esecuzione penosa: uso del presente indicativo che conferisce alla lettura un’“ansia” e una fretta spiacevoli, dialoghi ridicoli, con i personaggi che si istruiscono l’un l’altro sui costumi di corte e sugli ultimi anni della storia francese (un esempio lampante in queste imbarazzanti righe di p. 220: “[…] Ci aspettano anni bui… La nuova persecuzione dei protestanti, la degradazione del clima, le ripercussioni dirette sui raccolti, il popolo schiacciato dalle tasse e dalla miseria, le guerre disastrose scoppiate ovunque alle frontiere”… e a parlare è il nobile duca di Lauzun!), una fin troppo evidente intenzione simbolica e moralistica. Volutamente (e in modo abbastanza insistito e ostentato) Teulé indugia, nella raffigurazione degli esponenti delle classi nobiliari, per sottolineare il contrasto fra apparenza/sostanza, corruzione-marciume/genuinità, sugli aspetti più vomitevoli, ripugnanti, volgari, o più ridicoli, legati soprattutto alle funzioni corporali e scatologiche, o alle condizioni igieniche o di salute o alle tare fisiche e mentali che questi “illustri” personaggi di sangue blu tentano invano di coprire, nascondere, attenuare sotto strati di tessuti preziosi, trucco, profumi, ecc. È evidente insomma che, oltre all’aspetto comico, il continuo insistere su pustole, denti marci, scorregge, piscio, cazzi piccoli, zoppie, ecc. va inteso in senso simbolico, come indice di marciume e sporcizia “interiori”. Come detto, però, la metafora è fin troppo elementare (Teulé crede forse che i contadini e la povera gente fossero al contrario tutti puliti e profumati?) e ossessivamente ripetuta, e alla fine si riduce in uno stancante catalogo di schifi e volgarità assortite.

Qua e là vi è anche qualche illustrazione, ma mancano le didascalie: spesso il soggetto è intuibile, perché se ne sta parlando nel testo, come il quadro che raffigura la Montespan con i figli, bastardi del re, ma altre volte no (nelle ultime pagine c’è il ritratto di un uomo che poteva benissimo essere preso per lo stesso Montespan, in mancanza di altra indicazione: invece ho scoperto che era il figlio, il duca d’Antin).

Jean Teulé, Il marchese di Montespan (trad. Riccardo Fedriga), voto = 2,5/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa in lingua francese

La religione dei poveri

Un libro sulle missioni religiose tra XVI e XIX secolo nelle campagne europee, che però si è rivelato una parziale delusione. Mi aspettavo più dettagli sulle concrete modalità di preparazione e sulle tecniche (quasi “pubblicitarie”!) adottate, ma il più delle volte ci si limitava a tanti, troppi rapidi flash da quella o da quell’altra parte d’Europa: una moltitudine di informazioni che talvolta apparivano ridondanti, spesso scollegate fra loro, e che era estremamente facile confondere o affastellare sbrigativamente in mente nel corso di una lettura inevitabilmente distratta senza conservarne un vero ricordo. Forse un campo di indagine meno vasto avrebbe aiutato a concentrare maggiormente l’attenzione sui particolari e a dare maggior vivacità e colore al contenuto.

Non totalmente da buttare, tuttavia, perché alcune osservazioni sono interessanti e azzeccate: soprattutto, il merito maggiore che va riconosciuto a questo saggio è che, pur poco chiaro e dispersivo nella presentazione dei materiali e delle testimonianze, riesce invece in modo estremamente preciso e coerente a far emergere la linea evolutiva che intende proporre.

In sostanza, a una fase più aggressiva e in alcuni casi apertamente violenta subito successiva allo shock della Riforma, volta a riconquistare le popolazioni e i territori neoconvertiti al luteranesimo, le gerarchie, e il clero regolare più di tutti, volgono lo sguardo alle popolazioni rurali nominalmente cattoliche da sempre, ma che, forse, non hanno meno bisogno di “conversione”. Le missioni si caratterizzano quindi inizialmente come spedizioni rapide, affidate a veri e propri specialisti, che per un periodo di tempo in genere non molto lungo stravolgono e sconvolgono la vita del villaggio, coinvolgendolo nel loro apparato teatrale e altamente emotivo: è la fase più barocca, caratterizzata dagli apparati, dall’uso delle scenografie e delle tecniche teatrali (questo speravo di cogliere maggiormente nel testo), delle prediche studiate a tavolino dagli oratori più famosi. Ma poco a poco fa seguito un altro momento di riflessione: il sistema “toccata e fuga” forse non dà i frutti duraturi sperati e, più che terrorizzare il gregge spingendolo alla penitenza, è necessario soprattutto istruirlo con la dolcezza e l’esempio; è l’idea di Alfonso da’ Liguori e dei Redentoristi. La missione si fa più stanziale, più aperta ai laici, l’attenzione si focalizza sul catechismo.

Pur essendo il XVIII secolo il secolo forse più ricco di missioni, è anche però il periodo in cui iniziano le prime forti critiche, e proprio, accanto a quelle più ovvie dei giansenisti, da dove meno le si attenderebbe: dagli stessi ambienti della Chiesa, soprattutto dai vescovi e dal clero secolare, forse timorosi delle interferenze degli ordini e di religiosi “estranei” nella loro cura d’anime. Si criticano i metodi, definiti da guitti, troppo spettacolari, si punta, più che alla folla, ad arrivare al singolo individuo, e non per impressionarlo con gli effetti speciali, ma con la forza della ragione.

La Rivoluzione e la restaurazione successiva imprimono una nuova svolta: le missioni recuperano il gusto teatrale, macabro di un tempo, ma spesso, soprattutto in Francia (Paese su cui Châtellier finisce per concentrarsi maggiormente) si caricano anche di valenze politiche. La fede cattolica e la sua aperta manifestazione (partecipare alle missioni diventa un fatto quasi obbligatorio e costrittivo) sono anche attestati di fedeltà al sovrano legittimo. Ma l’effetto forse più durevole è che, ora, le manifestazioni più sentimentali, più teatrali, che più rischierebbero di essere bollate come “superstizioni”, non sono più, tendenzialmente, osteggiate o frenate dalla Chiesa ufficiale, come avveniva nel Settecento. La “religione dei poveri”, fatta di devozioni particolari, di culti relativamente nuovi come quello del Sacro Cuore, di pellegrinaggi e di attese miracolistiche, di visioni mistiche come le apparizioni di Lourdes, diventa la religione di tutti e trova accoglienza a Roma. Si afferma, cioè, un cattolicesimo che tende a essere più sentimentale (in un altro libro, Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, veniva usata la parola “femminilizzato”, che mi pare calzante), “irrazionale”, ma anche, allo stesso tempo, più politico.

Louis Châtellier, La religione dei poveri (trad. Idolina Landolfi), voto = 2,5/5

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

Il peccato e la paura

Senza volerlo, ho scelto una lettura decisamente appropriata a questo periodo di studio del Requiem di Verdi: la concezione di un Dio giudice e terribile e di un uomo infinitamente peccatore e immeritevole è infatti alla base di questo corposo (1008 pagine) volume di Jean Delumeau, già autore di La paura in Occidente, che forse avrei dovuto leggere prima perché viene più volte richiamato nel testo.

Secondo lo storico, in un preciso periodo della storia europea, e cioè dal XIV al XVIII secolo, le note dominanti nell’insegnamento religioso e nella pastorale, in ambito cattolico come protestante, furono l'”ipercolpevolizzazione”, l’angoscia, la paura del giudizio, il pessimismo, la svalutazione sistematica della vita terrena e delle possibilità umane. Contingenze particolarissime come le drammatiche calamità e gli eventi sconcertanti che si abbatterono sulle popolazioni in quel periodo (pestilenze, guerra dei Cent’anni, scisma d’occidente, riforma protestante e guerre di religione) contribuirono a rendere ancora più fertile il terreno per questo tipo di predicazione e insieme la alimentarono, la resero ancora più convincente. Delumeau ne rintraccia le origini nelle filosofie stoiche e neoplatonica, negli scritti dei Padri del deserto tardo-antichi e nella letteratura monastica dei secoli XI-XII, e fa notare il paradosso di una concezione (con le relative proposte di modelli di vita e di comportamento) pensata e abbracciata in origine da uomini di Chiesa e comunque da personalità d’eccezione, e in seguito però proposta alla comunità di fedeli tutta. Sottolinea inoltre che la sua teoria contrasta con la concezione tradizionale del Rinascimento quale momento pervaso di ottimismo e fiducia nell’uomo: diciamo che forse ormai l’affermazione è un po’ datata (il libro è del 1983), visto che oggi nella storiografia sono ben presenti anche le spinte “anti-rinascimentali” e contraddittorie di quell’epoca tutt’altro che monocolore.

Il libro è suddiviso in due grandi blocchi: nel primo viene analizzata, facendo ricorso a fonti diverse come i dipinti, i monumenti funebri, i manuali per confessori, la letteratura devota, la riflessione dell’élite (intellettuale, religiosa) che ha portato, appunto, a questa generale atmosfera di angoscia per la propria salvezza, disprezzo per il mondo, attrazione per il macabro, terrore del giudizio divino. Apprezzabile il fatto che Delumeau rifugga dalla semplicistica spiegazione che questa operazione sia stata studiata “a tavolino” dalle élite per controllare con la paura il popolo: al contrario, risulta che esse erano le prime a essere imbevute di queste inquietudini. È la parte migliore del libro: peccato però che i numerosi esempi di opere d’arte non siano anche illustrati da qualche immagine.

Nella seconda parte l’A. tenta invece di analizzare come questa concezione sia stata trasmessa, insegnata e inculcata al popolo, prima in ambito cattolico, poi in quello riformato (scoprendo che i punti in comune sono numerosi). Questa invece è la sezione più debole: il rischio della tediosa ripetizione degli stessi concetti, in effetti, è presente in tutta l’opera, ma qui è più che mai concreto; e inoltre, di contro alla varietà di fonti della parte precedente, qui vengono prese in considerazione quasi esclusivamente le prediche (di autori che poi sembrano sempre gli stessi, alla fine, per lo più francesi): strano che l’A. non abbia pensato affatto a fare uno studio sui testamenti, ad esempio. Interessanti le descrizioni delle modalità altamente spettacolari e teatrali in cui si svolgevano le missioni, o le prediche degli “specialisti” più celebrati e rinomati (dei veri e propri “eventi”), ma siamo sicuri che basti a darci la misura di quanto questi insegnamenti fossero recepiti e accolti dal popolo? Spesso e volentieri, poi, Delumeau è costretto a sfumare le conclusioni più radicali, cui si può essere portati estrapolando solo alcune frasi da queste prediche, a inserire correttivi. Inoltre, non emerge bene il motivo, o quanto meno l’ipotesi, per cui, quasi all’improvviso, questo tipo di pastorale terroristica basato sulla paura che avrebbe imperversato per secoli sia stato accantonato e rigettato, tanto da apparirci ormai quasi inconcepibile (alcuni passi fanno rizzare i capelli in testa per quanto sono lontani dal nostro sentimento religioso). Lettura interessante ma faticosa (e costellata di qualche errore).

Jean Delumeau, Il peccato e la paura (trad. Nicodemo Grüber), voto = 3/5
Per acquistarlo su amazon.it, ibs.it o libreriauniversitaria.it

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia medievale, Storia moderna