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Una cosa divertente che non farò mai più

Ovviamente non proverò neanche a scrivere una recensione di una qualche profondità sullo Scrittore di Culto per eccellenza, visto che ormai sarà stato detto di tutto e di più, e molto meglio. Ho letto questo libro solo perché, tempo fa, me ne aveva parlato un’amica, l’aveva descritto come molto divertente, e perché quasi contemporaneamente un altro amico aveva raccontato in toni un po’ comici l’esperienza di una crociera che aveva fatto (come noto questo libro è il reportage, scritto per una rivista americana, di una crociera extralusso nei Caraibi cui DFW prese parte nel 1994).

Onestamente, però, in mezzo ad osservazioni interessanti e fulminanti (mi è piaciuta soprattutto la digressione sulla differenza fra arte e pubblicità, e il rischio che si corre quando questi due mondi tendono a confondersi, in modo più o meno fraudolento), ho letto soprattutto il resoconto di uno cui non sta bene quasi niente, e che trova da ridire nel modo in cui le altre persone scelgono di rilassarsi e divertirsi.

Questo, credo, sarà l’unico titolo di DFW cui potrò sperare di avvicinarmi (mai dire mai, certo, ma per il momento mi sembra di poterlo dire), e anzi mi è sembrato tutto sommato accessibile anche a chi non ne ha studiato tutta la complessa e vasta opera, ma vuole solo leggere un reportage intelligente e fuori dalle righe.

Il mio commento rischia di suonare irriguardoso (sono al corrente del fatto che questo amatissimo e, a detta dei più, geniale autore si è tolto la vita giovanissimo, causando una grande perdita nel mondo della letteratura), ma la verità è che, pur sapendo che difficilmente avrei saputo apprezzare a pieno la profondità delle tematiche e l’acutezza delle osservazioni, speravo almeno di farmi qualche risata, invece non è che mi sia divertita da morire, per questo sono abbastanza delusa.

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (trad. Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), voto = 3/5
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Chiedi e ti sarà tolto

Esistono anche gli acquisti sbagliati. C’è un bel blog in cui vengono analizzate dal punto di vista grafico le copertine dei libri, si chiama “Who’s the Reader?”: è da lì, e più precisamente da questo post, che ho saputo di questo libro di Sam Lipsyte, Chiedi e ti sarà tolto, la cui copertina veniva ampiamente promossa. Da lì, sono andata a vedere la trama: Milo Burke si occupa di fundraising per una mediocre università di New York frequentata da figli di papà aspiranti artisti, in seguito a una mancanza viene licenziato in tronco, ma gli viene offerta la possibilità di riavere il suo posto se riuscirà a ottenere un ingente finanziamento per l’università da un facoltoso uomo d’affari, che, si scopre, anni fa era suo amico e che, però, vuole da lui qualcosa in cambio… Veniva promessa “una tragicomica sequenza di guai” e mi aspettavo di leggere, in un’ambientazione insolita, una graffiante satira sul mondo universitario americano.

Ecco invece più o meno il contenuto del libro dopo giorni di penosa e snervante lettura, trascinandosi capitolo dopo capitolo (e imponendosi un ritmo forzato negli ultimi giorni perché davvero non ne potevo più di vedermelo sulla scrivania):

bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla sesso sesso sesso bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla battuta battuta bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla sesso scopate bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla frustrazioni varie del protagonista bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla sesso battuta sul sesso sesso battuta bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla frustrazioni del protagonista bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla odio e sarcasmi vari del protagonista verso se stesso e società bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla sesso bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla disillusione del protagonista bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla sesso bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla flussi di coscienza pieni di livore del protagonista bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla fine

Ora inorridirete tutti, ma è esattamente così che immagino i romanzi di Philip Roth, scrittore verso cui (sicuramente a torto, per carità) ho un pregiudizio negativo fortissimo: discorsi compiaciuti, elaborati e tortuosi, sarcasmo a manciate, nevrosi varie del protagonista, toni apocalittici sul destino dell’uomo (americano) del XXI secolo, scopate e/o discorsi su scopate passate o immaginate. La trama si poteva risolvere in 100 paginette, ma invece ne occupa quasi 400. Il libro in effetti serve da contenitore per i vari aforismi cinici/sarcasticamente profondi dell’autore, ce li ha voluti mettere tutti, quelli che gli erano venuti in mente, e quindi qua e là dobbiamo sorbirci scenette create ad hoc che non c’entrano nulla e allungano solo la minestra (ed ecco spiegate le 400 pagine). Secondo The New York Review of Books, quindi non l’ultimo arrivato, suppongo, “Lipsyte è di una comicità scabrosa, incontenibile, da farsela addosso per le risate”. Ma per piacere. Pessimo. Ho visto che altri su Internet lo hanno stroncato in modo più approfondito e convincente di me: leggete loro, io non voglio più perderci tempo sopra.

Sam Lipsyte, Chiedi e ti sarà tolto (trad. Anna Mioni), voto = 1/5
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Dove sono andati a finire i soldi

… è quello che ci stiamo chiedendo tutti. Scherzi a parte, è anche il titolo di una raccolta di racconti dello scrittore americano Kevin Canty. Non so nulla di lui, né l’avevo mai letto prima: di questo libretto sono venuta a sapere non più di tre settimane fa dal sito della casa editrice, minimum fax. Leggendone la scheda, mi incuriosiva la vantata capacità di “elevare il quotidiano dal banale”, di “creare storie di impianto tradizionale dalla trama finemente congegnata”, soprattutto di “rappresentare il mondo emotivo maschile con straordinaria potenza ed eleganza, di rivelarne la delicatezza nascosta dietro l’apparente solidità”.

Queste nove storie sono frammenti di vita abbastanza ordinari, non avvengono grandi cose, e non vi sono neppure conclusioni a sorpresa, o fulminanti, o destabilizzanti. È come se a un certo punto le luci puntate sul protagonista di turno di un determinato racconto si abbassassero pian piano, mentre egli sta ancora muovendosi sulla scena, e si passasse in questo modo “soffuso” alla nuova vicenda, lasciandoci per sempre all’oscuro di come le vite dei personaggi della vecchia, di cui abbiamo intravisto uno squarcio, proseguiranno. Si resta “in sospeso”, ma allo stesso tempo coinvolti da queste storie malinconiche di incomprensioni, tentativi falliti o inaspettatamente riusciti, piccoli gesti, riflessioni amare o nuove opportunità che si aprono. Forse il mio preferito fra i racconti è stato “La bella addormentata” (per una certa affinità col protagonista), bello (appassionante anche nella sua asciuttezza) “Ponti tagliati, vetri infranti”, riuscito anche “Non c’è posto per te in questo mondo”.

Kevin Canty, Dove sono andati a finire i soldi (trad. Simona Garavelli), voto = 3/5
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