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Lezioni americane

Speravo che questo libro, scelto per il gruppo di lettura di saggistica di Goodreads Italia (gennaio-febbraio 2015), mi riconciliasse un po’ con Calvino, di cui anni fa avevo iniziato Se una notte d’inverno un viaggiatore, subito interrotto perché giudicato illeggibile, e da cui da allora mi ero tenuta alla larga.

Interessante la breve introduzione di Esther Calvino, che parla della storia dell’opera e del suo assemblaggio postumo (Calvino venne invitato a tenere un ciclo di conferenze alla Harvard University nell’anno accademico 1985-1986: purtroppo morì nell’estate 1985, e le Lezioni americane sono appunto i testi delle conferenze che stava preparando per quell’occasione).

Calvino scelse di dedicare questo ciclo di conferenze ad alcuni “valori letterari” dei quali riteneva importante la sopravvivenza nel nuovo millennio: leggerenza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La sua non è però una scelta esclusiva, e cioè ad esempio egli, parlando della leggerenza, non intende affatto svalutare e condannare la gravità: solo, la sua indole e la sua predilezione di scrittore lo portano a parlare di quelli a lui più congeniali, piuttosto che di altri.

Mi è particolarmente piaciuta la “lezione” sull’esattezza: Calvino sottolinea l’importanza, il valore delle parole, e di conseguenza l’impegno e lo sforzo dello scrittore su ogni parola per trovare quella più appropriata, definitiva, “icastica” (l’aggettivo che predilige) per esprimere il concetto che ha trovato forma nei suoi pensieri. Un compito, una tensione, un obiettivo che la Letteratura deve, secondo lui, continuare a portare avanti soprattutto in questi tempi in cui, spesso, il linguaggio si fa annacquato, impreciso, impersonale, anonimo, imitativo.

Certo è forte il rimpianto che le conferenze siano rimaste solo scritte e non siano mai state pronunciate in pubblico, che l’ultima (Consistency) non abbia mai visto la luce, che l’autore non abbia fatto in tempo a rivederle, ampliarle, precisarle per la pubblicazione. Come conferenziere Calvino sarebbe stato affascinante: ogni volta che parla di un libro, ti vien voglia di leggerlo. Soprattutto i suoi, da come li presenta, da come ne spiega la genesi e l’idea alla base. Solo che poi finisce sempre così, con lui: rimango con la sensazione di non essere riuscita a capire bene tutto (almeno è andata meglio dell’altra volta, sono arrivata alla fine).

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, voto = 3/5

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Il falò delle vanità

Sempre più in ritardo queste recensioni, scritte con sempre più giorni di distanza dalla lettura del libro, e perciò sempre più approssimative… Va beh.

A posteriori, sono molto contenta che per lettura di gruppo di novembre di Goodreads Italia sia stato scelto, dopo una lunga battaglia con Possessione di A.S. Byatt, Il falò delle vanità, bestseller di Tom Wolfe del 1987.
Sì perché, mentre il libro della Byatt aveva già comunque un posto nella mia lista dei “da leggere” (prima o poi), chissà se avrei mai preso in considerazione quello di Wolfe, se non fosse stato per questa occasione. In effetti, quel che sapevo finora dell’autore è che è un signore molto elegante e che ha scritto un romanzo, Io sono Charlotte Simmons, uscito nel 2003, che all’epoca mi aveva incuriosito ma presentava giudizi talmente contrastanti, e alcune stroncature così nette, da farmi passare la voglia di approfondire. Inoltre, forse proprio l’immagine da “dandy” dell’autore mi aveva fatto arbitrariamente pensare che anche la sua scrittura fosse affettata, pretenziosa, pesante, eccessivamente “letteraria”. Fatto sta, comunque, che la trama de Il falò delle vanità era sufficientemente interessante da farmi accantonare queste riserve, anche di fronte alla mole del libro (più di 700 pagine)… e, come dicevo, il risultato è che ho visto con soddisfazione smentiti tutti i miei “timori” e pregiudizi, e mi sono goduta, anzi divorata, una bellissima lettura.

Il falò delle vanità riesce a essere un libro “simbolo” degli anni ’80 e allo stesso tempo sembra scritto ieri. New York è la vera protagonista (suggerisco di tenere a portata di mano una mappa della Grande Mela durante la lettura! Inutile dire quanto ho amato immaginare di ripercorrere di nuovo quelle strade), ma New York non è una città sola: qui c’è la New York di chi abita a Park Avenue, la strada più lussuosa del borough più ricco (Manhattan) della metropoli più importante della nazione più potente del mondo, e la New York di chi, solo a pochi chilometri di distanza, vive la realtà totalmente diversa e degradata del Bronx, di come la percezione di questi due poli opposti sia giunta a dominare, in positivo e in negativo, tutte le ambizioni e le paure di chi sta “in mezzo”, di come questi due mondi, che normalmente si fondano su un tacito patto di “non ingerenza”, finiscano per incontrarsi e di come le conseguenze di ciò siano molto più sfaccettate e meno univoche di quanto si potrebbe pensare.
Ancora una volta a colpire del “mito” di New York è il suo essere luogo aperto e chiuso allo stesso tempo, dove le persone più diverse e dalle più svariate provenienze sono contemporaneamente a stretto contatto e più lontane che mai. Al di là della retorica dell’integrazione e del “melting pot”, anche qui (è un’impressione che ho avuto anche guardando la serie TV Boardwalk Empire, che pure non è ambientata esclusivamente a New York e riguarda l’America degli anni Venti… eppure, a leggere il libro, pare che negli anni Ottanta la situazione non sia molto diversa) sembra di trovarsi di fronte a “tribù” (anzi “specie”, visto che addirittura nel romanzo c’è una vera e propria “bestializzazione” della popolazione di New York, che a sua volta è una “giungla” in cui tutti sono impegnati nella “lotta per la sopravvivenza”) che si spartiscono gli spazi, e se oltrepassi alcuni “confini” entri in un “territorio” totalmente diverso, popolato da “branchi” di uomini totalmente diversi da te, che rispondono a codici e leggi completamente diverse, e la cosa è universalmente nota, accettata e persino salvaguardata, perché aiuta a dare un minimo di “senso” alle dinamiche della metropoli. E quindi abbiamo i wasp protestanti, gli ebrei, gli italiani, gli irlandesi, i neri, i britannici ex colonizzatori e ora immigrati spocchiosi. Tutte queste categorie si scrutano, si riconoscono a vicenda, si tengono a debita distanza… fin quando, come avviene in questo romanzo, il caso non le costringe a fare i conti l’una con l’altra.

Sherman McCoy, giovane “broker” di Wall Street, si ritiene a buon diritto, e senza nessuna ironia, uno dei “Padroni dell’Universo”: guadagna un sacco di soldi, con una telefonata è in grado di spostare somme enormi di denaro, abita in uno degli appartamenti più sfarzosi di Park Avenue con moglie e figlia, ha un’amante giovane e bella, non gli manca nulla. Eppure, basta che una notte, al volante della sua Mercedes, prenda l’uscita sbagliata e si ritrovi, in compagnia dell’amante, perso fra le strade malfamate del Bronx, e basta che, in un incidente dalla dinamica molto confusa, la sua auto investa un giovane nero, perché un’esistenza pienamente sotto controllo gli sfugga totalmente di mano, la sua identità stessa venga fatta a pezzi e assuma, a seconda dei casi e dei destinatari, il conveniente ruolo di arma di ricatto (per l’ambiguo leader della comunità nera, pronto a fomentare gli animi), capro espiatorio (per il politico in cerca di voti), occasione di rivalsa e trampolino di lancio (per il giornalista fallito che dà la storia in pasto all’opinione pubblica e per l’ambizioso e frustrato procuratore distrettuale), pretesto per la “buona causa” del momento (tutti coloro che sfruttano a fini di visibilità la protesta degli abitanti del Bronx). D’altra parte uguale “disumanizzazione”, ma di opposto segno, tocca all’altro protagonista della tragedia, il giovane investito. Non è un caso che l’epilogo (segue spoiler), amarissimo praticamente per tutti i personaggi, veda invece, in stridente contrasto, il “trionfo” (di proporzioni talmente esagerata da dover essere necessariamente inteso in senso ironico) del giornalista pretenzioso e cinico che, con i suoi articoli trasudanti sentimentalismo d’accatto e disinvoltamente forcaioli, dai dettagli spesso aggiustati ad arte, ha scatenato la “caccia alle streghe”.

Attenzione, non si pensi però che tutti questi Grandi Temi che ho cercato (confusamente) di rilevare rendano la lettura impegnativa, pesante, difficoltosa: come dicevo prima, tutt’altro! Il romanzo scorre via che è un piacere malgrado il fatto che, tutto sommato, le parti di azione propriamente detta non siano molte, perché il precipitare, lento ma inesorabile, degli eventi tiene comunque avvinti alla vicenda. Soprattutto, è tutto molto meno “netto” e “categorico”, più “problematico” e meno “consolante” per il lettore di quanto una sintesi, compresa la mia, possa far pensare (seguono alcuni spoiler, per leggerli vanno evidenziati): Sherman e Maria, la sua amante, sono scappati senza fermarsi perché credevano di essere vittime di un tentativo di rapina, è così o no? Se no, perché l’altro ragazzo che era presente sulla scena non denuncia subito il fatto? È proprio vero, come sostengono la famiglia di Henry Lamb (il ragazzo investito), il reverendo Reginald Bacon, la stampa, che i medici siano stati negligenti nel trattare Henry, perché il paziente era un ragazzo nero del Bronx, e l’hanno colpevolmente mandato a casa dopo avergli semplicemente fasciato il polso… o è stato inspiegabilmente e assurdamente reticente Henry a non parlare subito dell’incidente? E perché non l’ha fatto? La Procura non ha aperto subito un fascicolo perché effettivamente la vita di un ragazzo nero non vale molto… oppure è anche vero che non vi erano oggettivamente elementi sufficienti per procedere? E si può continuare ancora, con i dubbi e le domande e le incertezze, con l’autore che spinge al massimo sul pedale dell’ambiguità soprattutto nel finale, per non dare al lettore nessun “appiglio” per formulare un giudizio “facile” e “comodo” (segue mega-spoiler sul finale): sì, era un tentativo di rapina, MA per finta… Sì, la verità viene a galla, MA la registrazione che la contiene è stata fatta e ottenuta in modo illegale, e Sherman è costretto a spergiurare per farla ammettere come prova.

Devo ringraziare la mia passione per la serie TV The Good Wife se ho potuto capire agevolmente le parti più strettamente legali della vicenda!

Tom Wolfe, Il falò delle vanità (trad. Ranieri Carano), voto = 4/5

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Ci rivediamo lassù

Progetto prima guerra mondiale: parte 1
La prima guerra mondiale è da sempre un argomento che mi interessa particolarmente, non tanto dal punto di vista strategico-militare, quanto per l’impatto che ebbe sull’immaginario collettivo europeo e mondiale e gli strascichi che lasciò. Col tempo, ho messo insieme una (piccolissima) raccolta di libri, fra saggi e romanzi, sull’argomento. Nel primo centenario dello scoppio della guerra (1914-2014), mi propongo di leggerli.
Già letti in precedenza (e commentati qui): Bollettino di guerra, Plotone di esecuzioneI fogli del capitano Michel, Scritture di guerra

Ho scoperto questo romanzo mesi prima che uscisse in Italia, grazie a questo articolo del Corriere della Sera del 5 novembre 2013, che riferiva della sua vittoria al Prix Goncourt: mi incuriosì subito, e da allora aspettai impaziente la data della pubblicazione nel nostro paese, 28 gennaio, nonché il momento in cui l’avrei trovato disponibile usato (non so quanti ordini sul sito Libraccio andati a vuoto ho fatto, prima di trovare finalmente un venditore su Comprovendolibri.com!). Insomma, un altro libro che desideravo tantissimo, e mi accorgo che, quando inizio una recensione così, in genere la conclusione è sempre che le attese sono andate deluse (un esempio estremo? La svastica sul sole). Per fortuna, stavolta è andata diversamente. (Tra parentesi, segnalo anche, sempre sul Corriere della Sera, la recensione apparsa il 24 gennaio 2014).

In effetti, pur essendo la prima “puntata” del “progetto prima guerra mondiale”, si comincia dalla fine, perché questo romanzo prende avvio nei primissimi giorni del novembre 1918, con l’armistizio ormai alle porte, e affronta più che altro le conseguenze della guerra e i suoi effetti crudelissimi e diversissimi sui destini individuali.

Durante un insensato attacco a una posizione assolutamente inutile per le sorti complessive del conflitto, che serve solo a far guadagnare una promozione in extremis all’ufficiale di comando, tre uomini diversissimi sono protagonisti di un episodio che cambia per sempre le loro vite: Henri d’Aulnay-Pradelle è il tenente che ha ordinato l’attacco, approfittando di un pretesto che non ha esitato a creare ad arte; il soldato Albert Maillard lo scopre, ma rischia di venire eliminato in modo orribile quale scomodo testimone, se non fosse per l’intervento del commilitone Édouard Péricourt, che però, proprio per essere intervenuto generosamente a salvare Maillard, viene colpito e rimane orrendamente sfigurato.

Seguono l’armistizio, la smobilitazione, il trionfo personale e l’ascesa sociale dello spudorato e fortunato Pradelle, da un lato, lo stringersi di un profondo legame fra i due soldati, la straziante riabilitazione di Édouard e il ritorno alla “vita” civile (Édouard, in rotta col padre, e ormai convinto di non poter mai più condurre un’esistenza normale a causa della sua condizione, con l’aiuto di Albert assume l’identità di un soldato morto), il trauma che ha scavato una traccia indelebile nella psiche di Albert, la disoccupazione e la povertà e il senso di abbandono, dall’altro.

Sapevo naturalmente del disastro totale in cui piombò la Germania sconfitta, il senso di umiliazione e frustrazione, la “pugnalata alle spalle”, l’economia a pezzi, l’estremismo che cominciò a farsi strada nella vita politica. Questo libro fa vedere che anche nella Francia vittoriosa le cose, per i reduci, non andarono affatto meglio, con la beffa aggiuntiva della retorica parolaia dell’eterna gratitudine della Patria per i suoi “eroi”: invece, gli “eroi” finiscono per essere considerati ben presto un peso e faticano a ricostruirsi una vita.

Imprevedibilmente, le vite dei tre personaggi principali, e di altri a loro legati, rimangono connesse anche dopo la guerra, anche se per lo più a distanza. Édouard, che ha sempre avuto un temperamento più eccentrico e da “artista”, cui ora aggiunge un desiderio di rivalsa verso l’establishment che ha causato la guerra, e il più timido e riluttante Albert architettano un’elaborata truffa, mettendo su una società fantasma per vedere finti monumenti commemorativi ai comuni francesi: uno di questi verrà finanziato proprio dal padre di Édouard! Ma siamo già a metà romanzo, e intanto la parte più interessante del libro, secondo me, era già in moto da tempo: si tratta infatti dell’apparentemente inarrestabile corsa verso il successo e la ricchezza del personaggio di Pradelle, il quale, sfruttando i legami familiari, una pratica sistematica di intimidazione e corruzione, il proprio carisma personale e la propria ambizione quasi “ferina”, ostendando una scandalosa indifferenza verso qualsiasi legge dello Stato o senso del pudore e il convincimento pacifico della propria impunità e inattaccabilità, si è aggiudicato l’enorme business, finanziato dallo Stato, della riesumazione delle centinaia di migliaia di corpi di soldati francesi caduti nei vari teatri di guerra e la costruzione di imponenti cimiteri militari. Compito che egli, ovviamente, esegue e fa eseguire avendo come unico scopo la massimizzazione dei guadagni, e quindi scegliendo il legno più scadente per le bare, che per risparmiare vengono costruite di misura troppo piccola, riesumazioni fatte con la più scandalosa fretta e noncuranza, senza alcuna cura nel tentare di identificare i cadaveri… e così via, in una girandola di scene sempre più macabre e sconcertanti. Questo personaggio, sostanzialmente, incarna il peggio del peggio, quasi con voluttà e senza alcuna sfumatura, e tuttavia, pur riuscendo talvolta esagerato e parossistico, forse proprio per questo è efficace nel rendere non tanto una psicologia individuale, quanto un generale “tipo” che pure vediamo in azione direi quotidianamente anche oggi (è uno dei motivi per cui il suo crollo finale e la sua sconfitta rovinosa mi sono sembrati troppo “perfetti”, quasi un voler compensare con la fantasia ciò che nella realtà avviene di rado). Tra l’altro, mentre la truffa dei monumenti ideata da Édouard e Albert è inventata, lo scandalo delle speculazioni selvagge nell’appalto governativo per i cimiteri militari di cui è al centro Pradelle si basa su fatti realmente accaduti.

Il libro non si esaurisce, comunque, col racconto di questa colossale impresa criminosa: molto belle le pagine dedicate alla coppia di amici, uniti da un legame intensissimo e allo stesso tempo vissuto talvolta come una catena o una condanna (infatti, se Édouard non può impedirsi di pensare che salvare la vita ad Albert è stato la causa della sua disgrazia, anche Albert ora si ritrova a doversi occupare di un invalido permanente, dipendente dalla morfina, praticamente uscito di senno), ma comunque sincero e unica vera ancora di salvezza per entrambi, insomma tante componenti che si intrecciano l’una all’altra e rendono questa amicizia profondamente toccante, così come le pagine che analizzano il dolore tutto privato e “nascosto” di un uomo apparentemente tanto severo e insensibile come il padre di Édouard (che, ricordo, è convinto che il figlio sia morto).

Soprattutto nei primi capitoli, la voce del narratore ricorda un po’ quella di… abbiate pazienza, Faber (sì, sto ancora citando Il petalo cremisi e il bianco: da quando ho spostato il blog su WordPress, ho preso l’abitudine di cancellare i “pingback” a precedenti post, quando si trattava di collegamenti interni messi da me: non so perché poi, mi erano sembrati inutili, e invece sono preziosi per seguire tutti i rimandi e le autocitazioni nel blog… Comunque, se non li avessi cancellati, quel post ne avrebbe decine!). La ricorda per il suo “coinvolgimento” diretto e quella sensazione che stia parlando proprio a te. Non ha, naturalmente, la finezza dell’originale, e rischia spesso di apparire verboso, dà una marea di informazioni, pure troppe, e tutte insieme, sulla backstory dei personaggi. Questa impostazione però man mano diventa più sfumata, fino ad arrivare a un più “classico” narratore onnisciente, e forse è un bene.

Fino a 30 pagine dalla fine gli avrei dato 4 “stelle” sicure: peccato il finale, mi è sembrato un po’ “moscio”, un po’ troppo “pulito”, “lineare”, il che, in una storia di truffe e imbrogli, mi ha lasciato un po’ perplessa: che fine ha fatto la cattiveria del resto del romanzo (vedi anche ciò che dico più sopra a proposito del personaggio di Pradelle)? Credevo che si stesse via via preparando il terreno per far convergere tutti i protagonisti in un unico posto per il confronto finale, e invece no; forse sono “vittima” del gusto per i finali “esplosivi” di film/telefilm: d’altra parte Lemaitre è autore anche di un popolare thriller, Alex, quindi non dovrebbe neanche “schifare” a priori il buon vecchio finale “a sorpresa”/”col botto”. E poi in generale non amo molto quel tipo di epilogo in cui l’autore traccia tutta la storia futura dei suoi personaggi (“Tizio fece questo e questo … morì nel 1961 … Caio si sposò etc etc … morì nel 1952”, quelle cose così), mi rovinano la possibilità di immaginare un mio “futuro alternativo” (poi lo faccio lo stesso, ovvio, ma ho più l’impressione di “barare”).

Non capisco molto la scelta dell’immagine per la copertina italiana, con i due uomini stravaccati ai giardini: è una foto di Herbert Tobias, Untitled (Jardin du Luxembourg), 1952. Sì, raffigura due uomini, forse due amici, è l’unico collegamento (oltre a Parigi) che riesco a trovare col libro: ma, a parte che è appunto una fotografia molto più tarda, mi sembra che dia un’idea di serenità, relax e riposo che è alquanto lontana dall’atmosfera di questo romanzo.

Sul tema dei cimiteri militari, dei monumenti commemorativi e del culto dei caduti, posso consigliare il saggio Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, di George L. Mosse (Laterza): lo studiai per l’esame di storia contemporanea, ora il ricordo è un po’… vago, ma era interessante (però, bel consiglio!).

Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù (trad. Stefania Ricciardi), voto = 3,5/5

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Cortés

Era arrivato il momento di affrontare questa corposa biografia di Cortés, continuando un filone cominciato ormai qualche settimana fa sul tema “conquista del Messico”: ci avevo già provato qualche tempo fa, ma confesso che avevo resistito solo poche pagine. Stavolta forse la “spinta” dei due libri precedenti, La voce dell’acqua e Goddess of Grass, grazie ai quali se non altro avevo già fatto un “ripasso” dell’argomento, è stata utile.

Questo libro è un caso in cui all’interesse per il contenuto si somma la bellissima copertina che ti strega, creando una combinazione irresistibile: infatti è stato in libreria che il fascinoso volto di Cortés ha attirato il mio sguardo; la prima edizione del volume incuteva però un certo “timore”, visto che era un mattone con copertina rigida di più di 500 pagine e costava 36 euro… L’edizione economica nella collana Oscar storia era decisamente più abbordabile, l’inconveniente però è probabilmente le ridotte dimensioni della pagina fanno sì che il testo sia scritto piccolo piccolo (quando ti abitui a leggere i caratteri giganti del Kindle, poi sulle prime è dura pensare di non poterli più ingrandire!).

Penso che uno dei motivi per cui mi interessa tanto l’epoca dei viaggi e delle conquiste sia che si trattò, per entrambi i fronti, di un incontro tanto impensabile e imprevedibile con l’ignoto assoluto, incomprensibile. Queste persone che scelsero di mettersi in viaggio verso luoghi totalmente estranei e sconosciuti, spesso con la quasi certezza che non avrebbero più potuto tornare indietro… ormai, nel mondo attuale, non riesco nemmeno più a trovare un termine di paragone adatto. Forse la loro esperienza, la molla del loro agire, le loro paure e il loro stupore sono assimilabili, ormai, solo a quello che oggi si trovano ad affrontare gli astronauti, gli unici, per quanto ne so, che letteralmente non sanno e non possono immaginare cosa li attenderà all’arrivo.

Qui però non c’era molto su questo aspetto dell’epopea dei viaggi e delle esplorazioni, l’attenzione dell’autore era concentrata su battaglie, trattative, contratti (visto che non ho ancora abbastanza libri da leggere, e se ritornassi lì dove avevo giusto trovato questo, che avevo scartato, anche perché tutto sottolineato?).

Nella Premessa l’autore dichiara di rivolgersi principalmente a un pubblico di non specialisti, ma francamente il tono di questo libro mi sembra tutt’altro che divulgativo: sì, vi sono spiegazioni che normalmente non sono necessarie agli addetti ai lavori, ma anche una miriade di nomi di persone e di luoghi e di avvenimenti, e collazioni fra le diverse fonti, e mini-biografie di questo e quello, che alla lunga danno alla testa. La conquista e i suoi protagonisti, come ci informa Miralles, furono, fin dall’inizio, raccontata in mille modi diversi, sottoposta a manipolazioni, fraintendimenti, abbellimenti o omissioni, perciò la caratteristica principale del libro è mettere fianco a fianco le varie versioni dei vari cronisti, per cogliere in ognuna di esse punti di forza, contraddizioni, errori, elementi aggiuntivi. Questo metodo assai scrupoloso fa sì però che spesso un singolo episodio sia narrato in più modi diversi, commentato, criticato, eccetera, rendendo la lettura assai pesante e lenta.

Nonostante la parola conquistador possa evocare alla mente uomini bellicosi, irruenti e assetati di sangue e oro, il ritratto di Cortés che emerge da questo libro è molto diverso: calmo, freddo, controllato, paziente. Tuttavia, più che Cortés, emergono forse con ancora più forza e in modo molto più tragico le personalità molto diverse di Montezuma (uso la grafia più nota, anche se più antiquata e forse meno corretta) e Cuauhtémoc, l’ultimo sovrano mexica “indipendente”: il primo spogliato dall’aura suggestiva ma anche un po’ caricaturale del sovrano superstizioso, terrorizzato dalla profezia che annuncia la fine del suo regno, paralizzato dall’indecisione, e descritto invece come prudente, diplomatico, realista, impegnato (vanamente) nel regolare la transizione dei poteri nel modo meno traumatico e cruento per il suo popolo, il secondo quasi eroe tragico, votato fino all’ultimo a un’impossibile e “assurda” resistenza.

A differenza dei due libri precedenti, questa biografia non si ferma alla conquista di Tenochtitlán, ma si occupa anche degli anni successivi della vita di Cortés… non esattamente allegri o altrettanto avvincenti per il lettore, visto che furono avvelenati da innumerevoli liti e contrasti e cause, di cui l’autore, al solito, ci informa nel dettaglio (e mica gliene faccio una colpa!)… senza che, comunque, la voglia di Cortés di viaggiare ed esplorare si spenga del tutto, anche se i suoi progetti divennero sempre più velleitari o fallimentari, e sempre meno gli uomini disposti a seguirlo. Paradossalmente, però, è in questa fase meno nota e meno avventurosa che emerge un ritratto di Cortés, invecchiato, solo, amareggiato, stanco, più coinvolgente e partecipato.

Un libro insomma alquanto dotto e denso di informazioni, ma pesantissimo: con meno parole ha detto meglio di me un utente aNobii (che pure dà un giudizio positivo): “Ci sono libri storici, soprattutto quando si parla di biografie, che si leggono come romanzi. Scorrevoli, accattivanti, ti fanno immediatamente immergere nella storia e nelle vicende dei personaggi. Bene, questo NON è uno di quei libri”.

Juan Miralles, Cortés. L’inventore del Messico (trad. Alessandra Benabbi e Cristiana Spitali), voto = 2,5/5
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I miracoli di Val Morel

Ecco il libro (o è stato Cortés?) che mi ha fatto venir meno all’impegno di acquistare solo usato, ma di seconda mano non si trovava… cioè sì, ma solo la prima, rarissima edizione del 1971 a 300 euro. L’ho scoperto grazie a un articolo sul Corriere della Sera.

Nel 1970 Buzzati tenne una mostra, dal titolo “Miracoli inediti di una santa”, in cui esponeva piccoli quadretti in cui riprendeva stile e convenzioni di un “genere” di secolare tradizione, quello degli ex voto nei santuari, trasponendoli però in un universo fantastico, magico, surreale, bizzarro, onirico. Ecco quindi che dalla fantasia dell’artista nascono tante immagini che celebrano miracoli e interventi provvidenziali attribuiti non a caso alla santa cosiddetta “dell’impossibile”, Rita da Cascia: qui la santa salva da una contadina dall’attacco del Gatto Mammone (è l’immagine della copertina, tanto per darvi l’idea dello stile e dei contenuti), qui fa in modo che il podere di un suo devoto non subisca danni per il passaggio della Balena Volante, qui intercede in favore di un tizio vittima degli attacchi delle inquietanti Formiche mentali, qui salva da sicuro naufragio una nave finita nelle fauci del Serpenton dei Mari…

Successivamente, Buzzati riprenderà il catalogo della mostra e lo arricchirà di alcune immagini e soprattutto di una premessa che funge da cornice, in cui narra del suo incontro con il custode (immaginario) del santuario (immaginario) della santa (reale) nella (inesistente) Val Morel, in un continuo susseguirsi di realtà e finzione, e di dettagli esplicativi a ciascun pannello, in cui, con lo stesso tono fintamente erudito, fornisce dettagli sulla cronologia, sul contesto della scena e sul “miracolo” raffigurato: è il suo ultimo libro, I miracoli di Val Morel.

Nel viaggio dentro questo “teatrino” paradossale popolato da figurette minute ed esseri grotteschi, mostruosi o ridicoli, il piacere dell0 “scherzo” deriva dalla combinazione perfetta fra assurdità delle situazioni, capacità dell’artista di padroneggiare stilemi e convenzioni tipici del genere (anche se i quadretti di Buzzati sembrano naïf e semplici come gli autentici ex voto, e invece spesso nascondono rimandi e citazioni coltissime, come spiega Lorenzo Viganò nella postfazione al volume), tono volutamente serissimo delle spiegazioni. Ottima la decisione della Mondadori di rendere di nuovo facilmente accessibile questo piccolo capolavoro poco noto.

Dino Buzzati, I miracoli di Val Morel, voto = 4/5
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È stato un attimo

Lo so, avrei dovuto finire il mese di marzo leggendo questo libro, o quest’altro, sarebbe stato coerente col tema della storia americana pre e post Conquista avviato con Le parole di Malinche e Conquista… Avevo anche provato a iniziare Bartolomé de las Casas e i diritti degli indiani, e non sembrava male, però questo periodo è faticoso e mi andava un romanzo svelto, divertente, scorrevole.

Questo libro è stata una scoperta davvero casuale: girovagavo tra le pagine di Goodreads e una fra le tante schede sistemate era questa. Lo spunto da cui prende avvio la trama è di quelli genialmente assurdi che speri tanto non vengano rovinati da uno sviluppo non all’altezza: il protagonista, Santo Denti, improvvisamente si ritrova, a causa di un’amnesia fulminante che gli ha cancellato gli ultimi quattordici anni, in una vita e in un mondo assolutamente estranei. Da spacciatore di mezza tacca dedito a furtarelli vari si ritrova creativo pubblicitario quarantenne di successo fighetto e salutista. Deve cercare di adattarsi al più presto perché, forse, qualcuno ce l’ha con lui, ed è anche, guarda caso, sospettato dell’omicidio di un suo rivale sul lavoro.

Nella prima parte del romanzo, ovviamente, buona parte del divertimento sta nella difficoltà di Santo nell’ambientarsi in un mondo dominato dalla tecnologia, dai telefonini, da Internet: leggere del suo disorientamento è un interessante sistema per capire quale stravolgimento questi strumenti abbiano portato, in pochi anni, nelle nostre vite. Non è più necessario fare “salti” di secoli per ritrovarsi spiazzati, basta una quindicina d’anni. L’attenzione a questi dettagli è però paradossalmente anche un fattore che rischia di far invecchiare rapidamente il romanzo, datato 2006: se, catapultato dal 1991 al 2005, Santo rimane sconvolto dai telefonini, questo a noi, nel 2012, ormai in piena “fase” iPad e social network, forse neanche sembra più così comico… Beh, pazienza.

Come talvolta accade, ai toni surreali e grotteschi della prima parte subentrano quelli più cupi della seconda, quando la trama gialla arriva a conclusione: in effetti però la caratteristica del libro è proprio quella di sfuggire a una classificazione precisa, sia dal punto di vista del genere in cui incasellarlo, sia da quello della caratterizzazione dei personaggi, sia da quello del messaggio che pare di cogliere. L’impressione più forte è quella di una strana ambiguità; cerco di spiegare (a seguire alcune anticipazioni, se non volete leggerle saltate al prossimo capoverso) Tutta la vicenda è narrata dal punto di vista del Santo “del 1991” che si ritrova nei panni del suo io “del 2005”: pertanto, anche non volendo, siamo più o meno “condizionati” a giudicare eventi e persone secondo il suo metro di giudizio, perché è lui che ce le presenta, è attraverso di lui che le vediamo. E quindi il Santo del 2005 è un individuo che ci viene dipinto come sgradevole, o quanto meno strano e dalle abitudini ridicole, la sua fidanzata Monica una smorfiosa non molto sveglia, la comunità religiosa che i due frequentano un ambiente bislacco o persino inquietante… Ma è davvero così? Se proviamo a guardare le cose con più obiettività, in effetti quella di Santo ci appare come una storia esemplare di riscatto e rinascita, Monica si dimostra amorevole e premurosa e sicuramente provvidenziale per Santo in più di un’occasione, il nuovo stile di vita del protagonista non certo da condannare, in confronto a quello del passato. Questa difficoltà o imbarazzo nel pronunciare giudizi netti sui personaggi si riflette bene anche nella teoria investigativa di Santo che poi, alla fine, si rivela del tutto errata. D’altra parte, però, non si può neppure negare che l’ambiente dell’agenzia pubblicitaria sia vuoto e ipocrita, che il Santo del 2005 sia rimasto coinvolto in maneggi poco puliti, che il suo vecchio amico Max lo abbia tradito, che le ultime pagine, con un finale ironicamente spiazzante, lascino volutamente in bocca un sapore amaro, un retrogusto di beffa… Che Santo si sia integrato… fin troppo bene nel nuovo ruolo di potente uomo d’affari? Insomma, un libro che mi ha sorpreso e che si è dimostrato più “complesso” di quanto credessi: Sandrone Dazieri lo conoscevo soltanto di nome, ma immaginavo di poterlo più o meno comprendere in una certa categoria; forse, però, mi sbagliavo, e comunque sono invogliata a leggere altro. Senza essere un capolavoro della letteratura, È stato un attimo si è dimostrato, soprattutto nella seconda parte, ben costruito e appassionante.

È la prima volta che trovo un autore ringraziare gli utenti di Wikipedia per le informazioni prese dall’enciclopedia… mi ha fatto piacere, forse rientro anch’io nel ringraziamento collettivo, visto che sono arrivata lì nel gennaio 2006! E mi ha anche un po’ intenerito veder presentare Wikipedia come una realtà ancora abbastanza nuova e poco conosciuta (Dazieri si dilunga qualche riga a spiegare cos’è e come funziona… siamo ad ottobre 2006)…

Un’ultima nota: al solito, ho acquistato questo libro usato su Libraccio.it. In genere, da quel sito mi sono quasi sempre arrivati volumi in ottime condizioni, questo invece era un po’ pasticciato da disegnini e dediche varie… era il regalo di compleanno di una ragazzina a sua madre, e la sconosciuta ragazzina si è impegnata proprio tanto a decorarlo e personalizzarlo. Ma tu, mamma, te ne sbarazzi così?? 🙂

Sandrone Dazieri, È stato un attimo, voto = 4/5
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Dalia Nera

“Dalia Nera” è il nomignolo che la stampa scandalistica appioppò alla povera Elizabeth Short, aspirante attricetta barbaramente assassinata a Los Angeles nel gennaio del 1947 a soli 22 anni: questo caso di cronaca nera, rimasto irrisolto, suscitò un notevole clamore all’epoca, per la ferocia del crimine, ma anche per il fascino torbido che gli conferiva la vicinanza con la Mecca del cinema, Hollywood. Io ne venni a conoscenza interessandomi della biografia di Franchot Tone, raffinato attore teatrale passato al cinema, ex marito di Joan Crawford, la cui carriera, dopo un inizio promettente, non “decollò” mai sul serio: nel 1944 Tone e la futura “Dalia Nera” ebbero un fugace incontro, come descritto qui (ultimo paragrafo).

Molti libri e film sono stati dedicati al caso Dalia Nera, il più famoso è sicuramente questo romanzo di James Ellroy, uscito nel 1987. La vicenda della Short ha un’importanza centrale nella biografia dell’autore, perché non solo egli visse per un certo periodo a breve distanza dal luogo del ritrovamento del cadavere, ma soprattutto dovette in un certo senso “riviverla” sulla propria pelle perché la sua stessa madre, nel 1958, venne violentata e uccisa da un ignoto quando egli aveva undici anni. Chiaro quindi che nella sua produzione questo non sia un libro come tutti gli altri, ma costituisca un omaggio alla madre e una sorta di terapia/esorcismo per lo stesso Ellroy.

Secondo libro letto per un Gruppo di Lettura dopo Suite francese, anche questo, come il romanzo della Némirovsky, è stato proposto da me e approvato: non ero però tranquilla, perché, dopo l’inizio deludente di L.A. Confidential, dello stesso autore (cominciato lo scorso mese e mollato dopo una decina di pagine), temevo che Ellroy si rivelasse proprio impossibile da digerire per me. Timori infondati, per fortuna: a differenza di quello, Dalia Nera mi ha catturato quasi subito.

La storia: Los Angeles, 1946. Buck Bleichert è un giovane ex pugile entrato, durante la guerra, nella polizia di Los Angeles, dove sembra avere poche speranze di far carriera finché non gli viene proposto un incontro di boxe con un collega, Lee Blanchard, della Divisione Mandati: l’incontro servirà per attirare l’attenzione e le simpatie della cittadinanza sulla polizia, rendendo più probabile l’approvazione di maggiori stanziamenti e l’aumento delle paghe. In più, se Buck vincerà, verrà promosso dalla Stradale alla Mandati. Buck perde, ma la promozione arriva lo stesso, e da quel momento stringe un forte sodalizio umano e professionale con il collega Lee. Questi convive con una donna, Kay, che anni prima aveva una relazione con un violento rapinatore che Lee ha fatto arrestare. Buck e Kay sono attratti l’uno dall’altra, ma la cosa non compromette minimamente l’amicizia fra i due uomini, anzi, assieme a Lee e Kay Buck sente per la prima volta di far parte di una famiglia. La serenità viene però turbata irrimediabilmente dal ritrovamento del cadavere orrendamente mutilato di una ragazza, Elizabeth Short, giunta a Los Angeles per intraprendere una carriera nel cinema, che la stampa ribattezza “Dalia Nera”. Il caso finisce per ossessionare e assorbire completamente Lee, che in Betty Short rivede la sorella Laurie scomparsa anni prima che, forse, può aver fatto la stessa fine, mentre Buck segue le indagini, ostacolate dal clamore inaudito che ha subito scatenato la vicenda, strumentalizzata in vari modi, e che ben presto giungono a un punto morto, con scarso trasporto. Mentre il comportamento di Lee, preoccupato anche perché il criminale che anni prima aveva arrestato sta per essere rilasciato e potrebbe essere desideroso di vendicarsi di lui e Kay, si fa sempre più problematico, Buck conosce una ragazza di buona famiglia, Madeleine, che gli ricorda straordinariamente la Dalia e con la quale inizia una relazione: venendo a sapere che ella ha effettivamente frequentato per un certo periodo la vittima, fa di tutto per non far comparire il suo nome nelle indagini. La situazione precipita quando Lee improvvisamente, per seguire una pista, parte per il Messico e da lì di lui si perde ogni traccia: l’amico indaga e si ritrova, suo malgrado, sempre più preda anch’egli dell’ossessione per la Dalia.

Mi fermo qui con la trama, vi ho dato un’idea ma senza svelare poi tanto, perché proseguendo la storia diventa molto più complessa. In realtà sembra quasi che i libri siano due, la prima metà (o anzi i primi due terzi) un noir molto teso ma lineare, con personaggi ben delineati e sfaccettati (avendolo letto in italiano non posso dir nulla della lingua, che invece, a giudicare da altre recensioni, dovrebbe essere un elemento importante, aderente al “gergo” poliziesco dell’epoca), anche se Buck, che è anche l’io narrante della vicenda, sembra inizialmente meno interessante di Lee, più tormentato e contraddittorio e con un passato con svariati punti oscuri e colpi di scena ben congegnati (e, per me, dolorosi), e l’ultima parte, più oscura e difficile, che segue la discesa di Buck nell’ossessione che rischia di perderlo e che complica forse un po’ troppo le cose inventandosi una soluzione del caso che è sì inaspettata, ma anche esageratamente intricata, scioccante e inverosimile e tirata per le lunghe.

Completa la mia edizione una nuova postfazione di Ellroy scritta dopo l’uscita del recente film The Black Dahlia di Brian De Palma: l’autore loda la trasposizione cinematografica e parla anche della genesi del romanzo, ricollegandosi ovviamente alla sua tragica vicenda familiare. Potenzialmente interessantissimo, ma il linguaggio oscuro e a volte incomprensibile hanno compromesso l’utilità di queste ultime pagine.

Questo libro (in questa edizione con la copertina rigida, ISBN 9788804563044) in genere si trova nel reparto Remainders di vari store on line e, se vi interessa, dovreste riuscire a procurarvelo a poco prezzo (io l’ho pagato meno di 7 euro, a prezzo pieno veniva 18,60).

James Ellroy, Dalia Nera (trad. Luciano Lorenzin), voto = 3/5
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L’imbroglio del turbante

Torniamo a Istanbul, all’Impero ottomano, dove già eravamo stati di recente con L’albero dei giannizzeri, ma stavolta qualche decennio prima, alla fine del XVIII secolo.

Tra impero russo e Sublime Porta la tensione è sempre strisciante, tanto più in questo periodo in cui le armate di Caterina II si sono impossessate della regione del Caucaso e della Cecenia; proprio da quella zona montuosa e impervia si leva improvvisamente la voce di un misterioso “profeta” che si fa chiamare Sheykh Mansur (“il Vittorioso”) e che, nel nome della purezza dell’Islam, raduna un piccolo esercito che riuscirà per anni, inaspettatamente, a tenere impegnate le forze occupanti, mentre sull’identità del condottiero si rincorrono le voci più disparate e bizzarre, fino a quella, clamorosa, che arriva dall’Italia: Mansur sarebbe in realtà un ex frate domenicano piemontese, Giovanni Battista Boetti, che dopo una giovinezza avventurosa entrò in religione e partì missionario per l’Oriente, lì fece altre esperienze a dir poco movimentate e infine, rinnegato il cattolicesimo e fattosi musulmano, si improvvisò appunto profeta e guerriero. L’intento dell’autrice, Serena Vitale, slavista ed esperta di storia e letteratura russe, è capire quanto ci sia di vero dietro questa “leggenda”. Il libro veniva recensito molto positivamente (anzi, in modo a dir poco entusiasta) dal Corriere della Sera in un articolo del 2007. Ha preso la polvere nella mia libreria a lungo prima che mi decidessi a iniziarlo; un po’ mi avevano stupito i giudizi per lo più negativi che leggevo in giro su siti quali aNobii o Goodreads, ma dirò la verità, non ne facevo gran conto: pensavo che potessero attribuirsi al fatto che molta gente aveva creduto di avere per le mani un romanzo storico e invece si era trovata spiacevolmente sorpresa e delusa dal fatto che il testo era in realtà un saggio, sia pure scritto in modo più fascinoso e intrigante. E d’altra parte la recensione di cui sopra lo definiva addirittura “splendido”! E quindi ecco, un intrigante mix di invenzione letteraria e di documenti di prima mano su un episodio minore ma sicuramente denso di fascino e dal gusto dell’esotico e dell’avventuroso: cominciamo!

… E, dopo ben dodici giorni (tempo lunghissimo per me), arriviamo alla conclusione, ma… CHE FATICA!!! Ma chi me lo ha fatto fare??? L’imbroglio del turbante è stato a un passo dall’entrare a far parte dello sparutissimo club dei libri da me abbandonati prima di essere stati terminati. A dire il vero ora mi fa fatica anche scriverne una recensione tanto articolata, quindi sarò più breve del solito. Continua a leggere…

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Sono l’ultimo a scendere

Ci voleva un po’ di leggerezza dopo la tragicità della “Trilogia degli schiavi” di Thorkild Hansen, e ho pensato di trovarla in questo Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili, di Giulio Mozzi (non riesco a ricordare come ho scoperto questo libro, eppure è un acquisto recente! Odio quando succede).

L’autore da anni tiene sul web una sorta di “diario minimo” (i post più vecchi non li trovo più in rete, oggi sembra che continui qui) in cui riferisce minuti e banali episodi di vita quotidiana e lavorativa che vedono protagonista un io narrante di nome “Giulio Mozzi” nei suoi incontri, ma più spesso scontri, con perfetti sconosciuti, altri passeggeri dei vari treni che è costretto a prendere ogni giorno per lavoro, controllori, baristi, aspiranti scrittori (fa l’editor presso una casa editrice; tra l’altro, sembra che questo lo obblighi a leggersi libri — sembra — uno più palloso dell’altro: ne legge poche righe in treno e poi, puntualmente… “Mi addormento”!), interlocutori telefonici importuni, etc. Non sono storie al 100% vere, come avverte Mozzi nella prefazione, ma sono assolutamente credibili, tanto che spesso è impossibile avvertire il momento in cui si passa il confine tra quello che può essere stato un fatto realmente accaduto che ha fornito da spunto e l’invenzione letteraria.

Le scenette risultanti, fitte di dialoghi serrati e taglienti, sono alcune gustosamente assurde, altre insignificanti, altre un po’ amare. Il tema dominante che sembra emergere da questi “frammenti” di vita è che la gente è sempre più stressata, irascibile, spesso maleducata, egocentrica, spesso distratta o poco attenta, spesso nervosa, spesso di fretta, ignorante, volgare o totalmente rincoglionita.

Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili, voto = 3/5
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Ameni inganni

Fin da quando ne lessi la recensione sul Corriere della Sera, intuii che Ameni inganni di Giuseppe Culicchia aveva tutte le carte in regola per risultare una lettura originale e interessante, ma anche inquietante e capace di toccare parecchie corde della mia sensibilità, tanto che l’ho acquistato ma ne avevo quasi paura, temevo di riflettermici troppo. Una strana coincidenza nella vita reale che mi ha ricordato lo spunto iniziale di questo romanzo mi ha spinto a cominciarlo e siccome, effettivamente, si legge molto rapidamente, in poche ore lo avevo già finito. Sono rimasta stupita leggendo, sulla pagina di aNobii, che più di un lettore definisce questo libro “ameno”, “leggero”, “piacevole”: in realtà è un romanzo che (mi) fa molta paura.

“Ameni inganni” è una citazione da un verso di Giacomo Leopardi (Le ricordanze, v. 77), ed effettivamente la vita del protagonista, Alberto Bianco, quarantenne che ha appena perso l’anziana madre dalla quale dipendeva totalmente, è un continuo ingannare (ha fatto credere alla madre di aver sostenuto brillantemente gli esami universitari quando in realtà i suoi voti sono tutti fasulli, le ha tenuto nascosta, ovviamente, la sua passione per le riviste pornografiche, per conoscere qualche ragazza ricorre a stratagemmi tortuosi e macchinosissimi, facendo credere di essere in cerca di un appartamento da acquistare) e soprattutto ingannarsi: di poter riempire la sua solitudine coltivando impossibili rapporti puramente immaginari con modelle su Internet e su giornaletti porno, di poter riallacciare una relazione con l’unica persona “reale” della sua esistenza, l’ex fidanzata del liceo, persa perché, all’epoca, non ebbe il coraggio di affacciarsi veramente alla vita adulta, che questa effettivamente lo corrisponda, ecc.

Certo, vi sono anche passaggi volutamente costruiti in modo da suscitare un sorriso: come la visita in banca (mi sarei anzi aspettata di trovare più scene che vedevano il protagonista-bamboccione alle prese, per la prima volta, con le incombenze pratiche della vita reale) o la serata al concerto, vissuta con la paranoia di chi non esce mai e si aspetta, dall’ascolto dei telegiornali, poco meno della giungla nelle strade… o la scelta dei nomi delle vie (!). Straniante e spiazzante anche il fatto che sia proprio Alberto, personaggio chiaramente borderline, ad esprimere alcune delle opinioni più lucide e sensate sulla nostra realtà di oggi, come ad esempio sulla nostra ossessione per Facebook. Sotto l’ironia e il grottesco nel descrivere il paesaggio urbano attuale, però, le sensazioni che più si fanno sentire in tutta la loro pesantezza e insostenibilità sono la solitudine e la paura e la violenza: che non solo, come è del tutto evidente, si impossessano del protagonista e lo bloccano, facendolo scivolare gradualmente (la lucidità lo abbandona poco a poco: anzi, i passi in cui ancora si rende conto della sua situazione patetica sono i più strazianti) nella sua ossessione, ma di tutti gli altri personaggi, Letizia, la sua vecchia fidanzata del liceo, la madre defunta, l’anonimo quarantenne della cui morte solitaria si legge sul giornale, i ragazzini che regolarmente devastano i vagoni dei treni su cui viaggia il protagonista, persino, dietro l’apparenza della sua esistenza dorata e irraggiungibile, la supermodella russa che posta gli aggiornamenti della sua vita su Twitter. Tutti, in definitiva, soli e disperati, a cucinarci qualche piatto surgelato per cena cercando di non piangere, o a rifugiarsi in una realtà parallela totalmente immaginaria con i nostri fallimenti.

Giuseppe Culicchia, Ameni inganni, voto = 3,5/5
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