The Fatal Shore

Mi piacciono i libri che hanno per tema viaggi, avventure per mare, scoperte, incontri (e spesso scontri) con culture diverse e sconosciute, ambientazioni per noi “esotiche”: alcuni esempi (fra le letture migliori) sono la “trilogia degli schiavi” di Hansen, la “trilogia di Haiti” di Bell, Il cimitero del Batavia di Dash, i saggi e i romanzi sulla conquista del Messico.
Anche questo saggio di Robert Hughes, The Fatal Shore (pubblicato in Italia da Adelphi col titolo La riva fatale), ha per argomento la storia del continente ignoto per eccellenza, la mitica “terra australis” cercata per secoli e variamente collocata e immaginata, che ancora oggi per molti simboleggia l’altrove, la lontananza più assoluta: l’Australia, appunto.

Pubblicato, significativamente, nel 1987, cioè nell’anno precedente al bicentenario del primo insediamento occidentale in Australia, questo saggio però è tutt’altro che celebrativo delle “glorie passate”. Nell’introduzione, infatti, l’autore ricorda la grande “rimozione” attuata dalla storiografia e dalla società australiane sulle origini della nazione, e cioè la sua nascita come colonia penale dell’impero britannico. Sembra infatti, secondo quanto dice Hughes, che, almeno fino agli anni sessanta del XX secolo, quest’argomento fosse quasi tabù, vi si accennasse solo velatamente e senza indugiarvi, tanta era la “vergogna” degli australiani nel ricordare di essere “discendenti di criminali”. D’altra parte, il rischio opposto era l’eccessiva “romanticizzazione” di tale passato, con la convinzione consolante ma illusoria che tutti i deportati in Australia fossero perseguitati politici, combattenti per la libertà, piccoli proprietari che costituivano la “parte sana” della società britannica, o che i “bushrangers“, figura mitica della cultura popolare australiana, prigionieri evasi e riuniti in bande nascoste nello sterminato e inesplorato entroterra, incarnassero l’archetipo del “romantico brigante”, del Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
La realtà fu diversa, non serve nasconderla né abbellirla, e Hughes, nel suo ponderoso volume, procede ad abbattere un bel po’ di “falsi miti”.

Si parte con un’analisi della società britannica in epoca georgiana, un po’ più cruda dell’immagine rosata dei romanzi austeniani, in cui le classi dominanti assunsero un atteggiamento sempre più repressivo verso i reati contro la proprietà, applicando pene draconiane (spesso anche la pena capitale) per reati che oggi considereremmo “minori” (furti, anche di assai lieve entità, truffe). Vero è che questa terribile severità veniva attenuata dalla prerogativa sovrana di concedere la grazia, ma l’enorme numero di criminali condannati dava luogo al grave problema delle prigioni, che, alla fine del Settecento, erano ormai troppo poche, sovraffollate, ingestibili. La “soluzione” praticata fino a quel momento, e cioè la deportazione di parte dei detenuti nelle colonie americane, era diventata ormai, dopo l’indipendenza degli Stati Uniti, improponibile. Per una coincidenza, provvidenziale per il governo di Sua Maestà, proprio nello stesso torno di anni (1770) la spedizione capitanata da James Cook aveva finalmente scoperto la mitica terra australis, il continente australiano…
L’idea di alleggerire le prigioni spedendo i criminali letteralmente in capo al mondo sembra, sulla carta, una pazzia, e infatti si iniziò a considerarla seriamente solo dopo alcuni anni di “emergenza carceri”. Ufficialmente, la Prima Flotta partita dall’Inghilterra nel 1787 (e arrivata a Botany Bay, dove sorgerà la futura Sydney, all’inizio del 1788) aveva anche altri scopi, oltre a scaricare il primo gruppo di detenuti, uomini e donne: recupero di materie prime per la costruzione di navi, conquista di una posizione strategica nello scacchiere mondiale. In realtà, divenne ben presto chiaro che la neonata colonia del Nuovo Galles del Sud (New South Wales) non sarebbe stata di nessuna utilità per la madrepatria se non, appunto, come “discarica” in cui gettare gli elementi indesiderati.

Inizia così la storia dell’Australia, a lungo non più di una immensa prigione, popolata solo da detenuti e guardie (e poi ex detenuti), in cui i criminali condannati scontavano gli anni di pena ai lavori forzati e potevano poi scegliere se tornare a casa o cominciare una nuova vita dall’altra parte del mondo. Solo in seguito la Corona iniziò a favorire progetti di colonizzazione di sudditi liberi, cui venivano “assegnati” come lavoranti alcuni detenuti, che in tal modo scontavano la loro pena.

Ho tracciato a grandi linee il contesto in tono molto “neutro” e distaccato, ma in realtà il bel saggio di Hughes, ormai un classico, è un lungo e straziante catalogo di atrocità. Per cominciare, quelle sui detenuti, strappati brutalmente e spesso definitivamente dal loro mondo di affetti, “gettati” in una terra completamente incognita, spesso ostile. L’idea che la pena dovesse servire non solo a punire ma anche a rieducare era di là da venire: no, la deportazione, in concreto, serviva a sbarazzarsi dei detenuti in eccesso per evitare di doverci pensare più, ma anche, e forse soprattutto, come deterrente per i “potenziali” criminali rimasti in patria. Perché la prospettiva di essere spediti in Australia ispirasse l’auspicato terrore, era necessario che il trattamento dei detenuti fosse estremamente severo e disumano, e difatti queste furono a lungo le istruzioni impartite da Londra ai governatori della colonia, tanto che si rese “necessario” creare dei luoghi di reclusione di massima sicurezza, dei gulag ante litteram, destinati ai recidivi e ai prigionieri più incorreggibili, dalla fama sinistra e tremenda, quali Van Diemen’s Land (l’attuale Tasmania) e soprattutto Norfolk Island, una piccola isola dell’Oceano Pacifico, l’ultimo gradino nella scala delle crudeltà e delle umiliazioni riservate ai prigionieri.
Personaggi come Alexander Maconochie, che per alcuni anni governò proprio l’isola-prigione di Norfolk Island e che fu tra i primi a credere fortemente che fra i suoi compiti vi fosse anche quello di riabilitare i detenuti, furono rari (Maconochie era troppo avanti sui tempi e venne allontanato e dimenticato: giustamente Hughes gli dedica un ampio ritratto).
Ciò nonostante, l’autore non tralascia di ricordare le insperate opportunità che si aprivano a chi, finito di scontare la pena, decideva di stabilirsi per sempre in quel nuovo continente: intanto, non sempre i detenuti venivano messi nelle mani di sadici aguzzini, e poi vi era a disposizione una terra ancora vergine e inesplorata, a buon mercato, e il costo del lavoro era notevolmente più alto che in Inghilterra. Per cui, non furono pochi quelli che, nelle lettere a casa, arrivano a considerare una “fortuna” la deportazione, e invitano i familiari a raggiungerli.

Al “catalogo delle atrocità” di cui sopra vanno aggiunte anche quelle contro le popolazioni aborigene e (trattate meno approfonditamente) contro l’ecosistema originario australiano. Le tribù nomadi locali, sparse nell’immensità dei territori, sorpresero i primi europei per la loro cultura radicalmente diversa, che praticamente non conosceva il concetto di proprietà. Di conseguenza, all’inizio, gli aborigeni reagirono quasi con “indifferenza” di fronte alla lentissima ma costante avanzata dei colonizzatori che, metro dopo metro, si impossessavano del territorio: quando poi iniziarono a contrattaccare, era ormai troppo tardi. In verità, l’atteggiamento ufficiale del governo della colonia era improntato al massimo rispetto verso gli aborigeni: per la prima comunità, così esigua, era naturalmente conveniente avere gli aborigeni come alleati piuttosto che inimicarseli. Furono più che altro i coloni, i proprietari, di estrazione libera o ex detenuti, specialmente quelli delle zone più periferiche che più direttamente entravano in contatto con le popolazioni locali, e i detenuti ad assumere un atteggiamento ostile o violento (spesso infatti gli aborigeni, forti della loro conoscenza del territorio superiore a qualsiasi occidentale, collaboravano con le autorità per ricatturare i fuggitivi, da cui l’odio con cui erano visti dai prigionieri: Hughes fa a pezzi così un altro falso mito di una sorta di “vicinanza” fra gli “oppressi”).

Ricordo solo brevemente alcuni dei tantissimi aspetti del “transportation system” che l’autore tocca: dalle analisi statistiche sui reati e sull’estrazione sociale dei detenuti, ai racconti delle traversate oceaniche in condizioni spesso disumane; dalla storia del primo insediamento, con i durissimi problemi di carestia affrontati, a quella dell’unica minoranza socialmente e politicamente rilevante che venne deportata in Australia, gli Irlandesi; dalle storie epiche e spesso violente e tragiche dei tentativi di fuga dei più indomabili, allo strisciante “senso di inferiorità” della buona società australiana, preoccupata di conservare scrupolosamente e ossessivamente tutte le convenzioni dell’etichetta, per apparire “più inglese degli inglesi”.

Insomma, una lettura che ha richiesto molto tempo, ma interessantissima e piena di vite, di storie, di persone, di sofferenze e di riscatti.

Robert Hughes, The Fatal Shore, voto = 4/5

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