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If It Ain’t Love

Tamara Allen (pseudonimo) è, o era (vedi più avanti), un’autrice di M/M Romance, con storie ambientate prevalentemente nel passato, un po’ atipica: pochi dettagli espliciti, molta atmosfera (che, in un historical romance, non mi sembra sbagliato). Apparentemente questo stile più delicato e non sensazionalistico non incontrava molto successo commerciale, per cui qualche mese fa annunciò che avrebbe smesso di scrivere (o, almeno, avrebbe abbandonato questo pseudonimo e/o questo genere), e contemporaneamente rese disponibili, per un periodo di tempo limitato, tutti i suoi titoli per il download gratuito. Mi dispiace che sia giunta a considerare questa sua esperienza un mezzo fallimento, anche se l’unico suo libro che avevo letto, The Only Gold, mi aveva soddisfatto solo in parte: prometteva molto bene fino a metà, ma poi era rovinato dal brutto finale troppo action-packed. Della sua produzione quindi mi rimanevano da leggere questo If It Ain’t Love, Whistling in the Dark e Downtime, che invece ha qualche elemento fantasy che, sulla carta, mi convince meno.

In If It Ain’t Love, siamo a New York, negli anni più neri della Grande Depressione. Whit è un bravo giornalista, ma da tempo non azzecca più la storia “giusta”, il direttore del suo giornale non lo paga e la passione per il suo lavoro lo sta abbandonando. Ormai, assieme a tanti altri poveri diavoli disoccupati e in ginocchio per la fame e la mancanza di speranze, è ridotto a dormire in una specie di alberghetto, poco più che un ricovero per senzatetto (il termine inglese è flophouse). Una notte accanto alla sua branda trova un ospite che sembra fuori posto in quel contesto: Peter, un giovane ben vestito, ma non meno disperato e isolato degli altri. Quando viene a sapere che Peter avrebbe in realtà un appartamento in cui però non vuole stare, riesce a convincerlo a farsi portare là per trascorrere la notte insieme: in fondo, pensa, per un letto comodo e un pasto decente può valere la pena ridursi a vendersi a uno sconosciuto. Naturalmente la semplice notte di sesso avrà impreviste conseguenze, visto che si scopre ben presto che Peter è il figlio di un noto affarista, morto suicida a seguito di uno scandalo finanziario, e Whit dovrebbe, se vuol tornare nelle grazie del direttore del giornale, scrivere un pezzo proprio su di lui. Eppure le cose non sono come sembrano, e inaspettatamente i due uomini, che si sono incontrati nel momento in cui entrambi avevano toccato il fondo, troveranno nell’altro un motivo di speranza e di rinascita.

Questo romanzo, o forse è meglio dire racconto, è piuttosto breve e tutto sembra avvenire molto in fretta e senza troppa “suspence”, comunque è una gradevole lettura. Tamara Allen si conferma capace di creare storie delicate, più ancorate alla realtà di molto altro romance in circolazione, romantiche pur senza dare eccessivo peso alle scene erotiche, e di costruire un’ambientazione attenta ai dettagli e alle atmosfere. If It Ain’t Love è scaricabile gratuitamente qui.

Tamara Allen, If It Ain’t Love, voto = 3/5

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La danese

Siamo a Copenhagen, 1925. Einar e Greta, marito e moglie, sono due artisti: lui è un paesaggista con una discreta fama, lei invece una ritrattista ben poco considerata. Sono una coppia unita, ma non potrebbero essere più diversi: lei viene dalla California, è nata in una famiglia ricchissima ma ha sempre voluto conquistarsi la propria indipendenza, è un tipo pratico, decisionista, lui è nato in un minuscolo villaggio danese in una casa poverissima, è rimasto ben presto orfano, è delicato, fragile, silenzioso. Un giorno, quasi per caso, per aiutare la moglie a completare dei dettagli del ritratto di una cantante che non può essere presente alla posa, Einar indossa dei vestiti da donna: da quel momento, si “risveglia” dentro di lui un’altra persona, Lili, un’altra identità che, poco a poco, si affianca a quella con cui ha vissuto tutta la sua vita. Einar, sostenuto anche dall’appoggio della moglie che non reagisce mai in modo inorridito ma, al contrario, si sforza di farlo star bene (anche perché Lili diventa il suo soggetto preferito, e la sua vena creativa sembra rifiorire), sempre più spesso “lascia spazio” a Lili, non si tratta solo di un cambio di abiti, è tutta la personalità dell’uomo che sembra progressivamente “ritirarsi” mentre l’altra si fa strada, fino a che questa continua “tensione” non rischierà di mettere in serio pericolo la salute di Einar/Lili e giungerà il momento di prendere una decisione definitiva.

Nel corso dei capitoli, con una serie di salti indietro nel tempo, conosciamo anche il passato dei due, le persone che furono importanti nelle loro vite prima che si conoscessero e si sposassero, e che nel caso di Hans, amico d’infanzia di lui, tornano inaspettatamente a svolgere un ruolo, le esperienze che in qualche modo hanno formato i loro caratteri… mentre, nel presente, la delicata trasformazione di Einar attraversa varie fasi, dalla pressocché totale “scissione” della personalità, tanto da considerare quasi Einar e Lili come due persone perfettamente distinte e reali, “dimenticandosi” dell’altra quando si trova a vivere nei panni dell’una, al disgusto di sé e alla disperazione più cupa, che lo spinge persino a prendere in considerazione l’idea del suicidio.

Questa è la storia di Einar/Lili e della sua ricerca di identità e di felicità, ma è allo stesso tempo anche la storia di Greta, del suo amore disinteressato, della sua visione anticonformista (che la porta, ad esempio, a “proteggere” il marito dai tentativi di alcuni medici di procedere con “terapie” invasive e violente, e in generale dai suoi sforzi tesi sempre verso l’obiettivo finale di far sì che l’uomo che ama possa essere se stesso), del suo spirito intraprendente, dei suoi sacrifici e anche, alla fine, del suo percorso di distacco definitivo da Einar/Lili e di inizio di una nuova vita accanto a un altro uomo. E forse questa è una delle parti più riuscite del libro, quando Lili, dopo l’operazione, è ormai pronta e smaniosa di costruirsi un’esistenza diversa e indipendente, e Greta non riesce a convincersi che il suo “compito” è finito, che deve lasciarla andare, che non avrà più bisogno di lei, che anzi ora è arrivato il momento di pensare a se stessa.

Alla fine del libro, l’autore avvisa che la trama prende sì spunto da un fatto realmente accaduto (nel 1930 un uomo di nome Einar Wegener si sottopose a un’operazione per il cambio di sesso), ma sono talmente tanti gli elementi aggiunti dalla sua fantasia che questa non può definirsi “la storia” di quell’evento. Nel complesso, una storia d’amore non convenzionale, forse per certi versi difficile da capire, ma non per questo meno autentico. Bello anche il piccolo contorno di personaggi secondari di questa “famiglia allargata” unita da una grande solidarietà, Hans, Carlisle (il fratello di Greta), Henrik.

David Ebershoff, La danese (trad. Anna Mioni), voto = 4/5

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The Affair of the Porcelain Dog

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Dopo Stoner, e dopo un inizio d’anno grintoso (ben 8 libri letti a gennaio), ho avuto di nuovo un momento di svogliatezza, in cui non solo mi aggiravo per la casa piena di libri senza trovarne uno che mi stuzzicasse veramente, ma a dire il vero non mi andava neanche troppo di leggere (ero troppo occupata a contare i minuti che mancano all’arrivo delle nuove puntate di The Good Wife, il 9 marzo). Ma ho deciso di “scuotermi”, anche perché, altrimenti, non riuscirò a leggere i 70 libri che mi sono prefissata per quest’anno. Serviva, dopo le “altezze” di Stoner, qualcosa di leggero e senza tante pretese, e alla fine la scelta è caduta su questo The Affair of the Porcelain Dog, di Jess Faraday: autrice a me totalmente sconosciuta, perciò, a differenza del libro precedente, zero aspettative e zero ansia da prestazione.

Forse l’ho visto qui o in qualche altra lista di romanzi ambientati in epoca vittoriana: lo tenevo d’occhio da un po’, quando un giorno ho aperto la pagina del libro su Amazon chiedendomi di nuovo se acquistarlo, e ho notato con sorpresa che, rispetto alla visita precedente, il prezzo dell’ebook era sceso a 89 centesimi, una spesa che mi potevo ampiamente permettere.

Questo libro viene venduto come M/M Romance, ma in realtà questa etichetta è forse limitante: sembra più un mystery, le scene erotiche sono limitate o solo accennate, e i personaggi rispondono ben poco agli stereotipi del genere. Magari non è molto credibile, non tanto perché sono tutti gay, ma perché è un po’ bizzarro pensare a un gentiluomo colto e raffinato che è anche una specie di superboss della malavita londinese, con un giro d’affari che spazia dal commercio dell’oppio alla gestione di una rete di bordelli, temuto e rispettato da tutti, che è anche esperto di arti marziali orientali, che convive col suo amante ma è talmente discreto che nessuno sospetta che il giovane non sia semplicemente il suo segretario, e che però ha anche un animo romantico e innamorato. Per carità, io già lo adoro, però non sono mai riuscita a immaginarlo come una persona “vera” (a differenza del protagonista).

L’intreccio è assai complesso. Pure troppo, forse. Come sempre, per vedere gli spoiler, scritti con carattere bianco su fondo bianco, evidenziate le parti nascoste.
Londra, 1889. Il protagonista, Ira Adler, è un giovane che per anni si è guadagnato da vivere prostituendosi, finché il caso non l’ha fatto incontrare con Cain Goddard (certo che chiamarsi “Caino” non può che influenzare le tue scelte di vita), di giorno rispettabile studioso col rimpianto di aver dovuto rinunciare a una brillante carriera accademica a Cambridge a causa di un non precisato scandalo, di notte padrino della malavita londinese. Goddard l’ha preso in casa, ufficialmente come segretario personale, in realtà come amante, e ora lo mantiene nel lusso. Ira non sa quasi nulla dei dettagli degli affari del suo amante, né gli interessa fare troppe domande, contento com’è di godersi quella fortuna, al fianco di un uomo che, oltre tutto, non gli dispiace neanche come compagno. Ma questo è l’antefatto perché, quando il romanzo inizia, in realtà questa situazione ideale è già stata turbata da una serie di lettere anonime che Goddard riceve, che minacciano di rovinarlo rendendo pubblica la sua omosessualità. Sembra che, se Goddard tornasse in possesso di una statuetta di porcellana a forma di cane (il “porcelain dog” del titolo), sarebbe al sicuro, perché il ricattatore non avrebbe più armi contro di lui. Goddard chiede a Ira di andarla a rubare presso un banco dei pegni: il POV di noi lettori è quello di Ira (che narra in prima persona), perciò non ci viene detto perché sia importante questa statuetta, che cosa significhi. Naturalmente la missione di Ira non va a buon fine: riesce a introdursi nottetempo nel banco dei pegni, dove tra l’altro incontra anche il suo ex, il dottor Timothy Lazarus, anch’egli interessato alla stessa statuetta, ma il cane di porcellana poi gli viene subito “scippato” da una misteriosa donna. A questo punto, come si vede, è tutto già molto complicato. Purtroppo la trama si ingarbuglia esponenzialmente fino a comprendere un maggiordomo geloso di Ira e pericoloso, un complotto ordito alle spalle di Goddard dal suo socio in affari, terrificanti esperimenti medici scoperti da Lazarus quando combatteva in Afghanistan, cambi di identità, un traffico di bambini asiatici destinati a soddisfare le voglie di qualche potente non precisato… Da un certo punto in poi ho iniziato a capirci sempre meno. Oltre tutto, visto che il romanzo non ha 1000 pagine ma solo 288, le numerosissime sottotrame sono costrette a intrecciarsi in modo via via sempre più precipitoso, e non si “fondono” affatto bene l’una con l’altra: i personaggi, nei dialoghi, saltano di palo in frasca all’improvviso, per l’ansia di affrontare tutti gli aspetti della vicenda, anche quelli meno compatibili. Vedi ad esempio la caotica e sconcertante scena in cui, nella clinica per poveri che Lazarus gestisce, questi sta raccontando ad Ira del suo tragico passato in Afghanistan e della sua orripilante scoperta, e un attimo dopo i due passano a parlare, in tono quasi leggero e divertito, dei problemi di prurito alle parti basse di Ira, che teme una malattia venerea; ma qualche istante dopo viene portato precipitosamente in clinica un amico di Ira, Nate, gravemente ferito dopo un pestaggio, che muore davanti ai loro occhi nonostante le cure: alcune righe dopo però Ira e Lazarus, praticamente sopra al cadavere dell’amico, o almeno così immagino, visto che l’autrice non dice se nel frattempo si siano spostati da qualche altra parte, si mettono a discutere del famoso cane di porcellana. Insomma, tantissima carne al fuoco e tanta confusione. C’è il tentativo, molto all’acqua di rose, di replicare un po’ le atmosfere à la From Hell, soprattutto col personaggio del medico sadico intoccabile perché assai vicino ai potenti e con l’accenno ai circoli di aristocratici perversi e pedofili.

Comunque, subito dopo aver capito che non riuscivo più a seguire la trama, ho anche realizzato che non me ne importava poi molto: tanto, si legge un giallo-rosa come questo più che altro per vedere alla fine chi si mette con chi: e in questo senso sono riusciti tutto sommato a coinvolgermi i dubbi e le incertezze di Ira sui propri sentimenti per Goddard, dalla voglia di assecondare la sua “proposta di matrimonio”, anche per quieto vivere e per assicurarsi il tenore di vita che ha sempre sognato, al vago senso di colpa per non essere in grado di contraccambiare al 100% la sua passione, al crescente disagio verso aspetti della personalità del suo amante che fino a quel momento aveva scelto di non vedere, mentre ho apprezzato moltissimo il fatto che non si sia tirata troppo la corda col rischio “triangolo” con l’ex amante/cliente Lazarus (un brav’uomo, ma lagnoso in modo insopportabile, ancora col dente avvelenato dopo due anni per essere stato scaricato: amico, guarda che Ira si prostituiva, non è che foste fidanzati).

Nel frattempo l’autrice mi ha già fatto lo “scherzetto” di scrivere un seguito, quindi solo dopo aver iniziato The Affair of the Porcelain Dog ho scoperto che non è un romanzo a sé, ma il primo di una serie… Uffa. La cosa positiva è che non termina con un cliffhanger, ma ha una conclusione che può “funzionare” anche in modo definitivo, per cui sta a me decidere se proprio voglio continuare con la storia di questi personaggi, o se può bastare così.

Jess Faraday, The Affair of the Porcelain Dog, voto = 2,5/5

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Brokeback Mountain

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Non che significhi granché, ma se avessi invertito le ultime due letture dell’anno e il 2013 fosse finito con La corda e la mannaia, sarebbe stata una delusione; invece, lo chiudo in bellezza grazie a Brokeback Mountain, ormai celebre racconto di Annie Proulx, uscito originariamente su una rivista, quindi nella raccolta Gente del Wyoming, e infine a sé stante dopo il film di successo che ne è stato tratto.

La storia è nota: Ennis del Mar e Jack Twist sono due giovanissimi cowboy del Wyoming, ragazzi semplici, educati al lavoro, alla fatica e alla vita dura, senza tante prospettive. Nell’estate del 1963, si ritrovano insieme a sorvegliare un gregge sui pascoli delle montagne. Tre mesi da soli, lontani da tutto e da tutti, in cui, improvvisa, ma bellissima, nasce fra i due una fortissima attrazione fisica, in una parentesi incantata e perfetta che purtroppo, una volta terminato il lavoro, non si ripeterà mai più. Sì, perché le vite dei due vanno avanti “come si conviene”: entrambi si sposano, fanno figli, cercano di tirare avanti lavorando e sforzandosi di non sentire troppo il rimpianto e il dolore per quello che non si sono accorti di aver avuto a portata di mano. La loro relazione, dopo un primo periodo di distacco totale, riprende, clandestina e a distanza, e i brevi e sporadici momenti insieme sono le uniche “isole” di felicità che i due uomini si concedono. Anni e anni di questa vita, insoddisfacente e frustrante ma unica alternativa possibile, fra il crescente, sotterraneo disprezzo di chi, alla fine, ha capito tutto, fino a un’improvvisa, crudele tragedia per cui non c’è rimedio. E allora, non rimane che ingoiarsi un dolore che non si può esprimere e di cui nessuno ci consolerà, e ripetersi, ancora una volta, come si è fatto per la vita intera, il proprio rassegnato motto, “if you can’t fix it you’ve got to stand it“.

Questo è un caso, non frequente, di opera letteraria letta dopo aver visto il film che ne è stato tratto: non riesco a fare confronti perché la visione del film risale a quando uscì nei cinema, anni e anni fa. Per quanto mi ricordo, mi piacque, e forse mi commosse altrettanto, ma non sono una grande cinefila: a differenza dei libri, è raro che un film, anche se bello, mi rimanga tanto impresso nella memoria. Durante la lettura ho cercato comunque di togliermi dalla mente le immagini dei due attori protagonisti, volevo ricrearmi due Ennis e Jack meno “carini”, più sporchi, più rozzi. Essenziale, rude, ma lirico, tristissimo ma, pur nella sua brevità, l’ultima grande lettura dell’anno.

Annie Proulx, Brokeback Mountain, voto = 4,5/5
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Pricks and Pragmatism

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Mi era piaciuto lo stile di questa scrittrice (avevo sempre pensato fosse un uomo), autrice di Muscling Through, il suo modo di raccontare storie non convenzionali e divertenti, e mi serviva qualcosa di breve, da leggere in viaggio, e allora ho iniziato questo Pricks and Pragmatism (di cui avevo letto le prime pagine come anticipazione in fondo al precedente, e non mi era dispiaciuto), un altro romanzo breve o lungo racconto (non arriva al centinaio di pagine).

Siamo a Southampton, Inghilterra. Luke è uno studente di letteratura con l’ambizione di diventare giornalista. Non ha un soldo, ma, siccome è un bel ragazzo, finora ha sempre rimediato un posto dove dormire passando da un amante ricco all’altro. Ora l’ultimo della serie lo manda via a poche settimane dagli esami finali e, nell’emergenza, un amico gli consiglia di chiedere ospitalità a un certo Russell, che all’apparenza non sembrerebbe proprio il suo tipo: impacciato, timidissimo, il classico “nerd”, ma gentile e disponibile. Luke crede che i termini dell’accordo siano sempre gli stessi, e si stupisce quando scopre che invece Russell non vuole sesso in cambio dell’ospitalità. Inizia così questa strana convivenza, in cui Luke, che sulle prime si faceva beffe della totale inesperienza e imbranataggine di Russell nelle faccende sentimentali, comincia a pensare poco a poco che solo con lui si sente finalmente trattato con rispetto e non come un semplice “giocattolo”.

Così come in Muscling Through, dunque, si tratta di un altro caso di odd couple, strana coppia che però funziona (lì l’intellettuale e il “sempliciotto”, qui l’imbranato e il playboy). Di nuovo, ho apprezzato il modo in cui la Merrow riesce a uscire dai soliti schemi e a raccontare di uomini imperfetti ma molto “veri”, nonché la sua capacità di adattare il proprio stile alla “voce” del narratore (qui a parlare in prima persona è Luke). Anzi, mi è piaciuto persino di più questo piuttosto che Muscling Through, probabilmente proprio per gli aspetti che in quest’ultimo avevo criticato, e cioè la minore enfasi sulla parte erotica, che qui è una conquista che si raggiunge solo alla fine, e, similmente, l’amore fra i protagonisti che non sboccia magicamente “a prima vista” (come avveniva in Muscling Through: anche se, va beh, MT non ambiva a essere un’opera di narrativa “realistica”, credo, e l’importante lì era vedere Al e Larry insieme fin da subito, come coppia improbabile ma felice), ma dopo un “faticoso” lavoro di conoscenza e scoperta reciproche, superamento di vari pregiudizi, seduzione e conquista.

È carino e divertente, insomma; ho scoperto che se mi servirà una lettura disimpegnata ma gradevole, con protagonisti che non si prendono troppo sul serio, potrò contare su questa autrice.

P.S. Uno dei pochi libri in cui sono riuscita a dare un volto “reale” ai protagonisti: Luke lo immagino con la faccia di una persona che conosco, mentre ho istantaneamente riconosciuto “Russell” quando stasera ho visto in TV il giornalista Matteo Bordone.

J.L. Merrow, Pricks and Pragmatism, voto = 3,5/5
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Muscling Through

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Se siete in vena di comfort reading e non vi dispiace il genere M/M Romance, Muscling Through può essere la scelta giusta per voi. È poco più di un racconto e si legge in una giornata.

Quando, una sera, in un vicolo buio di Cambridge, il professor Larry Morton si imbatte in un energumeno tatuato e dall’aria minacciosa, è convinto che sarà derubato e malmenato; invece, il povero Al Fletcher è una specie di “gigante buono”, non molto intelligente e poco istruito, ma onesto, dolce, affettuoso, sensibile, e oltre tutto dotato di un innato talento per la pittura. In breve i due uomini, che più diversi non potrebbero essere, iniziano un’appassionata relazione, fra lo scetticismo di tutti, certi che la storia non potrà durare, tanto è ampio il divario intellettuale fra i due. Tutto è narrato attraverso la voce, candida e ingenua e un po’ “tarda”, ma calda e umanissima, dello stesso Al (il quale non riesce mai a cogliere l’ironia in quanto gli viene detto, perciò gran parte del divertimento è leggere come prenda tutto alla lettera e come ragioni fra sé per cercare di capire cosa gli accade intorno), che, come tutte le figure di “idioti” (in senso dostoevskijano!), forse non è granché intelligente, ma a modo suo capisce e “sente” più cose di tanti altri.

Alla fine Muscling Through è una “favoletta”, l’amore sboccia subito, inutile starsi a porre domande sulla verosimiglianza delle situazioni e delle motivazioni dei personaggi (tipo, ma è credibile che due persone totalmente agli antipodi riescano a formare la coppia perfetta?), meglio godersi la vicenda e soprattutto il suo eroe: infatti a brillare come protagonista indiscusso è il tenero Al, e non solo perché è lui la voce narrante; il suo compagno, Larry, in confronto è una figura molto più indistinta e meno interessante (in pratica sappiamo solo che insegna storia dell’arte a Cambridge, è intelligente, è sofisticato, è piccolino ma carino, la sua famiglia ha la puzza sotto il naso).

La “carineria” di questa storia si misura anche nel fatto che, quando si cerca di inserire un po’ di “dramma”, il risultato appare forzato e poco convincente: mi riferisco in particolare all’attacco di gelosia di Larry, abbastanza immotivato e ottuso, considerato anche che era stata sua l’idea di far posare dei modelli per i ritratti di Al, o all’ostilità, un po’ scontata, della famiglia di Larry verso Al. Parte della responsabilità andrà anche alle ridotte dimensioni del romanzo (non c’era tempo per sviluppare a dovere questi temi, ma se ad esempio dell’episodio nella parte centrale avessimo fatto a meno del tutto non si sarebbe perso nulla). Va bene lo stesso: mi sono divertita, ho sorriso, mi è spuntata anche qualche lacrimuccia, mi ha “scaldato il cuore”, come si dice: non chiedevo di più.

In un’opera così breve, le frequenti scene di sesso mi sono parse la parte più inutile, quasi fastidiose: ripetitive, a mio parere aggiungevano poco alla caratterizzazione dei personaggi (dopo un po’ l’avevamo capito tutti che fra i due l’intesa era perfetta) e sottraevano tempo alle divertenti e dolci scenette della vita di coppia. Ma ha poco senso leggere un romanzo rosa/erotico e lamentarsi dell’abbondanza di scene erotiche.

J.L. Merrow, Muscling Through, voto = 3/5
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Maurice

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Altro titolo che mi ricorda New York: Maurice di E.M. Forster è stata una “lettura collettiva” del gruppo M/M Italia su Goodreads, cui non partecipai, ma fu così che per la prima volta ne sentii parlare. Esplorando lo Strand Book Store (l’ho già ricordato, bellissima libreria dell’usato di Manhattan da cui sono uscita carica di volumi), nella sezione LGBT, me lo sono ritrovato esposto in bella vista, con un simpatico sconto del 50%, e così è stato incluso nell’acquisto.

Un caso di libro “imprevisto”, che prendi assolutamente a caso, leggi e poi ti sorprende, rivelandosi bellissimo.
Ultimamente, frequentando social network letterari come appunto Goodreads e spulciando varie discussioni, mi sono resa conto di essere una lettrice “forte”, ma forse non troppo “colta”. Non è una “colpa”, non ho intenzione di cambiare radicalmente le mie abitudini, intendo solo dire che è un fatto, leggo principalmente romanzi moderni, molta letteratura di genere, mentre frequento poco i “classiconi” e quasi per nulla i libri più sperimentali e d’avanguardia. Nella mia mente Forster era legato al primo gruppo, lo conoscevo come autore di libri quali Casa Howard o Camera con vista, romanzi che classificavo sbrigativamente con l’etichetta “ambientazione rigidamente ‘british’, bellissimo stile, tante pagine, ma non succede niente” (tutti inorridiranno per la mia “pochezza” intellettuale). Insomma, massima “stima” per lo scrittore, ma non mi attirava, non l’avevo mai preso in considerazione: però questo Maurice sembrava molto promettente.

Il protagonista, come da titolo, è Maurice Hall, un rampollo di una buona famiglia borghese, orfano di padre, con due sorelle minori e una madre che lo adora. All’inizio del romanzo ha 14 anni. È un ragazzo assolutamente nella media, non è particolarmente brillante né spiritualmente sensibile, è di bell’aspetto e ha di fronte a sé una carriera già più o meno segnata e di sicuro successo sulle orme del genitore defunto. La “scossa” che segna la sua esistenza e che al principio lo destabilizza è l’incontro con un collega studente a Cambridge, il giovane Clive Durham: colto, sensibile, ammiratore della civiltà greca, tra questi e Maurice nasce una forte amicizia, in cui il protagonista è anche stimolato intellettualmente (è Clive a portarlo a riflettere su quanto sia effettivamente solida la sua fede cristiana che gli è stata inculcata fin dall’infanzia), finché Clive non rivela all’altro di essere innamorato di lui. La prima reazione di Maurice è di disgusto e rifiuto, ma poi, superate le incertezze (sto davvero sintetizzando e banalizzando!), anche Maurice dichiara a Clive il proprio amore: è una relazione che comunque rimane casta, essendo Clive convinto, dopo essersi a lungo tormentato in gioventù sulla liceità delle sue inclinazioni, che quello sia il modo più giusto e “puro” di vivere la propria omosessualità. È chiaro che il rapporto non è del tutto paritario, essendo la personalità di Clive dominante rispetto a quella più “plasmabile” di Maurice, pertanto è questi a dettare regole e confini e a tenere le redini della relazione. Passano tre anni molto felici, vissuti in clandestinità, ma con la sensazione, per Maurice, di avere finalmente “qualcuno” che gli appartiene e cui appartiene. Esteriormente Maurice è l’esempio perfetto di “uomo di successo”, tutto quello che in epoca edoardiana si richiede a un “capofamiglia”, si occupa dell’andamento della casa e comanda a bacchetta la madre e le sorelle, ha un buon fiuto per gli affari, si occupa delle cause “giuste” e ha ottime frequentazioni: questa energia positiva deriva naturalmente dalla serenità della sua vita sentimentale, che scorre placida e tranquilla, totalmente affidata alle mani di Clive. Tutto però finisce all’improvviso quando quest’ultimo comincia a sentirsi attratto dalle donne: con una freddezza quasi “raggelante” e una razionalità quasi sovrumana, semplicemente decide che una fase della sua vita si è conclusa, rientra “nei ranghi” e si conforma docilmente al suo ruolo nella società: sposa una ragazza, diventa amministratore del patrimonio familiare (anch’egli era orfano di padre, ma sotto la tutela della madre fino alla maggiore età), entra in politica. Per Maurice, abbandonato dall’amante (per lettera!), le cose non sono così semplici: la sua scelta di vita non è “un interruttore” da accendere e spegnere a piacimento. È a questo punto che egli comincia a sentirsi, oltre che tremendamente solo e distante dal resto della famiglia, che lo rispetta ma non lo ama, anche “sbagliato”: perché non riesce, come ha fatto Clive, a “guarire”? Sono le pagine più dolorose del romanzo, quando Maurice si riduce a consultare un medico amico di famiglia, che tronca bruscamente il discorso non appena il giovane accenna al suo “problema”, e addirittura a sottoporsi all’ipnosi, nella speranza di estirpare una volta per tutte questa sua tendenza “perversa” e ritrovare la “pace”, come gli augura anche Clive, che si ostina a volergli essere amico (incurante, o forse semplicemente bellamente ignaro di quanto sia doloroso per Maurice continuare a frequentarlo; come noterà anche lo stesso Forster analizzando la sua opera, il personaggio di Clive, da forza “positiva” e “rivelatrice” per il protagonista, si trasforma poi in un’emblema dell’ipocrisia e del perbenismo)… Il suo sentirsi interiormente “diverso” fa sì che Maurice si riveli insofferente anche ad aspetti della società a lui contemporanea che invece si riflettono nella sfera pubblica, come se, una volta superato un confine invisibile, fosse in grado di aprire gli occhi su tutto un mondo di convenzioni e ingiustizie (da cui anche alcuni accenni alla politica e al socialismo: questi li ho compresi meno, ammetto la mia ignoranza sulla vita politica inglese di inizio ‘900)… L’impasse viene superata in modo inaspettato, grazie a un nuovo incontro e a una nuova passione improvvisa, stavolta anche pienamente fisica, che all’inizio sembra non priva di ostacoli (un elemento di suspence è dato dall’incertezza se il nuovo amante di Maurice non abbia in mente in realtà di ricattarlo: la scena dell’incontro fra Maurice e Alec al British Museum è, proprio per questa ambiguità e oscillazione fra diffidenza e desiderio, intensamente erotica). A questo punto, Maurice abbraccia pienamente il suo modo di essere, dichiarandosi pronto ad affrontare i sacrifici che questa scelta richiederà, a differenza di Clive, che aveva deciso di tirarsi indietro.

Scritto da Forster nel 1913-14, questo romanzo rimase però inedito fino alla sua morte (Forster lo fece leggere solo a pochi amici intimi), e uscì postumo nel 1971: facile capire il motivo leggendolo (l’omosessualità era un reato all’epoca in Gran Bretagna, vedi anche il post su Una camera a Chelsea, e la rappresentazione di un amore omosessuale felice inaccettabile), ed effettivamente sono rimasta stupita dall’audacia e dalla franchezza con cui si affronta la presa di coscienza di Maurice, i suoi desideri, le sue ansie, infine la sua “liberazione”. Mi sembra quasi superfluo addentrarmi in una “analisi” del significato del romanzo (e sto faticando parecchio a tirar fuori queste quattro frasette stiracchiate!), perché l’ha già fatta Forster stesso in una postilla scritta decenni dopo la stesura dell’opera (ma quando il libro era ancora inedito), che è molto interessante poiché ci dà la possibilità di vederlo all’opera, di sapere le ragioni di alcune scelte dell’autore, i suoi intenti, certi suoi ripensamenti, le sue fonti di ispirazione (persone di sua conoscenza, ma anche la sua stessa esperienza: la spinta a iniziare il romanzo gli venne anzi dall’incontro con Edward Carpenter), il modo in cui sono stati concepiti e introdotti certi personaggi, la difficoltà nel trovare il finale giusto e poi la decisione definitiva, la scelta di non pubblicare il manoscritto…

Forster insiste molto sul fatto che Maurice non abbia nulla di “speciale”, sia una persona comune, semplice, “normale”, poco interessata ad addentrarsi in complicate analisi di sé (al contrario di Clive, intellettuale e riflessivo, egli predilige l’azione, è magari più lento nel giungere alle conclusioni, ma poi si muove con maggiore determinazione), e su quello che per lui è l’elemento chiave dell’opera, la “felicità”, ed è anche per questo che poi si arriva a un lieto fine forse poco verosimile ma “necessario”: per il “messaggio” che Forster intendeva trasmettere, era essenziale non concludere con la visione di Maurice solo, disperato e disgustato da se stesso, ma dare un’immagine di speranza e autoaffermazione per quei tempi “scandalosa” (anche se poi all’autore mancò il coraggio di darla in pasto al pubblico).

Quindi, insomma, se devo tornare al mio “pregiudizio” verso Forster per vedere se è il caso di correggerlo o meno, sicuramente ho apprezzato l’eleganza dello stile e l’acutezza psicologica, anche se la lettura è stata a tratti faticosa (non solo per i termini inglesi che mi sono sembrati un po’ antiquati, o cui comunque non ero abituata, ma anche perché spesso molte cose vengono solo accennate, con allusioni, frasi sibilline… non sto parlando di passaggi “scabrosi”, certo, quelli sono trattati con molta discrezione, ma anche spiegazioni e sviluppi che spesso vengono lasciati intendere “fra le righe”): ma, più che apprezzamento “esteriore”, devo dire che mi sono proprio emozionata, l’ho trovato tutt’altro che freddo e compìto, come credevo. Non so se questo libro, rispetto agli altri dell’autore, aveva il “vantaggio” del tema scottante, per cui è riuscito ad appassionarmi di più: se non altro ora posso dire di avere una lacuna in meno.

E.M. Forster, Maurice, voto = 4,5/5
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The Larton Chronicles

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Probabilmente ho scoperto questo romanzo attraverso la lista Best Underrated M/M Books su Goodreads: è seguita per alcune settimane una vana ricerca (il libro sembrava introvabile), finché non ho pensato di andare direttamente “alla fonte”, cioè dal sito dell’editore: forse i suoi volumi non hanno una grande distribuzione, perché The Larton Chronicles era subito disponibile e mi è stato spedito con prontezza.

Lo scrittore Robert March, stanco della frenesia e della confusione di Londra, compra casa nel piccolo villaggio di Larton, nella campagna inglese. Divorziato, solo, piuttosto misantropo, vuole solo starsene in pace a lavorare al suo romanzo, ma il suo vicino è Michael Faulkner, quello che in passato si sarebbe definito il “signorotto” del luogo (se ho ben capito il significato del termine squire), chiassoso, gran bevitore, grande amante dei cavalli, amico di tutti al paese e deciso a disturbare la quiete del nuovo arrivato.
Date queste premesse, mi aspettavo uno sviluppo graduale della storia fra i due, secondo il (classico) canovaccio “prima si odiano, poi si amano”, e invece… tutt’altro.

Qui però apro un lungo inciso (che, avviso, anche se si tratta di eventi narrati abbastanza presto nel libro, contiene un grosso spoiler, e perciò per leggerlo evidenziate le righe seguenti): veniamo a sapere, a bruciapelo (e qui vivissimi complimenti all’autore che ci coglie tutti di sorpresa, trasformando, veramente nel giro di una pagina, una lettura placidamente confortevole in una carica di tensione), che Michael, nonostante l’apparenza gioviale e socievole, medita il suicidio e viene fermato (da Robert) a un passo dal compierlo. Anche qui, avevo subito sperato che il libro si soffermasse sul “lato oscuro” di questo personaggio apparentemente “semplice”: perché quest’uomo, che finora, in queste poche pagine in cui l’abbiamo visto in azione, ci è parso così soddisfatto e pieno di vita, è in realtà così disperato? Cosa nasconde, cosa lo tormenta, cosa gli manca? Invece la spiegazione è presto rivelata, Michael teme di rimanere invalido a vita a causa di una prossima operazione chirurgica, molto rischiosa… che però, poche pagine dopo, è già passata e siamo già in via di recupero. E di questo incidente non si farà mai più menzione. Ecco, va benissimo non calcare la mano sul melodramma… ma perché lasciar cadere subito qualsiasi opportunità di aggiungere un po’ di pathos?

La lettura dei primi capitoli, insomma, mi ha piuttosto disorientata; come detto, mi aspettavo che venisse descritto il nascere di un’inaspettata attrazione fra i due protagonisti, invece tutto avviene in gran fretta, senza troppi tentennamenti, con ampi salti temporali che lasciano spiazzati: le cose cominciano a farsi interessanti e… “sei mesi dopo”, “cinque mesi dopo”, o addirittura “due anni dopo” (!) (e io pensavo “eh no! ma come, due anni dopo??”), le pagine scorrono tra un sacco di interminabili quadretti di vita campestre e un gran parlare di cavalli… Devo dire che per un bel pezzo mi è sfuggito il senso ultimo di questo libro: era tutto molto carino e grazioso e discreto e delicato e very british, ma… succede anche qualcosa di interessante? A un certo punto ho finalmente realizzato che l’intenzione era proprio questa: nient’altro che le piccole vicende quotidiane della coppia e del contorno di amici/parenti/abitanti del villaggio, tra battute di caccia, tazze di tè, giardinaggio, gatti acciambellati davanti al caminetto, fiere di paese, grandi bevute alcoliche, eccentrici lords e ladies con contegno imperturbabile e battuta tagliente sempre pronta. Da quel momento in poi la lettura è andata avanti con meno interrogativi e perplessità, e mi sono semplicemente goduta la (non) trama.

È stato anche piuttosto difficile… collocare la storia nel tempo: il romanzo è uscito nel 2001, ma dalla lettura non mi sembra che la vicenda si svolga in quell’anno (o, per meglio dire, cominci in quell’anno, perché poi abbraccia un arco cronologico piuttosto lungo): va bene che siamo in campagna, ma la totale assenza di computer, email, telefoni cellulari (ma questi ultimi erano già di uso comune nel 2001? Mica mi ricordo) e altro sembra irreale per quell’epoca. Perciò ho pensato che fossimo un po’ più indietro nel tempo (altro indizio: a un certo punto un personaggio ascolta un’audiocassetta), ma l’incertezza non aiuta a figurarsi bene in mente le scene e i personaggi.

Insomma il libro è tutto qui: due simpatici e arguti e molto discreti gentiluomini di mezza età che vivono la loro tranquilla storia d’amore e sono continuamente impegnati in affettuosi bisticci e botta-e-risposta, nella cornice della campagna inglese: se vi sembra un po’ noioso, sì, in parte lo è, se invece vi sembra tenero e “riposante”, sì, in parte è anche questo (però devo dire che, dopo 300 pagine, ho apprezzato che Anson abbia pensato fosse arrivato il momento della parola “fine”, altrimenti poteva continuare in eterno). Molto diverso dagli altri (pochi) M/M Romance letti finora (e che magari critico per le ragioni opposte: e allora la verità è che non sono mai contenta).

James Anson, The Larton Chronicles, voto = 3/5
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Too Stupid to Live

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Di questo libro naturalmente mi ha incuriosito il titolo divertente: “too stupid to live” è, nei romanzi, nei film eccetera, il personaggio che non fa mai la scelta sensata e logica in una situazione di pericolo: se si trova da solo, sicuramente si metterà alla caccia del temibile serial killer senza aspettare l’arrivo dei rinforzi, vagherà per i corridoi bui della casa infestata perché ha sentito uno strano scricchiolio, insomma si metterà nei guai in qualsiasi modo, e spesso gli autori dei suddetti romanzi/film eccetera sono convinti che così egli dimostri tutto il suo coraggio (oltre a far andare avanti la trama), mentre in genere la reazione dei lettori/spettatori è alzare gli occhi al cielo di fronte a tanta idiozia. Insomma, volevo proprio capire il perché di tale titolo.

Sam è un ventenne piuttosto imbranato e non particolarmente attraente, alla perenne ricerca del principe azzurro, che immagina come il classico eroe dei romanzi rosa cui è appassionato. Ian è invece un tipo palestrato e sexy che solo di recente sta cominciando ad accettare il fatto di essere gay, ed è finora stato ben attento ad evitare le relazioni serie, ma con l’aiuto della sua terapista vorrebbe provare a diventare una persona nuova, più attenta ai sentimenti degli altri. I due hanno un casuale incontro/scontro in un parco, e subito Sam inizia a fantasticare sul bel sconosciuto. Se le cose avvenissero come nella vita reale, dopo cinque minuti Ian si sarebbe dimenticato del tipo strano che ha accidentalmente colpito con la palla da rugby, e Sam si sarebbe fatto passare la cotta, e il libro sarebbe finito dopo 20 pagine. Invece, poiché siamo in un romanzo, non solo Ian nei giorni seguenti si ritrova a pensare a quel ragazzo, e non solo il destino li fa naturalmente incontrare di nuovo, ma pone anche tutti i presupposti perché la conoscenza diventi subito di tipo “biblico”. E naturalmente il sesso è fantastico. E vabbè.

Da lì in poi è un po’ la classica commedia sentimentale in cui per un bel pezzo ciascun elemento della coppia non dice all’altro cosa desidera realmente, scatenando tutta una ridda di equivoci e fraintendimenti: e quindi Sam si ripromette di non cascarci come al solito, evitando di innamorarsi come un cretino di una persona che sicuramente non vuole fare sul serio, mentre Ian si sforza di instaurare finalmente una relazione adulta, senza però spaventare o ferire il ragazzo… o se stesso, se è per questo.

Nella prima parte il tono è anche simpatico e spiritoso, e non è male leggere di una storia vissuta senza dramma e con leggerezza, i protagonisti pure carini e dolci (e per una volta almeno uno dei due non viene invariabilmente descritto come un fotomodello), buffi i loro monologhi interiori e divertente il fatto che Sam applichi alla sua vita le “regole” e le convenzioni dei romanzi d’amore, chiedendosi in quale dei tanti espedienti letterari o caratterizzazioni tipiche si collochino le proprie esperienze (questo consente all’autrice di fare anche un po’ di gradevole meta-humor), ma… nothing to write home about. Se doveva essere un romanzo umoristico, mi aspettavo di ridere di più. E tutti i tentennamenti e i mille dubbi sul futuro della relazione da cui si fanno prendere a turno i due uomini mi sembrano poco giustificati dall’andamento della storia: voglio dire, sembra tanto ovvio, fin dai primi capitoli, che stiano bene insieme… Gli ostacoli alla loro felicità sembrano essere che 1) fin dall’inizio Ian ha dichiarato che Sam fisicamente non è “il suo tipo”, e 2) Ian è sempre stato un bastardo privo di sentimenti, almeno così ci dicono, che non crede nell’amore e di cui Sam vuole accuratamente evitare di innamorarsi; eppure 1) il libro non lascia alcun dubbio sul fatto che vi sia una forte attrazione fra i due, e 2) non sembra questo il caso, Ian appare sempre appassionato, dolce, attento, premuroso. Tutto va alla grande da (quasi) subito. Emnh… e allora? Ma il discorso di Sam sul fatto che in questo tipo di libri la fine è nota in partenza, ma è il come ci si arriva che conta, mi fa pensare che forse non riesco io a leggerli nel modo “giusto”. Boh. Un altro difetto di Too Stupid to Live sono i personaggi secondari: spesso i comprimari, in altri romanzi del genere (penso alla serie di Adrien English, ad esempio, o al “cast” della serie di Dave Brandstetter, anche se quella non era proprio M/M Romance), si sono rivelati delle vere e proprie “perle” nascoste… qui invece, con un’unica eccezione (Tierney), erano o piattissimi o insopportabili (la coppia di idioti formata dal cugino di Ian e dal migliore amico di Sam). Arrivati all’80% del libro, anche l’autrice scrivendo deve essersi detta “ehi, ma qui non sta succedendo niente se non che Ian e Sam fanno sesso come matti”, perciò ecco una “complicazione” dell’ultimo minuto abbastanza forzata, e il finale che dovrebbe tenerci sulle spine. Umnh. No. Non vale far piovere improvvisamente “la tragedia” dal cielo* e puntare su quella per farci stare tutti tremebondi e incerti per il destino dei nostri eroi (che poi “vissero felici e contenti”, ovviamente, ma per arrivarci ci vogliono pagine e pagine di chiacchiere). Noioso. Non è bastata la simpatia dei protagonisti, purtroppo, e la seconda parte ha rovinato quel che pure c’era di promettente nella prima (tanto che sta trasformando questa “recensione”, la cui parte finale sto scrivendo man mano mentre sto disperatamente tentando di arrivare alla conclusione del libro, in un’invettiva persino troppo severa).

* Non voglio sminuire o trattare con sufficienza quello che capita a Sam, ma è talmente gratuito e avulso dal resto della storia, e d’altra parte senza alcuna conseguenza duratura, che sembra ovvia la parte meramente “strumentale” che l’episodio ha nella vicenda (serviva semplicemente che accadesse qualcosa “di brutto”, e in fretta, per dare “una scossa” alla storia).

Anne Tenino, Too Stupid to Live, voto = 2,5/5
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Una camera a Chelsea

Merito della copertina se ho notato questo libro fra i tanti che affollano gli scaffali di una grande libreria della città; e a questa bella copertina (di chi è l’immagine? Non c’è scritto nulla nel libro) ho scoperto che corrispondeva anche un contenuto potenzialmente interessante, perciò, dopo qualche mese di attesa che comparisse nel mercato dell’usato, ecco che il libro è stato acquistato, letto in poco più di un pomeriggio e ora recensito.

Questo romanzo uscì anonimo nel 1958, quando ancora nel Regno Unito l’omosessualità era considerata reato: oggi sappiamo che l’autore fu il tale Michael Nelson. Si potrebbe pensare a un coraggioso libro di denuncia e di rivendicazione di diritti, in un periodo in cui, come è spiegato nella Prefazione di Riccardo Reim, l’opinione pubblica britannica si stava seriamente interrogando se fosse lecito regolare la morale privata dell’individuo con gli strumenti della legge. Invece, gli avvertimenti del curatore e la lettura dello stesso romanzo ci fanno subito capire che non siamo di fronte a nulla di così “nobile”: A Room in Chelsea Square è un romanzo che ha voluto astutamente sfruttare il clamore per un tema così scottante e attuale (in origine il protagonista, Patrick, era una donna!) e che semplicemente si fa beffe crudeli di tutto e di tutti, con un cinismo molto compiaciuto (Reim lo definisce “farneticamente gay e al tempo stesso omofobo”). Tanto vale, quindi, leggerlo con il proposito di farsi quattro cattivissime e politicamente scorrettissime risate, confidando nel più classico e tagliente del british humour e senza dar peso alle esagerazioni più kitsch.

Il ricchissimo, elegantissimo, spudoratissimo, “frocissimo” e non più giovanissimo Patrick ha messo gli occhi sul bel Nicholas, appena arrivato a Londra dal paesello con l’aspirazione di diventare giornalista. Nel suo tentativo di seduzione utilizza ogni mezzo possibile per vincere l’ostinata resistenza della sua preda, dai regali più costosi e pacchiani fino alle promesse di appoggio per la sua carriera, manipolando abilmente con la forza del suo denaro e con astuzia machiavellica tutto il suo circolo di amici, ex amanti, “protetti” per giungere all’obiettivo. Nicholas non è così ingenuo da non capire perfettamente cosa il suo mecenate desidera in cambio, e si rende conto benissimo di dipendere in tutto e per tutto dal favore di Patrick, ma i suoi continui tentennamenti, dovuti di volta in volta agli scrupoli morali, all’orgoglio ferito o semplicemente alla sua dabbenaggine, rischiano di fargli perdere tutto, perché, per quanto la sua fortuna sia nelle sue mani, non è affatto lui a condurre il gioco. La conclusione è quanto mai perfida: il lettore si aspetterebbe o la “rovina” completa di Nicholas che cede finalmente alle lusinghe del suo tentatore o il suo riscatto, e invece Nelson pensa a un finale molto più ambiguo e cinico. Proprio quando Nicholas, che non è affatto un santo, finalmente si decide, si trova costretto a ritirarsi, da solo, nell’umile cameretta a Chelsea Square che ha preso in affitto e che fino ad allora, ospitato in alberghi di lusso, non aveva mai raggiunto, invece di partire per le Bermuda con Patrick, che l’ha scaricato per un altro giovanotto più disponibile, a rimuginare sul fatto che, se avesse giocato meglio le sue carte, non avrebbe perso quell’occasione. Il finale l’ho nascosto, ma in pratica è tutto rivelato nella stessa Prefazione: se non volete saperlo, leggetela solo dopo aver letto il romanzo.

Non è certo un capolavoro (anzi, le situazioni sono un po’ ripetitive e la struttura tenue), ma scorre via alla velocità della luce e regala un pomeriggio di gradevole intrattenimento scacciapensieri.

Michael Nelson, Una camera a Chelsea (a cura di Riccardo Reim), voto = 3,5/5
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