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La Conquista del Messico

Questo è un argomento su cui non mi stancherò mai di leggere: riunisce insieme così tanti aspetti affascinanti (viaggi, avventura, ignoto, incontro con l’altro, gusto del romanzesco, passione, caso, tragedia) da essere irresistibile. La mia collezione di libri è ancora piccola, ma sta crescendo.

Una delle aggiunte più “preziose” è questo La Conquista del Messico dello storico americano William H. Prescott (1796-1859), che forse compariva nella bibliografia dei saggi di Levy o di Miralles sullo stesso argomento. Se dovessi recensirlo in poche parole, direi che è tutto ciò che Cortés di Miralles non era: tanto quel libro era sì dottissimo ma arido, pedantesco e faticosissimo da leggere, quanto questo è una goduria per il lettore. Prima di acquistare o mettere in lista un libro, controllo sempre qualche recensione su Goodreads… In questo caso, per un saggio di quasi 1000 pagine scritto nel 1843, sono rimasta stupita di fronte al livello di entusiasmo dei lettori (per citare un po’ qua e là: “Insanely good. The most impossible-to-put-down history book I’ve ever held in my hot little hands. And it’s over 100 years old.”, “This is the absolute best! What an exciting story.”, “This book is astounding!”, “Shakespearean. Biblical.”, “This was written in *sit yourself down* eighteenfortythree and it reads brilliantly.”). Diciamo quindi che i pareri erano molto incoraggianti… e, ho potuto verificare, assolutamente veritieri. Davvero, se volete far appassionare qualcuno alla lettura di saggi storici, dategli questo libro: 881 pagine che scorrono in un lampo (magari ditegli di saltare l’introduzione con la biografia dell’autore: è interessante pure quella, eh, ma meglio non esagerare, come prima volta!).

Chiaramente, non è in un saggio del 1843 che si cercano le ultime novità in fatto di interpretazione storiografica dell’avvenimento. Non aspettiamoci da Prescott una lettura “terzomondista” o “antimperialista” della conquista del Messico. Il suo presupposto di partenza è che la storia sia un continuo progresso, e che le civiltà più evolute soppiantino “naturalmente” quelle rimaste a un grado inferiore di civiltà. Oltre tutto la civiltà azteca è stata, secondo lui, “giustamente” sconfitta e cancellata dalla storia per l’abominio imperdonabile dei sacrifici umani… Tuttavia egli non è mai del tutto indifferente di fronte alle conseguenze devastanti della Conquista di lì a venire per la popolazione americana, come non è privo di ammirazione verso le vette della civiltà azteca e il coraggio e l’irriducibilità degli ultimi resistenti (ad esempio l’ultimo imperatore Cuauhtémoc) e non nasconde, a parte l’evidente fascino per il protagonista della sua epopea, Cortés, gli eccessi più violenti dei conquistadores (d’altra parte neanche la cattolica Spagna era per lui, anglosassone e protestante, la vetta della civiltà, sebbene sia il paese che, da storico, più l’interessò), mentre stigmatizza con ironia gli eccessi trionfalistici e nazionalistici, o ultra-apologetici e agiografici, degli storici, soprattutto spagnoli, che l’hanno preceduto (accanto alle pagine piene d’azione e, come si dice, “appassionanti come un romanzo”, non mancano approfondimenti sulle fonti consultate, criticamente vagliate, e schede biografiche degli autori).

Insomma, bellissimo e, inutile dirlo, subito messi in lista anche History of the Conquest of Peru, dello stesso autore, e, perché no?, anche il suo History of the Reign of Philip the Second, King of Spain (si trovano tutti gratuitamente in lingua originale, in ebook).

William H. Prescott, La Conquista del Messico (trad. Piero Jahier e Maria Vittoria Malvano), voto = 4/5

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Un regalo del Führer

Il libro per il Giorno della Memoria 2015, scoperto esaminando le ultime novità in uscita sul sito della Einaudi: un libro bellissimo, cui non saprò fare giustizia.

Estate 1944. A Theresienstadt, il “lager modello”, dove sono rinchiusi gli ebrei più eminenti, gli artisti, le personalità di riguardo, il prigioniero Kurt Gerron viene convocato dal comandante del campo, Karl Rahm. Il berlinese Kurt Gerron era stato un celebre attore teatrale e cinematografico: partito dal cabaret, il grande successo era arrivato grazie all’Opera da tre soldi di Brecht, in cui cantava la famosa canzone d’apertura, quella di Mackie Messer (qui la potete ascoltare nella versione in cui la conobbi io, cantata da Ute Lemper), poi vennero i film, e in particolare L’angelo azzurro, di von Sternberg, con Emil Jannings e Marlene Dietrich, poi aveva scoperto la passione per la regia, firmando vari film di successo.

Ora però non è più nulla, e anzi la sua vita ormai conta così poco che si sente fare questa proposta (proposta? Si fa per dire, in realtà un ordine…) terribile: perché non gira un bel film di propaganda che mostri al mondo come è bella la vita nel lager, come fervono le attività produttive, come sia vasta e apprezzata l’offerta di attività culturali, ricreative e sportive disponibili? Per tre giorni Gerron si tormenta, chiedendosi se debba tradire le sue origini, i suoi compagni di sventura, la sua arte, e rendersi complice dei suoi aguzzini. E, accanto a queste angosciose riflessioni, in parallelo si snoda nella sua memoria tutta la sua vita, la famiglia, i genitori distanti e così rigidamente “tedeschi”, ma comunque amatissimi, oggi anch’essi deportati, chissà dove, sicuramente uccisi; la scoperta, da bambino, grazie al nonno materno, del mondo meraviglioso del teatro e del cinema, divenuto la vera vocazione di tutta la sua vita; l’esperienza traumatica della guerra, con i giovani della sua generazione andati (o spinti) entusiasticamente incontro a un inferno terribile, esperienza da cui esce col corpo lacerato e il carattere per sempre cambiato; l’incontro con Olga, l’amore, il matrimonio; il debutto e i primi successi, nell’atmosfera irripetibile della Berlino dei primi anni Venti, Brecht, i colleghi con le loro storie, gelosie, rivalità, grandezze e piccolezze… Tutte cose che un tempo erano la sua vita, che erano per lui il centro del mondo, mentre nel frattempo… Nel frattempo, nell’indifferenza di tutti, sotto lo sguardo fra il divertito e lo sprezzante di Gerron e degli altri che, come lui, la sapevano più lunga di tutti, la Germania si consegnava ai nazisti. Fino a che, il 1º aprile 1933, l’inizio della fine: è negli studi dell’UFA, sta girando, come tutti i giorni, una scena del suo ultimo film, quando, l’annuncio: tutti gli ebrei lascino immediatamente gli studi. Anni di esilio tra l’Austria, la Francia e l’Olanda, con la moglie e i vecchi genitori al seguito, a fare affidamento sugli aiuti dei colleghi che hanno avuto più successo di lui, più fortunati o più previdenti. Ma sempre, sotto sotto, il pensiero che certe cose non possano accadere sul serio… perché, chi potrebbe mai pensare…? E, naturalmente, tornano alla memoria tutte le occasioni di fuggire sprecate, perché… perché chi avrebbe immaginato che…? Tutte le volte che la sua storia personale avrebbe potuto prendere una piega diversa, se avesse preso la decisione giusta al momento giusto, mentre invece il tempo, gli spazi, le opportunità, la libertà poco a poco si assottigliano sempre di più, da Berlino all’Austria, a Parigi, assieme ai tanti altri esuli tedeschi, all’Olanda, a Westerbrok, e poi… eccoci, Theresienstadt, uno squallido tugurio sopra le latrine, la fame che ormai non ti abbandona più, senza essere riusciti a fermare l’onda, senza aver capito che l’onda non si sarebbe più fermata, e dopo c’è solo il trasporto a est, i treni che partono regolarmente, Auschwitz. E, accanto ai ricordi, l’interrogativo sempre più angoscioso: girare il film o no? Ma, in realtà, sta solo cercando di ingannare se stesso, perché ha veramente una scelta? Il film lo girerà, perché è un ordine, perché non vuole morire, non vuole essere deportato e soprattutto non vuole che la moglie Olga venga deportata con lui per colpa sua.

E così, iniziano le riprese, con gli altri internati del lager a fare da attori/comparse, tra scene surreali di raccolte di pomodori, divertenti bagni nel fiume, deliziosi quadretti con famiglie felici a cena. Una montatura allucinante, ma, per quanto possa sembrare paradossale, alla fine a quel lavoro Gerron finisce per dedicarsi anima e corpo, vuole farlo bene, sa di poterlo fare bene. Perché più si renderà utile e si dimostrerà bravo, più aumentano le possibilità per lui e Olga di non essere deportati, certo. Perché, allo stesso modo, può cercare di “proteggere” i suoi collaboratori, utili alla realizzazione del film e quindi anche loro esclusi, almeno temporaneamente, dal trasporto, certo. E però anche perché fare film è ciò che è, ciò che ama, e allora, finché non gli avranno portato via anche questo, avrà conservato un margine di libertà, così come l’anziano professore di filosofia che ora, nel lager, viene utilizzato come guardiano dei cessi, eppure non ha rinunciato al gusto della dialettica.

Come avvisa l’autore, questo è un romanzo e molte cose nel libro sono inventate o sviluppate liberamente a partire da fatti storici. Alcune cose sono assolutamente vere, però: la prima è che Kurt e Olga Gerron vennero deportati da Theresienstadt ad Auschwitz e lì vennero uccisi, subito dopo l’arrivo, nelle camere a gas nell’ottobre 1944, poco tempo prima che il lager cessasse l’attività. La seconda è che il film propagandistico sulla “città modello” di Theresienstadt che Gerron fu costretto a girare è terribilmente vero: non servì a Gerron a salvarsi la vita (o forse anzi fu proprio perché vi aveva lavorato che venne eliminato) e non fu lui a montarlo, e l’andamento della guerra nel 1944-1945, con la sconfitta sempre più imminente per la Germania, impedì che venisse mai effettivamente mostrato. Oggi rimangono solo alcuni spezzoni: ecco la voce su Wikipedia e qui si possono vedere alcuni minuti (non è il titolo ufficiale, ma il film finì per essere noto soprattutto col titolo Der Führer schenkt den Juden eine Stadt, “il Führer regala agli ebrei una città”, da cui il titolo dell’edizione italiana del libro, Un regalo del Führer, più efficace per una volta dell’originale, Gerron).

Charles Lewinsky, Un regalo del Führer (trad. Valentina Tortelli), voto = 4/5

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Vuoi star zitta, per favore?

Ci sono ancora, ma ultimamente “l’ispirazione” per scrivere queste (zoppicanti) “recensioni” si fa un po’ desiderare, perciò purtroppo ne vedrete ancora un paio (a partire da questa), relative a libri finiti ormai da qualche tempo, davvero “tirate via”.

Qui stiamo parlando della prima raccolta di racconti dello scrittore Raymond Carver, uscita nel 1976. Ho un’amica, su Goodreads, che ama molto questo scrittore, e vedo che nel recensirlo usa l’aggettivo perfetto; ci ho ripensato, e ciò mi fa riflettere, perché io invece se dovessi definire in poche parole questa lettura potrei dire: incredibilmente frustrante… Sono tante brevi, e meno brevi, “finestre” sulle vite di uomini e donne americani, spesso coppie, spesso affaticati e insoddisfatti, e li vediamo consumare le pagine a loro dedicate dall’autore… spesso ripetendo i soliti gesti di sempre, ma sempre con un senso di incombente… minaccia? No, non proprio, ma tensione, come se si fosse sempre più vicini a un’ipotetico “punto di rottura”. Però intanto le pagine stanno per esaurirsi, e tu sei lì che pensi “eh no, ti prego, non finire adesso!”… e invece 9 volte su 10 è come se andassero via le luci, calasse all’improvviso un sipario, lasciandoti davanti alla pagina nuova, quella mezza bianca col titolo del racconto successivo, a chiederti: “Ma che succede dopo? Sembrava proprio che stesse per succedere qualcosa… oppure niente…”.

Beh, allora mi fa un po’ sorridere pensare a questi racconti come “perfettamente compiuti”, quando io invece trovo che ci siano molte meno parole di quelle che avrei voluto… Che vorrà dire? A) io ci capisco poco (sì, questa risposta è sempre valida); B) questo effetto di brusca “rottura” era proprio quello che Carver voleva ottenere.
Mi viene in mente ora (ho finito il libro ormai da varie settimane, come dicevo) che, se ripenso ai personaggi di questi racconti, avrei voglia di incontrarli uno a uno per chiedere loro “beh, insomma come va ora? Ma senti, che è successo poi, quella volta in cui…?”, il che probabilmente è fare un complimento al libro.

Raymond Carver, Vuoi star zitta, per favore? (trad. Riccardo Duranti), voto = 3,5/5

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Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…

Preso in biblioteca, dove ero andata per cercare Ossa nel deserto, d’impulso, naturalmente attirata dal titolo choc.
Il saggio ha per oggetto un caso giudiziario ritrovato negli archivi, un caso clamoroso per la ricchezza e la completezza della documentazione ma che, tutto sommato, attirò l’opinione pubblica solo brevemente, e finì dimenticato. Michel Foucault lo usò per un seminario al Collège de France nel 1973, il cui risultato è questo libro, diviso in due parti: la prima è l’edizione di tutti i documenti del processo, la seconda contiene dei brevi saggi di analisi di Foucault e dei suoi allievi.

Siamo nel Calvados, nella Francia del nord, nel giugno 1835: Pierre Rivière, contadino, vent’anni, massacra a coltellate la madre, la sorella diciottenne e il fratello di soli sette anni, affermando di voler “liberare il padre”, e fugge nei boschi. Viene aperta un’inchiesta, vengono ascoltati i primi testimoni, che subito riferiscono del carattere cupo e solitario del giovane, delle sue presunte “stranezze”, della sua generale fama di “idiota”, mentre si cerca in ogni dove il fuggitivo. Circa un mese dopo, Rivière viene identificato e arrestato; in un primo momento, risponde agli interrogatori in modo delirante, affermando di aver ucciso i familiari perché gliel’ha ordinato Dio in una visione. Successivamente, però, prende la penna e realizza una lunghissima, dettagliatissima memoria (le cui primissime righe, “Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…”, sono proprio il titolo del libro), sorprendente per un contadino che afferma di sapere appena leggere e scrivere e che era da tutti considerato scemo o mezzo matto, in cui racconta nel dettaglio le sue motivazioni. Racconta di una situazione familiare disastrata, del padre che, a suo dire, da anni era ingiustamente vessato e perseguitato dalla moglie, madre di Pierre, donna cattiva, egoista, meschina, avida e prepotente. Un racconto penoso, fra liti per motivi economici, la morte di un altro fratellino, riportato con estrema vivezza (i curatori dell’edizione hanno mantenuto la struttura, l’ortografia e la punteggiatura dell’originale, e allo stesso criterio si sono conformati i traduttori italiani) e stupefacente precisione di dettagli, in cui protagonista, più che Pierre testimone della rovina della sua famiglia, emerge suo padre, una specie di Giobbe ignaro che sta per accadergli ben di peggio. Affezionatissimo al padre, Pierre finisce per convinversi di doverlo liberare della donna che gli sta rovinando la vita, della sorella, sua alleata, e nel suo delirio progetta di uccidere anche il fratellino, perché amava la mamma e perché, poiché il padre lo aveva caro, ucciderlo avrebbe spento qualsiasi residuo di amore che il genitore poteva provare per lui, Pierre, e quindi evitare che soffrisse quando Pierre, votato al martirio per lui, sarebbe stato condannato a morte per il crimine compiuto. Il massacro in sé è trattato da Pierre in poche righe, e segue il racconto del suo peregrinare nei boschi, la realizzazione di quel che ha fatto, la disperazione, i tentativi di suicidio, i propositi di consegnarsi alla giustizia, l’indecisione, i tentativi di farsi passare per pazzo una volta arrestato.
Seguono, nel dossier, gli atti del processo, in cui la questione centrale fu stabilire se Pierre Rivière fosse sano di mente o pazzo, e quindi potesse essere responsabile delle sue azioni o no. Solo da pochi anni, infatti, in Francia erano state introdotte le circostanze attenuanti e la valutazione sullo stato mentale dell’imputato: al caso si interessarono dunque i più eminenti specialisti del tempo di una branca della medicina relativamente nuova, la psichiatria: chiaramente la memoria di Rivière e le testimonianze vennero usate per giungere a interpretazioni diametralmente opposte: i giudici cercarono di trovarvi la prova della sua normalità, i medici della sua follia. Il processo si concluse con una condanna a morte (novembre 1835), anche se nella sentenza la giuria non poté trattenersi dall’esprimere qualche dubbio: decisivo fu l’intervento di un gruppo di eminenti e influenti medici, che portarono alla concessione della grazia e alla commutazione della pena nel carcere a vita. La conclusione di questa cupa vicenda è però altrettanto dolorosa: Pierre Rivière si suicidò nella sua cella nel 1840.

Come “confessano” anche i curatori, gli atti del processo e soprattutto, naturalmente, la Memoria hanno una “bellezza” sinistra talmente potente, un “gusto” narrativo che la lettura scorre rapida, come un romanzo nero che precipita inesorabile nella catastrofe. Come ho già detto, per tutto il tempo nella mia mente non c’era tanto Pierre Rivière, sebbene fin dal titolo (“Io, Pierre Rivière…”) i curatori vogliano metterlo con forza al centro del discorso, quanto suo padre. Ma non è solo la memoria, che pure è il documento più sconvolgente, a stregare il lettore contemporaneo, anche le testimonianze degli abitanti del villaggio, con i loro racconti terrorizzati, malevoli, dubbiosi, sconvolti, i ritagli di stampa, il dossier con le differenti ipotesi sulla follia o sulla lucidità dell’imputato contribuiscono a creare questo “miracolo” archivistico. Proprio una “bella” (bella? Tragica, emozionante, dolorosa, spaventosa) lettura, nella prima parte. E la seconda parte?

La seconda parte, con i saggi di Michel Foucault e dei suoi allievi, è incomprensibile. Forse due contributi si salvano, quello di Blandine Barret-Kriegel sull’accostamento parricidio-regicidio e quello di Robert Castel sulle diverse conclusioni tratte dalla Memoria dai giudici e dai medici. Del resto, non c’ho capito niente. E dire che non vedevo l’ora di leggere la ricchezza delle interpretazioni e delle suggestioni che un documento tanto originale e tanto prezioso poteva donare. Delusione tremenda, tanto più che il documento che precedeva offriva tantissimi spunti all’analisi. Questo mi preoccupa perché avevo intenzione di leggere un altro libro di Foucault, Sorvegliare e punire: se è scritto allo stesso modo, sarà una fatica sprecata.

Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, a cura di Michel Foucault (trad. Alessandro Fontana e Pasquale Pasquino), voto = 2,5/5

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Cento giorni

Senza neanche saperlo prima di consultare Wikipedia, ho iniziato questo libro a esattamente (giorno più, giorno meno) 20 anni di distanza dal genocidio ruandese, che era in atto da tempo ma si scatenò su larga scala a partire dal 6 aprile 1994.

Cento giorni è un romanzo e non ha intenzione di tracciarne la storia: leggendolo, però, si imparano varie cose e soprattutto ci si imbatte in interessanti spunti di riflessione. David Hohl è uno svizzero che, nel 1990, giunge a Kigali, Ruanda, per lavorare nella sede della Direzione dello sviluppo e della cooperazione svizzera di quel Paese (dal 1961, anno in cui finì la dominazione belga e il Ruanda divenne una repubblica, la Svizzera è fra le nazioni più attive nel Paese). È pieno di buone intenzioni e di ottimismo, è più politically correct che mai (azzeccato il breve episodio sulla squadra del Camerun a Italia ’90!), e convinto che anche il suo piccolo contributo possa fare una differenza nel mondo. Non si trova di fronte a scene apocalittiche, come si immaginava lui e come noi immaginiamo, in un calderone indistinto, tutta la realtà africana. In Ruanda, forse il più “svizzero” fra gli Stati centrafricani, la cooperazione sta dando buoni frutti, il lavoro procede, la situazione politica si può definire stabile, una condizione che certo agli europei non dispiace. Al di sotto della quotidiana gestione di progetti, accordi, iniziative, però, nessuno si accorge che esiste un’altra realtà parallela, chiarissima a tutti i nativi (così come esiste la lingua francese della comunicazione “ufficiale”, e la lingua bantu, per lo più incomprensibile ai personaggi europei), oppure, se qualcuno si accorge, se qualcosa traspare, viene liquidata in fretta, sottovalutata, volutamente interpretata nel modo più comodo e conveniente perché il lavoro di tutti possa andare avanti sostanzialmente come prima.

Una bella personificazione di questa sconcertante incapacità di andare a fondo è il personaggio femminile di Agathe, una donna ruandese con cui David intreccia una relazione, molto cruda e fisica, in cui però l’uomo sembra sempre “un passo indietro”, smanioso di capire e controllare e afferrare qualcosa di “definitivo”, ma senza riuscirci mai. Agathe all’inizio del romanzo è una persona assolutamente indifferente alla situazione politica del Paese (la ragazza ha studiato in Belgio, e non desidera altro che tornarci e lasciarsi alle spalle il Ruanda); col tempo, però, anche la donna si lascia coinvolgere dal clima di odio esasperato, “si adatta”, come dice il narratore, come se il massacro finale fosse una conclusione ineluttabile e inevitabile, date le premesse maturate per anni, uno sbocco “naturale”, e ben poco potessero fare i singoli per contrastare questo esito (anche se non vorrei che questa mia frase desse adito a un’interpretazione del genocidio ruandese come una “esplosione” di violenza “tribale”, “istintiva” e incontrollata: da quel che si legge nel libro, infatti, fu tutt’altro: preparata, metodica, organizzata).
Si giunge quindi al fatidico aprile 1994, quando David, con una decisione quasi impulsiva e irrazionale, sceglie di non lasciare il Paese assieme al resto della delegazione svizzera, e assiste così alla fase più intensa della tragedia (i cento giorni del titolo) prigioniero del “fortino” della propria casa.

A scrivere di più su cose che non conosco bene, rischio solo di fare errori. Mi limito a dire che, dal punto di vista di un lettore europeo, la “scossa” che presumo volesse dare questo romanzo è efficace proprio perché David, i suoi colleghi, gli ex colonizzatori ora diventati cooperanti, esprimono quello che pensiamo dovremmo sentire anche noi, tutto ciò che ci sembrerebbe giusto e ragionevole fare in quella situazione… e tutto questo si rivela assolutamente insignificante, o peggio controproducente, nel migliore dei casi ingenuo

Il romanzo si chiude su toni sconfortanti, sottolineando questo senso di incomprensione e fraintendimento, finanche di “derisione” delle effettive capacità di “intervento” che ci illudiamo di avere (vedi l’ultimo incontro fra David e Agathe), oppure al contrario il paradosso di una “acculturazione” fin troppo efficace (l’ordine e la precisione “svizzeri” che finiscono per essere proprio i fattori che più agevolano la metodica ed efficientissima attuazione del massacro, la Ruanda come “Svizzera d’Africa” o la Svizzera “Ruanda d’Europa”?).

Lukas Bärfuss, Cento giorni (trad. Daniela Idra), voto = 4/5

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Qui non ci sono bambini

In occasione della Giornata della Memoria, ho letto questo volumetto che avevo acquistato ormai da un paio d’anni, e di cui appresi grazie a questo articolo sul Corriere della Sera (tra l’altro proprio in questi giorni, sempre per Einaudi, è uscita un’altra testimonianza di una bambina sopravvissuta ad Auschwitz, Il diario di Helga).

Per questo libro penso che parlino meglio di me la biografia del suo autore, e un link ai suoi disegni (vedi più avanti) su Google Images. Thomas Geve nacque nel 1929 a Stettino; nel 1935 si trasferì a Berlino con i genitori. Nel 1938 suo padre fu costretto a emigrare a Londra, da dove cercò, inutilmente, di farsi raggiungere anche da moglie e figlio. Ma le cose andarono diversamente. Nel 1943 Thomas e la madre vennero deportati ad Auschwitz; la madre non ne uscì viva. Thomas invece, che aveva solo 13 anni ma, per sua fortuna, ne dimostrava di più, scampò alla prima selezione (quella che destinava tutti i bambini e gli inabili al lavoro direttamente alle camere a gas) e resistette per due anni nel campo di concentramento. All’inizio del 1945, nel corso di una delle famigerate marce della morte, venne trasferito a Buchenwald con gli altri detenuti. Lì, l’11 aprile, arrivarono i soldati americani liberatori. Thomas aveva 15 anni, era uno dei più giovani sopravvissuti. In un centro di assistenza per bambini vittime della guerra in Svizzera, nell’attesa di raggiungere il padre in Inghilterra, per raccontargli la sua esperienza, non riuscì a usare le parole. Si servì dei disegni: usò il retro di tanti moduli della documentazione del campo lasciata indietro dalle SS e schizzò tante scenette, con uno stile infantile e, proprio per questo, potentemente espressivo: la sua vita, giorno per giorno, l’arrivo, la disinfestazione, gli appelli, le baracche, il lavoro, le punizioni, la fame, la marcia finale, la liberazione.

Non a caso Thomas, da adulto, diventerà un ingegnere: nei suoi disegni colpiscono l’attenzione per le costruzioni, la precisione nel delineare mappe, scale e distanze, oltre che la memoria spaziale del bambino, che disegnava a posteriori. Tutto questo sforzo “organizzativo” e regolatore mi è sembrato anche una prova della sua intelligenza e (anche se quasi mi vergogno, dall’alto non so di che, a pronunciare giudizi su un ragazzo che ha vissuto quell’inferno) della sua grande forza di volontà, del fatto che si sia mantenuto sveglio, vigile, attento, vivo.

A questo genere di libri si dà un “voto” che non può non tener conto più di tutto del valore di testimonianza, della sofferenza che c’è dietro. Ho però qualche perplessità sull’edizione italiana: a parte le didascalie esplicative che Geve ha aggiunto anni dopo, i disegni sono fitti di annotazioni: la gran parte di queste è stata tradotta, ma non tutte (ad es., qui, solo una parte di questo “alfabeto di Auschwitz”): io me la sono cavata abbastanza bene col poco tedesco che conosco, ma forse sarebbe stato meglio darne una traduzione integrale.

Thomas Geve, Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz (trad. Margherita Botto), voto = 4/5

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Stecchiti

Dico la verità, mi aspettavo qualcosa di diverso. Per quanto riguarda l’oggetto della ricerca, innanzi tutto: pensavo riguardasse le diverse modalità con cui le società umane hanno guardato all’oggetto “cadavere”, come l’hanno trattato, similmente al saggio, già letto in precedenza, Resti di umanità, di Adriano Favole. Invece, qui lo scopo è più ristretto, e cioè gli usi che la scienza può trovare per i cadaveri umani, come questi possono essere impiegati nella ricerca, non solo medica (vedi più avanti). Oltre al presente, in cui ovviamente l’uso è regolato e chiaramente limitato ai cadaveri espressamente donati alla scienza secondo la volontà del defunto, non manca uno sguardo anche al passato e ai sistemi molto più “liberi”, per i nostri standard, degli scienziati di una volta.

Niente di male, comunque: il problema non è stato certo questo, perché l’argomento si è rivelato assai interessante. Il problema è che mi aspettavo anche qualcosa di più serio. Divulgativo, certo, ma serio. Invece qui l’autrice, la giornalista Mary Roach, nel raccontare le varie tappe della sua inchiesta, usa un tono esageratamente umoristico, vuol farci sbellicare dalle risate… Certo, mi si dirà che tutto ciò è assolutamente calcolato, serve a esorcizzare un tema che per tanti è repellente, disgustoso, terrificante, tabù. Che il saggio è destinato al grande pubblico, e un’esposizione fredda e seriosa avrebbe respinto i lettori; è chiaro che le risate e le battute sono un “vaccino” di fronte alla crudezza e alla violenza di certi temi o immagini: chi avrebbe mai desiderato di leggere un libro sugli squartamenti di cadaveri scritto in modo tetro e impersonale? Ma io resto poco convinta. Anche Sacks, in Hallucinations, faceva divulgazione, e anche lui su un argomento potenzialmente inquietante e spaventoso per il lettore “medio”, ma non sentiva il bisogno di “alleggerire” di continuo il discorso con le battutine. Se c’è una cosa che non mi fa ridere, è un libro che a ogni piè sospinto mi dia di gomito e mi strizzi l’occhio con l’aria di dire “ah ah, hai visto quanto sono divertente?”. Senza contare che Stecchiti rischia di trasformarsi da “libro che parla di cadaveri” in “libro che parla di Mary Roach che indaga sui cadaveri“. La figura dell’autrice, lungi dallo scomparire in modo neutro dietro l’oggetto della sua ricerca, domina incontrastata le pagine, probabilmente sempre nell’intento di “umanizzare” la materia, di presentare le sue reazioni come quelle che tanti suoi lettori, tu e io, le persone “normali”, avrebbero di fronte a certi spettacoli. Ma, quando è troppo, è troppo: Mary Roach, scansati un attimo dal centro dell’inquadratura, starei cercando anche di imparare qualcosa, non solo di leggere di te e delle tue avventure in giro per l’America e il mondo per scrivere questo saggio.

Spiegati i motivi per cui non mi sono innamorata follemente di questo libro come la maggior parte dei suoi lettori, ciò non toglie comunque che l’argomento sia interessante e affrontato da molteplici punti di vista. Infatti in genere per superare il fastidio leggevo rapidamente i passi in cui l’autrice fa la simpatica e cercavo di concentrarmi su quelli più informativi. Tutti sappiamo dell’importanza della donazione degli organi. Un altro uso di un cadavere donato alla scienza che il profano non fatica a immaginare è per gli studi di anatomia: dissezioni di cadaveri e “teatri anatomici” sono argomenti consueti della storia della medicina (erano al centro anche del bel saggio The Italian Boy, di Sarah Wise). Ma forse i più non immaginano che i chirurghi plastici si impratichiscono, per gli interventi di ricostruzione facciale, su teste decapitate; che per la medicina legale sono molto importanti le ricerche che studiano le varie fasi di decomposizione (saperle identificare aiuta a stabilire il momento della morte); che nella costruzione di automobili ci si basa anche su crash test effettuati non con i classici manichini, ma con cadaveri; che, sembrerà paradossale, gli stessi fabbricanti di armi e l’esercito ne hanno bisogno (allo scopo di creare proiettili che raggiungano l’obiettivo di arrestare un nemico che costituisce una minaccia, ma possibilmente senza ucciderlo); che “ingredienti” provenienti dai cadaveri sono stati alla base di tanti preparati medici del passato. E, nonostante si senta “in obbligo” di bombardarci di battute che, con me, hanno avuto l’effetto di appesantire il testo, più che alleggerirlo, nonostante la profonda antipatia che mi hanno suscitato lei e la sua chiacchiera e la sua mania di protagonismo, e il desiderio di non prendere più, per un bel pezzo almeno, un suo libro in mano, l’autrice riesce, alla fin fine, a trasmettere la passione dei tanti scienziati “mattacchioni”, il fascino della ricerca scientifica, che non si stanca mai di cercare soluzioni nuove, che vede opportunità di scoperta e di conoscenza dove i più vedono un punto senza ritorno, e uno strano debito di “riconoscenza” verso… i cadaveri dei tanti anonimi donatori.

Infatti, se si è in grado di sorvolare sull’aneddotica, sulle battute a mitraglietta e sulle digressioni che non c’entrano nulla, le parti del libro che “funzionano” di più sono sicuramente quelle in cui l’autrice riferisce di esperimenti visti in prima persona. Gli excursus storici sono abbastanza dilettanteschi, ma c’è una bibliografia per chi volesse approfondire.
C’è un erroraccio nella traduzione: a p. 30, si parla dell’impiccagione del noto assassino e ladro di cadaveri Burke, la cui salma, si legge, “in un delizioso episodio di poesia giuridica … fu, secondo quanto previsto dalla legge, sezionata”. “Poesia giuridica” è un’espressione del tutto priva di senso in italiano, che ho immediatamente individuato come una traduzione errata dell’originale poetic justice, e cioè giustizia poetica (ne ho avuto conferma da una persona che possiede il libro in inglese)! A p. 47 abbiamo “Ron a cominciato a non vedere l’ora che me ne andassi”, col verbo “avere” senza la h. A p. 76 “io un’occhiata”, ma l’accento non ci vuole. A p. 88 “Un altro modo in cui i cadaveri posso essere d’aiuto”. Da p. 175 si comincia a citare un’opera di medicina tradizionale cinese col titolo Chinese Materia Medica, con uno strano miscuglio di inglese e latino (si tratta di questo compendio del XVI secolo): in italiano forse sarebbe stato meglio scrivere “Compendio di Materia medica”? Su questo non sono sicura, ma certo Chinese Materia Medica suona quanto meno strano. Insomma, edizione italiana che sembra poco curata.

Mary Roach, Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri (trad. Michela Volante), voto = 3/5

P.S. I passi più stomachevoli e dolorosi, comunque, non sono certo le descrizioni dei test sui cadaveri, bensì quelle degli esperimenti condotti su animali vivi (quando l’uso dei cadaveri è o era vietato, o non sarebbe stato utile per lo scopo dell’esperimento; preciso inoltre che spesso si parla di esperimenti condotti in epoche in cui ancora ben poco ci si preoccupava di limitare la sofferenza dell’animale): se siete sensibili a questi argomenti, sconsiglio di leggere questo libro.

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Amore e ginnastica

De Amicis è uno di quegli autori che hanno avuto la sfortuna di vedere la propria memoria “inchiodata” a un unico libro, ovviamente Cuore, per di più generalmente snobbato e spernacchiato da tutti i lettori “di un certo livello” (io non l’ho letto, ne sento parlare sempre e solo male, magari a me piacerebbe tantissimo, non so). Invece, come ricorda anche Luca Scarlini nell’introduzione a questo volumetto, scrisse un po’ di tutto, fra cui reportage di viaggio che sembrano interessanti, come quello dedicato a Costantinopoli.
Fra la sua produzione dimenticata c’è anche un libro uscito nel 1892, Tra scuola e casa, di cui fa parte il “racconto lungo” Amore e ginnastica, che testimonia di un’altra passione dell’autore, quella appunto per lo sport e l’insegnamento dell’educazione fisica.

In un condominio di Torino, il timidissimo e impacciatissimo Simone Celzani, dall’aspetto insignificante e mingherlino, è innamorato pazzo della sua vicina di casa, la maestra di ginnastica Maria Pedani, il cui fisico atletico popola ossessivamente le sue fantasie erotiche. Purtroppo la Pedani, una specie di “valchiria” possente e quasi mascolina, non lo guarda nemmeno, perché ha un’unica passione/missione in testa: la ginnastica, appunto, che non solo pratica con assiduità, ma su cui ha anche una saldissima preparazione teorica e che soprattutto propaganda con fervore per giovani e adulti, ragazzi e ragazze, con una mentalità quasi da “crociata”. Tutti i patetici tentativi del Celzani per far breccia nel suo cuore falliscono miseramente, ingenerando invece una serie di equivoci e malintesi con gli altri abitanti del palazzo, la coinquilina della Pedani, invidiosa della sua popolarità fra gli uomini, il maestro Fassi, anch’egli fanatico sportivo, il giovanotto Ginoni, che ha messo anch’egli gli occhi sulla signorina, lo zio del protagonista, che da vecchio “guardone” è un grande ammiratore della ginnastica femminile, ma per motivi non proprio “salutistici”, e altre macchiette rese con garbata ironia, tutte prese nel vortice di questa nuova “mania collettiva” per l’educazione fisica.

Al di là degli aspetti più da “commedia all’italiana” ante litteram, il testo non manca infine di un certo interesse anche storico-sociale, come fonte per la diffusione delle pratiche sportive nell’Italia unita, per la considerazione o la ostinata diffidenza con cui veniva vista l’educazione fisica, la sua introduzione nella scuola (tema che evidentemente era molto caro a De Amicis) e la crescente attenzione, da parte degli educatori più “illuminati”, per la salute del corpo, specialmente delle giovani generazioni (il tono del racconto è sempre leggero, ma non mancano accenni a problemi reali, come quando la Pedani nei suoi discorsi parla delle sue alunne malate di rachitismo), le diverse scuole di pensiero di ginnasti celebri che si fronteggiavano.

Insomma, niente più che una curiosità, ma gradevole: la storiella, di lettura veloce, è abbastanza audace e presenta un lato poco noto del suo autore, capace di intrattenere e divertire (e forse anche “scandalizzare” un po’ il pubblico dell’epoca) per qualche oretta.

Edmondo De Amicis, Amore e ginnastica, voto = 3/5
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Quel che resta del giorno

Altre volte mi sono “preoccupata” (tra il serio e il faceto) di leggere solo “romanzacci”, di non leggere gli autori seri, colti, che fanno letteratura o “Literary Fiction”; è quindi un “sollievo” vedere che, invece, so apprezzare anche questo tipo di opere più impegnative, e anche molto.
Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro (autore dal nome giapponese, ma inglesissimo) viene da molti considerato un capolavoro, e io, da ieri, sono fra quelli.

La storia, anche grazie al film che ne è stato tratto, sarà forse già nota ai più: siamo negli anni Cinquanta (circa: o comunque poco dopo la guerra), in Inghilterra. Mr Stevens è l’irreprensibile, inappuntabile, affidabile e insostituibile maggiordomo della prestigiosa Darlington Hall. Il suo, più che un lavoro, è una missione: vive perché nella casa tutto si svolga secondo un meccanismo preciso come un orologio, è convinto che, con la sua specchiata professionalità, sta portando, nel suo piccolo, un importante contributo alla società, e ha dedicato molti dei suoi anni di servizio al precedente proprietario della magione, Lord Darlington appunto, che ancora ricorda con venerazione. Ma tante cose, ora, stanno cambiando: la dimora, dopo la guerra, è stata acquistata da un facoltoso americano, e non è facile, per Stevens, adattarsi subito alle sue “strane” esigenze (forse ci si aspetta persino che scambi qualche battuta scherzosa col suo padrone!), il personale si è molto ridotto, quasi tutto il carico di lavoro grava sulle spalle del nostro maggiordomo, che si accorge di compiere sempre più spesso inusuali, piccole distrazioni, mentre, sullo sfondo, dapprima in modo alquanto nebuloso e reticente, iniziano ad emergere due “grandi assenti” da tempo cui però il pensiero del protagonista continua curiosamente a tornare, il già citato Lord Darlington, e alcuni particolari non proprio chiari che lo riguardano, e soprattutto Miss Kenton, la ex governante di Darlington Hall…
Mr Stevens ha bisogno insomma di una piccola vacanza, gentilmente concessagli dal suo affabile padrone: quale modo migliore, allora, di sfruttare quei giorni liberi se non per far visita a Miss Kenton, ora Mrs Benn, con la quale, è bene ricordarlo, i rapporti sono sempre stati squisitamente professionali e che si è recentemente rifatta viva con lui per lettera, e chiederle se non voglia riprendere il suo posto, risolvendo così il piccolo problema dell’attuale carenza di personale?

Comincia così un viaggio di piacere verso la Cornovaglia, narrato in prima persona da Mr Stevens, in cui alle esperienze del giorno si sommano i tanti ricordi della vita passata a Darlington Hall, delle tante incombenze affrontate con meticolosità e rigore, di Lord Darlington e delle sue frequentazioni, e soprattutto di Miss Kenton, grazie ai quali affiorano sempre più alla superficie i tanti pezzi della personalità di questo personaggio, così chiuso, così imperscrutabile, così attento ad iper-analizzare ogni minimo dettaglio e a cogliere cosa ci si potrebbe aspettare da lui, ma anche così rigidamente imbevuto di autocontrollo e autodisciplina da non concedersi mai di far trapelare i suoi sentimenti e così tragicamente incapace di cogliere quelli di chi gli sta vicino. Questa figura, comunque, pur distante e spesso incomprensibile nel suo modo di pensare e di reagire, non diventa mai ridicola, una caricatura (pur essendoci comunque brani anche ironici e arguti, come l’esilarante incarico di spiegare al giovane Mr Carnaval “i fatti della vita”, o le elucubrazioni di Stevens sulla “questione battute spiritose”, se farle, quando farle, come farle).

Il viaggio, quindi, apre delle crepe nella calma e nella imperturbabilità di Stevens, che all’inizio sembravano inscalfibili, e rivela un uomo al centro di una “crisi” sia professionale sia personale, in cui molte delle sue certezze sono scosse, e forse è proprio la lontananza dalla “prigione” auto-imposta che per la prima volta lo rende in grado di riflettere in un modo che fino a quel momento non si era mai concesso.
Questa rivelazione comunque non avviene all’improvviso, la personalità viene disvelata in modo impercettibile e graduale, ed emerge soprattutto dalla scrittura dell’autore, che ne cesella il modo di parlare, sempre compìto e rigidamente elegante, ma anche sempre attento a costruire le frasi in modo circospetto, guardingo, cauto, preoccupato di non “esporsi” troppo, di non far trapelare più del necessario… Eppure, in modo obliquo, tra le righe, ogni tanto qualcosa scivola, qualcosa si lascia intuire, sfugge all’autocensura del finto scrivente, e si crede di cogliere il significato “vero” delle parole, ma l’io narrante è subito pronto a “mascherarlo”, a se stesso prima che ad altri, riferendole apparentemente ad altro, ad oggetti, attribuendo certi pensieri e certe sensazioni ad altri personaggi… E, mentre si avvicina il giorno dell’incontro con Miss Kenton e Stevens legge e rilegge la lettera della donna per sincerarsi che davvero vi sia scritto tutto quello che lui crede di avervi colto (e continua questo tema della comunicazione implicita, non detta, obliqua), questi involontari squarci si fanno più frequenti, e più dolorose e rivelatrici, meno “innocenti”, le memorie degli ultimi anni a Darlington Hall prima della guerra…

Preparatevi a piangere come fontane, come ho fatto io, perché la fine è straziante, anche se, per Stevens, dopo tutto “il giorno” non è ancora terminato e, anche se si realizza troppo tardi che tante occasioni sono ormai sfumate, si è sempre in tempo a sfruttarlo fino in fondo, per “quel che resta”.

Non “riesco” a dare 5/5 solo perché il massimo dei voti deve essere riservato a libri più unici che rari, da cui a malapena riesco a staccarmi, ma diciamo che, con questo capolavoro, più che a 4,5/5 siamo vicini a… 4,8, 4,9!

Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno (trad. Maria Antonietta Saracino), voto = 4,5/5
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P.S. Per questo bellissimo libro sono venuta meno alla mia regola di “buon senso” meglio non vedere il film se ti è piaciuto il libro. Il fatto che, prima di leggerlo, mi fosse già nota (attraverso varie immagini) la trasposizione cinematografica e che i volti dei due famosi attori che interpretano i protagonisti, Anthony Hopkins (Mr Stevens) ed Emma Thompson (Miss Kenton), campeggiassero anche sulla copertina mi ha facilitato le cose, perché già durante la lettura avevo in mente loro nei panni dei due personaggi.
Devo dire, comunque, che il film (del 1993, regia di James Ivory) è sicuramente ben fatto e gli attori fantastici… ma il libro è un’altra cosa! 🙂 Vi sono alcuni tagli, alcune modifiche non minori ma tutto sommato accettabili, penso per “semplificare” la storia (ad es. vengono “fuse” in un’unica persona due figure che nel libro sono distinte, Mr Lewis e Mr Faraday), ma anche qualche cambiamento più importante che non approvo (dopo la prima lettera, Miss Kenton scrive ancora, mentre nel libro Mr Stevens era nell’incertezza più totale se il suo arrivo le avrebbe fatto piacere oppure no… Mr Stevens entra nella stanza di lei e la vede piangere, mentre nel libro rimane nel corridoio e per alcuni tesissimi secondi si chiede se entrare o no, poi rinuncia… e il finale è piuttosto diverso, meno “essenziale”, allungato con episodi trascurabili come il colloquio fra M.K. e il marito, e mi sembra molto più disperato e pessimista che nel libro), ma soprattutto si perde la prospettiva “centrata” su Stevens, è tutto molto “mostrato” e veloce, mentre nel libro il piacere stava nel vedere le cose esclusivamente attraverso i suoi occhi e riuscire a capire, “scavando” fra le sue parole, quello che c’era sotto, quello che non diceva. Sicuramente il linguaggio cinematografico ha alcune limitazioni rispetto al libro, questo poi era sicuramente difficile da tradurre in immagini, senza la “voce” del narratore, che era l’elemento fondamentale.

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Mabel dice sì

Ah, Luca Ricci. Quando mi chiedono “qual è il tuo libro/film/gruppo/show/autore preferito?”, spesso non so cosa rispondere: per limitarsi all’ambito dei libri, “consumo” le letture talmente in fretta, e spazio a tal punto di qua e di là, che tutt’al più riesco a definire un genere o un filone o una tematica che apprezzo, o al contrario cosa non mi piace. Però Luca Ricci riuscì a impressionarmi a tal punto con la sua opera La persecuzione del rigorista che da allora, pur sapendo che con me questa definizione non ha grande valore, mi capita di annoverarlo fra i miei “autori preferiti” e credo di possederne l’opera omnia, o quasi (non è stata un’impresa poi così ardua, avendo egli esordito di recente e non avendo un catalogo di titoli vastissimo alle spalle). Anche questo ultimo Mabel dice sì (2012) l’ho acquistato “sulla fiducia”, senza farmi troppe domande (beh, le uniche perplessità erano sul prezzo del volumetto, tanto è vero che ho aspettato di trovarne una copia usata).

 

Non succede mai molto, nei suoi libri, anzi, quello che ci si aspetterebbe viene continuamente rimandato e poi al dunque finisce per passare quasi inavvertito, oppure non avviene mai, e si rimane “in sospeso”, “abbandonati” dall’autore che ci ha condotto passo passo fino a un certo punto e poi improvvisamente ci nega la via d’uscita ovvia, ci toglie “il tappeto” da sotto i piedi, o se ne esce non visto dal retro mentre noi ci aspettiamo chissà che, lasciandoci con una sensazione di non finito, di interrotto sul più bello. Quei suoi protagonisti/voci narranti senza nome che ci dicono, sì, cosa succede, ma solo fino a un certo punto, mostrandosi improvvisamente reticenti o vaghi o fumosi, si adattano bene all’atmosfera sempre un po’ “impenetrabile” dei suoi romanzi.

Pisa: un giovane studente del conservatorio, aspirante pianista, “si adatta”, per guadagnare qualcosa, a fare da portiere di notte in un albergo. Fra i suoi colleghi vi è anche una ragazza, di nome Mabel, all’apparenza neanche particolarmente attraente o brillante, che però esercita sugli uomini un fascino magnetico e irresistibile. Mentre si ritrova ad essere spettatore voyeur della vita di questa ragazza enigmatica che a malapena conosce, ma il cui mistero lo intriga, e dei suoi tanti uomini, il protagonista, poco a poco, “rinuncia” alla sua vita, finisce per essere sempre più assorbito, risucchiato dal microcosmo dell’hotel, dai suoi ritmi e dalle sue mansioni, dal via vai di tanti “tipi umani” fra la clientela con le sue stranezze e sgarberie. Si rende conto insomma che la sua vita al di fuori del lavoro non esiste quasi più, i rari contatti che ancora prova a coltivare (l’amica Giusy) sono superficiali e insoddisfacenti, e soprattutto la carriera da musicista gli appare sempre più come un sogno adolescenziale patetico, non gli interessa più. La rinuncia alle velleità artistiche e la scelta di un impiego “grigio” e stabile possono essere visti sia come un arretramento sia, al contrario, come una crescita verso l’età adulta: le rinunce sono dolorose ma logiche, il “sacrificio” del pianoforte ormai inutilizzato e l’accettazione della promozione sono una sconfitta o una vittoria? Non c’è una risposta definitiva, “giusta”, così come il destino finale di Mabel non viene mai chiarito, rimarrà un episodio “anomalo” e dal vago ricordo inquietante nella biografia del protagonista, al pari della permanenza nel paesino abruzzese del giovane prete protagonista di La persecuzione del rigorista: parentesi apparentemente insignificanti che però, nel bene e nel male, ci restano addosso perché mai completamente chiuse o comprese.

Luca Ricci, Mabel dice sì, voto = 4/5
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