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La banalità del male

Questo libro, la scelta di Goodreads Italia per il Gruppo di lettura di saggistica nel bimestre marzo-aprile 2015, è il reportage che la Arendt scrisse in qualità di inviata del New Yorker al processo di Adolf Eichmann, che si tenne in Israele nel 1961-1962 e si concluse con la sua condanna a morte. Ne avevo sentito parlare, e mi aspettavo appunto una cronaca, un resoconto dettagliato delle fasi del processo corredato da digressioni e riflessioni, a cominciare appunto dalla celebre definizione dell’imputato come personaggio simbolo della “banalità del male” all’opera nel Terzo Reich. Invece la struttura del saggio è diversa, dopo i primi capitoli che partono in medias res con una presentazione degli attori del processo e della corte, l’autrice traccia un profilo della carriera di Eichmann, individuando uffici, organismi, competenze, superiori e servendosi grosso modo delle tappe di questa non poi sfolgorante carriera per approfondire alcuni temi, senza però seguire rigidamente l’ordine cronologico: alcuni capitoli sono dedicati all’analisi del progetto iniziale di Eichmann, l’espulsione e la deportazione degli ebrei fuori dall’Europa, progetto poi abbandonato in favore della “soluzione finale”, lo sterminio; la Arendt si sofferma poi sul tanto dibattuto problema della coscienza e della responsabilità personale di chi “esegue gli ordini”; segue una vasta parte centrale dedicata ai diversi modi in cui la soluzione finale venne applicata sullo scacchiere europeo, nelle aree occupate dalle truppe tedesche o nei paesi alleati della Germania, e sui diversi esiti cui giunse (si va dalla totale acquiescenza e collaborazione delle popolazioni e autorità locali, come ad esempio in Romania, a coraggiose ed efficaci opposizioni, ad esempio in Danimarca), per poi tornare alla fine sulle spinose controversie sulla legittimità stessa del processo, sul metodo di cattura dell’imputato, sull’uso “propagandistico” o quanto meno sulla valenza simbolica del processo (presentato come la prima volta nella storia in cui il popolo ebraico non rivestì solo e soltanto il ruolo di vittima).

Questa struttura ha pregi e difetti: non mi sarebbe dispiaciuta una cronistoria del processo, tra le lungaggini, le contraddizioni, le polemiche, le procedure non sempre chiare, gli sviluppi imprevisti… Così invece le varie fasi e le strategie non mi sono sembrate chiarissime. D’altra parte, in questo modo l’autrice è stata più libera di spaziare e toccare vari argomenti.

In questa “pseudo-recensione” mi limito a evidenziare alcuni aspetti più sorprendenti o che mi sono sembrati più interessanti o meglio approfonditi.
Un aspetto su cui forse la Arendt è stata una dei primi a gettare luce sulla involontaria? ambigua? inevitabile? inconsapevole? forzata? “collaborazione” delle élite ebraiche con i nazisti, mossa da complessi fattori tra cui non ultimi il tentativo di “limitare i danni” o la pura e semplice impossibilità di agire diversamente in una situazione senza via d’uscita. Tema delicatissimo, di cui un esempio fu Paul Eppstein, capo degli Anziani di Theresienstadt (che ho già incontrato recentemente, in versione romanzata, in Un regalo per il Führer): Eppstein fu solo uno dei tanti cui questo tentativo disperato di fare un “patto col diavolo” (per paura, per provare a fare qualcosa di concreto sia pure inevitabilmente insufficiente, per qualsivoglia motivo) non riuscì, visto che fu comunque trucidato dai nazisti nel 1944.

Altro aspetto che può colpire un lettore del 2015, o comunque ha colpito me, è, per così dire, la lunga “eco” della guerra: a me, che vivo tanto tempo dopo, viene automatico dire “e nel 1945 finì la seconda guerra mondiale”. Mi sfuggono gli strascichi che un evento simile si deve essere portato dietro per decenni: e inoltre, ormai, i protagonisti di quell’evento, vittime e carnefici, li “immagino” o, nel caso dei superstiti sempre meno numerosi, li “vedo” come persone anziane, nelle contrapposte versioni del sopravvissuto che ripete la sua testimonianza e degli ultimi e sempre più rari criminali nazisti sottoposti a giudizio. Quando la Arendt scrive, nel 1963, tantissimi dei protagonisti di quegli anni, sopravvissuti o carnefici, sono invece ancora vivi e attivi. È difficile per me, che vivo in un tempo in cui ci avviciniamo sempre più al momento, considerato come una “soglia” significativa e pericolosa, in cui non ci saranno più testimoni diretti, “collocarmi” in un contesto opposto, in cui tutto era successo… una manciata di anni prima, riguardava magari non tuo nonno o tuo bisnonno ma tuo fratello, e in Germania si sapeva, più o meno, cosa avesse fatto ciascuno, come queste persone, che facevano parte a vari livelli di un organismo statale comunque vastissimo, come dice la Arendt, si stessero “riciclando” anche dopo la guerra, e più o meno si faceva finta di niente.

Il saggio, infine, è famoso anche per la fortunata formula, quasi un ossimoro, scelta per il titolo (in realtà nell’originale il sottotitolo). La “banalità del male” incarnata da Eichmann è quella che portò numerose persone come lui a compiere crimini atroci con la stessa noncuranza di chi svolge un ordinario lavoro d’ufficio, forti del generale senso di de-responsabilizzazione dato dalla convinzione che “il mio superiore/la legge mi dice di fare così, per cui non deve esserci nulla di male”; la Arendt dipinge efficacemente l’immagine-choc e veramente da incubo di un luogo e un tempo, la Germania nazista, in cui la “ragion di Stato” fu invocata non per giustificare un eccezionale (cioè, che costituisce un’eccezione) ricorso dello Stato a vie e mezzi al di fuori della legge: nel Terzo Reich si giunse al paradosso per cui il crimine non era più l’eccezione, ma la regola nell’azione dello Stato.

Forse con “banalità del male” si può intendere anche la figura “meschina” dell’imputato e, per così dire, il “fallimento” del processo per quanto riguarda le intenzioni del governo israeliano: una figura che si cercava a tutti i costi di presentare come uno dei principali responsabili della Shoah si rivela invece, agli osservatori attenti, un burocrate tutto sommato lontano dalle leve del comando, un uomo che cerca pateticamente di ingigantire il suo ruolo, cova ancora paradossali risentimenti e vendette personali, si mostra spesso quasi scollegato dalla realtà della sua situazione.

Hanna Arendt, La banalità del male (trad. Piero Bernardini), voto = 3/5

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L’Aleph

Farò una “recensione” svogliatissima per un libro che sicuramente ne meritava una migliore.

Dopo la positiva esperienza con Storia universale dell’infamia, avevo buone aspettative per quest’altro classico di Borges, L’Aleph, il libro scelto per la lettura del mese del gruppo Goodreads Italia. Purtroppo, però, una serie di circostanze “esterne” si è messa di traverso. Tanto per cominciare, sono incappata in una fase che periodicamente càpita a qualsiasi lettore, il momento di “stanca” o di scarsa voglia. Qualcuno nel gruppo ha cercato di “incoraggiarmi” dicendo che un libro di racconti può essere proprio l’ideale, in questi casi: infatti si può senza problemi prenderlo e lasciarlo dopo poche pagine. È senz’altro un modo di vedere la cosa; a me sembra però che i racconti paradossalmente riescano invece più “faticosi”, perché ogni poche pagine bisogna “ricominciare da capo”, capire nuovamente chi siamo, dove, che succede, ecc. Oltre tutto, come si sa, i racconti di Borges sono molto “concettosi”, esoterici, fantastici, irreali e sottilmente ironici: quello che è un pregio e la cifra stilistica di quest’autore, disgraziatamente, ha finito per costituire un impedimento: forse un giallo o un qualsiasi romanzetto sarebbero stati più indicati (per superare questa fase “difficile”), almeno c’era la molla dello scoprire “chi è stato” o “come va a finire”.

Contemporaneamente questa prima metà di dicembre è stata un periodo fitto di impegni (non è una lamentela: tanti impegni sì, ma per lo più interessanti e/o divertenti, per cui, incredibile a dirsi, il passatempo della lettura è passato in secondo piano), ed ecco insomma i motivi per cui per leggere, e pure distrattamente, questo libro non certo enorme ho impiegato quasi due settimane, che per me è un tempo spropositato.

Questo finirà per mettermi in difficoltà con la Reading Challenge annuale (il numero di libri che mi sono prefissata di leggere in questo 2013; ormai, se voglio recuperare il tempo perso, farò meglio a scegliere solo “letturine” veloci e leggere!) e fa sì che, ora, non mi venga molto da dire in questa che forse è la peggiore fra le mie pseudo-recensioni. I brevi o brevissimi racconti che compongono questa raccolta si sono fatti maggiormente apprezzare quando al gusto dell’invenzione fantastica si aggiungeva quello dello “scherzo” finto-erudito, che mescolava realtà e finzione e riusciva abilmente a far dubitare del confine fra l’una e l’altra (mi riferisco in special modo al racconto “I teologi”, ma anche quando Borges entra in scena come personaggio del suo mondo fantastico, ad es. nel racconto “L’altra morte”).

E questo è quanto. Il voto è bassino, ma non me ne vogliano gli ammiratori dello scrittore argentino. Riconosco che l’opera meriterebbe di meglio, ma, se il voto deve quantificare il “piacere” provato nel leggerla, non posso dare di più. Peccato (spiace anche perché ho potuto contribuire ben poco alla discussione sulla lettura collettiva), ma non è assolutamente un “addio” a Borges, e speriamo di essere in una disposizione più favorevole quando lo riprenderò.

Jorge Luis Borges, L’Aleph (trad. Francesco Tentori Montalto), voto = 2,5/5
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I funeracconti

Siccome, dopo Machine of Death, non ne avevo avuto abbastanza di Morte, ecco ora I funeracconti, di Benedetta Palmieri! Qui comunque il trapasso è già avvenuto, e ci si concentra sul dopo, il rituale delle esequie, di volta in volta mesto, venato di nostalgia e affetto, straziante, surreale, delicato, pacchiano, oppure all’opposto vissuto con semplicità, praticità ed “efficienza”, e tutto il sottobosco o microcosmo che vi ruota attorno, direi quasi il “business”, se la parola non rischiasse di suonare fin troppo irriguardosa, vista la creatività dispiegata in questi racconti nell’inventarsi “mestieri” e “servizi” per affrontare qualsiasi aspetto, anche quelli meno ufficiali e comuni, della questione.

I racconti sono più che altro quadretti, perché succede ben poco, schizzi di personaggi tipici o meno tipici, dal “presenzialista di funerali” (funerali di sconosciuti, s’intende), discreto e con il suo “codice deontologico”, agli impresari di pompe funebri Maria Addolorata, che ha fatto del suo mestiere un’arte, Gaeta’, che ancora lo vive con passione, e quello specializzato in funerali per gli animaletti domestici (racconto che naturalmente mi ha fatto commuovere), alla “dama di compagnia” per persone in lutto, al parco giochi a tema sui funerali (decisamente il racconto più bizzarro e paradossale!) e infine, naturalmente, arriva anche il momento del vero protagonista del funerale, del morto.

L’ambiente in cui si muovono questi personaggi bizzarri ma teneri è Napoli, città che nel sentire comune è invariabilmente associata agli aspetti più teatrali e “barocchi” della morte, in uno strano miscuglio di ostentazione e paura, tra scongiuri, ironie esorcizzanti e superstizioni, ma allo stesso tempo viene celebrata per l’umanità e il calore dei suoi abitanti. Un libro che cerca di affrontare con leggerezza e grazia un tema “sensibile” e che talvolta mette a disagio, su cui non è poi così infrequente lo scherzo e l’umorismo “nero”, ma che invece raramente viene trattato con affetto e semplicità.

Benedetta Palmieri, I funeracconti, voto = 3/5
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Mattatoio n. 5

La lettura di questo libro (e soprattutto di Le sirene di Titano, dello stesso autore, giudicato ancora più bello) mi fu caldamente consigliata da mio zio, che più di me apprezza il genere fantascienza. Di Mattatoio n. 5 avevo sì sentito parlare, perché è un titolo famoso, ma non sapevo bene di cosa parlasse.

Leggendo si comprende molto presto il perché di quello “strano” sottotitolo (Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini è infatti il titolo completo dell’opera), che molto mi incuriosiva. Vonnegut si riferisce a un episodio (che presenta come realmente avvenuto, o di cui comunque non si sofferma a mettere in dubbio la veridicità, ma che in effetti è probabilmente leggendario) che si fa risalire al 1212, e cioè un tentativo di spedizione in Terrasanta di un contingente composto da bambini e ragazzi, andati incontro al massacro e alla dispersione. Che la “crociata dei fanciulli” medievale sia un fatto storico o meno, comunque, questa espressione è efficacissima per indicare come nell’immaginario collettivo si rappresenti la guerra come una cosa “da uomini”, mentre in realtà, a ben guardare, i soldati che la vivono in prima persona siano spesso poco più che bambini e siano loro le principali vittime di fanatismo e logiche avulse dalla realtà. Un esempio di questi “fanciulli” gettati inconsapevoli nell’inferno è lo stesso autore, Vonnegut, sulle cui esperienze si modellano in gran parte quelle del protagonista, Billy Pilgrim, una sorta di “puro folle” per lo più deriso e incompreso da tutti, che invece possiede una conoscenza preclusa ai suoi simili: la sua abilità “innata” di effettuare (senza però poterli controllare) continui salti nel tempo lungo tutto l’arco della sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia, nonché l’incontro con la razza aliena dei tralfamadoriani, dai quali verrà misteriosamente rapito e “istruito”.

Come Vonnegut, Billy nel 1944-45 combatté in Europa, fu fatto prigioniero dai tedeschi e si trovava a Dresda nel giorno del devastante bombardamento della città, che la ridusse, secondo le parole dell’autore, a un deserto lunare senza vita. A quei giorni viene continuamente e all’improvviso “riportato” il Billy Pilgrim degli anni cinquanta-sessanta, che, tornato in patria e superato un esaurimento nervoso, è ora un ottico di successo. La metafora dei continui viaggi nel tempo può forse significare che il Billy Pilgrim benestante e affermato del dopoguerra è rimasto in realtà bloccato a quel momento terribile della sua esistenza, la prigionia in Germania, verso cui continua inesorabilmente a tornare (i demoni del passato che continuano a tormentare la “brillante” America uscita vittoriosa e sempre più ricca, che infatti di lì a poco si getta subito in altri sanguinari conflitti)? Questa interpretazione l’ho ricavata anche dall’accenno, fuggevole e quasi “nascosto”, al fatto che il Billy Pilgrim adulto, con sorpresa dei suoi familiari e amici, talvolta scoppia improvvisamente a piangere, apparentemente “senza motivo”.

Altri lettori (il libro è oggetto del gruppo di lettura di gennaio di Goodreads Italia) sottolineano invece che i viaggi nel tempo siano lo specchio della logica spietata dei tralfamadoriani, che, grazie alla loro vista “a quattro dimensioni”, vedono contemporaneamente, proprio come Billy che li rivive in prima persona, qualsiasi istante del tempo passato, presente e futuro, che quindi è stato, è e sarà sempre in un unico modo, in una concezione che esclude il libero arbitrio (una bizzarra teoria che secondo loro è propria solo della razza umana in tutto l’universo) e le possibilità di intervento (e dunque le responsabilità individuali, in una sorta di autoassoluzione per cui tutto ciò che avviene, e quindi anche gli orrori della guerra, non poteva non avvenire e avverrà sempre). Non c’entra poi molto con Mattatoio n. 5, ma questa immagine del tempo inteso non come sfuggente e volatile ma “squadernato” davanti agli occhi e “presente” in ogni momento mi ha ricordato una trovata di Stephen King in un racconto letto tantissimi anni fa, I langolieri, in cui un gruppo di scampati a un bizzarro incidente aereo si ritrova in un “passato” inteso come luogo fisico, come se ogni istante avesse la propria concretezza che, esaurito quel momento, viene distrutta (piuttosto che leggere la mia confusa spiegazione, leggete il racconto, non era brutto).

Faccio fatica a dire cose molto originali su questo libro ben noto e già ampiamente celebrato per il suo importante messaggio pacifista e antimilitarista e che, si vede, non è il mio “pane” abituale. La mia passione per la storia, però, ha fatto sì che rimanessi un po’ delusa dalle pagine che narrano della prigionia di Kurt/Billy e soprattutto del bombardamento di Dresda: non era giusto aspettarsi un romanzo storico “tradizionale” o un resoconto “fedele” della tragedia da questo libro, ma dalla parte iniziale (in cui è lo stesso Vonnegut a parlare della genesi dell’opera) poteva sembrare così, visto che l’autore ne fu un testimone diretto. Poi, appunto, il romanzo prende altre strade, che forse sono meno tagliata a seguire.

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini (trad. Luigi Brioschi), voto = 3/5
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I pesci non chiudono gli occhi

Un regalo, e allora in questi casi bisogna “guardarsi alle spalle” e sperare che l’amico non visiti per caso il blog e vi legga la recensione non troppo entusiasta… Scherzo, e neppure sarò troppo cattiva con questo libro di Erri De Luca, che però di mia iniziativa non avrei mai acquistato e che, per quanto mi riguarda, partiva con tre gravi handicap:

– è di un autore italiano ed è entrato nella classifica dei bestseller
– tratta la classica tematica del “coming of age” e di “quella mitica estate in cui tutto cambiò”
– è ambientato a Napoli e dintorni (più in generale: in Italia meridionale) e mi aspettavo quindi una serie di frusti luoghi comuni e stilemi e tutta una “mitologia” che digerisco poco.

Sono tutti pre-giudizi e quindi con atteggiamento pregiudizievole ho preso in mano il libro, giusto per leggere qualcosa e “levarmi il pensiero” di averlo sullo scaffale ancora da iniziare.

Diciamo che l’impressione finale non è stata totalmente negativa. Il bambino protagonista di De Luca è un “io”, probabilmente l’autore stesso (impossibile sapere quanto i ricordi siano imbellettati o alterati da esigenze letterarie), alla fatidica soglia dei 10 anni, quando “per la prima volta si scriveva l’età con doppia cifra” (e questa piccola considerazione, nella sua semplicità, già mi è sembrata più significativa di tanti altri sbrodolamenti), in vacanza al mare con la madre. Desiderio di crescere più in fretta, di abbandonare quella fase di “limbo” indefinito; voglia ingenua di misurarsi con “prove iniziatiche” che favoriranno l’ingresso nel mondo adulto (il pestaggio subito dagli altri ragazzini); i primi, confusi esperimenti amorosi con la ragazzina venuta dal Nord (io a dieci anni al mare ancora pensavo solo a nuotare, fare piste per le biglie e vincere al videogioco “Double Dragon” al bar della spiaggia… ero in ritardo già allora); la scoperta che i nostri genitori sono individui con pensieri, problemi, preoccupazioni, decisioni da prendere; riflessioni su come certe esperienze e impressioni di quegli anni abbiano contribuito a formare le idee e la personalità dell’adulto futuro. Più sole, mare, odori, pescatori. Insomma, così per 128 pagine (in un rilassante e astuto corpo 14) che scorrono abbastanza velocemente, in uno stile estremamente studiato che quando va bene è autenticamente lirico e sa trovare immagini efficaci, quando va male è “letterario” e inutilmente contorto e compiaciuto (e allora si saltano tranquillamente le righe).
Rimangono alcuni acuti “flash” sul bambino, le sue passioni, le sue contraddizioni: gli anni a doppia cifra di cui sopra, l’amore, “ossessivo” come tante cose a quell’età, per la lettura e l’enigmistica, il pianto frequente e “incomprensibile” suscitato da episodi che generalmente suscitano ilarità e di cui invece il bambino, nella sua logica, offre chiavi di lettura opposte.

Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, voto = 2,5/5
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Sud e magia

Mi sono ritrovata questo libro a casa (mio fratello l’ha avuto in prestito da qualcuno) e allora ho deciso di leggerlo.

Lo spunto di partenza è un’indagine sul campo per appurare quali forme di magia “bassa” e popolare siano ancora in uso nella Basilicata della fine degli anni cinquanta: tramite interviste e colloqui con informatori, De Martino riporta una lunga serie di scongiuri rituali, formule e comportamenti adottati dalle comunità più arretrate del luogo per affrontare momenti tipici di crisi o passaggi delicati nella vita individuale (malattie, dolori, gravidanza, parto, allattamento ecc.) o collettiva (raccolto).

La magia lucana, come tutte le forme di cultura “bassa”, nel tempo ovviamente è andata incontro a contaminazioni con il cattolicesimo dominante, ma tuttavia De Martino è in grado di inviduarne il concetto fondamentale e fondante, che è l’ideologia della fascinazione, della fattura, dell’“essere-agiti-da”, non essere più padroni del proprio essere, della propria volontà, ma sentirsi pilotati da una presenza “altra”, spesso avversa e mossa dall’invidia (il “malocchio”). La magia, il rimedio magico, non interviene allora sul negativo “reale”, che deve essere sempre combattuto con mezzi realistici (e quindi ciò fa sì che la magia sia immune da critiche basate sull’efficacia “reale” dei suoi rimedi), ma sulla sensazione di perdita di sé, allontana la volontà estranea che sta cercando di controllarci e ci fa tornare di nuovo padroni del nostro essere e delle nostre forze.
L’uso nelle formule di tanti exempla, racconti e riferimenti mitici (spesso brutalmente “abbassati” da contesti infinitamente più elevati per servire a scopi angusti e ristretti, ad es. l’alzarsi della croce di Cristo viene preso a “modello” per l’alzarsi, cioè il dileguarsi, del mal di testa) sfrutta la tecnica del “così-come” (come in un tempo mitico l’intervento della tal forza positiva ha portato a una conclusione positiva del problema, così avverà anche nel nostro caso) per traporre la nostra situazione particolare di crisi e dramma in un piano metastorico, “eterno”, in cui la crisi in questione si è già risolta felicemente, e si risolverà sempre in tal modo.

Più interessante comunque mi è sembrata la seconda parte del saggio, in cui l’autore si ricollega all’ideologia tipicamente meridionale, e napoletana in particolare, della “jettatura”, che è sempre una forma di fascinazione, di “essere-agito-da”, perché fa volgere gli eventi al negativo senza che la nostra volontà si possa opporre, operata da agenti talvolta persino inconsapevoli del loro terribile potere (a differenza della fattura intenzionale): la figura mitica dello “jettatore”. L’autore sottolinea come questa credenza abbia la caratteristica peculiare di collocarsi al confine fra il serio e il faceto e di essere condivisa, nel Sud dell’età moderna ma in generale anche ai suoi tempi, più o meno da tutti, di non conoscere barriere fra esponenti della cultura “alta” e illuminata e volgo “ignorante”. L’atteggiamento degli intellettuali napoletani che l’hanno espressa in modo compiuto (De Martino ricorda soprattutto la Cicalata del Valletta come opera fondamentale sulla jettatura) è quello dello scherzo “ambiguo”, come lo definisce l’autore, del “non è vero ma ci credo”, e questo proprio in un periodo (la seconda metà del XVIII secolo) in cui nel resto d’Europa veniva portato alle estreme conclusioni il dibattito fra magia e razionalità che, iniziato nel Rinascimento portando la magia dal campo demonologico a quello “naturale”, aveva pur visto in prima linea proprio pensatori meridionali (Bruno e Campanella, ad esempio: e quindi De Martino rigetta interpretazioni fondate sulla presunta predisposizione “antropologica” alla superstizione delle genti meridionali). Perché l’intellighenzia meridionale, la cultura “alta”, fa questa parziale marcia indietro, o adotta questa sorta di “compromesso”, tenendosi cara questa forma di “magia”? De Martino, che in un capitolo precedente ha sostenuto (in una polemica che oggi ci appare piuttosto datata) che lo studio delle pratiche magiche di una determinata società non può essere disgiunto, per comprenderle a pieno, dall’esame delle particolari condizioni storiche di quella società, perché le pratiche magiche non sono altro che regole accettate da quella comunità e che possono valere solo entro quei confini, trova appunto la spiegazione nella particolare situazione del Regno di Napoli. Gravato dalle croniche e “strutturali” incertezza e farraginosità politica e agitazione sociale, non interessato dai cambiamenti economici dovuti allo sviluppo della borghesia in atto invece nei paesi del nord, il Regno non sa offrire ai propri cittadini una prospettiva “razionale” di reazione al negativo dell’esistenza (fame, povertà, ingiustizia, ecc.) e quindi neppure le sue menti più illuminate trovano il “coraggio” (se ho inteso bene la tesi di De Martino) di sbarazzarsi totalmente di questi appigli, di queste forme di controllo e contrasto alle avversità che la magia può fornire.

Avendo già letto dello stesso autore La terra del rimorso (pubblicato nel 1961, Sud e magia invece è del 1959), mi aspettavo una lettura più piacevole. Il libro è piuttosto complesso, il linguaggio a volte eccessivamente tecnico per i non addetti ai lavori (ma di sicuro è pretestuoso farne una colpa all’autore); la prima parte di elencazione degli scongiuri rischia di essere troppo lunga e monotona (De Martino stesso si rende conto di questo pericolo e spiega perché ha ritenuto necessario non accorciarla). Come ho già scritto sopra, il lungo capitolo sulla necessità di contestualizzare le pratiche studiate ed evitare comparazioni “impossibili” tra civiltà fra loro diversissime suona al lettore di oggi superfluo e datato (non credo che attualmente vi siano più studiosi seri che si mettano a fare comparazioni superficiali fra le popolazioni dell’Italia meridionale e, che so, le popolazioni della Micronesia). Parte del materiale raccolto nell’indagine sul campo e alcuni temi saranno ripresi nel successivo La terra del rimorso, che mi era sembrato anche più organico, scorrevole, comprensibile e in ultima analisi più interessante. Ma qui, più che di un giudizio sulla scientificità e sul rigore dell’opera, si deve parlare di gusto personale (da cui il voto un po’ bassino).

Ernesto De Martino, Sud e magia, voto = 2,5/5
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Il medico di corte

Libro presente fin dai tempi più remoti nella mia lunghissima “lista desideri”, e cioè all’incirca dal 2001, da quando ne vidi la recensione di D’Orrico su un numero di “Sette”, ma che poi avevo accantonato, visto che, da qualche parte su Internet, qualcuno l’aveva giudicato troppo netto nei giudizi storici (o bianco o nero, i buoni di qua, i cattivi di là). Non vi avevo pensato più molto fino a che non me lo ha fatto tornare alla mente, pochi mesi fa, questo articolo su “Archivio Caltari”: visto che nel frattempo era disponibile usato (in un’edizione diversa, più economica, rispetto alla pur bella prima edizione italiana dell’Iperborea) su Libraccio.it, l’ho ripreso in considerazione e acquistato. Questo libro è stato letto e commentato insieme ad altri utenti nel Gruppo di Lettura di luglio 2012 di Goodreads Italia.

In Danimarca, nel 1766, sale al trono il giovanissimo Cristiano VII: costui è un ragazzo fragile, sensibilissimo, inesperto di qualsiasi cosa e terrorizzato da tutto, “vittima” probabilmente della rigidissima educazione ricevuta, tutta rivolta a renderlo succube e dipendente dai suoi consiglieri per qualsiasi decisione, di modo che il vero potere sia in effetti esercitato da costoro. Con la differenza che il sovrano bavarese sembrò dimostrare maggiore energia e forza di carattere, per certi versi questa figura mi ha ricordato quella di Ludwig II: entrambi adolescenti quando ereditarono il trono, entrambi dotati di fantasia e sensibilità tanto particolari da essere creduti folli, ma che folli probabilmente non erano, quanto piuttosto alle loro cerchie conveniva che passassero per tali, entrambi alla fine rovinati e distrutti da un ambiente soffocante e spietato.
Cristiano, schiacciato dal suo senso di inadeguatezza, assilla il suo buon precettore Reverdil con il dubbio se anche lui sia veramente un “essere umano”, vive con la segreta speranza di essere in realtà il figlio di un semplice contadino che è stato scambiato nella culla e si comporta in pubblico come se recitasse battute di un copione imparato a memoria, terrorizzato dall’eventualità che qualcuno possa punirlo se non interpreta bene la sua “parte”; tuttavia, come detto, è intelligente e, grazie al già citato precettore, ha conosciuto e apprezzato le opere degli illuministi francesi, come Voltaire.

Ben presto al ragazzo viene data in moglie la principessa quindicenne Caroline Matilde, sorella minore del re Giorgio III di Gran Bretagna. L’unione fra questi due ragazzini, spaventati e insicuri, è fin da subito penosa e imbarazzante: raggiunto faticosamente il risultato di produrre un erede, il re si disinteressa totalmente della giovane moglie, e la regina si ritrova completamente abbandonata e sola, in un paese straniero, prigioniera di una corte austera e malevola, con la prospettiva di lunghi anni sempre uguali davanti a sé e una giovinezza sprecata.

La prima parte del romanzo, in cui viene dipinto questo ritratto tanto desolato dei due giovani tremebondi, è fra le cose migliori del libro (ma anche più difficili da leggere, in particolare l’agghiacciante descrizione dell’educazione di Cristiano, e la sua disperata ricerca di un senso alla sua infelicità).

Entra in gioco, a questo punto, il terzo protagonista della storia, il “medico di corte” del titolo: è un tedesco, Johann Friedrich Struensee, appassionato difensore dei nuovi ideali illuministici della libertà di pensiero, della forza della ragione, dell’ingiustizia dell’assolutismo. Costui è introdotto a corte grazie a un amico influente, il conte Rantzau, e sembra avere un effetto benefico e tranquillizzante sul tormentatissimo Cristiano. Ben presto però il suo intervento travalica quello di semplice medico personale, tanto da divenire confidente intimo del sovrano, braccio destro cui, alla fine, il re è ben contento di delegare l’intero peso del governo per potersi progressivamente isolare lontano da tutto e da tutti. È così che l’oscuro e taciturno Struensee diviene di fatto “dittatore” della Danimarca, forte della delega sovrana, e si ritrova nell’insperata posizione di poter realizzare e mettere in pratica tutte le radicali riforme che i filosofi e i pensatori dell’epoca stavano elaborando, tra lo sconcerto della corte, ma anche a dire il vero l’incomprensione del popolo. I quattro anni del “tempo di Struensee” saranno infatti caratterizzati da un numero spropositato di decreti e riforme, provvedimenti ammirevoli e coraggiosi come l’introduzione della libertà di stampa o leggi più umane nel campo della morale pubblica come la tutela per i figli illegittimi. Il parere degli storici su Struensee è però che sia stato ben poco prudente: se avesse calibrato le sue riforme su tempi più lunghi e in modo più graduale, probabilmente non sarebbe andato incontro alla rovina, come invece fu.
Infatti, dopo appena quattro anni dal suo arrivo, Struensee finì giustiziato e le sue riforme prontamente abolite. Per colpirlo, i suoi nemici non faticarono troppo a individuare il suo punto debole e più attaccabile, e cioè la passione che nel frattempo era scoppiata fra lui e la giovane regina. La relazione fra Caroline Matilde e Struensee, nata clandestinamente, si fece via via sempre più scoperta (la regina ebbe anche una bambina che tutti fin da subito ritennero figlia del medico), con la “benedizione” del sovrano stesso, progressivamente sempre più lontano dal mondo reale e trincerato nelle sue fantasie. Accusato di lesa maestà, Struensee venne giustiziato nell’aprile del 1772, mentre la regina fu allontanata dalla corte e passò gli ultimi anni praticamente da reclusa (morì nel 1775 a soli ventitré anni). Cristiano VII continuò a regnare fino al 1808, ma di fatto il potere venne esercitato dall’anziana regina vedova e dal ministro Guldberg, anima del complotto reazionario contro Struensee.

Mi sono forse dilungata troppo sugli eventi descritti: “insomma, il libro com’è?”. Mah, pesante, direi. Non sembra proprio un romanzo, ma non è neanche un saggio. Ci sono alcuni dialoghi, e forse alcune situazioni, che sembrano palesemente frutto di invenzione letteraria, mentre altri potrebbero essere stati tratti da fonti storiche… ma non si sa da quali. Quasi continuamente al racconto sono inframmezzate riflessioni dell’autore. All’inizio, questa continua “incertezza” tra verità/invenzione mi ha lasciato un po’ perplessa: occorrono alcune pagine per abituarsi al tono e allo stile, piuttosto sentenzioso.

Il difetto di questo libro è, probabilmente, l’eccessiva didascalicità: tutto ci viene preannunciato, dichiarato, sottolineato, ripetuto, commentato, più e più volte, casomai ci distraessimo anche solo per un attimo. Le grandi verità storiche ci vengono calate dall’alto, e i personaggi le commentano con una chiarezza e lucidità che dubito potesse essere quella dei contemporanei. E poi, quante ripetizioni! Nel capitolo in cui è introdotto Struensee, troviamo un po’ ovunque “io sono un illuminista”, “tu sei un illuminista”, “egli era un illuminista”… Ok, abbiamo capito il concetto! Ogni tanto sembra di leggere non un romanzo ma una cantilena, una ballata, un poema epico. Le frasi brevi e le continue ripetizioni (nella discussione su Goodreads Italia è stato usato un termine azzeccato per descrivere questo stile, che è come se si “immergesse”, per molteplici cerchi concentrici che fanno lo stesso tragitto ma sempre più in profondità, nel punto di vista del singolo personaggio) rischiano di rendere l’esperienza di lettura piuttosto snervante.

Al centro del libro c’è il “sogno”, ingenuo o pretenzioso che dir si voglia, tipicamente illuminista dell’uomo di scienza che si fa anche governatore e riformatore, dell’Uomo della Provvidenza, chiamiamolo così, che da solo si incarica del fardello di far risplendere la luce della Ragione sulle tenebre di secoli e da solo riesce a guidare i destini dell’intera Nazione verso le magnifiche sorti e progressive. Un’utopia, ovviamente, che prescinde totalmente dalla partecipazione della base a questo processo e inevitabilmente si conclude con un fallimento, ma che tuttavia lascia tracce magari impercettibili nelle coscienze e i cui risultati, deludenti nell’immediato, non sminuiscono il valore della lungimiranza e del sacrificio del singolo. Mentre leggevo comunque mi è sorto questo dubbio: ma era poi così malvisto, era poi tutto questo spauracchio, nelle corti europee, questo “Illuminismo”? O non erano i philosophès personaggi altamente ricercati e vezzeggiati, e più o meno seriamente ascoltati dalle teste coronate dell’epoca (penso agli esempi di Federico II, Maria Teresa, Caterina II)? Forse l’autore ha voluto sottolineare il prezzo che paga chi si impegna per far passare questi concetti dalla teoria alla pratica, o la differenza fra grandi pensatori protetti dal loro nome e un personaggio invece relativamente oscuro e senza difese come Struensee.

Per tornare al valore letterario del libro e al mio gradimento nella lettura, piuttosto, comunque, dei momenti in cui Struensee è rappresentato quasi come un santo medievale (un personaggio ironicamente lo paragona a san Francesco), immune dalle tentazioni del potere e solo dedito al bene dell’umanità, molto più interessanti e vivi quelli in cui invece l’uomo appare bloccato e quasi terrorizzato dall’immensità del compito che si è assunto, dalla paura di morire, dal rimpianto per la vita oscura e tranquilla che conduceva prima di essere risucchiato in quel “manicomio” della corte danese.

Infine, verrei meno alla mia coerenza se non dicessi che la storia d’amore fra Struensee e la regina è la parte meno interessante del romanzo. Come al solito, come tanti altri libri, quella che è trattata sempre in modo carente è la fase dell’innamoramento, la più difficile: ora la regina vede Struensee come un “nemico” da cui si sente minacciata, poche pagine più in là si amano alla follia. È possibile che sia stato sufficiente, per questa ragazzina abituata fino ad allora ad essere considerata niente più che un oggetto da tenere custodito, dare in moglie e infine ingravidare, trovare qualcuno che per la prima volta l’abbia trattata come un “essere umano” (uso di proposito la stessa espressione del marito Cristiano, anche lui incerto se definirsi tale). Siccome però in questo romanzo quasi ogni battuta deve contenere una Frase Memorabile o Densa Di Significato, particolarmente indigesti in questo senso risultano proprio alcuni dialoghi fra i due amanti… quando non sono un po’ comici, tipo: “Lo so – disse lei – sei orgoglioso di te stesso. Sai di essere un amante fantastico, ecco cosa pensi” “Certo lo sono – disse lui in tono distaccato – lo sono sempre stato” (pp. 226-227).

Per Olov Enquist, Il medico di corte (trad. Carmen Giorgetti Cima), voto = 3,5/5
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La monaca

Ogni tanto “mi fisso” su determinati libri senza un vero perché, ne sento parlare, ci penso, ci ripenso, me li immagino, li devo leggere prima di qualunque altro. La dovrei smettere perché il più delle volte poi tanta attesa genera inevitabilmente delusione. Anche questo, La monaca, di Simonetta Agnello Hornby, chissà come mai mi ha attirato tanto. L’avrò visto, non più di tre settimane fa (è uscito a fine ottobre), su aNobii, o su IBS, non so, e me lo son letto in questi tre giorni a La Spezia.

Storia (inventata) di una monacazione forzata nel Regno delle Due Sicilie della prima metà del XIX secolo: la giovane Agata Padellani è innamorata, ricambiata, di Giacomo Lepre, ma il matrimonio viene osteggiato dalle famiglie, che invece costringono la ragazza a monacarsi. Lungo il tragitto per mare da Messina a Napoli, Agata, disperata, si confida con il capitano James Garson, appena conosciuto, con cui col tempo stringe un’amicizia alimentata dai comuni gusti letterari: lui le invia molti libri al convento, la ragazza studia, mantiene una sua indipendenza di pensiero anche all’interno della rigida clausura, si interessa anche dei nuovi ideali di uguaglianza e democrazia propugnati dal cognato carbonaro. La vita al convento è dura e Agata deve fare molti sforzi per adattarvisi, mentre pian piano il ricordo di Giacomo si affievolisce e sempre più cresce l’attrazione per James.

Così era presentato il libro: poteva essere interessante, pensavo, la descrizione della vita in convento, così come poteva dimostrarsi un tema delicato ed emozionante il nascere di questa tenera amicizia fra i due corrispondenti, Agata e James, forse un amore, chissà quanto corrisposto da lui, destinato però a rimanere per sempre inespresso. Ecco quel che mi immaginavo.

La prima parte, precedente all’ingresso nel convento, non ha riservato grandi sorprese: tanti personaggi, caratterizzati più o meno bene, descrizioni di riti, cerimonie, feste, balli, insomma un po’ tutto l’ambaradan del romanzo storico, compresi i bignamini di storia del Sud Italia durante la Restaurazione inseriti qua e là (se non altro, l’autrice non cade nel maldestro espediente di mettere in bocca ai personaggi discorsetti che, del tutto incongruamente, ci forniscono le informazioni sul contesto storico: rinuncia in partenza a inserire queste notizie “naturalmente” nella storia, le espone direttamente, in tal senso collocandosi in una prospettiva totalmente esterna alla vicenda. Non sono un critico letterario: spero si sia capito cosa intendo), la “solita” fissa nell’indugiare sui cibi, gli odori, i profumi, che fa tanto Sud, Sicilia, sensualità (mah!), insomma, manierismi stucchevoli, ma che ci potevano anche stare: ripeto, non mi aspettavo diversamente.

Dopo l’ingresso in convento, il racconto prende tutto un altro ritmo: prima lento, senza fretta, ora si va di gran carriera, si salta in una volta da Natale alla Pasqua dopo, il che disorienta assai. Non so, forse l’autrice intende dire che la vita della clausura è talmente “senza storia” che può essere scorsa anche molto velocemente. Fatto sta che così il carattere della protagonista, già odiosetta di suo, pare oltremodo incostante e sconclusionato: prima non vuole assolutamente farsi monaca, poi sì, poi mezza pagina dopo no, poi due pagine dopo leggiamo quanto si trova bene là dentro, poi ancora quanto invece non sentisse alcuna vocazione e non vedesse l’ora di uscire. Certo, probabilmente è intenzionale tutto ciò, vuol significare le incertezze, i dubbi, i continui ripensamenti della povera ragazza, incapace di capire, tra mille condizionamenti, la sua volontà: sarà, ma è reso talmente male che irrita assai, oltre a essere incredibilmente ripetitivo.

Il peggio però è che il libro si trasforma in una sceneggiatura del cartone Lovely Sara: non è molto chiaro perché (l’ho detto, una volta è una cosa, quattro righe dopo è il contrario! Prima le vogliono tutti bene, poi la vogliono ammazzare), ma Agata finisce per essere odiata un po’ da tutte nel convento, che quindi gliene fanno passare di ogni, in un crescendo di patetismo. Viriamo poi sul romanzetto d’appendice, con tanto di amori lesbo, aborti, tentati avvelenamenti, suicidi. A un certo punto sembra che la protagonista se la vogliano fare tutti (perché, dimenticavo, lei è bellissima), il prete, il cardinale (ma boh, io ho interpretato così, questo personaggio sembra essere fissato con lei per qualche motivo suo, non si capisce…), il confessore, da ultimo pure questo famoso James, e finalmente questo filone del racconto (l’amore tra i due) diventa il principale, se non l’unico. A un certo punto ho iniziato a leggere saltando anche qualche parola qua e là per arrivare più in fretta alla conclusione, tanto era sempre uguale: la mandano qua, là, a Napoli, a Palermo, a Monreale, va da questo, va da quello, mentre James la cerca in lungo e in largo, e lei non fa che desiderare che lui arrivi a portarla via. Nel frattempo è arrivato il 1848 e scoppia la rivoluzione. Così per infiniti capitoletti, due palle assurde.

Alla fine, all’ultimissimissima pagina, si mette insieme col suo James (eh sì, vi ho svelato il finale), ma poi, in fondo, chissenefrega di loro due: l’ultima cosa che il libro mi ha invogliato a fare è stato prendermi a cuore la loro storia.

Stronzata (quasi) totale (si salva un po’ la prima parte), cancelliamola subito dalla mente; autrice cassata per sempre dalla mia personale lista.

Simonetta Agnello Hornby, La monaca, voto = 1,5/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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La sposa dell’aria

Secondo libro di giugno (mese della narrativa italiana): La sposa dell’aria, di Marco Albino Ferrari. Anche questo molto recente e di cui ho sentito parlare grazie a una recensione del Corriere della Sera; ma, curiosamente, sono diversi, oltre a questi, i punti di contatto con il precedente La sposa gentile. Intanto, i titoli simili, e poi l’ambientazione, entrambi in Piemonte ed entrambi negli anni tra la fine dell’Ottocento (1893 La sposa dell’aria) e i primi anni del Novecento (La sposa gentile inizia proprio nel 1900, con un’appendice finale nel 1938). E al centro di entrambi c’è, come da titolo, un matrimonio, ancora tra un uomo più anziano e dalla personalità dominante e una donna giovanissima e di umili origini. Non era chiarissimo, in La sposa gentile, se le vicende narrate fossero ispirate a persone realmente esistite: se fosse così, si avrebbe allora l’ennesimo punto in comune.

Qui, infatti, Marco Albino Ferrari ha scelto di romanzare un fatto realmente accaduto, e che suscitò un certo scalpore nelle cronache dell’epoca. Siamo nel 1893, e Giuseppe Charbonnet, “ammiraglio dell’aria”, intraprendente ed entusiasta appassionato di voli in aerostato, sta per sposare, a sorpresa, lui già cinquantenne, la sua giovanissima e bellissima cameriera, Annetta, e ha deciso di stupire tutti partendo per il viaggio di nozze a bordo del suo aerostato, la Stella. Solo che qualcosa non va per il verso giusto e la coppia, assieme a due amici, si ritrova dispersa tra i ghiacciai delle Alpi…

Se tralasciamo il fatto che la descrizione presente alla pagina di IBS svelava anche un importante colpo di scena che avviene circa a tre quarti del libro, e che quindi mi ha rovinato tutta la sorpresa (ma d’altronde, come dicevo, la vicenda è nota, in quanto realmente avvenuta), la lettura è stata fra le più avvincenti che ricordi: Ferrari ha talento per i romanzi di avventure, ho letto quasi tutto il libro in un’unica notte, posandolo sul comodino per dormire molto tardi e molto a malincuore. Finalmente una storia che appassiona senza dover ricorrere ad ammazzamenti (non che questi ultimi mi dispiacciano in assoluto: ma ormai sembra che per costruire una trama non se ne possa fare a meno).

Ma, a parte questo, deliziosi i personaggi, a cominciare dalla coppia di sposini, lo sfortunato Charbonnet e soprattutto Annetta, che, nonostante la scarsa mole del libro, viene tratteggiata benissimo nel suo oscillarsi tra i dubbi sui suoi veri sentimenti per un uomo tanto più vecchio di lei e quasi sconosciuto, la scoperta della sessualità, l’eccitazione ancora fanciullesca nel trovarsi al centro di una grande avventura, il coraggio nell’affrontare una situazione rischiosa e difficilissima.

Marco Albino Ferrari, La sposa dell’aria, voto = 4/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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Pulp

È questo il libro che vede come protagonista colui che, secondo gli affidabilissimi test di Facebook (!), sarebbe il mio alter ego letterario: il detective privato Nick Belane. Eccola qua la descrizione del mio profilo:

Oddio, ce ne sarebbe… Innanzitutto hai un grande problema con l’alcool, forse non lo sai. Tendi a lasciare che le cose succedano senza impegnartici troppo, e quando ti ci impegni, porca vacca sbagli. A volte hai l’illuminazione, ma troppo tardi. Vorresti una donna/un uomo, ma non hai voglia di starti a smuovere, a meno che questo non porti ad un bel guadagno. Rivediamoci un po’, eh? (In fondo, però, sei un gran personaggio.)

Anche per farsi due risate, mi sono riproposta di leggere questo libro; l’ho ordinato su IBS approfittando di uno sconto, poi ho visto che la biblioteca lo possedeva e l’ho quindi preso in prestito, mentre lo leggevo ho deciso di non acquistarlo più, ma ormai era troppo tardi per cancellare l’articolo dell’ordine quindi oramai me lo becco, volente o nolente.
Non avevo mai letto nulla di Bukowski fino ad ora, è solo un nome che risuona nell’immaginario e ti evoca l’idea dello scrittore ubriacone e border line di un’America degli anni ’50-’70 o giù di lì, la stessa immagine stereotipata ritorna se mi nominano ad esempio Hunter S. Thompson, William S. Burroughs e… boh. Mi sono stupita quindi nel constatare che Pulp è stato scritto nel 1994 (uno degli ultimi libri di Bukowski, visto che questo è anche l’anno della sua morte).

Il “romanzo” non va preso sul serio perché è una parodia, a tratti affettuosa, del genere hard boiled, con l’investigatore privato cinico e sconfitto dalla vita e che ne ha viste di ogni, le pupe mozzafiato, i bar sordidi e squallidi, l’alcol che scorre a fiumi: difatti i casi che piovono addosso a Belane (l’io narrante della storia), “il più dritto detective di Los Angeles”, sono uno più strampalato dell’altro, da un’avanguardia di alieni mascherati che tenta di invadere la Terra alla ricerca di un misterioso “Passero Rosso”, fino alla “Signora Morte” che chiede al Nostro di scoprire se Céline sia ancora vivo oppure no.
In mezzo a situazioni assurde o volutamente ipercaricate, a rapidissimi e secchi botta e risposta, alcuni effettivamente spassosi (in altri il traduttore si sarà pure impegnato ma probabilmente l’originale aveva tutt’altra efficacia) e tutti giocati su chi la spara più grossa (tipica dei polizieschi, no?, la sfilza di one liner e battute memorabili), Bukowski inserisce la sua personale visione pessimistica e nichilista della vita e del mondo, popolato da un’umanità squallida e abbrutita, che sostanzialmente potrebbe benissimo risparmiarsi di sbattersi tanto, visto che ad attendere tutti, nessuno escluso, c’è solo e unicamente la morte: basti pensare al fatto che assidua compagna del nostro detective è la Signora Morte, per la quale Belane prova una forte attrazione.

Ecco alcuni brani-chiave:

Erano press’a poco le 3 del pomeriggio. Mi sedetti su uno sgabello. Arrivò il barista. Un tipo dall’aspetto solitario. Non aveva palpebre. Sulle unghie aveva dipinte delle crocette verdi. Qualche specie di svitato. Non c’era modo di evitarli. La maggior parte della gente era matta. E la parte che non era matta era arrabbiata. E la parte che non era né matta né arrabbiata era semplicemente stupida. Non avevo nessuna possibilità. Non avevo scelta. Solo tener duro e aspettare la fine. (p. 130)

Jeannie mi diede una gomitata e sussurrò: “Belane, devo parlarti…”
Misi qualche banconota sul banco. Poi guardai la signora Morte.
“Spero che non ti arrabbierai, ma…”
“Ho capito, ciccione, devi parlare da solo con la signora. Perché dovrei arrabbiarmi? Non sono innamorata di te.”
“Ma mi stai sempre intorno, a quanto pare, signora.”
“Sto intorno a tutti, Nick, è solo che tu sei più cosciente della mia presenza.”
“Sì. Sì.” (pp. 132-133)

Ed eccomi di nuovo in ufficio, il giorno dopo. Mi sentivo insoddisfatto e, francamente, piuttosto di merda sotto tutti gli aspetti. Non arrivavo da nessuna parte, e neanche il resto del mondo, per quello. Stavamo tutti in giro in attesa di morire e nel frattempo facevamo alcune cosette per riempire lo spazio. Certuni non facevano neanche le cosette. (p. 156)

Ho scelto quelli che mi son rimasti più impressi, ma sono veramente così tante le frasi di questo genere che pare quasi una posa. Il libro non è male, comunque: ormai l’ho acquistato, non posso dire che mi sono sbagliata.

Charles Bukowski, Pulp. Una storia del XX secolo (trad. Luigi Schenoni), voto = 3/5
Per acquistarlo su ibs.it o libreriauniversitaria.it

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