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Drood

Come detto nell’articolo precedente, si può dire che abbia letto The Mystery of Edwin Drood di Dickens solo perché non volevo arrivare “impreparata” alla lettura di Drood: come si capisce fin dal titolo, infatti, il romanzo di Simmons si ispira (vagamente) alle atmosfere del classico dickensiano incompiuto, e io volevo essere in grado di cogliere tutti i riferimenti e le citazioni nascoste per rendere la lettura ancora più “gustosa”. Insomma, il libro di Simmons era quello che mi “importava” di più, da cui mi aspettavo di più.
Col senno di poi non era neanche necessario “prepararsi” tanto; anzi, vediamola così, almeno tutto ciò mi ha fornito il pretesto per leggere il libro di Dickens, che si è rivelato gradevole. Potevo fermarmi lì e non leggere questo.
Se qualcuno volesse mettersi a leggere Drood (ma anche no), sappia che se non ne ha voglia può anche risparmiarsi questa operazione preliminare: questo non è un tentativo di scrivere il finale del romanzo rimasto incompiuto, ci sono sì dei riferimenti qua e là, tornano alcuni nomi (a cominciare da quello di Drood, ovviamente, ma che non ha nulla a che fare col Drood immaginato da Dickens), ma se non si conosce la trama del primo libro non si perde nulla.

In breve: Drood di Simmons per me è stato un fallimento quasi totale. E purtroppo sono più di 800 pagine: quando non ho più potuto nascondere a me stessa che il libro non mi stava piacendo per nulla ero già arrivata a pagina 400 circa, e a quel punto (e visto che il libro me lo sono proprio comprato, forse sono stata attratta dalla bellissima copertina) ho pensato fosse più sensato farsi forza fino alla fine.

Leggo sul retro del libro che secondo il Daily Telegraph “le pagine scorrono via come se avessero le ali”. AHAHAHAHAHAH. Forse le prime 100, che effettivamente hanno un avvio promettente (tutto ha origine – non è uno spoiler – da un incidente ferroviario in cui rimane coinvolto Dickens, che da allora inizia a essere “perseguitato” da una strana figura dall’aspetto demoniaco di nome Drood: per scoprire chi sia e cosa voglia da lui lo scrittore coinvolge il suo collega/amico/rivale Wilkie Collins, la voce narrante del libro), ma siccome quasi subito il libro abbandona le atmosfere di inquietante mistero tuffandosi in un inverosimile tour dei sotterranei di Londra, fra catacombe e templi egizi (mi ha ricordato molto Indiana Jones e l’ultima crociata), il lettore perplesso si chiede come si potrà poi “reggere” la tensione per altre 700 pagine, se subito si sparano i fuochi d’artificio. E infatti si procede con un accumulo impressionante di misteri, complotti e fatti mai spiegati che, alla fine, più che incuriosire stancano alla grande. A un certo punto ho smesso di cercare di capire, i personaggi prendevano decisioni e giungevano a conclusioni secondo me a casaccio (è vero che nel caso di Collins dovrebbe dare l’idea di una mente sempre più obnubilata dall’oppio e dal laudano, ma ‘sti cavoli, per il lettore è sfiancante), e allora mi sono detta amen, arriviamo alla fine.
Altro commento per me incredibile: “La Londra del 1860 è resa in modo splendido” (The Guardian). Ma per favore! Dove sta la Londra del 1860, qui stiamo tutto il tempo o a casa di Collins, o a casa di Dickens, o a passeggio per la campagna presso Rochester, o (al massimo) a teatro… ah sì, ogni tanto andiamo in qualche non meglio specificato o descritto “quartiere malfamato” che rimane sempre un indistinto ammasso di vicoli e case buie, non sembra mai una ricostruzione convincente e “viva” (e tra l’altro è sempre lo stesso manipolo di personaggi che si parla addosso, quindi neanche ci “immergiamo” nel milieu socio-culturale londinese o fra gli strati più umili della popolazione).

Per 800 e passa pagine siamo costretti a seguire la voce narrante, che come ho detto è Wilkie Collins, grande amico di Dickens. Naturalmente all’amicizia si aggiunge anche una buona dose di rivalità/invidia/ammirazione, in un intreccio complesso che poteva essere anche interessante. Purtroppo Collins riesce odioso (alla faccia dell’amico, praticamente a ogni riga c’è una cattiveria su Dickens), e probabilmente non si tratta di gusti miei ma sicuramente era precisa intenzione dell’autore renderlo odioso agli occhi del lettore (da un certo punto in poi diviene evidente che ci troviamo di fronte a un narratore assai inaffidabile), fatto sta che 832 PAGINE SEMPRE IN COMPAGNIA DI UN PERSONAGGIO ODIOSO sono una tortura inimmaginabile.

Il paradosso è che le parti all’apparenza più “noiose”, quando si parlava dei romanzi scritti o da scrivere dei 2 autori amici/rivali, delle loro tecniche narrative, dei giudizi vicendevoli sui loro romanzi (la scena migliore del libro è quando Dickens fa a pezzi il bestseller del momento di Collins, La pietra di luna), dell’abilità “pubblicitaria” di Dickens e della novità e gli effetti dei suoi tour di letture (quantunque, alla cinquantesima volta che veniva descritto uno di questi spettacoli di Dickens, cominciavo a stufarmi), erano di gran lunga più avvincenti della paccottiglia fantastica senza né capo né coda su Drood e i riti egizi e il mesmerismo e gli scarafaggi nel cervello (che schifo) e bla bla (che poi it was all a dream, naturalmente). Pure un “normale” romanzo storico sui travagli familiari di Dickens sarebbe stato meglio di questo (sebbene svariati pezzi apparissero proprio come “inserti saggistici” messi lì, con innumerevoli aneddoti biografici). Interessante anche cercare di cogliere qua e là alcuni (rari) dettagli presi da The Mystery of Edwin Drood e “fusi” nella trama del libro.
Sarei anche stata disposta a dare 2 stelle per questi ultimi aspetti, ma l’epilogo (l’ultimo paio di capitoli) mi ha fatto abbassare il voto.

Dan Simmons, Drood (trad. Anna Tagliavini), voto = 1,5/5

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Scomparso

Una delle richieste che facevo a questo libro era di essere, possibilmente, comprensibile, dopo i mal di testa delle passate letture: lo è stato (iniziato e finito in un giorno appena), e quindi già un punto a suo favore.

Si tratta di un libro che ho visto presentato sul sito della casa editrice Elliot, primo volume della serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter, apparso in originale nel 1970 e tradotto solo ora in italiano: e il motivo di interesse è che l’eroe creato dall’autore Joseph Hansen è uno dei primi esempi, nella letteratura “di genere”, di personaggio apertamente e serenamente omosessuale. La sfida di Hansen, come ho letto su Internet (qui ad esempio), fu anzi quella di prendere uno degli stereotipi dell’hard boiled, il detective sexy e macho, e aggiungergli una caratteristica che, all’epoca, poteva suonare decidamente incongrua e imprevista; il personaggio non doveva comunque essere una “macchietta” o avere atteggiamenti esasperati e caricaturali: Dave Brandstetter è un uomo intelligente, colto, virile ed energico all’occorrenza, ma anche profondamente umano, gentile, capace di gesti delicati e attenti (c’è una scena molto bella verso la fine tra lui e un ragazzino di nome Buddy), nonché segnato da un grande dolore (la recente scomparsa del suo amato compagno).

Forse, dal punto di vista della narrazione e dell’impianto giallo, non è il massimo dell’originalità e del ritmo e mostra un po’ gli anni (l’indagine, che qui riguarda il caso di un uomo che si presume morto in un incidente ma il cui cadavere non si trova, è in pratica una serie, scandita in modo piuttosto meccanico, di colloqui/interrogatori con i vari personaggi che, uno dopo l’altro, raccontano un pezzo della storia), ma la risoluzione non è malvagia… e non è comunque questo il vero punto di forza del romanzo, che in effetti si regge sul carisma del protagonista, sulla sua efficace caratterizzazione, sul coinvolgimento emotivo del lettore nella sua vicenda personale (bellissimi i passaggi in cui rievoca i ricordi degli anni con Rod).

In questo primo romanzo vengono solo introdotti personaggi che poi, suppongo, ricompariranno nel corso della serie, come il padre di Dave, donnaiolo impenitente al nono (!) matrimonio e che non ha ancora abbandonato la speranza di avere dei nipotini, l’amica lesbica, un possibile nuovo amore del protagonista… Tutti costoro sono solo vagamente accennati, ma contribuiscono a creare attorno a Dave un piacevole alone di “tranquillità domestica” che, per l’epoca in cui è stato scritto il romanzo, non doveva essere scontato. Molto probabilmente proseguirò nella lettura della serie (in tutto dodici volumi), cercando le edizioni in inglese se le uscite italiane dovessero farsi attendere troppo.

Joseph Hansen, Scomparso (trad. Manuela Francescon), voto = 3,5/5
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Il libro di Ebenezer Le Page

Un altro libro che, per quanto mi ricordi, ha attirato la mia attenzione grazie alla bellissima copertina.

Ebenezer Le Page è nato a Guernsey, Isole Normanne, verso la fine del XIX secolo, e non ha mai lasciato la sua piccola isola, se si esclude una gita di un giorno nella vicina Jersey quando era ragazzino. Eppure adesso, alla soglia degli 80 anni, quella che narra in prima persona in questo libro è una vita tutt’altro che piatta e monotona, ma ricca di amicizie, grandi amori, tragedie personali e collettive come le due guerre mondiali, gioie, risate, incazzature.

Sfilano davanti ai nostri occhi, presentati con un tocco generalmente ironico e deliziosamente brusco da vecchietto bisbetico, ma che a tratti raggiunge, in modo quasi improvviso e inaspettato, alte vette di lirismo, la semplice vita dell’isola che fu, e soprattutto una folla di nomi e personaggi, la numerosa famiglia di Ebenezer Le Page, dal padre perduto molto presto alla madre dall’incrollabile e monolitica fede metodista, la dolce ma forte sorella Tabitha, le zie Prissy e Hetty, nemiche/amiche, rivali e confidenti per tutta la vita, i due cugini, Horace e, soprattutto, il sensibile e tormentato Raymond, e il migliore amico di Ebenezer, Jim, caduto nella prima guerra mondiale, il suo grande amore Liza, con cui per tutta la vita non ha fatto che prendersi e lasciarsi, la crudele Christine, moglie di Raymond, e via via una schiera di cugini, vicini, conoscenti, amici, nemici, ex fidanzate o fugaci flirt, i soldati tedeschi occupanti, i turisti inglesi in vacanza, i funzionari del governo, ciascuno con le proprie sofferenze, speranze, grandezze e meschinità, in una serie di ritratti vivissimi. E soprattutto emerge lui, Ebenezer, semplice, vivo, infaticabile, sanguigno, pragmatico, ostinato, orgoglioso, anche brusco, ma sempre aperto e attento verso gli altri esseri umani che lo circondano, sempre profondamente in armonia con la sua terra.

E, mentre nel suo racconto si tuffa nel suo passato, contemporaneamente, nel presente (anni ’60-’70 del XX secolo?), il bisbetico signor Le Page, che è ormai il più anziano abitante dell’isola, è impegnato in una difficile impresa: tutte le persone a lui più care sono ormai già morte, lui non si è mai sposato e, a quanto gli risulta, non ha figli: a chi deve lasciare in eredità il gruzzoletto che ha accumulato in tanti anni di lavoro?

La stessa vicenda umana dell’autore del libro, Gerald B. Edwards (1899-1976), è interessante. Anch’egli, come Ebenezer, è nato a Guernsey, ma non vi ha trascorso tutti i suoi anni. Il romanzo infatti è una lunga, bellissima dichiarazione d’amore alla sua isola e ai suoi abitanti, ed è l’opera di un’intera vita, che però Edwards non ha mai visto pubblicata perché dai vari editori contattati riceveva solo rifiuti (la prima edizione apparve postuma nel 1981). E tutti i manoscritti di altre opere sono stati da lui distrutti, perché di nessuno era pienamente soddisfatto, tanto che oggi questa figura è abbastanza misteriosa.

Fra i tanti temi trattati nel libro, senza presunzione di offrire chissà quale filosofia ma con grande e genuina sensibilità, me ne ha colpito particolarmente uno che, strisciante, riaffiorava più volte nel corso della storia, anche se sempre più accennato che esplicitamente dichiarato, soprattutto relativamente al personaggio di Raymond, e cioè la clandestinità e la finzione in cui erano costretti a vivere la propria vita gli omosessuali, come anche la paura, l’impossibilità di accettarsi e la totale incomprensione o l’ipocrisia di tanti conoscenti.

Forse troppo programmaticamente “perfetta” l’addirittura doppia agnizione finale, ma l’ultima pagina mette i brividi.

L’autore dunque immagina che quello che abbiamo letto sia stato scritto proprio dalla mano del vecchio Ebenezer, ormai, a questo punto, quasi pronto ad uscire di scena dopo aver trovato, finalmente, il suo degno erede. Ci aspetteremo allora un commiato, un addio, un’ultima carrellata sui tanti volti riportati in vita dalla memoria. Eppure:

Sono arrivato all’ultima pagina del mio terzo e ultimo quadernone. Ma chi ci crederà mai che li ho scritti io? Ne voglio scrivere un altro. La prossima volta che vado in città, compero un altro quaderno in cartoleria. Ci voglio scrivere tutti i pensieri buoni che non ho scritto qui. E adesso è proprio ora di andare a letto. Non devo dimenticarmi di caricare l’orologio; e abbasserò il lume, senza spegnerlo del tutto. Non mi piace il buio. Mi piace guardare i due cani di porcellana mentre mi addormento. Accidenti, se sono stanco! Questa notte dormirò proprio bene, ne sono sicuro. Allora, per adesso, è tutto. A presto.

“A presto”: e rimaniamo così, in sospeso, a domandarci se poi Ebenezer lo abbia avuto il tempo per scrivere un altro libro, che fine abbia fatto, e che altre storie racconti nel “Secondo libro di Ebenezer Le Page”.

G.B. Edwards, Il libro di Ebenezer Le Page (trad. Franca Pece), voto = 3,5/5
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