Archivi tag: 2/5

La corda e la mannaia

E, dopo Camilleri e Pagliaro, rimaniamo ancora in Sicilia.

Ideale seguito di un libro dello stesso La Duca del 1970, I veleni di Palermo, in cui venivano presentati i casi di delitti “occulti” e perpetrati con la massima discrezione possibile, questo La corda e la mannaia vuole ricordare invece quelli che più fecero “rumore”, in cui l’assassino non si preoccupò di nascondere le sue tracce, e soprattutto l’esemplare castigo della legge, applicato appunto con i due strumenti del titolo, la corda (l’impiccagione) per i rei di basso ceto, la mannaia (la decapitazione) per i nobili, quale segno di distinzione. È un’opera postuma, perché l’autore morì nel 2008, quando l’aveva praticamente ultimata, e il curatore, trovato il file nel computer, non ha fatto altro che prepararlo per la stampa.

In pratica non è altro che un catalogo di delitti e relative esecuzioni dei colpevoli avvenuti in Sicilia, e prevalentemente a Palermo, dall’inizio del XVI secolo alla fine del XVIII, tratti da alcune storie o cronache di autori locali. Dal resoconto nudo e crudo dell’evento non parte alcuno spunto per l’indagine storica, alcun interrogativo, anche il contesto è, talvolta, tutt’al più solo abbozzato, e l’autore interviene solo di tanto in tanto con commenti che sono però di tono moraleggiante o arguto o ironico. Oltre tutto, per un buon numero di questi delitti non si conosce, perché le fonti non lo riportano, neppure il movente, e quindi il resoconto si riduce più o meno a “il giorno tale X uccide Y, viene arrestato e condannato a morte, la sentenza viene eseguita nel luogo Z il giorno tal altro per impiccagione/decapitazione, assistettero il condannato i due confratelli della Compagnia dei Bianchi Tizio e Caio”: un po’ poco per avere, almeno, il brivido di leggere un po’ di true crime “ante litteram”. Insomma, una semplice compilazione, uno sfoggio di erudizione, che forse può servire a qualche futuro storico, che potrà comodamente trovarvi riuniti i dati sull’applicazione della giustizia nell’isola in epoca moderna invece che andarseli a raccogliere su quella o quell’altra fonte.

D’altra parte l’autore, Rosario La Duca, è lo stesso che aveva curato le note nel romanzo I Beati Paoli, in cui si trovavano praticamente solo informazioni minuziosissime (ma anche, francamente, poco interessanti per un lettore non palermitano) su come si chiama oggi quella tale o tal altra via di Palermo citata nel libro: insomma, si conferma che egli era un erudito espertissimo di storia locale e setacciatore di fonti e paziente catalogatore dei dati più svariati, ma forse senza l’ampiezza di vedute dello storico (ma in realtà non conosco tutta la sua produzione, non dovrei dare giudizi affrettati).

Mah, a posteriori non so mica perché ho comprato questo libretto: doveva essermi sembrato interessante, quando lo vidi per la prima volta sul sito della casa editrice Sellerio. Almeno l’ho preso usato con lo sconto del 50%, e non a prezzo pieno (12 euro!).

Rosario La Duca, La corda e la mannaia (a cura di Francesco Armetta), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Storia, Storia moderna

L’ambasciatore di Marte alla corte della Regina Vittoria

Il genere fantascienza non mi è mai interessato granché: l’unica eccezione, per quanto ricordo, è stata la Guida galattica per autostoppisti e seguiti, che comunque considero abbastanza “sui generis” (oh già, e anche il Ciclo di Eymerich: anche lì tuttavia ad attirarmi da principio era stata l’ambientazione medievale). In ogni caso, è stato principalmente merito del titolo, bello e curioso, se ho deciso di dare una possibilità al libro di Alan K. Baker.

In realtà questo romanzo appartiene più al genere dello “steam punk”, e cioè (la definizione è ricavata dalle mie conoscenze con l’aiuto di Wikipedia) l’autore immagina un “passato alternativo” (generalmente l’epoca vittoriana) con corrispondenze con gli eventi realmente avvenuti ma in cui sono introdotte tecnologie simili a quelle odierne, realizzate con i materiali e le fonti di energia del tempo (del genere: computer che funzionano a vapore; steam significa infatti “vapore” in inglese).

Siamo nel 1899, a Londra: sono ormai sei anni che è stato stabilito un contatto fra la Terra e Marte, e le relazioni fra le due civiltà si sviluppano pacificamente. I marziani, immensamente più progrediti, hanno benevolmente condiviso le loro scoperte scientifiche e le loro strabilianti tecnologie con i terrestri. Ma questo stato di cose rischia di essere irrimediabilmente turbato dalla misteriosa morte dell’ambasciatore marziano a Londra, quasi sicuramente avvenuta per cause non naturali. Sulla vicenda viene chiamato a investigare Thomas Blackwood, dell’Ufficio Affari Clandestini di Sua Maestà, che deve cercare di capire se qualcuno non stia cercando di avvelenare i rapporti fra i due pianeti per scatenare una guerra galattica. Contemporaneamente, Londra è anche scossa da una serie di cruenti attacchi di un criminale noto come “Jack il Saltatore”, della cui natura, umana, aliena o demoniaca, nessuno sa capacitarsi, e sul quale indaga Lady Sophia Harrington, della Società sulle Indagini Psichiche (o qualcosa del genere).

Questo romanzo ha avuto la “sfortuna” di capitare in un periodo di “stanchezza”: il giorno in cui l’ho iniziato, avevo prima aperto e messo via insoddisfatta altri quattro libri. Prima di iniziare L’ambasciatore di Marte, inoltre, ero stata “turbata” da due elementi: ho scoperto, credo da qualche commento su Goodreads, che in effetti il romanzo è pensato per un pubblico di adolescenti (o Young Adults, per usare la terminologia in voga) e che è il primo di una serie. Ora, sicuramente il genere Young Adults comprende anche bellissimi titoli, che sono letti e apprezzati anche da adulti, ma a me non interessa; inoltre, il fatto che ormai sia quasi “obbligatorio” pensare ai libri in termine di serie e non di storie autoconcluse mi ha un po’ stufato. Insomma, tutto questo per dire che, già prima di cominciare, l’entusiasmo iniziale era diminuito di molto e sono partita un po’ prevenuta.

In effetti, qua e là si vede che è un romanzo “per ragazzi”, perché la prosa non è eccelsa: abbastanza piatta, semplice, si limita a illustrare gli eventi, non mostra grande originalità (per fare un esempio, la coprotagonista, Sophia, è “la donna più bella che [Thomas] avesse mai visto”: quante volte abbiamo letto questa frase?) e le spiegazioni sulla realtà alternativa in cui ci troviamo vengono inserite senza preoccuparsi troppo di evitare l’effetto infodump (ma, a ben pensarci, questo non è comunque un difetto solo dei romanzi Young Adults, anzi!), i dialoghi praticamente servono solo a rimpallarsi informazioni o a riassumere la situazione per il lettore. La trama contiene una nutrita serie di stereotipi narrativi, e qui di seguito elenco quelli che più mi hanno irritato (quelli che si configurano più apertamente come spoiler li nascondo, per visualizzarli evidenziate il testo): i due filoni di indagine che si incrociano quasi subito, lui & lei che si ritrovano a investigare insieme (e stavolta il pretesto è davvero molto tenue), lui & lei che si innamorano (e non si capisce perché, visto che l’unico argomento di cui parlano, o quasi, è il caso su cui stanno investigando; ma oh, attenzione, pur essendo evidente, il romanzo si conclude senza un’esplicita “dichiarazione”, perché, suppongo, c’è tutta una serie da tirare avanti su questa romantic tension), l’indagine che va avanti con una facilità estrema perché a ogni passo i protagonisti si trovano servito su un piatto d’argento l’indizio successivo (davvero, sarei riuscita a scoprirlo anch’io un “complotto” occultato così maldestramente), una serie di difficoltà apparentemente insormontabili che però vengono risolte all’istante dal deus ex machina (i nostri sono in pericolo? Ecco che il deus ex machina interviene a proteggerli. Il pericolo si fa più severo? Non c’è problema! Il deus ex machina attuerà una protezione più potente. Non c’è più modo di impedire che il cattivo porti a termine i suoi piani? Ma no, il deus ex machina qualcosa si inventa! Naturalmente, alla domanda “se il d.e.m. è così potente, perché non la risolve direttamente lui la faccenda?” viene risposto nel tipico modo usato per liquidare in fretta questa incongruenza narrativa: perché non vuole immischiarsi direttamente nelle faccende degli uomini, è bene che se la cavino da soli). L’autore forse ritiene il suo pubblico scarso di memoria perché, una volta capita la chiave del mistero, la natura e gli scopi del piano criminale, questi ci vengono ripetuti almeno tre volte (dall’investigatore protagonista, dal Parlamento marziano in riunione, nonché naturalmente dal supercattivo che come al solito si sente in dovere di illustrare tutte le sue mosse e il suo movente – che poi è terribilmente banale e indefinito: potere e ricchezze, wow – al personaggio che è caduto nelle sue mani). Oltre tutto, forse io avrò ormai sviluppato una certa forma mentis data dalla lettura di mystery e gialli, ma non capisco che gusto ci sia nel seguire un’indagine se a metà libro si sa già benissimo chi è il “cattivo”.

Inoltre, se non ho capito male le opere steampunk dovrebbero rappresentarci un mondo mai esistito ma comunque “plausibile”, in cui le differenze con la realtà storica hanno presupposti “scientifici”, senza elementi fantasy: invece qui alcune invenzioni sembravano quasi “magiche” (ad esempio: perché il cogitatore, che sarebbe, in modo piuttosto trasparente, l’equivalente ottocentesco del computer e della rete Internet, funziona perché al suo interno ci sono degli “omini”? Che provengono dal Reame Fatato? Non è troppo “fantastico” tutto ciò?). E, se c’è un genere che mi stuzzica anche meno della fantascienza, quello è il fantasy. (Per non dire nulla della bizzarra e allucinante “parentesi” che si apre più o meno all’80% del libro, una specie di trip psichedelico nel mondo delle fate che, ovviamente, vivono a contatto con la natura, gli alberi eccetera, che fosse almeno stimolante dal punto di vista immaginativo, invece l’autore la risolve con una serie di dichiarazioni su quanto sia ineffabile la magnificenza di tutto ciò, risparmiandosi la fatica di entrare nel dettaglio).

Soprattutto, a parte i riferimenti inevitabili come la regina Vittoria, Westminster o le carrozze, non si “avverte” che siamo nella Londra dell’800, sia pure in un universo alternativo: poteva anche essere un romanzo di fantascienza “classica”, ambientato nella New York del 2300, e poco sarebbe cambiato; d’accordo, in parte ciò sarà dovuto al fatto che l’autore vuole trattare temi attuali o universali (la corsa sfrenata al progresso che rischia di esaurire e distruggere le risorse del nostro mondo, la paura e la diffidenza di fronte a civiltà diverse), e quindi tende a sottolineare le somiglianze, più che le differenze con la nostra realtà: ma così si perde buona parte dell’originalità dell’ambientazione.

Insomma questo tono “semplicistico” e “giovanilistico” mi ha stancato presto, più che rendermi la lettura facile e divertente e poco impegnativa: purtroppo non potevo fare a meno di pensare “eh, se questo non fosse un romanzo ‘per ragazzi’ magari sarebbe scritto anche meglio, sarebbe più intrigante, meno scontato, più sottile, meno approssimativo…”. Faccio di tutta l’erba un fascio, probabilmente, e forse avrò beccato io un esempio non eccelso del genere Young Adults, o forse semplicemente non riesco a essere coinvolta da questo piacere della ricerca del temps perdu, per cui gli attuali lungometraggi della Walt Disney non mi suscitano lo stesso entusiasmo nostalgico dei miei coetanei, o per cui ricordo con tanto affetto i libretti della serie Vampiretto, e tuttora li conservo accanto al letto, ma non mi metterei mai a rileggerli ora… perché mi sembrano puerili, appunto. C’è a chi piace, non lo metto in dubbio: a me no.

Oltre tutto, annotazione secondaria: il traduttore non si è preso la briga di convertire le unità di misura nel nostro sistema; è una scelta effettivamente legittima, anzi leggo (su Wikipedia) che per le opere di narrativa è addirittura preferibile, per preservare la “cultura” dell’originale. Però io se sento parlare di lunghezze in “pollici” e in “piedi” non ci capisco niente, non riesco a immaginare nulla e mi indispongo.

Bella comunque la trovata della regina Vittoria che, nel 1899, quasi alla fine della sua vita (secondo la storia “normale”), riesce ad avere un aspetto sempre giovanile grazie a “droghe” marziane di cui finisce per essere dipendente (spunto che, peraltro, non viene sviluppato, o forse sarà sviluppato in un successivo romanzo della serie, a questo punto di sicuro senza la mia partecipazione); insomma, un’idea interessante e promettente che si risolve in un pasticcio incredibile, banalotto, scritto maluccio.

Alan K. Baker, L’ambasciatore di Marte alla corte della Regina Vittoria (trad. Marco Crosa), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

3 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa britannica e irlandese

The Grand Sophy

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Vista l’esperienza positiva con Miami Blues di Charles Willeford, nei giorni scorsi avevo pensato di proseguire spedita con le altre avventure del poliziotto Hoke Moseley… Però… però già altre volte ho commesso l’errore di buttarmi a capofitto su una serie, leggere 3, 4, 5 romanzi di fila sempre con gli stessi protagonisti, ricavandone talvolta un certo senso di “indigestione” e di noia. Meglio allora centellinare questi altri episodi, e leggere qualcos’altro.

Come spesso mi capita il “qualcos’altro” è un libro che non c’entra assolutamente nulla col precedente: salto di palo in frasca senza alcuna logica, ed ecco perché alcuni “percorsi di lettura” a tema, sulla carta interessanti, non fanno per me.
Alla fine del 2012 ho scoperto Georgette Heyer, scrittrice “di culto” fra le appassionate del romanzo rosa, o più precisamente della Regency Romance, grazie al suo bel libro Cotillion; The Grand Sophy (1950) è forse il suo romanzo più famoso: se è anche il più rappresentativo, ho paura che il mio “innamoramento” per quest’autrice sarà stato di breve durata.

Siamo, ovviamente, a Londra, nel periodo della Reggenza (1811-1820). Di nuovo una famiglia numerosa, quella di Lord e Lady Ombersley, che di recente si è tirata fuori da cattive acque grazie alla mano ferma ma tirannica del figlio maggiore, Charles, che comanda non solo su fratelli e sorelle ma anche sui genitori, dal carattere ben più debole del suo. Non mancano i problemi, comunque: la giovane Cecilia ha rifiutato un’ottima proposta di matrimonio perché ha perso la testa per un emulo di Lord Byron, l’affascinante poeta Augustus Fawnhope, Hubert si è messo nei guai con un usuraio, e lo stesso Charles sta per sposarsi con una signorina di buona famiglia che nessuno, in famiglia, riesce a sopportare per quanto è antipatica. In questa casa scossa da tensioni e malumori irrompe la giovane Sophy, cugina di Charles, che, mentre suo padre è all’estero, trascorrerà alcuni mesi coi parenti… sconvolgendo per sempre i destini di tutti i personaggi e prendendosi “cura”, a suo modo, di tutti questi problemi, fino ad addolcire persino il glaciale cugino e a conquistarne il cuore.

Ridatemi Freddy e Kitty di Cotillion e la loro simpatica imbranataggine! Charles è interessante, ombroso ma fondamentalmente per bene, ma Sophy, col suo attivismo vulcanico e incontenibile e la sua invadenza “a fin di bene”, risulta talvolta difficile da… sopportare (ovviamente l’identificazione è scattata piuttosto con la seriosa e “antipatica” Miss Wraxton, ahimè… alla quale invece non ne veniva perdonata una)… senza contare la presunzione di chi rivede dopo anni e anni un cugino che praticamente non ha mai conosciuto e dopo pochi giorni, o meglio ore!, è perfettamente in grado di decidere che la fidanzata che si è scelto non fa per lui. Sophy è “nata imparata”, non sbaglia mai, qualsiasi impresa intraprenda è un successo, possiede qualsiasi abilità, è un’ottima cavallerizza, sa sparare benissimo, niente riesce a scomporla, ha sempre la risposta pronta e nessuno si sogna mai di contraddirla (a parte Charles, negli usuali botta e risposta del genere “si odiano/si amano”): è vero che probabilmente è precisamente l’intento dell’autrice creare l’antitesi perfetta della “Damsel in Distress”, ma quando si esagera si raggiunge l’ugualmente risibile (e insopportabile) caricatura della “God-Mode Sue”! E capite bene come sia difficile appassionarsi alle sorti di un personaggio che semplicemente non può fallire.

Purtroppo, in questo tipo di romanzi dal finale più che scontato, è l’empatia coi personaggi che deve fare la differenza, e se non sei per lo meno guidato dall’amore per l’adorabile eroina anticonformista ma fai il tifo per l’antagonista rigida e antiquata destinata a rimanere con le pive nel sacco e debitamente ridicolizzata, sai che difficilmente l’esito sarà un’esperienza di lettura del tutto soddisfacente. Ogni capitolo letto era dunque un lento (molto lento! Il libro non finiva mai!) avvicinarsi a un esito che mi innervosiva sempre di più.

Poi, è chiaro, è un romanzo rosa e tutto deve finire bene col vero amore che trionfa (Miss Wraxton era veramente cattiva! E Charles non l’aveva mai veramente amata!), ma che palle!

A tutto questo si aggiunge l’assai sgradevole scena dell’usuraio, dai toni vagamente antisemiti (certo, riconosco che, per svariati motivi, possa essere storicamente verosimile che l’usuraio sia ebreo, ma era veramente necessaria la caratterizzazione moralmente e fisicamente repellente che ne fa la Heyer?).

Cosa rimane, dunque? Pur sempre la grande abilità nel creare e animare un vasto cast di caratteri, le battute di dialogo argute, il tono aggraziato e leggero e la ricostruzione minuziosa e vivissima della società del tempo. Ma certo Cotillion era di un altro livello…

Georgette Heyer, The Grand Sophy, voto = 2/5
Per acquistarlo on line (edizione italiana)

2 commenti

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa britannica e irlandese

Goddess of Grass

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Una coincidenza fortuita e un salto nel buio, questo libro. Proprio nei giorni in cui acquistavo e leggevo La voce dell’acqua, romanzo storico su La Malinche, rimanendone piuttosto delusa, qualcuno (che poi ho scoperto essere l’autore), su un gruppo di Goodreads, apriva la discussione “Malinche – Cortez’s secret weapon“, in cui veniva citato appunto Goddess of Grass.

Ho cominciato a interessarmi a quest’opera perché, dalla presentazione dell’autore, sembrava l’opposto di quanto non stavo apprezzando in La voce dell’acqua: sembrava avere una visione e un approccio più “politico” e “pragmatico” rispetto agli svolazzi della Esquivel. Il “problema” era che questo libro non aveva grandi “referenze”: l’autore ha creato un sito dedicato all’argomento, ma di Goddess of Grass non ho trovato neanche una recensione in tutto il web (cosa che non suonava granché bene), non era chiaro neppure se si trattava di un saggio o di un romanzo storico. Alla fine comunque la curiosità ha avuto il sopravvento, ed ecco quindi il mio primo esperimento col self-publishing, su cui da tempo nutro un po’ di diffidenza.

Diffidenza che questo libro non ha contribuito a dissipare, diciamolo subito, perché, da un punto di vista “tecnico”, il file lascia a desiderare: ai capitoli non corrispondono posizioni, così che la scrittura è un “flusso” continuo, e questo mi ha fatto capire quanto sia comodo, invece, avere le “tacche” in fondo alla pagina che ti segnalano se stai arrivando alla fine del capitolo. Vi è qualche errore di stampa e i segni di punteggiatura a volte sono sballati (ad esempio spesso, e soprattutto all’inizio, il discorso diretto si apre con “ ma per qualche motivo si chiude con ||), alcune parole sono attaccate.
Non è che sia illeggibile, eh (ripeto che sto ancora parlando esclusivamente della cura dell’aspetto formale e della confezione), ma si vede chiaramente che è un prodotto non fatto da professionisti, amatoriale, messo insieme in modo sciatto: una rilettura un po’ più attenta non guastava. La versione per Kindle costava 2,68€: troppo poco, per avere il diritto di lamentarsi? Non credo (e se la versione elettronica è uguale a quella cartacea, sarei stata ancora più arrabbiata, perché costa 11 euro).
Fin qui le pecche “tecniche”, ma anche lo stile dell’autore non è esente da critiche: vi sono alcuni brani (come ad es. le descrizioni), che si ripetono in più punti quasi parola per parola, il discorso indiretto che si trasforma all’improvviso in diretto, e in generale un linguaggio piattissimo (la stessa critica che muovevo alla Esquivel quando dicevo che, in alcuni punti, si leggevano “inserti saggistici malamente mascherati da romanzo”: ebbene, qui tutto il libro è così, tanto che alla fine si tratta di un “ibrido” non ben classificabile fra saggio e romanzo storico). Persino i titoli dei capitoli si susseguono sempre uguali in modo meccanico: ciascuno di essi segue uno dei tre protagonisti del dramma, “The Emperor”, cioè Montezuma, “The Conqueror”, Cortés, e “The Heroine”, Malinalli; e tutto il libro quindi è un’interminabile successione di

The Emperor
The Conqueror
The Heroine
The Conqueror
The Emperor
The Heroine

e così via in modo sempre uguale, l’unica “variazione” è data dalle combinazioni degli stessi, tipo:

The Conqueror and the Heroine
The Emperor and the Heroine
The Emperor, the Conqueror and the Heroine

Sembra una stupidaggine, eppure alla lunga era assolutamente snervante. Diciamo che dopo quest’esperienza di lettura apprezzo enormemente di più il lavoro silenzioso degli editor.

Veniamo ora all’analisi del contenuto del libro; chiaramente nel mio giudizio molto ha pesato il confronto col romanzo appena letto sullo stesso argomento, il già ricordato La voce dell’acqua di Laura Esquivel. Ebbene, alla fine della lettura, si poteva quasi parlare di rammarico: sì, perché Morawski le aveva pure, cose più interessanti da dire rispetto alla Esquivel, ma certo, alla luce di quanto ho detto finora, non aveva i mezzi per comunicarle nel modo giusto (detto in modo più conciso: la Esquivel scrive mille volte meglio).
La maggiore differenza fra i due testi è sicuramente che, mentre nel libro della Esquivel Malinalli appare come una figura tutto sommato confusa, impaurita, affranta per la realizzazione di essersi tremendamente sbagliata nell’identificare inizialmente Cortés nel dio Quetzalcóatl, quasi succube di un legame che la tiene avvinta a lui per ragioni che non sa spiegarsi, qui al contrario Malinalli fin da subito capisce più o meno con chi ha a che fare, è decisa e risoluta (anche per quanto riguarda le sue scelte sentimentali) e soprattutto agisce non come interprete passiva ma talvolta dando ai discorsi che deve tradurre il senso che vuole (o che lei per prima crede di capire), sembrerebbe quasi avere in mente un “progetto” preciso (la ragione per cui si schiera decisamente dalla parte degli Spagnoli sarebbe la sua avversione alla pratica dei sacrifici umani). È una visione che certamente è impossibile da verificare sulle fonti (che su Malinalli sono scarse e laconiche), ma è una lettura del personaggio (consentita dalla natura “romanzesca” del libro) affascinante, se non altro. Come dice l’autore (in uno dei post della discussione sopra citata), “My fascination comes in when I think about what she might have said at those meetings. After all at first Cortez and his men had no idea what she was saying on their behalf. She could easily have told the other tribes that Cortez was the god returned”: ho apprezzato quindi che il libro fosse impostato sul ruolo-chiave di Malinalli, su cosa poteva capire dei discorsi che doveva tradurre dallo spagnolo alla lingua nahuatl, su cosa voleva che si capisse di quei discorsi. Forse, però, l’autore finisce per spingere troppo in là questa interpretazione, tanto è vero che da un certo punto pare emergere una Malinalli che quasi sistematicamente “adatta” le parole di Cortés, anzi, sembrerebbe quasi che sia lei “l’eminenza grigia”, il Richelieu della situazione, mentre Cortés appare di un candore francamente incredibile, prono a qualsiasi suggerimento strategico della ragazza. Suonano quindi un po’ assolutorie e non del tutto convincenti le caratterizzazioni degli Aztechi come costantemente intenti a fare sacrifici umani, o di “san” Cortés.

Me l’aspettavo di più nel libro della Esquivel (ingannata dalla quarta di copertina totalmente campata per aria) e invece, paradossalmente, è qui che si legge una visione abbastanza “rosa” del rapporto fra Cortés e Malinalli (il racconto del “primo appuntamento” fa un po’ ridere).

Insomma, nelle mani di uno scrittore più bravo, questo libro avrebbe forse potuto essere migliore. Ora penso che, prima di avere una “crisi di rigetto”, mi butterò sulla biografia di Cortés di Juan Miralles, che, essendo un saggio, dovrebbe essere più equilibrata dei due romanzi o, quanto meno, più facilmente verificabile sulle fonti (l’ultima volta che ho provato ad iniziarla ho smesso dopo poche pagine perché mi annoiava, ma speriamo che ora vada meglio); se invece il prossimo post che scriverò sarà su un libro totalmente diverso, vorrà dire che per il momento ne ho avuto abbastanza di quest’argomento.

Ed Morawski, Goddess of Grass, voto = 2/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa nordamericana

La voce dell’acqua

Dico la verità, non mi aspettavo grandi cose da questo romanzo. Non ce l’ho con l’autrice, che non conoscevo proprio: è la letteratura sudamericana che non mi ha mai convinto, la trovo distante dai miei gusti. Oltre tutto, leggendo la quarta di copertina, temevo che la storia di Malinche e Cortés venisse ridotta a romanzetto rosa. Ma l’argomento mi interessava (vedi anche la recensione a Le parole di Malinche), e non è facile trovare opere di fantasia su questa donna, proprio perché tanto poco si sa su colei che fu prima schiava, poi interprete di Cortés, pedina fondamentale nel successo dell’impresa della Conquista del Messico e della distruzione dell’impero azteca.

Quindi, proprio per desiderio di leggere quanto più possibile sull’argomento, e con un approccio diverso da quello di un saggio, ho messo a tacere i dubbi e l’ho comprato: in fondo, scontato, costava pure poco. Ma tanto lo sapevo che sarebbe finita così.

Il titolo poteva subito mettere in guardia verso un certo misticismo New Age, ma quello in realtà non era dovuto all’autrice (in originale il romanzo si intitola semplicemente Malinche; è tipico della casa editrice Garzanti stravolgere, spesso senza alcun motivo apparente, i titoli in sede di traduzione, ma forse stavolta il timore che il nome dicesse ben poco al pubblico italiano era fondato). Come dicevo, ci sono naturalmente varie fonti per la storia della spedizione di Cortés, ma pochi dati certi su Malinche, che rimane una figura misteriosa (e proprio per questo ancor più affascinante), e certamente non abbiamo le sue “memorie”. Quindi ok, mi va benissimo se per narrare la sua storia ci metti anche una buona dose di fantasia, lo capisco: anzi, scelgo di leggere un romanzo proprio per avere una versione più libera, “emozionale”, degli eventi. Passi anche, allora, fino a un certo punto, la favola sulla “passione forte e carnale” fra Malinche e Cortés, la cui “sete di conquista” rischierebbe però di distruggere “il loro amore” (ma qui forse è stato chi ha scritto la quarta di copertina che si è lasciato un po’ andare): ripeto, è un romanzo, lo leggo per divertirmi, non prendo per oro colato tutto quel che c’è scritto.

Però, però… la fuffa New Age non la digerisco: si comincia subito con la nonna buona e saggia della protagonista che fa dei pipponi solo parzialmente comprensibili su vento, acqua, fuoco, natura, cosmo ecc., sempre come se leggesse da un libro stampato. Ora, a qualcuno può anche piacere questo linguaggio così “alato”, quest’antica saggezza ancestrale… Non voglio sembrare irrispettosa. Magari sarebbero riusciti a “illuminare” anche me, se non avessero costituito i tre quarti abbondanti del libro: ma dopo un po’ stufano, le frasi mi si confondono davanti agli occhi, mi dicono tutto e niente. Il problema è che, dove non c’era la poesia della natura e del vento e dell’acqua, c’erano gli inserti saggistici malamente mascherati da romanzo. Quindi, o brani per me incomprensibili e alla lunga stancanti sull’armonia del cosmo e dentro di noi, o aridi bollettini di avvenimenti che potevo benissimo leggermi su un libro di storia. Zero battaglie, zero spedizioni, zero descrizioni, zero ricostruzioni, zero “romanzo storico”. Pochissimo sulla funzione di mediatrice culturale e linguistica di Malinche (perché così poco spazio ai dialoghi quando è proprio per la sua capacità di parlare e tradurre che è entrata nella storia?), pochissimo sull’impatto suo e degli indigeni con l’Altro (anche meno sulle reazioni degli spagnoli all’Altro: e non è che non ce ne fosse il modo, visto che, soprattutto all’inizio, il POV si alterna fra Malinche e Cortés), pochissimo anche su ‘sto benedetto rapporto con Cortés, e allora manco la soddisfazione di leggere un romanzo rosa come si deve, ci tocca!

Quanto meno, si evita l’errore di considerare gli indigeni come un blocco compatto e inerme spazzato via dalla furia dei conquistadores, mentre invece l’avanzata spagnola sfruttò le divisioni interne alle popolazioni locali e fu favorita dalle alleanze strette con questa o quella etnia che avevano interesse a far crollare l’odiato dominio azteco.

Il libro è illustrato da alcuni bei disegni che raffigurano scene del romanzo e che nello stile si ispirano ai codici aztechi, opera dell’artista Jordi Castells, nipote dell’autrice (mezzo voto in più grazie a lui).

Laura Esquivel, La voce dell’acqua (trad. Stefania Cherchi), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

1 Commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa in lingua spagnola

Miss Lonelyhearts

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

La rubrica di lettere e consigli di Miss Lonelyhearts (“Miss Cuori Solitari”) nelle pagine di un giornale di New York è in realtà curata da un uomo, il protagonista di quest’opera, di cui mai sapremo il nome (sarà chiamato per tutto il tempo solo “Miss Lonelyhearts”, appunto), che, mentre distilla consigli e insegnamenti melensi e intrisi di pietà e rassegnazione, in realtà nel suo privato è disilluso, cinico, meschino, disonesto e tendente alla monomania (nutre un’insana ossessione per la figura di Cristo). Le lettere che riceve quotidianamente, che narrano storie di disperazione e povertà, non gli suscitano più alcuna emozione, o forse proprio il loro flusso continuo ha contribuito a renderlo insensibile, indifferente, freddo, le frasi vuote che elargisce ormai gli provocano solo fastidio e fa sempre più fatica a metterle insieme.

Un romanzo breve, o un lungo racconto se si preferisce, che risale al 1933 e su cui ho poco da dire perché è finito in fretta e presto sarà dimenticato. Nonostante in tanti lo considerino un capolavoro da riscoprire, io non l’ho capito e non mi è piaciuto: gli unici passi interessanti erano le lettere, finte naturalmente ma tragicamente verosimili, in cui l’autore si sforza di riprodurre anche l’inglese stentato degli scriventi, per lo più donne, squarci di vita e di miseria. Probabilmente mi sarebbe servita la prefazione che si trova invece in una recente edizione italiana (minimum fax, 2011) per comprenderlo e apprezzarlo meglio.

Nathanael West, Miss Lonelyhearts, voto = 2/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa nordamericana

Somebody Killed His Editor

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google Translate. Highlight the text to view hidden spoilers.

Un’altra copertina con tizi seminudi e bisognerà chiudere il blog ai minori.

Leggevo poco convinta l’esordio di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy ma pensavo con molta più curiosità a questa nuova serie giallo-rosa “comica” di Josh Lanyon (l’autore dei romanzi di Adrien English), e allora mi sono detta di seguire l’istinto: prima di calarci nella tragica epicità di McCarthy divertiamoci ancora un po’ con questi libri d’intrattenimento, ma scritti bene e godibili.

Christopher Holmes è un prolifico scrittore quarantenne, autore di una serie di gialli vecchia maniera con protagonista una vecchietta investigatrice modellata sulla celebre Miss Marple; ultimamente il pubblico non sembra più apprezzare come un tempo questo tipo di storie, e la sua popolarità è in forte declino, tanto che Holmes viene caldamente invitato dalla sua agente a farsi venire nuove idee per una serie più in sintonia con i gusti del momento (che, con pungente ironia, dovrebbe essere una specie di improbabile mystery/paranormal romance ambientato nella Londra vittoriana) e a recarsi a un seminario di scrittura in un isolato residence sulle montagne, cui parteciperà anche il potentissimo e temuto editor che può decidere il destino della sua carriera. Holmes però non fa in tempo ad arrivare a destinazione che già spunta il primo cadavere, e un misterioso assassino entra in azione nell’isolamento forzato delle montagne. A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che fra i partecipanti al seminario c’è anche l’ultima persona che il protagonista desiderava incontrare, J.X. Moriarity, ex poliziotto diventato scrittore che ora – con gran disappunto di Holmes – sta avendo grande successo con thrilleracci che lui personalmente disprezza… e che è stato anche, anni prima, suo amante di una notte.

Insomma, tutto un set up piuttosto complicato, per ricreare il classico scenario del gruppo di sospetti costretto a convivere in un ambiente chiuso dal quale nessuno può entrare o uscire… E ormai è sempre più difficile rendere plausibili situazioni come questa: bisogna inventarsi un posto che sia possibile raggiungere da una sola via di accesso, che le condizioni atmosferiche proibitive impediscano di arrivarci via aria, che le linee telefoniche non funzionino e i cellulari di tutti i presenti non abbiano campo, che non ci sia modo di collegarsi a Internet… Davvero tante circostanze sfortunate in contemporanea! Mettiamo però da parte l’aspetto prettamente giallistico del romanzo, o meglio accettiamolo con tutte le forzature e le ingenuità presenti, perché tanto anche stavolta “il cuore” della vicenda risiede nella tensione erotica che subito si riaccende fra i due scrittori “rivali” ed ex amanti.

Paragonata a quella dedicata ad Adrien English e Jake Riordan, dello stesso autore, questa serie è più “leggera”, lo si intuisce fin dai nomi della coppia di protagonisti (Christopher Holmes e J.X. Moriarity fanno chiaramente il verso a Sherlock Holmes e al professor Moriarty, per la serie gli opposti che si attraggono irresistibilmente) e dal titolo scherzoso di questa prima puntata; anche qui la narrazione è in prima persona, è la voce di Christopher, cinico, sarcastico, disincantato, irascibile e “scattoso”, davvero poco disposto a calarsi nei panni dell’eroe, a guidarci attraverso la storia.

La coppia scrittore/detective dilettante+poliziotto già era stata impersonata da Adrien e Jake, e qui si rischia un po’ la ripetitività, anche se, a ben guardare, qualche differenza fra i protagonisti principali c’è: mentre Adrien è agli esordi come scrittore e sta costruendosi un certo successo, Christopher è sul viale del tramonto, i suoi romanzi non convincono più e tanti ora gli consigliano di “reinventarsi” tentando generi più di moda, e scrittori “rivali” come lo stesso J.X. fanno il pieno di vendite con thriller ad alto contenuto di violenza e sparatorie. La sua voce è carica di un sarcasmo tagliente che era sconosciuto ad Adrien, e anche la sua personalità è più “ispida”. Di nuovo, è gradevole questo sguardo ironico al mondo letterario e alla “giungla” iper-competitiva del mercato dei bestseller, stavolta non dalla prospettiva di un esordiente, ma di un autore affermato e preoccupato più del successo commerciale che della qualità della sua prosa.

Ma, per il resto, il risultato è un po’ scialbo… Sarebbe potuto essere più interessante se davvero il protagonista fosse stato dipinto con più convinzione come narciso, meschino, egoista ed esclusivamente concentrato su se stesso, reso diffidente verso gli altri e affettivamente immaturo dalle infelici esperienze vissute con l’ex compagno e incapace sulle prime di riconoscere la sincerità dei sentimenti di J.X. e come questi potesse diventare un capitolo importante della sua vita… insomma in modo apertamente sgradevole e rendendo assai difficile per il lettore entrarci in sintonia… Ma, se già al primo romanzo lo vediamo sensibilmente “addolcirsi”, ecco che le promesse di sviluppi “frizzanti” si affievoliscono: ora come ora non sono rimasta con la curiosità bruciante di sapere come proseguirà la storia dei due (paradossalmente mi interesserebbe di più se comparisse in scena l’ex fidanzato fedifrago, piuttosto che il buono e dolce J.X.), e potrei anche rinunciare a leggere il secondo romanzo.

Josh Lanyon, Somebody Killed His Editor, voto = 2/5

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa nordamericana

La notte del gatto nero

Seguo da tempo questo autore nei vari social network dedicati alla lettura, perché per certi generi sembra avere gusti simili ai miei e scrive recensioni interessanti, perciò ho deciso di vederlo anche all’opera in un suo romanzo, incoraggiata anche dai giudizi largamente positivi che trovavo in giro. All’inizio avevo puntato a un altro titolo, ma alla fine ho letto prima questo, più recente e quindi più facilmente reperibile.

Libro iniziato e finito in una sera: da principio perché ti prende, va da solo, la discesa ineluttabile nella tragedia è talmente rapida ma reale che non te la senti di abbandonare i personaggi; poi, però, capisci dove tutto andrà a parare, un po’ rimani deluso e, in ultimo, vuoi solo arrivare in fondo il più in fretta possibile e metterlo via, come quei libri dai quali si sperava qualcosa di più. Così è successo a me, almeno.

Nulla di molto nuovo, in realtà, una riedizione ancora più cupa di Un borghese piccolo piccolo di Cerami: uomo perbene, onesto, rispettoso dell’autorità, scopre a sue spese che la Giustizia in cui aveva sempre creduto non esiste. Che se vuole ottenerla deve muoversi da solo, piuttosto che affidarsi alla Legge. Anzi, addirittura in questo caso il nemico è la Legge.

Giovanni Ribaudo è un tranquillo marito e padre di famiglia. Tutte le sue certezze crollano di schianto quando l’unico figlio, Salvatore, 19 anni, viene arrestato con l’accusa di spaccio di droga. Suo padre è costretto a combattere con autorità sprezzanti, reticenti e inutilmente crudeli, a indebitarsi per pagare la parcella di esosissimi avvocati, nonché a interrogarsi dolorosamente sul suo fallimento come genitore. Finché la notizia che Salvatore si è suicidato in carcere non spazza via questi pensieri, assieme all’intero sistema di valori che l’ha guidato per tutta la vita, e lo indirizza a quello che sarà l’unico, fondamentale scopo della sua esistenza ormai svuotata di qualunque altro senso: trovare i colpevoli della morte del figlio (perché Giovanni è convinto che egli sia stato o ucciso o spinto al suicidio dal trattamento inumano che riceveva in carcere) e punirli uno per uno. E per ottenere ciò si rende ben presto conto che le vie tradizionali non gli saranno di nessun aiuto.
Neanche la Giustizia vendicativa che persegue il protagonista è però perfetta: coinvolge un innocente che non c’entrava nulla, perché la missione di Giovanni è piegata, a sua insaputa, ad altri scopi, non “risana” nessuna ferita e, anzi, la sua furia ossessiva nell’ottenerla lo allontana senza rimedio dalla moglie.

Ci si poteva limitare (“limitare” per modo di dire, perché ne sarebbe venuto fuori un libro sicuramente interessante) a prendere di petto il tema dei meccanismi della giustizia che risucchiano intere esistenze per anni e prosciugano energie e finanze delle famiglie coinvolte. A indagare sulla situazione nelle carceri. Oppure a mostrare l’abisso che si spalanca sotto i piedi di un padre quando scopre che il figlio che credeva di conoscere è una persona totalmente diversa, ma che non può comunque abbandonare. Perché invece tentare la strada del mystery e appiccicarci un complotto diabolico e, ai miei occhi, tanto sproporzionato? Così, a leggere il movente finale della disgrazia capitata al figlio del protagonista, piuttosto che a indignarmi e a riflettere sulle storture e sugli scandali che sicuramente infestano l’apparato giudiziario, sono portata a ricondurre e ridurre il tutto a un caso particolare, odioso quanto si vuole ma non replicabile, non generalizzabile, che sostanzialmente finisce per disinnescare gran parte della critica al sistema cui forse il romanzo intendeva dar voce. Forse, stavolta, non cercare a tutti i costi il colpo di scena finale, il singolo colpevole all’origine di tutto, “insospettabile” e ai vertici della gerarchia, tentare una strada meno ad effetto, puntare sulla tragica “normalità” e “banalità” ed “esemplarità” di certe vicende, piuttosto che sull’eccezionalità estrema, avrebbe giovato.

Avevo pensato di comprare, dello stesso autore, anche I cani di via Lincoln (è l’altro titolo di cui parlavo all’inizio), ma per ora lascio stare: questo romanzo non mi ha invogliato a leggere altro di suo.

Antonio Pagliaro, La notte del gatto nero, voto = 2/5
Per acquistarlo on line

1 Commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa italiana

La fiera dei serpenti

Dopo Knockemstiff, continuo il viaggio nell’America “brutta, sporca e cattiva” e, dall’Ohio, mi trasferisco a Mystic, Georgia.

Questo libro, che avrò visto anni fa sul sito di Meridiano Zero, o su un catalogo, mi è stato donato da un gentile utente di Goodreads, che sapeva del mio interesse per esso e si sentiva “in colpa” per avermelo soffiato sul sito Libraccio, e lo ringrazio nuovamente.

A Mystic, ogni anno si tiene la tradizionale Festa dei Serpenti, che consiste nello stanare i crotali caduti in letargo e ucciderli, e che richiama una grande folla di bruti appassionati: nell’attesa di questo grande evento si muovono e agiscono senza un preciso scopo alcuni abitanti della cittadina, il gestore del bar, suo padre, allevatore di cani da combattimento, il giocatore di football della scuola, la sua fidanzata, lo sceriffo, “uomini” che ben presto si riveleranno ancora più animaleschi delle bestie. La storia è questa ed è ben poca cosa, tanto, come conclude con rassegnazione il protagonista, il giovane Joe Lon, “le cose non sarebbero mai state diverse” (p. 208). Costui è anche l’unico in cui si avverte una vibrazione di autentica sofferenza (è anche in fondo il solo sulla cui psicologia l’autore si concentri sul serio: gli altri sono solo burattini impazziti e brutalmente idioti): contempla con silenziosa disperazione il contrasto fra le sue aspirazioni passate e la realtà del suo presente, si interroga sulle opportunità che ha sprecato e sul male che sta facendo agli altri, inevitabilmente, come se la sua volontà non potesse impedirlo. Non ha la minima possibilità di sfuggire alla rovina finale della sua esistenza, ma almeno si interroga sul senso di quello che sta vivendo: così come gli uomini di Knockemstiff, il che infatti li vivificava e rendeva la lettura di quei racconti emozionante.

Ma se qui Crews si limita a delineare solo quest’unico personaggio dotandolo di un briciolo di umanità, abbandonando a loro stessi tutti gli altri, non è facile trovare motivo di interesse in questo confuso catalogo degli orrori: si legge con fastidio, tristezza, nausea, ma senza com-passione. Veramente non si può parlare di delusione, non avevo motivo di aspettarmi che il libro fosse diverso da così: una storia intrisa di crudeltà, stupidità, disperazione, assenza di riscatto. Infatti c’è tutto questo, ma è fin troppo palese, dichiarato, freddo: mi ha lasciato abbastanza indifferente.

Harry Crews, La fiera dei serpenti (trad. Alberto Pezzotta), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa nordamericana

La lingua di Canaan

Libro scovato per caso sul sito della casa editrice Gea Schirò, acquistato d’impulso.

Lo credevo adatto a proseguire il filone western, ma mi sbagliavo, non siamo nel selvaggio West, bensì nel profondo Sud, però il periodo è pressappoco lo stesso: gli anni della Guerra civile americana. I protagonisti, che si alternano a raccontarci la vicenda quasi come se si contendessero un palcoscenico, fanno parte di una banda di fuorilegge dedita a una lucrosa attività che essi definiscono “il Commercio”: incitano gli schiavi neri a fuggire dalle piantagioni, per poi farli prigionieri e rivenderli, o riportarli ai vecchi padroni per intascare la taglia. A tirare le fila di tutto c’è uno strano tipo, Thaddeus Morelle, dall’aspetto apparentemente insignificante ma dalla personalità magnetica e carismatica, un vero e proprio “santone” (il nome con cui è noto presso i suoi seguaci è “il Redentore”) che soggioga con la sua volontà e i suoi discorsi esoterici la triste combriccola composta da un inquietante reverendo, suo braccio destro, un violento immigrato irlandese, un ex mormone, un giovanissimo nero, un proprietario di piantagione completamente folle, una prostituta, e un giovane di nome Virgil Ball, che è anche la figura principale della storia e colui che tenterà di spezzare i fili che lo tengono avvinto a quella lugubre compagnia: difatti, in un clima di crescente agitazione e incertezza che prelude alla probabile guerra fra l’Unione degli Stati del nord e la Confederazione degli Stati del sud, che potrebbe sfociare nell’abolizione della schiavitù e, quindi, mettere in seria difficoltà l’impianto su cui si regge il Commercio, è proprio Virgil a tentare una ribellione uccidendo il misterioso Morelle (è da qui che parte la storia, con una serie di flashback su come il cammino di ciascun personaggio si sia imbattuto in quello del “Redentore”): ma la sua morte scatena una serie di inquietanti decessi, violenti omicidi e deliranti sospetti nel sempre più sparuto gruppo di seguaci, pronti a saltarsi l’un l’altro alla gola e stretti in mezzo ai due eserciti combattenti.

Interessante, no?

La lingua del romanzo, “barocca” ed elaborata, dalle similitudini ardite e spesso faticosamente ricercate (nell’edizione italiana la traduzione è dello scrittore Tommaso Pincio), ben si adatta a descrivere il clima di esaltazione, fanatismo, delirio in cui viveva la banda capeggiata dal carismatico ed enigmatico “Redentore” (nonché il più generale clima di “risveglio religioso” che percorreva gli Stati Uniti dell’epoca). Il problema però è che una tale pesantezza dello stile finisce per “soffocare” l’empatia che potrebbe nascere con i personaggi. Si è verificato qui l’opposto di quanto avvenuto per The Sisters Brothers: se là avevo chiuso il libro con un senso di incompletezza, un desiderio di saperne di più su personaggi che avevo cominciato a prendermi a cuore, sulle loro storie passate e future, qui al contrario ero arrivata ai limiti della sopportazione e, peraltro, i destini di questi personaggi non mi avevano mai interessato più di tanto.

Ma, alla fine, poco male se i personaggi non ti suscitano alcuna simpatia, se si può comunque avere una storia solida, tesa, incalzante, ossessiva e sgradevole ma, tutto sommato, lineare e comprensibile. Il problema è che della vicenda, che io immaginavo di quel tono, si è impadronito invece un bizzarro e oscuro impianto misticheggiante, con elementi di soprannaturale, che sicuramente, ne sono convinta, alludeva a qualcosa… ma cosa? Insomma, in poche parole? Ho smesso di capire all’incirca alla metà del libro. E, se non capisco, non apprezzo: è un mio limite. Se pure la lingua ricercata e ricca di invenzioni, l’angoscia alla “chi sarà il prossimo” alla maniera di Dieci piccoli indiani e il senso di cupa attesa dell’apocalisse finale hanno continuato a esercitare su di me una fascinazione sufficiente da indurmi ad arrivare alla conclusione, l’esperienza si è rivelata un fallimento.

John Wray, La lingua di Canaan (trad. Tommaso Pincio), voto = 2/5
Per acquistarlo on line

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Narrativa, Narrativa nordamericana