Goddess of Grass

This review is in Italian: if you wish to read an (automatic and, therefore, maybe poor) English translation of it, follow this link: Google TranslateHighlight the text to view hidden spoilers.

Una coincidenza fortuita e un salto nel buio, questo libro. Proprio nei giorni in cui acquistavo e leggevo La voce dell’acqua, romanzo storico su La Malinche, rimanendone piuttosto delusa, qualcuno (che poi ho scoperto essere l’autore), su un gruppo di Goodreads, apriva la discussione “Malinche – Cortez’s secret weapon“, in cui veniva citato appunto Goddess of Grass.

Ho cominciato a interessarmi a quest’opera perché, dalla presentazione dell’autore, sembrava l’opposto di quanto non stavo apprezzando in La voce dell’acqua: sembrava avere una visione e un approccio più “politico” e “pragmatico” rispetto agli svolazzi della Esquivel. Il “problema” era che questo libro non aveva grandi “referenze”: l’autore ha creato un sito dedicato all’argomento, ma di Goddess of Grass non ho trovato neanche una recensione in tutto il web (cosa che non suonava granché bene), non era chiaro neppure se si trattava di un saggio o di un romanzo storico. Alla fine comunque la curiosità ha avuto il sopravvento, ed ecco quindi il mio primo esperimento col self-publishing, su cui da tempo nutro un po’ di diffidenza.

Diffidenza che questo libro non ha contribuito a dissipare, diciamolo subito, perché, da un punto di vista “tecnico”, il file lascia a desiderare: ai capitoli non corrispondono posizioni, così che la scrittura è un “flusso” continuo, e questo mi ha fatto capire quanto sia comodo, invece, avere le “tacche” in fondo alla pagina che ti segnalano se stai arrivando alla fine del capitolo. Vi è qualche errore di stampa e i segni di punteggiatura a volte sono sballati (ad esempio spesso, e soprattutto all’inizio, il discorso diretto si apre con “ ma per qualche motivo si chiude con ||), alcune parole sono attaccate.
Non è che sia illeggibile, eh (ripeto che sto ancora parlando esclusivamente della cura dell’aspetto formale e della confezione), ma si vede chiaramente che è un prodotto non fatto da professionisti, amatoriale, messo insieme in modo sciatto: una rilettura un po’ più attenta non guastava. La versione per Kindle costava 2,68€: troppo poco, per avere il diritto di lamentarsi? Non credo (e se la versione elettronica è uguale a quella cartacea, sarei stata ancora più arrabbiata, perché costa 11 euro).
Fin qui le pecche “tecniche”, ma anche lo stile dell’autore non è esente da critiche: vi sono alcuni brani (come ad es. le descrizioni), che si ripetono in più punti quasi parola per parola, il discorso indiretto che si trasforma all’improvviso in diretto, e in generale un linguaggio piattissimo (la stessa critica che muovevo alla Esquivel quando dicevo che, in alcuni punti, si leggevano “inserti saggistici malamente mascherati da romanzo”: ebbene, qui tutto il libro è così, tanto che alla fine si tratta di un “ibrido” non ben classificabile fra saggio e romanzo storico). Persino i titoli dei capitoli si susseguono sempre uguali in modo meccanico: ciascuno di essi segue uno dei tre protagonisti del dramma, “The Emperor”, cioè Montezuma, “The Conqueror”, Cortés, e “The Heroine”, Malinalli; e tutto il libro quindi è un’interminabile successione di

The Emperor
The Conqueror
The Heroine
The Conqueror
The Emperor
The Heroine

e così via in modo sempre uguale, l’unica “variazione” è data dalle combinazioni degli stessi, tipo:

The Conqueror and the Heroine
The Emperor and the Heroine
The Emperor, the Conqueror and the Heroine

Sembra una stupidaggine, eppure alla lunga era assolutamente snervante. Diciamo che dopo quest’esperienza di lettura apprezzo enormemente di più il lavoro silenzioso degli editor.

Veniamo ora all’analisi del contenuto del libro; chiaramente nel mio giudizio molto ha pesato il confronto col romanzo appena letto sullo stesso argomento, il già ricordato La voce dell’acqua di Laura Esquivel. Ebbene, alla fine della lettura, si poteva quasi parlare di rammarico: sì, perché Morawski le aveva pure, cose più interessanti da dire rispetto alla Esquivel, ma certo, alla luce di quanto ho detto finora, non aveva i mezzi per comunicarle nel modo giusto (detto in modo più conciso: la Esquivel scrive mille volte meglio).
La maggiore differenza fra i due testi è sicuramente che, mentre nel libro della Esquivel Malinalli appare come una figura tutto sommato confusa, impaurita, affranta per la realizzazione di essersi tremendamente sbagliata nell’identificare inizialmente Cortés nel dio Quetzalcóatl, quasi succube di un legame che la tiene avvinta a lui per ragioni che non sa spiegarsi, qui al contrario Malinalli fin da subito capisce più o meno con chi ha a che fare, è decisa e risoluta (anche per quanto riguarda le sue scelte sentimentali) e soprattutto agisce non come interprete passiva ma talvolta dando ai discorsi che deve tradurre il senso che vuole (o che lei per prima crede di capire), sembrerebbe quasi avere in mente un “progetto” preciso (la ragione per cui si schiera decisamente dalla parte degli Spagnoli sarebbe la sua avversione alla pratica dei sacrifici umani). È una visione che certamente è impossibile da verificare sulle fonti (che su Malinalli sono scarse e laconiche), ma è una lettura del personaggio (consentita dalla natura “romanzesca” del libro) affascinante, se non altro. Come dice l’autore (in uno dei post della discussione sopra citata), “My fascination comes in when I think about what she might have said at those meetings. After all at first Cortez and his men had no idea what she was saying on their behalf. She could easily have told the other tribes that Cortez was the god returned”: ho apprezzato quindi che il libro fosse impostato sul ruolo-chiave di Malinalli, su cosa poteva capire dei discorsi che doveva tradurre dallo spagnolo alla lingua nahuatl, su cosa voleva che si capisse di quei discorsi. Forse, però, l’autore finisce per spingere troppo in là questa interpretazione, tanto è vero che da un certo punto pare emergere una Malinalli che quasi sistematicamente “adatta” le parole di Cortés, anzi, sembrerebbe quasi che sia lei “l’eminenza grigia”, il Richelieu della situazione, mentre Cortés appare di un candore francamente incredibile, prono a qualsiasi suggerimento strategico della ragazza. Suonano quindi un po’ assolutorie e non del tutto convincenti le caratterizzazioni degli Aztechi come costantemente intenti a fare sacrifici umani, o di “san” Cortés.

Me l’aspettavo di più nel libro della Esquivel (ingannata dalla quarta di copertina totalmente campata per aria) e invece, paradossalmente, è qui che si legge una visione abbastanza “rosa” del rapporto fra Cortés e Malinalli (il racconto del “primo appuntamento” fa un po’ ridere).

Insomma, nelle mani di uno scrittore più bravo, questo libro avrebbe forse potuto essere migliore. Ora penso che, prima di avere una “crisi di rigetto”, mi butterò sulla biografia di Cortés di Juan Miralles, che, essendo un saggio, dovrebbe essere più equilibrata dei due romanzi o, quanto meno, più facilmente verificabile sulle fonti (l’ultima volta che ho provato ad iniziarla ho smesso dopo poche pagine perché mi annoiava, ma speriamo che ora vada meglio); se invece il prossimo post che scriverò sarà su un libro totalmente diverso, vorrà dire che per il momento ne ho avuto abbastanza di quest’argomento.

Ed Morawski, Goddess of Grass, voto = 2/5
Per acquistarlo on line

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