La religione dei poveri

Un libro sulle missioni religiose tra XVI e XIX secolo nelle campagne europee, che però si è rivelato una parziale delusione. Mi aspettavo più dettagli sulle concrete modalità di preparazione e sulle tecniche (quasi “pubblicitarie”!) adottate, ma il più delle volte ci si limitava a tanti, troppi rapidi flash da quella o da quell’altra parte d’Europa: una moltitudine di informazioni che talvolta apparivano ridondanti, spesso scollegate fra loro, e che era estremamente facile confondere o affastellare sbrigativamente in mente nel corso di una lettura inevitabilmente distratta senza conservarne un vero ricordo. Forse un campo di indagine meno vasto avrebbe aiutato a concentrare maggiormente l’attenzione sui particolari e a dare maggior vivacità e colore al contenuto.

Non totalmente da buttare, tuttavia, perché alcune osservazioni sono interessanti e azzeccate: soprattutto, il merito maggiore che va riconosciuto a questo saggio è che, pur poco chiaro e dispersivo nella presentazione dei materiali e delle testimonianze, riesce invece in modo estremamente preciso e coerente a far emergere la linea evolutiva che intende proporre.

In sostanza, a una fase più aggressiva e in alcuni casi apertamente violenta subito successiva allo shock della Riforma, volta a riconquistare le popolazioni e i territori neoconvertiti al luteranesimo, le gerarchie, e il clero regolare più di tutti, volgono lo sguardo alle popolazioni rurali nominalmente cattoliche da sempre, ma che, forse, non hanno meno bisogno di “conversione”. Le missioni si caratterizzano quindi inizialmente come spedizioni rapide, affidate a veri e propri specialisti, che per un periodo di tempo in genere non molto lungo stravolgono e sconvolgono la vita del villaggio, coinvolgendolo nel loro apparato teatrale e altamente emotivo: è la fase più barocca, caratterizzata dagli apparati, dall’uso delle scenografie e delle tecniche teatrali (questo speravo di cogliere maggiormente nel testo), delle prediche studiate a tavolino dagli oratori più famosi. Ma poco a poco fa seguito un altro momento di riflessione: il sistema “toccata e fuga” forse non dà i frutti duraturi sperati e, più che terrorizzare il gregge spingendolo alla penitenza, è necessario soprattutto istruirlo con la dolcezza e l’esempio; è l’idea di Alfonso da’ Liguori e dei Redentoristi. La missione si fa più stanziale, più aperta ai laici, l’attenzione si focalizza sul catechismo.

Pur essendo il XVIII secolo il secolo forse più ricco di missioni, è anche però il periodo in cui iniziano le prime forti critiche, e proprio, accanto a quelle più ovvie dei giansenisti, da dove meno le si attenderebbe: dagli stessi ambienti della Chiesa, soprattutto dai vescovi e dal clero secolare, forse timorosi delle interferenze degli ordini e di religiosi “estranei” nella loro cura d’anime. Si criticano i metodi, definiti da guitti, troppo spettacolari, si punta, più che alla folla, ad arrivare al singolo individuo, e non per impressionarlo con gli effetti speciali, ma con la forza della ragione.

La Rivoluzione e la restaurazione successiva imprimono una nuova svolta: le missioni recuperano il gusto teatrale, macabro di un tempo, ma spesso, soprattutto in Francia (Paese su cui Châtellier finisce per concentrarsi maggiormente) si caricano anche di valenze politiche. La fede cattolica e la sua aperta manifestazione (partecipare alle missioni diventa un fatto quasi obbligatorio e costrittivo) sono anche attestati di fedeltà al sovrano legittimo. Ma l’effetto forse più durevole è che, ora, le manifestazioni più sentimentali, più teatrali, che più rischierebbero di essere bollate come “superstizioni”, non sono più, tendenzialmente, osteggiate o frenate dalla Chiesa ufficiale, come avveniva nel Settecento. La “religione dei poveri”, fatta di devozioni particolari, di culti relativamente nuovi come quello del Sacro Cuore, di pellegrinaggi e di attese miracolistiche, di visioni mistiche come le apparizioni di Lourdes, diventa la religione di tutti e trova accoglienza a Roma. Si afferma, cioè, un cattolicesimo che tende a essere più sentimentale (in un altro libro, Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, veniva usata la parola “femminilizzato”, che mi pare calzante), “irrazionale”, ma anche, allo stesso tempo, più politico.

Louis Châtellier, La religione dei poveri (trad. Idolina Landolfi), voto = 2,5/5

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