New Hope for the Dead

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New Hope for the Dead, uscito nel 1985 (in Italia l’ha pubblicato Marcos y Marcos col titolo Tempi d’oro per i morti), di Charles Willeford, è la seconda puntata, dopo Miami Blues, delle avventure di Hoke Moseley, sergente della polizia di Miami con un’aura ben poco da “maledetto”, tutt’altro: i suoi guai sono molto meschini, prosaici, ma affrontati con uno spirito pratico che lascia poco spazio all’autocommiserazione o, appunto, al “fascino” dell’antieroe perdente e in lotta con la società.

Qui la storia inizia con Hoke che deve indagare su un caso abbastanza banale, la morte di un ragazzo che, a tutta prima, sembra essere solo un’overdose accidentale di eroina. Se non che il capo decide di scaricare su lui, la sua partner Ellita Sanchez e il collega Bill Henderson il compito di occuparsi dei cold cases irrisolti che potrebbero fruttargli una buona pubblicità e una promozione (non a Hoke, al capo). Nel frattempo l’ex moglie Patsy gli scarica senza tanti complimenti le due figlie adolescenti che non vede da una decina d’anni. Per giunta, si ritrova anche ad aiutare Ellita che, rimasta incinta, è stata buttata fuori di casa dai genitori. La notizia positiva però è che, incredibilmente, potrebbe aver fatto colpo sulla matrigna del ragazzo morto, per cui potrebbe anche riuscire a portarsela a letto.

Mi sembra di capire, da commenti letti su Internet, che questa serie sia nata quasi “per caso”: il fatto che io, nella mia recensione di Miami Blues, definissi Hoke il protagonista si spiega perché scrivevo col senno di poi di chi già sa che negli anni successivi sarebbero seguiti altri 4 romanzi con questo personaggio, ma in effetti in quel primo libro Hoke Moseley sembrava quasi un comprimario, come se all’epoca l’autore non avesse ancora deciso di fare di lui il suo “eroe”, lasciandolo in ombra rispetto alla figura del rapinatore e assassino Freddy, che dominava la scena.

Ora invece l’attenzione è decisamente puntata sull’“uomo Moseley”, e anche qui “il caso” è un po’ l’ultimo dei pensieri. Anzi, se ne accumulano, come detto, almeno tre (la morte per overdose del giovane Jerry Hickey, più i cold cases su cui la squadra di Hoke viene messa a lavorare), nessuno dei quali particolarmente eccitante o notevole o con astutissimi geni del male o efferati serial killer come antagonisti, dando anche bene l’idea della routine, dell’accavallarsi di incarichi e della quantità di arretrato presenti in un commissariato in una città come Miami. Alla fine comunque si arriva a una conclusione, ma così, en passant, e in un modo ben lontano dai vari confronti “all’ultimo respiro” ben noti ai lettori di thriller. Molto più interessanti i faticosi sforzi per trovare un posto dove abitare dentro Miami, i suoi impacciati, divertentissimi e però emozionanti tentativi di fare il papà, il rapporto con la collega Ellita Sanchez, la partner che gli è stata assegnata in Miami Blues e che all’inizio aveva accettato con molta diffidenza (una donna! e per di più di origini cubane, per lui che si rifiuta pervicacemente di imparare una parola di spagnolo), e per la quale invece ora si dimostra un vero amico (questi due li voglio troppo insieme! ♥), l’apparente e forse non del tutto limpida nonchalance con cui si serve del suo status di poliziotto per ottenere qualcosa, e allo stesso tempo la scrupolosità e l’impegno che non manca mai di mettere in tutte le imprese in cui si cimenta, fossero anche le più meschine (sono sempre bellissime le scene nel pidocchioso hotel in cui lavora da guardiano notturno in cambio di alloggio gratis, con il portiere e con la “comunità” di vecchietti soli che occupa le stanze). L’intuizione di Willeford di puntare sulla forza di questo personaggio e di elevarlo a protagonista si può dire dunque azzeccatissima, visto che questo New Hope for the Dead mi sembra anche migliore del suo predecessore (se non altro, pur nella sua struttura, come ho appena detto, volutamente erratica e apparentemente inconcludente, ha un “centro” maggiormente definito).

Neanche a dirlo, fondamentale, come nel primo libro, l’incombente e ingombrante presenza di Miami, del suo clima umido e soffocante, del suo sviluppo impetuoso, della sua popolazione sempre più numerosa, eterogenea e scarsamente integrata, della sua diffusa criminalità.

Insomma, una serie che si riconferma brillantemente e che di certo proseguirò, anzi, adesso non vedrei l’ora di iniziare il prossimo: so che rifarei il mio solito “errore” di buttarmi a capofitto su una serie col risultato di arrivare spesso un po’ “stanca” alla fine, ma dubito di poter “resistere”.

Charles Willeford, New Hope for the Dead, voto = 4/5

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